19 gennaio 2012

Diplomatici Ue: necessario dividere Gerusalemme

Gli inviati della Ue presso l’Autorità palestinese già da tempo hanno preparato un rapporto che contiene alcune prime, e molto parziali, misure da adottare per cercare di frenare l’inarrestabile espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Tali misure prevederebbero tra l’altro, secondo quanto riportato da Ynet, l’inserimento dei coloni violenti in una “lista nera” e il divieto di intrattenere rapporti economici con aziende israeliane aventi sede o operanti a Gerusalemme est.

Ma, soprattutto, i diplomatici Ue esprimono la loro preoccupazione che la continua espansione delle colonie israeliane impedisca di conseguire la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, e sottolineano come una pace durature presupponga la necessità di dividere Gerusalemme.

Sarebbe un buon inizio, se solo i Paesi membri della Ue si decidessero ad adottare le misure proposte dal documento…

Inviati europei: inserire i coloni israeliani in una lista nera

Gli inviati europei redigono un duro rapporto che mira a fare pressioni affinchè Israele cambi politica in Cisgiordania e chiede che i coloni violenti vengano iuseriti in una “lista nera” e che Gerusalemme venga divisa.

di Elior Levy – 18.1.2012

L’Europa dichiara guerra ai coloni? I capi delle delegazioni dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese hanno elaborato un documento contenente dure raccomandazioni allo scopo di rafforzare il controllo dell’Autorità palestinese su Gerusalemme est e di premere su Israele affinché modifichi le sue politiche in Cisgiordania.

Il severo documento, le cui parti essenziali vengono pubblicate per la prima volta, è stato acquisito da Ynet.

Le raccomandazioni includono la preparazione di una “lista nera” di coloni considerati violenti, al fine di poter valutare successivamente la possibilità di vietarne l’ingresso nell’Unione europea. Il documento chiede anche di incoraggiare una maggiore attività e rappresentanza dell’Olp a Gerusalemme est.

Il rapporto, inoltre, raccomanda alle maggiori autorità Ue in visita a Gerusalemme est di astenersi dal farsi scortare da rappresentanti ufficiali israeliani o da personale della sicurezza.

“Gerusalemme deve essere divisa”

I funzionari, inoltre, sono sollecitati a dare disposizioni alle aziende turistiche europee di astenersi dal fornire supporto alle imprese israeliane situate a Gerusalemme est e ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica europea sui prodotti israeliani che provengono dagli insediamenti o da Gerusalemme est.

Un diplomatico occidentale ha detto a Ynet che gli europei sono ben consapevoli delle implicazioni di queste ultime raccomandazioni. Egli ha anche espresso la speranza che il documento incoraggi la Ue a intraprendere iniziative concrete per porre fine all’espansione degli insediamenti colonici, ivi compresa una legislazione che vieti le transazioni finanziarie che riguardano la costruzione delle colonie.

Un documento redatto dai capi delegazione esprime preoccupazione per l’aumento dell’attività edilizia israeliana a Gerusalemme est, che secondo gli inviati europei compromette la possibilità di raggiungere la soluzione a due stati. Senza la divisione di Gerusalemme, che dovrebbe fungere da capitale sia per Israele sia per la Palestina, sarebbe impossibile assicurare una pace durevole, hanno scritto gli inviati europei. (…)

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2 agosto 2011

Quei vili criminali dell'esercito israeliano, rapitori di bambini



Mentre gli Israeliani sono impegnati nelle loro manifestazioni di protesta piantando tende in tutto il paese, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, la vita sotto occupazione va avanti come al solito, lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica israeliana e internazionale.

Nel filmato scioccante qui sopra, girato da una telecamera di sorveglianza lo scorso 22 luglio e postato su YouTube, alcuni ragazzini palestinesi che stavano giocando a calcio per strada vengono improvvisamente afferrati e portati via da soldati israeliani mascherati scesi da un veicolo sotto copertura.

Di cosa erano sospettati? Perché sono stati portati via? Ed è così che si amministra la “giustizia” da parte di un paese civile, posto che la parola “giustizia” abbia un senso se riferita ad uno stato-canaglia che mantiene una pluridecennale occupazione militare dei territori palestinesi feroce e spietata?
Non si è lontani dal vero se si presume che quei poveri ragazzi siano sospettati di aver tirato pietre all’indirizzo degli occupanti israeliani, posto che – nel periodo compreso tra novembre 2009 e dicembre 2010 – solo a Gerusalemme est sono stati 1.267 i casi penali aperti dalla polizia israeliana nei confronti di Palestinesi minori di 18 anni per il reato di lancio di pietre.

E quando non vengono rapiti in mezzo alla strada, ai ragazzini palestinesi può capitare di essere svegliati alle 4 della mattina da una torma di soldati israeliani armati di tutto punto che fanno irruzione in camera da letto, come è successo ad Ahmed Siyam, 12enne di Silwan.

“Papà, papà, aiutami! Non lasciare che mi portino via!” ha avuto appena il tempo di gridare il povero Ahmed, prima di essere portato via dai soldati israeliani, bendato e ammanettato. Si, perché anche ragazzini di 12 o 13 anni, poco più che bambini, in violazione di ogni norma e convenzione che riguarda i minori, vengono sistematicamente ammanettati, bendati, presi a spintoni, schiaffeggiati, presi a calci, interrogati senza la presenza dei genitori o di un legale, costretti a firmare “confessioni” scritte in lingua ebraica.

Un paese che amministra in questo modo la “giustizia”, che si accanisce contro i più piccoli e gli indifesi, che compie arresti illegali e pratica abusi sistematici e maltrattamenti contro gli arrestati, anche se bambini, non è degno di essere definito civile, ed anzi dovrebbe essere messo al bando ed isolato dalla comunità internazionale.

Si spera solo che la diffusione di questo ed altri video simili serva a far aprire gli occhi sulla realtà di un’occupazione non più tollerabile, e sull’infamia di un esercito di vili criminali, rapitori di bambini.

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19 gennaio 2011

Sono i bulldozer israeliani a condurre il dialogo.

I lavori di demolizione di un’ala dello storico Shepherd Hotel, nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, per farvi posto a 20 nuove unità abitative da destinare ai coloni israeliani, costituiscono solo uno degli ultimi atti con cui le autorità israeliane tentano di imporre la giudaizzazione di Gerusalemme est e la cancellazione di ogni simbolo della sua antica identità arabo-islamica.

In ciò Israele è favorito dall’incredibile acquiescenza e dalla passività dell’intera comunità internazionale, pur essendo chiaro che nessuna pace vi potrà mai essere tra Israeliani e Palestinesi se a questi ultimi non sarà consentito di creare uno stato indipendente e sovrano con capitale Gerusalemme est.

Eppure, proprio negli stessi giorni, i capi delle missioni diplomatiche Ue nell’area hanno tracciato una possibile strada da seguire, arrivando addirittura a invocare il boicottaggio delle aziende e delle merci israeliane provenienti dalle zone occupate di Gerusalemme.

E’ dunque la politica che deve battere un colpo, e i governi occidentali, se davvero hanno a cuore la pace, devono far seguire atti concreti di sanzione contro Israele alle sterili condanne formali che lasciano il tempo che trovano.

Israeli bulldozers do the talking.
di Khaled Amayreh – 15 gennaio 2011

Israele la scorsa settimana ha dimostrato ancora una volta la sua determinazione a rifuggire da qualsiasi vera occasione di dialogo che potrebbe portare alla fondazione di uno Stato palestinese accettabile basato sui confini del 1967.

Ruspe israeliane ed enormi martelli pneumatici si sono abbattuti sul quartiere palestinese di Sheikh Jarrah per demolire lo Shepherd Hotel, un enorme complesso costruito negli anni ’30 (attualmente i lavori sono sospesi in pendenza di un ricorso del Palestinian Islamic Council, n.d.r.). Una parte della struttura era stata anche la casa del Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin Al Husseini. La struttura demolita aveva in effetti un grande valore storico legato alla lotta palestinese.

Questa demolizione è stata solo l’ultimo passo di Israele per consolidare l’egemonia ebraica su una città araba occupata e obliterare la sua antica identità arabo-islamica. La giudaizzazione forzata della città – sacra a musulmani, cristiani ed ebrei – viene febbrilmente eseguita tramite oscuri accordi e dubbie espropriazioni dove abbondano menzogne, inganni e truffe.

Inoltre i circoli sionisti, in cooperazione con il governo israeliano e con gli interessi dei coloni ebrei, hanno disposto centinaia di milioni di dollari per trasferire le proprietà arabe agli interessi ebraici in tutta Gerusalemme Est. La distruzione dello Shepherd Hotel è avvenuta nonostante le obiezioni dell’intera comunità internazionale.

In ogni caso, data l’inefficacia storica di questo genere di obiezioni, il governo israeliano si è abituato a non prenderle seriamente, pensando che esse siano solo fatte per motivi di facciata e che non costituiscano in alcun modo una contestazione credibile alla politica israeliana degli insediamenti.

