9 settembre 2009

La crisi dell'acqua a Gaza.

Lo scorso tre settembre, il Coordinatore Umanitario dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, Maxwell Gaylard, insieme a varie ong umanitarie che operano nel settore dello sviluppo, ha lanciato l’ennesimo appello per porre fine al blocco immorale e criminale che Israele ha imposto ad un milione e mezzo di Palestinesi che abitano nella Striscia di Gaza a partire dal giugno del 2007.

Tra le altre terribili conseguenze che questo assedio comporta per gli abitanti di Gaza, infatti, vi è anche il quasi totale collasso del sistema idrico e igienico-sanitario di Gaza, con gran parte della popolazione che non riesce ad avere accesso all’acqua corrente in maniera continuativa (alcuni non ne hanno affatto) e con il sistema di trattamento delle acque reflue del tutto insufficiente a impedire che si riversino in mare enormi quantitativi di liquami non trattati o trattati solo parzialmente, con grave danno non solo per la salute della popolazione ma per l’ambiente in generale.

Vi è, da una parte, un
pericolo immediato di malattie ed epidemie, dovuto alla contaminazione della falda acquifera e dalla mancanza di pompe per la clorazione e dei pezzi di ricambio necessari agli impianti di purificazione e disinfezione.

Ma anche laddove l’acqua riesce ad essere purificata ed è, quindi, priva di batteri, essa risulta contenere alti livelli di cloruri, nitrati e altri contaminanti. Complessivamente, solo il 5-10% dell’acqua estratta dalla falda acquifera può considerarsi potabile secondo gli standard raccomandati dal WHO. Nel governatorato di Khan Younis, ad esempio, il livello medio di nitrati rilevato nel 2008 era tre volte maggiore dello standard WHO (169 rispetto a 50 mg/l.). Non è ozioso ricordare che alte concentrazioni di nitrati, tra le altre conseguenze, possono comportare la cd. sindrome “blue baby”, i neonati che vengono alla luce in condizioni cianotiche (cfr. OCHA, The Humanitarian Monitor – luglio 2009).

Ancora una volta, dunque, chi opera sul campo segnala i pericoli derivanti dal prolungarsi del criminale assedio israeliano della Striscia di Gaza, la negazione della dignità umana inflitta ai suoi abitanti, il venir meno di diritti fondamentali quali quelli alla salute, al libero e sicuro accesso all’acqua, ad un adeguato standard di vita.

Ma nessuno pare interessarsi alle sorti di un milione e mezzo di Palestinesi, a cui uno Stato canaglia e criminale nega ogni diritto fondamentale e financo lo status e la dignità di esseri umani.

Comunicato stampa
Le organizzazioni umanitarie profondamente preoccupate per la crisi idrica e igienica in atto a Gaza; Chiedono l’immediata apertura dei valichi di Gaza.

Il Coordinatore Umanitario delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, Maxwell Gaylard, insieme con la Association for International Development Agencies (AIDA), ha lanciato oggi un appello per un accesso totale e senza restrizioni per i pezzi di ricambio ed i materiali assolutamente necessari per ripristinare i servizi idrici e igienici di Gaza.

“Il deterioramento e il collasso degli impianti idrici e fognari di Gaza sta accentuando una già severa e prolungata negazione della dignità umana nella Striscia di Gaza” ha affermato Gaylard. “Al cuore di questa crisi vi è il crollo degli standard di vita della popolazione di Gaza, caratterizzato dalla diminuzione dei mezzi di sussistenza, dalla distruzione e dal degrado delle infrastrutture essenziali, e da una accentuata contrazione nella fornitura e nella qualità di servizi vitali nel campo della salute, dell’acqua, dei servizi igienici” ha aggiunto Gaylard.

Secondo la legislazione sui diritti umani, ogni persona ha il diritto ad un adeguato standard di vita e ai più alti livelli ottenibili di servizi sanitari. Entrambi questi diritti includono l’accesso a sufficienti quantitativi di acqua non dannosa, raggiungibile ed accessibile, al pari di idonei servizi e strutture igienico-sanitari.

