20 ottobre 2012

Estelle sotto attacco - Gaza sotto assedio da anni - Mobilitiamoci!



Chiamata alla mobilitazione da parte di Marco Ramazzotti Stockel della 'Rete Ebrei contro l'Occupazione' rappresentante italiano a bordo di 'Estelle' Freedom Flotilla 3 al momento dell'arrembaggio da parte della marina militare israeliana.

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3 aprile 2012

A Gaza a volte è meglio essere malati


Tre parrucchiere e due barbieri non potranno lasciare la Striscia di Gaza per partecipare al “Palestinian Beauty and Tradition Spring Fair” nella città di Tulkarem, in Cisgiordania, non perché l’esercito (israeliano) abbia dei sospetti relativi alla sicurezza nei loro confronti, ma semplicemente perché “in considerazione dell’attuale situazione politica e della sicurezza, i residenti della Striscia di Gaza non sono autorizzati ad entrare in Israele se non in casi umanitari eccezionali, con una particolare attenzione ai casi medici” (in ebraico).

Il problema è che altre persone, difficilmente qualificabili come “eccezionali casi umanitari”, riescono a lasciare la Striscia di Gaza, ma si tratta prevalentemente di uomini. Fino a 100 grossi commercianti sono autorizzati a uscire dalla Striscia di Gaza ogni giorno. Solo a febbraio, commercianti sono usciti dalla Striscia di Gaza per recarsi in Israele 2.146 volte. Il sito web del Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) vanta che nel 2011 8.411 commercianti hanno lasciato la Striscia di Gaza.

I permessi per uscire dalla Striscia di Gaza sono concessi solo a individui che il COGAT considera commercianti di rilevante importanza, nel presupposto che essi sono essenziali per lo sviluppo economico della Striscia di Gaza. A Gaza, come nel resto del mondo, è più probabile che siano gli uomini a possedere le grandi attività commerciali, così il risultato della decisione del COGAT è che le donne, le quali per lo più possiedono imprese più piccole, non soddisfano i criteri per poter lasciare Gaza per delle opportunità economiche. Anche le donne meritano una possibilità di accrescimento economico, non solo a proprio vantaggio, ma anche al fine di rafforzare il settore privato di Gaza. L’autoaffermazione delle donne è di cruciale importanza per lo sviluppo economico e per lo sviluppo di una società civile sana. Israele, come l’esercito e il governo affermano ripetutamente, hanno interesse a facilitare questo processo.

Vale la pena di notare che le parrucchiere non sono state le uniche a cui è stato vietato di uscire dalla Striscia di Gaza. A sette studentesse di Gaza è stato negato il permesso di recarsi all’Università Al-Quds di Abu Dis per partecipare ad una competizione internazionale di tecnologia organizzata da Microsoft. Anche a loro è stato detto che il motivo del loro viaggio non costituiva un “eccezionale caso umanitario” – un’altra opportunità persa per favorire l’accrescimento economico e professionale delle donne della Striscia di Gaza.
 
Si tratta solo di dieci donne. Dieci permessi di uscita che avrebbero migliorato le loro vite e la situazione della società civile di Gaza, anche se solo di un tantino; ma loro non erano abbastanza importanti e nemmeno abbastanza fortunate per essere “eccezionali casi umanitari” – a quanto pare, sono troppo in salute.  

(fonte: Gisha) 

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21 dicembre 2011

Vivere nel sovraffollamento


Il 10 dicembre scorso ricorreva il 63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (UDHR), il cui articolo 13 prevede che “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato” e il “diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”. Ma questa celebrazione ha scarso o nullo valore per i profughi palestinesi, soprattutto per quelli di Gaza che, oltre a vedersi negato questo diritto fondamentale, sono costretti a vivere, anzi a sopravvivere, in condizioni disumane.

L’attuale situazione nei Territori occupati mostra come Israele continui a violare impunemente il diritto internazionale e i diritti umani dei Palestinesi, particolarmente proprio quelli scolpiti nella Dichiarazione. Israele prosegue la sua occupazione illegale, compie assassinii e atti di violenza e di tortura a danno dei prigionieri palestinesi, infligge enormi danni a persone e proprietà, impone restrizioni punitive del movimento di beni e merci da e per Gaza e con l’estero. Centinaia di pazienti non possono essere curati all’estero o ricevere le medicine indispensabili a causa di una delle più infami punizioni collettive che si siano viste al mondo. Tutto questo costituisce una palese e vergognosa violazione della UDHR.

Dal 10 dicembre dello scorso anno, solo nella Striscia di Gaza, Israele ha ucciso circa 130 persone, tra cui due donne e 16 bambini, ha arrestato 68 persone, inclusi nove bambini, ha danneggiato 150 case, di cui dieci totalmente distrutte, ha raso al suolo e livellato 9.200 metri quadri di campi coltivati, ha danneggiato 50 strutture pubbliche, di cui 4 completamente distrutte; 21 di queste erano strutture scolastiche. In aggiunta, l’esercito israeliano ha danneggiato 20 negozi e 22 fabbriche, sei delle quali interamente distrutte, e 17 veicoli.

E, soprattutto, i rifugiati palestinesi della Striscia di Gaza, devono affrontare una realtà quotidiana veramente drammatica, senza mezzi di sussistenza e con condizioni abitative assolutamente disastrose. E’ il caso della famiglia di Muhammed Salman Abu Rashad, che qui di seguito viene raccontato.

Overcrowded living

Muhammed Salman Abu Rashad, 45 anni, Amna Abu Rashad, 31 anni, e i loro nove figli vivono nel campo profughi di Jabalia , una delle zone più densamente popolate della terra. I componenti di questa famiglia rappresentano soltanto 11 degli 1,1 milioni di rifugiati che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza, pari approssimativamente a 1,7 milioni di persone.

Secondo la United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), Jabalia è il più grande degli otto campi profughi di Gaza e ospita circa 110.000 rifugiati registrati in un’area di soli 1,4 chilometri quadrati; ovviamente, il campo è tristemente noto per il suo sovraffollamento. La politica israeliana illegale di blocco, utilizzata per la prima volta per isolare la Striscia di Gaza nel 1991, è stata particolarmente devastante per i residenti del campo di Jabalia che, come Muhammed Abu Rashad, in precedenza facevano affidamento sui lavori all’interno di Israele per mantenere le loro famiglie. Dall’inizio del blocco totale di Gaza nel 2007, gli ormai disoccupati residenti sono stati costretti a fare affidamento per sopravvivere sugli aiuti dell’UNRWA.

La struttura della casa di Abu Rashad, in gran parte costituita da una stanza di 3 metri per 3, è tipica di molte case del campo di Jabalia. Una singola stanza funge da camera da letto, soggiorno, studio e zona pranzo per tutti gli undici membri della famiglia. Con l’inverno alle porte, è ovvio che la casa, che mostra lunghe crepe serpeggianti sui muri ed un vano d’ingresso aperto dove ci dovrebbe essere una porta funzionante, è del tutto inadeguata per la coppia ed i loro nove figli, con un decimo in arrivo. Quando arriva la pioggia, scorre dentro la casa e sulle loro coperte, e nonostante fuori sia una giornata fresca ed asciutta, l’umidità nella stanza è particolarmente avvertibile. Muhammed è pronto a far notare che le condizioni in carcere sarebbero migliori: “non è una casa, ma un cimitero”.

Vivere ammassati incide su tutti gli aspetti della vita familiare, ma per i 9 figli della coppia l’effetto è paralizzante. La maggioranza dei bambini della famiglia studia durante il turno serale nella locale scuola dell’UNRWA, che è costretta a tenere doppi turni per agevolare tutti gli studenti del campo. Quando i bambini ritornano a casa è buio e, date le costanti interruzioni di corrente, la mancanza di spazio, ed il forte rumore dei generatori elettrici, i bambini non riescono a studiare. Come risultato, due dei figli di Abu Rashad sono stati bocciati un anno a scuola e sono rimasti indietro.

Con la mancanza di spazio per giocare – sia in casa sia all’esterno negli stretti vicoli disseminati di rifiuti – i bambini hanno poco spazio fisico o emotivo e tendono come risultato a scagliarsi l’uno contro l’altro. I ragazzi ricorrono alla violenza contro i loro fratelli più piccoli e Muhammed mi racconta che le sue due figlie sono incapaci “di comportarsi come giovani ragazze”, imitando invece la violenza dei loro fratelli nel tentativo di “tenergli testa”. Muhammed stesso si rammarica di scagliarsi contro i suoi figli quando si comportano male, dicendo che lo stress di vivere in ambienti così opprimenti lo rende ansioso e incline a scoppi d’ira.

Vivere ammassati ha ripercussioni non solo sulla salute mentale dei componenti della famiglia ma anche sulla loro salute fisica. Colpendo i bambini è ovvio che tutti soffrono di raffreddori ed influenza. Muhammed dice che “quando un bambino contrae una malattia, senza lo spazio per tenerlo isolato e per curarlo, gli altri bambini vengono tutti rapidamente infettati”. Data l’umidità ed il freddo costanti, far stare di nuovo bene i bambini una volta che si sono ammalati non è un compito facile.

Mentre l’affollamento ha lasciato la famiglia ad un punto di crisi, la situazione è solo in via di peggioramento. I figli attualmente sono piccoli, il maggiore ha 15 anni, ma via via che crescono la piccola stanza progressivamente diventerà più angusta. La figlia più grande Sundus, di 10 anni, presto sarà troppo grande per dormire accanto ai suoi fratelli. Muhammed ci dice che con la sopraelevazione delle case attuali dei vicini nel tentativo di alleviare i loro problemi di affollamento, presto il sole sarà completamente oscurato dalla casa della famiglia, già umida. Il risultato, secondo Muhammed, sarà “la distruzione della famiglia”.

