22 marzo 2012

L'unica vera sofferenza è quella degli ebrei


Già a caldo, mi avevano dato molto fastidio le reazioni e l’infuriata levata di scudi di numerose personalità israeliane ed ebraiche in tutto il mondo di fronte alle dichiarazioni di Catherine Ashton, rappresentante Ue per la politica estera, che si era limitata ad unire nel ricordo e nella commemorazione tutti i bambini e gli adolescenti vittime dell’odio e della cieca violenza, a Tolosa come un anno fa in Norvegia, in Siria come a Gaza.

Ma naturalmente tutto ciò risulta inaccettabile a quanti sostengono Israele e le sue politiche genocidarie con cieco fanatismo e senza alcun tentennamento, perché ai loro occhi non si può mettere sullo stesso piano l’assassinio di quattro innocenti, tre dei quali bambini, con i tragici “errori” saltuariamente commessi dall’esercito israeliano, che resta pur sempre l’esercito “più morale al mondo” e che compie “sforzi erculei” per evitare l’uccisione di civili durante i suoi raid quotidiani.

Analogo senso di fastidio e irritazione, credo, deve aver motivato Gilad Atzmon a scrivere l’articolo che segue, in cui si da conto delle reazioni alle affermazioni della Ashton, tutte improntate al criterio in base al quale la sofferenza degli ebrei è unica e insuperabile, e non può essere paragonata a nessun’altro dolore e sofferenza, tanto meno a quella dei palestinesi.

Ora, dispiace davvero dover fare queste considerazioni, soprattutto di fronte ad una tragedia come quella di Tolosa e alla morte di poveri innocenti, perché questo è il tempo in cui ci si dovrebbe raccogliere in un commosso silenzio e nella commemorazione di queste giovani vite che sono state spezzate dal gesto di un fanatico.

E, tuttavia, non si può tacere di fronte a certe dichiarazioni e a certi distinguo che mirano a delineare la superiorità morale di Israele quale paese che si limita a combattere il “terrorismo”, pur commettendo talvolta qualche piccolo errore scusabile.

A costoro vorrei ricordare, tra i tanti altri, il caso della piccola Iman al-Hams, la scolaretta tredicenne uccisa mentre andava a scuola con il suo zainetto da un gruppo di assassini della brigata Givati che avevano visto benissimo – come risulterà poi dalla registrazione delle conversazioni radio – che si trattava di una ragazzina impaurita e non di una terrorista. Una ragazzina che uscendo di casa non avrebbe mai potuto immaginare che sulla sua strada avrebbe incontrato un tagliagole, il Capitano R. (di questo infame nemmeno il nome abbiamo il diritto di conoscere…), che per “confermarne la morte” le avrebbe scaricato in corpo un intero caricatore.

Ma, a differenza di Tolosa, dove il folle assassino verrà assicurato alla giustizia e pagherà per il suo crimine, il Capitano R. non è mai stato condannato, nemmeno per uso illegale delle armi: come dire, licenza di uccidere, in fondo sono solo palestinesi!

E, ancora, pensando all’uccisione di Ayoub Asaliya, un ragazzino di soli 12 anni ucciso lo scorso 11 marzo da un raid aereo israeliano mentre era in campo aperto e si trovava in un’area sgombra da miliziani e da armati di alcun genere, che differenza c’è tra l’assassinio folle di una bambina uccisa da un colpo alla testa e quello asettico di un bambino da parte di un pilota che si limita a premere un bottone?

E dove risiede la ”superiorità morale” di chi ordina bombardamenti indiscriminati o autorizza l’uso del fosforo bianco e di altri armamenti proibiti in aree densamente popolate, con la certezza di causare numerose vittime civili, donne e bambini compresi? Al contrario, a fronte del gesto isolato di un fanatico ci troviamo di fronte a precise responsabilità della catena di comando politica e militare, ad un vero e proprio “terrorismo di stato”, a crimini contro l’umanità le cui vittime reclamano una giustizia che forse mai avranno.

Non sfugga, peraltro, che il vittimismo di cui gli israeliani sono formidabili maestri non è certo fine a sé stesso, ma punta ad ottenere ben precisi risultati politici. Non è un caso che comincino a circolare articoli come questo, in cui si accusa l’Europa di avere uno scarso senso morale e di essere cieca di fronte alla realtà mediorientale. Deplorando i pallidi tentativi della Ue di supportare i diritti del popolo palestinese e persino gli interventi in favore dei prigionieri in sciopero della fame, infatti, si cerca di mettere pressione sui rappresentanti istituzionali europei per convincerli ad adagiarsi comodamente sulle posizioni smaccatamente filo-israeliane dell’amministrazione Obama.

Bene ha fatto, dunque, il premier palestinese Salam Fayyad a intervenire con decisione, affermando che deve cessare l’uso strumentale della causa palestinese da parte di gruppi criminali di fanatici e che nulla può giustificare crimini orrendi come quello di Tolosa.

Ma non può certo essere consentito ad Israele di strumentalizzare le povere vittime di Tolosa per lavarsi le mani sporche del sangue di migliaia di palestinesi, vantando una superiorità morale (anche nei confronti di noi europei par di capire…) che non ha alcun fondamento nella realtà. Direi anzi che i fatti di ogni giorno mostrano proprio l’esatto contrario.

di Gilad Atzmon - 21 marzo 2012  
L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e le Politiche della Sicurezza ieri è stato criticato per aver messo a confronto l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di tre bambini e di un rabbino in un attentato in Francia con la situazione di Gaza. 

Alla conferenza “I profughi palestinesi nel Medio Oriente che cambia”, a Bruxelles, la baronessa Ashton ha descritto gli omicidi di Tolosa come una “terribile tragedia”, ma poi ha aggiunto: “quando vediamo quel che accade a Gaza e in varie parti del mondo – ricordiamo i giovani e i bambini che perdono le loro vite”.

Apparentemente alcuni importanti leader ebrei e israeliani non potevano essere maggiormente in disaccordo. Per essi la sofferenza degli ebrei supera ogni altra sofferenza e in particolare quella dei palestinesi.