In conseguenza della chiusura dei valichi di Gaza imposta da Israele a partire dal giugno del 2007, è stato vietato l’ingresso a Gaza dell’attrezzatura e delle forniture necessarie alla costruzione, alla manutenzione e al funzionamento degli impianti idrici e fognari, portando ad un graduale deterioramento di questi servizi essenziali. Le distruzioni causate durante l’offensiva militare israeliana nel 2008/2009 hanno aggravato una situazione già critica, lasciando alcuni servizi ed impianti sull’orlo del collasso. Sebbene da allora sia stata permessa l’entrata di alcuni materiali essenziali per la costruzione e le riparazioni, questo non è neanche lontanamente sufficiente a restituire alla popolazione di Gaza un sistema idrico e fognario pienamente funzionante.

Attualmente a Gaza circa 10.000 persone sono prive di allaccio alla rete idrica e un ulteriore 60% della popolazione non ha accesso all’acqua corrente in maniera continuativa. A partire dal gennaio 2008, inoltre, a causa dei danni agli impianti di trattamento dei liquami, dell’insufficienza della capacità di trattamento dovuta al rinvio dei progetti di ammodernamento degli impianti, e della grave carenza di combustibile e di energia elettrica necessari alla loro operatività, ogni giorno vengono scaricati nel Mediterraneo dai 50 agli 80 milioni di litri di acque reflue non trattate o trattate solo parzialmente.

Il Coordinatore Umanitario delle Nazioni Unite e le Organizzazioni Non Governative lanciano un appello al Governo di Israele affinché adotti immediatamente le misure necessarie per assicurare l’ingresso a Gaza dei materiali per la costruzione e la riparazione necessari per rispondere alla crisi idrica e igienica in atto nella Striscia di Gaza. “Senza affrontare gli immediati bisogni essenziali della popolazione e senza facilitare lo sviluppo e la gestione a più lungo termine del degradato settore idrico e fognario, la salute pubblica e più in generale l’ambiente rimarranno significativamente a rischio. L’inquinamento non conosce frontiere o barriere, e le popolazioni di tutta la regione sono minacciate dalle deficienze del sistema idrico e fognario di Gaza”, ha ricordato Gaylard.

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2 Commenti:

Alle 10 settembre 2009 09:22 , Anonymous Andrea ha detto...

Israele ha creato infrastrutture e management che si occuppano della gestione degli acquedotti, mentre il livello di impegno dell'Autorità palestinese è paragonabile, per mancanza di scelte decisionali, a quello di un paese del terzo mondo. Nel 2007 i palestinesi ricevevano 47 milioni di metri cubi di acqua, nel 2008 più di 52 milioni. Un anno fa l'Autorità palestinese ha avuto in uso un terreno sulla costa mediterranea vicino alla città di Hadera per costruirvi un impianto di desalinizzazione dell'acqua, il quale, se in funzione, potrebbe fornire 100 milioni di metri cubi di acqua potabile all'anno. Ma per l'Anp è rimasto un progetto sulla carta, molto meglio restare come sono per poter accusare Israele. Dove invece l'uso dell'acqua è governato da leggi severe per impedirne lo spreco, e per chi non le segue ci sono multe... salate. Ma tutto questo sembra non interessare ai palestinesi. Se queste informazioni venissero diffuse, la questione acqua assumerebbe tutt'altro aspetto. Sarà per questo che non lo sono.

 
Alle 10 settembre 2009 11:28 , Blogger vichi ha detto...

Giusto l'altro ieri l'Onu ha presentato un rapporto sullo stato dell'economia palestinese in cui - tra le altre cose, si evidenzia "la evidente incompatibilità tra occupazione e sviluppo".

Paragonare il bilancio, le capacità progettuali e di spesa dello Stato israeliano - che peraltro riceve sostanziosi trasferimenti finanziari dagli Usa - con quelli di un'amministrazione che - con tutte le sue colpe - deve affrontare una realtà di barriere, checkpoint e limitazioni varie, sottrazione di risorse, che ne impedisce lo sviluppo mi sembra alquanto bislacco.

Questo senza considerare che, come sempre, esci fuori dal tema del discorso.

Qui si parlava, infatti, dello Stato canaglia israeliano e del suo criminale assedio ad un milione e mezzo di abitanti della Striscia di Gaza, assedio che, tra le altre cose, impedisce l'afflusso dei materiali per la gestione, manutenzione, riparazione ed ampliamento degli impianti idrici e fognari di Gaza.

Con le conseguenze descritte nell'articolo.

Naturalmente, quando non si sa cosa dire, è comodo cambiare discorso e parlar d'altro...

 

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