3 novembre 2009

Serata di raccolta fondi per l'ospedale al-Awda di Gaza.

Il comitato “Palestina nel cuore” ha deciso di aderire alla campagna nazionale di raccolta fondi a sostegno dell’ospedale Al-Awda di Gaza lanciata dal Forum Palestina.

L’embargo internazionale e le ripetute aggressioni israeliane contro la Striscia di Gaza hanno portato al collasso le strutture sanitarie ed ospedaliere. Nel corso dell’operazione “Piombo fuso”, le bombe israeliane hanno ripetutamente colpito ospedali ed ambulanze, ed ora il perdurare dell’embargo non fa che aggravare una situazione già drammatica.

Noi vogliamo sostenere i Palestinesi di Gaza e rompere questo embargo criminale! I fondi raccolti saranno consegnati direttamente al direttore dell’ospedale da una delegazione che andrà a Gaza a dicembre, in occasione del primo anniversario del massacro, per partecipare alla Gaza Freedom March.

Per questo vi invitiamo a chiedere i blocchetti per la raccolta dei fondi a Gustavo (333/2256505), a organizzare iniziative di informazione e di sottoscrizione, e/o a partecipare alla nostra cena: eccovi l’invito!

Il comitato “Con la Palestina nel cuore” in collaborazione con la Casa del Popolo di Tor Pignattara, organizza

S.O.S. Gaza
serata di raccolta fondi per l’ospedale Al Awda di Gaza

La serata prevede:
- proiezione del filmato “Gaza. Il genocidio e il silenzio” (realizzato a cura del Forum Palestina)
- presentazione della prossima missione a Gaza con partecipazione alla marcia internazionale Free Gaza del prossimo 27 dicembre
- cena palestinese a sottoscrizione

Appuntamento sabato 14 novembre
a partire dalle ore 18.30 alla Casa del Popolo in via B. Bordoni 50 (zona Tor Pignattara)

IMPORTANTE:

Per la cena occorre prenotarsi scrivendo a comitatopalestinanelcuore@gmail.com oppure telefonando a Paola 06 86213385 338 3662289 o a Marta 06 83607678 340 9254858

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2 Commenti:

Alle 3 novembre 2009 13:23 , Anonymous Andrea ha detto...

Negli ultimi quattro anni il conflitto israelo-palestinese ha provocato circa cinquemila morti e, secondo stime dell’Onu, circa 15.000 sfollati. Il conflitto nel Darfur, in meno di un terzo del tempo, ha provocato circa trentamila morti e un milione e 200.000 sfollati. Da un punto di vista oggettivo, dunque, la crisi nel Darfur dovrebbe essere assai più grave. Invece una ricerca negli archivi dei principali quotidiani americani ed europei rivela che questi giornali hanno pubblicato su Israele un numero di articoli da sette a 14 volte maggiore che sul Sudan.
Dunque non sorprende il fatto che, mentre decine di abitanti del Darfur muoiono ogni giorno per mancanza di aiuti internazionali, contemporaneamente, stando ai dati della Banca Mondiale, i palestinesi ricevono più aiuti internazionali pro capite di qualunque altro paese al mondo dalla fine della seconda guerra mondiale.
Ma dove questa pregiudiziale istituzionale è più evidente è sul tema dei profughi. Un’intera agenzia dell’Onu, l’UNRWA, è dedicata ai profughi palestinesi, mentre tutti gli altri profughi del mondo sono di competenza dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). Non basta. Mentre l’UNHCR definisce come “profughi” solo coloro che hanno personalmente perduto la casa, l’UNRWA definisce “profughi palestinesi” anche tutti i discendenti di coloro che hanno perduto la casa. Così l’UNRWA oggi esibisce 4.100.000 profughi palestinesi, laddove applicando la definizione dell’UNHCR, che vale per tutti gli altri, essi sarebbero soltanto 200.000 circa (cioè quelli ancora in vita dei circa 650.000 palestinesi che abbandonarono Israele nel 1948). Chiaramente, quattro milioni e centomila profughi fa molto più effetto: al confronto, il milione e 200.000 profughi del Darfur pare poca cosa. Ma come potrebbe competere con queste cifre l’Alto Commissariato per i Rifugiati se gli è vietato gonfiare le sue cifre come fa l’UNRWA?

 
Alle 3 novembre 2009 16:04 , Blogger vichi ha detto...

I profughi palestinesi del 1948 erano 850.000 e non 650.000, e non "abbandonarono israele" ma furono cacciati dalle loro case e dai loro villaggi dalla crudele e spietata opera di pulizia etnica operata dagli israeliani con il piano dalet.

Naturalmente ometti di considerare (perchè ti riesce proprio impossibile...) una cosa molto semplice, e cioè che, se anche ai palestinesi si fosse applicato (come da risoluzioni onu) quel diritto al ritorno che è riconosciuto come diritto inalienabile di ogni essere umano, e dunque se avessero potuto far ritorno alle loro terre, il problema profughi oggi nemmeno esisterebbe.

E il fatto che la comunità internazionale profonda ingenti risorse finanziarie in favore dei profughi palestinesi è causato proprio da questo "peccato originale" su cui si fonda la nascita di israele, ma che gli israeliani si rifiutano pervicacemente di ammettere.

Citi poi il Darfur, vero leitmotiv della propaganda sionista (e che cazzo, almeno ogni tanto cambiate, chessò, parlate del kenya o del tibet...).

E visto che lo fai, ti ricordo un pezzo del discorso dell'ambasciatore Usa all'Onu Susan Rice.

"Gli stati uniti sostengono l'azione della corte penale internazionale volta a chiamare a rispondere i responsabili degli atroci crimini in darfur. Restiamo determinati nel perseguimento della pace e della giustizia in sudan. Il popolo del sudan ha sofferto troppo per troppo tempo, e porre termine ai loro tormenti non sarà facile. Coloro che hanno commesso atrocità in sudan, compreso il genocidio, dovrebbero essere portati davanti alla giustizia. La risoluzione del consiglio di sicurezza dell'onu 1593, che rinvia i crimini in darfur alla corte penale internazionale, richiede che il governo del sudan e tutte le altre parti in conflitto cooperino pienamente con la corte ed il suo procuratore...".

Dunque per il sudan, ma non per gaza, i responsabili di crimini contro l'umanità vanno deferiti alla corte penale internazionale.

Dunque per il sudan, ma non per gaza, gli usa concordano sul fatto che gli stati interessati debbano assicurare piena cooperazione nelle indagini criminali.

Un altro esempio di doppiopesismo della democrazia americana, pronta come sempre a proteggere lo stato-canaglia israeliano.

 

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