Secondo fonti israeliani attendibili a Gerusalemme, le autorità municipali israeliane stanno aspettando il momento giusto per dare il via ad altre grandi demolizioni di case arabe nel quartiere di Silwan. “Se il governo dovesse scoprire che la reazione internazionale, soprattutto statunitense, sarà debole come al solito, allora andrà avanti con le demolizioni,” ha riferito la fonte, che non era stata autorizzata a parlare con i media.

“[il Consiglio Municipale pro-insediamenti della città] vuole desensibilizzare l’opinione pubblica internazionale per farle accettare la [sua] realtà e il fatto che Israele ha carta bianca a Gerusalemme.”

Le reazioni all’ultima provocazione israeliana sono state “normali”, che si tratti dell’Autorità Palestinese (ANP) – che si è spesso appellata alla “comunità internazionale” per fare pressione su Israele – dell’UE, dell’ONU o degli Stati arabi, che hanno soltanto più o meno ripetuto le solite formalità sull’illegalità della politica israeliana.

Saeb Erekat, il capo negoziatore palestinese, ha richiesto che i Paesi occidentali facciano seguito alle loro condanne nei confronti delle provocazioni israeliane. “L’ONU ed i governi di tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti ed il Regno Unito, hanno già condannato i piani di demolizione dell’hotel. Chiediamo a tutto il mondo di prendere una forte posizione in difesa delle proprie opinioni. Questo comportamento intransigente e illegale di Israele deve essere contrastato e controllato.”

Con toni disperati, Erekat avverte che il primo ministro israeliano Binyamin Netanhyahu sta minando e sminuendo gli sforzi internazionali per la creazione di uno Stato Palestinese. “Mentre Netanyahu continua la sua campagna propagandistica sul processo di pace, nella realtà si sta muovendo rapidamente per prevenire la fondazione di uno Stato Palestinese.”

“Israele continua a modificare il paesaggio di Gerusalemme cercando di cambiare il suo status e di trasformarla in una città esclusivamente ebraica. Questo processo di pulizia e colonizzazione deve essere fermato per poter cambiare la cupa realtà dell’occupazione israeliana e trasformarla in uno Stato palestinese libero e sovrano con Gerusalemme Est come capitale.”

Nel frattempo il governo israeliano sta cercando di dare l’impressione che i diplomatici siano al lavoro, probabilmente per controbilanciare l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica dei palestinesi da Gerusalemme Est e dalla West Bank.

Netanyahu si è incontrato col presidente Hosni Mubarak al Cairo la scorsa settimana. Ha anche richiesto un incontro col re Abdullah di Giordania, apparentemente per la stessa ragione. Mubarak ha spinto Netanyahu a cambiare la politica israeliana verso i palestinesi e verso il processo di pace. Netanyahu ha ascoltato la richiesta di Mubarak, tuttavia senza recepirla. Infatti non appena è rientrato in Israele, sono avvenute le demolizioni a Gerusalemme Est.

Nel frattempo Israele sta per mandare un inviato a Washington per rassicurare l’amministrazione Obama che il governo Netanyahu è ancora impegnato nel processo di pace. Tutto questo avviene dopo il fallimento dell’amministrazione Obama nel suo tentativo di convincere Israele a congelare l’espansione degli insediamenti nei territori occupati palestinesi, anche in cambio di grandi incentivi diplomatici e militari.

Alcuni analisti credono che l’ossequioso comportamento americano verso il governo Netanyahu, soprattutto l’eccessiva pazienza mostrata dal segretario di Stato Hillary Clinton, abbia ulteriormente incoraggiato Israele e la sua leadership a ignorare le pressioni statunitensi. “ Sono sicuro che la signora Clinton teme l’ira israeliana più di quanto gli israeliani temano l’ira americana”, ha detto un esperto giornalista europeo a Gerusalemme Est.

La reazione americana alla demolizione dello Shepherd Hotel insieme agli ultimi omicidi a sangue freddo di palestinesi innocenti nella West Bank e nella Striscia di Gaza, inclusi contadini che coltivavano la loro terra e anziani che dormivano nei loro letti, è stata caratteristicamente vuota e mascherata dal linguaggio diplomatico.

Nel frattempo, la Clinton ha rimesso nel cassetto il processo di pace durante il suo tour negli emirati del Golfo Persico, preferendo incitare gli arabi contro il programma nucleare iraniano. Prevedibilmente la Clinton sottintendeva che Israele non rappresenta alcuna minaccia per gli arabi e che il vero nemico comune di Israele e degli arabi è l’Iran. La Clinton è arrivata fino screditare le dichiarazioni del capo del Mossad, Meir Dagan, nelle quali egli aveva affermato che l’Iran non avrebbe avuto capacità belliche nucleari prima del 2015.

Qualche settimana fa, la Clinton ha respinto l’accusa che “azioni unilaterali israeliane” stiano facendo deragliare il processo di pace. “I negoziati bilaterali”, ha detto, “sono l’unico modo per raggiungere la pace fra Israele e i palestinesi”. Un ministro del governo dell’ANP ha commentato le dichiarazioni della Clinton, dicendo: “ Questo è come dire alla vittima e al suo stupratore di mettersi d’accordo fra di loro”.

Khaled Amayreh è un giornalista palestinese; è corrispondente di al-Ahram Weekly da Gerusalemme Est

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11 gennaio 2011

I diplomatici Ue: Gerusalemme est capitale palestinese!

Proprio all’indomani della demolizione, da parte israeliana, di un’ala dello storico Shepherd Hotel, nel popoloso quartiere arabo di Sheikh Jarrah – per farvi posto a 20 nuove unità abitative da destinare ai coloni israeliani – il quotidiano Ha’aretz da notizia di un rapporto redatto dai capi delle missioni diplomatiche dell’Unione europea a Gerusalemme e a Ramallah in cui si suggeriscono iniziative senza precedenti per contrastare e, in certo qual modo, sanzionare la giudaizzazione di Gerusalemme est.

Partendo dall’ovvio presupposto che non vi sarà mai pace tra Israeliani e Palestinesi senza che questi ultimi possano avere uno stato con Gerusalemme est come capitale, i consoli dell’Unione europea si spingono a suggerire una vera e propria svolta nei rapporti con Israele e nell’atteggiamento europeo rispetto all’occupazione israeliana, arrivando a suggerire misure come il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est o il divieto di ingresso nei paesi Ue per i coloni “violenti”.

E’ un primo segno di risveglio dell’Unione europea di fronte alla situazione di totale illegalità che connota l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, un segnale che rischia di arrivare tardi se consideriamo che a Gerusalemme est e nelle aree della West Bank annesse alla municipalità dopo il 1967 vivono ormai ben 190.000 Israeliani, a fronte di 250.000 Palestinesi ivi residenti.

Rimane da sperare che i suggerimenti dei diplomatici spingano finalmente i governi della Ue ad abbandonare la tradizionale pavidità e a costringere Israele, una volta per tutte, a rientrare nell’alveo della legalità internazionale.

DIPLOMATICI UE SOSTENGONO CHE GERUSALEMME EST DOVREBBE ESSERE TRATTATA COME LA CAPITALE PALESTINESE.

I consoli dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese raccomandano il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est, chiedono che funzionari della Ue siano presenti durante la demolizione delle case e le evacuazioni.

di Nir Hasson

Gerusalemme est dovrebbe essere trattata come la capitale dello Stato palestinese, secondo un rapporto redatto dai capi delle missioni diplomatiche europee a Gerusalemme e a Ramallah. Il rapporto include varie altre raccomandazioni senza precedenti per l’Unione europea per quanto riguarda il suo atteggiamento nei confronti di Gerusalemme est.

I diplomatici europei, soprattutto consoli, raccomandano inoltre che i funzionari e i rappresentanti politici della Ue si rifiutino di recarsi presso gli uffici governativi israeliani dislocati al di là della Green Line e declinino ogni misura di sicurezza da parte israeliana a Gerusalemme est sia nella Città Vecchia sia altrove.

Il rapporto, completato il mese scorso, è stato inviato a Bruxelles al principale organismo di politica estera della Ue, il Comitato per la Politica e la Sicurezza. Al momento non è stato divulgato, chiaramente a causa della delicatezza del suo contenuto.

Il rapporto dei diplomatici discute anche della possibilità di vietare l’ingresso nei paesi della Ue ai “coloni violenti di Gerusalemme est”. Per quanto riguarda il commercio, si raccomanda di incoraggiare il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est.

La prima parte del rapporto descrive nei dettagli la costruzione e l’espansione degli insediamenti colonici a Gerusalemme est, la violazione dei diritti umani dei Palestinesi che risiedono nella parte orientale della città, così come la disuguaglianza in materia di istruzione e di servizi sanitari a disposizione dei Palestinesi. Il rapporto conclude che, al di là del loro significato umanitario, queste condizioni indeboliscono il controllo dei Palestinesi sulla città.

Le critiche europee alla politica israeliana nei territori e, in particolar modo, a Gerusalemme est, non sono nuove. Ma il cambiamento radicale contenuto nel rapporto lo si può vedere nelle misure operative che esso raccomanda, che di fatto pongono le basi per imporre sanzioni contro Israele.

