26 giugno 2008

Il funesto idillio tra la Ue e Israele.

Il 13 e il 14 luglio prossimi si svolgerà a Parigi un vertice che dovrebbe sancire la nascita di quella Unione per il Mediterraneo (UPM) così fortemente voluta dal Presidente francese Sarkozy.

E, tuttavia, vi sono numerosi paesi che mostrano perplessità sul percorso disegnato dalla Francia, sia in Europa (in primis la Germania) sia all’interno del mondo arabo (Algeria, Libia).

Il progetto di riavvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo è stato formalmente avviato nel 1995, sotto il nome di Euromed, con il processo di Barcellona; si trattava dell’incontro dei Quindici della Ue con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, condotto su un duplice binario riguardante lo sviluppo economico e la cooperazione nel campo della sicurezza.

Ma, ancora una volta, l’ostacolo più ingombrante lungo questo cammino si è dimostrato essere l’irrisolto conflitto israelo-palestinese, e in questi giorni molti, all’interno del mondo arabo ma non solo, hanno aspramente criticato la decisione dell’Unione europea di migliorare e intensificare ulteriormente i propri rapporti con Israele.

Su questo aspetto verte l’articolo che segue, pubblicato il 21 giugno sul magazine egiziano al-Masry al-Youm e qui riportato nella traduzione offerta dal sito arabnews.

Il 16 giugno, infatti, i Capi di Stato dell’Unione europea all’unanimità hanno deciso di stringere ulteriormente i rapporti con Israele in tutta una serie di campi, dall’economia al commercio, dalla ricerca alla giustizia, ivi incluso un ulteriore rafforzamento dei rapporti diplomatici tra le due parti.

Questa indubbia vittoria per Israele è frutto dell’intenso lavoro della diplomazia israeliana, che è riuscita a porre in secondo piano le critiche provenienti dal mondo arabo e persino dal premier palestinese “amico” Salam Fayyad, il quale aveva chiesto che questo rafforzamento delle relazioni tra la Ue e Israele fosse almeno subordinato alla cessazione dell’intensa attività di costruzione in atto negli insediamenti colonici.

Inutilmente
Fayyad aveva ricordato le dichiarazioni ufficiali della stessa Ue, secondo cui l’espansione degli insediamenti colonici “ovunque nei Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est, è illegale” e “minaccia la fattibilità di una soluzione concordata a due Stati”. Anzi, per questo, è stato “punito” dal governo israeliano che si è subito vendicato trattenendo circa 20 dei 75 milioni di dollari dalle rimesse mensili di tasse e imposte spettanti all’Anp.

Come contentino, il premier palestinese ha ottenuto una semplice dichiarazione del Commissario europeo per le relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, secondo cui “l’espansione delle colonie ebraiche è una seria minaccia sia al processo di pace, sia alla possibilità di un futuro Stato palestinese”; la Ferrero-Waldner, tuttavia, si è subito premurata di sottolineare come la cessazione di ogni attività di espansione degli insediamenti colonici non costituisca affatto una precondizione al miglioramento dei rapporti con Israele.

Anziché, dunque, andare verso una auspicabile
sospensione dell’accordo euromediterraneo tra la Ue e Israele, i governi europei prendono la direzione esattamente opposta; eppure, come avevamo già ricordato, l’art.2 dell’accordo prevede che “le relazioni tra le parti … si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale, e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.

Solo vuote affermazioni di principio, dunque.

Al pari di quelle contenute nella Dichiarazione di Barcellona, sottoscritte tra l’altro dall’attuale ministro della difesa israeliano Ehud Barak, che impegnavano (o meglio, avrebbero dovuto impegnare) i Paesi firmatari ad “agire in accordo con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come pure degli altri obblighi sanciti dalla legge internazionale”, a “promuovere lo stato di diritto e la democrazia nei propri sistemi politici…”, a “rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali e a garantirne l’effettivo esercizio legittimo, ivi comprese la libertà di espressione, la libertà di associazione per scopi pacifici…”.

Eppure le violazioni da parte di Israele del diritto internazionale, dei diritti umani dei Palestinesi e delle stesse direttive europee sono state, e sono, numerose e rilevanti.

