10 giugno 2010

La violenza senza più limiti si ritorcerà contro Israele?

Nonostante ogni sforzo contrario della propaganda israeliana, tutto il mondo ha ben compreso come l’assalto alle navi della Freedom Flotilla sia stato un crimine brutale e assolutamente ingiustificato.

I fatti sono noti. La notte del 31 maggio, le navi della flottiglia – che erano state accuratamente ispezionate prima della partenza per controllare che non recassero armi – vengono intercettate da una forza navale israeliana che le abborda e, su una di esse (la Mavi Marmara) provoca un orrendo massacro: almeno 9 passeggeri uccisi e 45 feriti, alcuni in modo grave, mentre alcuni soldati israeliani vengono feriti così gravemente da poter ricevere in ospedale, nei giorni successivi, una imponente schiera di politici israeliani venuti a porgere entusiastiche congratulazioni.

Fin da subito il governo israeliano ha sostenuto che i propri soldati avevano agito per “legittima difesa”, in quanto attaccati da alcuni passeggeri della Mavi Marmara e, a sostegno della loro tesi, hanno immesso sul web un breve filmato dell’esercito. Evitando di sottolineare, naturalmente, che tutto il materiale fotografico e video degli attivisti della Freedom Flotilla era stato invece sequestrato per impedirne la diffusione.

La verità dei fatti sarà acclarata da una auspicabile inchiesta internazionale e, tuttavia, senza bisogno di indagini, possiamo domandarci che senso abbia invocare una presunta “autodifesa” quando si mandano ad assaltare una nave umanitaria gli assassini d’elité della Shayetet 13, una unità con compiti di contro-terrorismo, raid, sabotaggi e financo di eliminazione di elementi terroristici!

L’assalto israeliano – diversamente da quanto avverrà successivamente con la Rachel Corrie – è avvenuto in piena notte e in acque internazionali, un attacco armato che rappresenta un vero e proprio atto di pirateria. Per abbordare la nave turca gli Israeliani hanno utilizzato imbarcazioni ed elicotteri, lacrimogeni e bombe assordanti. Gli uomini del commando israeliano, peraltro, erano equipaggiati anche con armi automatiche caricate con proiettili veri, e ben presto hanno cominciato a sparare sui passeggeri della nave, uccidendo e ferendo indiscriminatamente, mentre le “armi” degli attivisti erano rappresentate da bastoni, fionde e alcuni coltelli.

Almeno cinque delle nove vittime fin’ora accertate, inoltre, sono state ripetutamente colpite alla schiena o dietro la testa, con colpi sparati a bruciapelo, il che fa pensare non tanto ad una “autodifesa” quanto ad una barbara esecuzione in puro stile SS. E, ancora, sulle altre navi – dove non c’è stata alcuna resistenza – gli attivisti hanno subito maltrattamenti ed umiliazioni ad opera dei valorosi soldati israeliani.

Perché questa violenza, perché questi morti? Noi non vogliamo sostenere, come qualcuno, che “ammazzare civili è ciò su cui Israele è nata … ed è ciò su cui sopravvive”, e, tuttavia, appaiono ben chiare due circostanze:

1) L’attacco alla Freedom Flotilla aveva uno scopo dissuasivo, in quanto Israele voleva assolutamente evitare che altre imbarcazioni in futuro tentassero nuovamente di far rotta verso Gaza;

2) Le modalità dell’abbordaggio della Mavi Marmara e la scelta di inviare i commandos della Shayetet 13 fanno capire che, a tale scopo, Israele era disposto – anzi predisposto – ad usare la violenza, fino a giungere all’assassinio a sangue freddo.

Perché il punto è proprio questo, Israele è talmente convinto di essere nel giusto e così determinato nel continuare a perseguire una linea politica ormai ritenuta insostenibile persino da Obama (l’assedio criminale contro i Palestinesi della Striscia di Gaza) da essere disposto a ricorrere al crimine e alla violenza indiscriminata, persino contro una nave carica di aiuti umanitari e contro degli attivisti che, con tutta la buona volontà, non possono essere certo paragonati a dei “pericolosi terroristi”.

E’ l’assalto sanguinoso alla Mavi Marmara non è certo un caso isolato, perché è ormai prassi per Israele affrontare ogni sorta di manifestazione non violenta contro l’occupazione dei Territori palestinesi e l’assedio a Gaza facendo ricorso alla violenza gratuita, al ferimento e all’uccisione di civili assolutamente inermi. E’ questo l’argomento dell’articolo che segue, scritto il 1° giugno da Nadia Hijab per il sito web di Agence Global e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.

