10 giugno 2009

Luci e (molte) ombre nel discorso di Obama al Cairo.


Il discorso con il quale il presidente americano Barack Obama si è rivolto al mondo arabo ed islamico all’università al-Azhar del Cairo ha avuto una enorme eco e un forte impatto emotivo, e molti commentatori non hanno esitato a definirlo come un evento che segna una svolta storica e, in ogni caso, un netto punto di discontinuità rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione neocon di George W. Bush.

L’organizzazione no-profit Avaaz ha lanciato una campagna on line per raccogliere firme a sostegno dell’affermazione di Obama “che gli insediamenti nei territori occupati devono cessare”, con l’intento di pubblicare le parole del presidente Usa e il numero di firme raccolte dalla petizione a sostegno su alcune testate giornalistiche chiave in Israele e a Washington (ad oggi sono state raccolte oltre 140.000 firme).

E tuttavia, nel mondo arabo ma non solo, non è mancato chi ha fatto osservare come quello di Obama – al di là del primo impatto – sia stato un discorso insufficiente in alcuni dettagli non secondari, e soprattutto sotto il profilo delle questioni concrete da affrontare (e del modo in cui risolverle) che attengono al conflitto israelo-palestinese.

Alcuni analisti, ad esempio, hanno fatto rilevare come non basti chiedere il “congelamento” degli insediamenti colonici nella West Bank – che peraltro Israele rifiuta decisamente di porre in essere – ma si debba affrontare con forza il tema più generale della loro illegittimità e della necessità di rimuoverli come richiederebbe il diritto internazionale. Altri hanno fatto osservare come sia del tutto mancata la condanna dell’operazione “Piombo Fuso” e dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza, in primis l’uso massiccio e criminale del fosforo bianco, altri ancora avrebbero desiderato una più chiara apertura nei confronti di Hamas.

E’ questo il tema affrontato da Muhammad Abu Rumman in un articolo pubblicato il 6 giugno sul quotidiano giordano al-Ghad, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

L’analista giordano si sofferma, in particolare, sul fatto che Obama non solo non ha fatto cenno alle due grandi questioni di Gerusalemme est e del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, ma non ha nemmeno definito la natura dello stato palestinese, né si è impegnato esplicitamente affinché tale stato sorga su tutti i territori occupati nel 1967. Il rischio che si paventa, insomma, è quello che nasca uno staterello privo di risorse e con una autonomia limitata, aprendo la strada a quella “opzione giordana” che è sempre stata segretamente accarezzata in Israele ma anche negli Usa.

Toccherà dunque aspettare ancora un po’ per vedere se i roboanti proclami obamiami saranno seguiti da fatti concreti e da comportamenti concludenti dell’amministrazione Usa.

L’altra faccia dell’ “opzione giordana”.
6.6.2009

E’ difficile ignorare che il discorso di Obama ha determinato una svolta storica nei toni dell’approccio politico americano di fronte al mondo arabo, eliminando molti degli ostacoli culturali e psicologici alla costruzione di un franco dialogo di civiltà improntato alla riconciliazione.

Forse il più importante degli elementi positivi di questo discorso è rappresentato dalla chiusura del capitolo dello “scontro di civiltà” che era stato imposto dall’approccio dei neocon e dell’ex presidente George W. Bush. Questo approccio aveva scatenato guerre che avevano acquisito la caratteristica di latenti guerre di civiltà, ed aveva offerto ad al-Qaeda una “opportunità storica” di sfruttare questi orientamenti americani per raccogliere consensi ed aumentare le proprie capacità di arruolare simpatizzanti e adepti al suo discorso ideologico, presentandosi come il baluardo a difesa della nazione islamica di fronte alle “guerre crociate”.

Tuttavia, se andiamo al di là del valore simbolico del discorso di Obama e rivolgiamo la nostra attenzione alle questioni reali che rappresentano il vero banco di prova per le politiche del nuovo presidente americano, ci rendiamo conto che il valore del suo discorso si riduce di molto.

Il conflitto arabo-israeliano ed il processo di pace costituiscono un nodo importante per la realizzazione della “riconciliazione storica” di cui ha parlato Obama. Se da un lato negli ultimi giorni è emersa da parte americana una posizione molto ferma nei confronti di Israele – riassumibile nel rifiuto della proposta del governo israeliano di una “pace economica”, nella riconferma della “soluzione dei due stati” e nella richiesta di fermare gli insediamenti – dall’altro quanto è emerso dal discorso di Obama su questo tema in generale è preoccupante.

