22 dicembre 2010

La "guerra ombra" contro l'Iran.

In uno dei tanti dispacci diplomatici Usa resi noti da Wikileaks, venivano citate le affermazioni del ministro della difesa israeliano Ehud Barak, secondo il quale un attacco militare contro le strutture nucleari iraniane sarebbe stato possibile entro il 2010, finestra oltre la quale un’azione di tipo militare avrebbe comportato “inaccettabili danni collaterali”.

Ormai tramontata l’opzione bellica, la guerra al programma nucleare iraniano viene ora condotta con altri mezzi, segnatamente l’eliminazione fisica degli scienziati iraniani e gli attacchi virali contro il sistema informatico che gestisce le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Secondo l’interessante articolo di Newsweek che segue, proposto nella traduzione di
Medarabnews, dietro queste operazioni sotto copertura potrebbero celarsi gli Stati Uniti ed Israele, e chi altri? Qualcuno sicuramente applaudirà a questo genere di operazioni, qualcun altro potrebbe anche ricordare che commettere assassinii a sangue freddo in territorio straniero è uno degli elementi che vale a identificare uno “stato-canaglia”.

La guerra ombra.
20.12.2010

Le operazioni sotto copertura che prendono di mira il programma nucleare iraniano sono improvvisamente venute alla luce il 29 novembre, con violenza esplosiva e implicazioni mozzafiato per il futuro delle moderne strategie di guerra.

In quel lunedì mattina, l’alba era appena sorta su una Teheran indaffarata e così profondamente avvolta nello smog che molti pendolari indossavano maschere di protezione contro i fumi e le polveri nell’aria. Su Via Artesh, tra blocchi residenziali nuovi o non ancora terminati, il fisico nucleare Majid Shahriari si stava facendo strada nel traffico dell’ora di punta con la moglie e la guardia del corpo nella sua berlina Peugeot. Una motocicletta si è fermata accanto all’auto dello scienziato. Fin qui niente di straordinario. Ma poi l’uomo sulla moto ha attaccato qualcosa sulla parte esterna della portiera e si è allontanato a gran velocità. Quando la bomba fissata magneticamente è esplosa, il suo scoppio concentrato ha ucciso Shahriari all’istante. Ha anche ferito gli altri passeggeri nella macchina, risparmiando però le loro vite. Un colpo pulito.

Solo pochi minuti dopo, e a pochi chilometri di distanza, in un verdeggiante quartiere ai piedi dei monti Elburz, ancora una volta una moto si è affiancata alla vettura di un altro scienziato, Fereydoun Abbasi Davani. Membro di vecchia data della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Abbasi Davani era stato nominato specificamente in una risoluzione delle Nazioni Unite sulle sanzioni come “coinvolto in attività legate a missili nucleari e balistici”. Afferrando quello che stava per accadere, egli ha fermato la macchina, è saltato fuori, ed è riuscito a mettere sua moglie al sicuro prima che la bomba esplodesse.

Quella stessa mattina, in Israele, dove molti considerano il programma nucleare iraniano una minaccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico, nessuno ha celebrato pubblicamente gli attentati di Teheran. Nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. Ma nessuno l’ha nemmeno negata. Quando tutto questo è accaduto, era la mattina in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Meir Dagan avrebbe presentato le dimissioni dopo aver diretto per otto anni il Mossad e le sue operazioni segrete contro l’Iran. Sotto una foto della Peugeot completamente perforata di Shahriari, un tabloid israeliano ha titolato: “L’ultimo colpo di Dagan?”.

Ma quel lungo giorno di una guerra oscura non era ancora finito. A Teheran quel lunedì pomeriggio, ad una conferenza stampa che era stata rinviata per due ore, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto ai giornalisti che vi era “senza alcun dubbio la mano del regime sionista e dei governi occidentali” dietro gli attentati contro i due scienziati. Poi, per la prima volta, Ahmadinejad ha ammesso qualcosa che il suo governo aveva cercato di negare fino a quel momento: le centrifughe ad alta velocità utilizzate per arricchire l’uranio allo scopo di impiegarlo come combustibile nei reattori nucleari, o eventualmente a fini bellici, erano state danneggiate da un attacco cibernetico. I nemici dell’Iran – egli non ha specificato quali – erano “riusciti a creare problemi a un numero limitato delle nostre centrifughe, attraverso del software che essi hanno installato su dispositivi elettronici”. Ahmadinejad ha assicurato alla stampa che ci si stava occupando del problema. “Essi non sono in grado di ripetere simili azioni”, ha dichiarato. Eppure solo pochi giorni prima, alti funzionari iraniani avevano dichiarato che non vi era del tutto alcun problema.

Raramente una guerra segreta è stata così evidente, ma altrettanto raramente i fatti che la riguardano sono stati così confusi. In questi giorni, le teorie della cospirazione gravano su Teheran pesanti come lo smog: alcuni riformisti iraniani che si oppongono ad Ahmadinejad hanno perfino suggerito che i due scienziati presi di mira a novembre – così come un altro, Masoud Ali Mohammadi, ucciso dall’esplosione di una moto lo scorso gennaio – sarebbero stati attaccati dal regime stesso, perché vi erano sospetti sulla loro lealtà. Tutti avrebbero simpatizzato in qualche misura per il Movimento Verde di opposizione. Sia Mohammadi che Shahriari avevano partecipato ad almeno una riunione del SESAME, un’organizzazione di ricerca legata alle Nazioni Unite con sede in Giordania, dove erano presenti israeliani, arabi e iraniani. “Agli occhi della Guardia Rivoluzionaria, chiunque è una potenziale spia”, sostiene un ex funzionario dell’intelligence iraniana, che ha chiesto di rimanere anonimo per evitare probabili punizioni in Iran. “O sei dedito al sistema al 100%, o sei un nemico”.

