3 giugno 2011

Obama ha deluso il mondo arabo

Torniamo un attimo al discorso tenuto da Obama il 19 maggio (e a quello pronunciato tre giorni dopo alla convention dell’AIPAC) per sottolineare nuovamente la profonda delusione, ed anzi la decisa irritazione, del mondo arabo per quanto riguarda la posizione degli Usa sulla questione palestinese, e il clamoroso doppio standard ancora una volta utilizzato in favore di Israele.

Obama ha iniziato il suo discorso sul Medio Oriente parlando di democrazia, di eguaglianza e di libertà, lodando le rivoluzioni arabe, e ha concluso parlando del “carattere ebraico di Israele”, che di fatto nega la pienezza dei diritti di cittadinanza al 20% della popolazione araba e, soprattutto, il diritto al ritorno di 6 milioni di rifugiati palestinesi.

E affermando, in aggiunta, che “le Nazioni Unite non fondano Stati”, cercando così di delegittimare il tentativo palestinese di ottenere il riconoscimento di uno Stato di Palestina da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre. Il che è profondamente iniquo e, tra l’altro, costituisce una palese menzogna se poniamo a mente proprio la nascita dello stato israeliano.

Il vero è che, parlando di Israele e delle questioni che stanno a cuore ad Israele, gli Usa proprio non riescono a fare a meno di usare un clamoroso doppio standard di giudizio a favore dello Stato ebraico. Per dirla come
Gideon Levy, “quando ha citato l’ambulante tunisino che fu umiliato da una poliziotta che aveva rovesciato la sua bancarella – quel venditore che più tardi si diede fuoco appiccando la rivoluzione – Obama ha pensato anche alle centinaia di ambulanti palestinesi che hanno subito la stessa identica sorte per mano di soldati e poliziotti israeliani?” Se ci ha pensato, deve aver fatto finta di niente…

Obama, in realtà, cerca di conciliare ciò che è inconciliabile, e cioè l’elogio della democrazia con la difesa e l’aperto supporto all’oppressione e all’occupazione militare israeliana. E ciò è inutile, controproducente e soprattutto immorale.

Di questo tratta l’editoriale di
Medarabnews che segue, da cui sono state estrapolate le parti più strettamente legate alla questione palestinese.

OBAMA E IL MEDIO ORIENTE: L’INANITA’ DELLA SPERANZA
25 maggio 2011


“L’Audacia della Speranza”. Così era intitolato il libro che avrebbe lanciato la vittoriosa campagna presidenziale di Obama nel 2007. Sono trascorsi più di quattro anni da allora, e quasi due anni e mezzo dall’insediamento di Obama alla Casa Bianca, che tante aspettative aveva suscitato anche in Medio Oriente. Ma di quel vento di speranza che soffiava dall’America non vi è più traccia nella regione.

Oggi il vento della speranza in Medio Oriente soffia dalle piazze di città come Tunisi, il Cairo, Sana’a, e dai cortei di dimostranti che chiedono libertà e democrazia dal Marocco all’Oman, nonostante le situazioni drammatiche con cui in alcuni casi hanno dovuto confrontarsi: la guerra in Libia, la brutale repressione in Siria e nel Bahrein, le uccisioni e le intimidazioni dei manifestanti nello Yemen.

Ma si tratta di una speranza araba, autoctona, sorta dal basso, dai giovani, dalle classi lavoratrici, dai disoccupati. I popoli arabi hanno deciso di prendere in mano il proprio destino e (quantomeno di tentare) di rovesciare le dittature corrotte e repressive che li governano – quelle stesse dittature che, nonostante tutta la sua retorica sulla democrazia, e nonostante le promesse pronunciate da Obama nel 2009 a proposito di un nuovo inizio con i popoli arabi, Washington ha sostenuto fino ad oggi.

La delusione suscitata da quelle promesse non mantenute, dopo che erano state solennemente articolate da Obama nel famoso discorso del Cairo di due anni fa, è stata cocente nel mondo arabo: da allora nulla è realmente cambiato nelle politiche americane nei confronti della regione. Ma l’insuccesso più grave per Obama è stato il suo fallito tentativo di riavviare il processo di pace al fine di giungere a quella soluzione del problema palestinese che egli aveva solennemente promesso fin dal suo insediamento alla Casa Bianca.

