11 dicembre 2008

L'amministrazione Obama e il processo di pace israelo-palestinese.

La definizione dei posti chiave della nuova amministrazione Usa che si insedierà il prossimo gennaio – e in particolare le nomine di Hillary Clinton a Segretario di Stato e la conferma di Robert Gates alla Difesa – hanno in gran parte smorzato le speranze e gli entusiasmi che l’elezione di Obama avevano suscitato nel mondo arabo.

Ci si chiede se il nuovo Presidente riuscirà davvero ad imporre un cambiamento significativo nelle politiche Usa per il Medio Oriente e, con particolare riferimento al conflitto israelo-palestinese, se la tanto auspicata pace tra questi due popoli non finisca con il configurarsi come una pace ad esclusivo interesse di Israele.

In questo senso, Arabnews propone la traduzione di questo articolo di Osama Abu Irsheid, pubblicato il 30 novembre scorso su al-Jazeera.net.

L’AMMINISTRAZIONE OBAMA E IL PROCESSO DI PACE ISRAELO-PALESTINESE
30.11.2008

Il clamore dello scontro elettorale americano si è finalmente placato, con l’elezione del senatore di colore Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti.

Tuttavia, l’elezione di Obama rappresenta solo l’inizio di un percorso, non la fine. Egli ha fatto molte promesse, e gli elettori si attendono grandi imprese. Certamente la soffocante crisi economica di cui soffrono gli Stati Uniti sarà in cima alle priorità, e la maggior parte delle preoccupazioni del nuovo presidente sarà rivolta al fronte interno, non all’estero. D’altra parte, secondo i sondaggi, è per questo motivo che Obama è stato eletto.

Tuttavia, questo non significa che le questioni di politica estera non compariranno nell’agenda della sua amministrazione. Probabilmente fra le questioni più importanti vi è il coinvolgimento americano in Iraq ed in Afghanistan, la nuova ascesa della Russia, lo spinoso rapporto con l’Iran, ecc.. Tuttavia, quello che ci interessa in questa sede è cercare di comprendere come l’amministrazione Obama gestirà il processo di pace in Medio Oriente.

Le contraddizioni esistenti nelle posizioni di Obama

E’ bene osservare innanzitutto che non è possibile trattare le linee generali concernenti le posizioni dell’amministrazione Obama rispetto al processo di pace in Medio Oriente, se non si comprende che la personalità stessa di Obama è caratterizzata da una serie di contraddizioni a questo riguardo.

Riscontriamo queste contraddizioni tra le sue convinzioni personali – in base alle quali egli è stato incline a mostrare una certa simpatia nei confronti dei palestinesi, la quale ha trovato espressione in alcune sue dichiarazioni rilasciate prima di diventare senatore – da un lato, e la necessità di essere in armonia con la linea politica tradizionale degli Stati Uniti – di cui l’appoggio incondizionato ad Israele è ritenuto uno degli elementi principali – dall’altro. E’ a questa linea politica ufficiale che Obama ha cominciato ad avvicinarsi dopo essere diventato senatore agli inizi del 2005, ed in misura ancora maggiore dopo aver annunciato la propria intenzione di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti.
L’importanza di chiarire questi retroscena e queste contraddizioni, nella personalità di Obama e nelle sue posizioni politiche, sta nel fatto che questo chiarimento ci aiuta a comprendere come l’amministrazione Obama affronterà la questione della pace in Medio Oriente.

Uno degli aspetti delle contraddizioni di Obama emerge dai nomi di alcune delle personalità che egli ha inserito nella squadra dei suoi consiglieri di politica estera. Nella lista dei suoi consiglieri per il Medio Oriente troviamo personaggi le cui posizioni riguardo al conflitto arabo-israeliano divergono e si contraddicono reciprocamente. Fra essi vi sono sostenitori di un punto di vista moderato, che chiedono politiche americane più equilibrate e che non hanno difficoltà a criticare Israele in alcune occasioni, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski; come Robert Malley, ex collaboratore del presidente Bill Clinton per il conflitto arabo-israeliano; come Samantha Power, professoressa all’Università di Harvard; e come Susan Rice, che aveva servito nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Clinton.

Vi sono poi alcuni sostenitori di Israele su tutta la linea, come Dennis Ross, inviato speciale per il Medio Oriente sotto l’amministrazione Clinton; Denis McDonough, che è stato consigliere per gli affari esteri dell’ex leader della maggioranza democratica al senato, Tom Daschle; e Dan Shapiro, uno dei membri del Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Clinton.

