18 novembre 2009

Una bomba ad orologeria: il problema delle risorse idriche nel Vicino Oriente.

I coloni israeliani godono di prati lussureggianti e di piscine, mentre ai Palestinesi non resta che un rigagnolo d’acqua (Amnesty International, ottobre 2009).

L’acqua è vita, senz’acqua non possiamo vivere; non noi, né gli animali o le piante. Prima avevamo l’acqua, ma dopo che l’esercito ha distrutto ogni cosa siamo costretti a portare l’acqua da molto lontano … I soldati prima hanno distrutto le nostre case e i ricoveri per le greggi, hanno sradicato tutti i nostri alberi, e poi hanno distrutto le nostre cisterne d’acqua. Erano cisterne antiche, del tempo dei nostri avi, questo non è un crimine? (Fatima al-Nawajah, residente nel villaggio di Susya, aprile 2008).

Lo scorso 27 ottobre, Amnesty International ha presentato un rapporto in cui si accusa Israele di negare ai Palestinesi il diritto all’accesso a sufficienti quantitativi d’acqua, mantenendo il totale controllo sulle risorse idriche condivise e perseguendo politiche discriminatorie.

Il rapporto di 112 pagine di Amnesty –
Troubled Waters: Palestinians denied fair access to water – mostra come Israele usi oltre l’80% dell’acqua proveniente dalla falda acquifera montana, la principale fonte di acqua sotterranea in Israele e nei Territori palestinesi occupati (Tpo), limitando l’accesso all’acqua per i Palestinesi ad un mero 20%. La falda acquifera montana è l’unica fonte d’acqua per i Palestinesi della West Bank, ma solo una delle tante per Israele, che si prende anche tutta l’acqua disponibile proveniente dal Giordano.

Nella Striscia di Gaza, inoltre, il 90-95% dell’acqua proveniente dalla sua unica fonte – la falda acquifera costiera – è contaminata e non è idonea al consumo umano. Israele, tuttavia, non consente il trasferimento dell’acqua della falda montana dalla Cisgiordania a Gaza.

Si tratta di una sottrazione di risorse naturali alle popolazioni native e di una discriminazione intollerabile, giustamente denunciata con forza da Amnesty International e, soprattutto, dalla sua sezione inglese, che ha invitato i suoi aderenti a inviare lettere di
protesta alle autorità israeliane.

Ma la scarsità delle risorse idriche, e la iniqua ripartizione delle stesse tra le popolazioni della regione, non solo è già oggi fonte di aspre tensioni, ma nel prossimo futuro potrà costituire la causa scatenante di nuovi conflitti armati, ed è questo l’argomento dei due articoli che seguono, tratti dalla rassegna stampa di
Medarabnews.

Il Centro Nazionale per i Diritti Umani (NCHR), in Palestina, ha recentemente esortato le organizzazioni internazionali per i diritti umani a smascherare le pratiche messe in atto da Israele con l’obiettivo di negare ai palestinesi il diritto di accesso all’acqua potabile.

In una dichiarazione rilasciata a commento di un rapporto pubblicato di recente da Amnesty International (AI), l’NCHR ha affermato che tale rapporto rappresenta “un grido di giustizia che invita la comunità internazionale ad adottare provvedimenti immediati per porre fine alle misure unilaterali di Israele nei Territori Occupati “, come il fatto di impedire ai palestinesi di sviluppare risorse idriche proprie, espropriandoli delle falde acquifere sotterranee, nonché demolendo case e reti idriche, e distruggendo le colture.

Nella sua relazione del 27 ottobre, AI ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto di accedere ad una rete idrica adeguata, mantenendo il controllo totale sulle risorse idriche comuni e perseguendo politiche discriminatorie, e ha aggiunto che “queste pratiche limitano irragionevolmente la disponibilità di acqua nei Territori palestinesi occupati e impediscono che i palestinesi sviluppino delle infrastrutture idriche efficaci “.

“La realtà dei fatti nei Territori occupati riflette le gravi e pesanti violazioni dei diritti umani praticate dagli israeliani, soprattutto nei confronti dei palestinesi. Le loro politiche e pratiche inaccettabili contraddicono tutti gli accordi e i patti internazionali da essi ratificati, che sanciscono il diritto alla vita, il diritto all’uguaglianza, il diritto a condizioni di vita adeguate e il diritto di avere acqua potabile incontaminata e sicura”, ha dichiarato l’NCHR.