La crisi dei rifugiati palestinesi è uno dei problemi più grandi e di più lunga durata al mondo riguardanti i rifugiati; oggi all’incirca uno su quattro dei rifugiati di tutto il mondo è un Palestinese. I diritti dei profughi palestinesi, e in particolare il “diritto al ritorno”, sono protetti da numerose Risoluzioni Onu, inclusa la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 194. Tuttavia, fintanto che la comunità internazionale rifiuterà di far rispettare il diritto internazionale, queste risoluzioni continueranno ad avere una scarsa rilevanza per i rifugiati della Striscia di Gaza, i cui diritti umani fondamentali continuano ad essere sistematicamente negati.

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2 novembre 2011

Di nuovo in rotta verso Gaza

A quattro mesi dal blocco delle navi della Freedom Flotilla 2 nei porti greci, altre due navi tentano di rompere il blocco criminale della Striscia di Gaza, nell’ambito della campagna non violenta Freedom Waves to Gaza.

Qui intendo rilanciare l’appello all’azione e al sostegno di questa iniziativa lanciato da Jewish Voice for Peace. E’ un appello rivolto, in prima battuta, ai cittadini Usa, ciò non toglie che anche per noi può essere un esercizio interessante inviare una email al Presidente Obama o telefonare all’ufficio di Hillary Clinton per chiedere, una buona volta, che si ponga fine alla punizione collettiva che, per i soliti motivi di “sicurezza”, umilia e punisce in modo immorale una popolazione di 1,6 milioni di persone.

Imbarcazioni in navigazione per rompere il blocco di Gaza, adesso

Questa notizia si sta diffondendo: in questo momento, due imbarcazioni si trovano in acque internazionali nel Mediterraneo dirette verso Gaza. Una barca, l’irlandese Saoirse, comprende tra i suoi passeggeri alcuni parlamentari. L'altra, il Tahrir, trasporta rappresentanti di Canada, Stati Uniti, Australia e Palestina.

Il rappresentante degli Stati Uniti sul Tahrir, Kit Kittredge, è stata un passeggero sull’imbarcazione Usa diretta a Gaza, la Audacity of Hope. Sul Tahrir è presente anche un giornalista di Democracy Now. Le organizzazioni della società civile a Gaza aspettano il loro arrivo, e attendono con impazienza la consegna delle lettere raccolte da migliaia di sostenitori negli Stati Uniti nella campagna To Gaza with Love.

Ci sono stati tre tentativi soltanto nell'ultimo anno e mezzo per rompere l'assedio di Gaza. Il mondo conosce l'esito terribile di quello del maggio 2010. All'inizio di questa estate, Jewish Voice for Peace ha atteso insieme a tutti gli altri che la barca Usa per Gaza iniziasse la navigazione, con molti dei nostri membri a bordo. E siamo rimasti costernati come tutti gli altri quando le imbarcazioni sono state fatte tornare indietro dalla Grecia su ordine di Israele e degli Stati Uniti. Ma sapevamo che il movimento avrebbe continuato, e oggi lo ha fatto!

Per favore, restate collegati in attesa del risultato di questa importante missione per i diritti umani.

Abbiamo bisogno del vostro aiuto per rendere questa missione un successo. Per favore mettete in atto immediatamente queste azioni.

Verificate gli aggiornamenti: http://www.ustogaza.org/, http://www.tahrir.ca/ e guardate o ascoltate Democracy Now per la copertura dal Tahrir.

Chiamate il Dipartimento di Stato:
Segretario di Stato Hillary Clinton 202-647-5291
Ambasciatore USA in Israele Daniel Shapiro 011-972-3-519-7575
Ufficio per gli Affari Israeliani / Palestinesi Paul Sutphin 202-647-3672
Ufficio per gli Affari consolari Kim Richter 202-647-8308

e il Presidente Obama: 202-456-1414 oppure inviategli una email da qui

Argomenti per telefonate / email:
Gaza è sotto assedio dalla metà del 2006, privando della libertà e dei diritti umani fondamentali 1,6 milioni di persone. Sebbene l'assedio sia stato condannato dalle Nazioni Unite, dalla Croce Rossa, e da molti governi nazionali, poco è stato fatto per alleviare le sofferenze di questi civili. La società civile ha dovuto agire laddove i governi non hanno voluto. Due navi con 27 passeggeri provenienti da 5 paesi sono in navigazione verso Gaza per affrontare il blocco navale israeliano, e per portare forniture mediche e lettere di sostegno.

Come Americani, che danno 3 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele ogni anno, chiediamo che il nostro governo richieda con fermezza ad Israele di consentire il passaggio sicuro delle navi e di porre fine al blocco illegale di Gaza. Vi sono molte alternative per Israele per garantire la sua sicurezza senza sottoporre 1,6 milioni di persone a una punizione collettiva.

Per favore diffondete il più possibile queste notizie.

Per la Libertà,

Rebecca Vilkomerson, Direttore esecutivo di Jewish Voice for Peace


P.S.

FREEDOM WAVES TO GAZA - COMUNICATO STAMPA

International Flotilla Naviga verso Gaza http://t.co/LAIBLqRn""

International Flotilla naviga verso Gaza http://t.co/cZNfR9zl""




“follow the boats live here”(sotto il titolo) password “a” > mappa interattiva con la posizione della nave.Qui un'altra mappa che indica la posizione delle navi:http://electronicintifada.net/blog/benjamin-doherty/track-location-freedomwaves-flotilla#.TrGMBkDWTrc

video con 3 interviste a chi partecipa alla barca canadese:
http://www.democracynow.org/blog/2011/11/2/exclusive_video_voices_from_the_secret_international_flotilla_now_sailing_to_gaza#.TrGDlVxaQyY.twitter
1 Nov 2011 COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA

Palestinesi si uniscono alle barche per sfidare assieme l'assedio imposto da Israele su Gaza.

Barche irlandesi e canadesi si trovano ora in acque internazionali verso Gaza per sfidare l'assedio illegale imposto da Israele.

Attivisti palestinesi lanciano un appello per la fine della complicità internazionale ai crimini israeliani. Si svolgeranno azioni di solidarietà in tutta la Cisgiordania e in Israele

[Ramallah] Due barche civili, la canadese Tahrir (Liberazione) e l'irlandese Saoirse (Libertà), con a bordo 27 passeggeri provenienti da 9 paesi (inclusi giornalisti), stanno viaggiando in acque internazionali verso la Striscia di Gaza per sfidare l'assedio criminale e illegale imposto da Israele. Un palestinese di Haifa ha aderito a questa nuova missione internazionale che vuole sfidare via mare la morsa implacabile di Israele su Gaza. Il messaggio che portano è di unità, di sfida, di speranza, nonostante Israele separi fisicamente i palestinesi gli uni dagli altri.

Gli organizzatori del “Freedom Waves to Gaza” hanno scelto di non pubblicizzare l'impresa in anticipo viste le azioni israeliane per bloccare e sabotare la Freedom Flotilla II lo scorso luglio. Le barche, che sono salpate da Fethiye, Turchia, sono attese a Gaza venerdì pomeriggio; navigheranno in acque internazionali ed entreranno direttamente nelle acque territoriali di Gaza, senza attraversare le acque territoriali di Israele.

Le barche porteranno un carico simbolico - $ 30.000 in medicine, insieme ad un gruppo eterogeneo di passeggeri, tutti impegnati nella difesa non violenta della flottiglia e dei diritti umani del popolo palestinese.

"Israele ha ingabbiato i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, e ci proibisce di incontrarci fisicamente. Vogliamo rompere l'assedio che Israele ha imposto al nostro popolo", ha affermato Majd Kayyal, uno studente di filosofia palestinese di Haifa, a bordo della Tahrir. Kayyal ha aggiunto: "Il fatto che siamo in acque internazionali è già una vittoria per il movimento. L'assedio israeliano imposto su Gaza è insostenibile e porre fine a questa ingiustizia è una responsabilità morale".

Nel frattempo, i giovani palestinesi hanno firmato una dichiarazione che esorta la comunità internazionale e le Nazioni Unite in particolare, "ad adottare misure urgenti per proteggere questa missione e porre fine alla loro complicità con il blocco criminale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza." Essi hanno condannato le precedenti dichiarazioni del segretario generale dell'ONU, che richiedeva che gli aiuti a Gaza passassero attraverso "valichi legittimi e canali prestabiliti", nonostante l'ONU stessa abbia ammesso che il fallimento di Israele nell'adempiere alle sue responsabilità ha creato una crisi senza precedenti della dignità umana.

Durante questa settimana attivisti palestinesi in Cisgiordania e in Israele stanno organizzando azioni di solidarietà con la missione Freedom Waves, tra cui un sit in presso il complesso delle Nazioni Unite (Tokyo Street, Ramallah) e raduni in altre città della Cisgiordania.Questa missione rappresenta l'undicesimo tentativo di rompere l'assedio di Gaza via mare. Delle precedenti, cinque sono riuscite a raggiungere Gaza tra agosto e dicembre 2008, mentre le altre sono state intercettate e violentemente bloccate da Israele. Nel maggio 2010, Israele ha attaccato i passeggeri della Freedom Flotilla in acque internazionali, uccidendo nove civili e ferendone oltre 50. Le azioni di Israele sono state ampiamente e ripetutamente denunciate e condannate in tutto il mondo. I tentativi di portare una seconda flottiglia a Gaza sono stati vanificati lo scorso luglio dal governo greco sotto pressione di Israele e dei governi occidentali, e da atti di sabotaggio israeliano.Israele ha intensificato nei giorni scorsi i bombardamenti aerei su Gaza, sottolineando la necessità di iniziative internazionali simili a questa che possano fungere da detterente per Israele.

