24 luglio 2008

La psiche scissa di Israele.

Avevo già notato e apprezzato questo articolo di Carlo Strenger, apparso sul quotidiano israeliano Ha’aretz il 2 luglio scorso, ma le incombenze quotidiane mi avevano costretto a metterlo da parte e poi a dimenticarlo. Per fortuna, ancora una volta, soccorre l’aiuto della preziosa traduzione del sito Arabnews, riportata qui di seguito.

In questo articolo, Strenger mette bene in evidenza l’anomalia di uno Stato e di una collettività che, da una parte, formalmente riconoscono i diritti umani fondamentali e, dall’altra, li negano con spietata ferocia e determinazione ai Palestinesi che vivono nei Territori occupati.

Il filosofo ebreo si rende ben conto del profondo degrado morale – peraltro già da altri segnalato – che la società israeliana attraversa a causa dell’occupazione e della difesa ad oltranza di colonie e “avamposti” illegali, e lo ricollega a quella sorta di “sindrome dell’accerchiamento” che continua ad attanagliare gli ebrei israeliani (ma anche quelli della diaspora…), facendoli sentire perennemente assediati e in pericolo di fronte ad un nemico soverchiante ed ostile, sì da giustificare ogni crimine e ogni abominio in nome della “sicurezza” di Israele e dei suoi cittadini.

Tale degrado morale, aggiungo io, non si limita peraltro solo all’occupazione e alle politiche di apartheid praticate nei Territori palestinesi, ma si estende pericolosamente anche all’interno di Israele, con il prevalere di pratiche legislative e amministrative caratterizzate da una palese discriminazione razziale.

Scrive Strenger che “solo quando (noi israeliani) ci sveglieremo al mattino con la consapevolezza che non ci sono più orrori indifendibili da mettere a tacere, non più giovani soldati inviati a compiere un incarico che li segnerà per tutta la vita, e non più donne palestinesi che perdono i loro bambini solo perché non riescono a giungere in tempo all’ospedale, noi saremo capaci di superare gli enormi problemi interni alla nostra società”.

Si tratta di un appello accorato su cui ogni persona di buon senso in Israele dovrebbe riflettere.

La psiche scissa di Israele.
2.7.2008

In occasione del convegno annuale sullo “stato della nazione” organizzato dall’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, il deputato Avishay Braverman (membro del partito laburista, n.d.t.) ha lamentato che Israele sta andando in pezzi. Il nostro sistema educativo, di cui un tempo in Israele s’andava fieri, è allo sfascio; la corruzione nella pubblica amministrazione è alle stelle; le nostre università stanno morendo di fame; e il debito pubblico è drammatico quasi quanto quello del Brasile.

Le lamentele di Braverman riflettono un disagio generalizzato che pervade lo stato d’animo della popolazione israeliana. Per la prima volta nella storia di Israele lo scetticismo riguardo alle sue possibilità di sopravvivenza, le preoccupazioni sul suo sistema di norme statali, e l’interrogativo se esisterà ancora fra 50 anni, serpeggiano nella società e nei media. Ciò è strano, se si pensa che in passato Israele è stato in situazioni di pericolo esterno ben più gravi, e che oggi le sue risorse economiche e militari sono meglio sviluppate che mai.

Allora perché Israele è incapace di affrontare i suoi problemi sociali? Perché gli scandali per corruzione, lo stato penoso del nostro sistema educativo, o lo stallo della nostra situazione geopolitica, non portano la gente in piazza? Dopo Sabra e Chatila l’opinione pubblica israeliana era eccitata: centinaia di migliaia di persone si mobilitarono per dimostrare in quella piazza dove 13 anni più tardi Yitzhak Rabin sarebbe stato assassinato. La Commissione Kahan, nominata a seguito delle pressioni della protesta popolare, stabilì che Ariel Sharon non era adatto a svolgere il ruolo di ministro della difesa in futuro.

In passato Israele era certo della sua moralità. Il sentimento attuale che la società israeliana stia andando in pezzi riflette invece qualcosa di essenzialmente inedito: Israele non è più certo dei suoi fondamenti morali. Tale paralisi riflette un diffuso senso di colpa riguardo al comportamento attuale di Israele. Da un lato Israele sta facendo un grosso sforzo per dar vita a una società morale, democratica e creativa; dall’altro, nei Territori occupati Israele continua a costruire doppi sistemi stradali, a espropriare le terre palestinesi, a tagliare in due i villaggi palestinesi con il muro di sicurezza, a impedire alle donne palestinesi di raggiungere gli ospedali per partorire. Sotto questo aspetto, la psiche collettiva di Israele ricorda quella di una personalità scissa in situazione post-traumatica. Gli uomini che hanno subito un trauma, in genere legato al servizio militare, spesso sono capaci di mantenere una apparenza di rispettabilità durante il giorno, per poi dare sfogo a scoppi di violenza apparentemente inspiegabili quando ritornano a casa la sera.