Quanto sia tuttora centrale questo problema nel mondo arabo lo ha confermato il mare di bandiere palestinesi che nemmeno due settimane fa ha invaso Piazza Tahrir al Cairo, mischiandosi con le bandiere del movimento democratico egiziano per commemorare la “Nakba”, la catastrofe palestinese del 1948.

OBAMA HA DELUSO IL MONDO ARABO

Ancora una volta, la scorsa settimana, Obama ha preso la parola per mostrare agli arabi il volto benigno dell’America, per convincerli che gli Stati Uniti appoggiano le trasformazioni democratiche nella regione, e per promettere loro un rinnovato impegno a favore del processo di pace israelo-palestinese.

Ma il discorso di giovedì 19 maggio (di cui le parole pronunciate dal presidente americano tre giorni dopo di fronte all’AIPAC, la potente lobby filo-israeliana negli USA, rappresentano solo un corollario), anche questa volta non ha centrato il bersaglio.

Sebbene tale discorso sia stato accolto con favore da buona parte della stampa europea, ben diversa è stata la reazione dei mezzi di informazione arabi, che lo hanno definito inutile, noioso, e per molti versi un vero e proprio “fiasco”.

Secondo la maggior parte dei commentatori arabi, Obama non ha offerto nulla di nuovo, facendo ampio ricorso alla sua ormai nota arte retorica (che fino a questo momento non è mai stata sostanziata dai fatti), ed in molti casi dimostrando un’assoluta mancanza di familiarità con la cultura politica araba …

IL NODO PALESTINESE

… Il passaggio del suo discorso che più di ogni altro ha attirato le critiche unanimi degli arabi è stato quello dedicato alla questione palestinese.

Ampiamente criticata è stata l’insistenza di Obama affinché gli arabi riconoscano Israele come “Stato ebraico”, in pratica legittimando il diritto di Israele a discriminare i suoi cittadini non ebrei su base etnica e religiosa.

Molti hanno fatto dell’amara ironia sulla seguente affermazione pronunciata da Obama in riferimento ad Hamas: “come si può negoziare con una controparte che ha mostrato la propria indisponibilità a riconoscere il tuo diritto ad esistere”. Dopotutto – hanno ironizzato alcuni – i palestinesi hanno negoziato per vent’anni con Israele, che si ostina a non riconoscere il diritto dei palestinesi ad esistere all’interno di un proprio Stato.

Ugualmente criticata è stata l’affermazione di Obama secondo cui gli Stati Uniti hanno perseguito per decenni una politica di non-proliferazione nucleare in Medio Oriente, visto che l’unico paese che possiede armi nucleari nella regione è Israele, il più stretto alleato degli USA, che si è sempre rifiutato di firmare il Trattato di Non Proliferazione.

Ma a deludere è stato soprattutto il fatto che Obama ha praticamente condannato ogni iniziativa palestinese volta a ottenere il riconoscimento di uno Stato palestinese all’ONU, ha bocciato l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas (il che significa di fatto pretendere che i palestinesi continuino a fare la guerra fra di loro pur di fare la pace con Israele), ed ha affermato che ogni Stato ha il diritto all’autodifesa traducendo poi quest’affermazione nel fatto che Israele ha diritto alla propria sicurezza mentre lo Stato palestinese dovrà essere smilitarizzato.

A fronte di queste prese di posizione, egli non ha esercitato nessuna pressione reale nei confronti del governo Netanyahu. Né ha accennato al carattere “non democratico” dell’occupazione israeliana, o alle umiliazioni subite dai palestinesi per mano dei soldati israeliani.

Ma la posizione di Obama è apparsa ancora più sbilanciata domenica, quando di fronte alla platea dell’AIPAC egli ha ribadito in maniera ancora più netta queste posizioni, ed in particolare ha chiarito che, quando nel suo precedente discorso aveva parlato di una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967 con mutui scambi di territori, intendeva dire che le controparti avrebbero negoziato un confine “che è differente da quello che esisteva il 4 giugno 1967”.

Questo nuovo confine, secondo Obama, terrà conto “dei cambiamenti che hanno avuto luogo negli ultimi 44 anni, incluse le nuove realtà demografiche sul terreno”. Un’affermazione di questo genere da parte del presidente degli Stati Uniti – soprattutto se fatta prima di qualsiasi trattativa, e non come risultato di un negoziato fra le parti – agli occhi degli arabi significa ratificare la “politica del fatto compiuto” portata avanti dai governi israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est negli ultimi trent’anni.