Obama, sebbene abbia cercato di mostrare obiettività e di attribuire ad entrambe le parti (quella arabo-palestinese e quella israeliana) la responsabilità di una soluzione storica, tuttavia non è stato equanime e si è mantenuto su toni generici – quei toni che hanno ormai stancato la gente – lasciando i dettagli e le decisioni finali in una “zona grigia” vaga e indefinita.

Egli ha parlato delle sofferenze degli israeliani per “alcuni razzi” che vengono lanciati dalla resistenza palestinese, ingigantendone oltremodo gli effetti, mentre non ha dedicato una sola parola ai massacri compiuti da Israele a Gaza e nel sud del Libano, nei quali sono morti migliaia di civili. Ha ricordato agli arabi l’Olocausto (sebbene gli arabi non abbiano alcuna responsabilità in esso!) corroborando in questo modo la legittimità della creazione di una patria nazionale per gli ebrei.

Dal punto di vista pratico, riguardo al processo di pace, stiamo ancora attendendo il piano americano relativo alla prossima fase ed al “final status”. Non stiamo qui rivolgendo un invito ad affrettare una decisione in un senso o nell’altro, tuttavia vi sono motivi per essere molto cauti.

Infatti, se Obama ha chiesto ad Israele di congelare gli insediamenti, egli non ha tuttavia parlato degli insediamenti attuali in Cisgiordania, né della loro illegittimità. Quando ha parlato dello stato palestinese, lo ha fatto legando tale stato alla vita quotidiana dei palestinesi, come se l’obiettivo di questa entità statale fosse soltanto un obiettivo economico ed umanitario, e non un diritto in primo luogo storico, politico e giuridico.

Cosa ancora più importante, Obama non ha definito la natura dello stato palestinese e non si è impegnato a lavorare affinché tale stato venga creato su tutti i territori arabi occupati nel 1967; non ha parlato in maniera chiara del destino di Gerusalemme, così come non ha accennato ai profughi ed alla loro sorte.

Ciò che desta preoccupazione, inoltre, è che quando Obama ha parlato della controparte araba, ha detto implicitamente che l’iniziativa di pace araba non rappresenta il punto di arrivo, ma il punto di partenza. Ciò rafforza alcune indiscrezioni secondo cui l’amministrazione americana avrebbe chiesto anticipatamente agli arabi di rinunciare chiaramente al diritto al ritorno dei profughi, come sembrano confermare le dichiarazioni attribuite al presidente palestinese Abbas a Washington.

Sulla base di questa lettura, le promesse di Obama nella loro sostanza non andranno al di là di ciò di cui parlano gli ambienti israeliani – cioè di un governo palestinese debole e sparuto, provvisorio, e con un’autonomia limitata, il quale potrebbe aprire la strada ad una unione formale con la Giordania che permetterebbe ad Israele di sbarazzarsi del problema dei “residenti palestinesi” e del loro fardello politico, storico e di sicurezza!

Il timore è che il governo israeliano potrebbe “alzare la posta” annunciando di rifiutare la soluzione dei due stati. Esso potrebbe adottare implicitamente l’ “opzione giordana” alla stregua di una “manovra negoziale”, cosicché la sua successiva accettazione della soluzione dei due stati apparirebbe come una “grande concessione” – una concessione in realtà del tutto illusoria.

L’attenzione non va dunque rivolta alla conferma di Obama della “soluzione dei due stati”, ma alla sostanza, alla giurisdizione ed alla reale capacità di sopravvivere del futuro stato palestinese, altrimenti queste promesse prima o poi rappresenteranno soltanto l’altra faccia dell’ “opzione giordana”.

Vogliamo dunque mettere in guardia contro le esagerazioni mediatiche e politiche che innalzano il livello delle aspettative nei confronti dell’amministrazione Obama. Credo che dovremmo averne abbastanza delle illusioni e dei sogni ingannevoli.

Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Ghad’

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13 maggio 2009

Intervista a Re Abdullah di Giordania.

