3 giugno 2011

Obama ha deluso il mondo arabo

Torniamo un attimo al discorso tenuto da Obama il 19 maggio (e a quello pronunciato tre giorni dopo alla convention dell’AIPAC) per sottolineare nuovamente la profonda delusione, ed anzi la decisa irritazione, del mondo arabo per quanto riguarda la posizione degli Usa sulla questione palestinese, e il clamoroso doppio standard ancora una volta utilizzato in favore di Israele.

Obama ha iniziato il suo discorso sul Medio Oriente parlando di democrazia, di eguaglianza e di libertà, lodando le rivoluzioni arabe, e ha concluso parlando del “carattere ebraico di Israele”, che di fatto nega la pienezza dei diritti di cittadinanza al 20% della popolazione araba e, soprattutto, il diritto al ritorno di 6 milioni di rifugiati palestinesi.

E affermando, in aggiunta, che “le Nazioni Unite non fondano Stati”, cercando così di delegittimare il tentativo palestinese di ottenere il riconoscimento di uno Stato di Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre. Il che è profondamente iniquo e, tra l’altro, costituisce una palese menzogna se poniamo a mente proprio la nascita dello stato israeliano.

Il vero è che, parlando di Israele e delle questioni che stanno a cuore ad Israele, gli Usa proprio non riescono a fare a meno di usare un clamoroso doppio standard di giudizio a favore dello Stato ebraico. Per dirla come
Gideon Levy, “quando ha citato l’ambulante tunisino che fu umiliato da una poliziotta che aveva rovesciato la sua bancarella – quel venditore che più tardi si diede fuoco appiccando la rivoluzione – Obama ha pensato anche alle centinaia di ambulanti palestinesi che hanno subito la stessa identica sorte per mano di soldati e poliziotti israeliani?” Se ci ha pensato, deve aver fatto finta di niente…

Obama, in realtà, cerca di conciliare ciò che è inconciliabile, e cioè l’elogio della democrazia con la difesa e l’aperto supporto all’oppressione e all’occupazione militare israeliana. E ciò è inutile, controproducente e soprattutto immorale.

Di questo tratta l’editoriale di
Medarabnews che segue, da cui sono state estrapolate le parti più strettamente legate alla questione palestinese.

OBAMA E IL MEDIO ORIENTE: L’INANITA’ DELLA SPERANZA
25 maggio 2011


“L’Audacia della Speranza”. Così era intitolato il libro che avrebbe lanciato la vittoriosa campagna presidenziale di Obama nel 2007. Sono trascorsi più di quattro anni da allora, e quasi due anni e mezzo dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca, che tante aspettative aveva suscitato anche in Medio Oriente. Ma di quel vento di speranza che soffiava dall’America non vi è più traccia nella regione.

Oggi il vento della speranza in Medio Oriente soffia dalle piazze di città come Tunisi, il Cairo, Sana’a, e dai cortei di dimostranti che chiedono libertà e democrazia dal Marocco all’Oman, nonostante le situazioni drammatiche con cui in alcuni casi hanno dovuto confrontarsi: la guerra in Libia, la brutale repressione in Siria e nel Bahrein, le uccisioni e le intimidazioni dei manifestanti nello Yemen.

Ma si tratta di una speranza araba, autoctona, sorta dal basso, dai giovani, dalle classi lavoratrici, dai disoccupati. I popoli arabi hanno deciso di prendere in mano il proprio destino e (quantomeno di tentare) di rovesciare le dittature corrotte e repressive che li governano – quelle stesse dittature che, nonostante tutta la sua retorica sulla democrazia, e nonostante le promesse pronunciate da Obama nel 2009 a proposito di un nuovo inizio con i popoli arabi, Washington ha sostenuto fino ad oggi.

La delusione suscitata da quelle promesse non mantenute, dopo che erano state solennemente articolate da Obama nel famoso discorso del Cairo di due anni fa, è stata cocente nel mondo arabo: da allora nulla è realmente cambiato nelle politiche americane nei confronti della regione. Ma l’insuccesso più grave per Obama è stato il suo fallito tentativo di riavviare il processo di pace al fine di giungere a quella soluzione del problema palestinese che egli aveva solennemente promesso fin dal suo insediamento alla Casa Bianca.

Quanto sia tuttora centrale questo problema nel mondo arabo lo ha confermato il mare di bandiere palestinesi che nemmeno due settimane fa ha invaso Piazza Tahrir al Cairo, mischiandosi con le bandiere del movimento democratico egiziano per commemorare la “Nakba”, la catastrofe palestinese del 1948.

