23 agosto 2011

Cia e Turchia dietro le rivolte in Siria?

Quanto sono spontanee le manifestazioni di massa che si svolgono quotidianamente in Siria contro il regime di Bashar Al Assad e che vediamo ogni giorno dai teleschermi delle tv? Chi le fomenta e le arma, chi c’è dietro questa inarrestabile ondata di protesta che sta gravemente minando la stabilità del paese?

La domanda sorge spontanea anche in un osservatore distratto delle vicende siriane, stante che non è facile spiegarsi come delle manifestazioni di protesta “pacifiche” risultino, in realtà, pesantemente armate, e posto che molte delle marce di “protesta” – a detta degli stessi partecipanti – vengono organizzate semplicemente per essere oggetto di video da inserire su YouTube.

A questo interrogativo cerca di rispondere Michel Chossudovsky in questo interessante articolo tratto dal sito web di
Arcoiris.tv, soffermandosi in particolare sul ruolo svolto dall’attuale ambasciatore Usa in Siria, Robert Stephen Ford.

Non a tutti è noto, infatti, che Ford – il quale peraltro ha avuto contatti diretti con il movimento di protesta anti-Assad suscitando le proteste ufficiali siriane - è stato il numero due dell’ambasciata Usa a Baghdad a partire dal 2004 e, in quanto tale, coinvolto nelle operazioni di sostegno segreto agli squadroni della morte e ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza settaria e indebolire il movimento di resistenza.

Viene così a delinearsi uno scenario inquietante, che vedrebbe l’alleanza occidentale – così come
denunciato recentemente dall’inviato russo presso la Nato Dmitry Rogozin – pianificare una campagna militare contro la Siria per aiutare iul sovvertimento del regime di Assad, con l’obiettivo di più lungo periodo di “preparare una testa di ponte per un attacco all’Iran”.

Uno scenario da incubo, che purtroppo non appare inverosimile.

Non è che Cia e Turchia stiano armando la rivolta di chi non sopporta la dittatura di Assad?
di Michel Chossudovsky - 22.8.2011

I media hanno giocato un ruolo centrale nell’offuscare la natura delle interferenze straniere in Siria, incluso il supporto esterno agli insorti armati. In coro hanno descritto i recenti avvenimenti in Siria come un “movimento di protesta pacifico” rivolto contro il governo di Bashar Al Assad, quando le prove confermano ampiamente che gruppi paramilitari islamisti si sono infiltrati nelle manifestazioni.

Il notiziario d’intelligence d’Israele, Debka, evitando la questione della rivolta armata, riconosce tacitamente che le forze siriane stanno affrontando organizzazioni paramilitari: “[Le forze siriane] affrontano ora una forte resistenza: In attesa di esse vi sono trappole anti-carro e barriere fortificate presidiate da manifestanti armati di mitragliatrici pesanti.”

Da quando sono pacifici dei manifestanti civili armati di “mitragliatrici pesanti” e “trappole anti-carro”? I recenti sviluppi in Siria puntano a una vera e propria insurrezione armata, integrata da “combattenti per la libertà” islamisti, sostenuti, addestrati ed equipaggiati dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti dell’intelligence israeliana: “Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.”.

La consegna di armi ai ribelli è attuata “via terra, in particolare attraverso la Turchia e sotto la protezione dell’esercito turco… In alternativa, le armi sarebbero trasportate in Siria sotto sorveglianza militare turca e trasferiti ai leader ribelli nei rendez-vous pre-organizzati.” Secondo fonti israeliane, che rimangono da verificare, la NATO e il comando supremo turco, contemplano anche lo sviluppo di un “jihad” diretto al reclutamento di migliaia di ”combattenti per la libertà” islamisti, che ricorda l’arruolamento di mujahidin per il jihad (guerra santa) pagato dalla CIA, nel periodo di massimo splendore della guerra in Afghanistan: “Sarebbe anche stato discusso, a Bruxelles e Ankara, dicono le nostre fonti, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e del mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, e curato il loro addestramento e il loro passaggio sicuro in Siria.”

Questi diversi punti portano verso il possibile coinvolgimento di truppe turche in territorio siriano, che potrebbe potenzialmente portare a un più ampio confronto militare tra Siria e Turchia, nonché a un vero e proprio intervento “umanitario” militare dalla NATO. Recentemente, gli squadroni della morte dei fondamentalisti islamici sono penetrati nel quartiere Ramleh della città portuale di Latakia, che comprende un campo profughi palestinese di circa 10.000 residenti. Questi uomini armati, che includevano cecchini sui tetti, stanno terrorizzando la popolazione locale.

In una distorsione cinica, i media occidentali hanno presentato i gruppi paramilitari islamisti a Latakia, come “dissidenti palestinesi” e “attivisti” che si difendono contro le forze armate siriane. A questo proposito, le azioni di bande armate dirette contro la comunità palestinese a Ramleh, cercano visibilmente di fomentare il conflitto politico tra la Palestina e la Siria. Diverse personalità palestinesi si sono schierate con il “movimento di protesta” in Siria, mentre casualmente ignorano il fatto che gli squadroni della morte “pro-democrazia” sono segretamente sostenuti da Israele e Turchia.

Il ministro degli esteri della Turchia, Ahmet Davutoglu, ha lasciato intendere che Ankara potrebbe prendere in considerazione un’azione militare contro la Siria, se il governo al-Assad non cessa “immediatamente e senza condizioni” le sue azioni contro i “contestatori”. Con amara ironia, i combattenti islamisti che operano all’interno della Siria, e che stanno terrorizzando la popolazione civile, sono addestrati e finanziati dal governo turco di Erdogan. Nel frattempo, i pianificatori militari di Stati Uniti, NATO e Israele hanno delineato i contorni di una campagna militare umanitaria, in cui la Turchia (la secondo più grande forza militare della NATO), giocherebbe un ruolo centrale.

Il 15 agosto, Teheran ha reagito alla crisi in Siria, affermando che “gli eventi in Siria dovrebbero essere considerate solo affari interni di quel paese, e ha accusato l’Occidente e i suoi alleati, del tentativo di destabilizzare la Siria, al fine di avere la scusa per la sua conseguente occupazione”. (Dichiarazione del Ministero degli Esteri iraniano, citato in Iran urges West to stay out of Syria’s ‘internal matters’ , Todayszaman.com, 15 agosto 2011).

Siamo ad un bivio pericoloso: “Se un’operazione militare sarà lanciata contro la Siria, nella grande regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale, che si estende dal Nord Africa e dal Mediterraneo orientale al confine di Afghanistan-Pakistan con la Cina, verrebbe inghiottita nel turbine di una guerra prolungata. Una guerra contro la Siria potrebbe evolvere verso una campagna militare USA-NATO diretta contro l’Iran, in cui Turchia e Israele sarebbero direttamente coinvolti. E’ fondamentale diffondere la notizia e spezzare i canali di disinformazione dei media.” Una comprensione critica e imparziale di ciò che accade in Siria è di cruciale importanza per invertire la marea dell’escalation militare verso una grande guerra regionale.

Michel Chossudovsky

Background: l’ambasciatore americano Robert S. Ford arriva a Damasco (gennaio 2011)

L’ambasciatore statunitense Robert Ford è arrivato a Damasco alla fine di gennaio 2011, al culmine del movimento di protesta in Egitto. Il precedente a ambasciatore degli USA in Siria fu richiamato da Washington dopo l’assassinio, nel 2005, dell’ex primo ministro Rafik Hariri, di cui era stato accusato, senza prove, il governo di Bashar al-Assad. L’autore è stato a Damasco il 27 gennaio 2011, quando l’inviato di Washington ha presentato le sue credenziali al governo al Assad.

All’inizio della mia visita in Siria, nel gennaio 2011, ho riflettuto sul significato di questo appuntamento diplomatico e il ruolo che potrebbe svolgere in un processo segreto di destabilizzazione politica. Non ho, tuttavia, previsto che questo processo sarebbe stato attuato in meno di due mesi dalla nomina di Robert S. Ford ad ambasciatore USA in Siria. Il ripristino di un ambasciatore statunitense a Damasco, ma più specificamente la scelta di Robert S. Ford come ambasciatore degli Stati Uniti, ha un rapporto diretto coll’inizio del movimento di protesta di metà marzo, contro il governo di Bashar al-Assad. Come “Numero Due“, presso l’ambasciata USA di Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, ha giocato un ruolo chiave nell’attuazione dell’"Opzione Salvador in Iraq” del Pentagono. Quest’ultimo consisteva nel sostenere gli squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza del Centro America.

I media occidentali hanno ingannato l’opinione pubblica sulla natura del movimento di protesta araba, omettendo di parlare del sostegno fornito dal Dipartimento di Stato USA e dalle fondazioni statunitensi (tra cui il National Endowment for Democracy (NED)) verso prescelti gruppi di opposizione pro-USA. Noto e documentato, il Dipartimento di Stato “ha finanziato gli oppositori del presidente siriano Bashar Assad dal 2006“. (US admits funding Syrian opposition – World – CBC News, 18 aprile 2011).

Il movimento di protesta in Siria è stato presentato dai media come parte della “primavera araba“, e presentato all’opinione pubblica come un movimento di protesta democratico che si diffonde spontaneamente dall’Egitto e Maghreb al Mashriq. Il nocciolo della questione è che queste iniziative nei vari paesi, sono strettamente cronometrate e coordinate. (Michel Chossudovsky, Il movimento di protesta in Egitto: “I dittatori” non dettano, ma obbediscono agli ordini, Global Research, 29 gennaio 2011).

C’è ragione di credere che gli eventi in Siria, tuttavia, siano stati pianificati con largo anticipo, in coordinamento con il processo di cambiamento di regime in altri paesi arabi, tra cui Egitto e Tunisia. Lo scoppio del movimento di protesta nella città al confine meridionale di Daraa, è stato accuratamente programmato per far seguito agli eventi in Tunisia ed Egitto. Vale la pena notare che l’ambasciata degli Stati Uniti in diversi Paesi, ha svolto un ruolo centrale nel sostenere i gruppi di opposizione. In Egitto, per esempio, il Movimento Giovanile 6 Aprile è stato sostenuto direttamente dall’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo.

Chi è l’Ambasciatore Robert Stephen Ford?

Fin dal suo arrivo a Damasco, alla fine di gennaio 2011, l’ambasciatore Robert S. Ford ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi, così come stabilire contatti, con i gruppi di opposizione. Una ambasciata USA a Damasco operativa, era vista come una precondizione per lo svolgimento di un processo di destabilizzazione politica che porti al “cambio di regime“. L’ambasciatore Robert S. Ford non è un diplomatico qualsiasi. E’ stato rappresentante degli Stati Uniti nella città sciita di Najaf, in Iraq, nel gennaio 2004. Najaf era la roccaforte dell’esercito del Mahdi. Pochi mesi dopo è stato nominato “numero due” (Ministro Consigliere per gli Affari Politici), presso l’ambasciata USA a Baghdad, all’inizio del mandato di John Negroponte come ambasciatore in Iraq (giugno 2004 – aprile 2005). Ford successivamente ha lavorato sotto il successore di Negroponte, Zalmay Khalilzad, prima della sua nomina ad ambasciatore in Algeria nel 2006.Il mandato di Negroponte come ambasciatore USA in Iraq (insieme a Robert S. Ford) era coordinare, dall’ambasciata degli Stati Uniti, il sostegno segreto agli squadroni della morte e ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza settaria e indebolire il movimento di resistenza. Robert Robert S. Ford come “Numero Due” (Ministro Consigliere per gli Affari Politici) presso l’Ambasciata degli Stati Uniti ha giocato un ruolo centrale in questa operazione. Per capire il mandato di Robert Ford, sia a Baghdad che poi a Damasco, è importante riflettere brevemente sulla storia delle operazioni segrete degli Stati Uniti e il ruolo centrale svoltovi da John D. Negroponte.

