20 luglio 2010

Gli Israeliani, maestri nella violazione dei diritti.

In questi mesi è in corso il tentativo, da parte israeliana, di deportare forzatamente quattro Palestinesi residenti a Gerusalemme est dalla loro città, poiché membri di Hamas. Le quattro persone in procinto di essere espulse sono il 60enne Muhammad Abu Tir, il 41enne Muhammad Tutah, il 42enne Ahmad ‘Atun e il 49enne Khaled Abu ‘Arfah. I primi tre sono stati eletti nel Consiglio legislativo palestinese nel gennaio del 2006, dopo essersi candidati nella lista di Cambiamento e Riforma, affiliata ad Hamas. Abu ‘Arfah ha svolto le funzioni di Ministro per gli Affari di Gerusalemme nel governo Hamas presieduto da Isma’il Haniyeh.

In quanto Palestinesi residenti a Gerusalemme est, i quattro godevano dello status di residenti permanenti in Israele. Questo status venne revocato nel giugno 2006 dal Ministro degli Interni dell’epoca, Roni Bar-On, dopo che i quattro non avevano rispettato un ultimatum a dimettersi dai loro incarichi politici all’interno dell’Autorità Palestinese. Il ministro dichiarò che il loro status era stato revocato in quanto i quattro avevano violato il loro dovere di fedeltà allo Stato d’Israele.

La revoca non ebbe conseguenze pratiche immediate in quanto tre dei quattro erano detenuti nelle carceri israeliane. Essi erano stati arrestati poco dopo il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006, in una ondata di arresti di membri del Parlamento palestinese affiliati ad Hamas.

Poche ore dopo che Abu Tir era stato rilasciato dal carcere, il 20 maggio 2010, egli venne convocato in una stazione di polizia e gli fu ordinato di lasciare Gerusalemme est e il territorio israeliano entro un mese. Anche Tutah venne convocato in una stazione di polizia a poche ore dal suo rilascio, il 2 giugno 2010, e gli venne ordinato di lasciare Gerusalemme e Israele entro un mese. Il giorno successivo, ‘Atun e Abu ‘Arfah, che erano stati scarcerati rispettivamente nel settembre 2008 e nel novembre 2009, vennero anch’essi convocati e ricevettero l’ordine di partire entro un mese. Il 25 giugno 2010, la polizia di Gerusalemme ha arrestato Abu Tir e ha depositato una denuncia contro di lui per soggiorno illegale in Israele. Lo stato chiede che Abu Tir rimanga in carcere fino alla fine del procedimento giudiziario, e ha dichiarato che, in caso di condanna, richiederebbe una pena detentiva. Il 1° luglio 2010, a seguito dell’arresto di Abu Tir e poco prima della scadenza del nuovo ultimatum, Tutah, ‘Atun e Abu ‘Arfah si sono rifugiati presso la sede della Croce Rossa a Gerusalemme est.

A seguito della revoca dello status di residenti nel 2006, è stato presentato un ricorso contro tale decisione all’Alta Corte di Giustizia israeliana. Il ricorso è ancora pendente. Il 20 giugno 2010, il Presidente della Corte Suprema, Giudice Dorit Beinsich, ha rigettato una richiesta di ordinanza provvisoria di dar corso al procedimento di espulsione fino a che non sarà raggiunta una decisione sul ricorso. L’audizione del ricorso è prevista a settembre 2010.

La revoca dello status di una persona quale residente permanente in un paese e il suo trasferimento forzato dal luogo di residenza naturalmente violano numerosi diritti umani. La persona viene separata dalla sua casa, dalla sua famiglia, dalla comunità, e dalle sue fonti di sostentamento. Questo è vero per le persone che acquisiscono la residenza permanente a seguito di immigrazione e vengono deportati nei loro paesi d’origine. Lo è doppiamente quando le persone vengono sradicate dalla loro terra e restano apolidi. Un certo numero di strumenti giuridici – nel diritto internazionale e nella legislazione interna, inclusa quella dello Stato di Israele – tutelano questi diritti. Speciali strumenti esistono per ridurre, per quanto possibile, il fenomeno degli apolidi, in parte limitando la capacità degli stati di revocare lo status delle persone che rimarrebbero senza uno stato.

In aggiunta, per quanto riguarda i residenti di Gerusalemme est, trovano anche applicazione le norme del diritto internazionale umanitario. A seguito dell’occupazione israeliana della West Bank nel 1967, Gerusalemme est è stata annessa all’area giurisdizionale di competenza della municipalità di Gerusalemme, in violazione del principio di diritto internazionale che vieta l’annessione unilaterale. Successivamente, Israele ha imposto a Gerusalemme est la legge e l’amministrazione israeliana, ma ciò non diminuisce i diritti dei Palestinesi residenti secondo le norme che regolano l’occupazione. Queste norme vietano il trasferimento forzato dei residenti del territorio occupato, compreso quello all’interno dello stesso territorio, salvo che in casi circoscritti ed eccezionali. Per ragioni di sicurezza, alla potenza occupante è consentito, al più, di delimitare il luogo in cui è permessa la residenza della persona per un determinato periodo di tempo, all’interno del territorio occupato. In nessun caso è consentita la deportazione.

La decisione di revocare la residenza permanente dei quattro Palestinesi suscita particolare preoccupazione. Sin da quando ha annesso Gerusalemme est, Israele ha trattato i Palestinesi residenti nella città come se essi fossero in possesso di un permesso di soggiorno permanente secondo la Legge sull’Ingresso in Israele. Per anni, lo stato ha revocato (illegalmente) questo status per quelle persone che sosteneva avessero spostato il centro della loro vita e dei loro affari in un altro paese. Questa è la prima volta che la residenza viene revocata per il motivo esplicito della mancanza di fedeltà allo stato.