Ad esempio, il documento propone che gli alti funzionari della Ue in visita non si avvalgano delle aziende israeliane operanti a Gerusalemme est, come alberghi e aziende di trasporto, e che non visitino i siti archeologici gestiti dalle “organizzazioni pro-coloni” (un riferimento al Parco Nazionale “Città di Davide”).

Il rapporto continua suggerendo di promuovere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui prodotti provenienti dalle colonie, “per esempio fornendo assistenza ai principali rivenditori della Ue in materia di etichettatura di origine per i prodotti delle colonie”, e di informare i cittadini della Ue sui “rischi finanziari derivanti dall’acquisto di proprietà nei territori occupati di Gerusalemme est”.

I diplomatici raccomandano, inoltre, che la Ue incoraggi Israele a consentire la riapertura degli uffici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Gerusalemme est, in linea con quanto previsto dalla road map. Israele ha chiuso le istituzioni dell’OLP durante la seconda Intifada.

Per il rapporto, inoltre, i diplomatici Ue sono chiamati a esprimere grande preoccupazione circa lo stato dei servizi di emergenza previsti per gli Arabi di Gerusalemme est durante i loro incontri con gli alti funzionari israeliani.

Il rapporto aggiunge che funzionari della Ue dovrebbero essere presenti in occasione della demolizione di case o della loro evacuazione, così come ai processi su tali questioni, nonché “assicurare l’intervento della Ue in caso di arresto o di intimidazione dei Palestinesi da parte delle autorità israeliane a causa delle loro pacifiche attività culturali, sociali o politiche a Gerusalemme est.”.

Il rapporto raccomanda, infine, che l’Unione europea “incoraggi i paesi arabi a riconoscere la dimensione multiculturale di Gerusalemme, ivi compreso il patrimonio culturale ebraico e cristiano”.

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23 luglio 2010

La pulizia etnica a Gerusalemme est, un cancro che mina ogni speranza di pace.


Il report dell’UNOCHA relativo alla settimana compresa tra il 7 e il 13 luglio ci informa che sono riprese le demolizioni di abitazioni palestinesi a Gerusalemme est. Le ultime, in ordine di tempo, si sono registrate nei quartieri di Beit Hanina, Jabal Al Mukabber e Al ‘Isawiya, e hanno riguardato tre abitazioni, due case in costruzione, un deposito e le fondamenta di un edificio.

Il risultato è che 25 Palestinesi, inclusi 12 bambini (il più piccolo dei quali di soli due mesi), sono stati sfollati forzatamente.

Le autorità municipali naturalmente sostengono che le demolizioni riguardano soltanto le costruzioni prive dei regolari permessi rilasciati dalle autorità israeliane, ma è noto non solo che ai Palestinesi è consentito costruire solo sul 13% dell’estensione di Gerusalemme est, ma anche che ottenere tali permessi equivale a vincere una lotteria milionaria.


Così nel 2010, per tali motivi, sono state già demolite 24 strutture di proprietà di Palestinesi, lasciando senza un tetto 32 persone, tra le quali 17 bambini.

Di contro le colonie ebraiche a Gerusalemme est coprono già un terzo dell’intera superficie municipale e sono in continua espansione, in quanto ai coloni viene naturalmente consentito di costruire in ogni dove e senza alcun vincolo.

L’articolo che segue – scritto il 15 luglio da Seth Freedman per il Guardian e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews – ci ricorda che il cancro della giudaizzazione di Gerusalemme est e la strisciante pulizia etnica in atto ai danni della popolazione palestinese residente impone un fermo intervento della comunità internazionale, per impedire la fine di ogni possibilità di accordi di pace e una inevitabile ripresa della violenza e degli scontri.

Impedire le demolizioni di abitazioni palestinesi da parte di Israele.

In teoria, un comune che demolisce delle strutture abusive sul proprio territorio non dovrebbe sorprendere nessuno. In pratica, tuttavia, tale misura deve essere considerata nel contesto della più ampia politica del luogo – e quando si tratta della polveriera israelo-palestinese, le azioni delle autorità israeliane dovrebbero essere considerate per quello che sono: un comportamento provocatorio e pieno di astio.

Mettendo fine al congelamento delle demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme Est, durato nove mesi, questa settimana gli operai comunali hanno raso al suolo tre case della zona, provocando una tempesta di polemiche sia in patria che all’estero. Il congelamento fu introdotto in seguito al caso diplomatico sorto durante le ultime demolizioni a Gerusalemme Est, in occasione della visita di Hillary Clinton nel marzo 2009 – demolizioni descritte dalla Clinton come “inutili” e come una violazione degli impegni assunti da Israele nel contesto della Road Map.

Da allora, Israele ha continuato ad ignorare gli accordi che sancivano una moratoria sulle costruzioni illegali nelle colonie israeliane, pur continuando a perseguire una linea dura nei confronti dei residenti palestinesi di Gerusalemme Est. L’espulsione di famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah continua a ritmo sostenuto, per far posto a nuovi coloni; a Silwan è in programma la demolizione di 22 case per la costruzione di un giardino pubblico, e in tutta la zona orientale della città viene esercitata una pressione incessante come parte di quella che gli attivisti chiamano la politica del “trasferimento silenzioso”.

Secondo Angela Godfrey-Goldstein dell’ Israeli Committee Against House Demolitions, il “trasferimento silenzioso” denota la pratica di esasperare gradualmente i palestinesi, finché essi si arrendono per la disperazione, abbandonano l’area e si spostano verso est. La politica dei permessi edilizi fa parte del trasferimento silenzioso – sostiene.

La maggior parte di Gerusalemme Est è stata dichiarata “area verde”, il che impedisce la costruzione di case, cosa che a sua volta porta ad una grave carenza di alloggi nella città. La presenza di un numero insufficiente di unità abitative rispetto ai bisogni dei residenti significa che il costo delle proprietà sale alle stelle e che le persone del posto vengono escluse dal mercato, e costrette a cercare un alloggio meno costoso dall’altro lato del muro di separazione. Una volta che hanno abbandonato la città, viene loro sottratto il diritto al possesso di documenti di identità di Gerusalemme, distruggendo in questo modo ogni loro speranza di trovare impiego in Israele; e così esse vengono efficacemente intrappolate per sempre nella povertà della Cisgiordania.

Nel frattempo, viene dato il via libera ai coloni perché costruiscano in ogni direzione – un evidente caso di discriminazione, fa notare Godfrey-Goldstein. Nei rari casi in cui i tribunali israeliani dichiarano come abusivi degli edifici di coloni – come nel caso di Bet Yehonatan a Silwan – gli ordini di sfratto sono ignorati dai coloni e non vengono fatti rispettare dalle autorità, dimostrando l’uso di due pesi e due misure da parte del comune di Gerusalemme per quanto riguarda le violazioni abitative.

Al di là delle terribili implicazioni per quelle famiglie che i bulldozer hanno lasciato senza casa questa settimana, le demolizioni rappresentano un altro duro colpo per le relazioni israelo-palestinesi. La distruzione delle case a Beit Hanina e Issawiya è un chiaro segnale di quanto poco importino ai leader israeliani le concessioni e i compromessi, e di quanto essi preferiscano accumulare capitale politico sul fronte interno inchinandosi agli ultra-nazionalisti.

I politici israeliani stanno seguendo questo atteggiamento da mesi, e la loro risolutezza è rafforzata dalla debole reazione internazionale, dopo che essi si sono fatti beffe del diritto internazionale e dei codici morali più elementari.

Nir Barkat, storico sindaco di Gerusalemme, è noto per aver respinto le critiche di Hillary Clinton riguardo alle demolizioni di case, l’anno scorso, definendole “aria fritta”, riassumendo così l’atteggiamento beffardo e sicuro di sé tipico della gran parte di coloro che sono al timone della politica israeliana.

Purtroppo, non è difficile capire da dove derivi la loro arroganza: da anni nessun leader americano o europeo ha osato accompagnare le proprie parole di rabbia con azioni concrete, quali per esempio l’applicazione di sanzioni contro Israele.

Malgrado il grande clamore che ha accompagnato l’ascesa di Barack Obama al vertice della politica americana, nulla è cambiato nel rapporto tra gli Stati Uniti e il loro alleato in Medio Oriente. Gli sforzi di trattare in maniera ragionevole e seria la questione della divisione di Gerusalemme si sono arenati, insieme ad altre questioni controverse – come la questione degli insediamenti illegali, dei diritti idrici in Cisgiordania, e dei profughi palestinesi.

In un tale scenario, la ripresa delle demolizioni a Gerusalemme Est deve essere vista per quello che è: una sfacciata dichiarazione d’intenti, sia a livello locale che internazionale.

La “giudaizzazione” di Gerusalemme Est è una politica dichiarata, da parte di numerosi gruppi di coloni e di loro sostenitori a livello economico e politico, e ogni casa demolita ed ogni famiglia espulsa dalla propria abitazione accelera il processo di pulizia etnica già intrapreso.