Negroponte e l’”Opzione Salvador

John Negroponte aveva prestato servizio come ambasciatore USA in Honduras dal 1981 al 1985. Come ambasciatore a Tegucigalpa, ha giocato un ruolo fondamentale nel sostenere e supervisionare i mercenari Contras nicaraguensi che avevano sede in Honduras. Gli attacchi transfrontalieri dei Contra in Nicaragua avrebbero causato circa 50000 vittime civili. Nello stesso periodo, Negroponte è stato determinante nella creazione degli squadroni della morte militari honduregni, “operando con il sostegno di Washington, [essi] assassinarono centinaia di oppositori del regime appoggiato dagli USA.” (Vedasi Bill Vann, Bush Nominee linked to Latin American Terrorism, Global Research, novembre 2001).

“Sotto il dominio del generale Gustavo Alvarez Martinez, il governo militare dell’Honduras fu uno stretto alleato dell’amministrazione Reagan che fece “sparire “decine di oppositori politici nel modo classico degli squadroni della morte”. In una lettera del 1982 a The Economist, Negroponte scrisse che era “semplicemente falso affermare che le squadre della morte avessero fatto la loro comparsa in Honduras“. Il Country Report on Human Rights Practices che la sua ambasciata aveva inviato alla Commissione Esteri del Senato prese la stessa linea, insistendo sul fatto che non vi erano “prigionieri politici in Honduras” e che “il governo honduregno non giustifica, né permette consapevolmente omicidi di natura politica o non politica“. Eppure, secondo una serie di quattro articoli del Baltimore Sun nel 1995, nel 1982 solo la stampa honduregna coprì 318 storie di omicidi e rapimenti da parte dei militari honduregni. Il Sun ha descritto le attività di una unità segreto dell’esercito honduregno addestrata dalla CIA, il Battaglione 316, che usava “dispositivi di shock e soffocamento durante gli interrogatori. Prigionieri spesso venivano tenuti nudi e, quando non più utili, uccisi e sepolti in tombe senza nome.”

Il 27 agosto 1997, l’ispettore generale della CIA Frederick P. Hitz, aveva pubblicato un rapporto classificato di 211 pagine, dal titolo “Questioni specifiche relative alle attività della CIA in Honduras negli ’80.” Questo rapporto è stato parzialmente declassificato il 22 ottobre 1998, in risposta alle richieste del difensore civico dei diritti umani in Honduras. Gli oppositori di Negroponte chiedevano che tutti i senatori leggano il rapporto completo, prima di votare la sua nomina alla carica di rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite).”(Peter Roff e James Chapin, Face-off: Bush’s Foreign Policy Warriors, Global Research, Global Research novembre 2001).

John Negroponte – Robert S. Ford. L’”Opzione Salvador” in Iraq

Nel gennaio 2005, a seguito della nomina di Negroponte ad ambasciatore USA in Iraq, il Pentagono ha confermato, in una articolo trapelata al Newsweek, che “stava considerando la creazione di squadre d’assalto di combattenti curdi e sciiti, da indirizzare contro i leader della rivolta irachena, in un cambiamento strategico preso a prestito dalla contro-guerrigliera statunitense in America Centrale di 20 anni fa“. (El Salvador-style ‘death squads’ to be deployed by US against Iraq militants – Times Online, 10 gennaio 2005).

John Negroponte e Robert S. Ford presso l’Ambasciata degli Stati Uniti hanno lavorato a stretto contatto sul progetto del Pentagono. Due altri funzionari dell’ambasciata, e cioè Henry Ensher (Vice di Ford) e un funzionario più giovane nella sezione politica, Jeffrey Beals, svolsero un ruolo importante nella squadra che “parlava ad una serie di iracheni, compresi gli estremisti“. (Vedasi The New Yorker, 26 marzo 2007). Un altro individuo chiave nella squadra di Negroponte è stato Franklin James Jeffrey, ambasciatore statunitense in Albania (2002-2004). Jeffrey è attualmente l’ambasciatore statunitense in Iraq. Negroponte ha anche portato nel gruppo uno dei suoi collaboratori, l’ex colonnello James Steele (in pensione) del suo periodo di massimo splendore in Honduras: “Sotto l’”Opzione Salvador”, Negroponte aveva l’appoggio del suo collega dai giorni in America Centrale, durante gli anni ’80, il Col. in pensione James Steele. Steele, la cui carica a Baghdad era Consigliere per le forze di sicurezza irachene, aveva curato la selezione e l’addestramento dei membri del l’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due maggiori milizie sciite in Iraq, al fine di indirizzare la leadership e le reti di sostegno, in primo luogo contro la resistenza sunnita. Pianificati o no, questi squadroni della morte andarono subito fuori controllo e divennero la principale causa di morte in Iraq. Intenzionale o meno, decine di torturati, corpi mutilati, comparivano nelle strade di Baghdad ogni giorno, provocati dalle squadre della morte il cui impulso era stato dato da John Negroponte. Ed è stata questa violenza settaria appoggiata dagli USA, che in gran parte ha portato al disastro infernale l’Iraq di oggi”. (Dahr Jamail, Managing Escalation: Negroponte and Bush’s New Iraq Team, Antiwar.com, 7 gennaio 2007).

John Negroponte descrisse Robert Ford, mentre era presso l’ambasciata a Baghdad, come “una di quelle persone instancabili … che non pensa di indossare il giubbotto antiproiettile e l’elmetto, mentre va fuori della Zona Verde ad incontrare i contatti”. Robert S. Ford parla correntemente arabo e turco. E’ stato spedito da Negroponte ad intraprendere contatti strategici: “Una proposta del Pentagono avrebbe mandato i team delle Forze Speciali a consigliare, sostenere ed eventualmente addestrare squadre irachene, molto probabilmente formate da combattenti curdi peshmerga e da miliziani sciiti, da usare contro i ribelli sunniti e i loro simpatizzanti, anche attraverso il confine con la Siria, secondo addetti militari che sono familiari a questi discorsi. Non è chiaro, tuttavia, se questa sarebbe una politica di assassinio o di cosiddette operazioni di ‘sottrazione’, in cui gli obiettivi vengono inviati in strutture segrete, per gli interrogatori. Il pensiero corrente è che, mentre le forze speciali statunitensi avrebbero condotto le operazioni, per esempio, in Siria, le attività in Iraq sarebbero svolte dai paramilitari iracheni”. (Newsweek, 8 gennaio 2005).

Il piano aveva il sostegno del primo ministro iracheno Iyad Allawi, nominato dal governo degli Stati Uniti. “Il Pentagono non ha voluto commentare, ma un insider ha detto a Newsweek: “Quello in cui tutti sono d’accordo è che non possiamo andare avanti così. Dobbiamo trovare un modo per prendere l’offensiva contro gli insorti. In questo momento, stiamo giocando in difesa. E stiamo perdendo“. Le squadre d’assalto sarebbero controverse e probabilmente sarebbero tenute segrete. L’esperienza dei cosiddetti “squadroni della morte” in America Centrale è conosciuta da molti anche oggi, e ha contribuito a macchiare l’immagine degli Stati Uniti nella regione. … John Negroponte, l’ambasciatore statunitense a Baghdad, ha avuto un posto in prima fila quando era ambasciatore in Honduras dal 1981-85. Gli squadroni della morte erano una caratteristica brutale della politica latino-americana del tempo. In Argentina, negli anni ’70 e in Guatemala negli anni ’80, i soldati indossavano uniformi di giorno, ma usavano auto senza targa di notte per rapire e uccidere gli oppositori al regime o dei loro simpatizzanti sospetti. Nei primi anni ’80, l’amministrazione del presidente Reagan ha finanziato e contribuito ad addestrare i contras del Nicaragua basati in Honduras, con l’obiettivo di spodestare il regime sandinista del Nicaragua. I Contras erano dotati dei soldi provenienti dalle vendite illegali di armi statunitensi all’Iran, uno scandalo che potrebbe avrebbe potuto rovesciare il signor Reagan. Fu in El Salvador, che gli Stati Uniti crearono piccole unità di forze locali specificamente destinate ai ribelli. La spinta della proposta del Pentagono in Iraq, secondo Newsweek, è quello di seguire quel modello e dirigere le squadre delle forze speciali degli Stati Uniti a consigliare, sostenere e addestrare i combattenti curdi peshmerga e i miliziani sciiti contro i leader dell’insurrezione sunnita. Non è chiaro se l’obiettivo principale delle missioni sarebbe quello di assassinare i ribelli o rapirli e portarli via per gli interrogatori. Ogni missione in Siria, probabilmente, deve essere effettuata da forze speciali USA. Né è chiaro chi dovrebbe assumersi la responsabilità di un tale programma – il Pentagono o la Central Intelligence Agency. Tali operazioni segrete sono state tradizionalmente gestite dalla CIA, quale braccio occulto dell’amministrazione al potere, dando ai funzionari degli Stati Uniti la possibilità di negare la conoscenza di esso”. (Times Online, op. cit.).

Sotto la guida di Negroponte presso l’ambasciata USA a Baghdad, si scatenò un’ondata di uccisioni di civili segrete e di omicidi mirati. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira. L’obiettivo era creare divisioni tra le fazioni sunnite, sciite, curde e cristiane, oltre a eliminare i civili che sostenevano la resistenza irachena. La comunità cristiana è stata uno degli obiettivi principali del programma di assassini. L’obiettivo del Pentagono consisteva anche nell’addestrare le forze dell’esercito, della polizia e sicurezza irachene, che avrebbe portato a un programma indigeni di “contro-insurrezione” (non ufficialmente) per conto degli Stati Uniti.

Il ruolo del generale David Petraeus

Un “Multi-National Security Transition Command in Iraq” (MNSTC) fu istituito sotto il comando del generale David Petraeus, con il mandato di addestrare e attrezzare l’esercito, la polizia e le forze di sicurezza irachene. Il generale David Petraeus (che è stato nominato da Obama a capo della CIA, nel luglio 2011), assunse il comando del MNSTC nel giugno 2004, fin dall’inizio del mandato di Negroponte come ambasciatore. Il MNSTC era parte integrante dell’”Operazione Salvador in Iraq” del Pentagono, sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte. Fu classificata come esercitazione di contro-insurrezione. Alla fine del periodo di Petraeus, il MNSTC aveva addestrato circa 100.000 forze di sicurezza irachene, poliziotti, ecc; che hanno costituito un corpo militare locale da utilizzare contro la resistenza irachena, come pure i suoi sostenitori civili.

Da Baghdad a Damasco: l’Opzione Salvador in Siria

Mentre le condizioni in Siria sono marcatamente diverse da quelle in Iraq, Robert S. Ford, col suo passato di “Numero Due” dell’ambasciata USA a Baghdad, ha un impatto diretto sulla natura delle proprie attività in Siria, compresi i suoi contatti con i gruppi di opposizione. Ai primi di luglio, l’ambasciatore statunitense Robert Ford viaggiò ad Hama ed ebbe incontri con i membri del movimento di protesta. (Low-key US diplomat transforms Syria policy – The Washington Post, 12 luglio 2011). Relazioni confermano che Robert Ford ha avuto numerosi contatti con i gruppi di opposizione, sia prima che dopo il suo viaggio di luglio ad Hama. In una recente dichiarazione (4 agosto), ha confermato che l’ambasciata continuerà a “raggiungere” i gruppi di opposizione, a dispetto delle autorità siriane.

Il generale David Petraeus: Nuovo capo della CIA del Presidente Obama

Recentemente nominato capo della CIA da Obama, David Petraeus che ha guidato il programma di “Controinsurrezione” del MNSTC a Baghdad, nel 2004, in coordinamento con l’ambasciatore John Negroponte, dovrebbe svolgere un ruolo chiave nell’intelligence relativa alla Siria – tra cui il sostegno segreto alle forze di opposizione e ai “combattenti per la libertà“, l’infiltrazione dei servizi segreti e delle forze armate siriani, ecc. I lavori saranno eseguiti in collaborazione con l’Ambasciatore Robert S. Ford. Entrambi hanno lavorato insieme in Iraq, dov’erano parte del grande team di Negroponte a Baghdad, nel 2004-2005.

Michel Chossudovsky, laureato all’università di Manchester, insegna all’università di Ottawa. Dirige il Centro Ricerche e Globalizzazione del quale coordina le ricerche in Medio Oriente e America Latina. Il suo libro “America, guerra e terrorismo” è stato tradotto in 20 lingue.