Dunque, chi è stato? Le speculazioni stesse fanno parte della partita psicologica giocata da vari governi contro l’Iran, e in qualche misura gli uni contro gli altri. In quello che le spie della Guerra Fredda avrebbero definito un “deserto di specchi”, diversi servizi di intelligence potrebbero prendersi il merito – con una strizzatina d’occhio e un cenno del capo – per cose che non hanno fatto, negando invece ciò che in realtà hanno fatto. I nemici dell’Iran possono rallegrarsi, almeno per ora, dei timori suscitati dall’incertezza.

Quello che possiamo dedurre dalle limitate prove che sono emerse finora, secondo l’ex consigliere della Casa Bianca sull’antiterrorismo e la guerra informatica Richard Clarke, è che almeno due paesi hanno condotto simultaneamente operazioni contro l’Iran, e non necessariamente in stretto coordinamento. Uno dei due ha probabilmente portato a termine gli attentati, l’altro ha creato e in qualche modo infiltrato il “worm” altamente sofisticato Stuxnet nei computer del programma nucleare iraniano. In un’intervista, Clarke, che ora gestisce una società di consulenza sulla sicurezza, ha suggerito con insistenza che Israele e gli Stati Uniti sono le probabili fonti degli attacchi. Altri analisti ipotizzano che anche la Francia, la Gran Bretagna, e specialmente la Germania, sede della Siemens che ha prodotto il software e alcuni dei componenti hardware che sono stati attaccati dal worm Stuxnet, potrebbero essere coinvolte (un portavoce di Siemens afferma che l’azienda non fa più affari con l’Iran).

Storicamente, le operazioni sotto copertura di Israele hanno solitamente privilegiato il ricorso alla violenza. In fatto di uccisioni strategiche, il Mossad ha una tradizione cinquantennale di “omicidi mirati”, spesso avendo eliminato scienziati che avevano cercato di aiutare i suoi nemici a sviluppare armi di distruzione di massa. Il Mossad ha colpito in tutto il Medio Oriente e in tutt’Europa. L’Iran lo sa bene: fonti dell’intelligence israeliana che hanno rifiutano di essere citate, cautamente suggeriscono che la Guardia Rivoluzionaria iraniana sarebbe così convinta che sia stato il Mossad a pianificare gli omicidi, che i suoi responsabili stanno prendendo misure estreme per proteggere l’uomo considerato il prossimo della lista: Mohsen Fakhrizadeh, un professore di fisica nucleare che gli israeliani a volte chiamano “il dottor Stranamore iraniano”. Gli israeliani ritengono che egli stia dirigendo un programma segreto di armi nucleari che sarebbe distinto dalle operazioni di arricchimento dell’uranio pubblicamente conosciute a Natanz e altrove, che sono aperte agli ispettori delle Nazioni Unite. (La posizione ufficiale del governo iraniano è che tutta la sua ricerca nucleare ed il suo arricchimento dell’uranio sono puramente a scopo pacifico).

Il vero danno al programma nucleare iraniano, tuttavia, è stato arrecato da Stuxnet – il worm più sofisticato mai rilevato e analizzato, che colpisce l’hardware così come il software, un esempio delle armi informatiche segrete del futuro. “Stuxnet è l’inizio di una nuova era”, dice Stewart Baker, ex consigliere generale dell’americana National Security Agency. “E’ la prima volta che abbiamo effettivamente visto un’arma creata da uno stato raggiungere un obiettivo che altrimenti avrebbe richiesto l’uso di molti missili cruise per essere conseguito”.

Secondo i dati elaborati da David Albright dell’ Institute for Science and International Security, un think-tank di Washington che segue da vicino il programma iraniano, Teheran ha avuto grossi problemi a mettere in funzione nuove centrifughe per tutto il 2009. Le prime 4.000 già installate presso l’impianto di Natanz hanno continuato a girare, ma le successive 5.000 hanno subito ritardi. I problemi più gravi sono emersi in una serie di centrifughe conosciute come A-26, che l’Iran ha cominciato a installare alla fine del 2008 – più o meno all’epoca in cui Stuxnet ha iniziato la sua missione. Nella tarda estate del 2009, la metà delle centrifughe A-26 in funzione ha dovuto essere messa fuori servizio. Verso la fine di quest’anno – ha saputo Albright – altre 1.000 centrifughe semplicemente si sono rotte. Questo potrebbe essere il “numero limitato” a cui ha fatto riferimento Ahmadinejad.

Non tutti i guasti possono essere attribuiti a Stuxnet. Spie di Israele e probabilmente di altri paesi sono da tempo coinvolte nel sabotaggio di materiali e componenti high-tech per il programma nucleare iraniano, che Teheran ha dovuto acquistare sul mercato nero a causa delle sanzioni ONU. Nel lontano aprile 2007, Eli Levite, allora vicedirettore dell’Israeli Atomic Energy Commission, affermò a un forum a porte chiuse che “i nostri sforzi ci hanno fatto guadagnare tempo, e senza dubbio hanno causato notevoli ritardi nel progetto [nucleare iraniano]“. La soglia in corrispondenza della quale l’Iran potrà essere considerato un potenza nucleare vera e propria – che è il momento in cui Israele potrebbe lanciare un attacco militare per neutralizzare la minaccia, anche a costo di rischiare di trascinare gli Stati Uniti in una terza guerra musulmana – è ritardata da queste operazioni sotto copertura. E ciò potrebbe dare una possibilità alla diplomazia, anche se – come è successo due settimane fa a Ginevra – i colloqui con l’Iran sembrano progredire poco.