Qui voglio solo aggiungere una considerazione. L’articolo della Hijab si chiude sostenendo che “Israele ha due sole alternative: rappacificarsi con la giustizia e l’uguaglianza o subire un crescente e gravoso isolamento”.

E, tuttavia, l’isolamento di Israele dovrebbe discendere da una azione determinata dei governi occidentali, volta a ridurre il governo israeliano alla ragione e a costringerlo a raggiungere un equo accordo di pace con i Palestinesi, tutto il contrario di quanto avviene nella realtà.

Anche se ora, finalmente, persino il Presidente Obama sostiene che il blocco di Gaza è “insostenibile”, chi se non gli Stati Uniti ha contribuito di fatto al mantenimento in questi anni del blocco della Striscia di Gaza, dando persino un contributo determinante in finanziamenti e know-how alla costruzione del muro sotterraneo al confine tra Gaza e l’Egitto?

Persino adesso le generiche parole di condanna di Usa e Ue per l’aggressione alle navi della Freedom Flotilla non si accompagnano ad una azione efficace volta a premere su Israele perché revochi l’embargo di Gaza e intavoli serie trattative di pace con i Palestinesi. Condannare Israele solo a parole (e mica sempre!) e lasciare di fatto che continui le sue pratiche criminali non fa altro che convincere il governo israeliano della bontà delle sue strategie.

E, invece, Israele deve essere finalmente chiamato a rispondere delle sue azioni e a pagare per i suoi crimini. Solo così il processo di pace in medio oriente potrà cominciare a muovere qualche passo in avanti.

Comprendere il dilemma di Israele.
di Nadia Hijab – 1 giugno 2010

Israele è in difficoltà. Per decenni, ha fatto ricorso alla stessa strategia per raggiungere i suoi obiettivi e sbaragliare tutti gli avversari: una forza schiacciante. Quando risponde alla violenza con la violenza – anche quando fa uso di una forza sproporzionata, come fece a Beirut nel 1982 e nel 2006, e a Gaza nel 2008 – Israele invoca il diritto all’autodifesa e di solito riesce a cambiare la versione dei fatti a proprio vantaggio. E, dato che finora non è stata chiamata a rendere conto delle sue azioni in alcun modo significativo, ha ritenuto che non vi fosse alcuna ragione per cambiare la sua strategia.

Ma quando risponde alla nonviolenza con la violenza, questa strategia le si ritorce contro. Israele sta adottando la linea dell’autodifesa per cercare di proteggersi dalle critiche al suo attacco contro la Flottiglia della Libertà, che stava trasportando aiuti umanitari a Gaza – ma non sta funzionando.

Non si può reclamare il diritto all’autodifesa quando si decide di inviare circa un migliaio di soldati bene armati per assaltare navi in acque internazionali – imbarcazioni che erano state attentamente perquisite prima che si mettessero in viaggio per accertarsi che non vi fossero armi. O quando si uccidono forse una ventina di civili e se ne feriscono 54, senza aver subito alcuna perdita tra i propri uomini. Se la situazione non fosse così tragica, il modo in cui Israele sta cambiando la versione dei fatti potrebbe essere del buon materiale per una commedia.

L’evidente repressione di attivisti pacifici solitamente ha un potente effetto sull’opinione pubblica mondiale, e questa volta essa ha spinto i governi a prendere provvedimenti affinché Israele si assumesse le proprie responsabilità, come nessuna forza armata era riuscita a fare. E’ forse questo il contributo più importante che quei coraggiosi attivisti hanno dato alla battaglia palestinese per la giustizia.

E le cose continueranno a peggiorare per Israele, perché Israele sa usare solamente la forza per cercare di ottenere quel che vuole. Per ironia della sorte, l’uso eccessivo della forza da parte di Tel Aviv ha a sua volta fatto in modo che ricorrere alla forza avesse un prezzo talmente alto, per quanti prediligono la resistenza armata, da lasciare campo libero a coloro che credono sia più efficace ricorrere alla resistenza civile contro una forza armata nettamente superiore. Bisognerebbe ricordare che la resistenza civile palestinese non è affatto una novità sebbene sia stata “scoperta” solo recentemente dai media di grande diffusione.

La prima rivolta palestinese (Intifada) del 1987-1991 fu quasi del tutto nonviolenta e si impose alla coscienza mondiale, fornendo potenti argomenti a favore dei diritti dei palestinesi. Sfortunatamente, la leadership palestinese non seppe tradurre la forza da essa generata in benefici diplomatici. Ma quella rivolta fu solo un esempio di una serie di importanti azioni di resistenza civile che durano da più di un secolo.