Etichette: , , ,

Condividi

2 agosto 2011

Il Mossad ammette di aver ucciso uno scienziato nucleare iraniano

C’è il Mossad israeliano dietro l’assassinio di uno scienziato nucleare iraniano avvenuto la settimana scorsa, riferisce il settimanale tedesco Der Spiegel, citando “una fonte dell’intelligence israeliana”.

La scorsa settimana, Dariush Rezaeinejad, un 35enne membro dell’Organizzazione iraniana per l’Energia Atomica, è stato ucciso da due uomini armati che gli hanno sparato a bordo di una motocicletta. Questo è il quarto attacco contro uno scienziato nucleare iraniano dallo scorso anno. Nei casi precedenti, i media israeliani e i portavoce avevano accusato il Mossad, la CIA e l’MI6 di essere dietro agli attacchi.

“Questa è stata la prima operazione pubblica del nuovo capo del Mossad Tamir Pardo”, avrebbe detto un funzionario dell’intelligence israeliana secondo quanto riferito da Der Spiegel.

Il rapporto ha anche sostenuto che c’è un aspro dibattito in Israele sull’efficacia di tali uccisioni ed ha inoltre affermato che gli ufficiali della Israel Air Force hanno intensificato le loro richieste di bombardare il reattore nucleare iraniano.

“Gli esperti del Mossad da lungo tempo hanno ritenuto che il modo migliore di ritardare i progressi del programma nucleare iraniano consista nell’assassinare obiettivi chiave coinvolti nel suo sviluppo e nel colpire i reattori nucleari iraniani – ma non è chiaro quando il Primo Ministro Benjamin Netanyahu darà ascolto a questi suggerimenti”, sostiene l’articolo.

L’uomo ucciso lo scorso sabato è stato inizialmente identificato dai media di stato come Darioush Rezaei, un professore di fisica ed esperto nel trasporto dei neutroni. I media hanno poi fatto marcia indietro, in quanto le fonti ufficiali lo hanno successivamente identificato come Dariush Rezaeinejad, un dottorando in elettronica.

Funzionari stranieri contattati dalla Associated Press hanno verificato il nome, ma affermano che Rezaeinejad partecipava allo sviluppo di interruttori ad alto voltaggio, un componente chiave fondamentale per far scattare le esplosioni necessarie ad innescare una testata nucleare.

Ricapitolando, dunque, lo Stato di Israele, che di suo possiede due o tre centinaia di testate atomiche, tenta di impedire in ogni modo che uno Stato vicino, l’Iran, si doti anch’esso – come si ritiene cerchi di fare – dell’arma nucleare.

E lo fa ricorrendo sistematicamente all’assassinio di scienziati e tecnici che lavorano al programma nucleare iraniano, che fino a prova contraria è destinato ad uso esclusivamente civile, ma non disdegnando l’opzione assurda e catastrofica di un attacco aereo agli impianti nucleari iraniani.

E’ appena il caso di ricordare che il progettare e commettere assassinii all’estero di personalità influenti, scienziati, attivisti e quant’altro, è uno dei tratti che, secondo l’amministrazione americana, valgono a identificare i cd. “stati-canaglia”. Come è senz’altro Israele.
(fonte: Ha’aretz)

Etichette: , , ,

Condividi

22 dicembre 2010

La "guerra ombra" contro l'Iran.

In uno dei tanti dispacci diplomatici Usa resi noti da Wikileaks, venivano citate le affermazioni del ministro della difesa israeliano Ehud Barak, secondo il quale un attacco militare contro le strutture nucleari iraniane sarebbe stato possibile entro il 2010, finestra oltre la quale un’azione di tipo militare avrebbe comportato “inaccettabili danni collaterali”.

Ormai tramontata l’opzione bellica, la guerra al programma nucleare iraniano viene ora condotta con altri mezzi, segnatamente l’eliminazione fisica degli scienziati iraniani e gli attacchi virali contro il sistema informatico che gestisce le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Secondo l’interessante articolo di Newsweek che segue, proposto nella traduzione di
Medarabnews, dietro queste operazioni sotto copertura potrebbero celarsi gli Stati Uniti ed Israele, e chi altri? Qualcuno sicuramente applaudirà a questo genere di operazioni, qualcun altro potrebbe anche ricordare che commettere assassinii a sangue freddo in territorio straniero è uno degli elementi che vale a identificare uno “stato-canaglia”.

La guerra ombra.
20.12.2010

Le operazioni sotto copertura che prendono di mira il programma nucleare iraniano sono improvvisamente venute alla luce il 29 novembre, con violenza esplosiva e implicazioni mozzafiato per il futuro delle moderne strategie di guerra.

In quel lunedì mattina, l’alba era appena sorta su una Teheran indaffarata e così profondamente avvolta nello smog che molti pendolari indossavano maschere di protezione contro i fumi e le polveri nell’aria. Su Via Artesh, tra blocchi residenziali nuovi o non ancora terminati, il fisico nucleare Majid Shahriari si stava facendo strada nel traffico dell’ora di punta con la moglie e la guardia del corpo nella sua berlina Peugeot. Una motocicletta si è fermata accanto all’auto dello scienziato. Fin qui niente di straordinario. Ma poi l’uomo sulla moto ha attaccato qualcosa sulla parte esterna della portiera e si è allontanato a gran velocità. Quando la bomba fissata magneticamente è esplosa, il suo scoppio concentrato ha ucciso Shahriari all’istante. Ha anche ferito gli altri passeggeri nella macchina, risparmiando però le loro vite. Un colpo pulito.

Solo pochi minuti dopo, e a pochi chilometri di distanza, in un verdeggiante quartiere ai piedi dei monti Elburz, ancora una volta una moto si è affiancata alla vettura di un altro scienziato, Fereydoun Abbasi Davani. Membro di vecchia data della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Abbasi Davani era stato nominato specificamente in una risoluzione delle Nazioni Unite sulle sanzioni come “coinvolto in attività legate a missili nucleari e balistici”. Afferrando quello che stava per accadere, egli ha fermato la macchina, è saltato fuori, ed è riuscito a mettere sua moglie al sicuro prima che la bomba esplodesse.

Quella stessa mattina, in Israele, dove molti considerano il programma nucleare iraniano una minaccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico, nessuno ha celebrato pubblicamente gli attentati di Teheran. Nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. Ma nessuno l’ha nemmeno negata. Quando tutto questo è accaduto, era la mattina in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Meir Dagan avrebbe presentato le dimissioni dopo aver diretto per otto anni il Mossad e le sue operazioni segrete contro l’Iran. Sotto una foto della Peugeot completamente perforata di Shahriari, un tabloid israeliano ha titolato: “L’ultimo colpo di Dagan?”.

Ma quel lungo giorno di una guerra oscura non era ancora finito. A Teheran quel lunedì pomeriggio, ad una conferenza stampa che era stata rinviata per due ore, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto ai giornalisti che vi era “senza alcun dubbio la mano del regime sionista e dei governi occidentali” dietro gli attentati contro i due scienziati. Poi, per la prima volta, Ahmadinejad ha ammesso qualcosa che il suo governo aveva cercato di negare fino a quel momento: le centrifughe ad alta velocità utilizzate per arricchire l’uranio allo scopo di impiegarlo come combustibile nei reattori nucleari, o eventualmente a fini bellici, erano state danneggiate da un attacco cibernetico. I nemici dell’Iran – egli non ha specificato quali – erano “riusciti a creare problemi a un numero limitato delle nostre centrifughe, attraverso del software che essi hanno installato su dispositivi elettronici”. Ahmadinejad ha assicurato alla stampa che ci si stava occupando del problema. “Essi non sono in grado di ripetere simili azioni”, ha dichiarato. Eppure solo pochi giorni prima, alti funzionari iraniani avevano dichiarato che non vi era del tutto alcun problema.

Raramente una guerra segreta è stata così evidente, ma altrettanto raramente i fatti che la riguardano sono stati così confusi. In questi giorni, le teorie della cospirazione gravano su Teheran pesanti come lo smog: alcuni riformisti iraniani che si oppongono ad Ahmadinejad hanno perfino suggerito che i due scienziati presi di mira a novembre – così come un altro, Masoud Ali Mohammadi, ucciso dall’esplosione di una moto lo scorso gennaio – sarebbero stati attaccati dal regime stesso, perché vi erano sospetti sulla loro lealtà. Tutti avrebbero simpatizzato in qualche misura per il Movimento Verde di opposizione. Sia Mohammadi che Shahriari avevano partecipato ad almeno una riunione del SESAME, un’organizzazione di ricerca legata alle Nazioni Unite con sede in Giordania, dove erano presenti israeliani, arabi e iraniani. “Agli occhi della Guardia Rivoluzionaria, chiunque è una potenziale spia”, sostiene un ex funzionario dell’intelligence iraniana, che ha chiesto di rimanere anonimo per evitare probabili punizioni in Iran. “O sei dedito al sistema al 100%, o sei un nemico”.

Dunque, chi è stato? Le speculazioni stesse fanno parte della partita psicologica giocata da vari governi contro l’Iran, e in qualche misura gli uni contro gli altri. In quello che le spie della Guerra Fredda avrebbero definito un “deserto di specchi”, diversi servizi di intelligence potrebbero prendersi il merito – con una strizzatina d’occhio e un cenno del capo – per cose che non hanno fatto, negando invece ciò che in realtà hanno fatto. I nemici dell’Iran possono rallegrarsi, almeno per ora, dei timori suscitati dall’incertezza.

Quello che possiamo dedurre dalle limitate prove che sono emerse finora, secondo l’ex consigliere della Casa Bianca sull’antiterrorismo e la guerra informatica Richard Clarke, è che almeno due paesi hanno condotto simultaneamente operazioni contro l’Iran, e non necessariamente in stretto coordinamento. Uno dei due ha probabilmente portato a termine gli attentati, l’altro ha creato e in qualche modo infiltrato il “worm” altamente sofisticato Stuxnet nei computer del programma nucleare iraniano. In un’intervista, Clarke, che ora gestisce una società di consulenza sulla sicurezza, ha suggerito con insistenza che Israele e gli Stati Uniti sono le probabili fonti degli attacchi. Altri analisti ipotizzano che anche la Francia, la Gran Bretagna, e specialmente la Germania, sede della Siemens che ha prodotto il software e alcuni dei componenti hardware che sono stati attaccati dal worm Stuxnet, potrebbero essere coinvolte (un portavoce di Siemens afferma che l’azienda non fa più affari con l’Iran).

Storicamente, le operazioni sotto copertura di Israele hanno solitamente privilegiato il ricorso alla violenza. In fatto di uccisioni strategiche, il Mossad ha una tradizione cinquantennale di “omicidi mirati”, spesso avendo eliminato scienziati che avevano cercato di aiutare i suoi nemici a sviluppare armi di distruzione di massa. Il Mossad ha colpito in tutto il Medio Oriente e in tutt’Europa. L’Iran lo sa bene: fonti dell’intelligence israeliana che hanno rifiutano di essere citate, cautamente suggeriscono che la Guardia Rivoluzionaria iraniana sarebbe così convinta che sia stato il Mossad a pianificare gli omicidi, che i suoi responsabili stanno prendendo misure estreme per proteggere l’uomo considerato il prossimo della lista: Mohsen Fakhrizadeh, un professore di fisica nucleare che gli israeliani a volte chiamano “il dottor Stranamore iraniano”. Gli israeliani ritengono che egli stia dirigendo un programma segreto di armi nucleari che sarebbe distinto dalle operazioni di arricchimento dell’uranio pubblicamente conosciute a Natanz e altrove, che sono aperte agli ispettori delle Nazioni Unite. (La posizione ufficiale del governo iraniano è che tutta la sua ricerca nucleare ed il suo arricchimento dell’uranio sono puramente a scopo pacifico).

Il vero danno al programma nucleare iraniano, tuttavia, è stato arrecato da Stuxnet – il worm più sofisticato mai rilevato e analizzato, che colpisce l’hardware così come il software, un esempio delle armi informatiche segrete del futuro. “Stuxnet è l’inizio di una nuova era”, dice Stewart Baker, ex consigliere generale dell’americana National Security Agency. “E’ la prima volta che abbiamo effettivamente visto un’arma creata da uno stato raggiungere un obiettivo che altrimenti avrebbe richiesto l’uso di molti missili cruise per essere conseguito”.

