20 ottobre 2010

Un giuramento razzista e antidemocratico.

Molto ci sarebbe da dire sulla richiesta avanzata da Netanyahu ai Palestinesi di riconoscere Israele come “territorio del popolo ebraico”, in cambio della moratoria delle costruzioni nelle colonie, e sulla legge che impone, ai fini della cittadinanza, il giuramento di fedeltà ad Israele come “stato ebraico e democratico”.

Sul primo punto, Abu Mazen ha correttamente ricordato che l’Anp ha già riconosciuto da tempo Israele, e che l’ulteriore riconoscimento della “ebraicità” dello stato israeliano non riguarda certo l’Autorità palestinese e nulla ha a che fare con il processo di pace.

Ma è soprattutto il giuramento di fedeltà a Israele come “stato ebraico”, imposto ai non Ebrei, ad aver suscitato le maggiori proteste, non solo all’interno del mondo arabo.

Basterà qui ricordare quanto dichiarato da Oded Feller, avvocato del Centro israeliano per i diritti civili (ACRI): “gli emendamenti alla legge sulla cittadinanza sono illegittimi e contro la democrazia, perché obbligano le persone a dichiararsi fedeli a un’ideologia … Siamo di fronte a una pesante violazione della libertà d’espressione: uno stato che impone ideologie e controlla le opinioni dei suoi cittadini non è una democrazia”.

Persino monsignor Antonio Naguib – patriarca della Chiesa copto-cattolica d’Egitto e relatore generale del Sinodo speciale sul Medio Oriente – ha attaccato con forza gli emendamenti alla legge sulla cittadinanza israeliana, sostenendo che “non si può affermare e annunciare pubblicamente di essere uno stato democratico … e al tempo stesso dire che in questa democrazia si impone una cosa di questo genere … è una contraddizione flagrante”.

Secondo il filosofo israeliano Chaim Gans, Israele giustifica la presenza degli Ebrei in Terra Santa, sia all’interno di Israele sia nei Territori occupati, come se derivasse dal diritto sovrano degli Ebrei all’intero territorio. Questa interpretazione si riflette sia nella politica del governo nei confronti degli insediamenti colonici sia nelle sue politiche discriminatorie nei confronti della minoranza araba. Tale interpretazione è profondamente radicata nella coscienza ebraica israeliana e trova espressione anche nelle motivazioni di coloro i quali, siano essi di destra o di sinistra, sono pure disposti a “concedere” parti della “Terra di Israele”: si deve trovare un punto d’accordo e un modo per dividere il paese non perché sia giusto, ma perché lo richiedono le circostanze.

In tal senso, per le popolazioni arabe riconoscere il carattere ebraico dello stato di Israele è impossibile, in quanto significherebbe accettare uno status di inferiorità all’interno del territorio israeliano, al punto che ne potrebbero persino essere espulsi.

E non è un caso, peraltro, che di recente vi siano state imponenti manovre militari israeliane che hanno simulato una operazione di trasferimento forzoso degli Arabi dalle loro terre e dalle loro case. Non vorremmo che l’irrompere della questione della “ebraicità” di Israele nelle trattative di pace fosse un prologo ad una nuova operazione di pulizia etnica, per arrivare finalmente alla creazione di uno stato ebraico “puro”.

Di questo (e altro) tratta l’articolo che segue, scritto dall’analista libanese Saad Mehio e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews.

A cosa mira tutto questo gran clamore in Israele attorno al “carattere ebraico” dello stato?

Le interpretazioni non sono molte, ma di fatto ruotano tutte attorno ad un’unica spiegazione: la volontà della leadership israeliana di trasformare lo slogan talmudico-sionista – riguardante la proprietà storica degli ebrei su tutta la terra di Palestina, e non solo (il “grande Israele”) – in una clausola delle trattative con gli arabi e con la comunità internazionale.

Così stanno le cose, in tutta semplicità.

In precedenza, era stato il riconoscimento arabo della legittimità dello stato di Israele, l’obiettivo che gli Stati Uniti avevano fatto proprio, in tutti i suoi particolari. E la più grande concretizzazione di questo obiettivo fu la risoluzione numero 242 del Consiglio di Sicurezza, che fu emessa subito dopo la guerra del 1967, la quale legava con precisione il ritiro dai terrori occupati al riconoscimento arabo della “legittimità” dello stato di Israele.

A quel tempo, il diplomatico americano Eugene Rostow – il padre spirituale di questa risoluzione – coniò lo slogan: “Se gli arabi vogliono giustizia, allora devono assicurare giustizia all’altra parte”. Il che voleva significare, chiaro e tondo, il riconoscimento ufficiale di Israele.

Tuttavia, le circostanze sono enormemente cambiate dopo gli accordi di Camp David, Oslo e Wadi Araba. La maggior parte degli arabi ha riconosciuto, pubblicamente o implicitamente, lo stato di Israele, e ha allacciato con esso – pubblicamente o implicitamente – relazioni diplomatiche, di sicurezza e commerciali.