Senza voler ricordare le violazioni del diritto umanitario connesse all’assedio della Striscia di Gaza, ai quotidiani raid di Tsahal e all’assassinio indiscriminato di
civili, basterebbe citare:
- la violazione delle risoluzioni Onu e della road map determinata dall’attività di espansione in corso in almeno 101 insediamenti colonici (esclusa l’area di Gerusalemme), nonché le gare d’appalto pubblicate per oltre 840 nuove unità abitative nel periodo successivo ad Annapolis (a fronte delle 138 pubblicate negli 11 mesi precedenti);
- la distruzione di 185 strutture palestinesi, di cui 85 di tipo residenziale, nei primi 4 mesi successivi ad Annapolis;
- l’ulteriore incremento rilevato nei check point e negli altri ostacoli alla circolazione in Cisgiordania, che ora superano il numero di 600;
- il rifiuto di Israele di aderire al parere dell’Icj dell’Aja – fatto proprio da un voto dell’Assemblea Generale dell’Onu – che stabilisce la illegalità del muro di “sicurezza” per la parte costruita al di là della green line e ne chiede la immediata demolizione;
- la violazione delle norme dell’accordo euromediterraneo per quanto attiene ai prodotti provenienti dagli insediamenti colonici, anche con riguardo ai sussidi illegali riconosciuti dallo Stato israeliano ai coloni sotto forma di rimborso delle tasse pagate per l’esportazione.

Non bastano più le generiche dichiarazioni di principio non supportate da efficaci sanzioni, che pure la Ue ha dimostrato di saper prendere nei confronti di altri Paesi, l’Iran in testa; non basta che Sarkozy, in visita ufficiale in Israele, dichiari in modo estemporaneo che Gerusalemme dovrà essere condivisa tra i due popoli, tanto per tenersi buoni gli Arabi in vista del vertice di Parigi.

E fa specie che le voci più forti contro il rafforzamento dei legami tra la Ue e Israele sganciato da ogni condizione di rispetto dei diritti umani dei Palestinesi vengano, a parte che dal mondo arabo, proprio dall’interno di Israele, e soprattutto da quel giornalista coraggioso che risponde al nome di Gideon Levy.

Il quale è solo a
ricordarci che l’Europa, in questa maniera, sta perdendo il suo tradizionale ruolo di honest broker nel conflitto israelo-palestinese, schiacciandosi sulla posizione degli Usa e fornendo un cieco appoggio alle mille illegalità di Israele e al mostruoso boicottaggio di Gaza.

Resta davvero incomprensibile come debba essere un giornalista israeliano a rimproverarci perché veniamo a patti con una
occupazione criminale, anziché chiedere con forza il rispetto della legalità internazionale e quello dei più elementari diritti umani dei Palestinesi, divenendo in tal modo un semplice fantoccio degli Stati Uniti.

Ma tant’ è, l’Europa evidentemente ama Israele così tanto da negarsi la possibilità di una autonoma ed autorevole politica estera e da andare contro i propri interessi, ma anche contro gli interessi dello stesso Israele.

E, soprattutto, contro gli interessi della giustizia e della pace tra i popoli.

L’UNIONE EUROPEA PREFERISCE ISRAELE
21/06/2008

L’Unione Europea ha deciso ultimamente di rafforzare i propri rapporti economici, scientifici e tecnologici con Israele a tutti i livelli. La decisione permette alle compagnie israeliane di prendere parte ai progetti economici sostenuti dall’Unione, offrendo anche agli scienziati israeliani maggiori chance, rispetto al passato, di ottenere borse di ricerca finanziate dall’UE. Inoltre, a Israele è stata concessa la possibilità di partecipare direttamente ai programmi dell’Unione in campi come quello dell’istruzione, dell’ambiente e delle scienze aerospaziali.

Ciò è avvenuto malgrado l’opposizione dell’ANP e di alcuni paesi arabi (primo fra tutti l’Egitto) i quali hanno chiesto che questo rafforzamento su vasta scala dei rapporti con Israele fosse quantomeno condizionato a progressi concreti nel processo di pace. Gli arabi avevano anche chiesto, con minori speranze, che queste concessioni ad Israele fossero condizionate al congelamento della costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati.

L’Europa non ha ignorato del tutto questi appelli, tuttavia si è accontentata di accompagnare l’annuncio della decisione di accogliere di fatto Israele come un membro quasi a pieno titolo all’interno dell’Unione, con un appello generico e non vincolante che esorta lo stato ebraico a compiere passi volti a promuovere il processo di pace.