Secondo i dati elaborati da David Albright dell’ Institute for Science and International Security, un think-tank di Washington che segue da vicino il programma iraniano, Teheran ha avuto grossi problemi a mettere in funzione nuove centrifughe per tutto il 2009. Le prime 4.000 già installate presso l’impianto di Natanz hanno continuato a girare, ma le successive 5.000 hanno subito ritardi. I problemi più gravi sono emersi in una serie di centrifughe conosciute come A-26, che l’Iran ha cominciato a installare alla fine del 2008 – più o meno all’epoca in cui Stuxnet ha iniziato la sua missione. Nella tarda estate del 2009, la metà delle centrifughe A-26 in funzione ha dovuto essere messa fuori servizio. Verso la fine di quest’anno – ha saputo Albright – altre 1.000 centrifughe semplicemente si sono rotte. Questo potrebbe essere il “numero limitato” a cui ha fatto riferimento Ahmadinejad.

Non tutti i guasti possono essere attribuiti a Stuxnet. Spie di Israele e probabilmente di altri paesi sono da tempo coinvolte nel sabotaggio di materiali e componenti high-tech per il programma nucleare iraniano, che Teheran ha dovuto acquistare sul mercato nero a causa delle sanzioni ONU. Nel lontano aprile 2007, Eli Levite, allora vicedirettore dell’Israeli Atomic Energy Commission, affermò a un forum a porte chiuse che “i nostri sforzi ci hanno fatto guadagnare tempo, e senza dubbio hanno causato notevoli ritardi nel progetto [nucleare iraniano]“. La soglia in corrispondenza della quale l’Iran potrà essere considerato un potenza nucleare vera e propria – che è il momento in cui Israele potrebbe lanciare un attacco militare per neutralizzare la minaccia, anche a costo di rischiare di trascinare gli Stati Uniti in una terza guerra musulmana – è ritardata da queste operazioni sotto copertura. E ciò potrebbe dare una possibilità alla diplomazia, anche se – come è successo due settimane fa a Ginevra – i colloqui con l’Iran sembrano progredire poco.

Alcune notizie della stampa suggeriscono che anche Stuxnet sarebbe un’arma israeliana. Tali notizie fanno allusione all’abilità di Tel Aviv nella scienza informatica, con particolare riferimento a quei gruppi segreti come Unit 8200, il leggendario reparto cibernetico dell’esercito israeliano. Queste notizie puntano il dito su certi codici di Stuxnet che potrebbero suggerire la data in cui fu giustiziato un importante uomo d’affari ebreo a Teheran nel 1979; o sul file “Myrtus”, un nome che potrebbe essere interpretato come un riferimento a Ester, la biblica regina ebraica di Persia che fermò un genocidio, e così via. Ma Clarke mette in guardia contro tali spiegazioni contorte. “Il ragionamento è che gli israeliani starebbero cercando di far sapere agli iraniani che sono stati loro – non così apertamente da permettere agli iraniani di affermarlo pubblicamente, ma in maniera sufficiente da far sì che gli iraniani lo sappiano”, dice. “State lontani da tutto questo”.

Ciò che è chiaro, dice Clarke, è che ci sono volute importanti risorse per sviluppare Stuxnet. Microsoft stima che la creazione del virus avrebbe probabilmente richiesto 10.000 giorni di lavoro (più di 27 anni) ad un singolo ingegnere informatico di alto livello. Diversamente dalla maggior parte dei worm e dei virus che devastano i computer, questo non è stato progettato per diffondersi in lungo e in largo, facendo danni ovunque si installi. E’ strutturato per colpire un insieme specifico di dispositivi fabbricati solo in Finlandia e in Iran, che vengono utilizzati per determinare la velocità con cui ruotano le centrifughe. Se tale velocità non è perfettamente modulata, le vibrazioni fanno rompere le macchine, come in effetti è accaduto. Secondo Eric Chien della società di antivirus Symantec che ha isolato Stuxnet come un filamento di DNA, tutte queste informazioni così incredibilmente complesse sono state inserite in Stuxnet prima ancora che esso infettasse il sistema iraniano. Clarke suggerisce che chi ha sviluppato Stuxnet probabilmente aveva lo stesso tipo di software e di centrifughe su cui eseguire i test. “E’ costoso,” dice. “Ci vogliono milioni di dollari”.

Siccome i computer del programma nucleare iraniano non sono connessi a Internet, il worm non avrebbe potuto infettarli tramite la rete. Si presume che esso sia stato installato tramite una chiavetta USB, a prescindere dal fatto che l’utente che l’ha utilizzata ne sia stato a conoscenza o meno: Stuxnet è stato progettato per non fare nulla ai computer che non sono collegati con i meccanismi di controllo che esso prende di mira. E poi, a seconda di dove si trovava, Stuxnet era probabilmente programmato per autodistruggersi. Secondo Chien, le diverse componenti del virus hanno meccanismi con “tempi di vita” diversi. Una chiavetta USB inserita in un computer appena infettato non può ospitare il worm per più di 21 giorni. Dopodiché scompare. Il worm è programmato per smettere di funzionare dopo il 1° giugno 2011sfruttando una particolare debolezza nel software di Microsoft, e il tempo di vita complessivo del worm scade nel giugno 2012.

Ma, in fin dei conti, perché perdere tempo con una data di scadenza? La risposta fornita da Clarke è talmente americano-centrica da sembrare quasi una confessione. “Tutto ciò mi suggerisce uno stato-nazione con una serie di avvocati impegnati a prendere in esame le azioni sotto copertura”, dice Clarke, il cui ultimo libro è ‘Cyber War: The Next Threat to National Security and What to Do About It’. “Finora non avevo mai visto o sentito parlare di un worm che ha limitato la sua diffusione”. Una spiegazione, ovviamente, è che i creatori del virus speravano che esso si sarebbe autodistrutto prima di essere scoperto. Un’altra possibile spiegazione, tuttavia, è che i creatori del virus e il loro governo speravano di limitare le loro responsabilità se fossero mai stati scoperti. Un ex alto funzionario dell’intelligence USA dubita che la CIA possa aver preso in considerazione un simile attacco. “I verdetti presidenziali applicabili che avevamo in questo campo non coprivano questo tipo di attività”, dice. Se gli Stati Uniti sono coinvolti – aggiunge – dev’essere stata un’operazione del Dipartimento della Difesa.

Chiunque sia dietro questo attacco cibernetico, il prossimo worm di questo genere – che potrebbe essere un adattamento dei codici Stuxnet ora ampiamente diffusi – potrebbe non essere così scrupoloso. (Immaginate cosa potrebbero farci gli anarchici che sostengono WikiLeaks. O gli iraniani). Come altre armi che hanno trasformato i campi di battaglia del secolo scorso, solo per poi diventare così diffuse da minacciare i loro stessi creatori, questo worm potrebbe rivelarsi un boomerang.

Christopher Dickey è direttore degli uffici di Parigi di Newsweek; si occupa di questioni europee, mediorientali e del Golfo Persico;
Babak Dehghanpisheh è direttore degli uffici di Baghdad di Newsweek dal dicembre 2006;
R. M. Schneiderman è un giornalista e scrittore residente a Manhattan; ha scritto per The Forward, United Press International, Newsweek, New York Times, ecc.

Etichette: , , ,

Condividi

19 ottobre 2010

Un thriller di propaganda filo-israeliana.


Esce proprio oggi nelle librerie Usa il nuovo thriller dello scrittore Joel C. Rosenberg dal titolo “Il Dodicesimo Imam”.

La trama è avvincente e suggestiva. Mentre gli “apocalittici” leader dell’Iran invocano l’annientamento di Israele e (niente meno…) degli Stati Uniti, l’agente della CIA David Shirazi viene mandato a Teheran con un unico obiettivo: distruggere le armi nucleari in possesso degli infidi iraniani, senza lasciar traccia (e ci mancherebbe…) e, soprattutto, senza innescare una guerra regionale (che sarebbe sempre alquanto spiacevole).

Mentre Shirazi si infiltra all’interno del governo iraniano, si diffonde la notizia di un oscuro uomo di fede salutato come il Messia islamico, meglio noto come il Mahdi o il Dodicesimo Imam. Si diffondono a macchia d’olio, in particolare, voci sui suoi miracoli, guarigioni, segni, prodigi, e su una nuova, terribile guerra.

Con la profezia del Dodicesimo Imam che sembra avverarsi, l’Iran si prepara a colpire Israele e a portarci tutti alla Fine dei Tempi. Shirazi deve intervenire per salvare il suo paese e noi tutti, ma il tempo scorre inesorabile…

Joel C. Rosenberg è un personaggio interessante. Americano, autore di best-seller e stratega della comunicazione, è un Cristiano evangelico il cui padre è stato cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa. Collaboratore, tra gli altri, dell’attuale primo ministro israeliano Netanyahu, è il fondatore e presidente del Joshua Fund, un’organizzazione no-profit che si prefigge di “benedire Israele e i suoi vicini nel nome di Gesù, secondo la Genesi 12:1-3”.

Ora, un thriller politico dovrebbe narrare non fatti veri ma, almeno in una certa misura, verosimili; qui, invece, assistiamo ad un esercizio della più sfrenata fantasia, ad un sovvertimento della realtà, laddove è Israele a possedere armi atomiche e non l’Iran, è Israele a voler attaccare l’Iran e non viceversa, è Israele ad aver elaborato una dottrina che prevede l’uso delle armi nucleari nel caso in cui l’esistenza dello stato israeliano venga ad essere minacciata (la cd. Samson Option).

Ma, naturalmente, la propaganda filo-israeliana non conosce limiti.

Etichette: , , ,

Condividi

15 ottobre 2010

La pace di Israele è solo un bluff.

Gli ennesimi colloqui di pace tra Israeliani e Palestinesi, appena iniziati, si trovano già in una fase di stallo, a causa dell'ostinato rifiuto da parte di Israele di sospendere l'attività di espansione delle colonie: proprio in questi giorni, il governo Netanyahu ha approvato la costruzione di 3.500 nuove unità abitative, di cui 238 a Gerusalemme est.

E', dunque, abbastanza normale che non siano in molti a nutrire fiducia nel buon esito di questi negoziati e, tra essi, vi è anche il leader di Hamas Khaled Meshaal, qui intervistato da Gianni Perrelli per l'Espresso n.41 in edicola la scorsa settimana.

La pace di Israele e' solo un bluff.

colloquio con Khaled Meshaal di Gianni Perrelli

Il negoziato per il Medio Oriente è un'altra volta in un vicolo cieco per colpa dell'ostinazione di Israele. Noi Palestinesi non abbiamo la forza sufficiente per poter dialogare alla pari. E il loro premier, Benjamin Netanyahu, non fa nulla per colmare questo squilibrio e favorire lo sviluppo della trattativa. E rifiuta tutte le nostre proposte...

Khaled Meshaal, 54 anni, leader dal 2004 di Hamas (il movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza e che nella galassia della resistenza ha le posizioni più radicali), è pessimista sulla ripresa dei colloqui promossa da Barack Obama tra Netanyahu e il Presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. E' da quattro decenni in esilio, non trascorre mai due notti di seguito nello stesso letto, ha subito almeno tre attentati.

Il più grave, nel settembre del '97, fu ordito proprio da Netanyahu (anche allora premier) che inviò a Amman una squadra di dieci agenti segreti. I sicari si intrufolarono di notte nella casa di Meshaal e, mentre dormiva, gli iniettarono una dose di veleno nel collo. Due degli attentatori furono arrestati. Re Hussein di Giordania intimò al governo israeliano l'invio dell'antidoto che strappò il capo palestinese alla morte.

"L'espresso" ha incontrato Meshaal in una sede superblindata alla periferia di Damasco. Occhio attento alle news che scorrono in televisione, scettico, quasi sprezzante, sull'invito rivolto da Netanyahu ai Palestinesi di non abbandonare il tavolo delle trattative.

"Abu Mazen, dopo la fine della moratoria sugli insediamenti, ha giustamente detto che è impossibile proseguire il dialogo. Ma il governo israeliano finge di cercare ancora la pace solo per dimostrare di essere veramente interessato al negoziato. Un modo per prendere tempo. Spetta alle grandi potenze smascherare questo inganno. In primo luogo agli Stati Uniti, ma anche all'Europa, che non può sottrarsi alle sue responsabilità. Perchè il dramma mediorientale è un bubbone che sta infettando tutto il mondo".