A margine della visita del Papa in Terra Santa – prima tappa la Giordania – re Abdullah ha rilasciato diverse interessanti interviste, tra le quali spicca quella rilasciata al Times lo scorso 11 maggio (qui proposta nella traduzione offerta dal sito Medarabnews), in cui il sovrano di Giordania parla delle prospettive del processo di pace in medio oriente, soffermandosi sull’importanza dell’iniziativa di pace araba che prevede il riconoscimento di Israele da parte di 57 Stati (anche se, vi è da dire, nel numero sarebbero ricompresi anche Iran e Sudan…) in cambio del ritiro israeliano dai Territori palestinesi occupati.

Su una cosa, soprattutto, ha ragione Re Abdullah: probabilmente questa è una occasione irripetibile per raggiungere una pace regionale stabile e duratura, e se non sarà colta nel breve periodo il rischio concreto è che il mondo venga risucchiato in una nuova guerra in medio oriente, dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente rovinose.

La palla, ora, è nel campo israeliano e, soprattutto, in quello statunitense, un vero e proprio banco di prova per l’auspicato cambio di rotta dell’amministrazione Obama in politica estera. Non sarà facile, infatti, convincere un interlocutore come quello costituito da Netanyahu e dal suo governo di estrema destra che, fino ad ora, esita persino a dichiararsi esplicitamente favorevole alla nascita di uno Stato palestinese.

Re Abdullah: “Questa non è una soluzione a due Stati, è una soluzione a 57 Stati”.
11.5.2009

Com’è andata la visita del papa?

Credo che sia andata estremamente bene. Ho detto a Sua Santità che questo è il momento giusto. Lei sta venendo qui in pellegrinaggio spirituale con un messaggio di pace…come un messaggio di speranza per ciò che stiamo progettando di fare sul piano politico. Fa tutto parte di un unico importante sforzo. Questo è un delicato crocevia dal quale dobbiamo trarre vantaggio.

Dunque questa è una buona scelta di tempo fra la sua visita a Washington, e prima della visita del presidente Obama al Cairo?

Nei miei colloqui con lui mi sono concentrato sul fatto che lui è la dimensione spirituale mentre io lavoro nella dimensione politica. L’effetto a cascata sulla gente è sempre stato la sfida maggiore. Perciò il messaggio di riconciliazione, il messaggio di speranza per il futuro di Gerusalemme giunge con un tempismo perfetto, poiché vi è stato un diluvio di attività nelle ultime sei settimane, dopo il vertice di Doha e ciò che i paesi arabi stanno facendo nell’ambito dell’iniziativa di pace araba. L’attesa visita di Netanyahu a Washington la prossima settimana sarà il punto di svolta.

Ovviamente, sono sicuro che il presidente Obama stia tenendo per sé le proprie carte fino a quando non avrà ascoltato ciò che il primo ministro Netanyahu ha da dire. Io credo che il presidente sia impegnato a favore della soluzione a due stati. E’ impegnato a favore di questa soluzione ora. Egli avverte l’urgenza di agire oggi. Poiché non stiamo lavorando per la pace in uno spazio vuoto, senza nessun altro che sia qui. Perciò, questo è un momento cruciale.

Un cinico potrebbe dire: abbiamo avuto la conferenza di pace di Annapolis, abbiamo avuto la road map, l’iniziativa araba, quasi un decennio senza risultati. Qual è la differenza adesso?

Quattro o cinque decenni! Ci sono due importanti fattori. Siamo stufi e stanchi di questo processo. Stiamo parlando di negoziati diretti. Questo è un punto importante. Stiamo affrontando la cosa in un contesto regionale. Si potrebbe dire: attraverso l’iniziativa di pace araba. Gli americani la vedono come noi, e credo anche gli europei. La Gran Bretagna sta giocando un ruolo attivo estremamente vitale, più di quanto io abbia mai visto in dieci anni di esperienza, nel mettere insieme le persone.

Ciò di cui stiamo parlando non sono israeliani e palestinesi seduti intorno a un tavolo, ma gli israeliani seduti con i palestinesi, gli israeliani seduti con i siriani, gli israeliani seduti con i libanesi. E con gli arabi e il mondo islamico schierati per aprire negoziati diretti con gli israeliani nello stesso momento. Dunque, è il lavoro che deve essere fatto nei prossimi mesi che fornisce una risposta regionale a questo – questa non è una soluzione a due stati, è una soluzione a 57 stati.