Per maggiori informazioni contattare:



Nota: Per informazioni dettagliate sulla flottiglia Freedom Waves: http://witnessgaza.com/

Twitter: @PalWaves #FreedomWaves

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4 ottobre 2011

Una cittadinanza negata con motivazioni vergognose

Fadi Karajeh è un uomo di 33 anni figlio di profughi palestinesi della Striscia di Gaza, che risiede in Italia da dodici anni e che attualmente vive e lavora a Ravenna.

Riconosciuto rifugiato politico, Fadi – che non ha mai avuto una cittadinanza – nel 2009 ha avanzato istanza per la concessione della cittadinanza italiana, a buon diritto.

Nei dodici anni in cui ha vissuto in Italia, infatti, Fadi ha svolto diversi lavori (saldatore, fabbro, verniciatore e, attualmente, pizzaiolo), ha frequentato corsi di qualificazione professionale, ha collaborato e collabora in qualità di interprete con il Tribunale ed i Carabinieri di Ravenna, città dove ha una casa, una ragazza, degli amici, dei colleghi di lavoro: chi più di lui potrebbe aver titolo ad ottenere la cittadinanza italiana? E tuttavia…

Nel 2004 Fadi viene fermato alla guida di un’auto con un tasso alcolemico di poco superiore al consentito, e per questo motivo nel 2005 viene condannato al pagamento di una semplice sanzione pecuniaria. Pagata la sanzione, il reato adesso risulta estinto, perché nei successivi cinque anni egli non ha commesso alcun delitto o contravvenzione della stessa indole (art.460 c.p.p.).

La Commissione medica di Ravenna, peraltro, effettuati gli esami di rito, ha successivamente confermato la validità della patente di guida di Fadi per dieci anni, senza la necessità di ulteriori, periodici accertamenti medici.

Eppure quel vecchio decreto penale di condanna ad una sanzione pecuniaria, secondo il Ministero dell’Interno, Direzione Centrale per i diritti civili (sic!), la cittadinanza e le minoranze, costituisce un motivo sufficiente per negare a Fadi l’acquisto della cittadinanza italiana, poiché non consente di affermare che egli “abbia dato prova di aver raggiunto un grado sufficiente di integrazione che si dimostra anche attraverso il rispetto delle regole di civile convivenza e delle norme del codice penale”!

C’è davvero di che restare sbalorditi! Una semplice contravvenzione – che peraltro non è inclusa tra i reati preclusivi dell’acquisto della cittadinanza – ha il potere di vanificare anni e anni di lavoro onesto, di fatica, di affetti e di relazioni trascorsi in Italia, e consente ad un oscuro burocrate di affermare che Fadi non ha la volontà di volersi “integrare” in Italia né intende rispettare le “regole di civile convivenza”!

Laddove, naturalmente, non siamo in presenza solo di un semplice caso di ottusità burocratica, ma di uno dei frutti avvelenati della politica delle destre al governo del Paese, con i vari decreti “sicurezza” mediante i quali soprattutto la Lega ha costruito le sue fortune elettorali.

Mi scrive Fadi: “la condizione di incertezza in cui sono costretto a sopravvivere mi logora giorno per giorno, impotente e senza possibilità di confronto diretto con chi deve decidere del mio futuro e della mia libertà e dignità personale”.

Fadi non chiede né ha bisogno di assistenza o regalie, non chiede nulla di più del riconoscimento di un suo diritto, quello alla concessione di una cittadinanza che non ha mai avuto, e che anche le ragioni umanitarie e di solidarietà imporrebbero di riconoscergli.

Chi volesse mettersi in contatto con Fadi potrà farlo al seguente indirizzo email: fadixkarajeh@hotmail.it

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29 agosto 2011

Palestinese di Nablus ferisce otto israeliani a Tel Aviv

Nelle prime ore di oggi otto israeliani sono rimasti feriti a Tel Aviv, quando un palestinese proveniente da Nablus ha investito dei poliziotti con un taxi rubato ed è uscito poi dal veicolo per accoltellare altre persone.

L'attacco è avvenuto poco dopo l'una e mezza della mattina all'esterno del club Haoman 17 all'incrocio delle vie Salameh e Abarbanel, nella parte sud di Tel Aviv. Al momento dell'attacco, oltre 2.000 giovani affollavano il locale per una festa, e dunque la polizia presidiava in forze la zona.

Degli otto feriti, uno è in condizioni critiche, due hanno riportato ferite definite "moderate"; leggermente ferito anche l'attentatore nelle concitate fasi dell'arresto.

Secondo quanto appurato dalle indagini, il sospettato è salito su un taxi a Yaffo e ha chiesto di essere portato alla vecchia stazione degli autobus di Tel Aviv; all'arrivo, ha ferito il tassista ad una mano e si è impadronito del veicolo, dirigendosi verso il locale.

Giunto in zona, si è lanciato con l'auto contro uno dei posti di blocchi istituiti dalla polizia come parte della routine di sicurezza per vigilare sull'evento organizzato all'Haoman 17; sulle prime, i poliziotti hanno pensato ad un ubriaco al volante, e sono rimasti inizialmente colti di sorpresa quando l'uomo - un giovane sulla ventina - ha iniziato a mulinare il coltello ferendo alcuni di loro.

Secondo la polizia, le indagini - tutt'ora in corso - avrebbero appurato che l'attacco era stato progettato in anticipo.

L'attentato di Tel Aviv arriva dopo un fine settimana che ha visto l'esercito israeliano reprimere varie manifestazioni pacifiche di protesta ad Al Ma'sara, Kafr Qaddoum, Nil'in e Bil'in, con decine di palestinesi rimasti feriti, e a breve distanza da una serie di attacchi aerei contro la Striscia di Gaza, che tra il 18 e il 24 agosto hanno provocato 17 morti e 14 feriti.

(Fonte: Ha'aretz, Imemc e agenzie)

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20 agosto 2011

La vendetta di Israele e il cordoglio di Napolitano



Lo ha detto ieri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Noi abbiamo una politica di strappare un prezzo molto alto da chiunque ci provochi dei danni”. E’ questa politica è evidentemente in atto in queste ore, in risposta agli attacchi che nel sud di Israele sono costati la vita a sei civili, un soldato e un poliziotto.

E l’ultimo atto di questa vera e propria vendetta è stato l’attacco aereo di un drone che ieri sera ha colpito con un missile una motocicletta in Ath-Thaltheen Street, a Gaza City, uccidendo tre Palestinesi, tra cui un bambino di due anni: tutti e tre i corpi sono stati orrendamente mutilati (nessuna menzione, come è ovvio, nei tg della notte…).

Sale così a 15 il numero dei Palestinesi uccisi e a oltre 40 quello dei feriti, dopo che Israele ha attribuito ai Comitati di Resistenza Popolare la responsabilità degli attacchi contro bus e auto civili avvenuti giovedì a Eilat, decidendo di scatenare l’inferno, per l’ennesima volta, sulla Striscia di Gaza.

Le ultime vittime dei raid aerei israeliani sono state il Dr. Monther Qreiqe’, suo fratello Mo’taz (entrambi militanti delle Brigate Al Quds) e il figlio Islam, di soli due anni. I due stavano trasportando il bambino al locale ospedale…

Altri due militanti della Jihad islamica, Anwar Salim e Imad Abu Abda, erano stati uccisi in precedenza nel corso di un altro raid aereo all’entrata sud del campo profughi di Al Boreij. In totale, le forze aeree israeliane hanno compiuto almeno 50 attacchi nelle ultime 24 ore, colpendo numerose aree della Striscia di Gaza e ferendo almeno 45 persone, tra cui dieci bambini, otto donne e due anziani.

Questa è la lista dei Palestinesi assassinati da Israele:

1) Abu Awad Al Nairab, Segretario Generale delle Brigate Salah Ed Deen

2) Imad Hammad, Comitati di Resistenza Popolare

3) Abu Jamil Shaath

4) Khaled Al Masry

5) Imad Nassr

6) Malak Shaath, due anni

7) Mahmoud Abu Samra, 13 anni

8) Ashraf Azzam, 30 anni

9) Mohammad Enaya, 22 anni

10) Samed Abed, 25 anni

11) Anwar Islayym, 21 anni

12) Imad Abu Abda

13) Monther Qreiqe’, 32 anni

14) Mo’taz Qreiqe’

15) Islam Qreiqe’, 2 anni.

Naturalmente il Presidente della Repubblica Napolitano si è precipitato a esprimere al Presidente israeliano Peres Israele il proprio cordoglio per l’attentato di Eilat, affermando di essere “profondamente costernato e sdegnato per gli esecrabili attentati terroristici di Eilat, che hanno mietuto vittime inermi e causato il ferimento di soldati e civili”.

Siamo certi che analogo sdegno e costernazione il nostro Presidente vorrà esprimere per l’atroce vendetta israeliana che si è scatenata contro la popolazione civile della Striscia di Gaza.

Perché se è vero che “Israele ha già sofferto molto”, ciò è ancor più vero per il popolo palestinese, e di certo la lotta contro il “terrorismo” non contempla il massacro di bambini e di innocenti.