Oggi, azioni di resistenza pacifica sono in corso in tutta Israele, nei territori palestinesi occupati, e nel resto del mondo. E un’ulteriore conseguenza del massacro che Israele ha compiuto ai danni della Flottiglia della Libertà è che tale episodio attirerà inesorabilmente l’attenzione sulle tattiche violente a cui Israele ricorre per opporsi a queste azioni nonviolente.

Per esempio molti palestinesi, e i loro sostenitori internazionali, hanno perso la loro vita o sono stati feriti nel corso di proteste contro il Muro illegale che Israele sta costruendo nei territori occupati a partire dal 2002. L’ultima vittima risale a lunedì 31 maggio: la ventunenne Emily Henochowicz, studentessa alla Cooper Union di New York, è stata colpita all’occhio da un candelotto di gas lacrimogeno che le forze armate di Israele sparano abitualmente contro i dimostranti disarmati. La ragazza, insieme a un gruppo di palestinesi e ad altre persone di diverse nazionalità, stava manifestando nella Cisgiordania occupata contro l’attacco di Israele alla Flottiglia. Nell’aprile del 2009 un candelotto di gas lacrimogeno uccise un pacifista anti-muro, Bassem Abu Rahme, mentre protestava contro l’espropriazione del 60% della terra del suo villaggio, Bil’in, avvenuta per permettere la costruzione del Muro e delle colonie – poche settimane prima era rimasto gravemente ferito il cittadino americano Tristan Anderson.

La reputazione internazionale di Israele è poi ulteriormente intaccata dalla violenza di cui fa uso contro i suoi stessi cittadini palestinesi, mentre portano avanti la loro battaglia nonviolenta per l’eguaglianza; l’ultimo esempio è il draconiano arresto dei leader della comunità palestinese Ameer Makhoul e Omar Saeed. Dopo averli tenuti entrambi in carcere per settimane senza che potessero usufruire del diritto ad un consulto legale, e sottoponendoli a torture come posizioni forzate e privazione del sonno, adesso Israele sostiene di avere, grazie alle “confessioni” dei due uomini, le prove di collaborazionismo coi nemici di Israele – confessioni che essi hanno poi ritrattato poiché ottenute sotto coercizione.

La parola di Israele contro quella di Ameer Makhoul? Quando dovrà giudicare la parola di uno stato noto per il proprio uso indiscriminato della forza e del terrore, e quella di un importante leader della società civile, il monda saprà a quale credere.

Il vero dilemma di Israele è che tutta la forza che esercita mira a raggiungere l’irraggiungibile: mantenere il possesso dei territori occupati nel 1967, illegalmente dal punto di vista del diritto internazionale; privilegiare gli ebrei rispetto ai non-ebrei all’interno di Israele, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle convenzioni internazionali; e negare ai profughi palestinesi il loro diritto al ritorno. Israele ha solo due alternative: rappacificarsi con la giustizia e l’uguaglianza, o subire un crescente e gravoso isolamento.

Nadia Hijab è un’analista indipendente; è Senior Fellow presso l’Institute for Palestine Studies, con sede a Washington

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4 Commenti:

Alle 10 giugno 2010 23:34 , Anonymous Andrea ha detto...

Chissà perché Israele controlla le merci per Gaza...ecco quali sono gli "aiuti umanitari" che arrivano
http://www.youtube.com/watch?v=EuXFVec-Qc4

 
Alle 11 giugno 2010 10:16 , Blogger vichi ha detto...

Il solito filmetto di propaganda, vero Andrea?

Questo stesso film, sotto la voce di sequestro di un carico di armi diretto a Hezbollah, è stato caricato su youtube il 4 novembre del 2009.

I soliti infami alacremente all'opera, i disinformatori della propaganda israeliana e gli utili idioti che ne fanno megafono in tutte le parti del mondo.

Per giustificare l'ingiustificabile, l'assedio criminale a un milione e mezzo di persone private dei beni essenziali per una vita civile.

Ma il mondo ormai ha capito di che pasta è fatto lo stato-canaglia israeliano!

 
Alle 12 giugno 2010 14:19 , Blogger arial ha detto...

non sapevo dove postarlo: la falsa foto del coltello
http://maxblumenthal.com/2010/06/nailed-again-under-pressure-idf-and-haaretz-retract-description-of-suspicious-idf-distributed-photo/
(sintesi nel mio blog)

2 su gaza e il blocco : gideon levy(sintesi nel blog)

ciao

 
Alle 18 maggio 2016 08:55 , Blogger chenlina ha detto...

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