Rifiutandosi di condannare esplicitamente gli insediamenti nei Territori occupati e di ostacolarne l’espansione – o addirittura ponendo il veto a una risoluzione di condanna dell’ONU, come è avvenuto nel febbraio di quest’anno – gli Stati Uniti di fatto permettono a Israele di modificare a proprio favore la realtà sul terreno.

Con la progressiva espansione degli insediamenti e della rete di strade e di infrastrutture ad essi connesse, le prospettive di una soluzione a due Stati che permetta la creazione di uno Stato palestinese territorialmente contiguo e in grado di sopravvivere sono diventate praticamente trascurabili.

LA POLITICA MEDIORIENTALE DI OBAMA, STRETTA FRA TEL AVIV E RIYADH

Ma, al di là dei singoli contenuti dei due discorsi pronunciati da Obama la scorsa settimana, il dato complessivo che traspare è la debolezza del presidente americano e della sua amministrazione. Sebbene il suo discorso di giovedì fosse tutt’altro che favorevole ai palestinesi, egli si è visto costretto a spostare ulteriormente le proprie posizioni a favore del governo israeliano in occasione del suo discorso di domenica di fronte all’AIPAC.

E malgrado ciò, le sue posizioni continuano ad essere guardate con sospetto non solo dal governo Netanyahu, ma anche da gran parte del Congresso americano e da alcuni elementi della sua stessa amministrazione.

Due episodi, in particolare, sono emblematici della bancarotta delle politiche di Obama relative alla questione palestinese. Alla vigilia del suo discorso di giovedì, il suo inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell rassegnava mestamente le dimissioni, in quella che è stata una palese ammissione di fallimento. E proprio giovedì, mentre Obama si apprestava a rivolgersi al mondo arabo, la Commissione per la pianificazione edilizia del municipio di Gerusalemme programmava la costruzione di altre 1.500 unità abitative a Gerusalemme Est.

Mentre Obama si separava dall’uomo simbolo delle sue politiche mediorientali nei primi due anni del suo mandato, egli doveva subire l’ennesimo affronto da parte del municipio di Gerusalemme e del governo israeliano.

Tutto ciò che il presidente americano ha potuto fare nel suo discorso di domenica all’AIPAC è stato “mettere in guardia”. Mettere in guardia sul fatto che la situazione internazionale sta rapidamente cambiando a svantaggio di Israele; che, sebbene gli Stati Uniti continueranno ad appoggiare Israele fino alla fine, l’influenza internazionale degli USA sta declinando.

“Così come il contesto è cambiato in Medio Oriente, negli ultimi anni esso sta cambiando anche nella comunità internazionale”, ha detto Obama. “C’è una ragione se i palestinesi stanno perseguendo i loro interessi alle Nazioni Unite. Essi si rendono conto che vi è un’impazienza in merito al processo di pace – o alla sua assenza – non solo nel mondo arabo, ma in America Latina, in Asia, in Europa. E questa impazienza sta crescendo, e si sta già manifestando nelle capitali di tutto il mondo. E questi sono fatti”.

Ma, tenuto conto della debolezza dell’America, e del potere del Congresso e della lobby filo-israeliana negli USA, Netanyahu può permettersi di non dar retta a simili ammonimenti, e di continuare a fare il male di Israele ignorando qualsiasi ragionevole processo di pace con i palestinesi.

Obama non ha alcuna possibilità di esercitare pressioni nei suoi confronti. E’ debole nei confronti di Israele, così come è debole in Medio Oriente in generale. Un esempio su tutti: mentre gli USA hanno promesso di sostenere le nascenti democrazie in Egitto e Tunisia, ed in particolare di aiutare l’Egitto cancellando un miliardo del suo debito ed offrendo al paese un altro miliardo sotto forma di prestiti, l’Arabia Saudita ha silenziosamente stanziato quattro miliardi di dollari per sostenere l’economia egiziana.

Gli Stati Uniti, afflitti dalla crisi economica e da seri problemi di bilancio, non sono in grado – o comunque non sono disposti – di fornire gli aiuti economici che invece i sauditi possono elargire senza grossi affanni contando sulle loro enormi riserve di denaro liquido derivanti dagli introiti petroliferi. Ed è noto che gli aiuti economici si traducono in potere contrattuale, in influenza politica.