Quanto al nuovo accordo con Israele, esso è invece esplicito, vincolante, e preso all’unanimità – la stessa unanimità con cui l’Europa decise di boicottare la Striscia di Gaza dopo che Hamas ne aveva preso il controllo.

Dunque, forse per la prima volta nella storia dell’UE, le decisioni europee sono state dettate da criteri alquanto bizzarri. L’Europa, che afferma di sostenere i diritti umani ed i principi di libertà, boicotta i palestinesi, ovvero la parte che subisce l’occupazione, ed allo stesso tempo ricompensa la potenza occupante rafforzando i suoi rapporti scientifici ed economici con essa.

Inoltre, mentre fa di Israele un partner quasi a pieno titolo in campo economico, scientifico e tecnologico, offre agli arabi un progetto di ‘Unione per il Mediterraneo’ i cui obiettivi sembrano eminentemente politici, prevedendo l’adesione di Israele a prescindere dalle sorti del processo di pace.

Questi sviluppi sono parzialmente dovuti all’ascesa di nuovi leader, a livello europeo, maggiormente pronti a seguire i metodi e la visione politica di Washington, così come è stata definita dall’amministrazione Bush. Malgrado lo sbalorditivo fallimento di questa amministrazione a livello pratico, il linguaggio politico e le connessioni di pensiero che essa ha imposto (ad esempio stabilendo un legame fra al-Qaeda e Hamas, fra l’assenza di democrazia da un lato ed il rifiuto degli arabi di accettare Israele e la guerra al terrore dall’altro, ecc.) hanno avuto una profonda influenza sull’inconscio occidentale.

Ciò nonostante, bisogna dire che il rafforzamento delle relazioni scientifiche fra l’Europa ed Israele ebbe inizio fin dalla fine degli anni ’90, ovvero nel pieno dell’era di Chirac e Schroeder, in coincidenza con le crescenti difficoltà del processo di pace seguite all’arrivo di Netanyahu alla guida del governo in Israele.

Negli anni seguenti, l’Europa ebbe a disposizione numerosi strumenti di pressione per mezzo dei quali avrebbe potuto esortare Israele a porre fine alla sua devastante invasione della Cisgiordania durante la seconda Intifada – come ad esempio la revoca dei privilegi sul piano scientifico che abbiamo appena ricordato, o la reintroduzione del visto per gli israeliani che entrano nei paesi dell’Unione. Ma l’UE non fece neppure un accenno alla possibilità di ricorrere a simili strumenti. Non si può certamente far risalire tutto questo ai timori europei di una possibile reazione americana, visto che gli stessi Stati Uniti non hanno concesso ad Israele privilegi di questo genere. La cooperazione scientifica fra i due paesi è infatti relativamente contenuta, ed i cittadini israeliani possono entrare negli Stati Uniti solo disponendo del visto.

La verità è che l’Europa ha un interesse diretto nel rafforzare i rapporti con Israele, poiché ciò le torna utile in numerosi campi – come quelli dell’information technology e della programmazione informatica – per i quali Israele è considerata all’avanguardia.

Inoltre, le elite scientifiche ed intellettuali in Israele parlano lo stesso linguaggio parlato dai loro colleghi in Europa, ed hanno interessi simili, al contrario di quanto avviene nel mondo arabo, dove prevale un clima di isolamento scientifico, accompagnato da un progressivo scivolamento verso la chiusura intellettuale ed il fondamentalismo.

Sono queste le circostanze che hanno permesso ai principi politici di Bush di avere un’influenza concreta sui modi di vedere delle elite europee, malgrado i clamorosi fallimenti della sua amministrazione ed il crollo della sua popolarità.
E’ in queste circostanze che è maturata la decisione europea, malgrado la presenza di voci all’interno dello stesso Israele che hanno invitato l’UE a mostrare maggiore equilibrio, come ha fatto ad esempio il coraggioso giornalista Gideon Levy il quale, dalle pagine del quotidiano Haaretz del 17 giugno 2008, ha affermato che il rafforzamento dei rapporti, senza alcuna condizione, rappresenta una ricompensa per gli insediamenti, per l’assedio e per la riduzione alla fame dei palestinesi. “E’ in questo modo che l’Europa vuole vedere se stessa? ”, si chiede Levy.

