22 aprile 2009

Giustizia? No, vendetta!

Il 7 aprile scorso le forze di sicurezza israeliane hanno demolito un appartamento sito nel quartiere di Zur Baher, a Gerusalemme est. L’abitazione in questione apparteneva alla famiglia di Husam Dwiyat, un Palestinese resosi responsabile nel luglio del 2008 di un attentato con un bulldozer nel centro di Gerusalemme, che aveva provocato tre morti e decine di feriti.

La demolizione ha avuto luogo dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva respinto, lo scorso 18 marzo, la domanda di annullamento di tale provvedimento avanzata dalla famiglia di Dwiyat.

Come in precedenti casi dello stesso tipo, i giudici (Levy, Grunis e Na’or) hanno accettato l’argomentazione governativa secondo cui la demolizione della casa della famiglia dell’attentatore servirà da deterrente per impedire che altri commettano simili attacchi. E i giudici, incredibilmente, ancora una volta hanno approvato la demolizione benché lo Stato israeliano non abbia mai nemmeno contestato alla famiglia di Dwiyat di averlo aiutato nel commettere il crimine o di essere stata a conoscenza dei suoi piani.

Dal 1967 al 2005 Israele ha sempre mantenuto la sua politica di demolire o di sigillare le case in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza come mezzo per punire le famiglie dei Palestinesi che avessero ucciso o comunque recato danno a Israeliani.

Questa politica era basata sulla presunzione che i Palestinesi, preoccupati per il destino delle loro famiglie, avrebbero per questo motivo evitato di portare a termine attentati o attacchi contro gli Israeliani e le loro proprietà. Messa in pratica, questa politica ha portato Israele a demolire – solo nel periodo compreso tra l’ottobre del 2001 e la fine di gennaio del 2005 – ben 664 abitazioni, lasciando senza un tetto sotto cui vivere 4.182 Palestinesi.

Questa pratica naturalmente – come quasi sempre accade quando si ha a che fare con Israele – è proibita dal diritto umanitario internazionale. L’obiettivo dichiarato di queste demolizioni, infatti, è quello di recar danno (rectius, di vendicarsi) contro persone innocenti – parenti degli autori o dei sospettati di un reato – a cui nessuno contesta di essere in qualche modo coinvolti nell’atto criminale. Come tale, ciò costituisce una punizione collettiva, che viola quel principio fondamentale secondo cui nessuno può essere punito per le azioni di un altro.

Nel febbraio del 2005, l’allora Ministro della Difesa Shaul Mofaz e il Capo di Stato Maggiore Moshe Ya’alon avevano accettato le conclusioni di una commissione guidata dal Maggiore Generale Udi Shani, e avevano deciso che non si sarebbero più demolite case come misura punitiva. Questo cambio di rotta aveva diverse motivazioni, tra le quali l’aver determinato l’impossibilità di stabilire senza riserve che la demolizione delle case era efficace nel prevenire gli attacchi terroristici.

In aggiunta, alla commissione Shani vennero presentate prove che indicavano che la demolizione delle case come misura punitiva aveva creato un odio enorme che, all’esatto opposto di quel che ci si prefiggeva, serviva solo ad accrescere le motivazioni a compiere attacchi terroristici. La commissione, inoltre, accertò anche che la demolizione delle case incideva negativamente sull’immagine di Israele nel mondo, e che la sua legalità secondo il diritto internazionale era incerta.

Il capo dell’Avvocatura militare, Brigadiere Generale Avichai Mandelblit, aveva spiegato nel corso di una riunione della Commissione Affari costituzionali, Diritto e Giustizia della Knesset che la decisione di cessare di demolire le case come misura punitiva non si riferiva soltanto ai periodi di calma, e che sarebbe rimasta in vigore anche ove gli attacchi terroristici fossero ripresi. Il giudice mise in rilievo come la decisione fosse definitiva, e che l’argomento sarebbe stato riconsiderato solo nella eventualità di un drastico mutamento delle circostanze.