Nella sua dichiarazione, l’NCHR fa riferimento agli articoli 3 e 56 della IV Convenzione di Ginevra, che richiedono al paese occupante di garantire buone condizioni di vita al popolo occupato, tra cui acqua potabile salubre e pulita, aggiungendo che l’articolo 54 del primo protocollo addizionale (1977) delle Convenzioni di Ginevra vieta la distruzione o la rimozione di cibo, acqua e altre risorse necessarie per la sopravvivenza.

“Israele consente ai palestinesi di accedere solo a una piccola frazione delle risorse idriche comuni, che si trovano principalmente nei Territori occupati della Cisgiordania, mentre gli insediamenti israeliani illegali ricevono forniture idriche virtualmente illimitate. A Gaza il blocco israeliano non ha fatto che peggiorare una situazione già disastrosa”, ha detto Donatella Rovera, ricercatrice di AI per Israele e i Territori occupati, in un comunicato stampa pubblicato sul sito web dell’organizzazione con sede a Londra.

Il rapporto ha rivelato in quale misura le politiche e le pratiche discriminatorie di Israele in materia di risorse idriche stiano negando ai palestinesi il diritto di accesso all’acqua.

“Israele utilizza oltre l’80% dell’acqua della falda acquifera montana, la principale falda acquifera in Israele e nei Territori occupati, limitandone l’accesso ai palestinesi ad un mero 20%”, sostiene il rapporto, aggiungendo che la falda acquifera montana è l’unica fonte di acqua per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante per Israele, la quale si accaparra anche tutta l’acqua disponibile dal fiume Giordano.

“Mentre il consumo di acqua giornaliero palestinese raggiunge appena i 70 litri al giorno pro capite, il consumo giornaliero israeliano supera i 300 litri al giorno, quattro volte tanto”, sostiene il rapporto, sottolineando che in alcune comunità rurali i palestinesi sopravvivono con appena 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza.

Amnesty ha aggiunto che 180.000-200.000 palestinesi che vivono nelle comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente, e l’esercito israeliano spesso impedisce loro di raccogliere anche l’acqua piovana, sottolineando che i coloni israeliani, che abitano in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno aziende agricole ben irrigate, giardini rigogliosi e piscine.

“Circa 450.000 coloni utilizzano la stessa, o una maggiore quantità d’acqua, rispetto alla popolazione palestinese che ammonta a circa 2,3 milioni di abitanti,” secondo il rapporto.

Nella Striscia di Gaza, fa notare il rapporto, il 90-95% dell’acqua proveniente dalla sua unica risorsa idrica, la falda acquifera costiera, è contaminato e non idoneo al consumo umano, ma Israele non consente il trasferimento di acqua dalla falda acquifera montana della Cisgiordania a Gaza.

“In più di 40 anni di occupazione, le restrizioni imposte da Israele ai palestinesi per quanto riguarda l’accesso alle risorse idriche hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di impianti idrici nei Territori Occupati, negando di conseguenza a centinaia di migliaia di palestinesi il diritto di vivere una vita normale, di avere un’alimentazione e un alloggio adeguato, il diritto alla salute e allo sviluppo economico “, ha detto Rovera.

Amnesty ha affermato che Israele ha imposto un complesso sistema di permessi, rilasciati ai palestinesi dall’esercito israeliano e dalle altre autorità, per realizzare progetti in campo idrico nei Territori occupati, aggiungendo che le domande per tali permessi vengono spesso rifiutate o sono soggette a lunghi ritardi.

Nelle aree rurali, gli abitanti dei villaggi palestinesi faticano continuamente a trovare acqua a sufficienza per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge i loro bacini di raccolta dell’acqua piovana e confisca le loro cisterne d’acqua, sostiene il rapporto, mentre i sistemi di irrigazione innaffiano i campi dei vicini insediamenti israeliani sotto il sole di mezzogiorno, sprecando molta acqua, in quanto essa evapora prima ancora di raggiungere il suolo.

“Israele deve porre fine alla sua politica discriminatoria, revocare immediatamente tutte le restrizioni imposte ai palestinesi per quanto riguarda l’accesso alle risorse idriche, e assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che essa stessa ha creato, concedendo ai palestinesi una porzione equa delle risorse idriche comuni”, ha aggiunto Rovera.

Hani Hazaimeh

1- La guerra dell’acqua
Il problema dell’insufficienza delle risorse idriche nel Vicino Oriente in generale, e in Palestina e in Israele in particolare, ha spinto gli osservatori a affermare che l’acqua sarà la causa della prossima guerra nella regione. Un tale scenario può apparire lontano dalla realtà dal momento che le attuali guerre sono ancora essenzialmente causate dalla volontà di impadronirsi dei territori e, sempre più, delle risorse petrolifere, come abbiamo potuto constatare con l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Tuttavia, a causa degli elevati tassi di crescita demografica della regione, e dei suoi problemi di siccità, tutti gli sforzi che mirano alla riduzione delle tensioni e al raggiungimento di una vera pace, dovranno necessariamente risolvere il problema dell’accesso all’acqua. La diseguaglianza tra Israele e Palestina nell’accesso a questa risorsa e al suo consumo è un’ingiustizia sempre più evidente.