Il London Jewish Chronicle ha citato alcuni dei critici indignati. “Anche se lette nel loro contesto, le parole della Ashton sono più che inaccettabili”, ha detto Oliver Worth, il presidente dell’Unione Mondiale degli studenti ebrei in Gran Bretagna. Egli ha affermato che tali parole sono state “veramente scandalose e ripugnanti” e le ha chiesto di dimettersi avendo “perso ogni credibilità”. E tuttavia, il sig. Worth non spiega perché sia “scandaloso e ripugnante” mettere sullo stesso piano la sofferenza ebraica con quella palestinese. 

“I commenti della baronessa Ashton sono ad un tempo stupidi e del tutto inappropriati” ha detto il direttore generale del Comitato dei Rappresentanti, tuttavia anch’egli non ha fornito alcuna motivazione. 

“Non c’è assolutamente alcuna equivalenza tra la situazione di Gaza e lo spietato assassinio a sangue freddo del rabbino Jonathan Sandler e di tre bambini” ha detto Stefan Kerner, direttore per gli affari pubblici della Federazione Sionista. E io mi chiedo perché non vi sia alcuna “equivalenza”, è perché gli ebrei devono ancora ritirarsi da Tolosa? O forse il sig. Kerner si aspetta in realtà che siano i francesi a ritirarsi da Tolosa, lasciandola al rabbino Sandler e a pochi altri ebrei? Evidentemente trovo davvero difficile continuare a seguire la logica sionista.

Il rabbino ha aggiunto: “per una persona nella posizione della Baronessa Ashton è vergognoso perfino il giudicare i propri commenti come appropriati. Dovrebbe ritirare immediatamente le proprie dichiarazioni e scusarsi senza riserve per le offese che ha arrecato”. E io mi chiedo perché gli ebrei considerino offensivo che qualcuno equipari il loro dolore alle sofferenze dei Goyim. Davvero il rabbino ritiene che le sofferenze degli ebrei siano in qualche modo superiori?

Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri israeliano, ha detto di considerare le sue osservazioni come “inappropriate”. Ha affermato che spera che la Ashton le riesamini e le ritiri”. E io mi chiedo quale tipo di ritrattazione farebbe piacere al governo israeliano. Davvero si aspettano che la baronessa Ashton accetti che la sofferenza degli ebrei sia la massima forma del dolore umano? 

Anche il criminale di guerra israeliano nonché leader dell’opposizione Tzipi Livni ha cercato di offrire qualche ragionamento. Ella ha descritto il commento della Ashton come “biasimevole, irritante e sbagliato” nel delineare un qualsiasi collegamento “tra l’assassinio dei bambini a Tolosa e il massacro che Assad sta conducendo in Siria e la situazione a Gaza”. La Livni tanto per cambiare può aver ragione, il crimine commesso a Gaza dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico è infatti unico nella storia della brutalità. Anche il fatto che il 94% della popolazione ebraica israeliana appoggiasse le tattiche di genocidio dell’Idf al tempo dell’operazione Piombo Fuso è anch’esso davvero unico. E i crimini di guerra israeliani sono davvero di una crudeltà senza eguali e senza paragone. 

Ma la Livni non si è fermata  solo lì, ha cercato di qualificare le proprie affermazioni. “Un delitto dettato dall’odio o un leader che uccide il suo popolo non sono la stessa cosa di un paese che combatte il terrorismo, anche se i civili vengono colpiti”. Secondo la Livni, la baronessa non è riuscita a fare “l’appropriata distinzione morale”. Per cominciare non sappiamo ancora cosa abbia portato ai tragici eventi di Tolosa. Tuttavia, il fatto che Israele definisca i palestinesi come “terroristi” serve ancora a fornire allo stato ebraico una scusa morale per trucidare la popolazione indigena di quella terra e per prevaricare ogni diritto umano possibile. 

Credo che noi tutti stiamo diventando impermeabili alla logica politica ebraica. Ma può darsi che questo sia un altro sintomo della sionizzazione della nostra realtà. D’ora in poi ci si aspetta che noi obbediamo.

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19 gennaio 2012

Diplomatici Ue: necessario dividere Gerusalemme

Gli inviati della Ue presso l’Autorità palestinese già da tempo hanno preparato un rapporto che contiene alcune prime, e molto parziali, misure da adottare per cercare di frenare l’inarrestabile espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Tali misure prevederebbero tra l’altro, secondo quanto riportato da Ynet, l’inserimento dei coloni violenti in una “lista nera” e il divieto di intrattenere rapporti economici con aziende israeliane aventi sede o operanti a Gerusalemme est.

Ma, soprattutto, i diplomatici Ue esprimono la loro preoccupazione che la continua espansione delle colonie israeliane impedisca di conseguire la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, e sottolineano come una pace durature presupponga la necessità di dividere Gerusalemme.

Sarebbe un buon inizio, se solo i Paesi membri della Ue si decidessero ad adottare le misure proposte dal documento…

Inviati europei: inserire i coloni israeliani in una lista nera

Gli inviati europei redigono un duro rapporto che mira a fare pressioni affinchè Israele cambi politica in Cisgiordania e chiede che i coloni violenti vengano iuseriti in una “lista nera” e che Gerusalemme venga divisa.

di Elior Levy – 18.1.2012

L’Europa dichiara guerra ai coloni? I capi delle delegazioni dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese hanno elaborato un documento contenente dure raccomandazioni allo scopo di rafforzare il controllo dell’Autorità palestinese su Gerusalemme est e di premere su Israele affinché modifichi le sue politiche in Cisgiordania.

Il severo documento, le cui parti essenziali vengono pubblicate per la prima volta, è stato acquisito da Ynet.

Le raccomandazioni includono la preparazione di una “lista nera” di coloni considerati violenti, al fine di poter valutare successivamente la possibilità di vietarne l’ingresso nell’Unione europea. Il documento chiede anche di incoraggiare una maggiore attività e rappresentanza dell’Olp a Gerusalemme est.

Il rapporto, inoltre, raccomanda alle maggiori autorità Ue in visita a Gerusalemme est di astenersi dal farsi scortare da rappresentanti ufficiali israeliani o da personale della sicurezza.