Dunque, il riconoscimento della legittimità dello stato di Israele non era più sufficiente per giustificare gli scopi del movimento sionista, che si basavano – e continuano a basarsi – sul “diritto storico” degli ebrei su tutta la Palestina. Nonostante le divergenze su come realizzare questo obiettivo, tra le correnti del movimento sionista – che si è diviso in “pragmatici” (come Ben Gurion e gli altri leader del partito laburista), i quali acconsentono ad una “rinuncia” temporanea di alcuni di questi territori storici, e “ideologici” (i discepoli di Jabotinskij , seguaci del Likud e “talmudisti”) i quali rifiutano un tale compromesso – tutti erano d’accordo su un principio fondamentale: il dominio in ogni modo sull’intera Palestina.

Il rimedio all’insufficienza della condizione della “legittimità”, per soddisfare questo obiettivo, è arrivato proponendo la condizione del “carattere ebraico” di Israele. Ed è stata, in realtà, una soluzione geniale. Essa infatti mette i palestinesi, gli arabi e gli occidentali senza distinzione, davanti a una nuova equazione, che sostituisce l’equazione “terra in cambio del riconoscimento e della pace” – sulla quale si era basata la risoluzione 242, e con essa tutti gli sviluppi dello scorso mezzo secolo – con l’equazione “riconoscimento del ‘carattere ebraico’ della terra in cambio della pace”.

Questo capovolgimento nei criteri e nelle condizioni per una risoluzione, non è rimasto lettera morta, ma è stato messo in pratica velocemente, tramite iniziative quali:

- Presentare questa richiesta ufficialmente, nei negoziati diretti con i palestinesi a Washington e anche durante il vertice fra Obama e Netanyahu. Sebbene il presidente Abbas si sia trovato costretto a non prendere sul serio questo tipo di proposta, il presidente americano non ha seguito il suo esempio e ha rilasciato una dichiarazione riguardo al suo impegno assoluto a favore della sicurezza di Israele, dichiarazione che è stata subito interpretata da Netanyahu come un consenso del presidente americano al “carattere ebraico dello stato”.

- L’approvazione della proposta del ministro della giustizia israeliano, Yaakov Neeman, di cambiare la legge sulla cittadinanza israeliana, in maniera tale che chiunque desideri ottenere il documento d’identità israeliano dovrà pronunciare un giuramento di fedeltà a Israele in qualità di “stato ebraico e democratico”.

- Infine lo svolgimento, qualche giorno fa, di imponenti manovre militari da parte dell’esercito israeliano che simulano un’operazione di “transfert” (trasferimento/espulsione) degli arabi del ‘48 dalle loro terre e dalle loro case, in preparazione dell’attuazione dell’ideale di uno stato ebraico puro, che potrebbe essere realizzato sia obbligando i palestinesi a una soluzione che includa questo trasferimento, sia attraverso una nuova guerra totale.

Tutti questi sviluppi indicano che la questione del carattere ebraico di Israele non è più solo un gioco tattico a parole, ma è un orientamento strategico, i cui elementi stanno quasi giungendo a maturazione.

Saad Mehio è un analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti

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2 Commenti:

Alle 20 ottobre 2010 23:40 , Anonymous Andrea ha detto...

La proposta di giuramento non impone nessuna omogeneità etnica e/o religiosa. Non si impone a chi desidera la cittadinanza una conversione all'ebraismo, ma solo di riconoscere che Israele è lo Stato ebraico. Ma Israele è nato così. E' una democrazia, non impone nessuna confessione religiosa né si sogna di voler espellere i non ebrei.

 
Alle 21 ottobre 2010 16:33 , Blogger vichi ha detto...

Ma se la proposta di "scambiare" le popolazioni è stata pubblicamente avanzata da Lieberman, ma che dici?!

Vorrei sapere in quale democrazia occidentale - categoria alla quale israele vorrebbe iscriversi - si richiede un giuramente di questo genere a chi acquista la cittadinanza. Lo stato deve esser tale per tutti i suoi cittadini e garantire loro parità di diritti, senza distinzioni di razza, di lingua, di religione.

Forse che agli immigrati in Italia si richiede di giurare fedeltà allo stato italiano in quanto stato cattolico? Magari un simile giuramento dovremmo imporlo a tutti gli ebrei che vivono in italia...

Il vero è che, come è scritto nell'articolo, si vorrebbe imporre alle popolazioni arabe un giuramento umiliante che ne sancisca l'inferiorità, quasi come dovessero dire pure grazie per la "concessione"di poter restare nelle loro case e nelle loro terre.

Israele è uno stato razzista e discriminatore, e l'ennesima dimostrazione ne è l'ultima trovata di un deputato di kadima, quella di impedire alle guide arabe di portare in giro i turisti a Gerusalemme!

 

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