Un israeliano consuma circa 4 volte ciò che consuma un palestinese. I coloni israeliani in Cisgiordania, che si regalano il lusso delle piscine, consumerebbero 600 litri d’acqua al giorno, mentre i palestinesi ne consumano meno di 100, cifra che corrisponde al bisogno minimo stimato dall’OMS.

Dalla costruzione del muro israeliano, la situazione non ha fatto che peggiorare. Israele ha reso inutilizzabile una cinquantina di pozzi, impedito l’approvvigionamento idrico dei villaggi palestinesi e distrutto alcuni condutture idriche e altre infrastrutture connesse. I responsabili israeliani, che appartengano al Likud o al Partito laburista, utilizzano da tempo le risorse idriche situate nei territori palestinesi come pretesto per conservare i territori occupati. Così, quando si cerca di capire la natura del conflitto sull’acqua e i mezzi per risolverlo, è importante, non soltanto determinare la natura delle risorse idriche disponibili e individuare il modo di dividerle, ma bisogna anche analizzare gli interessi territoriali di Israele in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, e esaminare come il diritto internazionale e gli accordi di pace firmati sinora giungano a una ripartizione “equa e ragionevole” dell’acqua.

I conflitti legati alle grandi dighe posso interessare anche guerre tra paesi. Il Tigre e l’Eufrate, i grandi fiumi che alimentano l’agricoltura della Turchia, della Siria e dell’Iraq da migliaia d’anni, sono stati causa di grandi conflitti tra questi tre paesi. I due fiumi nascono in Turchia, nell’est dell’Anatolia, e questo paese esercita una sovranità assoluta sulle acque del suo territorio. La posizione turca è la seguente: “L’acqua ci appartiene tanto quanto il petrolio appartiene all’Iraq”. La diga di Ataturk è al centro del progetto di sviluppo del sud-est anatolico “Great Anatolien Project” (GAP). Questa diga, terminata nel 1990, incanala l’acqua verso la pianura di Harran, nel sud-est della Turchia, attraverso un tunnel di 26 km di lunghezza. Si prevede un’intensificazione dello scontro tra l’Iraq e la Turchia, a mano a mano che quest’ultima tenta di far progredire il suo progetto del valore di 32 miliardi di dollari, che prevede la costruzione di 22 dighe sull’Eufrate per permettere l’irrigazione di 1,7 milioni di ettari di terra. Se due dighe operative si aggiungeranno alla diga di Ataturk, l’Iraq perderà dall’80 al 90% della sua quota di acque dell’Eufrate. I progetti di sviluppo idrico dell’Eufrate hanno causato conflitti armati tra la Turchia, la Siria, l’Iraq e i Curdi. Nel 1974, si sono verificati incidenti tra la Siria e l’Iraq. Il PKK ha minacciato di far saltare la diga di Ataturk.

2- Una ripartizione iniqua

L’uso dell’acqua condiziona profondamente le relazioni tra Israele e i suoi vicini. Lo Stato ebraico, i cui ingegneri e agricoltori hanno mantenuto le promesse, facendo “fiorire il deserto”, non possiede molte risorse idriche proprie. Ciò dipende, da un lato, dal fatto che le falde freatiche sono situate in parte o nella totalità in Cisgiordania, dall’altro dal fatto che il Giordano, fiume di confine, alimenta il lago di Tiberiade.

Ora, di quattro fiumi che, insieme, formano il Giordano, uno solo, il Dan, nasce in Israele; lo Yarmouk e il Banias nascono in Siria, l’Hasbani nel sud del Libano. Nel 2001, gli israeliani hanno minacciato di bombardare il canale di derivazione delle acque dell’Hasbani, costruito di recente.

Oggi, più del 60% dell’acqua consumata dagli israeliani, soprattutto per l’irrigazione agricola, è prelevata nei territori palestinesi occupati da Israele, in particolare in Cisgiordania, e una grande parte delle installazioni idrauliche è situata fuori dai confini del 1967. Situata a valle del lago di Tiberiade, all’altezza del quale Israele preleva le acque dal Giordano superiore, la Giordania dipende di fatto dal suo vicino. Si trova in una situazione di penuria piuttosto critica; a Amman, l’acqua scorre dal rubinetto solo 3 giorni alla settimana. I territori palestinesi non sono certo meno assetati. L’acqua totalmente sotto il controllo d’Israele, è ripartita in maniera diseguale. Il problema dell’acqua è stato rimandato sinora ai negoziati finali, sempre rinviati, e costituisce una temibile bomba a orologeria.