Questo è il punto critico che scuote i politici israeliani e l’opinione pubblica israeliana. Volete rimanere la Fortezza Israele per i prossimi dieci anni? La sventura che ciò implicherebbe per tutti noi, incluso l’Occidente? Questo è diventato un problema globale. Noi stiamo dicendo agli israeliani che questa è una questione molto più grande degli israeliani e dei palestinesi. Io credo che l’amministrazione Obama questo lo comprenda. Io sono estremamente preoccupato all’idea di avere una conferenza fra sei mesi, ed un’altra fra un anno; questo non funziona. Credo che dovremo fare molta diplomazia di mediazione, portare le persone attorno a un tavolo nei prossimi mesi e trovare una soluzione.

Dunque lei sta lanciando un’offerta agli israeliani che dice: se viene fatto un accordo, questi sono i popoli che faranno la pace con voi, i popoli con i quali aprirete delle ambasciate e con i quali commercerete?

Se lei considera che un terzo del mondo non riconosce Israele – 57 paesi delle Nazioni Unite non riconoscono Israele, un terzo del mondo – le sue relazioni internazionali non possono essere così buone. Vi sono più paesi che riconoscono la Corea del Nord che non Israele. E’ dunque una presa di posizione molto forte, se stiamo offrendo che un terzo del mondo li incontri a braccia aperte. Il futuro non è il fiume Giordano o le alture del Golan, o il Sinai; il futuro è il Marocco sull’Atlantico, fino all’Indonesia nel Pacifico. Io credo che ci sia questo in ballo.

Vi sono state alcune notizie secondo le quali gli americani vi avrebbero chiesto di chiarire alcune parti dell’iniziativa araba, in particolare lo status di Gerusalemme ed il futuro dei profughi palestinesi.

Sono stato estremamente preciso nel portare una lettera per conto della Lega Araba che metteva in rilievo la proposta di pace araba, il desiderio arabo di lavorare con il presidente Obama per far sì che essa abbia successo, l’impegno a tendere una mano amichevole agli israeliani, e molte altre cose che potremmo probabilmente fare per il mondo.

Si trattava di notizie maliziose?

E’ difficile dirlo. Mi piacerebbe pensare che non lo fossero, che si trattasse solo di persone che hanno molto tempo a loro disposizione. Ma sono speculazioni molto lontane dalla realtà.

Vi è un governo di estrema destra in Israele che non accetta nemmeno una soluzione a due stati. Come supererete questo problema?

Dobbiamo trattare con quelli che abbiamo a disposizione. Solo perché vi è un governo di destra in Israele, non significa che dobbiamo gettare la spugna. Ci sono un sacco di ebrei americani e di israeliani che mi dicono che ci vuole un governo israeliano di destra per fare la pace. Io dico, speriamo che sia così! Netanyahu ha una grossa responsabilità andando a Washington. Io credo che l’atmosfera internazionale non sia favorevole alle perdite di tempo.

Ha mai trattato con Netanyahu in passato?

Ebbi tre mesi di sovrapposizione con lui [dopo la morte di re Hussein]. Furono probabilmente i meno piacevoli dei miei dieci anni di regno. Tuttavia, molte cose sono accadute negli ultimi dieci anni, e noi stiamo guardando allo scenario complessivo, e a ciò che è meglio per Israele (che credo sia la soluzione a due stati).

E che mi dice di Gerusalemme?

Non è un problema internazionale, è una soluzione internazionale. Gerusalemme sfortunatamente è stata un simbolo di conflitto per così tanti secoli. Dal principio di questo nuovo secolo, ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è che Gerusalemme diventi un simbolo di speranza. Come incoraggiare le tre religioni monoteiste a fare di Gerusalemme un pilastro del futuro di questo secolo? Io avverto molta più maturità e comprensione, in questi tempi difficili di diffidenze culturali e religiose, che potrebbe essere l’elemento di unione di cui abbiamo bisogno.

Lei pensa che sarete in grado di prendere a bordo la Siria?