“Gerusalemme deve essere divisa”

I funzionari, inoltre, sono sollecitati a dare disposizioni alle aziende turistiche europee di astenersi dal fornire supporto alle imprese israeliane situate a Gerusalemme est e ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica europea sui prodotti israeliani che provengono dagli insediamenti o da Gerusalemme est.

Un diplomatico occidentale ha detto a Ynet che gli europei sono ben consapevoli delle implicazioni di queste ultime raccomandazioni. Egli ha anche espresso la speranza che il documento incoraggi la Ue a intraprendere iniziative concrete per porre fine all’espansione degli insediamenti colonici, ivi compresa una legislazione che vieti le transazioni finanziarie che riguardano la costruzione delle colonie.

Un documento redatto dai capi delegazione esprime preoccupazione per l’aumento dell’attività edilizia israeliana a Gerusalemme est, che secondo gli inviati europei compromette la possibilità di raggiungere la soluzione a due stati. Senza la divisione di Gerusalemme, che dovrebbe fungere da capitale sia per Israele sia per la Palestina, sarebbe impossibile assicurare una pace durevole, hanno scritto gli inviati europei. (…)

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11 gennaio 2011

I diplomatici Ue: Gerusalemme est capitale palestinese!

Proprio all’indomani della demolizione, da parte israeliana, di un’ala dello storico Shepherd Hotel, nel popoloso quartiere arabo di Sheikh Jarrah – per farvi posto a 20 nuove unità abitative da destinare ai coloni israeliani – il quotidiano Ha’aretz da notizia di un rapporto redatto dai capi delle missioni diplomatiche dell’Unione europea a Gerusalemme e a Ramallah in cui si suggeriscono iniziative senza precedenti per contrastare e, in certo qual modo, sanzionare la giudaizzazione di Gerusalemme est.

Partendo dall’ovvio presupposto che non vi sarà mai pace tra Israeliani e Palestinesi senza che questi ultimi possano avere uno stato con Gerusalemme est come capitale, i consoli dell’Unione europea si spingono a suggerire una vera e propria svolta nei rapporti con Israele e nell’atteggiamento europeo rispetto all’occupazione israeliana, arrivando a suggerire misure come il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est o il divieto di ingresso nei paesi Ue per i coloni “violenti”.

E’ un primo segno di risveglio dell’Unione europea di fronte alla situazione di totale illegalità che connota l’occupazione israeliana dei territori palestinesi, un segnale che rischia di arrivare tardi se consideriamo che a Gerusalemme est e nelle aree della West Bank annesse alla municipalità dopo il 1967 vivono ormai ben 190.000 Israeliani, a fronte di 250.000 Palestinesi ivi residenti.

Rimane da sperare che i suggerimenti dei diplomatici spingano finalmente i governi della Ue ad abbandonare la tradizionale pavidità e a costringere Israele, una volta per tutte, a rientrare nell’alveo della legalità internazionale.

DIPLOMATICI UE SOSTENGONO CHE GERUSALEMME EST DOVREBBE ESSERE TRATTATA COME LA CAPITALE PALESTINESE.

I consoli dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese raccomandano il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est, chiedono che funzionari della Ue siano presenti durante la demolizione delle case e le evacuazioni.

di Nir Hasson

Gerusalemme est dovrebbe essere trattata come la capitale dello Stato palestinese, secondo un rapporto redatto dai capi delle missioni diplomatiche europee a Gerusalemme e a Ramallah. Il rapporto include varie altre raccomandazioni senza precedenti per l’Unione europea per quanto riguarda il suo atteggiamento nei confronti di Gerusalemme est.

I diplomatici europei, soprattutto consoli, raccomandano inoltre che i funzionari e i rappresentanti politici della Ue si rifiutino di recarsi presso gli uffici governativi israeliani dislocati al di là della Green Line e declinino ogni misura di sicurezza da parte israeliana a Gerusalemme est sia nella Città Vecchia sia altrove.

Il rapporto, completato il mese scorso, è stato inviato a Bruxelles al principale organismo di politica estera della Ue, il Comitato per la Politica e la Sicurezza. Al momento non è stato divulgato, chiaramente a causa della delicatezza del suo contenuto.

Il rapporto dei diplomatici discute anche della possibilità di vietare l’ingresso nei paesi della Ue ai “coloni violenti di Gerusalemme est”. Per quanto riguarda il commercio, si raccomanda di incoraggiare il boicottaggio dei prodotti israeliani provenienti da Gerusalemme est.

La prima parte del rapporto descrive nei dettagli la costruzione e l’espansione degli insediamenti colonici a Gerusalemme est, la violazione dei diritti umani dei Palestinesi che risiedono nella parte orientale della città, così come la disuguaglianza in materia di istruzione e di servizi sanitari a disposizione dei Palestinesi. Il rapporto conclude che, al di là del loro significato umanitario, queste condizioni indeboliscono il controllo dei Palestinesi sulla città.

Le critiche europee alla politica israeliana nei territori e, in particolar modo, a Gerusalemme est, non sono nuove. Ma il cambiamento radicale contenuto nel rapporto lo si può vedere nelle misure operative che esso raccomanda, che di fatto pongono le basi per imporre sanzioni contro Israele.

Ad esempio, il documento propone che gli alti funzionari della Ue in visita non si avvalgano delle aziende israeliane operanti a Gerusalemme est, come alberghi e aziende di trasporto, e che non visitino i siti archeologici gestiti dalle “organizzazioni pro-coloni” (un riferimento al Parco Nazionale “Città di Davide”).

Il rapporto continua suggerendo di promuovere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui prodotti provenienti dalle colonie, “per esempio fornendo assistenza ai principali rivenditori della Ue in materia di etichettatura di origine per i prodotti delle colonie”, e di informare i cittadini della Ue sui “rischi finanziari derivanti dall’acquisto di proprietà nei territori occupati di Gerusalemme est”.

I diplomatici raccomandano, inoltre, che la Ue incoraggi Israele a consentire la riapertura degli uffici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) a Gerusalemme est, in linea con quanto previsto dalla road map. Israele ha chiuso le istituzioni dell’OLP durante la seconda Intifada.