Alcune notizie della stampa suggeriscono che anche Stuxnet sarebbe un’arma israeliana. Tali notizie fanno allusione all’abilità di Tel Aviv nella scienza informatica, con particolare riferimento a quei gruppi segreti come Unit 8200, il leggendario reparto cibernetico dell’esercito israeliano. Queste notizie puntano il dito su certi codici di Stuxnet che potrebbero suggerire la data in cui fu giustiziato un importante uomo d’affari ebreo a Teheran nel 1979; o sul file “Myrtus”, un nome che potrebbe essere interpretato come un riferimento a Ester, la biblica regina ebraica di Persia che fermò un genocidio, e così via. Ma Clarke mette in guardia contro tali spiegazioni contorte. “Il ragionamento è che gli israeliani starebbero cercando di far sapere agli iraniani che sono stati loro – non così apertamente da permettere agli iraniani di affermarlo pubblicamente, ma in maniera sufficiente da far sì che gli iraniani lo sappiano”, dice. “State lontani da tutto questo”.

Ciò che è chiaro, dice Clarke, è che ci sono volute importanti risorse per sviluppare Stuxnet. Microsoft stima che la creazione del virus avrebbe probabilmente richiesto 10.000 giorni di lavoro (più di 27 anni) ad un singolo ingegnere informatico di alto livello. Diversamente dalla maggior parte dei worm e dei virus che devastano i computer, questo non è stato progettato per diffondersi in lungo e in largo, facendo danni ovunque si installi. E’ strutturato per colpire un insieme specifico di dispositivi fabbricati solo in Finlandia e in Iran, che vengono utilizzati per determinare la velocità con cui ruotano le centrifughe. Se tale velocità non è perfettamente modulata, le vibrazioni fanno rompere le macchine, come in effetti è accaduto. Secondo Eric Chien della società di antivirus Symantec che ha isolato Stuxnet come un filamento di DNA, tutte queste informazioni così incredibilmente complesse sono state inserite in Stuxnet prima ancora che esso infettasse il sistema iraniano. Clarke suggerisce che chi ha sviluppato Stuxnet probabilmente aveva lo stesso tipo di software e di centrifughe su cui eseguire i test. “E’ costoso,” dice. “Ci vogliono milioni di dollari”.

Siccome i computer del programma nucleare iraniano non sono connessi a Internet, il worm non avrebbe potuto infettarli tramite la rete. Si presume che esso sia stato installato tramite una chiavetta USB, a prescindere dal fatto che l’utente che l’ha utilizzata ne sia stato a conoscenza o meno: Stuxnet è stato progettato per non fare nulla ai computer che non sono collegati con i meccanismi di controllo che esso prende di mira. E poi, a seconda di dove si trovava, Stuxnet era probabilmente programmato per autodistruggersi. Secondo Chien, le diverse componenti del virus hanno meccanismi con “tempi di vita” diversi. Una chiavetta USB inserita in un computer appena infettato non può ospitare il worm per più di 21 giorni. Dopodiché scompare. Il worm è programmato per smettere di funzionare dopo il 1° giugno 2011sfruttando una particolare debolezza nel software di Microsoft, e il tempo di vita complessivo del worm scade nel giugno 2012.

Ma, in fin dei conti, perché perdere tempo con una data di scadenza? La risposta fornita da Clarke è talmente americano-centrica da sembrare quasi una confessione. “Tutto ciò mi suggerisce uno stato-nazione con una serie di avvocati impegnati a prendere in esame le azioni sotto copertura”, dice Clarke, il cui ultimo libro è ‘Cyber War: The Next Threat to National Security and What to Do About It’. “Finora non avevo mai visto o sentito parlare di un worm che ha limitato la sua diffusione”. Una spiegazione, ovviamente, è che i creatori del virus speravano che esso si sarebbe autodistrutto prima di essere scoperto. Un’altra possibile spiegazione, tuttavia, è che i creatori del virus e il loro governo speravano di limitare le loro responsabilità se fossero mai stati scoperti. Un ex alto funzionario dell’intelligence USA dubita che la CIA possa aver preso in considerazione un simile attacco. “I verdetti presidenziali applicabili che avevamo in questo campo non coprivano questo tipo di attività”, dice. Se gli Stati Uniti sono coinvolti – aggiunge – dev’essere stata un’operazione del Dipartimento della Difesa.

Chiunque sia dietro questo attacco cibernetico, il prossimo worm di questo genere – che potrebbe essere un adattamento dei codici Stuxnet ora ampiamente diffusi – potrebbe non essere così scrupoloso. (Immaginate cosa potrebbero farci gli anarchici che sostengono WikiLeaks. O gli iraniani). Come altre armi che hanno trasformato i campi di battaglia del secolo scorso, solo per poi diventare così diffuse da minacciare i loro stessi creatori, questo worm potrebbe rivelarsi un boomerang.

Christopher Dickey è direttore degli uffici di Parigi di Newsweek; si occupa di questioni europee, mediorientali e del Golfo Persico;
Babak Dehghanpisheh è direttore degli uffici di Baghdad di Newsweek dal dicembre 2006;
R. M. Schneiderman è un giornalista e scrittore residente a Manhattan; ha scritto per The Forward, United Press International, Newsweek, New York Times, ecc.

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15 febbraio 2010

I venti di guerra che spirano da Israele.

Lungi dall’essere un faro di civiltà e democrazia, Israele costituisce piuttosto uno dei principali fattori di instabilità e di tensioni per l’intero medio oriente. Tensioni che sembrano riacutizzarsi sensibilmente in questo inizio del 2010.

Non contenti di assediare e di affamare da anni un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, all’inizio di gennaio alcuni alti ufficiali dell’esercito israeliano hanno definito come inevitabile un nuovo round di combattimenti contro Hamas.

Alcuni giorni dopo, in concomitanza con una serie di esercitazioni militari previste lungo il confine libanese, il ministro israeliano Yossi Peled ha affermato che, a suo giudizio, “è solo questione di tempo prima che vi sia un nuovo scontro militare nel nord”. Conflitto che, a differenza del passato, vedrebbe contrapposto Israele non solo ad Hezbollah, ma all’intero stato libanese, tanto più che adesso il movimento sciita fa parte del governo.