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), di cui l’Arabia Saudita è di gran lunga il membro più influente, inorridito dalla (seppur riluttante) decisione americana di assecondare il cambiamento in paesi come l’Egitto, ha deciso di uscire dall’ombra americana adottando un’aggressiva politica di aiuti (miliardi di dollari a Bahrein, Oman ed Egitto), di repressione delle proteste in Bahrein attraverso un intervento militare diretto, di forte mediazione nello Yemen per assicurare un cambio di regime favorevole al GCC; così come ha deciso di invitare le monarchie di Giordania e Marocco ad entrare a far parte dell’organizzazione – per formare quello che alcuni hanno definito il fronte delle monarchie arabe ostili al cambiamento.

L’attivismo saudita sta mettendo a dura prova il legame con Washington. I rapporti strategici fra i paesi del GCC e gli Stati Uniti continuano a essere saldi semplicemente perché gli interessi in gioco sono troppo alti per entrambe le parti, ma i paesi del Golfo non hanno esitato negli ultimi mesi a mostrare un approccio politico che molto spesso diverge da quello americano. Essi hanno deciso di intervenire in Bahrein nonostante le velate critiche di Washington, di usare con l’Iran un linguaggio ben più duro di quello americano, fomentando le tensioni settarie nel Golfo, di adottare un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti del regime siriano di Bashar al-Assad, alleato di Teheran e accusato di reprimere brutalmente una ribellione “sunnita” (da notare come a prevalere in tutti questi approcci sia la logica settaria, non certo la logica democratica).

Come ha sottolineato in un suo articolo Riad Kahwaji – esperto di sicurezza dell’Institute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA) con sede a Dubai – presso i leader del GCC vi è la crescente convinzione che gli Stati Uniti siano una potenza in declino, e che nuove potenze emergeranno in Oriente nel prossimo decennio, le quali necessiteranno delle risorse di gas e petrolio dei paesi del Golfo in misura anche maggiore dell’Occidente, e quindi saranno pronte a correre in aiuto del GCC se esso dovesse essere minacciato dall’Iran o da altre potenze.

Ma per il momento – prosegue Kahwaji – gli Stati Uniti hanno una capacità unica di proiettare la loro potenza bellica in tempi rapidi laddove occorra. Questo fa sì che i rapporti fra i paesi del Golfo e Washington resteranno saldi a breve termine, soprattutto per ragioni militari.

Dal canto suo, Washington trova vantaggioso il rapporto con l’Arabia Saudita e i paesi del GCC per ragioni militari, energetiche ed economiche. Riyadh è il terzo fornitore di petrolio degli USA, e i paesi del Golfo ospitano importantissime basi militari americane e sono fra i principali clienti della potente industria bellica USA (la quale ha bisogno di “nuovi mercati” visto che il Pentagono è costretto a stringere la cinghia del bilancio).

Di fronte a questi interessi, ancora una volta le parole e i discorsi di Obama sembrano avere ben poca influenza. Stretto fra il potere del Congresso e quello della lobby ebraica per quanto riguarda Israele, e fra gli interessi petroliferi e militari delle industrie americane e quelli del Pentagono per quanto riguarda i paesi del Golfo, è improbabile che il debole Obama riesca a modellare la politica USA in Medio Oriente in base a quel pugno di principi ideali che egli pronuncia in maniera sempre meno convincente nei suoi discorsi.

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23 maggio 2011

Obama: sul processo di pace israelo-palestinese le solite, vuote parole

All’indomani del discorso con cui, giovedì, il Presidente Usa Barack Obama ha delineato le posizioni dell’amministrazione americana sul medio oriente, dando ampio spazio alle questioni legate al processo di pace tra Israeliani e Palestinesi, i principali giornali e notiziari televisivi hanno profuso parole di meraviglia e di stupore per la “novità” della clamorosa affermazione secondo cui i confini tra Israele e il futuro Stato di Palestina dovranno seguire quelli del 1967 (la cd. green line).

Ma, in realtà, nulla di nuovo è stato detto, ed anzi il discorso di Obama è apparso ancora una volta nettamente e pericolosamente sbilanciato verso le esigenze e i desiderata di Israele.