Migliorerebbe la prospettiva se in Israele fossero al governo i laburisti?

"Netanyahu è sicuramente un estremista. Ma anche quando erano al potere i laburisti non è successo niente. Il rifiuto degli israeliani dipende dal sionismo. Chi conosce la storia sa che è una filosofia di vita prima ancora che una dottrina politica".

Non pensa che Israele potrebbe avere un atteggiamento più morbido se decideste di liberare il soldato Gilad Shalit, prigioniero dal 2006?

"Per il momento il suo rilascio è fuori discussione. Nelle carceri israeliane i nostri prigionieri politici sono 8mila. Abbiamo proposto, in cambio della restituzione di Shalit, che ne liberassero un centinaio. Ma Netanyahu non è interessato".

Abu Mazen si è consultato con lei, magari indirettamente, prima di iniziare i colloqui di pace?

"No, i canali di comunicazione sono interrotti. Ma stiamo lavorando per riprendere a confrontarci. E' necessario fare uno sforzo comune per ritrovare l'unità fra tutti i gruppi della resistenza".

Hamas però è accusato di non rispettare a Gaza i parametri classici della democrazia.

"E' una affermazione ingiusta. Un frutto del complotto contro la nostra sicurezza che attraverso il blocco ha l'obiettivo di rovesciare il legittimo governo di Gaza".

Se fosse presente anche lei al negoziato quale strategia di dialogo adotterebbe?

"Prima di iniziare una vera trattativa per far cessare il conflitto, Israele dovrebbe impegnarsi a riconoscere sulla carta i nostri diritti. Solo così potremmo dialogare alla pari. Altrimenti, fino a che ci troveremo in una condizione di inferiorità, i colloqui per noi sono solo pericolosi. Servono invece a Netanyahu per uscire dall'isolamento cercando di relegare in secondo piano l'occupazione dei nostri territori. E sono utili anche ad Obama per rimontare la corrente alla vigilia delle elezioni di novembre".

Obama e Hillary Clinton sembrano in realtà guardare più lontano: al traguardo storico della pace duratura che conferirebbe un altissimo profilo all'attuale Amministrazione americana.

"Se è così, perchà non hanno mai mosso un dito contro la prepotenza degli israeliani? Noi abbiamo proposto di ripristinare le frontiere del '67. Ma gli Usa continuano ad avere un occhio di riguardo per Netanyahu che non mostra alcuna voglia di aderire a questo piano. Gli stessi giornali israeliani, sul fronte della sicurezza, scrivono che la linea politica di Obama è una garanzia per il loro popolo. E il mediatore americano George Mitchell nei suoi colloqui del Cairo ci ha esortato a non rompere il negoziato senza parlare della ripresa degli insediamenti".

Anziché irrigidirsi non sarebbe più costruttivo proporre qualche compromesso, andando incontro alla sacrosanta esigenza di sicurezza degli israeliani? Una trattativa non si sblocca mai se non si trova un punto di mediazione.

"Un giusto compromesso lo abbiamo individuato vent'anni fa quando, proponendo il ritiro di Israele nelle frontiere del '67, ci siamo detti disposti a rinunciare in cambio della pace al 20 per cento del nostro territorio. E' stata una concessione di non poco conto. Ora è ingiusto che ci chiedano altri sacrifici. L'obiettivo inderogabile resta la costituzione di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno ai confini antecedenti la guerra dei sei giorni, il diritto al rimpatrio dei profughi. Meno di questo non possiamo accettare".

Se neanche stavolta sarà individuata una via d'uscita, che scenario immagina per il futuro?

Se la porta resterà chiusa non potrà che continuare la nostra resistenza. Non abbiamo altra scelta".

Può scoppiare la terza Intifada?

"Può essere uno sbocco".

Ma accentuerebbe il vostro isolamento.

"Non siamo così soli. Ci è molto vicina la Turchia. E possiamo contare su amici fidati come l'Iran, la Siria, il Qatar, il Sudan".

Lei è mai stato contattato come possibile interlocutore dagli inviati di Obama?

"Direttamente no. Ci sono stati solo contatti marginali. Con funzionari in pensione mandati a Damasco per tastare il terreno".

Come giudica la politica estera di Obama?

"Le sue mosse iniziali sembravano dischiudere un approccio amichevole nei confronti del mondo arabo. Poi qualcosa è cambiato. E in questo negoziato Obama non si è certo stracciato le vesti per impedire che Netanyahu estendesse l'occupazione. E' possibile che il presidente americano sia animato da buone intenzioni, ma non riesce a metterle in pratica. O perchè non ha la forza sufficiente o perchè è ostacolato da influenze esterne".

Sul dossier Iran cosa pensa della linea di Washington?

"Penso che i problemi gli arriveranno ancora una volta da Israele, che sta valutando la possibilità di attaccare l'Iran".

Un'eventuale bomba iraniana non è una minaccia per tutto il Medio Oriente?

"Se a Obama da' fastidio la presenza dell'atomica in quest'area, perchè non interviene su Israele che l'ha in dotazione?".

Etichette: , , ,

Condividi

22 agosto 2010

Gli Ebrei in Iran stanno molto meglio dei Palestinesi a Gaza.

La propaganda filo-israeliana ama dipingere il Presidente iraniano Ahmadinejad come un abietto antisemita e un novello Hitler, ma la verità dei fatti è che la comunità ebraica iraniana – la più numerosa in Medio Oriente al di fuori di Israele - vive tranquillamente nella pienezza dei diritti civili e di libertà, anche religiosa.

Di questo tratta l’articolo che segue, pubblicato il 18 agosto da Mike Whitney su counterpunch.org e tradotto dal sito Come DonChisciotte.

Aggiungo solo che gli ebrei iraniani stanno molto meglio non solo dei Palestinesi di Gaza, come è ovvio, ma anche di quelli che vivono in Israele, dei veri e propri cittadini di seconda classe pesantemente discriminati sul piano legislativo (in Israele almeno 35 leggi esplicitamente privilegiano gli Ebrei rispetto ai non Ebrei), nella pratica amministrativa, nella distribuzione dei fondi per il welfare e per lo sviluppo.

Ma, ancora una volta, la propaganda sionista e l’acquiescenza e/o il servilismo dei media riescono a fornire una rappresentazione della realtà completamente rovesciata.

Perché gli Ebrei iraniani stanno meglio dei Palestinesi di Gaza.
Di Mike Whitney
counterpunch.org 18.8.2010

25 000 Ebrei vivono in Iran. È la più grande popolazione ebraica nel Medio Oriente fuori da Israele. Gli Ebrei iraniani non sono perseguitati, né subiscono abusi da parte dello stato, anzi, sono protetti dalla Costituzione iraniana. Sono liberi di praticare la loro religione e di votare alle elezioni. Non vengono fermati e perquisiti ai posti di blocco, non vengono brutalizzati da un esercito di occupazione, e non vengono ammassati in una colonia penale densamente popolata (Gaza) dove vengono privati dei loro mezzi di sussistenza di base. Gli Ebrei iraniani vivono nella dignità e godono dei diritti della cittadinanza.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato demonizzato dai media occidentali. Viene definito un antisemita e il “nuovo Hitler”. Ma se queste teorie sono vere, perché la maggioranza degli Ebrei iraniani ha votato per Ahmadinejad alle recenti elezioni presidenziali? Potrebbe essere che la gran parte di quello che sappiamo su Ahmadinejad altro non sia che voci senza fondamento e propaganda?

Questo estratto è stato pubblicato in un articolo della BBC: “l’ufficio (di Ahmadinejad) ha fatto una recente donazione di denaro all’ospedale ebraico di Tehran. È solo uno dei quattro ospedali di carità ebraici in tutto il mondo ed è finanziato con le sovvenzioni della diaspora ebraica – una cosa straordinaria in Iran, dove persino le organizzazioni di aiuto locali hanno difficoltà a ricevere sovvenzioni dall’estero per timore di essere accusati di essere agenti stranieri”.

Quando mai Hitler ha donato denaro agli ospedali ebraici? L’analogia con Hitler è un tentativo disperato di fare il lavaggio del cervello agli Americani. Non ci dice niente di come sia realmente Ahmadinejad.

Le menzogne su Ahmadinejad non sono diverse da quelle su Saddam Hussein o su Hugo Chavez. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di creare la giustificazione per un’altra guerra. È per questo che i media attribuiscono ad Ahmadinejad di aver detto cose che non ha mai detto. Non ha mai detto di “volere cancellare Israele dalla carta geografica”. Questa è un’altra finzione. L’autore Jonathan Cook spiega quello che il presidente iraniano ha realmente detto: “Questo mito è stato riciclato a non finire dal momento in cui fu commesso un errore di traduzione di un discorso di Ahmadinejad fatto quasi due anni fa. Gli esperti della lingua persiana hanno verificato che il presidente iraniano, lungi dal minacciare di distruggere Israele, stava citando un discorso precedente del defunto Ayatollah Khomeini, in cui rassicurava i sostenitori dei Palestinesi che “il regime Sionista a Gerusalemme” sarebbe “svanito dalla pagina del tempo”.

Non minacciava di sterminare gli Ebrei e neppure Israele. Stava paragonando l’occupazione da parte di Israele dei [territori] Palestinesi ad altri sistemi illegittimi di governo il cui tempo è ormai finito, compresi gli Shah che un tempo governavano l’Iran, l’apartheid in Sud Africa e l’impero sovietico. Ciononostante, questa traduzione errata è persistita e ha prosperato perché Israele e i suoi sostenitori l’hanno sfruttata per i propri crudi scopi di propaganda”. (“Israel Jewish problem in Tehran, Jonathan Cook, The Electronic Intifada)

Ahmadinejad non rappresenta una minaccia né per Israele né per gli Stati Uniti. Come chiunque altro in Medio Oriente, vuole una tregua dall’aggressione degli USA e di Israele.

Questo [estratto] proviene da Wikipedia: “Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha mosso accuse di discriminazione in Iran contro gli Ebrei. Secondo tale studio, gli Ebrei non potrebbero occupare alte posizioni nel governo e non potrebbero prestare servizio nei servizi giudiziari e di sicurezza, né diventare presidi di scuole pubbliche. Lo studio dice che ai cittadini ebrei è consentito ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese, ma che spesso gli vengono loro negati i permessi di uscite multiple normalmente rilasciati agli altri cittadini. Le accuse mosse dal Dipartimento di Stato americano sono state condannate dagli Ebrei iraniani. La Association of Tehrani Jews ha detto in una dichiarazione, “noi Ebrei iraniani condanniamo le accuse del Dipartimento di Stato americano sulle minoranze religiose iraniane, annunciato che siamo pienamente liberi di praticare i nostri doveri religiosi e non sentiamo alcuna restrizione in merito alla pratica dei nostri rituali religiosi”.

A chi dovremmo credere: agli Ebrei che a tutti gli effetti vivono in Iran, o alle provocazioni del Dipartimento di Stato americano?

Ci sono 6 macellerie kosher, 11 sinagoghe e numerose scuole ebraiche a Tehran. Né Ahmadinejad, né nessun altro funzionario del governo iraniano ha mai fatto alcun tentativo di far chiudere queste strutture. Mai. Gli Ebrei iraniani sono liberi di viaggiare (o di spostarsi) ad Israele a loro piacimento. Non sono imprigionati da un esercito di occupazione. Non gli vengono negati né cibo, né medicine. I loro figli non crescono con disturbi mentali provocati dal trauma della violenza sporadica. Le loro famiglie non vengono fatte saltare in aria dagli elicotteri d’assalto che girano intorno alle spiagge. I loro sostenitori non vanno a finire sotto ai bulldozer, né gli vengono sparati nel cranio delle pallottole di gomma. Quando fanno manifestazioni pacifiche per le loro libertà civili non vengono picchiati né vengono usati gas lacrimogeni. I loro leader non vengono perseguitati ed uccisi con assassini premeditati.