Per il rapporto, inoltre, i diplomatici Ue sono chiamati a esprimere grande preoccupazione circa lo stato dei servizi di emergenza previsti per gli Arabi di Gerusalemme est durante i loro incontri con gli alti funzionari israeliani.

Il rapporto aggiunge che funzionari della Ue dovrebbero essere presenti in occasione della demolizione di case o della loro evacuazione, così come ai processi su tali questioni, nonché “assicurare l’intervento della Ue in caso di arresto o di intimidazione dei Palestinesi da parte delle autorità israeliane a causa delle loro pacifiche attività culturali, sociali o politiche a Gerusalemme est.”.

Il rapporto raccomanda, infine, che l’Unione europea “incoraggi i paesi arabi a riconoscere la dimensione multiculturale di Gerusalemme, ivi compreso il patrimonio culturale ebraico e cristiano”.

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21 agosto 2010

Israele nella Ue? Già fatto!

Molti ricorderanno come il premier italiano Berlusconi, in occasione di una recente visita in Israele, abbia ribadito la propria volontà di adoperarsi per favorire l’ingresso di Israele nell’Unione Europea (un vecchio cavallo di battaglia dei radicali, in realtà).

Naturalmente si trattava solo di belle parole adatte alla circostanza, perché né la Ue né Israele hanno intenzione di formalizzare un simile passo. Anzitutto, perché è chiaro che Israele dovrebbe prima rinunciare ai Territori occupati e rientrare nell’alveo della legalità internazionale.

L’ingresso israeliano nel club europeo, inoltre, dovrebbe fondarsi sulle quattro libertà di circolazione della Ue: delle persone, delle merci, del denaro e dei servizi. Cose che Israele non è assolutamente pronto ad autorizzare.

E, infine, l’adesione di Israele alla Ue mal si concilia con il regime di apartheid vigente nei Territori palestinesi e con l’elevato tasso di discriminazione razziale che permea la legislazione e la pratica amministrativa israeliane.

E, tuttavia, Israele ha di fatto con i Paesi europei legami fortissimi da un punto di vista politico, economico e, soprattutto, militare, tali da averlo fatto divenire – in maniera informale e soprattutto “silenziosa” – un vero e proprio Stato-membro della Ue.

Di questo tratta l’articolo pubblicato il 31 luglio da Robert Fisk sull’Independent, qui proposto (con qualche correzione) nella versione offerta dal sito ComeDonChisciotte.

Israele si è insinuato nell’Unione Europea senza che nessuno se ne accorgesse.

La morte di cinque soldati israeliani 2 settimane fa a causa di un incidente d’elicottero in Romania non ha fatto notizia.

C’era in corso una esercitazione Nato-Israele. Bene, allora è tutto ok. Immaginate ora se a morire in un incidente d’elicottero in Romania questa settimana fossero stati cinque soldati di Hamas. A questo punto staremmo ancora ad indagare su questo straordinario fenomeno. Come potrete notare, non sto paragonando Israele ad Hamas. Israele è il paese che 19 mesi fa ha massacrato a Gaza in tutta legittimità più di 1300 palestinesi - di cui più di 300 bambini - mentre i cattivi, succhiatori di sangue e terroristi membri di Hamas hanno ucciso 13 israeliani (3 di essi in realtà si sono uccisi accidentalmente tra di loro).

Ma c’è un parallelo. Richard Goldstone, l’eminente giudice ebreo sudafricano, nella sua inchiesta per conto dell’Onu sul bagno di sangue a Gaza è giunto alla conclusione che entrambe le parti hanno commesso crimini di guerra – egli è stato, come è ovvio, correttamente definito come “il male” da ogni sorta di sostenitori di Israele negli Usa giustamente indignati, il suo eccellente rapporto è stato rifiutato da 7 governi della Ue - pertanto una domanda nasce spontanea. Cosa sta facendo la Nato quando gioca a combattere con un esercito accusato di crimini di guerra?

O, più precisamente, cosa diavolo fa la Ue quando cerca di ingraziarsi gli Israeliani? In un libro straordinario, dettagliato - forse leggermente esasperante - che uscirà a novembre, l’instancabile David Cronin presenta un’analisi minuziosa sui “nostri” rapporti con Israele. Ho da poco terminato la lettura del manoscritto, e mi ha lasciato senza parole. Come scrive nella prefazione: “Israele ha sviluppato dei legami politici ed economici con la Ue negli ultimi 10 anni talmente forti da essere divenuto uno stato membro dell’unione in tutto tratte che nominalmente.” A dir la verità è stato lo stesso Javier Solana, capo della politica estera dell’Unione Europea (già segretario generale della Nato) a dichiarare lo scorso anno che “Israele, consentitemi di dirlo, è un membro dell’Unione Europea senza essere membro dell’istituzione”.

Scusate, per caso ne eravamo a conoscenza? Abbiamo votato per questo? Chi ha permesso che ciò accadesse? È possibile che David Cameron - adesso convinto sostenitore dell’ingresso della Turchia nella UE - sia d’accordo con ciò? Probabilmente sì, visto che continua a dichiararsi amico di Israele dopo che questo paese ha fornito una eccellente serie di passaporti britannici falsi per i suoi assassini a Dubai. Come afferma Cronin: “La Ue si mostra vile nei confronti di Israele, in netto contrasto con le ferme posizioni adottate quando atrocità anche maggiori si sono verificate in altri conflitti”. Per esempio, dopo la guerra russo-georgiana nel 2008, la Ue ha incaricato una missione indipendente per sapere se il diritto internazionale fosse stato violato, e ha preteso un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti dell’uomo dopo la guerra dello Sri Lanka contro le Tigri Tamil. Cronin non nega la responsabilità dell’Europa nell’Olocausto e accetta che ci sarà sempre una sorta di “dovere morale” per i nostri governi affinché ciò non accada di nuovo – anche se ho notato che Cameron ha dimenticato di menzionare l’Olocausto armeno del 1915 quando questa settimana ha leccato i piedi ai Turchi.