Se non si fa nulla per fermare questo cancro, l’inevitabile risultato sarà una rottura totale dei colloqui tra le due parti, che a sua volta probabilmente scatenerà un’ondata di violenti scontri.
L’unico modo per evitare una simile svolta disastrosa è che gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed altri esercitino pressioni su Israele – perché è Israele che ha in mano tutte le carte da giocare, quando si parla di negoziati. Qualsiasi misura più blanda non funzionerebbe: ormai non c’è quasi più tempo per portare le due parti al tavolo negoziale, e i soli vincitori dello status quo attuale sono gli estremisti. Né gli israeliani né i palestinesi meritano, né possono permettersi, le conseguenze di un’altra intifada, e quindi è necessario un intervento risoluto.

La demolizione delle abitazioni è solo la punta dell’iceberg, ma è uno dei tanti fattori incendiari in termini delle implicazioni politiche che comportano. Se i leader israeliani hanno dimostrato che a loro importa ben poco del danno che stanno arrecando sia in termini fisici che emotivi, è giunto il momento che qualcuno li costringa a tenere in maggior conto tali danni, per il bene di tutte le parti interessate.

Seth Freedman è un giornalista e scrittore britannico che risiede a Gerusalemme

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20 luglio 2010

Gli Israeliani, maestri nella violazione dei diritti.

In questi mesi è in corso il tentativo, da parte israeliana, di deportare forzatamente quattro Palestinesi residenti a Gerusalemme est dalla loro città, poiché membri di Hamas. Le quattro persone in procinto di essere espulse sono il 60enne Muhammad Abu Tir, il 41enne Muhammad Tutah, il 42enne Ahmad ‘Atun e il 49enne Khaled Abu ‘Arfah. I primi tre sono stati eletti nel Consiglio legislativo palestinese nel gennaio del 2006, dopo essersi candidati nella lista di Cambiamento e Riforma, affiliata ad Hamas. Abu ‘Arfah ha svolto le funzioni di Ministro per gli Affari di Gerusalemme nel governo Hamas presieduto da Isma’il Haniyeh.

In quanto Palestinesi residenti a Gerusalemme est, i quattro godevano dello status di residenti permanenti in Israele. Questo status venne revocato nel giugno 2006 dal Ministro degli Interni dell’epoca, Roni Bar-On, dopo che i quattro non avevano rispettato un ultimatum a dimettersi dai loro incarichi politici all’interno dell’Autorità Palestinese. Il ministro dichiarò che il loro status era stato revocato in quanto i quattro avevano violato il loro dovere di fedeltà allo Stato d’Israele.

La revoca non ebbe conseguenze pratiche immediate in quanto tre dei quattro erano detenuti nelle carceri israeliane. Essi erano stati arrestati poco dopo il rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006, in una ondata di arresti di membri del Parlamento palestinese affiliati ad Hamas.

Poche ore dopo che Abu Tir era stato rilasciato dal carcere, il 20 maggio 2010, egli venne convocato in una stazione di polizia e gli fu ordinato di lasciare Gerusalemme est e il territorio israeliano entro un mese. Anche Tutah venne convocato in una stazione di polizia a poche ore dal suo rilascio, il 2 giugno 2010, e gli venne ordinato di lasciare Gerusalemme e Israele entro un mese. Il giorno successivo, ‘Atun e Abu ‘Arfah, che erano stati scarcerati rispettivamente nel settembre 2008 e nel novembre 2009, vennero anch’essi convocati e ricevettero l’ordine di partire entro un mese. Il 25 giugno 2010, la polizia di Gerusalemme ha arrestato Abu Tir e ha depositato una denuncia contro di lui per soggiorno illegale in Israele. Lo stato chiede che Abu Tir rimanga in carcere fino alla fine del procedimento giudiziario, e ha dichiarato che, in caso di condanna, richiederebbe una pena detentiva. Il 1° luglio 2010, a seguito dell’arresto di Abu Tir e poco prima della scadenza del nuovo ultimatum, Tutah, ‘Atun e Abu ‘Arfah si sono rifugiati presso la sede della Croce Rossa a Gerusalemme est.

A seguito della revoca dello status di residenti nel 2006, è stato presentato un ricorso contro tale decisione all’Alta Corte di Giustizia israeliana. Il ricorso è ancora pendente. Il 20 giugno 2010, il Presidente della Corte Suprema, Giudice Dorit Beinsich, ha rigettato una richiesta di ordinanza provvisoria di dar corso al procedimento di espulsione fino a che non sarà raggiunta una decisione sul ricorso. L’audizione del ricorso è prevista a settembre 2010.

La revoca dello status di una persona quale residente permanente in un paese e il suo trasferimento forzato dal luogo di residenza naturalmente violano numerosi diritti umani. La persona viene separata dalla sua casa, dalla sua famiglia, dalla comunità, e dalle sue fonti di sostentamento. Questo è vero per le persone che acquisiscono la residenza permanente a seguito di immigrazione e vengono deportati nei loro paesi d’origine. Lo è doppiamente quando le persone vengono sradicate dalla loro terra e restano apolidi. Un certo numero di strumenti giuridici – nel diritto internazionale e nella legislazione interna, inclusa quella dello Stato di Israele – tutelano questi diritti. Speciali strumenti esistono per ridurre, per quanto possibile, il fenomeno degli apolidi, in parte limitando la capacità degli stati di revocare lo status delle persone che rimarrebbero senza uno stato.

In aggiunta, per quanto riguarda i residenti di Gerusalemme est, trovano anche applicazione le norme del diritto internazionale umanitario. A seguito dell’occupazione israeliana della West Bank nel 1967, Gerusalemme est è stata annessa all’area giurisdizionale di competenza della municipalità di Gerusalemme, in violazione del principio di diritto internazionale che vieta l’annessione unilaterale. Successivamente, Israele ha imposto a Gerusalemme est la legge e l’amministrazione israeliana, ma ciò non diminuisce i diritti dei Palestinesi residenti secondo le norme che regolano l’occupazione. Queste norme vietano il trasferimento forzato dei residenti del territorio occupato, compreso quello all’interno dello stesso territorio, salvo che in casi circoscritti ed eccezionali. Per ragioni di sicurezza, alla potenza occupante è consentito, al più, di delimitare il luogo in cui è permessa la residenza della persona per un determinato periodo di tempo, all’interno del territorio occupato. In nessun caso è consentita la deportazione.

La decisione di revocare la residenza permanente dei quattro Palestinesi suscita particolare preoccupazione. Sin da quando ha annesso Gerusalemme est, Israele ha trattato i Palestinesi residenti nella città come se essi fossero in possesso di un permesso di soggiorno permanente secondo la Legge sull’Ingresso in Israele. Per anni, lo stato ha revocato (illegalmente) questo status per quelle persone che sosteneva avessero spostato il centro della loro vita e dei loro affari in un altro paese. Questa è la prima volta che la residenza viene revocata per il motivo esplicito della mancanza di fedeltà allo stato.

Nel passato, le Defense (Emergency) Regulations del1945, dei tempi del Mandato, permettevano la deportazione di residenti e di cittadini dello stato per motivi di sicurezza. Questa disposizione draconiana venne abrogata durante il primo governo di Menachem Begin. Il caso di specie rappresenta un pericoloso precedente, in quanto il ministro degli interni ha utilizzato la sua competenza generale a revocare la residenza secondo la Legge israeliana sull’Ingresso per consentire la sanzione della deportazione di sicurezza che Israele aveva abrogato più di trent’anni fa.

Le motivazioni fornite per la revoca – la mancanza di fedeltà allo Stato di Israele a causa della partecipazione alle istituzioni politiche dell’Autorità Palestinese – accrescono la gravità dell’azione. I residenti di Gerusalemme est, in quanto residenti di un territorio occupato, non hanno un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante. Diverse norme di diritto internazionale (tra queste l’articolo 45 delle Regole dell’Aja e l’articolo 68 della Quarta Convenzione di Ginevra ) si prefiggono di impedire che una popolazione sotto occupazione venga trattata come se avesse un dovere di fedeltà nei confronti della potenza occupante, e di garantire che un tale obbligo non venga ad essa imposto. Nel caso in esame, Israele interpreta la partecipazione alle elezioni per le istituzioni nazionali palestinesi come una mancanza di fedeltà, anche se queste elezioni hanno avuto luogo a Gerusalemme est, in conformità agli accordi di Oslo, secondo la legge israeliana che attua questi accordi, e sotto la supervisione internazionale. Infliggere la dura sanzione del trasferimento forzato per aver partecipato alla vita politica della società a cui una persona appartiene viola gravemente i diritti civili della persona medesima e quelli della sua comunità, in aggiunta alla violazione di altri diritti derivante dall’allontanare una persona dal suo luogo di residenza.

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25 marzo 2010

Lo scontro Usa-Israele.

Abbiamo già visto come i rapporti tra Usa e Israele, in questi ultime settimane, si siano fortemente deteriorati a causa del massiccio piano di giudaizzazione di Gerusalemme est, rappresentato dalle circa 50.000 unità abitative in vario stadio di realizzazione oltre la cd. “green line”.

Su questo argomento è interessante dare una lettura all’articolo che segue, scritto dal noto analista politico mediorientale Rami G. Khouri per il Jordan Times e qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

Khouri, in particolare, ci fa riflettere sulla cruciale questione rappresentata dalla capacità degli Stati Uniti di elaborare una autonoma politica per il Medio Oriente che rifletta i veri interessi americani e non sia influenzata dai desiderata di Israele. E, in effetti, mai come adesso gli interessi degli Usa e quelli di Israele sono apparsi così divergenti.