Nei giorni scorsi, infine, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ammonito che lo stallo del processo di pace con la Siria potrebbe portare addirittura ad una guerra vera e propria. E non si capisce bene di chi altri possa essere la colpa della paralisi delle trattative di pace se non dello stesso Israele, che occupa le alture del Golan dal 1967 e non mostra alcuna intenzione di restituirle ai legittimi proprietari.

Ma, naturalmente, il principale focolaio di tensione è rappresentato dalla questione iraniana, con Israele che minaccia un intervento militare per fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, trovando sponda in America nei soliti guerrafondai neocon. Poco importa che Israele già possieda dalle duecento alle trecento testate nucleari, che diamine, quello è uno Stato democratico e un fedele alleato!

Peccato che per colpa di questo Stato “democratico” il mondo intero rischia di imbarcarsi in una nuova avventura militare dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente disastrose.

Su quest’ultimo argomento, propongo l’articolo di Sobhi Ghandour, apparso su al-Bayan il 4 febbraio scorso, e soprattutto l’intervista rilasciata il 5 febbraio dall’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, al Jerusalem Post, nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews.

Il fattore israeliano nell’aggravarsi della crisi iraniana.
4.2.2010

La questione iraniana è di nuovo al centro dell’attenzione internazionale a causa della controversia fra i paesi occidentali e Teheran riguardo all’arricchimento dell’uranio iraniano e alla possibilità di un suo trasferimento all’estero.

Queste trattative sono affiancate dalle indiscrezioni sui preparativi militari per un possibile attacco all’Iran e per contrastare le possibili risposte iraniane su più fronti.

Tutto ciò riporta in primo piano l’interrogativo sulle possibilità di arrivare a un accordo o allo scontro militare con Teheran.

Il fattore israeliano è estremamente importante in questa crisi fra l’Occidente – e Washington in particolare – e l’Iran. Nella regione mediorientale, Israele è l’unico stato in possesso di un arsenale nucleare. Ma l’Occidente non presta alcuna attenzione ai pericoli che questo comporta, mentre invece impedisce a qualsiasi paese arabo o islamico di entrare in possesso di armi atomiche.

E non ha alcun valore la scusa sulla quale l’Occidente basa questa sua posizione, cioè il fatto che Israele sarebbe uno “stato democratico alleato” del quale ci si può fidare. Molti paesi mediorientali hanno infatti rapporti privilegiati con l’Europa e con gli Stati Uniti, ma ad essi non è permesso possedere armi nucleari.

Forse il miglior esempio a questo proposito è la Turchia, la quale fa parte della NATO ed è governata da un regime laico e democratico; ma ad essa l’Occidente impedisce di entrare nel club nucleare.

Israele ora spinge perché si giunga a un confronto militare con l’Iran. Nel caso in cui si dovesse arrivare a questo, Israele porterebbe a compimento i “successi” che ha realizzato finora a partire dall’11 settembre 2001 sotto la bandiera della “guerra al terrore islamico”.

Israele ha infatti sempre da guadagnare da qualsiasi conflitto che avviene tra l’ “Occidente” e l’ “Oriente”, perché ciò rafforza il suo ruolo (in primo luogo sotto il profilo della sicurezza) nei confronti dei grandi paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Il confronto militare fra l’Occidente e l’Iran causerà grave distruzione a entrambe le parti, e coinvolgerà numerose città arabe. La catastrofe colpirà anche le ricchezze petrolifere e finanziarie arabe, e le sue conseguenze potrebbero portare a una riduzione delle forze armate americane nella regione. Gli Stati Uniti dipenderebbero allora in misura ancora maggiore dalla forza militare israeliana in Medio Oriente.

L’escalation della crisi, e il confronto militare con l’Iran, sono destinati a creare un clima di conflitto interno in molti paesi arabi, da cui potrebbero nascere delle guerre civili che sconvolgeranno questi paesi, favorendo ulteriormente il progetto israeliano nella regione, che punta alla creazione di staterelli su base etnica e confessionale facilmente controllabili da Israele.

Secondo i calcoli israeliani, Israele sarà certamente colpito dagli attacchi militari dell’Iran e dei suoi alleati nella regione, ma sicuramente in misura minore, sia sotto il profilo militare che economico e finanziario, e sarà il paese che ne trarrà maggior vantaggio a livello politico e strategico, poiché l’entità israeliana rimarrà unita, ed anzi maggiormente in grado di rafforzare gli insediamenti nei territori occupati e la pratica del trasferimento forzato dei palestinesi all’interno di Israele e della Cisgiordania, e forse addirittura verso la riva orientale del Giordano – un vecchio progetto caro a Israele, ed in particolare all’attuale classe di governo, quello cioè della “patria alternativa”.

Il confronto fra gli Stati Uniti e l’Iran ha aspramente polarizzato il mondo arabo in questi anni. In questo conflitto tutti i mezzi sono divenuti leciti, compresa la mobilitazione settaria e confessionale, la strumentalizzazione dei mezzi di informazione e l’arruolamento delle grandi firme dei giornali al servizio di questa o quella parte.

Alla fine, alcuni attori arabi, per interessi diversi, sono divenuti strumenti del conflitto, ed i loro paesi sono candidati a diventare i campi di battaglia di questo scontro. Ma le “questioni” regionali per le quali si combatte sono forse questioni “straniere” che non riguardano gli arabi, e che non interessano i loro governi ed i loro popoli?