Si, certo, i confini saranno quelli del 1967, ma già ieri mattina, parlando per 50 minuti alla
convention dell’Aipac a Washington, Barack Obama si è premurato di specificare che a questi confini si arriverà solo parzialmente e “tenendo conto delle nuove realtà demografiche sul terreno”, il che riecheggia perfettamente quanto affermato da Bush figlio nel famoso scambio di lettere con Sharon di qualche anno addietro: non si tornerà per niente ai confini della green line, ma Israele manterrà il possesso dei maggiori blocchi di insediamenti all’interno della West Bank.

Questo per tacere del fatto che, nel suo discorso, il Presidente Usa non ha minimamente fatto cenno al problema di Gerusalemme est (che pure è anch’essa all’interno delle frontiere del 1967!), né a quello dei rifugiati.

Di contro, Obama ha assicurato che lo Stato palestinese sarà demilitarizzato, ha ampiamente criticato l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah, ha bocciato senza appello (e non si capisce bene perché) l’intenzione dell’Anp di chiedere all’Assemblea dell’Onu, a settembre, il riconoscimento del nuovo stato palestinese.

Benché i media abbiano parlato di “raffreddamento” dei rapporti tra Usa e Israele, in realtà si potrebbe malignare sul fatto che Bibi e Barack abbiano dato luogo al solito gioco delle parti, in cui ognuno ha detto quello che doveva dire ma, alla fine, non è cambiato assolutamente nulla, e la politica Usa in medio oriente continua ad essere al servizio di Israele e dei suoi interessi.

Il vero è che, ancora una volta, risulta chiaro come lo strapotere della lobby ebraica negli Usa impedisca all’amministrazione Obama, così come alle precedenti, di assumere il ruolo di honest broker del conflitto israelo-palestinese, che imporrebbe anche un’attività di pressione sull’alleato volta a fermare la continua espansione delle colonie e a costringerlo a sedersi seriamente al tavolo delle trattative, discutendo di tutti gli argomenti sul tappeto sulla base di una precisa scaletta temporale.

Nulla di tutto questo avviene, purtroppo, e Obama non ha nulla di concreto da proporre. E, allora, Israele può tranquillamente annunciare la costruzione di
1.550 nuovi alloggi proprio a Gerusalemme est, in aperta violazione al diritto internazionale ed in piena contraddizione con l’asserita volontà di un accordo di pace con i Palestinesi…

Di questo tratta l’ottimo (come al solito) articolo di Gideon Levy su Ha’aretz, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

OBAMA HA DISTRUTTO LE CHANCE DI UNO STATO PALESTINESE
Gli Usa appoggiano la richiesta israeliana di uno Stato palestinese demilitarizzato, appoggiano il rinvio dei negoziati sui rifugiati e su Gerusalemme, parlano della sicurezza di Israele e soltanto della sicurezza di Israele.
di Gideon Levy – 20.5.2011

Benjamin Netanyahu avrebbe anche potuto annullare il suo viaggio a Washington: Barack Obama ha fatto il lavoro al suo posto, almeno in gran parte. Ma il primo ministro israeliano è partito comunque, dunque avrebbe almeno potuto portare alla Casa Bianca un grande mazzo di fiori.

Netanyahu può mettersi a sedere e rilassarsi. Non è che Obama non abbia pronunciato parole chiare e ferme sul Medio Oriente; è solo che la maggior parte di tali parole, se non tutte, avrebbe potuto pronunciarle lo stesso Netanyahu, il quale avrebbe poi continuato a fare come gli pare.

I 1.500 nuovi appartamenti a Gerusalemme verranno costruiti comunque, discorso o non discorso. Il vero banco di prova per il discorso di Obama, come per quello di qualsiasi altro, è ciò che succederà dopo, e il sospetto è che non succederà proprio niente.

Obama non ha detto una parola su cosa accadrà se le parti disobbediranno alle sue condizioni. Questo è stato il discorso del re, ma il re appare già nudo. Considerando la debolezza dell’America, e il potere del Congresso e delle lobby ebraica e cristiana che lavorano a vantaggio del governo israeliano, la destra israeliana può rilassarsi e continuare a fare quello che già fa.

Giovedì il presidente degli Stati Uniti ha demolito l’unico successo raggiunto dai palestinesi fino a questo momento: l’ondata di sostegno internazionale a favore del riconoscimento di uno Stato palestinese all’ONU in settembre. La speranza di settembre è morta la notte di giovedì. Dopo il pronunciamento dell’America, anche l’Europa probabilmente ritirerà il suo sostegno; sono finite le speranze in una dichiarazione storicamente significativa alle Nazioni Unite.