Persino l’attuale capo del Central Command, il generale David Petraeus, ha più volte fatto presente alla Casa Bianca che le attuali politiche di Israele minano gravemente la rete di consensi che gli Usa avevano costruito con l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Petraeus, tra l’altro, ha chiarito come la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rendano oltremodo più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Il generale americano si preoccupa, in primo luogo, dell’incolumità dei soldati al suo comando, ma naturalmente le sue argomentazioni valgono anche per noi tutti e, soprattutto, per i destini della pace nel mondo.

Come hanno dimostrato nel tempo i vari messaggi registrati dei vertici di al-Qaeda, la continua oppressione del popolo palestinese – che riempie di collera il mondo arabo nei confronti di Israele e dell’Occidente accusato di connivenza – costituisce un formidabile strumento di propaganda e di inesausto proselitismo.

Uri Avnery, giorni addietro, faceva notare che non ci può essere pace senza uno Stato palestinese indipendente, e non può esservi uno Stato palestinese che non abbia Gerusalemme est come capitale. E su questo c’è assoluta unanimità tra i Palestinesi, siano essi di Fatah o di Hamas, tra gli Arabi, dal Marocco all’Iraq, e all’interno dell’intero mondo islamico, dalla Nigeria all’Iran.

Siamo certi della sincerità di Barack Obama, allorquando ha dichiarato che si sarebbe impegnato strenuamente per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e siamo consci del fatto che l’influenza delle potentissime lobby ebraiche sui deputati e sui senatori Usa gli impediscono di agire come probabilmente vorrebbe.

Ma è giunto il momento di dare un chiaro segnale a Israele e di porre fine alla continua espansione delle colonie a Gerusalemme est e in tutta la West Bank, anche mediante l’uso di drastici strumenti di pressione. Gli ebrei di Jewish Voice for Peace, in quest’ottica, ci invitano a inviare una email al Presidente Usa, chiedendo la sospensione di ogni aiuto finanziario ad Israele fino a che non ponga fine alla colonizzazione dei Territori occupati e non allenti il criminale assedio alla Striscia di Gaza.

Per dirla come Khouri, un conto è difendere la sovranità e la sicurezza del popolo israeliano, un conto è continuare a difendere un Paese di eterni colonizzatori, di espropriatori di terre, di violatori del diritto internazionale.

The US-Israeli feud.
di Rami G. Khouri
19.3.2010

Sono stato a Boston e a New York, tenendomi informato sulla crisi nelle relazioni israelo-americane, dopo che il governo israeliano (durante la visita ufficiale del vicepresidente americano Joseph Biden) ha fatto due annunci con cui approvava la costruzione di quasi 1.800 nuove unità abitative nelle aree occupate di Gerusalemme e della West Bank (si tratta delle 1.600 abitazioni nel quartiere di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est e delle 112 abitazioni approvate nell’insediamento di Beitar Illit, in Cisgiordania, 10 km a sud di Gerusalemme (N.d.T.) ).

La controversia ha assunto proporzioni notevoli, per quanto riguarda la storia delle relazioni israelo-americane. Raramente funzionari americani di primo piano dichiarano pubblicamente o in privato, come hanno fatto la scorsa settimana, che Israele ha “insultato” gli Stati Uniti, e la accusano di minare deliberatamente i processi di mediazione USA, “condannano” le azioni israeliane o chiedono a Israele di adoperarsi per dimostrare il suo impegno a favore dei negoziati di pace israelo-palestinesi, che stanno per essere avviati con la mediazione americana.

Tutto questo rappresenta una certa novità, ma sarebbe anche piuttosto insignificante qualora la polemica risulti essere solo un altro piccolo incidente di percorso lungo un altrimenti solido rapporto bilaterale fra America e Israele, nel corso del quale gli interessi della destra israeliana e i lobbisti di Washington hanno determinato per decenni la politica USA in Medio Oriente.

Che l’attuale controversia sia seria, è chiaro; quali siano le sue possibili conseguenze, non lo è.

In questa vicenda i palestinesi e gli arabi sono in gran parte osservatori silenziosi, proprio come sono stati vittime inerti e persone invisibili nel complessivo progetto di colonizzazione sionista che continua ad arraffare e ad inghiottire territori palestinesi.

Così l’attenzione si focalizza sui due protagonisti e sulle due questioni cruciali, rivelando la posta in gioco: Israele e la sua perenne colonizzazione delle terre arabe, e la capacità statunitense di prendere decisioni politiche sul Medio Oriente in totale autonomia.

Sarebbe limitato considerare questo contrasto come qualcosa che riguarda essenzialmente le probabilità di avviare i “colloqui di prossimità” questa settimana, come programmato. La questione è molto più profonda, riguarda il cuore del conflitto nazionalista fra arabi e israeliani e la relazione esclusiva fra Stati Uniti e Israele.

Gli arabi e i palestinesi ritengono di aver fatto ogni concessione loro richiesta, incluso riconoscere il diritto ad esistere d’Israele, accettare di negoziare e di vivere in pace con lo Stato ebraico, e acconsentire a una risoluzione del problema dei profughi palestinesi che sia negoziata e concordata con Israele (ovvero, accettare che solo un numero limitato e prestabilito di profughi ritornerà nella propria casa nel territorio palestinese incluso nell’odierna Israele). Se si deve arrivare alla pace, un passo avanti ora lo deve compiere Tel Aviv.

La faccenda degli insediamenti è così opprimente poiché riguarda le due questioni chiave in gioco: le politiche israeliane di colonizzazione e la subordinazione dell’America a Israele.

La polemica in corso è importante anche per la sua capacità di generare cambiamenti in merito a questi punti critici.

La prima questione è se esiste una linea di distinzione fra Israele come patria del popolo ebraico, con cui i palestinesi possono convivere in stati adiacenti, e Israele come progetto di perpetua colonizzazione sionista che rifiuta di accettare lo stato di diritto, così come definito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Israele rivendica il diritto di costruire insediamenti e di colonizzare tutto il territorio dell’Israele biblica, e afferma che l’intera Gerusalemme è la sua capitale eterna e indivisibile. I suoi insediamenti/colonie rappresentano un simbolo dinamico della sua totale mancanza di considerazione per il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, nonché una conferma della sua ostinazione, tipica di uno stato di apartheid, a godere di diritti maggiori rispetto ai palestinesi e agli arabi che vivono nella loro stessa terra.

Ad un certo punto, dopo 115 anni di sionismo moderno, gli ebrei e gli israeliani dovranno chiarire al mondo e a sé stessi se sono un insieme di eterni colonizzatori, di violatori del diritto internazionale e di espropriatori, o uno stato che cerca solo di permettere alla popolazione ebraica di vivere in pace, in sicurezza e nella normalità, nella terra a cui essa è legata sin da quando emerse come un popolo distinto, migliaia di anni fa.

La seconda questione che l’attuale controversia potrebbe chiarire è se gli Stati Uniti siano capaci di formulare una politica per il Medio Oriente che rifletta interessi nazionali autenticamente americani. Gli Stati Uniti possono abbandonare la loro abitudine di sottomettersi al ricatto, al terrorismo ideologico e all’intimidazione dei gruppi pro-Israele nei confronti dei politici americani, che temono di essere sollevati dal loro incarico se si discostano dalle posizioni israeliane?

Gli Stati Uniti hanno contrastato le opinioni e le prese di posizione d’Israele davvero molto raramente. Soltanto una o due volte nella storia contemporanea, gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare qualcosa che il paese si rifiutava di fare, come nel caso del ritiro dal Sinai nel 1956. Potremmo essere in una di quelle rare circostanze in cui gli Stati Uniti (adesso offesi e irritati) faranno veramente pressione su Israele affinché congeli totalmente gli insediamenti, con l’obiettivo di far ripartire i negoziati indiretti con i palestinesi.

Ci troviamo in un territorio inesplorato, ma anche in un ambito politico della massima importanza, dove la natura delle nazioni, e la determinazione politica degli uomini e delle donne che le governano, si trovano seriamente sotto esame per la prima volta nell’arco di due generazioni.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”.

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24 marzo 2010

I veri amici di Israele (e, soprattutto, della pace).

In concomitanza con la visita in Israele del Vice Presidente Usa Biden, il 9 marzo scorso, sono stati resi noti in una sequenza impressionante i piani dell’ulteriore, massiccia colonizzazione israeliana di Gerusalemme e dei suoi sobborghi, il che ha creato seri attriti tra l’amministrazione Obama e il governo israeliano.

L’8 marzo, le autorità israeliane hanno dato il via libera alla costruzione di 112 nuove unità abitative nell’insediamento di Beitar Illit, a ovest di Betlemme, venendo meno persino a quella minima promessa di “congelamento” per 10 mesi delle nuove costruzioni nelle colonie della West Bank.

Il 9 marzo, tanto per render chiaro a Biden come stavano le cose, il Ministro degli Interni israeliano ha reso nota l’approvazione di 1.600 nuovi appartamenti a Gerusalemme est. Queste costruzioni, stando ad Ha’aretz, dovrebbero sorgere nel quartiere ultra-ortodosso di Ramat Shlomo, al fine di assicurarne l’espansione verso est e verso sud.