Le radici della questione irachena risalgono alla guerra che il precedente regime di Saddam Hussein dichiarò contro l’Iran reduce dalla Rivoluzione che aveva rovesciato il regime dello scià; così come risalgono alla teoria del “doppio contenimento” adottata da diverse amministrazioni a Washington, e in base alla quale l’amministrazione Reagan sosteneva allo stesso tempo il governo iracheno e i contratti per la vendita di armi all’Iran, affinché le due parti si dissanguassero a vicenda.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si è riunito più volte per studiare l’applicazione di nuove sanzioni all’Iran (sebbene l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica [AIEA] non abbia ancora smentito le affermazioni di Teheran secondo cui il suo programma nucleare ha scopi pacifici), non si riunisce per studiare le conseguenze della minaccia nucleare israeliana, o per esaminare la questione palestinese, così come negli anni passati non si è riunito per definire il destino della “questione irachena”.

Queste ultime due questioni sono infatti sotto la “tutela” americana diretta, o sotto l’occupazione israeliana. Questioni di questo genere non vengono esaminate dal Consiglio di Sicurezza! Il denominatore comune dell’Iraq e della Palestina è che l’occupazione israeliana si rifiuta di applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e delle Nazioni Unite, mentre l’occupazione americana in Iraq si rifiutò nel 2003 di rimettersi all’autorità del Consiglio di Sicurezza prima dell’invasione militare!

E’ vero, la “questione iraniana” è una faccenda sulla quale è importante che i governi arabi si soffermino, soprattutto alla luce di dichiarazioni ed azioni iraniane che suscitano timori e preoccupazioni nei paesi arabi del Golfo. Tutto ciò rende legittimo anche l’interrogativo sull’entità delle ingerenze iraniane negli affari iracheni.

E’ vero, la “questione iraniana” è essenziale per l’amministrazione Obama in relazione all’Iraq e all’Afghanistan, ma anche per il destino del conflitto arabo-israeliano e per le conseguenze estremamente negative per il Medio Oriente e per il mondo che potrebbero derivare da un ulteriore incancrenirsi di questo conflitto. E’ vero, l’amministrazione Obama forse non commetterà una follia che non commise nemmeno l’amministrazione Bush, malgrado tutta la sua avventatezza e malgrado le pressioni israeliane.

Tutto questo è vero. Tuttavia gli arabi si trovano a dover scegliere fra due alternative: o puntare sulla solidarietà e sull’unificazione nazionale araba, ponendo le basi di una visione araba condivisa per rapportarsi con tutte le potenze internazionali e regionali interessate al Medio Oriente, o fare il gioco di Israele, con tutto quello che ciò comporterà in termini di devastante frammentazione dei popoli, degli stati e delle ricchezze arabe.

Sobhi Ghandour è fondatore e direttore esecutivo di “al-Hewar Center”, con sede a Washington


Un attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano non riuscirà né a fermare del tutto l’avanzata nucleare di Teheran, né a far cadere il regime degli Ayatollah – secondo l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann.

Parlando al Jerusalem Post a margine della Conferenza di Herzliya della scorsa settimana, Guldimann, che conosce bene il modo di pensare iraniano, ha espresso – come sua opinione personale – la propria profonda preoccupazione per un’eventuale opzione militare contro l’Iran.

Guldimann è stato ambasciatore svizzero in Iran e in Afghanistan dal 1999 al 2004. Come ambasciatore a Teheran, Guldimann – ora consulente e direttore del Middle East Project presso il Center for Humanitarian Dialogue, con sede a Ginevra – ha rappresentato gli interessi statunitensi in Iran, agendo come intermediario. Acquisì notorietà per un memorandum che egli trasmise agli Stati Uniti nel 2003, il quale conteneva una presunta proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, che comprendesse tutte le questioni – inclusa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi armati palestinesi. La proposta fu respinta dall’amministrazione Bush.

Secondo Guldimann, la posizione in base alla quale ‘se la comunità internazionale non fermerà il programma nucleare iraniano allora Israele dovrà farlo da solo’, si fonda sul presupposto non dimostrato che l’Iran si appresti effettivamente a imboccare la strada verso l’acquisizione di un’arma nucleare.

“La mia impressione è che essi non si spingeranno così lontano. Se voi dite che vi è [in Iran] una chiara politica volta a raggiungere una capacità nucleare, sono pienamente d’accordo. La si può definire come una fase di rottura. Ma essi prenderanno la decisione politica di produrre una bomba? Una rottura di questo genere è una questione assolutamente diversa”, afferma Guldimann.
Dunque, quali opzioni ha in mano Israele?

“Il vecchio approccio del bastone e della carota non ha aiutato affatto. Potete parlare di sanzioni, ma esse non hanno cambiato la posizione iraniana. Le sanzioni spesso sembrano avere, in Occidente, più che altro lo scopo di fornire una dimostrazione a Israele [che le cose si stanno muovendo]“, osserva. “L’altra opzione è la forza. Se Israele si orienta per l’opzione militare, sono davvero profondamente preoccupato del fatto che alcuni ritengano che una simile opzione possa essere d’aiuto”.

“Proviamo a usare la sicurezza di Israele come unico metro per valutare la situazione. Un attacco militare può danneggiare [il programma nucleare iraniano], ma non può fermarlo. Si tratta di un’industria con decine di migliaia di persone impiegate al suo interno. È possibile danneggiarla e ritardarne lo sviluppo. Si può anche ritenere che sia possibile colpirla una, due, forse tre volte. E si può tornare a farlo di nuovo, se si pensa che la situazione sia come quella di un bambino che continua a venir fuori e lo si picchia ogni volta. Ma il mondo potrebbe essere un luogo completamente diverso [dopo un primo attacco]“, dice Guldimann.

Guldimann sostiene che, anche in una situazione di disordini interni e di opposizione popolare al regime in Iran, un attacco esterno non farebbe cadere il regime.