Ma forse ci sbagliamo…

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Mobilitazione per fermare l'attacco israeliano a Gaza

Con riserva di ritornare più ampiamente sull'argomento, Israele ha subito accusato i Palestinesi di Gaza e, in specie, i Comitati di Resistenza Popolare, di essere dietro agli attacchi terroristici di Eilat che giovedì sono costati la vita a sei civili, un poliziotto ed un soldato israeliani.

Eppure non vi è alcuna prova di ciò, posto che il gruppo radicale palestinese ha negato la paternità degli attacchi, mentre è ben noto che la penisola del Sinai, da cui apparentemente sono arrivati gli assalitori, pullula di gruppi terroristici affiliati ad al Qaeda, tra le cui fila milita gente che ha combattuto in Afghanistan e in Pakistan. Le stesse fonte militari del sito web Debka, solitamente bene informate, ancora in serata sostenevano che l'identità di coloro che avevano operato gli attacchi contro bus e auto civili ad Eilat "non era stata determinata in via definitiva".

E, tuttavia, non potendo per ovvie ragioni compiere scorribande in territorio egiziano, Israele ha approfittato dell'occasione per scatenare ancora una volta il proprio terribile potenziale bellico contro la Striscia di Gaza, uccidendo - fino ad ora - almeno 14 persone, ivi compresi dei bambini (anche se i media spesso sorvolano su questo particolare...).

E' dunque di somma urgenza aderire all'appello alla mobilitazione lanciato su questa pagina di Facebook, per fermare il nuovo massacro di Palestinesi inermi che Israele si prepara ad allestire nella Striscia di Gaza.

URGENTE MOBILITAZIONE PER FERMARE L'ATTACCO DI ISRAELE SU GAZA

Israele ha accusato (senza portare prove) Gaza di aver lanciato l'attacco a Eilat di ieri e si è vendicata, bombardandola, uccidendo e ferendo civili, compresi bambini.

Il silenzio dei Governi e delle Istituzioni come l'ONU e l'UE è assordante.

Tocca a noi farci sentire e possiamo farlo, andando, oggi 19 agosto, davanti all'Ambasciata di Roma e ai Consolati delle altre città a gridare i nostri slogan contro questa vergogna.

Anche in pochi va benissimo ma cerchiamo, comunque, di organizzare una staffetta, così che ci sia sempre gente presente. Man mano che rientreranno membri dalle vacanze, potremo realizzare bene la staffetta.

Fateci sapere se andate, così avvisiamo i media della protesta. Sappiate che, all'estero, si stanno già organizzando.

Indirizzi e contatti:

Ambasciata
Via Michele Mercati, 14, 00197 Roma

tel:
06 36198500
Fax:
06 36198555
Orario di apertura Uffici Consolari:
09.00 12.00

Milano. Corso Europa, 12
027601.5545

Ufficio turistico in Italia
Milano Tel: 02804905

Si può manifestare, anche davanti agli Uffici commerciali israeliani. Al seguente link, si trovano gli indirizzi della El Al, la Compagnia Aerea israeliana:

http://www.elal.co.il/ELAL/English/States/Italy/Offices/Offices.html

Missione economica di Israele in Italia:

Economic Representative:
Mr. Jonathan Hadar
Counsellor Economic Affairs
Israel Commercial & Investment Office
Milan 20121

milano@israeltrade.gov.il
Tel: 027601-5545
Fax: 027601-4145

Vanno bene anche le sedi regionali Rai
http://www.sediregionali.rai.it/

oppure quelle delle grandi testate giornalistiche.

Giorni fa, avevamo cominciato a inviare mail ai grandi media. Potete continuare a farlo, aggiungendo gli ultimi avvenimenti.
La trovate alla nota
https://www.facebook.com/note.php?note_id=2106548275992

AGAINST A NEW MASSACR IN GAZA - PLEASE TAKE ACTION (Event)
https://www.facebook.com/event.php?eid=245401155499485&notif_t=event_invite

LIST OF ISRAEL EMBASSIES IN THE WOLRD:

https://www.facebook.com/notes/anna-luridiana/cari-amici-ecco-quello-gli-indirizzi-delle-ambasciate-israelinae-che-sono-riusci/10150754095015402

Please, organize demos, write to and call Embassies.

The list of phone numbers of all the Israel Embassies in the world

http://www.science.co.il/embassy.asp

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17 agosto 2011

Ancora morti nella Striscia di Gaza

La solita routine nella Striscia di Gaza, una routine fatta di bombardamenti, distruzioni, uccisioni di civili.

Martedì, nel corso di una serie di raid aerei – in particolare nel quartiere di Al-Zaitoun a Gaza City – l’aviazione israeliana ha ucciso il 29enne Mousa Shteiwi e ha ferito vari altri civili. Tre palestinesi, tra cui un bambino di sei anni, sono inoltre rimasti feriti nel corso di un altro raid aereo, questa volta nei pressi di Rafah.

In serata, poi, l’agenzia Ma’an News ha dato notizia dell’uccisione di un giovane palestinese, al momento ancora non identificato, ucciso dal fuoco dei soldati israeliani nei pressi della cittadina di Deir Al-Balah, nella zona centrale della Striscia di Gaza. Particolare raccapricciante, il ragazzo è stato colpito da almeno dieci proiettili alla testa e alla parte superiore del corpo.

La sua colpa? Essere un “sospetto che si avvicinava alla barriera di sicurezza”, secondo la dichiarazione di un portavoce dell’esercito israeliano.

Non si tratta, naturalmente, di un caso isolato, poiché l’esercito israeliano continua a imporre in maniera arbitraria e ingiustificata una “zona-cuscinetto” al confine con Gaza, profonda fino a un chilometro e mezzo all’interno del territorio palestinese, sparando a vista contro chiunque vi faccia ingresso.

Così, ad esempio, in due separati incidenti avvenuti il 4 e il 9 agosto, due palestinesi sono rimasti feriti dalle schegge di alcune granate sparate da tank israeliani a est di Gaza City. In un altro incidente, una donna è rimasta ferita mentre pascolava le proprie pecore a circa 400 metri dal confine nella zona di Johr al Dik (cfr. UN-OCHA Protection of Civilians Weekly Report, 3-9 agosto).

Alla data del 9 agosto, segnala l’OCHA, i Palestinesi uccisi nella sola Striscia di Gaza ammontavano a 54 (contro i 41 dello stesso periodo del 2010), mentre i feriti sono stati 315 (176 nel 2010).

Ma le continue aggressioni dell’esercito israeliano, la morte e il ferimento di decine e decine di civili palestinesi innocenti, non pare faccenda che interessi ad alcuno.

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9 luglio 2011

Una crisi umanitaria a Gaza? No, peggio!

Come abbiamo già avuto modo di ricordare, buona parte dell’attività propagandistica israeliana è volta a negare che nella Striscia di Gaza esista un sia pur minimo problema di carattere umanitario, economico o sanitario. I tanti amici di Israele sparsi per il mondo sostengono che a Gaza, lungi dall’esservi la fame, si trovano beni e mercanzie di ogni sorta, e costoro non esitano letteralmente a inventarsi fantomatici rapporti e dichiarazioni dell’Onu e della Croce Rossa che, a loro dire, attesterebbero questa incontrovertibile “verità” dei fatti.


A sgombrare il campo da questa ripugnante propaganda, è da pochi giorni disponibile sul sito web dell’UNOCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) il rapporto che segue, una paginetta che elenca i dati statistici e gli elementi fondamentali che caratterizzano l’attuale situazione nella Striscia di Gaza, delineando il quadro di una vero e proprio disastro umanitario.


La situazione umanitaria nella Striscia di Gaza – Luglio 2011


Gaza in breve


Gaza ha 1,6 milioni di abitanti, per oltre il 50% minori di 18 anni.


Il 38% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di povertà.


Il 31% della forza lavoro di Gaza è priva di impiego e il 47% dei giovani sono disoccupati.


Il 54% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di insicurezza alimentare e oltre il 75% dipende dagli aiuti.


La produzione economica nel 2010 è stata inferiore del 20% rispetto al 2005.


Il 35% dei terreni agricoli di Gaza e l’85% delle sue acque pescabili sono totalmente o parzialmente inaccessibili a causa delle misure militari israeliane.


Da 50 a 80 milioni di litri di liquami parzialmente trattati vengono riversati in mare ogni giorno.


Oltre il 90% dell’acqua proveniente dalla falda acquifera di Gaza non è potabile.


L’85% delle scuole di Gaza funzionano con doppi o tripli turni.


Dall’inizio del 2010, 59 persone sono rimaste uccise in incidenti nei tunnel, inclusi 5 bambini, e 115 persone sono rimaste ferite.


Il principale valico per il movimento dei Palestinesi da e per Gaza (il valico di Rafah al confine con l’Egitto) resta limitato al passaggio di 500 persone al giorno.


1. Il blocco di Gaza costituisce la negazione di diritti umani fondamentali, in violazione del diritto internazionale e corrisponde ad una punizione collettiva. Il blocco limita gravemente le importazioni e le esportazioni, al pari del movimento delle persone da e per Gaza, e dell’accesso ai terreni agricoli e alle acque pescabili. Gli abitanti di Gaza non sono in grado di provvedere alle loro famiglie e la qualità delle infrastrutture e dei servizi essenziali è peggiorata.