L’11 marzo, il quotidiano israeliano Ha’aretz ha svelato come oltre 50.000 nuove abitazioni, da edificare nei quartieri di Gerusalemme oltre la “linea verde”, siano in vario grado di pianificazione e di approvazione. Alcuni di questi piani sono ormai in fase avanzata di attuazione e si tratta, in particolare, di: 3.000 abitazioni nella colonia di Gilo, 1.500 ad Har Homa, 1.500 a Pisgat Ze’ev, 3.500 a Givat Hamatos, 1.200 a Ramot, 600 ad Armon Hanetziv e 450 nella colonia di Neveh Yaakov. In aggiunta risulta programmata la costruzione di un nuovo quartiere di ben 13.000 unità abitative nei pressi del villaggio di al-Walajah, a nord-ovest di Betlemme, che domina Gerusalemme.

L’annuncio di questa imponente mole di nuove costruzioni ha di colpo reso molto tesi i rapporti tra gli Usa ed Israele, ben esemplificati dal botta e risposta tra Hillary Clinton e il premier israeliano “Bibi” Netanyahu al congresso dell’Aipac, la (tristemente) nota e potente lobby ebraica statunitense. Alla Clinton che sosteneva che le colonie sono un ostacolo e che Israele deve compiere “scelte difficili” per raggiungere la pace con i Palestinesi, Netanyahu ha infatti replicato che “Gerusalemme non è una colonia, è la capitale di Israele”.

Su questo argomento, è apparso in questi giorni un articolo redazionale del sito Medarabnews, che bene sintetizza tutte le questioni sul tappeto e che vi propongo qui di seguito.

Qui voglio soltanto aggiungere una cosa. La costruzione di abitazioni in territorio occupato, a Gerusalemme est come nella West Bank, non è solo un “ostacolo”, non è sufficiente dire che “non aiutano” o usare le similari formulette adoperate in passato dalle varie amministrazioni americane. Costruire in territorio occupato è immorale e illegale, e costituisce un vero e proprio crimine di guerra per aperta violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

E questo lo ha ricordato solo il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon…

Ma persino il generale David Petraeus ha ritenuto di intervenire sottolineando i pericoli che potrebbero derivare agli Stati Uniti dalle politiche dissennate di Israele. Secondo Petraeus, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rende più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran di godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Petraeus ha assolutamente ragione, ma lui teme per la sicurezza delle truppe americane, noi temiamo, piuttosto, per la nostra sicurezza e per i destini della pace nel mondo.

“Nella lite sugli insediamenti, chi sono i veri amici di Israele?”, si è chiesto qualche giorno fa, dalle pagine del Washington Post, Stephen M. Walt, professore di Relazioni Internazionali all’Università di Harvard, in merito alla crisi scoppiata fra Washington e Tel Aviv a seguito dell’annuncio israeliano di un piano edilizio per la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme Est.

La disputa ha suscitato un intenso dibattito negli Stati Uniti, fra coloro che hanno valutato positivamente la reazione dell’amministrazione Obama e coloro che l’hanno invece aspramente criticata, ritenendola indegna di uno stretto alleato di Israele.

Su posizioni molto critiche nei confronti di Obama si sono schierati l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) – la principale e più potente lobby filo-israeliana negli USA – ed altri gruppi fra cui l’ Anti-Defamation League, a cui bisogna aggiungere un consistente blocco di membri del Congresso, non solo repubblicani ma anche democratici.

A sostegno della posizione adottata dalla Casa Bianca si sono schierati gruppi filo-israeliani pacifisti come J Street e Americans for Peace Now. Degna di nota è anche la posizione espressa dal generale David Petraeus, attualmente a capo dello U.S. Central Command (la cui area di responsabilità copre tutto il Medio Oriente, fino all’Asia centrale, con l’esclusione di Israele e dei Territori palestinesi). Petraeus ha affermato che la sicurezza delle truppe americane in Medio Oriente è messa in pericolo dal conflitto israelo-palestinese.

Questo conflitto alimenta sentimenti anti-americani, secondo Petraeus, a causa di quello che viene percepito in Medio Oriente come un atteggiamento parziale degli Stati Uniti a favore di Israele. Il generale americano ha affermato che la collera suscitata nei paesi arabi dall’irrisolta questione palestinese rende più facile ad al-Qaeda e ad altri gruppi estremisti il compito di reclutare nuovi seguaci, e permette all’Iran di avere maggiore influenza nel mondo arabo.

La crisi di questi giorni ha dunque messo in evidenza una crescente spaccatura all’interno della comunità filo-israeliana negli Stati Uniti, fra difensori dello “status quo” e sostenitori della soluzione dei due stati. Questi ultimi sono stati accusati dai primi – che si ritengono i “veri amici di Israele” – di aver adottato un atteggiamento che danneggerebbe gli interessi di Tel Aviv.

In questo caso – sostiene tuttavia il prof. Walt, nell’articolo sopra citato – sono il presidente Obama e coloro che lo appoggiano ad avere realmente a cuore i veri interessi di Israele e degli Stati Uniti. Si possono condividere o meno le tattiche dell’amministrazione Obama – afferma in sostanza Walt – ma essa è seriamente impegnata a realizzare la soluzione dei due stati, e questo può essere ben difficilmente considerato un atto ostile nei confronti di Israele.

D’altra parte, come afferma Ron Kampeas, direttore degli uffici di Washington della Jewish Telegraphic Agency (JTA), quando in passato si sono manifestate aspre divergenze fra gli Stati Uniti ed Israele, e gli americani hanno esercitato pressioni reali nei confronti del loro stretto alleato mediorientale, il risultato è sempre stato vantaggioso per Tel Aviv.

Nel 1978, il presidente americano Jimmy Carter ed il primo ministro israeliano Menachem Begin si scontrarono duramente perché quest’ultimo si rifiutava di fermare la costruzione degli insediamenti. Tuttavia, gli sforzi di Carter portarono agli accordi di Camp David che avrebbero aperto la strada alla firma del trattato di pace fra Egitto e Israele nel 1979.

Nel 1991, ci fu un duro scontro fra l’amministrazione guidata da George H.W. Bush ed il governo Shamir, che l’anno successivo portò alla sconfitta elettorale di quest’ultimo ed all’elezione di Yitzhak Rabin, la quale aprì la strada agli accordi di Oslo ed alla pace fra Giordania ed Israele.

Malgrado questi fatti del passato, coloro che negli Stati Uniti si definiscono i “veri amici di Israele” hanno aspramente criticato l’amministrazione Obama per la sua reazione, ritenuta troppo dura, soprattutto se paragonata alla sua “scarsa determinazione” nell’affrontare la questione iraniana. Contro l’Iran vuole focalizzare l’attenzione, in particolare, l’AIPAC, la cui conferenza annuale si è tenuta proprio in questi giorni. Alla luce della “minaccia iraniana”, la condanna della Casa Bianca nei confronti del governo israeliano è stata definita “un regalo ai nemici di Tel Aviv”.

Ramat Shlomo, il sobborgo di Gerusalemme Est nel quale dovrebbero essere costruite le 1.600 unità abitative annunciate dal governo Netanyahu, è un quartiere ebraico che rimarrà a Israele anche in un futuro accordo di pace – sostengono coloro che si sono schierati dalla parte del primo ministro israeliano, criticando i passi compiuti dalla Casa Bianca.

Del resto, anche coloro che spingono per un maggiore impegno americano a favore del processo di pace non hanno risparmiato critiche all’amministrazione Obama, accusata di non avere una strategia precisa. Aaron David Miller, consulente di ben sei segretari di stato in merito ai negoziati israelo-palestinesi, ha affermato che una serie di dure prese di posizione da parte della Casa Bianca non costituiscono necessariamente una politica compiuta.

Che la strategia seguita dall’amministrazione Obama sia stata fino a questo momento poco coerente è un fatto difficilmente contestabile – sostengono altri – tuttavia l’obiettivo finale di spingere il governo israeliano a fare maggiori concessioni in vista di un negoziato produttivo è assolutamente condivisibile.

Dal canto loro, molti commentatori arabi ritengono che l’attuale crisi fra Washington e Tel Aviv sia “una tempesta in un bicchier d’acqua”, e che le divergenze saranno ben presto ricomposte, magari avviando colloqui israelo-palestinesi indiretti che avranno l’unico scopo di “guadagnare tempo”, senza portare a nessun risultato concreto.

E in effetti, i “gesti di buona volontà” nei confronti dei palestinesi, promessi da Netanyahu all’amministrazione americana, sono talmente trascurabili da far temere che l’esito di qualsiasi negoziato sarà inevitabilmente il fallimento.

Se le prospettive di una svolta positiva nel processo di pace israelo-palestinese appaiono scarse, la realtà sul terreno rischia invece di diventare esplosiva.

Mentre l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Catherine Ashton, di ritorno dalla sua visita a Gaza avrebbe definito la situazione laggiù “peggiore di Haiti”, in Cisgiordania la tensione cresce di giorno in giorno, con una serie di incidenti che ultimamente hanno portato all’uccisione di alcuni palestinesi, e con un’intifada strisciante a Gerusalemme.