I siriani certamente vedono i vantaggi di un negoziato di pace con Israele, ed io confido nei miei colloqui con il loro ministro degli esteri in occasione della mia prossima visita a Damasco, confido che essi comprenderanno che questo è un approccio regionale; perché io credo fermamente che un approccio bilaterale fra Israele e la Siria sarebbe usato dall’una o dall’altra parte per perdere tempo. Io credo che questo approccio regionale a cui guarda Obama, e che è appoggiato da tutti noi, lanci un forte messaggio a Israele e sia un forte impegno a risolvere il problema siriano e quello libanese allo stesso tempo.

Dunque vi è un’enorme opportunità per la Siria di beneficiare del contesto regionale e di ingraziarsi l’Occidente. Perciò la mia speranza è che essi vedano come l’approccio dinamico sia cambiato; vi è la speranza che questa sia una situazione da cui tutti abbiano da guadagnare. Ciò che è bene per i palestinesi, è bene per i siriani, ed è bene per i libanesi.

Netanyahu si appresta ad andare al Cairo ed a Washington. Come pensa che si evolveranno le cose?

Il momento cruciale sarà cosa verrà fuori dall’incontro Obama-Netanyahu. Se vi sarà un tentativo di rinvio da parte di Israele sulla soluzione a due stati, o se non vi sarà una chiara visione americana di come portarla a termine nel 2009, allora tutta l’enorme credibilità che Obama ha nel mondo e nella nostra regione svanirà in una notte, se nulla verrà fuori a maggio. Tutti gli occhi saranno puntati su Washington, a maggio. Se non ci saranno chiari segnali per tutti noi, allora si affermerà la sensazione che questa è soltanto un’altra amministrazione americana che finirà col deluderci tutti.

Se i vostri piani di pace non avranno successo, avrà importanza?

Avremo una guerra. Prima della guerra libanese, dissi che ci sarebbe stato un conflitto con Israele. Lo dissi quattro o cinque mesi prima. Dissi che sarebbe accaduto o in Libano o a Gaza. Accadde in Libano. A novembre, dissi che ci sarebbe stata un’altra guerra in Libano o a Gaza. Pensavo che ci sarebbe stata una volta che Obama avesse assunto il suo incarico, ma si è verificata un mese prima. Se rimandiamo i nostri negoziati di pace, ci sarà un altro conflitto fra gli arabi – o i musulmani – e Israele nei prossimi 12 o 18 mesi. Accadrà per certo, così come ci sono stati gli altri conflitti.

Perciò questa è l’alternativa: avere un’altra guerra, altra morte e distruzione. Ma le sue implicazioni ora si riverbereranno molto più in là del Medio Oriente. Ci sono altre sfide in Afghanistan ed in Pakistan. C’è molto di più in ballo. Se a maggio verrà fuori che questo non è il momento adatto e che non c’è interesse per la pace, allora il mondo sarà risucchiato in un altro conflitto in Medio Oriente.

Intervista condotta da Richard Beeston

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15 ottobre 2008

La Giordania: una "patria alternativa" per i Palestinesi?

Nonostante la promessa di Bush di assicurare la creazione di uno Stato palestinese entro la fine del suo mandato, e nonostante le rassicuranti conclusioni a cui era giunto il vertice di Annapolis, la fine del 2008 si avvicina a grandi passi e un accordo di pace tra Palestinesi e Israeliani appare più lontano che mai.

La continua, ed anzi accelerata, espansione degli insediamenti colonici nella West Bank, il processo di “giudaizzazione” di Gerusalemme est, le continue frizioni e gli scontri tra Ebrei e Palestinesi nei Territori occupati e, ora, anche all’interno di Israele (vedi le violenze in corso a S. Giovanni d’Acri) costituiscono preoccupanti segnali di un aumento della tensione e delle spinte che, all’opposto, allontanano sempre più il traguardo di una pacifica convivenza di due popoli in due Stati confinanti dai confini certi e internazionalmente riconosciuti.

Da un punto di vista politico, le difficoltà della Livni a formare un nuovo governo e la necessità di imbarcare nella compagine governativa anche lo Shas implicano il congelamento di ogni discussione riguardo al futuro di Gerusalemme e, dunque, di fatto escludono ogni possibilità di accordo con i Palestinesi.