2. Le misure adottate per alleggerire il blocco nel giugno del 2010 hanno avuto limitati effetti reali. Anche se le importazioni sono aumentate, esse restano ancora solo al 45% dei livelli precedenti al 2007. Le esportazioni rimangono strettamente vincolate e sono limitate ai prodotti agricoli verso l’Europa, e gli operatori economici di Gaza non possono accedere ai loro tradizionali mercati in Israele e in Cisgiordania. L’accesso alla terra e al mare rimane estremamente limitato.


3. Anche se Israele ha approvato una serie di progetti infrastrutturali volti a migliorare a Gaza i servizi essenziali dello smaltimento dei liquami, dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, pochi di questi progetti sono stati realizzati. Ciò è principalmente dovuto al lento e farraginoso processo di approvazione e alle difficoltà nell’importazione dei materiali. Questo significa che gli abitanti di Gaza non hanno visto alcun effettivo miglioramento della qualità dei servizi essenziali.


4. Migliaia di persone, molti di loro bambini, rischiano la vita introducendo di nascosto ogni giorno merci attraverso i tunnel che passano al di sotto del confine con l’Egitto. La fiorente industria dei tunnel è un diretto risultato delle restrizioni in atto all’importazione di materiali edili, della mancanza di opportunità di impiego, e delle enormi necessità di ricostruzione esistenti a Gaza.


5. Gaza rimane isolata e tagliata fuori dal resto del territorio palestinese occupato. Gli spostamenti attraverso il valico israeliano di Erez sono vietati per la quasi totalità degli abitanti di Gaza, nonostante le promesse di alleggerire le restrizioni. Il valico egiziano di Rafah rimane limitato a 500 persone al giorno, con centinaia di Palestinesi a cui ogni settimana viene negato il passaggio.


A questi dati, scarni e drammatici, si potrebbe aggiungere quanto ricordato in tempi recenti da Richard Falk, il Relatore Speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, il quale – citando i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – denunciava che nella Striscia di Gaza, dei 480 farmaci contenuti nella lista delle medicine essenziali, 178 (il 37%) erano segnalati con livelli di stock pari a zero, e più di 190, pur presenti in magazzino, o erano scaduti oppure prossimi alla scadenza.


E, dunque, cos’altro significa vivere a Gaza se non condurre un’esistenza segnata dalla fame, dalle privazioni, dall’umiliazione di dover dipendere dagli aiuti umanitari per sopravvivere, dalla miseria, dalla mancanza di fogne, di scuole, di assistenza sanitaria, dall’impossibilità di porre rimedio alle immani distruzioni provocate dai raid israeliani di “Piombo Fuso”?


E come è possibile che gli Usa, l’Europa, il mondo “civile” consentano ad Israele di violare così palesemente e crudelmente il diritto internazionale e il diritto umanitario e, insieme, che i Palestinesi vivano in simili, disumane condizioni?


E allora, vi prego, diffondete più che potete questi dati e queste drammatiche e incontrovertibili verità, scrivete agli amici, ai giornali, ai parlamentari nazionali ed europei, a chiunque vogliate.


Non possiamo più tollerare che Israele condanni un intera popolazione ad una crudele e barbara morte civile (quando non fisica), non possiamo rassegnarci a questa notte del diritto, della moralità, della compassione, non possiamo lasciare soli i nostri fratelli di Gaza. Lo dobbiamo a loro e alla nostra coscienza.

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30 maggio 2011

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

La riapertura del valico di Rafah, avvenuta sabato scorso, è certamente un’ottima notizia per gli abitanti della Striscia di Gaza.

E, tuttavia, ancora molto c’è da fare per restituire ai Palestinesi di Gaza un livello di vita appena accettabile e dignitoso.

Israele continua a vietare le importazioni verso Gaza di numerosi materiali, tra cui soprattutto l’acciaio, il cemento e altri materiali da costruzione necessari per riparare alle enormi distruzioni causate dai raid israeliani. Del pari, anche le esportazioni sono vietate, se si eccettuano modesti quantitativi di fragole e di fiori. Il risultato di questo blocco disumano e illegale si evidenzia con drammatica immediatezza nel tasso di disoccupazione, attualmente al 30,8%, e nella percentuale di residenti della Striscia che dipendono per vivere dagli aiuti umanitari, pari addirittura al 70% del totale della popolazione.

Israele, inoltre, continua a controllare lo spazio aereo e la fascia marittima che oltrepassa le tre miglia nautiche, con gravi ripercussioni, tra l’altro, per l’industria della pesca. L’esercito israeliano impone arbitrariamente il divieto di ingresso ai Palestinesi all’interno di una “zona-cuscinetto” profonda fino a un chilometro all’interno della Striscia di Gaza, impedendo agli agricoltori di coltivare i terreni situati in quell’area.

La prossima partenza della Freedom Flotilla 2, dunque, mantiene intatta la sua fondamentale importanza di missione umanitaria e, insieme, di denuncia dei crimini umanitari di Israele.

E la petizione che segue, rivolta al Presidente Napolitano, chiede che venga garantita l’incolumità dei mezzi e delle persone che parteciperanno alla missione della Flotilla. Vorremmo ricordare che il rapporto dell’Onu su quanto accaduto alla precedente missione e, in particolare, sul massacro avvenuto a bordo della nave turca Mavi Marmara, ha trovato Israele colpevole di vari, gravissimi crimini, tra cui l’uccisione illegale di nove attivisti e la tortura, crimini che andrebbero perseguiti a norma dell’articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra.

E, invece, i nove martiri della Mavi Marmara attendono ancora giustizia. Vorremmo almeno che non si consentisse a Israele di ripetere un tale eccidio. E’ per questo che ho firmato la petizione che segue, ed è per questo che invito anche voi a farlo, al seguente indirizzo:
http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2011N10516

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

Firmate la petizione al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, affinchè intervenga a sostegno della Gaza Freedom Flotilla II – Restiamo Umani , che partirà nella seconda metà di Giugno alla volta della Striscia di Gaza sotto assedio.

La Flotilla è composta da un minimo di dieci navi con a bordo dignitari, dottori, professori, artisti, giornalisti e attivisti, oltre a materiale da ricostruzione ed aiuti umanitari. Partirà da diversi porti Europei verso Gaza come atto di disobbedienza civile non violenta per persuadere la comunità internazionale ad adempiere ai propri obblighi nei confronti della popolazione Palestinese e porre fine ad un assedio illegale di Gaza da parte di Israele, che dura da più di 4 anni.

Questo è il secondo tentativo di organizzare una Flotilla, da cittadini internazionali a cittadini Palestinesi, organizzata su vasta scala da parte dei movimenti di massa internazionali. Partecipano 14 gruppi nazionali coordinati in una coalizione internazionale. Trasporterà circa 1000 passeggeri e includerà una nave italiana, la “Stefano Chiarini”, con a bordo decine di italiani dedicati a questa battaglia per la giustizia civile. (vedi http:www.freedomflotilla.it)

L’ultima Freedom Flotilla, partita nel maggio 2010, era composta da 7 imbarcazioni che trasportavano circa 700 passeggeri da 36 nazioni diverse. I commandos Israeliani attaccarono le navi sparando, uccidendo nove passeggeri, ferendone più di 50 e imprigionando tutti gli altri. Questa tragedia ha posto la situazione di Gaza in primo piano sulla scena mondiale ed Israele sotto considerevole pressione affinchè alleggerisse il disumano assedio di Gaza, cosa che la comunità internazionale non era riuscita a fare negli ultimi 3 anni.

Le autorità Egiziane hanno deciso di riaprire i passaggi terra/aria con Gaza, ciò non cambia di molto la realtà di Gaza che continua ad essere sotto assedio:

1. Il valico di Rafah (confine Egitto-Gaza) è l’unica apertura di Gaza verso il mondo esterno e attualmente ci sono ancora restrizioni.
2. La sola apertura di Rafah non cambia le condizioni per una ripartenza dell’economia Palestinese. Rafah non ha le infrastrutture per sostenere l'economia di Gaza, non c'è linea ferroviaria, porto o possibilità di passaggi di grandi quantità di merce.
3. Israele blocca attualmente l’accesso a Gaza via terra e via aria. Senza aeroporto o porto funzionanti, Gaza non può avere una vita normale
4. Israele impedisce il libero spostamento dei Palestinesi da Gaza alla Cisgiordania (territori Palestinesi occupati). Ciò rende impossibile l’unità della Palestina.

Vi chiediamo di firmare questa petizione per dimostrare il crescente sostegno pubblico per porre fine all’assedio di Gaza e in favore dei diritti dei Palestinesi. Chiediamo che le istituzioni italiane facciano pressione su Israele per assicurare che i passeggeri non siano attaccati violentemente e che la Freedom Flotilla II – Restiamo Umani, in partenza a fine giugno 2011 riesca ad arrivare a Gaza, in conformità con il diritto internazionale.

TESTO DELLA PETIZIONE
28 maggio 2011

Egregio Presidente Giorgio Napolitano,

Chiediamo che le Istituzioni Italiane facciano pressione politica su Israele per assicurare che i passeggeri a bordo della Freedom Flotilla per Gaza non siano attaccati violentemente dai militari Israeliani.

La Freedom Flotilla II- Restiamo Umani, partirà alla fine di Giugno con a bordo circa 1000 passeggeri che chiedono la fine del brutale assedio di Gaza. Le Organizzazioni Internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno condannato il blocco Israeliano della Striscia di Gaza. Le nostre istituzioni devono far pressione su Israele affinchè rispetti le leggi internazionali e lasci passare la Flotilla diretta a Gaza.