Ma non è questo il punto. Nel 1999, le vendite di armi britanniche ad Israele – una nazione che occupa la Cisgiordania (e Gaza) e che costruisce colonie illegali solo ed esclusivamente per ebrei in terra araba - hanno sfiorato gli 11,5 milioni di sterline, per raddoppiare in due anni fino a raggiungere un totale di 22,5 milioni di sterline. Si tratta di armi leggere, di kit di granate pronte per il montaggio e di equipaggiamenti per aerei da combattimento e per carri armati. C’è stato qualche rifiuto quando Israele nel 2002 ha utilizzato contro i Palestinesi carri Centurion modificati, ma nel 2006, l’anno in cui Israele ha massacrato altri 1300 Libanesi, quasi tutti civili, durante l’ennesima crociata contro il “terrorismo mondiale” di Hezbollah, la Gran Bretagna ha concesso più di 200 licenze per l’esportazione di armi.

Certamente alcune attrezzature britanniche sono dirette ad Israele passando per gli Usa. Nel 2002, la Gran Bretagna ha fornito un “head-up display” (o semplicemente HUD, un tipo di display che permette di controllare i dati di volo, senza visualizzare i diversi strumenti di cabina, n.d.t.), creato dalla BAE Systems per Lockheed Martin, subito istallato sui caccia-bombardieri F-16 destinati ad Israele. La Ue non si è opposta. È da aggiungere che, nello stesso anno, i Britannici hanno ammesso di aver provveduto alla formazione di 13 membri dell’esercito israeliano. All’epoca della guerra in Libano nel 2006, aerei Usa che trasportavano armi per Israele fecero rifornimento in aeroporti britannici (e, ahimé, sembra anche in aeroporti irlandesi). Durante i primi tre mesi del 2008, abbiamo fornito licenze di esportazione d’armi a Israele per un totale di 20 milioni di sterline, giusto in tempo per l’attacco contro Gaza. Gli elicotteri Apache utilizzati contro i Palestinesi, a detta di Cronin, contengono pezzi fabbricati da SPS Aerostructures nel Nottinghamshire, da Smiths Industries a Cheltenham, da Page Aerospace nel Middlesex e da Meggit Avionics nell’Hampshire.

Devo continuare? Israele, per inciso, è stato elogiato dalla Nato per il suo aiuto “logistico” in Afghanistan – dove annualmente uccidiamo persino più Afgani rispetto ai Palestinesi usualmente uccisi dagli Israeliani - il che non sorprende affatto visto che il capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi ha visitato la sede Nato a Bruxelles per discutere di legami più stretti con la Nato. E Cronin spiega in maniera convincente uno straordinario – quasi oscenamente bello - accordo finanziario in “Palestina”. La Ue stanzia milioni di sterline di fondi comunitari per i progetti nella striscia di Gaza. Questi sono regolarmente distrutti dalle armi israeliane di fabbricazione americana. Funziona così. I contribuenti europei sborsano per i progetti, i contribuenti americani per le armi che Israele usa per distruggerli. In seguito i contribuenti della Ue sborsano per la ricostruzione dell’intero lotto. E i contribuenti americani… Insomma avete capito. Israele, fra l’altro, ha già un “programma di cooperazione particolare” con la Nato, che gli consente di accedere alle risorse informatiche dell’organizzazione.

A conti fatti, è bene avere un alleato solido come Israele dalla nostra parte, anche se il suo esercito è una marmaglia e alcuni dei suoi uomini criminali di guerra. A questo punto, perché non domandare anche a Hezbollah di unirsi alla Nato - immaginate quanto i nostri ragazzi in Helmand potrebbero beneficiare delle sue tattiche di guerriglia. E poiché gli elicotteri Apache israeliani uccidono spesso dei civili libanesi - come nel 1996, quando un’ambulanza che trasportava donne e bambini è stata distrutta da un missile aria-terra Boeing Hellfire AGM 114C - speriamo che i Libanesi possano sempre vedere di buon occhio i cittadini delle contee di Nottingham, del Middlesex, del New Hampshire e, naturalmente, di Cheltenham.

Robert Fisk

(Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARTINA PALAZZO)

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3 dicembre 2008

Nessun accordo con questo Israele!

Domani, 4 dicembre, la sessione plenaria del Parlamento europeo dovrebbe assumere una decisione sull’eventuale rafforzamento dei rapporti tra la Ue e Israele.

Si tratta, in sostanza, di adottare un nuovo protocollo di cooperazione che offrirebbe ad Israele il pieno accesso a tutta una serie di programmi di ricerca scientifica, tecnica e accademica, offrendo uno Statuto di quasi membro della Ue ad un Paese che viola da decenni svariate risoluzioni Onu, che continua indisturbato la costruzione in territorio palestinese del muro di “sicurezza” dichiarato illegale dall’ICJ dell’Aja, che viola i diritti umani dei Palestinesi e commette quotidiani crimini di guerra nei Territori occupati, che discrimina sistematicamente le minoranze arabe presenti nel suo territorio.

Come ha affermato qualche giorno addietro il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad, a partire da Annapolis e nonostante le solenni decisioni assunte in quella sede, Israele continua a non adeguarsi in nulla alla legalità internazionale e agli impegni dettati dalla Road Map; in particolare, l’attività di espansione degli insediamenti colonici nella West Bank continua indisturbata, aumentano i checkpoint, gli arresti e le demolizioni di case, e l’assedio della Striscia di Gaza e la letterale riduzione alla fame di un milione e mezzo di Palestinesi rappresenta un inaudito abominio e un gravissimo crimine di guerra.

In questo quadro, decidere di rafforzare ulteriormente i legami tra la Ue e Israele significherebbe mandare alla leadership e all’elettorato israeliani il chiaro messaggio che l’Europa sarà comunque al fianco di Israele e ne promuoverà una lenta ma costante marcia di avvicinamento e di integrazione, e ciò indipendentemente dai comportamenti concreti di Israele e dal progredire o meno del processo di pace con i Palestinesi.