OBAMA HA DELUSO IL MONDO ARABO

Ancora una volta, la scorsa settimana, Obama ha preso la parola per mostrare agli arabi il volto benigno dell’America, per convincerli che gli Stati Uniti appoggiano le trasformazioni democratiche nella regione, e per promettere loro un rinnovato impegno a favore del processo di pace israelo-palestinese.

Ma il discorso di giovedì 19 maggio (di cui le parole pronunciate dal presidente americano tre giorni dopo di fronte all’AIPAC, la potente lobby filo-israeliana negli USA, rappresentano solo un corollario), anche questa volta non ha centrato il bersaglio.

Sebbene tale discorso sia stato accolto con favore da buona parte della stampa europea, ben diversa è stata la reazione dei mezzi di informazione arabi, che lo hanno definito inutile, noioso, e per molti versi un vero e proprio “fiasco”.

Secondo la maggior parte dei commentatori arabi, Obama non ha offerto nulla di nuovo, facendo ampio ricorso alla sua ormai nota arte retorica (che fino a questo momento non è mai stata sostanziata dai fatti), ed in molti casi dimostrando un’assoluta mancanza di familiarità con la cultura politica araba …

IL NODO PALESTINESE

… Il passaggio del suo discorso che più di ogni altro ha attirato le critiche unanimi degli arabi è stato quello dedicato alla questione palestinese.

Ampiamente criticata è stata l’insistenza di Obama affinché gli arabi riconoscano Israele come “Stato ebraico”, in pratica legittimando il diritto di Israele a discriminare i suoi cittadini non ebrei su base etnica e religiosa.

Molti hanno fatto dell’amara ironia sulla seguente affermazione pronunciata da Obama in riferimento ad Hamas: “come si può negoziare con una controparte che ha mostrato la propria indisponibilità a riconoscere il tuo diritto ad esistere”. Dopotutto – hanno ironizzato alcuni – i palestinesi hanno negoziato per vent’anni con Israele, che si ostina a non riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere all’interno di un proprio Stato.

Ugualmente criticata è stata l’affermazione di Obama secondo cui gli Stati Uniti hanno perseguito per decenni una politica di non-proliferazione nucleare in Medio Oriente, visto che l’unico paese che possiede armi nucleari nella regione è Israele, il più stretto alleato degli USA, che si è sempre rifiutato di firmare il Trattato di Non Proliferazione.

Ma a deludere è stato soprattutto il fatto che Obama ha praticamente condannato ogni iniziativa palestinese volta a ottenere il riconoscimento di uno Stato palestinese all’ONU, ha bocciato l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas (il che significa di fatto pretendere che i palestinesi continuino a fare la guerra fra di loro pur di fare la pace con Israele), ed ha affermato che ogni Stato ha il diritto all’autodifesa traducendo poi quest’affermazione nel fatto che Israele ha diritto alla propria sicurezza mentre lo Stato palestinese dovrà essere smilitarizzato.

A fronte di queste prese di posizione, egli non ha esercitato nessuna pressione reale nei confronti del governo Netanyahu. Né ha accennato al carattere “non democratico” dell’occupazione israeliana, o alle umiliazioni subite dai palestinesi per mano dei soldati israeliani.

Ma la posizione di Obama è apparsa ancora più sbilanciata domenica, quando di fronte alla platea dell’AIPAC egli ha ribadito in maniera ancora più netta queste posizioni, ed in particolare ha chiarito che, quando nel suo precedente discorso aveva parlato di una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967 con mutui scambi di territori, intendeva dire che le controparti avrebbero negoziato un confine “che è differente da quello che esisteva il 4 giugno 1967”.

Questo nuovo confine, secondo Obama, terrà conto “dei cambiamenti che hanno avuto luogo negli ultimi 44 anni, incluse le nuove realtà demografiche sul terreno”. Un’affermazione di questo genere da parte del presidente degli Stati Uniti – soprattutto se fatta prima di qualsiasi trattativa, e non come risultato di un negoziato fra le parti – agli occhi degli arabi significa ratificare la “politica del fatto compiuto” portata avanti dai governi israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est negli ultimi trent’anni.

Rifiutandosi di condannare esplicitamente gli insediamenti nei Territori occupati e di ostacolarne l’espansione – o addirittura ponendo il veto a una risoluzione di condanna dell’ONU, come è avvenuto nel febbraio di quest’anno – gli Stati Uniti di fatto permettono a Israele di modificare a proprio favore la realtà sul terreno.

Con la progressiva espansione degli insediamenti e della rete di strade e di infrastrutture ad essi connesse, le prospettive di una soluzione a due Stati che permetta la creazione di uno Stato palestinese territorialmente contiguo e in grado di sopravvivere sono diventate praticamente trascurabili.