Prendono così quota le soluzioni “alternative” alla questione israelo-palestinese, quella che vorrebbe un unico Stato binazionale in cui Arabi ed Ebrei convivano insieme con eguali diritti e quella, tanto più cara ad Israele (ma non solo, come abbiamo
visto), che ritiene che già esista uno Stato palestinese, identificandolo con la Giordania, con tanti saluti per il diritto al ritorno e per la prevedibile gioia di re Abdullah II.

E, tuttavia, entrambe queste soluzioni alternative presentano delle difficoltà di attuazione pressoché insormontabili, di cui intendiamo qui occuparci esaminando dapprima l’opzione giordana nell’analisi svolta da Mohammed Hussein al-Momani in un articolo apparso il 10 ottobre sulla testata al-Ghad e qui proposto nella traduzione del sito Arabnews.

Vogliamo qui solo segnalare che, a nostro giudizio correttamente, l’autore si schiera senza tentennamenti a favore della soluzione a due Stati, l’unica pragmaticamente percorribile, individuando nella Ue il soggetto politico con le credenziali giuste per “costringere” alla pace i due popoli, aiutandoli e, se del caso, forzandoli a superare quel gap tra le rispettive posizioni che oggi appare assolutamente incolmabile.

Partendo, è il caso di ribadire, dalle previsioni della risoluzione Onu n.242 del 1967 e dall’applicazione del generale principio della inammissibilità dell’acquisizione di territori a mezzo della guerra, che non è in alcun modo negoziabile.


IL RULLO DI TAMBURI DELLA “PATRIA ALTERNATIVA”
10/10/2008

E’ un’aspirazione segreta di Israele e della comunità internazionale quella di affidare alla Giordania la soluzione della questione palestinese, attraverso l’assunzione, da parte di Amman, di un ruolo politico e di sicurezza in Cisgiordania [1]. Ciò rappresenterebbe per lo stato ebraico e per gli altri paesi del mondo la soluzione ideale della storica crisi mediorientale, che continua a far parte dell’agenda politica dei leader interessati alla sicurezza ed alla stabilità del Medio Oriente.

Un ruolo giordano in Cisgiordania tradurrebbe in realtà il desiderio del mondo di “esportare” il problema del popolo palestinese al di fuori del contesto politico israeliano, lontano dalle pressioni emotive che sono sempre presenti quando si ha a che fare con Israele. Ma – cosa ancora più importante – un ruolo giordano nella questione palestinese sarebbe visto con fiducia dalla comunità internazionale, a causa della credibilità e della tradizione politica e di sicurezza che può vantare lo stato giordano.

Questo sogno è sostenuto da una logica secondo cui, in sostanza, il divario fra il livello minimo di diritti che i palestinesi potrebbero accettare ed il livello massimo di concessioni che gli israeliani potrebbero fare è ormai molto grande, e continua a crescere giorno dopo giorno. Ciò spiega i timori dei sostenitori della pace di entrambi i fronti per il fatto che il tempo continua a passare, senza che si giunga ad un compromesso pacifico e condiviso. A causa di questa situazione di stallo e di questa contrapposizione radicata che continua ad aggravarsi, alcuni sostengono che una soluzione potrà essere trovata soltanto attraverso una terza parte che giochi un ruolo tale da permettere di colmare il baratro esistente fra le posizioni politiche delle due controparti.

Una teoria di questo genere è intrinsecamente insostenibile. Essa porta in sé i germi di una boria e di una presunzione politica inaccettabile, e non è sostenuta neanche da quel livello minimo di pragmatismo politico che ha conosciuto in passato il conflitto arabo-israeliano; così come non tiene conto del supremo interesse che Israele dovrebbe nutrire per l’esistenza di uno stato palestinese che rappresenti i diritti politici ed umani del popolo palestinese, poiché questa è l’unica garanzia al fatto che Israele continui ad essere una democrazia a maggioranza ebraica.

I fautori della teoria di un ruolo giordano in Cisgiordania non si rendono conto del fatto che un ruolo di questo genere non realizzerebbe le aspirazioni nazionali palestinesi, e che fra i palestinesi vi è chi ha cominciato a chiedere uno stato democratico binazionale unitario [2] rendendosi conto che Israele sta inconsapevolmente andando verso quest’unica soluzione possibile.