Circa 30 italiani, attivisti per la giustizia sociale, prenderanno parte a questa missione a bordo di una barca, la “Stefano Chiarini”. Chiediamo il Suo intervento per garantire la loro sicurezza e il loro arrivo a Gaza, come è nel loro pieno diritto, in conformità alle leggi internazionali.

In fede

Coordinamento Italiano Freedom Flotilla II – Restiamo Umani e sostenitori
I firmatari

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17 maggio 2011

La distruzione delle risorse naturali palestinesi: l'arma più subdola di Israele

Tra le tante armi che Israele ha usato e usa contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, quella più subdola e devastante è probabilmente rappresentata dalla distruzione delle risorse ambientali palestinesi, attuata sotto varie forme, dall’inquinamento della falda acquifera allo sradicamento di centinaia di migliaia di alberi alla contaminazione intenzionale dei terreni agricoli con sostanze tossiche e radioattive.

Di questo tratta l’articolo che segue, scritto da Mahmoud Bakr per l’edizione di Al-Ahram Weekly di due settimane addietro, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.


Negli ultimi decenni i territori palestinesi hanno dovuto affrontare una serie di problemi ambientali che hanno inquinato e distrutto l’ambiente in modo rapido e grave, soprattutto a causa delle politiche dell’occupazione israeliana. Anche un incremento della popolazione ha aumentato l’inquinamento, la produzione di rifiuti e il logoramento delle varie risorse naturali. Per proteggere l’ambiente palestinese e le risorse ancora disponibili, l’Autorità Palestinese (ANP) nel 1996 creò l’Environment Quality Authority (EQA). Questo è l’ente governativo responsabile della pianificazione strategica, della legislazione, del monitoraggio e della regolamentazione di tutte le questioni ambientali. E’ inoltre responsabile del coordinamento tra tutti gli enti locali, regionali e internazionali per tutelare e sviluppare l’ambiente palestinese.

Abbiamo incontrato il principale funzionario palestinese responsabile per l’ambiente, con una delegazione di giovani presso il terzo Arab Universities Youth Forum, patrocinato dalla Youth and Environment Union a Sharm El-Sheikh.

Il direttore dell’EQA Youssef Kamel Ibrahim ha affermato che l’occupazione sionista ha fino ad ora fatto dell’ambiente un elemento del conflitto. Ci sono molti indicatori che dimostrano come le risorse e l’ambiente palestinese siano il bersaglio di una guerra di logoramento, come ad esempio i bombardamenti contro le risorse idriche e il pozzo principale che fornisce acqua alla città di Gaza, oltre ai danni intenzionali di vaste aree, tra cui lo sradicamento intenzionale di più di 500.000 alberi. Egli ha inoltre osservato che la carenza d’acqua nella regione occidentale e le scarse risorse alimentari nella parte orientale costituiscono la realtà odierna del popolo palestinese. Si tratta di un tentativo dell’occupazione finalizzato al controllo delle risorse idriche e alimentari in Palestina, ha affermato Kamel. Circa il 25% della regione di Al-Aghwar è diventata una zona militare occupata, e il popolo palestinese ne controlla meno del 40%. Egli ha aggiunto che le forze di occupazione hanno scavato 27 pozzi per raccogliere l’acqua piovana prima che essa defluisca verso i palestinesi.

Kamel ha osservato che studi geografici e geologici e alcune mappe dimostrano l’esistenza di un legame geologico tra Rafah e Sheikh Zowayd in Egitto, e la Rafah palestinese e la Striscia di Gaza fino alla città di Ashdod, occupata nel 1948. Questa connessione geologica indica che la falda acquifera sotterranea nella Striscia di Gaza si estende fino al confinante Sinai settentrionale a Rafah, Sheikh Zowayd e Areesh, il che significa che qualsiasi inquinamento del bacino idrico sotterraneo a Gaza si estenderebbe ad altre parti ad esso collegate, sia in Egitto che nei territori occupati.

Uno studio delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale ha dimostrato che il bacino sotterraneo di Gaza è profondamente contaminato da sostanze inquinanti di nitrato e cloruro che raggiungono livelli record al di sopra di standard accettabili. Alcuni studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dimostrano che il nitrato permesso per il consumo umano non deve superare i 250 mg per litro, ma l’acqua in alcune zone vicino al confine di Gaza con l’Egitto, come Khan Younis e Rafah, ne contiene più di 2500mg. Ciò dimostra che l’inquinamento ha raggiunto il bacino egiziano di Rafah e da lì potrebbe inquinare Sheikh Zowayd e Areesh.

Secondo Kamel, l’elevata concentrazione di inquinanti di nitrato nelle acque di Gaza presenta un alto rischio di avvelenamento tra i neonati, soprattutto nelle zone rurali. Il programma ambientale dell’ONU stima che sono necessari 1,5 miliardi di dollari per i prossimi due decenni per ripristinare la falda acquifera sotterranea alla sua condizione precedente, cosa che comprende la costruzione di impianti di desalinizzazione per ridurre la necessità di risorse idriche sotterranee.

Il direttore dell’EQA ha evidenziato i pericoli rappresentati dalle sostanze tossiche e radioattive che Israele scarica nella Striscia di Gaza, che si sciolgono e si decompongono nel suolo e raggiungono il bacino idrico sotterraneo. Questi rifiuti tossici, radioattivi e pericolosi possono raggiungere l’Egitto attraverso gli strati geologici e la falda acquifera sotterranea. Kamel ha spiegato che questo inquinamento potrebbe non essere nemmeno avvertito dagli egiziani in quanto essi utilizzano acqua proveniente dal Nilo, e non da serbatoi sotterranei. Ma, egli ha avvertito, se in qualsiasi momento vi fosse una crisi idrica in Egitto, il paese potrebbe essere costretto a utilizzare l’acqua sotterranea presente nel nord del Sinai. Gli egiziani potrebbero rimanere sorpresi dal fatto che l’acqua sotterranea è inadatta al consumo umano o all’agricoltura, ha detto Kamel.

Egli ha aggiunto che alcuni studi dimostrano che circa il 95% dell’acqua del bacino sotterraneo è inquinata e non idonea all’uso diretto. L’ONU ha recentemente messo in guardia contro l’utilizzo di acqua proveniente dal bacino idrico per i prossimi 20 anni, fino a quando la falda acquifera non sarà riportata al suo stato naturale, e ha incoraggiato a restaurare il bacino idrico nella Striscia di Gaza e a ricercare fonti alternative. Kamel ha affermato che aerei F-16 israeliani hanno bombardato zone disabitate, “e non ne conoscevamo il motivo finché non abbiamo scoperto che i missili utilizzati contenevano prodotti chimici tossici che danneggiano direttamente il suolo e il bacino sotterraneo. Alcuni campioni di terra e le biopsie di 90 vittime cadute durante l’ultima guerra a Gaza hanno rivelato la presenza di circa 30 minerali tossici, tra cui uranio in quantità più di 30 volte superiore rispetto ai livelli permessi”.

Il direttore dell’EQA ha affermato che i terreni agricoli e il suolo sono stati direttamente e criticamente danneggiati dalle azioni israeliane. I ripetuti attacchi con missili e munizioni di vario genere hanno causato profondi crateri nel terreno agricolo, il quale è stato anche inquinato da tossine provenienti dai missili e dalle munizioni utilizzate. Le forze di occupazione hanno anche reso i terreni aridi e sterili, in particolare quelli situati nei pressi del confine, precedentemente irrigati e coltivati con ulivi e palme.

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11 maggio 2011

Il Convoglio Restiamo Umani in partenza per Gaza

Ieri si è svolta a Roma la conferenza stampa di presentazione del CO.R.UM. - Convoglio Restiamo Umani - un gruppo di una ottantina di persone, in maggioranza italiani, che in nome e nel ricordo di Vittorio Arrigoni si riuniranno al Cairo per poi entrare il 12 maggio nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, per restarvi fino al 17 maggio.

Nelle parole di Manolo Luppichini, giornalista e video maker che farà parte della delegazione, "la morte di Vittorio Arrigoni ci ha stravolto, da questo è nata l'esigenza di confrontarsi, organizzarsi e trovare una forma di reazione al dolore. Quello che sta partendo è un convoglio non umanitario, ma umano, che entrerà nella Striscia di Gaza per dire alla popolazione palestinese: noi ci siamo".

I partecipanti all'iniziativa saranno presenti nella Striscia di Gaza anche il 15 maggio, data in cui insieme al trigesimo della morte di Vittorio Arrigoni si celebrerà la ricorrenza della Nakba, la "catastrofe" palestinese legata alla nascita dello Stato di Israele e alla pulizia etnica che l'ha accompagnata.

"Lo faremo per costruire e consolidare relazioni con gruppi, associazioni e persone che hanno collaborato con Vik negli ultimi anni - spiegano alcuni organizzatori del convoglio - ascolteremo le loro voci per imparare ad essere, laddove è necessario, di sincero aiuto". L'obiettivo dell'iniziativa è, insomma, vedere ciò che Vittorio vedeva e voleva che anche gli altri vedessero.

I componenti della delegazione, nel corso della loro permanenza nella Striscia, parteciperanno a incontri con gli studenti e a visite negli ospedali e presso le organizzazioni che forniscono assistenza alla popolazione, e accompagneranno i pescatori di Gaza e i contadini che devono recarsi nella zona-cuscinetto imposta arbitrariamente dagli Israeliani per coltivare la loro terra.

Naturalmente parteciperanno alle celebrazioni del 15 maggio, che saranno "un ricordo di Vittorio, ma anche una festa per un popolo che sta finalmente riprendendo la propria voce".