“Non è questo lo stile iraniano. Si deve tener presente che se c’è un attacco esterno al regime, l’opposizione interna al regime, e l’opposizione al regime in generale, finiranno entrambe per allinearsi a quest’ultimo. Serreranno i ranghi. Sulla questione nucleare, [il leader dell'opposizione Mir Hossein] Mousavi è più intransigente del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Se vi è un attacco esterno agli impianti nucleari iraniani, il popolo iraniano si sentirà terribilmente umiliato. E se oggi Israele ha il regime iraniano come nemico, a quel punto non avrà contro solo il regime, ma anche l’intero paese. Un attacco all’Iran sarebbe un’ottima cosa per Ahmadinejad. Egli otterrà quel nemico straniero di cui ha sempre parlato”.

“Alla popolazione iraniana, essere bombardata le riporterà alla mente i ricordi della guerra con l’Iraq. Prima dell’invasione americana dell’Iraq, vi era chi, in Iran, aveva chiesto agli americani di rovesciare anche il regime di Teheran. Ma non appena gli iraniani hanno visto come è stato bombardato l’Iraq, questi appelli in gran parte sono scomparsi. Ora, se gli iraniani vedessero le bombe israeliane, e non solo su Natanz – quanto lontano potrebbe spingersi una campagna di bombardamenti? – ciò non farebbe cadere Ahmadinejad. Se il regime non fa nulla [per provocare apertamente un attacco], e all’improvviso l’Iran viene attaccato, le persone si raccoglieranno intorno al regime, e il regime sarà al sicuro”, dice Guldimann, aggiungendo che è ancora troppo presto per stabilire dove porteranno gli sviluppi politici iraniani.

“Possiamo anche supporre che le ingerenze politiche esterne serviranno solo a consolidare la presa del regime sul potere. Tutto il gran clamore sul cambio di regime che proviene dall’estero è molto pericoloso”, sostiene il diplomatico svizzero.
Secondo Guldimann, la sicurezza di Israele a lungo termine non sarebbe rafforzata da un attacco contro il programma nucleare iraniano. La reazione dell’Iran a un attacco del genere avverrebbe probabilmente a più livelli, e sarebbe di lunga durata – aggiunge.

Le valutazioni in Israele sono che l’Iran stia gonfiando il suo potere militare per scoraggiare qualsiasi attacco, creando la percezione che un attacco militare contro il suo programma nucleare potrebbe suscitare una reazione devastante – non solo per Israele, ma anche per le forze USA nella regione, così come per gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Sebbene una tale risposta potrebbe essere dolorosa, a Gerusalemme si ritiene che essa non sarebbe in realtà così dura come vorrebbe far credere Teheran alla comunità internazionale.

Guldimann ritiene che l’Iran potrebbe compiere ritorsioni anche in altri modi, per via indiretta. Potrebbe agire nello Stretto di Hormuz per far aumentare il prezzo del petrolio – sostiene.

“Potrebbe anche essere che in un primo momento gli iraniani non facciano nulla, ma invece si rivolgano alle Nazioni Unite facendo leva sulla simpatia che potrebbero guadagnare. Ma essi faranno in modo che i prezzi del petrolio salgano. Se avremo un prezzo del petrolio molto più elevato per un lungo periodo di tempo, ciò potrebbe influenzare il fragile contesto economico mondiale. Allora si potrebbe avere, tutto a un tratto, un’opinione pubblica con cui dover fare i conti. I governi occidentali sono con Israele, ma cosa penserà la gente in Europa? In Medio Oriente, il contraccolpo potrebbe avere conseguenze ben più immediate”, dice Guldimann.

“Agli iraniani piace giocare sui sentimenti delle masse arabe”, spiega. “Nel caso di un attacco israeliano contro l’Iran, i regimi arabi potrebbero tacitamente accettarlo, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere nelle piazze arabe – che cosa accadrà in Egitto, ad esempio? Per la piazza araba, Ahmadinejad è un eroe, ed egli giocherà questa carta”.

Guldimann sostiene che, per Israele, il modo migliore per risolvere il suo problema iraniano sta nel risolvere la questione palestinese.

“L’intera regione rimarrà un problema, a meno che la questione palestinese non sarà risolta. Per gli iraniani, la questione palestinese è una merce di scambio. Essi sanno che Israele è una realtà nella regione. Le loro posizioni non sono più radicali di quelle di Hamas. Hamas sta iniziando a parlare dei confini del ‘67”, dice Guldimann.
Egli esprime inoltre la sua convinzione che, se Israele dovesse attaccare l’Iran, nessuno nella regione crederebbe che ciò possa essere avvenuto senza il consenso degli Stati Uniti.

“Semplicemente non è credibile. Anche se l’America non desse il proprio consenso a Israele, e Israele andasse avanti lo stesso, nessuno crederebbe che il segnale di stop sia stato veramente dato. L’opzione militare potrebbe portare a un disastro. Se, tuttavia, la comunità internazionale è pronta ad accettare un Iran con una capacità nucleare come interlocutore, c’è la possibilità che il punto di breakout (la decisione di costruire in poco tempo un’arma nucleare trasformando all’improvviso il programma nucleare pacifico in un programma bellico (N.d.T.) ) venga evitato “, suggerisce Guldimann.

“Non nego i rischi legati [al fatto di] vivere con una industria nucleare in Iran”, dice. “Ma io preferisco questa seconda opzione allo scontro, che conduce verso l’ignoto.”

Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post

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5 giugno 2008

E' imminente un attacco contro l'Iran?

In questi giorni molti analisti si chiedono se sia o meno concreta la possibilità di un attacco militare contro l’Iran, in coincidenza degli ultimi mesi della presidenza Bush.

Nell’interessante articolo che segue, pubblicato il 30 maggio dal quotidiano libanese The Daily Star e qui proposto nella traduzione del sito arabnews, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer da una risposta a tale quesito, non proprio rassicurante.

Qui voglio solo aggiungere due brevi considerazioni, discostandomi nella seconda da quanto sostenuto dall’ex ministro nell’articolo.