Alla luce di questa situazione, sembrano aver ragione coloro che affermano che la reazione dell’amministrazione americana all’annuncio israeliano del piano edilizio di Ramat Shlomo, se non nella forma, sia corretta nella sostanza – ovvero, sia la giusta reazione di un alleato ed amico che vuole mettere in guardia il governo israeliano.

Infatti, se la costruzione di alcune abitazioni in un quartiere ebraico può apparire poco significativa, come hanno sostenuto molti commentatori israeliani, essa acquista ben altro peso se la si considera nel contesto della situazione complessiva esistente a Gerusalemme Est ed in Cisgiordania.

Tale decisione appare inoltre di una maggiore gravità se si tiene conto che fa parte di un pacchetto ben più ampio, di circa 50.000 unità abitative che, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, dovrebbero essere costruite nei prossimi anni a Gerusalemme Est.

Questa pianificazione edilizia, del resto, è in perfetta armonia con la volontà di Netanyahu di considerare Gerusalemme capitale eterna e indivisibile dello stato di Israele, e come tale non facente parte del processo negoziale. Questo concetto è stato ribadito dal primo ministro israeliano alla conferenza dell’AIPAC a Washington, quando egli ha affermato: “Gerusalemme non è un insediamento; è la nostra capitale”.

Netanyahu sembra aver dimenticato, drammaticamente, che Gerusalemme dovrebbe essere non solo la capitale di Israele, ma anche del futuro stato palestinese. Chiunque abbia una minima dimestichezza con il conflitto arabo-israeliano sa bene che nessun leader palestinese o arabo potrà mai accettare una pace che comporti la rinuncia a Gerusalemme Est.

L’affermazione di Netanyahu che “costruire a Gerusalemme è come costruire a Tel Aviv” rappresenta il totale disconoscimento del significato che ha Gerusalemme (non solo per l’ebraismo, ma anche per le altre grandi fedi monoteiste), e in particolare di ciò che essa rappresenta per gli arabi ed i musulmani.

Come ha scritto Doron Rosenblum sul quotidiano Haaretz, quando Netanyahu guarda a Gerusalemme, non sembra considerare “la città reale, con i suoi problemi geo-demografici e con le soluzioni pratiche che sono necessarie nel quadro di un accordo complessivo, ma la cosiddetta Gerusalemme celeste”, una Gerusalemme mitica che tuttavia è drammaticamente lontana dalla città reale con i suoi problemi di oggi.

A Gerusalemme Est e in Cisgiordania, ovvero in quello che dovrebbe essere il futuro stato palestinese, vivono ormai più di 500.000 coloni israeliani. Nonostante il parziale congelamento degli insediamenti, la colonizzazione non si è fermata del tutto, e ci si attende una sua ripresa a settembre, quando scadranno i dieci mesi di sospensione decretati dal governo.

Alcune misure approvate ultimamente dal governo israeliano hanno contribuito ad accrescere la tensione in Cisgiordania. Il 13 dicembre 2009 è stata approvata la risoluzione sulle Aree di Priorità Nazionale (NPA). Queste aree comprendono anche diversi insediamenti in Cisgiordania, ovvero in territorio palestinese. Lo scorso 23 febbraio il governo ha inserito nella lista di siti che appartengono al “patrimonio nazionale di Israele” anche la Tomba dei Patriarchi a Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme, entrambi situati in Cisgiordania, ed entrambi luoghi sacri anche per i musulmani.

Questi ed altri provvedimenti, insieme all’espansione complessiva degli insediamenti, non possono che convincere i palestinesi e gli arabi che Israele vuole mantenere il controllo sulla Cisgiordania, facendo svanire qualunque speranza di un futuro stato palestinese indipendente ed in grado di sopravvivere.

L’alternativa che si profila alla soluzione dei due stati, non soltanto è drammatica per i palestinesi, ma non lascia presagire nulla di buono nemmeno per gli israeliani. Mantenere il controllo della Cisgiordania e continuare a portare avanti la colonizzazione significa infatti porre Israele davanti a due alternative: diventare uno stato bi-nazionale, concedendo i pieni diritti alla popolazione palestinese all’interno dello stato israeliano (che così cesserebbe di essere uno stato a maggioranza ebraica); oppure continuare a negare ai palestinesi i loro diritti, trasformando così Israele in uno stato non democratico – quello che lo stesso ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha definito “uno stato di apartheid”.

La seconda ipotesi appare essere la più probabile, tenendo conto del fatto che la maggioranza degli israeliani non sembra disposta a rinunciare al carattere ebraico del proprio stato. Questa prospettiva, inoltre, non appartiene a un futuro lontano, ma, secondo molti osservatori, è una realtà concreta già oggi in Cisgiordania, dove, tanto per fare un esempio, i villaggi di Bil’in e Na’alin sono stati dichiarati zone militari chiuse la scorsa settimana, allo scopo di impedire le manifestazioni (rigorosamente pacifiche) organizzate dagli abitanti di questi villaggi per protestare contro il muro di separazione eretto dagli israeliani (definito una violazione del diritto internazionale dalla Corte Internazionale di Giustizia).

Alla luce di questi dati, sembra aver ragione il prof. Walt quando, nell’articolo del Washington Post precedentemente citato, afferma che i gruppi che negli Stati Uniti si oppongono al congelamento di tutti gli insediamenti, e che sono favorevoli al mantenimento dello “status quo”, sono in realtà falsi amici di Israele, perché le posizioni che essi sostengono “spingono Israele a proseguire lungo la pericolosa strada che ha intrapreso”.

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10 marzo 2010

La vera minaccia per la pace.


(Vignetta di Carlos Latuff)

I governanti di Israele - uno stato che possiede un rispettabile arsenale atomico fatto di due-trecento testate e che non aderisce al Trattato di non proliferazione nucleare - strepitano come ossessi e denunciano la terribile minaccia costituita dall'Iran - uno stato che non possiede l'atomica, che dichiara di non volerla e che si sottopone alle ispezioni dell'Aiea.

Nel contempo, lontano dai riflettori, Israele continua a porre in essere atti provocatori e illegali, ordinando demolizioni in serie delle case palestinesi nel quartiere di Silwan e, soprattutto, autorizzando la costruzione di ben 1.600 (!) nuove abitazioni illegali a Gerusalemme est.

Alterando così in maniera tendenzialmente irreversibile lo status e la composizione demografica del territorio occupato di Gerusalemme e, altrettando irreversibilmente, compromettendo ogni speranza di pace con i Palestinesi.

E, d'altronde, un vero "campo della pace" in Israele non è mai nato e probabilmente, rebus sic stantibus, non nascerà mai.

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8 ottobre 2009

La miccia accesa di Gerusalemme est.

Lo scorso 27 settembre, una quarantina di coloni israeliani appartenenti ad un gruppo religioso estremista – pesantemente scortati dalla polizia e dalle guardie di frontiera – ha cercato di fare irruzione nel recinto della moschea al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam che si trova nel territorio occupato di Gerusalemme est.

I Palestinesi presenti nell’area sono intervenuti prontamente per far fronte alla provocazione, scontrandosi con i coloni e con le forze di sicurezza israeliane e riuscendo ad impedire l’ingresso ai coloni. L’intervento palestinese è stato però pagato a caro prezzo, perché la polizia e le guardie di frontiera israeliane hanno reagito con durezza sparando proiettili rivestiti di gomma, candelotti lacrimogeni e bombe assordanti contro i civili palestinesi, ferendone tre in maniera abbastanza seria (due sono stati colpiti ad un occhio da un proiettile rivestito di gomma) e una ventina in modo più lieve.

Si tratta dell’ennesima, gravissima provocazione - condotta peraltro in violazione di norme di diritto umanitario contenute nei protocolli addizionali alla Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 – che ricorda molto da vicino la provocatoria passeggiata di Ariel Sharon che nove anni fa portò allo scoppio della seconda Intifada.

Si soffia dunque sul fuoco, da parte israeliana, in una situazione che già di per sé è esplosiva e carica di tensioni.

Sin dall’occupazione di Gerusalemme est, avvenuta nel 1967, l’obiettivo primario di Israele è stato infatti sempre quello di portare avanti un’opera di giudaizzazione del territorio occupato, creando una situazione geografica e demografica tale da rendere vano ogni tentativo di sottrarre questo territorio alla sovranità israeliana e di creare uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme est come capitale.

Questo obiettivo è stato perseguito in questi anni attraverso varie misure, quali l’isolamento fisico di Gerusalemme est dal resto della West Bank, a mezzo del Muro dell’apartheid e dei checkpoint, la revoca della residenza ai Palestinesi che si sono allontanati dal territorio municipale per almeno sette anni o che non sono in grado di dimostrare che Gerusalemme est è il centro della propria vita e dei propri interessi, la diseguale suddivisione del budget municipale per le infrastrutture e i servizi destinato alle due parti della città, la discriminazione nella concessione dei permessi per costruire e, soprattutto, le demolizioni degli edifici “illegali”.