I palestinesi sono rimasti ancora una volta con il sostegno di Cuba e Brasile, mentre noi siamo riusciti a conservare il sostegno dell’America. Ecco un altro motivo per tirare un sospiro di sollievo a Gerusalemme: nessuno tsunami diplomatico incombe, gli Stati Uniti rimangono fermamente schierati con Israele.

Purtroppo, il presidente americano ha anche espresso riserve sul governo di unità nazionale palestinese. Gli Stati Uniti sostengono la richiesta israeliana di uno Stato palestinese che sia smilitarizzato, appoggiano il rinvio della discussione sui rifugiati e su Gerusalemme, parlano solo e soltanto della sicurezza di Israele, senza dire nulla sulla sicurezza dei palestinesi. Tutti questi sono impressionanti successi – anche se per il momento solo virtuali –raggiunti da Israele.

I palestinesi giovedì non sono stati annoverati fra i popoli arabi oppressi del Medio Oriente che hanno bisogno di essere liberati e aiutati sulla strada verso la democrazia. Obama ha parlato in maniera impressionante a proposito dei corrotti alleati dell’America in Medio Oriente, ed ha fornito ulteriore incoraggiamento ai popoli della regione.

Se il primo discorso del Cairo ha fornito l’ispirazione iniziale, “Cairo 2” ha fornito una spinta ancor più significativa. Obama e la sua determinazione a questo proposito dovrebbero essere lodati. Tuttavia le sue parole sono state ascoltate non solo a Damasco e Bengasi, ma anche a Jenin e Rafah. Voleva forse lodare anche quello che è accaduto a Majdal Shams (villaggio druso sulle alture del Golan, sotto il controllo israeliano dal 1967, dove il 15 maggio vi sono stati feriti e almeno un morto fra i dimostranti palestinesi che manifestavano contro l’occupazione israeliana in occasione della Giornata della Nakba (N.d.T.) )? Viva i dimostranti disarmati, sperando che Obama includa fra essi anche quelli palestinesi. Se è così, è un peccato che egli non lo abbia detto.

Quando ha citato l’ambulante tunisino che fu umiliato da una poliziotta che aveva rovesciato la sua bancarella – quel venditore che più tardi si diede fuoco appiccando la rivoluzione – Obama ha pensato anche alle centinaia di ambulanti palestinesi che hanno subito la stessa identica sorte per mano di soldati e poliziotti israeliani? Quando ha parlato nobilmente della dignità degli ambulanti oppressi, parlava anche dei loro fratelli palestinesi? Il suo discorso non lo ha fatto capire a sufficienza.

Il conflitto tra Israele e i palestinesi è stato relegato ai margini nel discorso di Obama, più di quanto meritasse. Questo conflitto suscita ancora grandi passioni nel mondo arabo, e con tutto il rispetto per il nuovo Piano Marshall per l’Egitto e la Tunisia, le masse arabe non vogliono vedere un’altra operazione “Piombo Fuso” né ulteriori posti di blocco sui loro schermi televisivi. Quando Obama ha parlato di noi, il tono è stato diverso.

E’ vero, ha usato parole severe a proposito di come uno stato ebraico e democratico non sia compatibile con un’occupazione. Ha citato anche un chiaro piano presidenziale – i confini del ‘67 con alcune correzioni, uno Stato palestinese e uno Stato ebraico, sicurezza per Israele e smilitarizzazione per la Palestina.

Ma cerchiamo di non emozionarci troppo. Si tratta di discorsi già sentiti, non solo da parte dei presidenti americani, ma degli stessi premier israeliani. E cosa abbiamo ottenuto? Ancora un altro quartiere ebraico a Gerusalemme Est.

Il cuore vuol credere che questa volta sia diverso, ma la testa – resa saggia dall’amara esperienza, dopo anni di piani di pace messi nel cassetto e di vacui discorsi – stenta a crederlo.

Gli ottimisti diranno che il discorso di giovedì ha segnato la fine dell’occupazione israeliana. I pessimisti – ed io, purtroppo, tra essi – diranno che si è trattato solo di un altro discorso. E non ha cambiato nulla, né in meglio né in peggio.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

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