Roger Cohen ha scritto un articolo molto attento sull’argomento per il New York Times. Ha detto: “Sarà che io prediligo i fatti alle parole, ma dico che la realtà della civiltà iraniana nei confronti degli Ebrei ci dice più sull’Iran – sulla sua sofisticazione e sulla sua cultura – di quanto lo faccia tutta la retorica incendiaria. Potrà essere perché sono ebreo, e raramente sono stato trattato con un tale e costante calore come in Iran. O forse mi ha colpito che l’ira per Gaza, sbandierata sui poster e sulla TV iraniana, non si è mai riversata sotto forma di insulti o di violenze contro gli Ebrei. O forse è perché sono convinto che la caricatura di “Mullah Pazzo” dell’Iran e che l’assimilarne qualunque compromesso al Monaco del 1938 – una posizione popolare in alcuni circoli ebraici americani – sia fuorviante e pericoloso”. (“What Iran’s Jews Say”, Roger Cohen, New York Times).

La situazione non è perfetta per gli Ebrei che vivono in Iran, ma è meglio di quella dei Palestinesi che vivono a Gaza. Molto meglio.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato all’indirizzo fergiewhitney@msn.com.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Etichette: , , , ,

Condividi

9 giugno 2010

Grazie Iran, ma lascia stare!

L’opinione del noto blogger palestinese Haitham Sabbah sull’offerta iraniana di inviare navi con aiuti umanitari scortate dai Guardiani della Rivoluzione.
7 giugno 2010

Come forse avrete sentito, l’Iran si è offerto per inviare navi cariche di aiuti a Gaza. Come dichiarato a Tehran, “la Mezzaluna iraniana ha deciso di inviare a Gaza, questa settimana, due navi cariche di aiuti e ha invitato i volontari a contribuire come soccorritori e ad accompagnare le imbarcazioni”, ha affermato l’agenzia stampa di stato IRNA.

Inoltre, “le Guardie della Rivoluzione iraniana sono pronte a scortare le imbarcazioni per gli aiuti a Gaza se la guida suprema del paese, l’Ayatollah Ali Khamenei, lo decidesse”, ha detto domenica un portavoce di Khamenei.

“Le forze navali delle Guardie rivoluzionarie sono completamente preparate a scortare le imbarcazioni della libertà e della pace che trasportano aiuti umanitari provenienti da tutto il mondo e diretti a Gaza”, ha detto Ali Shirazi, ufficiale navale di Khamenei, all’agenzia stampa Mehr.

“Se al riguardo lo stimato leader della Rivoluzione (Khamenei) dà ordine alle forze navali delle Guardie rivoluzionarie, faranno un’azione concreta nel impiegare le loro capacità e i loro equipaggiamenti per scortare la flottiglia a Gaza”, ha riferito.

Come hanno sempre fatto riguardo al conflitto palestinese, gli iraniani cercano di sfruttare la condizione dei palestinesi a loro vantaggio. La “liberazione della Palestina” è sempre stata parte integrante della propaganda della “Rivoluzione islamica iraniana”. Ma se date un’occhiata alle realtà sul terreno, non hanno mai fatto niente di buono per la Palestina e i palestinesi fuorché alzare la voce e sventolare bandiere palestinesi nelle loro saltuarie manifestazioni di piazza. A parte questo, hanno dato appoggio e ancora appoggiano Hamas con finanziamenti quasi inesistenti, quel tanto che basta a mantenerli in vita di fronte ad altri partiti palestinesi. Se questo sia positivo o meno è opinabile ma in linea generale chi non sostiene Hamas non vede niente di buono in questo rapporto che, al contrario, ha sempre costituito, per loro, un valido motivo per stare lontani da Hamas stesso in modo da non venir tacciati come sostenitori dell’Iran.

Ora, diciamo le cose come stanno. Noi non siamo contrari ai diritti legittimi dell’Iran. Come ogni nazione in terra, rispettiamo e accettiamo qualsiasi governo che sia la voce del suo popolo, cioè, un governo eletto democraticamente, ma questo non è il caso. D’altra parte, non siamo per niente contrari a qualunque aiuto offerto ai palestinesi, ma dovremmo sempre porci, quando si ha a che fare con qualcosa che riguarda la nostra lotta, una semplice domanda: a quale prezzo?

L’Iran è al centro di pressioni internazionali a causa del suo programma nucleare, quindi la questione della Gaza Freedom Flotilla e tutte le reazioni favorevoli che i palestinesi stanno ricevendo come conseguenza della stupidità israeliana diventeranno una miniera d’oro per la macchina della propaganda iraniana nel momento in cui ne avranno bisogno. Ma chi ci crederà? A quel che sembra, anche Hamas ha capito che, al di là delle apparenze, se accettasse quest’offerta, le tensioni nella regione verrebbero esacerbate. Stando alla fonte Stratfor:

7 Giugno 2010
Hamas ha rifiutato la richiesta delle Guardie della Rivoluzione iraniana di scortare le imbarcazioni per rompere l’assedio inflitto a Gaza, affermando di non desiderare ulteriori tensioni nella regione, ha riferito Al Sharq Al Awsat il 7 giugno. Il legislatore di Hamas Jamal al Khrzi ha detto che l’organizzazione non vuole nessun intervento armato che potrebbe portare ulteriore tensione nella regione o comportare che autorità civili vengano a Gaza per mezzo di attività militari.

E questo è come è apparsa la notizia su sito di Al Sharq Al Awsat:

Mentre le Guardie della Rivoluzione iraniana si sono offerte di scortare le “navi di Gaza”, il movimento di Hamas ha rifiutato qualsiasi interferenza militare a riguardo della questione delle navi che stanno cercando di rompere l’assedio contro Gaza. Il legislatore di Hamas Jamal al Khodari ha detto a “Al Sharq Al Awsat” che Hamas non vuole nessun intervento militare[…].

Allora vediamo, chi è che vuole che l’assedio su Gaza finisca? Tutti, eccetto i sionisti! Ma se l’Iran s’intromette in questa ondata generale di sostegno che chiede la fine dell’assedio, chi avrà un motivo più valido per rendere l’assedio ancor più soffocante e tenterà di giustificarlo? Ovvio, Israele! Loro affermano da sempre che l’Iran sta rifornendo Hamas di missili (cosa di cui nessuno, direttamente o meno, è mai stato testimone), e quale migliore pretesto da offrire ad Israele per opporsi alla fine dell’assedio? Ciò non farebbe che tornare utile alla loro propaganda.

La Palestina non ha mai rappresentato alcun interesse per l’Iran. Il conflitto ormai va avanti da decenni, quante volte l’Iran ha sparato un solo proiettile verso l’occupazione israeliana (letteralmente od ipoteticamente)? Mai! Tutto quel che loro cercano è visibilità e attenzione per sé e provocare, così da pensare poi di apparire come eroi.

Sfortunatamente, è la mancanza di un’azione positiva degli stati arabi che conferisce all’Iran uno spazio in cui inserirsi in questo gioco. Ma meglio tardi che mai. Tutti noi arabi speriamo che i nostri leader si decidano ad intraprendere azioni a favore della Palestina, magari anche soltanto una volta! E comunque dovrebbero essere azioni concrete, valide e sostenibili, per un cambiamento reale, e non inutili litanie.

Dovremmo tutti tenere presente che il movimento internazionale non riguarda l’Iran ma la Palestina! Non c’è bisogno di un’escalation della questione Iran fintantoché abbiamo il mondo che ci sostiene. Sappiamo ovviamente che il mondo non sostiene la propaganda iraniana che dice di voler inviare le proprie Guardie Repubblicane a rompere l’assedio. In realtà, dentro ognuno di noi c’è la consapevolezza che l’Iran non farà mai una cosa del genere. Ma dovremmo anche essere chiari.

Dovrebbe esser chiaro che noi non sosteniamo assolutamente una guerra all’Iran o l’interferenza nei suoi affari interni, e gli ufficiali iraniani farebbero bene a comprendere che il sostegno internazionale e pacifista all’Iran, in questo caso, non significa che gli attivisti sosterranno la loro egoistica propaganda a buon mercato. Gli attivisti contrari alla guerra non sono così ignoranti da credere a questa gratuita bolla di sapone mediatica. Noi sosteniamo gli iraniani liberi, il popolo iraniano in generale, non un governo in particolare o i “rivoluzionari islamici” (sebbene nel mondo abbiano i loro sostenitori). Siamo contro la guerra e sempre lo saremo perché amiamo e sosteniamo gli iraniani, non la “Rivoluzione Islamica iraniana”. In realtà, gli ufficiali iraniani dovrebbero capire che questo gioco potrebbe costar loro un mucchio di sostegno, a livello internazionale.

Quindi, grazie Iran, ma non abbiamo bisogno del tuo aiuto umanitario.

Questo articolo è apparso in inglese su Palestine Think Tank
http://palestinethinktank.com/2010/06/07/thanks-iran-but-no-thanks/

La traduzione potrebbe essere liberamente riprodotta, citando per intero l’autore, traduttore, fonte e fonte originale. Questa è una Gulagnik Traduzione.

Etichette: , , ,

Condividi

11 marzo 2010

Appello: Fermare l'aggressione all'Iran!

Come abbiamo già avuto modo di osservare, in questi mesi si assiste al paradosso per cui i governanti di Israele - uno stato che possiede dalle duecento alle trecento testate atomiche e che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare - denunciano a gran voce la terribile minaccia per la pace costituita dall'Iran, uno stato che non possiede neanche una bomba atomica e che neppure vuole possederla, e che si sottopone alle ispezioni dell'Aiea.

Con l'aiuto del fedele alleato americano, Israele sta conducendo la sua battaglia per isolare l'Iran e sottoporlo a sempre più dure sanzioni economiche (chiedendone con Peres persino l'espulsione dall'Onu), senza peraltro nascondere che non esiterà in alcun modo a scegliere l'opzione militare per distruggere quella che considera una minaccia "esistenziale".

Ritengo dunque necessario e doveroso dare la massima diffusione a questo importante appello, che vuole chiamare alla mobilitazione contro l'aggressione all'Iran. E' possibile inviare la propria adesione scrivendo a giulemanidalliran@alice.it

Fermare l’aggressione all’Iran!
Denuclearizzare l’intero Medio Oriente!
Porre fine all’assedio di Gaza e al martirio del popolo palestinese!

Sin da quando G.W. Bush definì l’Iran uno “Stato canaglia” è in corso contro questo paese dalla storia plurimillenaria e il suo governo una brutale campagna di demonizzazione; una campagna fondata sulla menzogna che con tutta evidenza serve a spianare la strada all’aggressione militare.

Tutti ricordiamo come fu preparata la guerra all’Iraq. Mentre le sanzioni e l’embargo provocavano mezzo milione di morti (anzitutto bambini, a causa dell’assenza di medicinali, latte e beni di prima necessità), l’Iraq era accusato di accumulare “armi di distruzione di massa”. Come dimenticare la grande messa in scena con cui Colin Powell, per giustificare quella che sarà la più grande carneficina dopo il Vietnam, giunse a ingannare l’assemblea dell’ONU mostrando la famigerata “pistola fumante”?

Gli Stati Uniti, che difendono la loro supremazia mondiale con migliaia e migliaia di testate nucleari e la più imponente macchina bellica di tutti i tempi, giustificano le terribili sanzioni da imporre all’Iran e l’eventuale attacco militare con l’argomento secondo cui la Repubblica islamica cercherebbe di dotarsi della bomba atomica per poter attaccare Israele. L’accusa è sdegnosamente respinta da Tehran, e comunque ancora una volta la Casa Bianca usa due pesi e due misure. E’ infatti noto che Israele possiede centinaia di testate nucleari, buona parte delle quali puntate sull’Iran e ognuna delle quali potrebbe radere al suolo Tehran.