La teoria della “patria alternativa” incontra una opposizione salda e ferma da parte dell’interessato principale (cioè la Giordania (N.d.T.) ), sia a livello ufficiale che a livello popolare. Chiunque dia un’occhiata al panorama politico giordano si renderà conto che la posizione di rifiuto della Giordania nei confronti della questione della “patria alternativa” è la più netta da molti anni a questa parte, e che uscire da questa elementare verità nazionale equivarrebbe al suicidio politico per chiunque volesse tradurre in pratica questa idea [3].

E’ diritto della Giordania puntare il dito dell’accusa contro chiunque intenda proporre il progetto della “patria alternativa”, poiché tale progetto non tiene conto degli interessi politici fondamentali dello stato giordano, compreso il diritto all’esistenza. Il progetto della “patria alternativa” è infatti destinato a porre fine all’entità giordana così come la conosciamo oggi, per trasformarla in qualcosa di differente che potrebbe non rientrare nelle aspettative della comunità internazionale [4].

Ciò di cui Israele e la comunità internazionale si devono rendere conto è che la Giordania moderata ed equilibrata nei suoi rapporti internazionali, dedita alla sua credibilità e sostenibilità, è come una pietra focaia, piacevole al tatto ed alla vista, ma in grado di fare scintille se sfregata contro qualcosa di duro. Dall’applicazione della teoria della “patria alternativa” potrebbe emergere un aspetto della Giordania che il mondo non conosceva, qualcosa in grado di provocare pericolose scintille. La teoria della “patria alternativa” è per i giordani come l’invito a tornare al periodo della schiavitù per la società americana, o come esaltare la figura di Hitler davanti agli europei, o come negare l’Olocausto di fronte agli israeliani o agli ebrei del mondo.

Il ruolo giordano ed egiziano nell’ambito del conflitto arabo-israeliano è costruttivo e sufficiente, e si esplica nel compito giordano di addestrare le forze di sicurezza in Cisgiordania e nel ruolo di mediazione politica dell’Egitto. Ciò che serve non è sviluppare ulteriormente questo ruolo, poiché una cosa del genere si tradurrebbe in un ulteriore fardello per la soluzione del conflitto. Ciò che è necessario è invece un ruolo europeo che spinga verso la realizzazione della soluzione dei due stati, che rappresenta ormai un interesse prioritario per i palestinesi, per la Giordania, e per Israele.

Mohammed Hussein al-Momani è professore di Scienze Politiche presso la Yarmouk University, che ha sede a Irbid, in Giordania
[1] Questa ipotesi, generalmente definita come ‘opzione giordana’ o teoria della ‘patria alternativa’, in riferimento ai Palestinesi residenti in Cisgiordania, è quella che prevede l’annessione alla Giordania di quel che resta della Cisgiordania palestinese; nella sua versione più estrema, quella a lungo sostenuta da Ariel Sharon, l’opzione giordana equivale all’affermazione che lo Stato deiPalestinesi è la Giordania stessa, cioè il territorio a est del Giordano (N.d.T.)

[2] uno stato, cioè, che riunisca ebrei e palestinesi in un’unica nazione democratica (N.d.T.)

[3] il dibattito intorno alla teoria della ‘patria alternativa’ è tornato al centro dell’attenzione in Giordania nel giugno di quest’anno, a seguito delle dichiarazioni fatte da Robert Kagan, consigliere di politica estera del candidato repubblicano John McCain; in queste dichiarazioni, poi smentite, Kagan avrebbe affermato che la Giordania è la patria naturale dei palestinesi ed è la migliore soluzione per la questione dei profughi palestinesi; nonostante la successiva smentita, questi dichiarazioni hanno suscitato in Giordania condanne e polemiche protrattesi per lungo tempo; a proposito di tale vicenda si può consultare l’articolo apparso su ‘The National’, quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, con il titolo: [2] “Jordanian option worries politicians” (N.d.T.)

[4] dopo che la Cisgiordania era stata sottoposta all’amministrazione giordana fino alla guerra del 1967, quando fu occupata da Israele, nel 1988 la Giordania decise di annunciare ufficialmente e definitivamente la rottura di ogni legame giuridico ed amministrativo con la Cisgiordania; per un resoconto sulla storia dei rapporti giordano-palestinesi si può consultare l’articolo [3] “Le relazioni giordano-palestinesi fra presente e futuro” (N.d.T.)

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