La psiche collettiva di Israele funziona in modo similare: a partire dal 1948 poco dopo l’Olocausto, fino al 1967, l’esistenza di Israele fu realmente in pericolo. Il Paese dipendeva soltanto dal suo valore in battaglia, mentre disponeva solo di pochi alleati fedeli. Proprio come se non ci fossimo mai affrancati dal passato, continuiamo ad agire come se Israele fosse ancora un piccolo e isolato ‘Yishuv’ (letteralmente ‘insediamento’; con tale termine si indicano gli ebrei che risiedevano in Palestina prima della creazione dello stato di Israele n.d.t.) minacciato di estinzione immediata, e come se ogni nostra azione fosse giustificata dalla necessità di salvaci la vita. Israele, come società e come paese, accetta e rispetta il principio morale dei diritti umani universali. Dentro di noi, sappiamo bene che è moralmente indifendibile il fatto che causiamo sofferenze a milioni di palestinesi in Cisgiordania per mezzo degli insediamenti costruiti in profondità nei Territori. Eppure lasciamo questo che accada. Badiamo alla nostra convenienza e tentiamo di tacitare la nostra coscienza dicendo: “Non c’è un interlocutore”, o “I posti di blocco sono necessari per impedire gli attacchi terroristici”, o ancora “Guardate che cos’è accaduto quando abbiamo lasciato Gaza! Ce ne siamo andati, e tutto ciò che abbiamo ottenuto sono gli attacchi dei razzi Qassam!”

Mentre l’ultima affermazione ha una qualche validità, tutti i sondaggi evidenziano che la maggior parte degli israeliani crede che gli insediamenti all’interno della Cisgiordania mettano a repentaglio la sicurezza di Israele invece di accrescerla; e anche gli esperti militari sono di questo parere. E questi insediamenti sono la ragione principale che è alla base della stragrande maggioranza dei posti di blocco e degli espropri che rendono la vita impossibile ai palestinesi, e che hanno portato quasi tutti i palestinesi a ritenere che Israele, in realtà, non desideri la pace.

C’è solo un modo per porre fine al disagio generalizzato e spazzar via il timore che Israele sia costruito sulle sabbie mobili. È rimettere in sesto la spina dorsale di moralità che è stata danneggiata dalla scissione della psiche israeliana tra una metà rispettabile che crede nella democrazia e nei diritti umani, e l’altra metà che insensibilmente e automaticamente continua a violare tutte le norme in cui tutti noi crediamo. Dobbiamo assolutamente recuperare la capacità di fare un sincero esame di coscienza per ritornare a essere responsabili delle nostre azioni.

Io prevedo che la paralisi terminerà nel momento in cui Israele troverà la volontà politica di dire ai coloni: “noi comprendiamo il vostro dolore e la vostra rabbia, ma abbiamo fatto un terribile errore inviandovi nei Territori. La sopravvivenza morale e politica di Israele dipende dal vostro ritorno a casa”.
Solo quando ci sveglieremo al mattino con la consapevolezza che non ci sono più orrori indifendibili da mettere a tacere, non più giovani soldati inviati a compiere un incarico che li segnerà per tutta la vita, e non più donne palestinesi che perdono i loro bambini solo perché non riescono a giungere in tempo all’ospedale, noi saremo capaci di superare gli enormi problemi interni alla nostra società.

La psiche israeliana ha bisogno di essere liberata dal fardello insostenibile della colpa, se veramente vogliamo ritrovare la nostra capacità di superare le avversità, e la convinzione che abbiamo il diritto di vivere in questa terra. Solo allora sarà liberata anche la creatività e l’intraprendenza che riconosciamo nella gestione degli affari di Israele, nella ricerca e nello sviluppo, nel fiorire della scena artistica, al fine di creare quella società che tutti noi desideriamo.

Carlo Strenger, filosofo e psicanalista, insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv; è membro del comitato permanente di monitoraggio sul terrorismo della World Federation of Scientists

Titolo originale: Israel’s split psyche

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