Ieri il Ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, davanti alla Commissione esteri del Parlamento europeo preparatoria di quella plenaria di domani, non ha avuto per niente toni concilianti, ed anzi, a fronte delle legittime preoccupazioni europee riguardo all’espansione degli insediamenti colonici in Cisgiordania e a Gerusalemme est, ha fermamente dichiarato che il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi riguarda solo le due parti, e che non sono ben accette “interferenze” esterne: il che, in soldoni, significa affermare che si vuole mano libera per continuare negoziati di pace inutili e dilatori mantenendo, nel contempo, ben stretta la presa sui territori palestinesi e sulle loro risorse, e continuando l’odiosa e criminale occupazione militare che perdura da più di quarant’anni.

Tutto ciò non è ammissibile e, lungi dal decidere sul consolidamento delle relazioni, la Ue dovrebbe denunciare l’Accordo di associazione che la lega ad Israele, e che è subordinato – molti fingono di dimenticarlo – al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici cui si ispira la loro politica interna ed internazionale”.

Non è accettabile che la Ue promuova relazioni di alcun tipo con un vero e proprio Stato-canaglia, che pratica l’assassinio “mirato”, che viola la legalità internazionale, che viola costantemente i più basilari diritti umani dei Palestinesi, ivi incluso quello alla salute e all’integrità fisica, che pone in essere un infame assedio a un milione e mezzo di civili indifesi e abbandonati, cui non consente nemmeno l’accesso agli aiuti umanitari, che pratica sistematicamente la tortura, che utilizza l’arma del ricatto contro i malati, subordinando la possibilità di espatrio per curarsi alle informazioni rese ai servizi segreti.

E per questo che siamo chiamati a esercitare una ferma pressione, in ogni modo possibile, nei confronti dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo, perché votino contro questo accordo vergognoso.

Segue un facsimile di lettera da inviare al gruppo politico di riferimento.

Gentile Membro del Parlamento europeo,

come elettore del Suo collegio e come angosciato cittadino del mondo, La esorto a votare contro l’Accordo di Associazione Ue-Israele il prossimo 4 dicembre. Questo accordo comprende il rafforzamento di un’ampia gamma di rapporti con Israele – incluse le relazioni economiche, commerciali, accademiche, sulla sicurezza e diplomatiche – in un momento in cui l’Unione europea dovrebbe ritenere responsabile e contestare ad Israele le persistenti violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

La Ue è ben consapevole dell’occupazione illegale israeliana di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e della massiccia colonizzazione di quest’ultima; gli Stati-membri della Ue, peraltro, hanno sempre regolarmente votato le risoluzioni Onu di condanna verso Israele per le violazioni dei diritti umani, le punizioni collettive e la costruzione e l’espansione degli insediamenti colonici e del muro di “sicurezza”. Nel 2002, inoltre, il Parlamento europeo ha votato la sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele a causa delle violazioni dei diritti umani poste in essere da Israele. Dal momento che tali violazioni persistono, non vi è ragione per la Ue di modificare la propria decisione.

Israele mantiene ancora, da più di un anno, il suo criminale assedio a Gaza – descritto dall’attuale Relatore Speciale dell’Onu per i Diritti Umani Richard Falk come un “preludio al genocidio” – che è già costato la vita a centinaia di malati, specialmente bambini ed anziani, a cui è stato negata la libertà di recarsi all’estero per ottenere cure mediche adeguate. L’assedio israeliano ha intenzionalmente e sistematicamente impoverito centinaia di migliaia di Palestinesi di Gaza, più del 50% fino adesso, costringendo alla chiusura gran parte del settore industriale e rovinando l’agricoltura. La maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e l’economia è completamente al collasso; la malnutrizione dei bambini è in rapido aumento, come testimoniato da vari rapporti Onu.

Israele, inoltre, ha costantemente violato i diritti umani più basilari attraverso l’accerchiamento e il trasferimento forzoso di intere comunità palestinesi dietro il muro di “sicurezza” illegale, l’imprigionamento di migliaia di Palestinesi senza processo e la sua politica degli assassinii extra-giudiziari. Israele si è anche ostinatamente rifiutato, per oltre 60 anni e nonostante i suoi obblighi derivanti dal diritto internazionale, di riconoscere e di rendere effettivo il diritto di milioni di rifugiati palestinesi a ritornare nelle proprie case, come stabilito dalla risoluzione Onu n.194. Da ultimo, Israele in questi anni ha posto in essere un sistema legislativo e amministrativo caratterizzato dalla discriminazione razziale verso i Palestinesi con cittadinanza israeliana in settori vitali quali l’accesso alla terra e all’impiego, soltanto perché essi sono dei “non Ebrei”.

Ciò premesso, sono sgomento per il fatto che la Ue rifiuti di adottare concrete azioni di condanna contro Israele in relazione a ciascuno di questi addebiti. La Ue, al contrario, si propone di chiudere gli occhi di fronte alle violazioni israeliane dei diritti dei Palestinesi approfondendo le sue relazioni con la potenza occupante. Questi accordi di cooperazione, che accresceranno i legami di Israele con la comunità internazionale, sono uno dei principali motivi del persistere dell’occupazione, dell’esodo forzato e delle sistematiche discriminazioni razziali contro il popolo palestinese. Impegnandosi in questi accordi, la Ue manda il messaggio che, in realtà, essa passa sopra al regime di apartheid israeliano e non contesterà ad Israele le sue gravi violazioni dei diritti dei Palestinesi.

La esorto, pertanto, come deputato del Parlamento europeo e in tutta coscienza, a votare contro l’Accordo di Associazione Ue-Israele. Nel far questo, Lei avrà accolto l’appello del Comitato Nazionale palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BNC), che rappresenta l’intero spettro della società civile palestinese, e che è stato appoggiato da oltre 100 organizzazioni internazionali, per esercitare pressioni su Israele ed isolarlo, anziché rafforzare i legami con esso (http://www.bdsmovement.net/?q=node/179). Questo appello è stato accolto anche da padre Miguel D’Escoto Brockmann, Presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, il quale ha esortato le Nazioni Unite a considerare di seguire l’iniziativa di questa generazione della società civile che chiama ad una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per costringere Israele a porre termine alle sue violazioni.