A causa delle pressioni esercitate nei confronti di Obama, la squadra che ha gestito la campagna elettorale del senatore dell’Illinois aveva sostenuto che questi ultimi tre sarebbero stati i veri consiglieri di Obama per tutto ciò che riguarda il Medio Oriente.

Le posizioni moderate dei primi tempi

Numerosi reportage giornalistici ricordano che all’inizio della sua vita politica Obama simpatizzava in una certa misura per i palestinesi, chiedeva una politica americana più equilibrata nei confronti del conflitto israelo-palestinese, ed era vicino alle tesi del fronte della pace all’interno del campo israeliano.

Questi reportage ricordano anche che – durante la sua campagna elettorale per entrare al Congresso nel 2000, la quale poi non fu coronata dal successo – egli criticò l’amministrazione del presidente Clinton per il suo sostegno incondizionato all’occupazione israeliana, chiedendole di adottare una posizione più neutrale fra la controparte israeliana e quella palestinese.

Sono state ricordate anche le sue critiche del 2004 contro il muro di separazione che Israele stava costruendo in Cisgiordania.

Nel marzo del 2007, nel corso della sua campagna elettorale Obama aveva dichiarato al giornale ‘Des Moines Register’, nello Stato dell’Iowa, che “nessuno ha sofferto più del popolo palestinese”.

Questa dichiarazione attirò su Obama una tempesta di critiche da parte della sua principale concorrente alle primarie del partito democratico, la senatrice Hillary Clinton, e da parte delle organizzazioni ebraiche.

I collaboratori di Obama non tardarono a diffondere un “chiarimento” in cui si diceva che il senatore democratico intendeva dire che “nessuno ha sofferto più del popolo palestinese a causa dell’incapacità della sua leadership di riconoscere Israele, di condannare la violenza, e di mostrare maggiore serietà nei negoziati per la pace e la sicurezza nella regione”. Questo è un linguaggio che Obama ha poi nuovamente utilizzato in seguito.

L’ “addomesticamento” di Obama

Con l’elezione di Obama al senato in rappresentanza dello Stato dell’Illinois, e con i primi accenni ad una sua possibile candidatura alla presidenza americana da parte del partito democratico, era necessario che egli utilizzasse toni che fossero maggiormente in accordo con la linea politica tradizionale degli Stati Uniti.

Uno degli elementi essenziali della linea politica ufficiale americana è Israele, ed il sostegno assoluto nei suoi confronti, al di là di qualsiasi possibile divergenza. Si tratta di una questione che non è legata a considerazioni di partito, ed è proprio a questo che ha accennato lo stesso Obama nel suo famoso discorso del 4 giugno 2008, tenuto presso l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) a Washington.

Dopo l’esperienza al senato americano, è apparso in maniera evidente il cambiamento nelle posizioni di Obama. Lo dimostra il fatto che egli ha votato a favore dei provvedimenti legislativi legati ad Israele, tra i quali figura l’appoggio allo stato ebraico nella sua guerra contro Hezbollah nell’estate del 2006.

Tuttavia il breve curriculum di Obama a sostegno di Israele, durante i due anni al senato che hanno preceduto la sua candidatura alle presidenziali, non è stato sufficiente a spingere le organizzazioni ebraiche americane ad aver fiducia in lui.

Nel gennaio del 2008, con la sua sorprendente vittoria nell’Iowa durante le primarie del partito democratico, e con il crescere delle sue probabilità di divenire il candidato presidenziale dei democratici, fu scatenata contro di lui una violenta campagna, soprattutto da parte della sua principale concorrente di allora, la senatrice Hillary Clinton. Tale campagna insinuava che egli fosse nascostamente musulmano, oltre a mettere in dubbio il suo appoggio nei confronti di Israele.

Ad aumentare le pressioni nei confronti di Obama, giunse la diffusione delle dichiarazioni di Jeremiah Wright, il pastore della chiesa frequentata dal senatore democratico – dichiarazioni nelle quali aveva criticato Israele e l’occupazione dei territori palestinesi.

Per contrastare questa campagna su vasta scala, Obama optò per l’adozione di un linguaggio più apertamente favorevole ad Israele. Questo suo spostamento su posizioni più favorevoli ad Israele raggiunse il suo culmine in occasione del discorso che egli tenne alla conferenza dell’AIPAC nel giugno del 2008.