Nonostante ciò, il 19 gennaio di quest’anno, senza alcuna spiegazione convincente, Israele ha ripreso questa politica punitiva e ha sigillato due dei quattro piani dell’edificio di proprietà della famiglia di ‘Alaa Abu Dahim, autore dell’attentato alla yeshiva Mercaz Harav di Gerusalemme, in cui abitavano i suoi genitori e uno dei suoi fratelli. Anche in questo caso, l’Alta Corte non ha avuto esitazioni nell’approvare la decisione governativa.

Un principio cardine della civiltà giuridica è che, soprattutto in campo penale, la responsabilità per i reati commessi è strettamente personale, e nessuno può essere punito se non abbia attivamente partecipato all’ideazione e/o alla commissione del reato medesimo, tanto meno perché semplicemente familiare o parente del suo autore.

In campo internazionale, l’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra prevede che “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”. E’ appena il caso di ricordare che in tutto il mondo – tranne che in Israele naturalmente – trova unanime riconoscimento il fatto che la IV Convenzione di Ginevra trovi piena applicazione nei territori palestinesi occupati, ivi inclusa Gerusalemme est.

La demolizione per rappresaglia delle case dei parenti degli attentatori (palestinesi, perché agli attentatori israeliani questa disposizione non si applica…) è peraltro, come abbiamo visto, del tutto controproducente; la stessa commissione Shani, che aveva il compito di esaminare la questione, aveva dovuto riconoscere che tale pratica, lungi dal dissuadere nuovi attacchi, non aveva altro effetto che quello di rinfocolare l’ostilità araba nei confronti di Israele e del suo regime di occupazione militare.

Ma allora, per quale motivo riprendere la pratica della demolizione delle case, da tempo abbandonata in quanto giuridicamente controversa (rectius, illecita) e controproducente nei fatti?

La risposta è molto semplice, si tratta di puro e semplice desiderio di vendetta.

Gli attentati compiuti ai danni di ebrei israeliani, ormai da più di due anni, sono atti isolati e senza alcuna connessione con organizzazioni di militanti, frutto della rabbia e della disperazione dei Palestinesi che con tali gesti estremi (comunque esecrabili) vanno incontro alla morte nel nome della lotta all’occupazione o, più recentemente, della vendetta per il massacro compiuto dall’esercito israeliano a Gaza.

Da ciò deriva la frustrazione e l’impotenza delle autorità israeliane, non c’è un attentatore da punire (regolarmente ucciso sul posto), non c’è un gruppo di militanti da decapitare con un bell’assassinio “mirato” di cui gli Israeliani sono specialisti, restano solo i familiari e i parenti dell’attentatore su cui sfogare la propria rabbia e la voglia di vendetta, attuata privandoli dell’unico bene di qualche valore che possiedono, la casa in cui vivono.

Vari Paesi europei, nel corso della loro storia e ancora adesso, si sono trovati ad affrontare minacce terroristiche di vario genere – dall’Italia all’Inghilterra alla Spagna – ma mai in nessuno di questi Stati si è pensato di mettere in dubbio, neanche per un momento, i principi cardine dello stato di diritto, mai si è pensato di operare rappresaglie o punire in qualche modo i familiari di un attentatore, semplicemente a cagione del rapporto di parentela, una pratica davvero disumana e incredibile solo a immaginarsi.

E invece Israele, questa magnifica democrazia in cui giustizia è sinonimo di vendetta, questi giudici, questa gente, qualcuno – ahimé soprattutto in Italia – vorrebbe addirittura che entrassero trionfalmente a far parte della comunità degli Stati della Ue, una prospettiva davanti alla quale è lecito restare sgomenti.

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1 Commenti:

Alle 23 aprile 2009 21:34 , Blogger arial ha detto...

ho un problema tecnico: per riportare un tuo post sul mio blog devo ricorrere all'ora, ma non mi compare il titolo: è possibile riportare il link nel titolo? ciao

 

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