1) La presenza in questi giorni a Roma del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione del vertice mondiale della Fao, è stata l’ennesima occasione colta al volo dal nostro governo per fare una doverosa brutta figura.

Proprio nel periodo in cui, infatti, l’Italia va pietendo urbi et orbi la concessione di un posto all’interno del Gruppo di Contatto che dovrebbe “risolvere” il problema del nucleare iraniano (il cd. Gruppo “5+1”, formato dalle cinque potenze con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania), la presenza di Ahmadinejad a Roma doveva rappresentare una vera e propria manna dal cielo, consentendo a Berlusconi e al suo ministro degli esteri di incontrarlo e di affrontare – con pacatezza pari alla fermezza – le varie questioni spinose sul tappeto: il problema del nucleare, le minacce ad Israele, le ingerenze in Afghanistan e in Iraq e, più in generale, nell’intera regione mediorientale.

E, invece, che accade? Berlusconi rifiuta di incontrare Ahmadinejad, gli fa lo sgarbo di non invitarlo a cena, addirittura si alza cinque minuti prima del suo discorso alla Fao per non doverlo annunciare, il nostro ministro degli esteri Frattini si rifiuta di incontrare il suo omologo iraniano e il Presidente della Camera Fini rinuncia ad incontrare l’ambasciatore iraniano a Roma.

Ora, non c’è chi non veda come sia del tutto assurdo e incomprensibile un tale comportamento, chiedere di entrare in un gruppo che dovrebbe trattare ed interloquire con la controparte iraniana sul problema del nucleare pacifico o meno e, contemporaneamente, negarsi al dialogo. Salvo lasciare che, qualche ora più tardi, Ahmadinejad venga acclamato da un folto gruppo di imprenditori ansiosi di concludere buoni affari: pecunia non olet!

Come faceva notare ieri Giuseppe Cassini su l’Unità – e qualche giorno addietro Lucio Caracciolo su La Repubblica – per entrare nel Gruppo dei “5+1” bisogna pur avere qualche merito concreto, avere un qualche risultato pratico da mostrare nel ruolo da noi preferito, quello di mediatori e di “facilitatori”, e come facciamo ad ottenerlo se neppure ci proviamo?

Capiamo bene come Berlusconi e il suo governo non abbiano voluto incontrare il presidente iraniano per non irritare gli Usa e, soprattutto, Israele; ma una posizione – vorremmo definirla moralistica – di chiusura così netta nei confronti dell’Iran, oltre che a rischiare di danneggiare i cospicui interessi economici che l’Italia ha in questo Paese, risulta peraltro assolutamente priva di effetti pratici.

Il mondo, e l’Italia, non ha bisogno di una imitazione caricaturale (in piccolo) della politica estera seguita dall’amministrazione Bush, e ciò e ancor più vero in un momento in cui persino negli Usa personalità politiche dal passato di rilievo quali Zbigniew Brzezinski e, soprattutto, Henry Kissinger non si fanno scrupolo di consigliare al presidente americano che verrà di dialogare con l’odiato “nemico”.

2) Hanno sollevato scalpore e suscitato numerose proteste le dichiarazioni provocatorie di Ahmadinejad riguardo alla “cancellazione” di Israele dalle mappe geografiche, sebbene lo stesso presidente iraniano si sia premurato, successivamente, di precisare che lui aveva solo voluto dare una “
notizia” riguardante “sviluppi che si stanno verificando”.

Nessun rilievo, invece, è stato dato dai media italiani alle ben più concrete minacce che, non da ora peraltro, Israele lancia contro l’Iran.

Così sono passati sotto silenzio le dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, secondo cui “la minaccia di una mossa militare esiste e non è stata tolta dal tavolo”, le indiscrezioni del quotidiano Yedioth Ahronot, secondo cui nel recente incontro tra il premier Olmert e Bush si è discusso anche di un possibile
attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane, il discorso tenuto martedì dallo stesso Olmert alla conferenza dell’Aipac, in cui ha sostenuto che “dobbiamo fermare la minaccia iraniana con ogni mezzo possibile”.

Ora, non se ne abbia a male nessuno, ivi incluso Ahmadinejad, ma le invettive e le minacce del presidente iraniano suonano – per dirla alla Cassini – “come un cembalo squillante di nessun effetto pratico”, mentre i tamburi di guerra israeliani sono alquanto più realistici e preoccupanti.

Ancora nessuno è riuscito a spiegare, peraltro, con quale autorità morale si possa chiedere all’Iran di rinunciare ad un nucleare fino a prova contraria pacifico quando Israele possiede un arsenale atomico di tutto rispetto (dalle 150 alle 200 testate, si presume) e non consente agli ispettori dell’IAEA di fare nemmeno una gita di piacere sul suo territorio.

Molto più corretto, e ragionevole, sarebbe impostare un discorso di denuclearizzazione dell’intera regione mediorientale, ma naturalmente non se ne parla neppure.

Israele potrebbe presto attaccare l’Iran.
30/05/2008

In conseguenza della fallimentare politica americana, la minaccia di un nuovo confronto militare continua a incombere sul Medio Oriente come una nuvola nera. I nemici degli Stati Uniti si sono rafforzati, e l’Iran – pur essendo bollato come membro del cosiddetto “asse del male”- è stato catapultato verso l’egemonia regionale. L’Iran non avrebbe mai potuto raggiungere questo risultato da solo, e di sicuro non in un periodo così breve.

Quella che fino ad ora era stata una latente rivalità tra Iran e Israele è stata così trasformata in una aperta lotta per il predominio in Medio Oriente. Ciò ha portato come risultato l’emergere di sorprendenti, se non bizzarre, alleanze: da un lato l’Iran, la Siria, Hezbollah, Hamas, e l’Iraq dominato dagli sciiti e appoggiato dagli americani; dall’altro Israele, l’Arabia Saudita e la maggior parte degli altri stati arabi sunniti, ognuno dei quali sente la propria esistenza minacciata dall’ascesa dell’Iran.