LA POLITICA MEDIORIENTALE DI OBAMA, STRETTA FRA TEL AVIV E RIYADH

Ma, al di là dei singoli contenuti dei due discorsi pronunciati da Obama la scorsa settimana, il dato complessivo che traspare è la debolezza del presidente americano e della sua amministrazione. Sebbene il suo discorso di giovedì fosse tutt’altro che favorevole ai palestinesi, egli si è visto costretto a spostare ulteriormente le proprie posizioni a favore del governo israeliano in occasione del suo discorso di domenica di fronte all’AIPAC.

E malgrado ciò, le sue posizioni continuano ad essere guardate con sospetto non solo dal governo Netanyahu, ma anche da gran parte del Congresso americano e da alcuni elementi della sua stessa amministrazione.

Due episodi, in particolare, sono emblematici della bancarotta delle politiche di Obama relative alla questione palestinese. Alla vigilia del suo discorso di giovedì, il suo inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell rassegnava mestamente le dimissioni, in quella che è stata una palese ammissione di fallimento. E proprio giovedì, mentre Obama si apprestava a rivolgersi al mondo arabo, la Commissione per la pianificazione edilizia del municipio di Gerusalemme programmava la costruzione di altre 1.500 unità abitative a Gerusalemme Est.

Mentre Obama si separava dall’uomo simbolo delle sue politiche mediorientali nei primi due anni del suo mandato, egli doveva subire l’ennesimo affronto da parte del municipio di Gerusalemme e del governo israeliano.

Tutto ciò che il presidente americano ha potuto fare nel suo discorso di domenica all’AIPAC è stato “mettere in guardia”. Mettere in guardia sul fatto che la situazione internazionale sta rapidamente cambiando a svantaggio di Israele; che, sebbene gli Stati Uniti continueranno ad appoggiare Israele fino alla fine, l’influenza internazionale degli USA sta declinando.

“Così come il contesto è cambiato in Medio Oriente, negli ultimi anni esso sta cambiando anche nella comunità internazionale”, ha detto Obama. “C’è una ragione se i palestinesi stanno perseguendo i loro interessi alle Nazioni Unite. Essi si rendono conto che vi è un’impazienza in merito al processo di pace – o alla sua assenza – non solo nel mondo arabo, ma in America Latina, in Asia, in Europa. E questa impazienza sta crescendo, e si sta già manifestando nelle capitali di tutto il mondo. E questi sono fatti”.

Ma, tenuto conto della debolezza dell’America, e del potere del Congresso e della lobby filo-israeliana negli USA, Netanyahu può permettersi di non dar retta a simili ammonimenti, e di continuare a fare il male di Israele ignorando qualsiasi ragionevole processo di pace con i palestinesi.

Obama non ha alcuna possibilità di esercitare pressioni nei suoi confronti. E’ debole nei confronti di Israele, così come è debole in Medio Oriente in generale. Un esempio su tutti: mentre gli USA hanno promesso di sostenere le nascenti democrazie in Egitto e Tunisia, ed in particolare di aiutare l’Egitto cancellando un miliardo del suo debito ed offrendo al paese un altro miliardo sotto forma di prestiti, l’Arabia Saudita ha silenziosamente stanziato quattro miliardi di dollari per sostenere l’economia egiziana.

Gli Stati Uniti, afflitti dalla crisi economica e da seri problemi di bilancio, non sono in grado – o comunque non sono disposti – di fornire gli aiuti economici che invece i sauditi possono elargire senza grossi affanni contando sulle loro enormi riserve di denaro liquido derivanti dagli introiti petroliferi. Ed è noto che gli aiuti economici si traducono in potere contrattuale, in influenza politica.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), di cui l’Arabia Saudita è di gran lunga il membro più influente, inorridito dalla (seppur riluttante) decisione americana di assecondare il cambiamento in paesi come l’Egitto, ha deciso di uscire dall’ombra americana adottando un’aggressiva politica di aiuti (miliardi di dollari a Bahrein, Oman ed Egitto), di repressione delle proteste in Bahrein attraverso un intervento militare diretto, di forte mediazione nello Yemen per assicurare un cambio di regime favorevole al GCC; così come ha deciso di invitare le monarchie di Giordania e Marocco ad entrare a far parte dell’organizzazione – per formare quello che alcuni hanno definito il fronte delle monarchie arabe ostili al cambiamento.