Nel passato, le Defense (Emergency) Regulations del1945, dei tempi del Mandato, permettevano la deportazione di residenti e di cittadini dello stato per motivi di sicurezza. Questa disposizione draconiana venne abrogata durante il primo governo di Menachem Begin. Il caso di specie rappresenta un pericoloso precedente, in quanto il ministro degli interni ha utilizzato la sua competenza generale a revocare la residenza secondo la Legge israeliana sull’Ingresso per consentire la sanzione della deportazione di sicurezza che Israele aveva abrogato più di trent’anni fa.

Le motivazioni fornite per la revoca – la mancanza di fedeltà allo Stato di Israele a causa della partecipazione alle istituzioni politiche dell’Autorità Palestinese – accrescono la gravità dell’azione. I residenti di Gerusalemme est, in quanto residenti di un territorio occupato, non hanno un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante. Diverse norme di diritto internazionale (tra queste l’articolo 45 delle Regole dell’Aja e l’articolo 68 della Quarta Convenzione di Ginevra ) si prefiggono di impedire che una popolazione sotto occupazione venga trattata come se avesse un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante, e di garantire che un tale obbligo non venga ad essa imposto. Nel caso in esame, Israele interpreta la partecipazione alle elezioni per le istituzioni nazionali palestinesi come una mancanza di fedeltà, anche se queste elezioni hanno avuto luogo a Gerusalemme est, in conformità agli accordi di Oslo, secondo la legge israeliana che attua questi accordi, e sotto la supervisione internazionale. Infliggere la dura sanzione del trasferimento forzato per aver partecipato alla vita politica della società a cui una persona appartiene viola gravemente i diritti civili della persona medesima e quelli della sua comunità, in aggiunta alla violazione di altri diritti derivante dall’allontanare una persona dal suo luogo di residenza.

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5 Commenti:

Alle 20 luglio 2010 23:19 , Anonymous Andrea ha detto...

Scrivere "deportazione" richiama i campi di concentramento di nazista memoria, paragone spesso evocato da voi odiatori di Israele, che invece ipocritamente mai criticate le sanguinose repressioni di Hamas & Co, ma si sa, tutto quello che fanno i palestinesi è buono e giusto per voi. Ti invito quindi ad usare l'equivalente corretto che è "espulsione". Per il resto i palestinesi di Gaza stanziati in Cisgiordania e a Gerusalemme est creano gravissimi problemi di sicurezza, soprattutto all'Anp di Abu Mazen. Il quale non avendo la forza di rimandarli nella Striscia, come vorrebbe ardentemente, non può che giovarsi della collaborazione di Israele, che nei confronti di Hamas ha le sue stesse opinioni.

 
Alle 21 luglio 2010 09:55 , Anonymous gianni saturdiello ha detto...

Vorrei che andassi a vedere(watch international)i nuovo centro commerciale aperto a Gaza il 17/07/10, non mi sembra,visto la quantità di merci,che l'embargo sia così ferreo come tu sostieni.
E poi se non possono importare cemento e altro materiale per costruzioni,come l'hanno costruito con la sabbia?
Mi piacerebbe inoltre veder pubblicato lo statuto di Hamas, reperibile facilmente digitando "STATUTO DI HAMAS" su google ,c'è anche in italiano

 
Alle 22 luglio 2010 03:12 , Blogger vichi ha detto...

Quando uno è ignorante, e per giunta vuole polemizzare sterilmente, capita che si incorra in cattive figure.

Perchè deportare significa, letteralmente, "trasferire qualcuno lontano dal luogo di residenza, per motivi politici o come pena per reati commessi".

Per il resto, che significa "Palestinesi di Gaza stanziati in Cisgiordania"?! Le quattro persone in questione sono residenti a Gerusalemme est, territorio occupato, e Israele deportandoli viola il diritto umanitario internazionale oltreché i diritti umani legati alla residenza di ciascuno.

Ma, si sa, agli amici di israele i diritti umani dei Palestinesi non interessano granché!

Non c'entra niente con l'argomento trattato, cmq gianni potrebbe leggere utilmente i report periodici dell'UNOCHA da cui si evince come quasi nulla sia cambiato nella durezza dell'assedio israeliano alla Striscia di Gaza.

In particolare potrebbe leggere che i materiali da costruzione sono ammessi solo per progetti onu o sotto supervisione internazionale. E, inoltre, che la complessità e gli alti costi di monitoraggio imposti da israele rendono insostenibile l'implementazione di gran parte di questi progetti.

E che, soprattutto, l'ammontare delle importazioni nella Striscia sono ancora oggi il 23% dei livelli ante imposizione del blocco.

 
Alle 23 luglio 2010 08:20 , Anonymous gianni saturdiello ha detto...

e i progetti onu sarebbero i centri commerciali e le srade per arrivarci,nonchè le merci da vendere?
capisco la propaganda e il voler vedere il male da una parte sola , ma stai esagerando

 
Alle 23 luglio 2010 12:18 , Blogger vichi ha detto...

La propaganda non la fa certo chi cita report dell'Onu e statistiche ufficiali e inattaccabili.

La propaganda la fa chi - in Israele e fuori - vorrebbe far credere che la Striscia di Gaza è il Paese di Bengodi.

 

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