Un chiaro atteggiamento filo-israeliano

Nel suo discorso all’AIPAC, Obama giunse ad esaltare Israele ed il sogno che lo stato ebraico rappresenta, annunciando che: “La nostra alleanza si fonda su interessi e valori condivisi. Coloro che minacciano Israele, minacciano noi…Lavorerò per garantire che Israele sia in grado di proteggersi da qualsiasi minaccia, da Gaza a Teheran”.

Obama cercò anche di dare l’impressione che la sua opposizione alla guerra in Iraq fosse dovuta ai timori che egli nutriva per gli interessi di Israele, giacché la guerra in Iraq aveva rafforzato l’Iran, il quale rappresenta la vera minaccia per lo stato ebraico.

Nel suo discorso, egli si spinse ad annunciare il suo sostegno a favore di una “Gerusalemme unificata” capitale di Israele, una posizione che è in contrasto con la linea adottata dalle amministrazioni americane a partire dalla guerra del 1967 fino ad oggi.

E’ vero che, nel corso della sua campagna elettorale, egli ha poi smentito questa dichiarazione sostenendo di essere stato frainteso, e affermando che la questione sarà decisa dai negoziati finali fra israeliani e palestinesi, tuttavia questa dichiarazione dimostra fin dove Obama è disposto a spingersi per ingraziarsi il favore degli ebrei americani e di coloro che li appoggiano all’interno degli Stati Uniti.

Nello stesso discorso, Obama ha cercato di dare l’idea che il suo impegno a favore di Israele e della sua sicurezza rappresenti una sua convinzione personale. Egli ha paragonato la propria esperienza di ricerca dell’identità – in qualità di figlio di un africano del Kenya e di una donna bianca del Kansas, che non ha vissuto con suo padre, ma con il secondo marito di sua madre in Indonesia, per poi stabilirsi nello Stato delle Hawaii – all’esperienza degli ebrei che hanno cercato di incarnare la propria identità nella terra di Israele dopo anni di sofferenze e di speranze.

D’altra parte, il programma di politica estera Obama-Biden indica che la pietra angolare delle strategie della nuova amministrazione americana in Medio Oriente sarà Israele, e che tale programma ruoterà intorno all’impegno assoluto a garantire la sicurezza dello stato ebraico, ad aiutarlo a sviluppare un proprio sistema di difesa antimissile, e ad assicurare la continuità del sostegno economico e militare americano nei suoi confronti.

Una pace nell’interesse di Israele

Tornando alla questione delle contraddizioni esistenti fra le posizioni moderate di Obama nella fase precedente alla sua elezione al senato, e le sue dichiarazioni filo-israeliane del periodo successivo – e tornando ad esaminare il modo in cui tali contraddizioni si riflettono sulla scelta della squadra dei suoi consiglieri – osserviamo che Obama potrebbe effettivamente fare della questione legata al raggiungimento di una “pace definitiva” in Palestina uno degli obiettivi principali della sua amministrazione.

Tuttavia, la realizzazione di una pace del genere richiede numerose concessioni da parte israeliana. Obama si rende conto di questo, così come si rende perfettamente conto del fatto che simili concessioni richiederanno una pressione da parte americana nei confronti di Israele, e ciò farà infuriare lo stato ebraico ed i suoi sostenitori a Washington. Dunque, come farà Obama a conciliare il suo impegno a realizzare la pace con il suo orientamento favorevole ad Israele?

Nel suo discorso davanti all’assemblea dell’AIPAC a cui abbiamo accennato sopra, il candidato Obama aveva cercato di affrontare la questione dalla prospettiva secondo cui la pace sarebbe al servizio del supremo interesse di Israele. Egli disse che “tutte le componenti politiche all’interno di Israele si rendono conto del fatto che la sicurezza si ottiene con la pace; dunque è bene che noi, in qualità di amici di Israele, facciamo tutto quanto è in nostro potere per aiutare Israele ed i suoi vicini a realizzare questo obiettivo”.

Tuttavia, per raggiungere tale obiettivo vi sono delle condizioni che la controparte palestinese ed araba deve soddisfare in via preliminare – secondo quanto ha affermato Obama nello stesso discorso. I palestinesi devono combattere il terrorismo, e gli arabi devono normalizzare i propri rapporti con Israele.

In cambio, lo stato ebraico adotterà delle misure – che non siano in contrasto con le sue esigenze di sicurezza – per favorire la circolazione dei palestinesi, migliorare le condizioni economiche in Cisgiordania, ed impedire la costruzione di nuovi insediamenti.

E’ vero che Obama ha parlato, nello stesso discorso, della “necessità” che i palestinesi dispongano di uno stato geograficamente contiguo e coeso che permetta loro di prosperare, tuttavia qualsiasi accordo con i palestinesi dovrà garantire il carattere ebraico dello stato di Israele, all’interno di confini sicuri, riconosciuti e facilmente difendibili.