Nelle ultime settimane, tanto per fare un esempio, nel solo quartiere di Sheikh Jarrah gli Israeliani hanno pianificato la costruzione di 540 unità abitative coloniche, mettendo a rischio di espropriazione e di allontanamento circa 475 Palestinesi (cfr. OCHA, The Humanitarian Monitor, agosto 2009).

Il rischio che i disordini a Gerusalemme est possano sfociare nello scoppio di una terza Intifada è dunque molto alto, ed è questo l’argomento dell’articolo che segue, scritto da Mel Frykberg per l’agenzia Inter Press Service e qui proposto nella traduzione del sito Medarabnews.

Ogni giorno che passa, del resto, appare sempre più evidente l’impotenza del Presidente Usa Barack Obama nell’imporre una significativa pressione sul riottoso “alleato” israeliano, non riuscendo nemmeno ad ottenere un semplice “congelamento” dell’attività di costruzione e di espansione degli insediamenti colonici illegali costruiti da Israele nella West Bank.

Se gli Usa non riescono nemmeno ad ottenere un semplice stop a tempo determinato dell’attività edilizia di espansione degli insediamenti, come potranno mai risolvere il nodo ben più complesso relativo a Gerusalemme est?

La politica israeliana e ogni atto compiuto da Israele a Gerusalemme est – in primo luogo la decisione del 30 luglio 1980 di considerare Gerusalemme unita come capitale dello Stato di Israele – ledono gravemente i diritti dei Palestinesi residenti a Gerusalemme est e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale e di svariate, rilevanti risoluzioni dell’ONU.

Il permanere di tali violazioni – incredibilmente tollerate dalla comunità internazionale – e il mancato riconoscimento dei sacrosanti diritti del popolo palestinese, alla lunga, non potranno che innescare una nuova spirale di violenza e di morte, e forse è già iniziato il conto alla rovescia.

Nei giorni scorsi sono scoppiati scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane dopo che un gruppo di coloni israeliani estremisti, scortato da soldati israeliani e dalla polizia, aveva cercato di entrare nel recinto della moschea Al-Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam, che si trova nella città vecchia di Gerusalemme.

Giovani palestinesi hanno lanciato pietre e sedie contro la polizia israeliana. Gli israeliani hanno risposto con percosse, gas lacrimogeni, e proiettili di gomma. Decine di poliziotti e manifestanti sono rimasti feriti nelle violenze che ne sono seguite.

Domenica 27 settembre, Israele ha sigillato la Cisgiordania per lo Yom Kippur, uno dei giorni più sacri per l’ebraismo. Questa festa religiosa spesso coincide con la fine del mese sacro del Ramadan, aumentando le tensioni tra israeliani e palestinesi.

Un gruppo religioso estremista di coloni israeliani, i “Fedeli del Monte del Tempio”, celebra lo Yom Kippur ogni anno cercando di entrare nel recinto della moschea di Al-Aqsa, che ritiene sia costruita sui resti del secondo Tempio ebraico, distrutto dai romani nel 70 d.C.

L’organizzazione ha ripetutamente dichiarato la propria intenzione di distruggere la moschea di Al-Aqsa e di costruire il Terzo tempio ebraico sui suoi resti.

Nel contesto della crescente giudaizzazione di Gerusalemme Est da parte israeliana, nel tentativo di tenere unita la città sotto un controllo israeliano a tempo indeterminato e di usurpare le aspirazioni palestinesi che guardano a Gerusalemme Est come alla capitale di un futuro Stato palestinese, Al-Aqsa è diventata sempre più un punto di attrito.

L’emotività musulmana nei confronti di Al-Aqsa, accompagnata da ciò che viene percepito come un attacco scandaloso alla sensibilità islamica, è stata una delle cause che hanno chiamato a raccolta i palestinesi, sia di fede cristiana che musulmana, così come i musulmani di diverse correnti politiche e nazionalità.

Il movimento di resistenza libanese Hezbollah ha condannato l’azione israeliana, mentre Hamas ha invitato i palestinesi della Cisgiordania, di Gaza e di Israele, a scendere in piazza dando inizio a una nuova rivolta contro Israele in risposta agli scontri.

L’arcivescovo Atallah Hanna, una delle figure cristiane di più alto grado a Gerusalemme, ha dichiarato che le violenze di domenica 27 settembre sono un oscuro presagio riguardo a quelli che ha definito “i piani di Israele per la città”.

“Noi, come palestinesi cristiani e abitanti di Gerusalemme, non possiamo restare a guardare con le mani in mano di fronte a quello che è successo. Domenica scorsa si è trattato di Al-Aqsa, domani sarà la volta della Chiesa del Santo Sepolcro”, ha detto Atallah, riferendosi alla chiesa costruita sul luogo in cui si crede che sia stato sepolto Gesù.

Saeb Erekat, il capo negoziatore dell’Autorità Palestinese (AP), ha detto che “l’attacco contro i fedeli e i comuni civili è inaccettabile. Israele deve cessare tutte quelle azioni che servono solo a infiammare la situazione”.

Muhammad Dahlan, un altro alto funzionario dell’AP, e presunto istigatore della guerra civile a Gaza tra Hamas e Fatah, ha avvertito che una terza rivolta palestinese potrebbe essere all’orizzonte.

Bassam Abu Sharif, un ex consigliere del defunto presidente dell’AP Yasser Arafat, e membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha aggiunto la sua voce al coro di quelli che prefigurano la possibilità di una terza Intifada contro Israele.

“I palestinesi si stanno preparando a lanciare un’altra Intifada per l’indipendenza e la libertà in risposta alle violazioni israeliane, ai massacri e alle politiche contro i palestinesi e contro Gerusalemme, alla confisca delle terre, e alla separazione geografica dei territori palestinesi”.

Lunedì 28 settembre, le forze di sicurezza israeliane hanno fatto irruzione nelle abitazioni palestinesi in tutta Gerusalemme Est, arrestando più di 60 palestinesi sospettati da Israele di aver preso parte ai disordini.

Il martedì successivo abbiamo visitato il luogo degli scontri, e nonostante la calma apparente in superficie, la rabbia e il risentimento sembravano covare sotto la cenere.

Gruppi di soldati israeliani pesantemente armati, e unità di polizia motorizzata e a piedi, sono stati dislocati negli angoli strategici della città vecchia e in altre zone di Gerusalemme Est, mentre veniva dichiarato un elevato stato di allerta.

Molti palestinesi sembravano troppo spaventati per parlare con noi, mentre la polizia e i soldati israeliani si avvicinavano per controllare da vicino le nostre conversazioni.

Un residente di Gerusalemme che ha assistito agli scontri ma ha voluto mantenere l’anonimato, ci ha raccontato: “Ci saranno gravi violenze durante la preghiera del Venerdì, se questi fanatici israeliani tenteranno di nuovo i loro trucchi. Siamo stufi di loro”.

Samir Awad dell’Università di Birzeit, a nord di Ramallah, afferma che una grave ondata di violenza è sicuramente in vista.

“Ma io non credo che i palestinesi saranno in grado di sostenere un’Intifada a lungo termine. Sono troppo deboli politicamente ed economicamente, oltre ad essere emotivamente esauriti”, ci ha detto Awad.

“I palestinesi sono disperati, e non nutrono più alcuna fiducia nell’ormai defunto processo di pace. Hanno perso le loro speranze, ora che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sembra aver rinnegato la sua promessa sugli insediamenti e il suo impegno ad esercitare pressioni su Israele”.

“La possibilità che l’amministrazione americana preveda una contromossa che includa i piani per la creazione di uno Stato palestinese come primo passo, per poi affrontare le questioni degli insediamenti, di Gerusalemme Est e del diritto al ritorno dei profughi, come modo per contrastare l’ostinazione israeliana, sembra troppo ottimistica”, ha aggiunto Awad.

Tuttavia, il professor Moshe Maoz dell’Università Ebraica di Gerusalemme, afferma che il governo degli Stati Uniti potrebbe ancora tener fede alle sue promesse.

“Gli israeliani talvolta fraintendono la cultura americana che è più sobria e prudente rispetto all’approccio tipico degli israeliani, i quali tendono a essere espliciti e impazienti. Il fatto che Obama non abbia insistito sulla questione degli insediamenti ai recenti colloqui di New York, non significa che abbia rinunciato”, ha detto Maoz.

“Tuttavia, un’altra Intifada è del tutto possibile se non vi sarà alcuna svolta. La pazienza palestinese dopo 42 anni di occupazione è ormai in via di esaurimento”.

Il dottor Yousef Natsche, direttore delle Antichità e del Turismo presso il Waqf islamico che gestisce la moschea di Al-Aqsa, ha detto di sperare che non vi saranno ulteriori disordini.

“Ma le visite provocatorie da parte di estremisti ebrei sono in aumento sia di numero che di frequenza, e sono appoggiate dalle autorità israeliane.

“Le violenze di domenica 27 settembre sono un indicatore di ciò che potrebbe accadere in futuro su scala ancora più grande, se gli israeliani continueranno a non ascoltare i nostri avvertimenti”, ci ha detto Natsche.

Mel Frykberg è un giornalista australiano; è corrispondente dalla Palestina per l’Inter Press Service

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