Il pericolo di un confronto di grandi proporzioni è stato ulteriormente acuito da una serie di fattori: l’aumento costante del prezzo del petrolio, che ha creato nuove opportunità finanziarie e politiche per l’Iran; la possibile sconfitta dell’Occidente e dei suoi alleati regionali nelle guerre ‘per procura’ combattute nella Striscia di Gaza e in Libano; l’incapacità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indurre l’Iran ad accettare una sospensione anche solo temporanea del suo programma nucleare.

Il programma nucleare iraniano è il fattore determinante in questa equazione, poiché minaccia l’equilibrio strategico regionale in maniera irreversibile. Il fatto che l’Iran – una nazione il cui presidente non si stanca mai di invocare l’annientamento di Israele, e che ne minaccia i confini a nord e a sud attraverso il proprio appoggio alle guerre ‘per procura’ combattute da Hezbollah e Hamas – possa un giorno possedere missili con testate nucleari, è il peggior incubo per la sicurezza di Israele. La politica non si basa solo sui fatti, ma anche sulle percezioni. Che una percezione rispecchi o no la realtà non è un elemento determinante, poiché conduce tuttavia ad una decisione.

Ciò accade in particolare quando la percezione riguarda ciò che le parti in causa considerano essere una minaccia per la propria stessa esistenza. Le minacce di distruzione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad vengono prese seriamente da Israele, a causa del trauma dell’Olocausto. Inoltre la maggior parte dei paesi arabi condivide la paura di un Iran “nuclearizzato”. Questo mese, Israele ha festeggiato il proprio 60° anniversario, ed il presidente americano George Bush si è recato in visita a Gerusalemme per prendere parte alla commemorazione. Coloro i quali si aspettavano che la visita avrebbe principalmente riguardato lo stallo dei negoziati fra Israele ed i palestinesi sono stati amaramente delusi. L’argomento centrale di Bush, compreso il suo discorso alla Knesset israeliana, è stato l’Iran. Bush aveva promesso di portare il conflitto mediorientale in prossimità di una soluzione prima della fine del suo mandato, ma la sua ultima visita in Israele sembra indicare un diverso obiettivo: sembra che egli stia pianificando, insieme ad Israele, di porre fine al programma nucleare iraniano, e di farlo attraverso mezzi militari piuttosto che diplomatici.

Chiunque abbia seguito la stampa israeliana durante le celebrazioni del 60° anniversario e abbia ascoltato attentamente quanto è stato detto a Gerusalemme, non ha bisogno di essere un profeta per capire che i nodi stanno venendo al pettine. Basta considerare i seguenti punti:

1) “Basta con l’appeasement” è la richiesta portata avanti dall’intero panorama politico israeliano – con riferimento alla minaccia nucleare proveniente dall’Iran (con ‘politica di appeasment’ si intende la politica condiscendente adottata da Francia e Germania nei confronti del regime nazista durante gli anni ’30, nel tentativo di contenere l’espansionismo nazista evitando uno scontro diretto (N.d.T.) ).

2) Mentre Israele portava avanti i festeggiamenti, il ministro della difesa Ehud Barak ha dichiarato che un confronto militare ‘per la vita o per la morte’ è un’innegabile possibilità.

3) Il comandante dell’aviazione militare israeliana, ha dichiarato che le forze dell’aviazione sarebbero capaci di qualsiasi missione, non importa quanto difficoltosa, per proteggere la sicurezza della nazione. La distruzione di un impianto nucleare in Siria lo scorso anno, e l’assoluta mancanza di una reazione internazionale all’episodio, sono viste come un modello per le future azioni contro l’Iran.

4) L’elenco di armi richieste da Israele agli Stati Uniti, discusso con il presidente americano, si concentra principalmente sul miglioramento delle capacità di attacco e di precisione delle forze aeree israeliane.

5) Le iniziative diplomatiche e le sanzioni dell’ONU contro l’Iran sono percepite come totalmente inefficaci.

6) Con l’avvicinarsi della fine della presidenza Bush, e vista l’insicurezza riguardo alla possibile politica del suo successore, si ritiene che la finestra di opportunità per un’azione israeliana si stia progressivamente chiudendo.

Gli ultimi due fattori hanno un peso particolare. Mentre è risaputo che l’intelligence israeliana preveda che l’Iran giungerà al traguardo del suo programma nucleare militare al più presto fra 2010 e 2015, la sensazione comune in Israele è che la finestra di opportunità politica per sferrare l’attacco sia adesso, durante gli ultimi mesi della presidenza Bush.

Sebbene Israele riconosca che un attacco agli impianti nucleari iraniani comporterebbe rischi seri e difficili da prevedere, la scelta fra l’eventualità di accettare l’arma nucleare iraniana ed il tentativo di distruggerla militarmente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero, è chiara. Israele non rimarrà fermo ad aspettare che le cose seguano il loro corso.

Il Medio Oriente si sta avviando verso un nuovo grande confronto nel 2008. L’Iran deve capire che se non si arriva ad una soluzione diplomatica nei prossimi mesi, vi è il rischio che esploda un nuovo pericoloso conflitto militare. E’ giunta l’ora di dare inizio a trattative serie.

L’ultima offerta da parte delle sei grandi potenze - i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania - è sul tavolo delle trattative, e si spinge molto in là nell’assecondare gli interessi iraniani. Ciò nonostante, la questione decisiva sarà riuscire a congelare il programma nucleare iraniano mentre sono in corso le trattative, al fine di evitare l’eventualità di un confronto militare prima che esse siano concluse. Se questo nuovo tentativo dovesse fallire, le cose potrebbero presto farsi serie, molto serie.

Joschka Fischer, ministro degli esteri e vice cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, ha guidato il Partito dei Verdi per circa 20 anni

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