Credo che sia giunta l’ora, con il Suo aiuto, che anche la Ue adotti questa posizione.

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26 giugno 2008

Il funesto idillio tra la Ue e Israele.

Il 13 e il 14 luglio prossimi si svolgerà a Parigi un vertice che dovrebbe sancire la nascita di quella Unione per il Mediterraneo (UPM) così fortemente voluta dal Presidente francese Sarkozy.

E, tuttavia, vi sono numerosi paesi che mostrano perplessità sul percorso disegnato dalla Francia, sia in Europa (in primis la Germania) sia all’interno del mondo arabo (Algeria, Libia).

Il progetto di riavvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo è stato formalmente avviato nel 1995, sotto il nome di Euromed, con il processo di Barcellona; si trattava dell’incontro dei Quindici della Ue con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, condotto su un duplice binario riguardante lo sviluppo economico e la cooperazione nel campo della sicurezza.

Ma, ancora una volta, l’ostacolo più ingombrante lungo questo cammino si è dimostrato essere l’irrisolto conflitto israelo-palestinese, e in questi giorni molti, all’interno del mondo arabo ma non solo, hanno aspramente criticato la decisione dell’Unione europea di migliorare e intensificare ulteriormente i propri rapporti con Israele.

Su questo aspetto verte l’articolo che segue, pubblicato il 21 giugno sul magazine egiziano al-Masry al-Youm e qui riportato nella traduzione offerta dal sito arabnews.

Il 16 giugno, infatti, i Capi di Stato dell’Unione europea all’unanimità hanno deciso di stringere ulteriormente i rapporti con Israele in tutta una serie di campi, dall’economia al commercio, dalla ricerca alla giustizia, ivi incluso un ulteriore rafforzamento dei rapporti diplomatici tra le due parti.

Questa indubbia vittoria per Israele è frutto dell’intenso lavoro della diplomazia israeliana, che è riuscita a porre in secondo piano le critiche provenienti dal mondo arabo e persino dal premier palestinese “amico” Salam Fayyad, il quale aveva chiesto che questo rafforzamento delle relazioni tra la Ue e Israele fosse almeno subordinato alla cessazione dell’intensa attività di costruzione in atto negli insediamenti colonici.

Inutilmente
Fayyad aveva ricordato le dichiarazioni ufficiali della stessa Ue, secondo cui l’espansione degli insediamenti colonici “ovunque nei Territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est, è illegale” e “minaccia la fattibilità di una soluzione concordata a due Stati”. Anzi, per questo, è stato “punito” dal governo israeliano che si è subito vendicato trattenendo circa 20 dei 75 milioni di dollari dalle rimesse mensili di tasse e imposte spettanti all’Anp.

Come contentino, il premier palestinese ha ottenuto una semplice dichiarazione del Commissario europeo per le relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, secondo cui “l’espansione delle colonie ebraiche è una seria minaccia sia al processo di pace, sia alla possibilità di un futuro Stato palestinese”; la Ferrero-Waldner, tuttavia, si è subito premurata di sottolineare come la cessazione di ogni attività di espansione degli insediamenti colonici non costituisca affatto una precondizione al miglioramento dei rapporti con Israele.

Anziché, dunque, andare verso una auspicabile
sospensione dell’accordo euromediterraneo tra la Ue e Israele, i governi europei prendono la direzione esattamente opposta; eppure, come avevamo già ricordato, l’art.2 dell’accordo prevede che “le relazioni tra le parti … si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale, e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.

Solo vuote affermazioni di principio, dunque.

Al pari di quelle contenute nella Dichiarazione di Barcellona, sottoscritte tra l’altro dall’attuale ministro della difesa israeliano Ehud Barak, che impegnavano (o meglio, avrebbero dovuto impegnare) i Paesi firmatari ad “agire in accordo con la Carta delle Nazioni Unite e con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come pure degli altri obblighi sanciti dalla legge internazionale”, a “promuovere lo stato di diritto e la democrazia nei propri sistemi politici…”, a “rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali e a garantirne l’effettivo esercizio legittimo, ivi comprese la libertà di espressione, la libertà di associazione per scopi pacifici…”.

Eppure le violazioni da parte di Israele del diritto internazionale, dei diritti umani dei Palestinesi e delle stesse direttive europee sono state, e sono, numerose e rilevanti.

Senza voler ricordare le violazioni del diritto umanitario connesse all’assedio della Striscia di Gaza, ai quotidiani raid di Tsahal e all’assassinio indiscriminato di
civili, basterebbe citare:
- la violazione delle risoluzioni Onu e della road map determinata dall’attività di espansione in corso in almeno 101 insediamenti colonici (esclusa l’area di Gerusalemme), nonché le gare d’appalto pubblicate per oltre 840 nuove unità abitative nel periodo successivo ad Annapolis (a fronte delle 138 pubblicate negli 11 mesi precedenti);
- la distruzione di 185 strutture palestinesi, di cui 85 di tipo residenziale, nei primi 4 mesi successivi ad Annapolis;
- l’ulteriore incremento rilevato nei check point e negli altri ostacoli alla circolazione in Cisgiordania, che ora superano il numero di 600;
- il rifiuto di Israele di aderire al parere dell’Icj dell’Aja – fatto proprio da un voto dell’Assemblea Generale dell’Onu – che stabilisce la illegalità del muro di “sicurezza” per la parte costruita al di là della green line e ne chiede la immediata demolizione;
- la violazione delle norme dell’accordo euromediterraneo per quanto attiene ai prodotti provenienti dagli insediamenti colonici, anche con riguardo ai sussidi illegali riconosciuti dallo Stato israeliano ai coloni sotto forma di rimborso delle tasse pagate per l’esportazione.

Non bastano più le generiche dichiarazioni di principio non supportate da efficaci sanzioni, che pure la Ue ha dimostrato di saper prendere nei confronti di altri Paesi, l’Iran in testa; non basta che Sarkozy, in visita ufficiale in Israele, dichiari in modo estemporaneo che Gerusalemme dovrà essere condivisa tra i due popoli, tanto per tenersi buoni gli Arabi in vista del vertice di Parigi.