Obama ha anche sostenuto il diritto di Israele ad avviare nuovamente i negoziati con la Siria senza alcun veto da parte dell’amministrazione americana, aggiungendo che egli continuerà ad esercitare pressioni nei confronti della Siria affinché quest’ultima ponga fine alle sue ingerenze in Libano e smetta di appoggiare il “terrorismo”, alludendo con questa espressione a Hezbollah ed alle organizzazioni della resistenza palestinese presenti in Siria.

Conclusioni

Da quanto esposto fin qui emerge che Obama cercherà realmente di portare avanti i negoziati di pace in Medio Oriente, ma dovrà affrontare numerose sfide.

In primo luogo, sebbene egli parta da una posizione filo-israeliana, ciò non significa che Israele agirà di comune accordo con gli sforzi del nuovo inquilino della Casa Bianca. I governi israeliani si sono infatti sempre mostrati restii ad ottemperare agli impegni presi con le precedenti amministrazioni americane.

In secondo luogo, Obama non ha una visione chiara del tipo di soluzione che egli si prefigge di raggiungere. Sebbene egli abbia parlato di uno stato palestinese geograficamente contiguo, e dello stop alla costruzione di nuovi insediamenti, non ha chiarito quali saranno i confini di questo stato, e non ha indicato quale sarà la sorte degli insediamenti attuali, che occupano circa il 20% della Cisgiordania, per non parlare poi delle questioni di Gerusalemme, dei profughi, delle risorse idriche, ecc..

Naturalmente, l’ovvia risposta che verrà data a questi interrogativi è che queste questioni saranno lasciate al negoziato fra le due controparti. Tuttavia, l’esperienza di 17 anni di negoziati israelo-palestinesi dimostra senza ombra di dubbio che non ci si può affidare soltanto alla trattativa fra le parti coinvolte.

A ciò si aggiunga il fatto che lo stesso Obama ha indicato con chiarezza che qualunque soluzione dovrà tenere in considerazione la “sicurezza” di Israele – un’espressione estremamente vaga e dal significato manipolabile a piacere. Per non parlare poi del fatto che egli ha dichiarato che gli Stati Uniti non cercheranno di imporre alcuna soluzione ad Israele. Ma quest’ultima è un’affermazione che svuota di qualsiasi significato il ruolo di mediazione che ci si attende dall’America.

Inoltre, Obama sta compiendo gli stessi errori commessi dalle precedenti amministrazioni americane. Egli continua infatti a rifiutarsi di coinvolgere nei negoziati quelle forze palestinesi che hanno una presenza reale sul terreno, ed in particolare Hamas, che ottenne un’ampia maggioranza attraverso elezioni libere ed imparziali.

Obama chiede infatti il soddisfacimento di alcune precondizioni per accettare Hamas come partner nei negoziati. Queste condizioni sono il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele in qualità di stato ebraico, la condanna della violenza (ovvero della resistenza), ed il riconoscimento degli accordi firmati in precedenza dall’OLP. Si tratta, in altre parole, di questioni che dovrebbero essere discusse all’interno dei negoziati, e non imposte come precondizioni per avviare i negoziati stessi.

In breve, possiamo dire che Obama è incline ad adottare il modello di Bill Clinton nella gestione del processo di pace in Medio Oriente, piuttosto che quello di Bush. Se Clinton era intervenuto personalmente nei negoziati, Bush se ne era astenuto, o lo aveva fatto con estrema riluttanza.

Tuttavia, l’avvilente situazione economica in cui si trovano gli Stati Uniti potrebbe far sì che la promessa di Obama di impegnarsi direttamente ed immediatamente nei negoziati di pace non sia realizzabile nei primi due anni del suo mandato, sebbene questa questione si trovi in cima alla lista delle priorità della nuova amministrazione.

Inoltre, l’impegno dell’amministrazione americana nei negoziati avverrà in ogni caso da una prospettiva filo-israeliana, poiché l’orientamento filo-israeliano è una caratteristica stabile delle politiche americane che nessun presidente, da solo, può cambiare.

Tuttavia, vi è la speranza che l’orientamento filo-israeliano dell’amministrazione Obama sia un orientamento consapevole, e permetta di conseguenza di giungere a risultati che le precedenti amministrazioni non avevano ottenuto.