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2 maggio 2011

Riapre il valico di Rafah, ma non basta

Ogni tanto, anche per i Palestinesi, c’è una buona notizia. Ed è il caso dei preparativi in corso per la definitiva riapertura del valico di Rafah, il valico di frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza.

Il 28 aprile scorso, parlando alla tv araba al-Jazeera, il Ministro degli Esteri egiziano Nabil al-Arabi ha infatti dichiarato che l’Egitto nei prossimi sette-dieci giorni farà i passi necessari per alleggerire il blocco di Gaza, e che ciò porrà finalmente termine alle “sofferenze della popolazione palestinese”.

Sin da quando Israele ha chiuso completamente lo spazio aereo, le acque territoriali e tutti i valichi di frontiera ad eccezione di quello di Erez, il valico di Rafah era rimasta l’unica via di uscita verso il resto del mondo per i Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza. Il passaggio attraverso il valico di Erez, situato alla frontiera con Israele, era infatti limitato a “casi umanitari straordinari, specialmente urgenti casi medici”, mentre era vietato ai Palestinesi di recarsi da Gaza in Cisgiordania e viceversa.

Il valico di Rafah, tuttavia, venne chiuso a seguito della cattura di Gilad Shalit nel giugno del 2006, ed è rimasto quasi sempre chiuso fino al giugno 2010, quando l’Egitto ne decise la riapertura parziale in seguito all’incidente della Flotilla e all’assassinio dei nove attivisti imbarcati sulla Mavi Marmara.

Attualmente, il passaggio attraverso il valico di Rafah è limitato ai cittadini stranieri o ai residenti all’estero, ai titolari di visti (inclusi gli studenti a cui viene consentito di seguire corsi di studio all’estero) e ai pazienti che necessitano di cure mediche in Egitto. Il passaggio dei Palestinesi è limitato a quanti sono iscritti nel registro della popolazione controllato da Israele.

A seguito dei recenti avvenimenti in Egitto e al cambio di regime, il numero delle persone a cui è concesso di lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah è stato limitato a 300 giornaliere, e il valico è aperto cinque giorni alla settimana. Inoltre, a partire dal “disengagement plan” del 2005, le merci non possono passare per il valico, fatta eccezione per i carichi di assistenza umanitaria che, di tanto in tanto, l’Egitto ha ammesso occasionalmente.

Dunque la notizia della riapertura totale del valico di Rafah non può che essere accolta favorevolmente, dato che, come abbiamo visto, esso rappresenta l’unica porta di accesso al mondo per i Palestinesi di Gaza.

Restano, tuttavia, irrisolti i nodi legati all’illegale controllo dello spazio aereo e delle acque territoriali di Gaza da parte di Israele e, soprattutto, la perdurante necessità di consentire il passaggio di persone e merci dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e viceversa, poiché entrambe sono riconosciute persino da Israele come una singola unità territoriale, la cui integrità è alla base della soluzione cd. a due stati del conflitto israelo-palestinese.

Sin dal giugno del 2007, Israele impedisce ai residenti di Gaza di vendere la propria merce in Israele o in Cisgiordania, nel quadro di una politica che tende a separare la Striscia di Gaza dalla West Bank, e che ha il suo fulcro nella gestione e nel controllo dei registri della popolazione.

E i problemi legati alla “sicurezza” – sempre tirati in ballo da Israele – non servono a spiegare tale divieto, poiché ai residenti di Gaza è consentito di esportare limitati quantitativi di prodotti agricoli verso i Paesi europei, attraverso Israele e i controlli di sicurezza israeliani.

La notizia della riapertura del valico di Rafah è dunque un’ottima notizia, ma permane intatta la necessità di garantire l’unità dell’economia palestinese e, soprattutto, quella di consentire finalmente la possibilità di potersi spostare dalla Striscia di Gaza verso la Cisgiordania e viceversa.

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29 aprile 2011

Sabato 14 maggio manifestazione nazionale a Roma per chiedere la fine dell'assedio di Gaza

Con il vento del sud


Con Vittorio e la Palestina nel cuore


Con la Freedom Flotilla per la fine dell’assedio di Gaza


Sabato 14 maggio manifestazione nazionale a Roma

Quello che viviamo non è un momento qualsiasi. Quello che viviamo è un momento di grandi lotte, grandi speranze, ma anche grandi oppressioni.

Il vento del sud, quello che si alza dalle sollevazioni che percorrono da mesi il mondo arabo, è destinato ad arrivare anche sulla nostra sponda del Mediterraneo. E’ un messaggio di liberazione che chiama all’unità, alla solidarietà, alla fratellanza, alla lotta contro l’ingiustizia.

Chi si riconosce in questi ideali è dunque chiamato all’azione.

C’è un luogo dove l’oppressione è concentrata come da nessun’altra parte, e dove massimo è il bisogno della solidarietà internazionale: questo luogo è la Palestina, ed in particolare la Striscia di Gaza sottoposta da anni al barbaro e disumano assedio di Israele.

Proprio per contribuire a porre fine a questo assedio, nella seconda metà di maggio una flotta composta da navi provenienti da più di 25 paesi si dirigerà verso Gaza per portare solidarietà ed aiuti umanitari al milione e mezzo di persone rinchiuse in quella immensa prigione a cielo aperto. E’ la Freedom Flotilla 2, che vuole continuare l’opera della prima flottiglia attaccata lo scorso anno dalla marina israeliana, con l’assassinio impunito di nove attivisti.

Affinché questa missione abbia pieno successo occorre una vasta mobilitazione, una continua pressione e vigilanza sui governi dei paesi coinvolti. Un’azione tanto più necessaria in Italia, con un governo che si distingue per il suo totale e acritico sostegno anche alle più feroci operazioni (vedi Piombo fuso) dei governi israeliani.

Il nord ed il sud del Mediterraneo devono unirsi in un’unica battaglia di liberazione.

Oggi, mentre i popoli arabi chiedono libertà, democrazia e giustizia sociale, le grandi potenze rispondono con i bombardamenti, con oscure manovre per osteggiare il cambiamento, con la criminalizzazione degli immigrati che fuggono dalla miseria e dalla guerra. Mentre la storia si muove davanti ai nostri occhi, i governi occidentali ripropongono la loro logica di sfruttamento neo-colonialista dei popoli e delle loro risorse.

Il 14 maggio manifesteremo per la Freedom Flotilla, ma manifesteremo anche per dimostrare che l’Italia non è né Berlusconi, né chi ha approvato la partecipazione alla guerra della Nato, perché c’è un popolo che si oppone all’oppressione ed alla guerra e che vuole la libertà per il popolo palestinese.

Per la fine dell’assedio di Gaza!

Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese!

Per il sostegno alle lotte dei popoli arabi per la libertà e la giustizia sociale!

ROMA, 14 MAGGIO

Manifestazione nazionale:

Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia

Per adesioni, richiesta di manifesti e volantini scrivete a : roma@freedomflotilla.it

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5 aprile 2011

A otto anni dal suo assassinio, non c'è ancora giustizia per Rachel Corrie




Lo scorso 16 marzo cadeva l’ottavo anniversario della morte di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa a soli 24 anni mentre tentava di impedire la demolizione di alcune case palestinesi, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano.

Proprio in questi giorni, gli Stati Uniti hanno motivato il loro voto contrario a una risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu (UNHCR) che auspica che la questione dei crimini di guerra commessi da Israele durante “Piombo Fuso” venga portata all’attenzione del Tribunale Penale Internazionale, sostenendo che Israele ha già condotto delle investigazioni “credibili” sulle operazioni militari svoltesi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, e dunque non vi è alcuna necessità dell’intervento del Tribunale internazionale.

Si tratta di una affermazione ridicola e offensiva, clamorosamente smentita dai fatti. Israele ha da sempre dimostrato la propria totale incapacità di investigare e punire i crimini commessi dalla propria soldataglia: basti qui dire che l’unica condanna intervenuta a seguito dei massacri di “Piombo Fuso” riguarda un soldato colpevole del furto di una carta di credito, mentre altri due soldati accusati di aver usato un ragazzino come scudo umano hanno visto la pena detentiva immediatamente sospesa.

E questa vera e propria licenza di uccidere, derivante dall’impunità pressoché totale garantita da Israele per ogni crimine e assassinio commesso dai propri soldati, esplica i suoi effetti anche nel processo che si occupa della morte di Rachel Corrie, i cui genitori, a otto anni di distanza dalla sua morte, non riescono ancora ad ottenere giustizia, ed anzi, non hanno nemmeno avuto il diritto di poter vedere in faccia l’assassino della propria figlia.

Sull’argomento, tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani – Al Mezan, Al Dameer e GCMHP - hanno pubblicato il comunicato congiunto che segue.

Resta solo da dire che, nell’udienza dello scorso 4 aprile, il comandante dell’unità responsabile dell’assassinio di Rachel, il capitano S. R. (nella trasparenza che permea il sistema giudiziario israeliano non si ha diritto nemmeno di conoscere il nome esatto di imputati e testimoni…), ha testimoniato di aver richiesto la sospensione delle demolizioni, a causa della presenza sul terreno di civili, ma che gli venne ordinato di continuare, nonostante tutto.

L’ennesima riprova dell’insensibilità degli alti comandi militari (e dei politici) israeliani per la vita dei Palestinesi e di quanti lottano al loro fianco.