M. Zouaoui Mourad è un ricercatore algerino, esperto in economia industriale

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3 Commenti:

Alle 18 novembre 2009 13:51 , Anonymous Andrea ha detto...

La gestione delle risorse idriche fra israeliani e palestinesi si basa su un accordo ad interim fra le due parti, e in particolare sull’articolo 40 dell’Allegato III che concerne la questione dell’acqua dolce e delle acque reflue.
Secondo tale accordo, ai palestinesi spettano ogni anno 23,6 milioni di metri cubi di acqua. All’atto pratico, essi hanno accesso ad una quantità di acqua almeno doppia di questa cifra.
Israele ha rispettato tutti i suoi obblighi previsti dall’accordo sull’acqua riguardo alle forniture di quantità addizionali ai palestinesi, superando anche largamente le quantità obbligatorie.
I palestinesi, per contro, hanno significativamente violato i loro impegni previsti dall’accordo sull’acqua, con particolare riguardo a questioni importanti come lo scavo illegale di pozzi (ne hanno scavati più di 250 senza autorizzazione da parte della Commissione Congiunta sull’Acqua) e la gestione delle acque reflue (i palestinesi non costruiscono impianti di trattamento delle acque reflue nonostante il loro impegno a farlo e i cospicui fidanzamenti internazionali stanziati a questo scopo).
I dati relativi al consumo di acqua dolce naturale mostrano chiaramente il trattamento corretto da parte di Israele delle esigenze palestinesi. Nel 1967 il consumo israeliano pro capite di acqua dolce naturale era di 508 metri cubi all’anno. Nel 2008 tale consumo è vistosamente sceso a 149 metri cubi per persona all’anno. Le cifre palestinesi per lo stesso consumo sono passate da 86 metri cubi nel 1967 a 105 nel 2008.
Israele si è offerto di fornire ai palestinesi acqua desalinizzata, ma questa opzione è stata sistematicamente respinta per ragioni politiche.
Mentre dal 1967 Israele ha significativamente ridotto il suo uso di acqua fresca naturale, ridimensionando in modo consistente il gap fra consumo israeliano e palestinese, non si capisce in base a quali elementi reali Amnesty International possa parlare di “politiche discriminatorie” verso i palestinesi.
Gli autori del rapporto hanno scelto di ignorare tutti i dati, i documenti e i rapporti di parte israeliana, sebbene contengano fatti verificabili presentati in totale trasparenza. Questo discutibile approccio, che consiste nel trascurare sistematicamente il materiale di fonte israeliana facendo assegnamento esclusivamente sulle accuse palestinesi, suscita seri dubbi sulle reali intenzioni degli autori del rapporto e dell’organizzazione stessa che lo firma.

 
Alle 18 novembre 2009 17:40 , Blogger vichi ha detto...

I sostenitori di israele hanno sempre strombazzato il fatto che gli ebrei sono stati capaci di "far fiorire il deserto", mentre gli arabi no.

E ora si capisce il perchè e il come, attraverso la sistematica sottrazione e spoliazione delle risorse naturali di proprietà delle popolazioni native, in primis l'acqua.

I siti di propaganda sionista possono pure arrampicarsi sugli specchi, resta il fatto che in media un israeliano può godere di una quantità d'acqua pari a oltre quattro volte quella che può essere fruita da un palestinese.

Resta fermo il fatto che qualche centinaio di migliaia di coloni illegali della West Bank riceve più acqua di tutta la popolazione palestinese; già le colonie, villette a schiera, prati e piscine mentre ai nativi è riservata la miseria, la desolazione e la sete.

Resta fermo il fatto che, nelle sue quotidiane incursioni, è pratica comune dei lanzichenecchi di tsahal quella di distruggere i serbatoi e le cisterne d'acqua dei villaggi palestinesi, non certo per divertimento ma nel quadro della sistematica opera di pulizia etnica strisciante che perdura ancora oggi.

E il possesso delle fonti d'acqua è una delle diverse ragioni per cui israele non intende mollare neanche un cm2 della Cisgiordania.

 
Alle 20 novembre 2009 08:23 , Blogger arial ha detto...

naturalmente anche la Banca mondiale fa parte del complotto contro Israele, visto che la prima denuncia è partita proprio da questa organizzazione

Importante quest'articolo del Jerusalem post su Gaza

http://miryammarino.blogspot.com/2009/11/perfino-il-jerusalem-post-se-ne-accorto.html

 

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