21 gennaio 2009

Israele, Obama e la necessità di un nuovo pensiero strategico.

Dopo la batosta subita in Libano ad opera delle milizie di Hezbollah, Israele sentiva come necessario un pronto riscatto del proprio esercito, al fine di ristabilirne il potere di deterrenza che rischiava di apparire non più temibile come un tempo.

L’operazione “Piombo Fuso” e il massacro di Gaza hanno fornito questa occasione di riscatto, e pazienza se l’onore di Tsahal è stato salvato a spese soprattutto di donne e bambini inermi e innocenti.

Ma se nel breve periodo Israele può tranquillamente dichiarare di aver raggiunto i propri obiettivi e di aver ridotto Hamas a più miti consigli, il bagno di sangue nella Striscia ha avuto come fastidioso effetto collaterale quello di isolare Israele – che ha finito per inimicarsi anche buoni amici come la Turchia – e di peggiorarne l’immagine (ed era davvero impresa titanica!) a livello dell’opinione pubblica mondiale.

E, soprattutto, il nuovo Presidente Usa, che fin dal suo discorso di insediamento ha inteso tendere una mano al mondo islamico, potrebbe essere spinto ancor più dagli eventi di Gaza a cercare un nuovo approccio alla pacificazione del medio oriente e alla composizione, una volta per tutte, del conflitto israelo-palestinese.

Anche contro la volontà di Israele.

E’ questo il tema dell’articolo di Zvi Bar’el, pubblicato il 19 gennaio su Ha’aretz e qui pubblicato nella traduzione offerta da Arabnews.

La necessità di un nuovo pensiero strategico
19.1.2009

Una coalizione internazionale si è affrettata a raggiungere un cessate il fuoco, salvare Gaza e definire un complesso accordo tripartito che dovrebbe opporsi al contrabbando di armi a vantaggio di Hamas. Il più forte esercito del Medio Oriente può registrare una vittoria a proprio favore nei confronti del gruppo islamico. Può anche essere che Israele abbia ristabilito la propria capacità di deterrenza contro la popolazione civile palestinese. Ma, forse tutto ciò sarà solo temporaneo, come accadde dopo l’operazione “Litani” del 1978, o dopo l’operazione “Grappoli di Collera” del 1996, o (in quel caso durando un po’ più a lungo) dopo l’operazione “Scudo Difensivo” nel 2002. Calma ma non sicurezza, cessate il fuoco ma non tranquillità. Questa è una vittoria tesa a lanciare una serie di messaggi – a Hamas, a Hezbollah, alla Siria, e soprattutto all’Iran. Affinché brucino nella loro coscienza, e sottolineino ancora una volta la minaccia proveniente da Israele.

Ma in tutto il putiferio nella Striscia di Gaza, la grande minaccia, la vera minaccia, è passata sotto silenzio. Nelle ultime tre settimane, qualcuno ha sentito dire qualcosa a proposito del programma nucleare iraniano? La minaccia che ha terrorizzato Israele è ancora incombente, e lo stato ebraico non è un paese più sicuro dopo questa guerra. I pezzi del puzzle che sono stati scagliati in aria a Gaza sono tornati al suolo ricomponendo una nuova immagine. La Turchia non è più lo stesso vecchio amico; la Giordania è divenuta un oggetto sospetto; l’Autorità Palestinese avrà difficoltà a far funzionare una leadership palestinese complessiva senza cooperare con Hamas; gli Stati Uniti di George W. Bush hanno “osato” sottoporre una proposta meno in linea con gli interessi israeliani, aprendo la strada ad una condotta analoga da parte dell’amministrazione Obama; l’Europa ufficiale non ha esitato a condannare Israele; e l’Egitto, che si è fatto promotore del cessate il fuoco e che avrà la responsabilità di garantire che esso venga rispettato, è furioso con Israele e con Hamas per essere stato messo in questa posizione così difficile.

Non un solo Katyusha di Hezbollah sarà reso inoffensivo a causa della guerra nella Striscia di Gaza, ed il programma nucleare iraniano è in salute, grazie. Ora più che mai gli israeliani dovranno assicurarsi di parlare inglese quando viaggeranno all’estero.

Non c’è ragione di cercare di pensare a cosa sarebbe accaduto se… Se Israele avesse riconosciuto il governo Hamas quando fu eletto; se avesse trattato Mahmoud Abbas con serietà, o se avesse realmente negoziato con la Siria. I ricordi non fanno la politica. In ogni caso, Israele ha optato per una soluzione che seguiva un nuovo ordine, con allusioni e colpetti sulla spalla invece di accordi scritti; con spettacoli e messinscene televisive invece di una seria visione per il futuro.

Ma ora Israele avrà un nuovo presidente americano – un presidente che ha già spiegato a chiunque che preferisce un nuovo ordine ai compromessi temporanei. Egli è pronto ad aprire una nuova pagina di dialogo con l’Iran; a riesaminare i rapporti tra Siria e Stati Uniti; a considerare l’Iraq come un amaro episodio da cui è meglio uscire rapidamente. Egli pensa anche che non vi sia più bisogno di uccidere Osama bin Laden. Non fa minacce. Barack Obama potrebbe portare con sé un nuovo insieme di lezioni per il Medio Oriente, che potrebbero non tradursi in una vera soluzione, ma che obbligheranno Israele a modificare il proprio pensiero strategico.

Obama è impegnato a garantire la sicurezza di Israele così come lo erano Bush e Clinton, ma potrebbe giungere a considerare la sostanza di una simile sicurezza in modo differente. La pace, ad esempio, potrebbe essere da lui vista come una componente essenziale della sicurezza di Israele. Ciò potrebbe essere una novità, persino rivoluzionaria agli occhi degli israeliani, ma lo stato ebraico farebbe meglio a prepararsi – non facendo uso dei lobbisti a Washington, ma pianificando un dialogo costruttivo con i suoi vicini.

Israele, le cui scelte strategiche hanno rafforzato il peso e la minaccia posti dai gruppi armati, avrà bisogno di riconsiderare il proprio approccio all’iniziativa di pace saudita. Il salvagente che tale iniziativa offre può dissolvere la minaccia di questi gruppi, se Israele comprende che essi minacciano i paesi arabi non meno di quanto minacciano lo stato ebraico. Israele ha bisogno dell’iniziativa saudita non perché abbia bisogno della sicurezza araba, ma perché deve aspirare ad accordi permanenti con gli stati, e non con gruppi o bande.

Se la Siria è lo stato che influenza Hamas e Hezbollah, se lo status dell’Egitto è ciò che determinerà il futuro della regione, se l’Arabia Saudita è il contrappeso dell’Iran, sono questi i partner con cui è necessario fare un accordo, non i loro “subappaltatori”. L’iniziativa saudita non è ancora svanita, ma non lo sono neanche le minacce. Senza adottare una nuova strategia che rafforzi l’iniziativa saudita, la guerra nella Striscia di Gaza rimarrà un episodio coronato da successo e niente più; una soluzione temporanea in attesa del prossimo round.

Zvi Bar’el è un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano “Haaretz”
Titolo originale:
A need for new strategic thinking

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1 Commenti:

Alle 20 maggio 2011 alle ore 20:36 , Anonymous Anonimo ha detto...

Bavoso di merda......tu non sai neanche come ti chiami....

 

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