E’ strano pensare che questo giornalista non sarebbe accolto, probabilmente, da nessuno dei nostri intellettuali, se giungesse in visita in Egitto, poiché una cosa del genere sarebbe vista come una normalizzazione dei rapporti! Noi continuiamo infatti a ritenere che azioni di questo genere – come accusare di tradimento un ministro che ha rapporti con Israele, o boicottare uno scrittore israeliano indipendentemente dai suoi orientamenti – possano influenzare veramente la politica di uno stato che è di fatto integrato a pieno titolo nell’Unione Europea in moltissimi campi. Fra le altre cose bizzarre, vi è poi il fatto che, se Levy fosse un giornalista egiziano, sarebbe probabilmente processato per quanto ha affermato, con l’accusa di aver danneggiato gli interessi nazionali! E’ questa un’altra ragione per cui il mondo fa a meno di noi.

Amr el-Zant è un astrofisico egiziano; è stato tra i fondatori del movimento pacifista egiziano

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5 Commenti:

Alle 28 giugno 2008 22:11 , Blogger arial ha detto...

c'è un altro aspetto che mi preoccupa: togliere il finanziamento Ue alle organizzazioni non governative israeliane ,arabe e palestinesi. Il termine odiatori di Israele è indirizzato dalla destra a loro

X files forse, ma il trafiletto che ho riportato mi inquietahttp://frammentivocalimo.blogspot.com/2008/06/i-traditori-gli-odiatori-di-israele_28.html

 
Alle 28 giugno 2008 23:45 , Blogger vichi ha detto...

x arial: ho letto il tuo articolo e condivido in pieno le tue preoccupazioni.
Con gli Usa e, ora, anche la Ue totalmente e acriticamente schierati a favore di Israele, resta da combattere la battaglia per i cuori e per le menti (per usare una frase ormai abusata) dei cittadini americani e soprattutto europei.
Non sfugge a nessuno, infatti, che Israele è, dopo l'Iran, il Paese considerato nel mondo più pericoloso per la pace, un "brand" assolutamente negativo nonostante gli sforzi della propaganda sionista.
Diventa così necessario far tacere le voci dissonanti, soprattutto quelle all'interno di Israele e del mondo ebraico, che certo non possono essere tacciate di antisemitismo o di non conoscere i problemi in campo.
Così si demonizzano i Carter, i Dugard, i Mearsheimer&Walt, etc., da una parte, e dall'altra si cerca di tagliare la linfa vitale dei finanziamenti a quelle ong senza la coraggiosa opera delle quali non si saprebbe nulla di ciò che accade in Palestina e degli abusi e dei crimini di Israele.
Non sapevo di Peace now, questa benemerita organizzazione in prima fila nella lotta contro l'espansione colonica, davvero sono costernato.
Dovremmo davvero attivarci tutti a far arrivare il nostro supporto finanziario a questi soggetti che operano per una pace giusta tra Israeliani e Palestinesi.
Un caro saluto,
Vichi

 
Alle 28 giugno 2008 23:45 , Blogger vichi ha detto...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

 
Alle 29 giugno 2008 07:33 , Blogger arial ha detto...

Questo commento è stato eliminato dall'autore.

 
Alle 28 luglio 2008 17:33 , Blogger arial ha detto...

Giorgio Forti
Occorre che l'UE promuova la pace in quella regione in modo effettivo, cioè prendendo una posizione di decisa critica al Governo israeliano, che si concreti nell'adozione di misure forti, come la sospensione dei rapporti economici e di particolare favore in tutti i campi, per indurre Israele a cessare la politica di durissima persecuzione contro i Palestinesi,che ha ormai superato il livello di guardia del genocidio, ed a arrivare rapidamente al ritiro di esercito e coloni dai territori palestinesi occupati e da Gaza. Solo in questo modo si potrà arrivare alla costituzione di uno Stato Palestinese, oppure di uno stato unico per i due popoli, come sceglieranno gli interessati in completa autonomia. Ma l'autonomia non è possibile senza il ritiro dell'esercito occupante, e la totale cessazione degli atti di inaudita inumanità che Israele sta praticando nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania. Continua

http://www.rete-eco.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2225:una-politica-estera-per-lunione-europea-&catid=1:rete-eco&Itemid=25

 

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