L’attivismo saudita sta mettendo a dura prova il legame con Washington. I rapporti strategici fra i paesi del GCC e gli Stati Uniti continuano a essere saldi semplicemente perché gli interessi in gioco sono troppo alti per entrambe le parti, ma i paesi del Golfo non hanno esitato negli ultimi mesi a mostrare un approccio politico che molto spesso diverge da quello americano. Essi hanno deciso di intervenire in Bahrein nonostante le velate critiche di Washington, di usare con l’Iran un linguaggio ben più duro di quello americano, fomentando le tensioni settarie nel Golfo, di adottare un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti del regime siriano di Bashar al-Assad, alleato di Teheran e accusato di reprimere brutalmente una ribellione “sunnita” (da notare come a prevalere in tutti questi approcci sia la logica settaria, non certo la logica democratica).

Come ha sottolineato in un suo articolo Riad Kahwaji – esperto di sicurezza dell’Institute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA) con sede a Dubai – presso i leader del GCC vi è la crescente convinzione che gli Stati Uniti siano una potenza in declino, e che nuove potenze emergeranno in Oriente nel prossimo decennio, le quali necessiteranno delle risorse di gas e petrolio dei paesi del Golfo in misura anche maggiore dell’Occidente, e quindi saranno pronte a correre in aiuto del GCC se esso dovesse essere minacciato dall’Iran o da altre potenze.

Ma per il momento – prosegue Kahwaji – gli Stati Uniti hanno una capacità unica di proiettare la loro potenza bellica in tempi rapidi laddove occorra. Questo fa sì che i rapporti fra i paesi del Golfo e Washington resteranno saldi a breve termine, soprattutto per ragioni militari.

Dal canto suo, Washington trova vantaggioso il rapporto con l’Arabia Saudita e i paesi del GCC per ragioni militari, energetiche ed economiche. Riyadh è il terzo fornitore di petrolio degli USA, e i paesi del Golfo ospitano importantissime basi militari americane e sono fra i principali clienti della potente industria bellica USA (la quale ha bisogno di “nuovi mercati” visto che il Pentagono è costretto a stringere la cinghia del bilancio).

Di fronte a questi interessi, ancora una volta le parole e i discorsi di Obama sembrano avere ben poca influenza. Stretto fra il potere del Congresso e quello della lobby ebraica per quanto riguarda Israele, e fra gli interessi petroliferi e militari delle industrie americane e quelli del Pentagono per quanto riguarda i paesi del Golfo, è improbabile che il debole Obama riesca a modellare la politica USA in Medio Oriente in base a quel pugno di principi ideali che egli pronuncia in maniera sempre meno convincente nei suoi discorsi.

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4 Commenti:

Alle 4 giugno 2011 14:53 , Anonymous Anonimo ha detto...

israele nega la pienezza di diritti al 20% della popolazione, gli altri paesi confinanti la negano completamente al 100% della popolazione, ma non importa. nessun arabo ha il diritto al ritorno in israele, primo perchè se n'è andato di èpropria volontà, secondo perchè è già morto (se vogliamo mandarci i nipoti perchè non chiedere il diritto di ritorno a tutti ebrei cacciati nei secoli?
terzo perchè questo comporterebbe la fine dello stato ebraico contravvenendo alla risoluzione onu che lo ha creato.

quanto a obama è davvero un disastro, ha idee sbagliate, che per fortuna non riesce a portare avanti
www.maurod.ilcannocchiale.it

 
Alle 5 giugno 2011 01:16 , Blogger vichi ha detto...

Beh, è già un passo avanti almeno riconoscere che la minoranza araba è pesantemente discriminata in israele!

Per il resto, è inutile discutere se si nega quello che ormai è pacificamente assodato, e cioè che israele è nato e si fonda sulla pulizia etnica della popolazione palestinese. Perchè non c'è bisogno di leggere Pappe, persino Morris lo scrive.

Una pulizia etnica che, in modo strisciante ma continuo, prosegue ancora ai nostri giorni.

Grazie all'ipocrisia di Obama e dei governi occidentali.

 
Alle 5 giugno 2011 02:26 , Anonymous Anonimo ha detto...

è vero che israele si oppone a concedere certi diritti agli arabi e dimostra che se potesse, li caccerebbe tutti. ma non bisogna dimenticare che lo fa per spirito di sopravvivenza perchè uno degli obbiettivi arabi è proprio quello di invadere demograficamente lo stato ebraico per cancellarne l'identità. io sono contro gli stati confessionali, ma nel caso di israele faccio un'eccezione perchè visto i vicinanti che si ritrova è l'unico modo per evitarne l'annientamento, e lo dico da cristiano non praticante senza interesse alcuno. apprezzo comunque il fatto che tu non mi censuri e sia aperto al confronto a differenza di tanti filopalestinesi. mauroD

 
Alle 18 maggio 2016 08:56 , Blogger chenlina ha detto...

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