I nemici dichiarati dell’Iran (anzitutto Israele e Stati Uniti, a cui si accoda l’Unione Europea), nel tentativo di ingannare l’opinione pubblica e compattare il loro fronte interno, indossano la solita maschera, quella di paladini della libertà, della democrazia e della non-violenza. In particolare, essi contestano al governo di Tehran la dura repressione delle proteste. I sottoscritti non amano né le dittature, né la sospensione dei diritti di libertà, ovunque questo avvenga, ma prima di dare lezioni di democrazia i nemici dell’Iran dovrebbero porre fine allo Stato d’assedio e alla minaccia militare a cui sottopongono questo paese, visto che la guerra, come la storia insegna, è il più grave ostacolo alla libertà. In ogni caso, non possono ergersi a campioni dei diritti dell’uomo quegli stessi paesi, le cui truppe compiono massacri in Afghanistan o in Palestina, che sostengono colpi di stato per rovesciare governi ostili (Honduras), che non esitano a ricorrere agli attentati terroristici o all’«eliminazione mirata» di esponenti politici o scienziati considerati pericolosi.

Mentre si aggravano i pericoli di guerra esprimiamo il nostro sdegno per le affermazioni rilasciate da Berlusconi nel corso del suo viaggio in Israele. Non solo egli ha giustificato i massacri indiscriminati contro i palestinesi di Gaza, non solo ha difeso l’idea razzista e segregazionista di Israele quale stato puramente ebraico (con la sostanziale esclusione della popolazione araba dal godimento dei diritti politici). Calpestando i sentimenti di pace del popolo italiano e danneggiando gli stessi interessi nazionali, Berlusconi ha assicurato agli israeliani che l’Italia interromperà le relazioni economiche con l’Iran e sosterrà in ogni sede la richiesta di durissime sanzioni. In altre parole Berlusconi ha dato man forte ai falchi israeliani, i quali sono pronti, una volta ottenuto il semaforo verde da Obama, a rovesciare sull’Iran un devastante bombardamento, senza escludere il ricorso all’arma atomica.

Occorre fermare l’escalation anti-iraniana e smantellare l’arsenale atomico israeliano per denuclearizzare il Medio oriente.

L’assedio israeliano di Gaza deve finire ed il popolo palestinese deve vedere finalmente riconosciuti i suoi diritti.

PRIMI FIRMATARI

Domenico Losurdo – Università di Urbino
Gianni Vattimo – Filosofo e parlamentare europeo
Danilo Zolo – Università di Firenze
Margherita Hack – Astrofisica
Lucio Manisco – Giornalista, già parlamentare europeo
Marino Badiale – Università di Torino
Aldo Bernardini – Università di Teramo
Giovanni Bacciardi – Università di Firenze
Enzo Apicella - Designer, Londra
Fernando Rossi - ex senatore, Per il Bene Comune
Sergio Cararo - Rivista Contropiano
Maurizio Fratta - Coordinatore Rivoluzione Democratica
Fausto Sorini - Redazione de l'Ernesto
Leonardo Mazzei – Campo Antimperialista
Alessandro Leoni - Cpn Prc
Riccardo Filesi - Comunisti Uniti Lazio
Miriam Pellegrini - Partigiana di Giustizia e Libertà
Andrea Catone - Direttore de l'Ernesto
Spartaco Ferri - Partigiano della Divisione Garibaldi
Andrea Fioretti - Comunisti Uniti del Lazio
Fabio Marcelli - Vicesegretario Ass. Internazionale Giuristi Democratici
Mary Rizzo Palestine Think tank
Andrea Torre - Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
Vladimiro Giacché – Economista
Costanzo Preve – Filosofo, Torino
Carlo Fabretti - Matematico, Accademia della Scienze New York
Michela Maffezzoni - Fondazione Cipriani, Cremona
Walter Ceccotti - Coord. naz. l'Ernesto
Francesco Rozza - Coord. naz. l'Ernesto
Enrico Sodacci - Presidente Sumud
Maria Grazia Da Costa - Campo Antimperialista
Gualtiero Alunni - Cpn Prc
Ugo Giannangeli – Avvocato, Milano
Urbano Boscoscuro - Cpn Prc
Paolo Simonelli - Cpn Prc
Giuseppe Pelazza – Avvocato, Milano
Moreno Pasquinelli – Campo Antimperialista
Hamza Roberto Piccardo – Direttore www.islam-online.it
Tusio De Iuliis – Presidente “Passage to the South.org”
Nuccia Pelazza – Insegnante, Milano
Stefania Campetti - Archeologa
Carlo Oliva – Pubblicista
Gabriella Solaro – Resp. archivio Ist. Naz. Storia del Mov. di Liberazione in Italia
Giuseppe Zambon – Editore
Vainer Burani – Avvocato, Reggio Emilia
Cesare Allara – Com. Sol. con il Popolo Palestinese, Torino
Umar Andrea Lazzaro – Amministratore www.islam.forumup
Sergio Starace – Colletivo Iqbal Masih, Lecce
Antonio Stacchiotti – L.u.p.o. Osimo (Ancona)
Gian Marco Martignoni – Segreteria provinciale Cgil, Varese
Ascanio Bernardeschi – Prc Volterra (PI)
Fausto Schiavetto – Soccorso Popolare, Padova
Elvio Arancio - Resp. esteri Per il Bene Comune
Aldo Zanchetta – Lucca
Marina Minicucci - Giornalista
John Catalinotto - IAC (USA)
Paola Redaelli - Redazione "Italia Contemporanea"
Corrado Bertani - Operatore culturale
Stefano Franchi - Prc Bologna
Marco Trapassi - Direttivo prov. Prc Parma
Sergio Ricaldone - Comitato Mondiale Partigiani della Pace
Luciano Giannoni - Segreteria prov. Pdci Livorno
Alexander Hoebel - Università di Napoli
Mirco Solero - Coord. naz. l'Ernesto
Pio De Angelis - Coord. naz. l'Ernesto
Mauro Gemma - Direttore l'Ernesto online
Stefano G. Azzarà - Università di Urbino
Manuela Ausilio - Comunisti Uniti Lazio
Luca Minghinelli - Campo Antimperialista
Massimo Maccagno - Campo Antimperialista
Antonio Mazzeo - Giornalista
Aurelio Fabiani - Casa Rossa, Spoleto
Miguel Urbano - Scrittore
Enrico Mascelloni - Critico d’arte, Roma

Etichette: , , ,

Condividi

10 marzo 2010

La vera minaccia per la pace.


(Vignetta di Carlos Latuff)

I governanti di Israele - uno stato che possiede un rispettabile arsenale atomico fatto di due-trecento testate e che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare - strepitano come ossessi e denunciano la terribile minaccia costituita dall'Iran - uno stato che non possiede l'atomica, che dichiara di non volerla e che si sottopone alle ispezioni dell'Aiea.

Nel contempo, lontano dai riflettori, Israele continua a porre in essere atti provocatori e illegali, ordinando demolizioni in serie delle case palestinesi nel quartiere di Silwan e, soprattutto, autorizzando la costruzione di ben 1.600 (!) nuove abitazioni illegali a Gerusalemme est.

Alterando così in maniera tendenzialmente irreversibile lo status e la composizione demografica del territorio occupato di Gerusalemme e, altrettando irreversibilmente, compromettendo ogni speranza di pace con i Palestinesi.

E, d'altronde, un vero "campo della pace" in Israele non è mai nato e probabilmente, rebus sic stantibus, non nascerà mai.

Etichette: , , , , ,

Condividi

15 febbraio 2010

I venti di guerra che spirano da Israele.

Lungi dall’essere un faro di civiltà e democrazia, Israele costituisce piuttosto uno dei principali fattori di instabilità e di tensioni per l’intero medio oriente. Tensioni che sembrano riacutizzarsi sensibilmente in questo inizio del 2010.

Non contenti di assediare e di affamare da anni un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, all’inizio di gennaio alcuni alti ufficiali dell’esercito israeliano hanno definito come inevitabile un nuovo round di combattimenti contro Hamas.

Alcuni giorni dopo, in concomitanza con una serie di esercitazioni militari previste lungo il confine libanese, il ministro israeliano Yossi Peled ha affermato che, a suo giudizio, “è solo questione di tempo prima che vi sia un nuovo scontro militare nel nord”. Conflitto che, a differenza del passato, vedrebbe contrapposto Israele non solo ad Hezbollah, ma all’intero stato libanese, tanto più che adesso il movimento sciita fa parte del governo.

Nei giorni scorsi, infine, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ammonito che lo stallo del processo di pace con la Siria potrebbe portare addirittura ad una guerra vera e propria. E non si capisce bene di chi altri possa essere la colpa della paralisi delle trattative di pace se non dello stesso Israele, che occupa le alture del Golan dal 1967 e non mostra alcuna intenzione di restituirle ai legittimi proprietari.

Ma, naturalmente, il principale focolaio di tensione è rappresentato dalla questione iraniana, con Israele che minaccia un intervento militare per fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, trovando sponda in America nei soliti guerrafondai neocon. Poco importa che Israele già possieda dalle duecento alle trecento testate nucleari, che diamine, quello è uno Stato democratico e un fedele alleato!

Peccato che per colpa di questo Stato “democratico” il mondo intero rischia di imbarcarsi in una nuova avventura militare dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente disastrose.

Su quest’ultimo argomento, propongo l’articolo di Sobhi Ghandour, apparso su al-Bayan il 4 febbraio scorso, e soprattutto l’intervista rilasciata il 5 febbraio dall’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, al Jerusalem Post, nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews.

Il fattore israeliano nell’aggravarsi della crisi iraniana.
4.2.2010

La questione iraniana è di nuovo al centro dell’attenzione internazionale a causa della controversia fra i paesi occidentali e Teheran riguardo all’arricchimento dell’uranio iraniano e alla possibilità di un suo trasferimento all’estero.

Queste trattative sono affiancate dalle indiscrezioni sui preparativi militari per un possibile attacco all’Iran e per contrastare le possibili risposte iraniane su più fronti.

Tutto ciò riporta in primo piano l’interrogativo sulle possibilità di arrivare a un accordo o allo scontro militare con Teheran.

Il fattore israeliano è estremamente importante in questa crisi fra l’Occidente – e Washington in particolare – e l’Iran. Nella regione mediorientale, Israele è l’unico stato in possesso di un arsenale nucleare. Ma l’Occidente non presta alcuna attenzione ai pericoli che questo comporta, mentre invece impedisce a qualsiasi paese arabo o islamico di entrare in possesso di armi atomiche.

E non ha alcun valore la scusa sulla quale l’Occidente basa questa sua posizione, cioè il fatto che Israele sarebbe uno “stato democratico alleato” del quale ci si può fidare. Molti paesi mediorientali hanno infatti rapporti privilegiati con l’Europa e con gli Stati Uniti, ma ad essi non è permesso possedere armi nucleari.

Forse il miglior esempio a questo proposito è la Turchia, la quale fa parte della NATO ed è governata da un regime laico e democratico; ma ad essa l’Occidente impedisce di entrare nel club nucleare.

Israele ora spinge perché si giunga a un confronto militare con l’Iran. Nel caso in cui si dovesse arrivare a questo, Israele porterebbe a compimento i “successi” che ha realizzato finora a partire dall’11 settembre 2001 sotto la bandiera della “guerra al terrore islamico”.

Israele ha infatti sempre da guadagnare da qualsiasi conflitto che avviene tra l’ “Occidente” e l’ “Oriente”, perché ciò rafforza il suo ruolo (in primo luogo sotto il profilo della sicurezza) nei confronti dei grandi paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Il confronto militare fra l’Occidente e l’Iran causerà grave distruzione a entrambe le parti, e coinvolgerà numerose città arabe. La catastrofe colpirà anche le ricchezze petrolifere e finanziarie arabe, e le sue conseguenze potrebbero portare a una riduzione delle forze armate americane nella regione. Gli Stati Uniti dipenderebbero allora in misura ancora maggiore dalla forza militare israeliana in Medio Oriente.

L’escalation della crisi, e il confronto militare con l’Iran, sono destinati a creare un clima di conflitto interno in molti paesi arabi, da cui potrebbero nascere delle guerre civili che sconvolgeranno questi paesi, favorendo ulteriormente il progetto israeliano nella regione, che punta alla creazione di staterelli su base etnica e confessionale facilmente controllabili da Israele.

Secondo i calcoli israeliani, Israele sarà certamente colpito dagli attacchi militari dell’Iran e dei suoi alleati nella regione, ma sicuramente in misura minore, sia sotto il profilo militare che economico e finanziario, e sarà il paese che ne trarrà maggior vantaggio a livello politico e strategico, poiché l’entità israeliana rimarrà unita, ed anzi maggiormente in grado di rafforzare gli insediamenti nei territori occupati e la pratica del trasferimento forzato dei palestinesi all’interno di Israele e della Cisgiordania, e forse addirittura verso la riva orientale del Giordano – un vecchio progetto caro a Israele, ed in particolare all’attuale classe di governo, quello cioè della “patria alternativa”.