Mercoledì, 16 marzo 2011, ricorreva l’ottavo anniversario della morte della pacifista americana Rachel Corrie. La Corrie aveva 24 anni quando venne uccisa dalle forze di occupazione israeliane (IOF) mentre tentava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nella città di Rafah, nei pressi del confine tra Gaza e l’Egitto.

Al Mezan Center for Human Rights, Al Dameer Association for Human Rights e Gaza Community Mental Health Program (GCMHP) ribadiscono la loro condanna per l’assassinio di Rachel Corrie da parte degli Israeliani. Affermano che il fallimento nell’investigare penalmente questo caso e nell’assicurare i responsabili alla giustizia rappresentano il persistere di Israele nel fornire l’immunità ai propri soldati nei territori Palestinesi occupati (oPt). La famiglia della Corrie ha intentato una causa civile dinanzi alla Corte Distrettuale di Haifa. Le udienze sono in programma per il tre ed il sei aprile del 2011. Saranno chiamati a testimoniare diversi soldati e comandanti israeliani coinvolti, al pari dei colleghi della Corrie che erano presenti quando l’assassinio è avvenuto.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP esprimono la loro piena solidarietà ai familiari della Corrie nei loro tentativi di ottenere giustizia per la propria figlia. Ottenere giustizia per la Corrie e processare i responsabili del suo assassinio significa in parte ottenere giustizia per tutte le vittime delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele.

Le indagini sul campo hanno dimostrato che all’incirca alle 4:45 del pomeriggio di domenica, 16 marzo 2003, l’esercito israeliano ha ucciso Rachel Corrie mentre cercava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nel quartiere As-Salam nella città di Rafah, a sud della Striscia di Gaza. Il soldato israeliano che guidava il bulldozer è passato sopra la Corrie mentre era ancora viva. La Corrie indossava abiti civili e un giubbotto fluorescente per garantire una chiara visibilità e per assicurarsi che i soldati vedessero che era un civile, un attivista per la pace. Teneva in mano un megafono con cui cercava di parlare al conducente del bulldozer, che stava demolendo le case palestinesi in quell’area.

Nonostante le prove evidenti nel caso della Corrie, il gran numero di testimoni oculari, le foto che mostrano l’assassinio della Corrie per mano delle truppe israeliane, e nonostante gli sforzi incessanti dei familiari e delle organizzazioni per i diritti umani e degli attivisti per ottenere giustizia, purtroppo essa ancora manca.

Il tribunale israeliano dovrebbe tenere la prossima settimana le udienze del processo civile riguardante l’assassinio della Corrie. Al Mezan, Al Dameer e GCMHP approfittano di questa occasione per affermare che il caso della Corrie rappresenta un nuovo test per il sistema giudiziario israeliano. Questo caso fornirà a questo sistema un’altra possibilità di dimostrare che è in grado di funzionare come un sistema indipendente che cerca di ottenere giustizia e di applicare la legge, piuttosto che continuare a rafforzare il suo atteggiamento politicizzato cercando di proteggere l’esercito, anche quando esso commette gravi violazioni, e di difendere Israele, la sua immagine e i suoi interessi a spese dello stato di diritto e della giustizia.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP ribadiscono la loro ferma condanna per l’assassinio di Rachel Corrie quale chiara violazione del diritto internazionale e dei principi dei diritti umani. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché venga assicurata giustizia e vengano rispettati i diritti umani, e di combattere la politica dell’immunità con l’applicazione dei principi del diritto internazionale, per impedire che ulteriori violazioni vengano commesse in futuro.

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24 gennaio 2011

Due anni dopo: il massacro di Gaza rivisitato.

Sono passati due anni dall’operazione israeliana denominata “Piombo Fuso” (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), 23 giorni di massacri senza soluzione di continuità costati la vita a 1419 Palestinesi, l’82% dei quali donne, bambini, civili inermi.

Resta lo sdegno per la mancata punizione dei crimini inauditi commessi dalle bande assassine dell’esercito israeliano, la mancata ricostruzione delle inenarrabili devastazioni operate dai raid dell’aviazione israeliana, il mancato risarcimento delle vittime innocenti, la totale indifferenza dell’Occidente, per modo di dire, “civile”.

Sdegno scolpito in queste parole del giornalista palestinese Khalid Amayreh.

L’AGGRESSIONE GENOCIDA ISRAELIANA A GAZA RIVISITATA.
di Khalid Amayreh – 3.1.2011

L’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza due anni fa, durato tre settimane, è stato oscenamente criminale e chiaramente genocida. Israele consapevolmente e deliberatamente ha preso di mira civili innocenti, compresi bambini, utilizzando modernissime macchine della morte.

Intere famiglie sono state semplicemente sterminate con il pretesto che uno dei componenti era coinvolto nella resistenza. Case, ospedali, moschee e altri edifici pubblici sono stati cancellati. Finanche persone terrorizzate e assolutamente in preda al terrore che alzavano bandiere bianche sono state crivellate di colpi senza pietà.

La pura e semplice criminalità dell’esercito israeliano ha dato l’impressione che i soldati israeliani stessero probabilmente tentando di imitare la crudeltà del Vecchio Testamento, uccidendo uomini, donne e bambini, e distruggendo e annientando tutto ciò che respirava!!

L’attacco genocida a Gaza è sufficiente a rendere Israele uno stato illegittimo. Nessuno stato al mondo, ebraico o no, si comporterebbe in modo così abominevole rimanendo legittimo.

Non menzioniamo l’olocausto. In ultima analisi, da quando Israele ha il diritto di utilizzare un olocausto per commetterne un altro? O di usarlo come diversivo per distogliere l’attenzione dalle atrocità genocide commesse contro le sue vittime?

Per coprire i suoi crimini contro l’umanità, Israele ha usato al meglio la sua efficace macchina della menzogna. Ha affermato che Israele si è trovato sotto attacco da Gaza e che ha semplicemente esercitato l’autodifesa.

Una tale affermazione, proveniente da un paese basato sull’omicidio di massa, la pulizia etnica e il furto della terra, è molto simile ad un immaginaria pretesa del Terzo Reich di essere stato costretto a trattare severamente gli Ebrei perché i soldati delle SS erano stati attaccati dai combattenti della resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia.

Faccio questo paragone perché subito dopo che Israele ha in apparenza abbandonato Gaza nel 2005, ha imposto un blocco a tenuta ermetica sull’enclave costiera, facendola diventare la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Gli abitanti di Gaza sono stati tormentati, attaccati selvaggiamente e affamati in maniere mai viste dai tempi del Ghetto di Varsavia, o probabilmente della colossale inedia in Ucraina sotto Stalin.

Israele voleva semplicemente che gli abitanti di Gaza morissero non compianti e il più silenziosamente possibile. Tuttavia, quando gli abitanti di Gaza hanno scoperto che non avevano nulla da perdere, hanno deciso di morire restando in piedi, piuttosto che recandosi docilmente al mattatoio israeliano.

Israele ha fatto piovere morte su Gaza per 21 giorni consecutivi, sperando di spingere la gente di Gaza a strisciare sulle mani e sui piedi, implorando misericordia da un esercito che ha combinato in sé tutti gli elementi di barbarie e di brutalità della Wehrmacht, della Gestapo e delle SS uniti insieme.

Nonostante ciò, gran parte della cosiddetta comunità internazionale ha continuato a guardare mentre Gaza veniva uccisa e violentata come se questi abomini stessero accadendo su un pianeta lontano.

Non c’è alcun dubbio che l’oscena apatia con cui il cosiddetto mondo civilizzato si è rapportato con la vergognosa aggressione israeliana a Gaza due anni fa ha rappresentato un minimo storico nella moralità del mondo.

Cos’altro si può dire di stati potenti, alcuni dei quali sono considerati capisaldi del sistema internazionale, che hanno assistito al tentativo di linciaggio di quasi due milioni di abitanti di Gaza limitandosi a dire che “Israele ha il diritto di difendersi”!! Che razza di fornicazione linguistica è questa, proveniente dal Presidente della più potente nazione al mondo?

Senza alcun dubbio, depravazione morale è stata la sorte di un impero del male che ha permesso ad Israele e ai suoi sostenitori di trasformarlo in una grande puttana. Molti altri paesi hanno tradito e continuano a tradire Gaza, compresi paesi che spudoratamente affermano di essere arabi e islamici.

Sfortunatamente, il trascorrere di due anni da quando le nubi della morte hanno sostato sul cielo di Gaza non ha portato alcun sollievo. La brutale abiezione di un Israele manifestamente fascista è più evidente che mai. E Israele continua ad accanirsi criminalmente contro Gaza, impedendo alle vittime dell’aggressione del 2008-9 di ricostruire le proprie case, vietando l’importazione a Gaza di materiali da costruzione.

E’ vero che la situazione umanitaria generale a Gaza è lievemente migliore rispetto a due anni fa. Tuttavia, è anche vero che qualsiasi miglioramento vi sia stato non è il risultato della magnanimità di Israele, ma piuttosto un cinico tentativo di migliorare la sua immagine offuscata.

E’ per questo che gli spiriti liberi del mondo devono rimanere concentrati su Gaza, per timore che Israele decida di riattivare i suoi istinti genocidi e scateni nuovamente le sue bande criminali contro i bambini di Gaza.

Non dobbiamo dimenticare il fatto cardinale che l’assassinio di bambini palestinesi è sempre stata una ben custodita tradizione sionista. Purtroppo, non vi è alcuna evidenza che suggerisca che l’entità sionista stia per rinunciare a questa malvagia ma intrinseca tradizione, che per la maggior parte dei sionisti costituisce un modo di vivere.

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