Ma, ancora una volta si tratta soltanto di speranze, visto che la semplice candidatura di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato indica che ci troviamo di fronte ad una replica dell’esperienza dell’amministrazione filo-israeliana di Bill Clinton, anche se in un contesto diverso.

E’ infatti evidente che la natura e la storia dei rapporti israelo-americani è tale che questi rapporti sono ben più saldi e più forti di qualsiasi presidente, a prescindere dalla comprensione che quest’ultimo può avere della situazione dei palestinesi e della legittimità delle loro richieste.

Osama Abu Irsheid è un analista politico palestinese residente a Washington; è direttore del giornale ‘al-Mizan’

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6 Commenti:

Alle 14 dicembre 2008 12:23 , Anonymous Anonimo ha detto...

Cosa succede quando una mosca casca in un caffe'?

L'Italiano: Butta via il caffe' bestemmiando

Il Francese: Butta via la mosca e beve il caffe'

Il Cinese: Mangia la mosca e butta il caffe'

Il Giapponese: Beve il caffe' con la mosca, considerandola una correzione

L'Israeliano: Vende il caffe' al francese, la mosca al cinese, e compra per se' un altro caffe'.

Il Palestinese: Da colpa all'israeliano di avere messo la mosca nel suo caffe' e protesta alle Nazioni Unite. Ottiene subito un prestito dall'Unione Europea per comprare una nuova tazza di caffe'. Usa il denaro ottenuto per acquistare esplosivi e fa saltare in aria il bar dove l'italiano, il francese, il cinese e il giapponese tentano di spiegare all'israeliano che dovrebbe regalare la sua tazza di caffe' al palestinese.

www.maurod.ilcannocchiale.it

 
Alle 16 dicembre 2008 11:34 , Blogger vichi ha detto...

Interessante barzelletta, che non si capisce bene cosa c'entri con l'articolo, ma ai sionisti d'accatto non si può chiedere di seguire un filo logico nei ragionamenti.
Per non sbagliare, comunque, il governo israeliano - su suggerimento del commentatore - in questi giorni sta imponendo un blocco alle importazioni, tra le altre cose, anche del caffè (e delle tazzine), lasciando entrare a Gaza solo le mosche!
Punizione collettiva, crimine di guerra commesso da uno Stato canaglia?
Ma no, semplice questione di sicurezza!

 
Alle 25 dicembre 2008 13:15 , Anonymous Salma ha detto...

trovo di pessimo gusto questa barzelletta...
Vergognati........ NO PRIDE IN WAR

 
Alle 16 gennaio 2009 12:36 , Anonymous Anonimo ha detto...

Remix: Cosa succede quando una mosca cade in una tazzina di caffè

L'italiano getta la tazzina di caffè e si allontana arrabbiato.

Il francese getta via la mosca e beve il caffè.

Il russo beve il caffè con la mosca che e' un extra gratis.

Il cinese mangia la mosca e getta via il caffè.

L'americano corregge il caffe' con un dito di insetticida e se lo beve, e lo trova buonissimo.

L'israeliano esce dal bar, va in una casa dove 2000 anni prima abitava un suo parente, prende a calci in culo tutti gli inquilini e li rinchiude nello sgabuzzino: tranne uno, dal quale si fa fare un caffe' (e anche lavare la tazzina).

I palestinesi si ritrovano chiusi in uno sgabuzzino insieme alle mosche. Di caffe' neanche a parlarne. L'americano aiuta l'israeliano a cambiare la serratura della sua nuova casa e ad installare antifurto, filo spinato, ponte levatoio e fossato con i coccodrilli.

L'italiano, il francese, il cinese ed il russo cercano di spiegare ai palestinese che l'israeliano ha avuto un sacco di traumi e che e' meglio non contraddirlo mai perche' altrimenti si incazza e gli spezza anche le gambe e le braccia.

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Questa versione non fa ridere.. ma in fondo che cazzo c'e' da ridere?

 
Alle 15 settembre 2010 12:35 , Blogger Cidrolin ha detto...

Ciao, sto cercando di ricostruire gli interventi delle Nazioni Unite rispetto alla questione israelo-palestinese, in particolare le risoluzioni più importanti dell'Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza.
Potresti aiutarmi se sei in possesso di link validi o tuoi archivi personali?
Grazie
Stefano Vannucci

 
Alle 15 settembre 2010 17:32 , Blogger vichi ha detto...

Gentile Stefano, ogni informazione al riguardo puoi trovarla sul sito Unispal, il sito web dell'Onu sulla questione palestinese: http://unispal.un.org/unispal.nsf/udc.htm

Un caro saluto,

Vichi

 

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