Il confronto fra gli Stati Uniti e l’Iran ha aspramente polarizzato il mondo arabo in questi anni. In questo conflitto tutti i mezzi sono divenuti leciti, compresa la mobilitazione settaria e confessionale, la strumentalizzazione dei mezzi di informazione e l’arruolamento delle grandi firme dei giornali al servizio di questa o quella parte.

Alla fine, alcuni attori arabi, per interessi diversi, sono divenuti strumenti del conflitto, ed i loro paesi sono candidati a diventare i campi di battaglia di questo scontro. Ma le “questioni” regionali per le quali si combatte sono forse questioni “straniere” che non riguardano gli arabi, e che non interessano i loro governi ed i loro popoli?

Le radici della questione irachena risalgono alla guerra che il precedente regime di Saddam Hussein dichiarò contro l’Iran reduce dalla Rivoluzione che aveva rovesciato il regime dello scià; così come risalgono alla teoria del “doppio contenimento” adottata da diverse amministrazioni a Washington, e in base alla quale l’amministrazione Reagan sosteneva allo stesso tempo il governo iracheno e i contratti per la vendita di armi all’Iran, affinché le due parti si dissanguassero a vicenda.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si è riunito più volte per studiare l’applicazione di nuove sanzioni all’Iran (sebbene l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica [AIEA] non abbia ancora smentito le affermazioni di Teheran secondo cui il suo programma nucleare ha scopi pacifici), non si riunisce per studiare le conseguenze della minaccia nucleare israeliana, o per esaminare la questione palestinese, così come negli anni passati non si è riunito per definire il destino della “questione irachena”.

Queste ultime due questioni sono infatti sotto la “tutela” americana diretta, o sotto l’occupazione israeliana. Questioni di questo genere non vengono esaminate dal Consiglio di Sicurezza! Il denominatore comune dell’Iraq e della Palestina è che l’occupazione israeliana si rifiuta di applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e delle Nazioni Unite, mentre l’occupazione americana in Iraq si rifiutò nel 2003 di rimettersi all’autorità del Consiglio di Sicurezza prima dell’invasione militare!

E’ vero, la “questione iraniana” è una faccenda sulla quale è importante che i governi arabi si soffermino, soprattutto alla luce di dichiarazioni ed azioni iraniane che suscitano timori e preoccupazioni nei paesi arabi del Golfo. Tutto ciò rende legittimo anche l’interrogativo sull’entità delle ingerenze iraniane negli affari iracheni.

E’ vero, la “questione iraniana” è essenziale per l’amministrazione Obama in relazione all’Iraq e all’Afghanistan, ma anche per il destino del conflitto arabo-israeliano e per le conseguenze estremamente negative per il Medio Oriente e per il mondo che potrebbero derivare da un ulteriore incancrenirsi di questo conflitto. E’ vero, l’amministrazione Obama forse non commetterà una follia che non commise nemmeno l’amministrazione Bush, malgrado tutta la sua avventatezza e malgrado le pressioni israeliane.

Tutto questo è vero. Tuttavia gli arabi si trovano a dover scegliere fra due alternative: o puntare sulla solidarietà e sull’unificazione nazionale araba, ponendo le basi di una visione araba condivisa per rapportarsi con tutte le potenze internazionali e regionali interessate al Medio Oriente, o fare il gioco di Israele, con tutto quello che ciò comporterà in termini di devastante frammentazione dei popoli, degli stati e delle ricchezze arabe.

Sobhi Ghandour è fondatore e direttore esecutivo di “al-Hewar Center”, con sede a Washington


Un attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano non riuscirà né a fermare del tutto l’avanzata nucleare di Teheran, né a far cadere il regime degli Ayatollah – secondo l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann.

Parlando al Jerusalem Post a margine della Conferenza di Herzliya della scorsa settimana, Guldimann, che conosce bene il modo di pensare iraniano, ha espresso – come sua opinione personale – la propria profonda preoccupazione per un’eventuale opzione militare contro l’Iran.

Guldimann è stato ambasciatore svizzero in Iran e in Afghanistan dal 1999 al 2004. Come ambasciatore a Teheran, Guldimann – ora consulente e direttore del Middle East Project presso il Center for Humanitarian Dialogue, con sede a Ginevra – ha rappresentato gli interessi statunitensi in Iran, agendo come intermediario. Acquisì notorietà per un memorandum che egli trasmise agli Stati Uniti nel 2003, il quale conteneva una presunta proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, che comprendesse tutte le questioni – inclusa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi armati palestinesi. La proposta fu respinta dall’amministrazione Bush.

Secondo Guldimann, la posizione in base alla quale ‘se la comunità internazionale non fermerà il programma nucleare iraniano allora Israele dovrà farlo da solo’, si fonda sul presupposto non dimostrato che l’Iran si appresti effettivamente a imboccare la strada verso l’acquisizione di un’arma nucleare.

“La mia impressione è che essi non si spingeranno così lontano. Se voi dite che vi è [in Iran] una chiara politica volta a raggiungere una capacità nucleare, sono pienamente d’accordo. La si può definire come una fase di rottura. Ma essi prenderanno la decisione politica di produrre una bomba? Una rottura di questo genere è una questione assolutamente diversa”, afferma Guldimann.
Dunque, quali opzioni ha in mano Israele?

“Il vecchio approccio del bastone e della carota non ha aiutato affatto. Potete parlare di sanzioni, ma esse non hanno cambiato la posizione iraniana. Le sanzioni spesso sembrano avere, in Occidente, più che altro lo scopo di fornire una dimostrazione a Israele [che le cose si stanno muovendo]“, osserva. “L’altra opzione è la forza. Se Israele si orienta per l’opzione militare, sono davvero profondamente preoccupato del fatto che alcuni ritengano che una simile opzione possa essere d’aiuto”.

“Proviamo a usare la sicurezza di Israele come unico metro per valutare la situazione. Un attacco militare può danneggiare [il programma nucleare iraniano], ma non può fermarlo. Si tratta di un’industria con decine di migliaia di persone impiegate al suo interno. È possibile danneggiarla e ritardarne lo sviluppo. Si può anche ritenere che sia possibile colpirla una, due, forse tre volte. E si può tornare a farlo di nuovo, se si pensa che la situazione sia come quella di un bambino che continua a venir fuori e lo si picchia ogni volta. Ma il mondo potrebbe essere un luogo completamente diverso [dopo un primo attacco]“, dice Guldimann.

Guldimann sostiene che, anche in una situazione di disordini interni e di opposizione popolare al regime in Iran, un attacco esterno non farebbe cadere il regime.

“Non è questo lo stile iraniano. Si deve tener presente che se c’è un attacco esterno al regime, l’opposizione interna al regime, e l’opposizione al regime in generale, finiranno entrambe per allinearsi a quest’ultimo. Serreranno i ranghi. Sulla questione nucleare, [il leader dell'opposizione Mir Hossein] Mousavi è più intransigente del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Se vi è un attacco esterno agli impianti nucleari iraniani, il popolo iraniano si sentirà terribilmente umiliato. E se oggi Israele ha il regime iraniano come nemico, a quel punto non avrà contro solo il regime, ma anche l’intero paese. Un attacco all’Iran sarebbe un’ottima cosa per Ahmadinejad. Egli otterrà quel nemico straniero di cui ha sempre parlato”.

“Alla popolazione iraniana, essere bombardata le riporterà alla mente i ricordi della guerra con l’Iraq. Prima dell’invasione americana dell’Iraq, vi era chi, in Iran, aveva chiesto agli americani di rovesciare anche il regime di Teheran. Ma non appena gli iraniani hanno visto come è stato bombardato l’Iraq, questi appelli in gran parte sono scomparsi. Ora, se gli iraniani vedessero le bombe israeliane, e non solo su Natanz – quanto lontano potrebbe spingersi una campagna di bombardamenti? – ciò non farebbe cadere Ahmadinejad. Se il regime non fa nulla [per provocare apertamente un attacco], e all’improvviso l’Iran viene attaccato, le persone si raccoglieranno intorno al regime, e il regime sarà al sicuro”, dice Guldimann, aggiungendo che è ancora troppo presto per stabilire dove porteranno gli sviluppi politici iraniani.

“Possiamo anche supporre che le ingerenze politiche esterne serviranno solo a consolidare la presa del regime sul potere. Tutto il gran clamore sul cambio di regime che proviene dall’estero è molto pericoloso”, sostiene il diplomatico svizzero.
Secondo Guldimann, la sicurezza di Israele a lungo termine non sarebbe rafforzata da un attacco contro il programma nucleare iraniano. La reazione dell’Iran a un attacco del genere avverrebbe probabilmente a più livelli, e sarebbe di lunga durata – aggiunge.

Le valutazioni in Israele sono che l’Iran stia gonfiando il suo potere militare per scoraggiare qualsiasi attacco, creando la percezione che un attacco militare contro il suo programma nucleare potrebbe suscitare una reazione devastante – non solo per Israele, ma anche per le forze USA nella regione, così come per gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Sebbene una tale risposta potrebbe essere dolorosa, a Gerusalemme si ritiene che essa non sarebbe in realtà così dura come vorrebbe far credere Teheran alla comunità internazionale.

Guldimann ritiene che l’Iran potrebbe compiere ritorsioni anche in altri modi, per via indiretta. Potrebbe agire nello Stretto di Hormuz per far aumentare il prezzo del petrolio – sostiene.

“Potrebbe anche essere che in un primo momento gli iraniani non facciano nulla, ma invece si rivolgano alle Nazioni Unite facendo leva sulla simpatia che potrebbero guadagnare. Ma essi faranno in modo che i prezzi del petrolio salgano. Se avremo un prezzo del petrolio molto più elevato per un lungo periodo di tempo, ciò potrebbe influenzare il fragile contesto economico mondiale. Allora si potrebbe avere, tutto a un tratto, un’opinione pubblica con cui dover fare i conti. I governi occidentali sono con Israele, ma cosa penserà la gente in Europa? In Medio Oriente, il contraccolpo potrebbe avere conseguenze ben più immediate”, dice Guldimann.

“Agli iraniani piace giocare sui sentimenti delle masse arabe”, spiega. “Nel caso di un attacco israeliano contro l’Iran, i regimi arabi potrebbero tacitamente accettarlo, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere nelle piazze arabe – che cosa accadrà in Egitto, ad esempio? Per la piazza araba, Ahmadinejad è un eroe, ed egli giocherà questa carta”.

Guldimann sostiene che, per Israele, il modo migliore per risolvere il suo problema iraniano sta nel risolvere la questione palestinese.

“L’intera regione rimarrà un problema, a meno che la questione palestinese non sarà risolta. Per gli iraniani, la questione palestinese è una merce di scambio. Essi sanno che Israele è una realtà nella regione. Le loro posizioni non sono più radicali di quelle di Hamas. Hamas sta iniziando a parlare dei confini del ‘67”, dice Guldimann.
Egli esprime inoltre la sua convinzione che, se Israele dovesse attaccare l’Iran, nessuno nella regione crederebbe che ciò possa essere avvenuto senza il consenso degli Stati Uniti.

“Semplicemente non è credibile. Anche se l’America non desse il proprio consenso a Israele, e Israele andasse avanti lo stesso, nessuno crederebbe che il segnale di stop sia stato veramente dato. L’opzione militare potrebbe portare a un disastro. Se, tuttavia, la comunità internazionale è pronta ad accettare un Iran con una capacità nucleare come interlocutore, c’è la possibilità che il punto di breakout (la decisione di costruire in poco tempo un’arma nucleare trasformando all’improvviso il programma nucleare pacifico in un programma bellico (N.d.T.) ) venga evitato “, suggerisce Guldimann.

“Non nego i rischi legati [al fatto di] vivere con una industria nucleare in Iran”, dice. “Ma io preferisco questa seconda opzione allo scontro, che conduce verso l’ignoto.”

Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post

Etichette: , , , ,

Condividi