E fa specie che le voci più forti contro il rafforzamento dei legami tra la Ue e Israele sganciato da ogni condizione di rispetto dei diritti umani dei Palestinesi vengano, a parte che dal mondo arabo, proprio dall’interno di Israele, e soprattutto da quel giornalista coraggioso che risponde al nome di Gideon Levy.

Il quale è solo a
ricordarci che l’Europa, in questa maniera, sta perdendo il suo tradizionale ruolo di honest broker nel conflitto israelo-palestinese, schiacciandosi sulla posizione degli Usa e fornendo un cieco appoggio alle mille illegalità di Israele e al mostruoso boicottaggio di Gaza.

Resta davvero incomprensibile come debba essere un giornalista israeliano a rimproverarci perché veniamo a patti con una
occupazione criminale, anziché chiedere con forza il rispetto della legalità internazionale e quello dei più elementari diritti umani dei Palestinesi, divenendo in tal modo un semplice fantoccio degli Stati Uniti.

Ma tant’ è, l’Europa evidentemente ama Israele così tanto da negarsi la possibilità di una autonoma ed autorevole politica estera e da andare contro i propri interessi, ma anche contro gli interessi dello stesso Israele.

E, soprattutto, contro gli interessi della giustizia e della pace tra i popoli.

L’UNIONE EUROPEA PREFERISCE ISRAELE
21/06/2008

L’Unione Europea ha deciso ultimamente di rafforzare i propri rapporti economici, scientifici e tecnologici con Israele a tutti i livelli. La decisione permette alle compagnie israeliane di prendere parte ai progetti economici sostenuti dall’Unione, offrendo anche agli scienziati israeliani maggiori chance, rispetto al passato, di ottenere borse di ricerca finanziate dall’UE. Inoltre, a Israele è stata concessa la possibilità di partecipare direttamente ai programmi dell’Unione in campi come quello dell’istruzione, dell’ambiente e delle scienze aerospaziali.

Ciò è avvenuto malgrado l’opposizione dell’ANP e di alcuni paesi arabi (primo fra tutti l’Egitto) i quali hanno chiesto che questo rafforzamento su vasta scala dei rapporti con Israele fosse quantomeno condizionato a progressi concreti nel processo di pace. Gli arabi avevano anche chiesto, con minori speranze, che queste concessioni ad Israele fossero condizionate al congelamento della costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati.

L’Europa non ha ignorato del tutto questi appelli, tuttavia si è accontentata di accompagnare l’annuncio della decisione di accogliere di fatto Israele come un membro quasi a pieno titolo all’interno dell’Unione, con un appello generico e non vincolante che esorta lo stato ebraico a compiere passi volti a promuovere il processo di pace.

Quanto al nuovo accordo con Israele, esso è invece esplicito, vincolante, e preso all’unanimità – la stessa unanimità con cui l’Europa decise di boicottare la Striscia di Gaza dopo che Hamas ne aveva preso il controllo.

Dunque, forse per la prima volta nella storia dell’UE, le decisioni europee sono state dettate da criteri alquanto bizzarri. L’Europa, che afferma di sostenere i diritti umani ed i principi di libertà, boicotta i palestinesi, ovvero la parte che subisce l’occupazione, ed allo stesso tempo ricompensa la potenza occupante rafforzando i suoi rapporti scientifici ed economici con essa.

Inoltre, mentre fa di Israele un partner quasi a pieno titolo in campo economico, scientifico e tecnologico, offre agli arabi un progetto di ‘Unione per il Mediterraneo’ i cui obiettivi sembrano eminentemente politici, prevedendo l’adesione di Israele a prescindere dalle sorti del processo di pace.

Questi sviluppi sono parzialmente dovuti all’ascesa di nuovi leader, a livello europeo, maggiormente pronti a seguire i metodi e la visione politica di Washington, così come è stata definita dall’amministrazione Bush. Malgrado lo sbalorditivo fallimento di questa amministrazione a livello pratico, il linguaggio politico e le connessioni di pensiero che essa ha imposto (ad esempio stabilendo un legame fra al-Qaeda e Hamas, fra l’assenza di democrazia da un lato ed il rifiuto degli arabi di accettare Israele e la guerra al terrore dall’altro, ecc.) hanno avuto una profonda influenza sull’inconscio occidentale.

Ciò nonostante, bisogna dire che il rafforzamento delle relazioni scientifiche fra l’Europa ed Israele ebbe inizio fin dalla fine degli anni ’90, ovvero nel pieno dell’era di Chirac e Schroeder, in coincidenza con le crescenti difficoltà del processo di pace seguite all’arrivo di Netanyahu alla guida del governo in Israele.

Negli anni seguenti, l’Europa ebbe a disposizione numerosi strumenti di pressione per mezzo dei quali avrebbe potuto esortare Israele a porre fine alla sua devastante invasione della Cisgiordania durante la seconda Intifada – come ad esempio la revoca dei privilegi sul piano scientifico che abbiamo appena ricordato, o la reintroduzione del visto per gli israeliani che entrano nei paesi dell’Unione. Ma l’UE non fece neppure un accenno alla possibilità di ricorrere a simili strumenti. Non si può certamente far risalire tutto questo ai timori europei di una possibile reazione americana, visto che gli stessi Stati Uniti non hanno concesso ad Israele privilegi di questo genere. La cooperazione scientifica fra i due paesi è infatti relativamente contenuta, ed i cittadini israeliani possono entrare negli Stati Uniti solo disponendo del visto.

La verità è che l’Europa ha un interesse diretto nel rafforzare i rapporti con Israele, poiché ciò le torna utile in numerosi campi – come quelli dell’information technology e della programmazione informatica – per i quali Israele è considerata all’avanguardia.

Inoltre, le elite scientifiche ed intellettuali in Israele parlano lo stesso linguaggio parlato dai loro colleghi in Europa, ed hanno interessi simili, al contrario di quanto avviene nel mondo arabo, dove prevale un clima di isolamento scientifico, accompagnato da un progressivo scivolamento verso la chiusura intellettuale ed il fondamentalismo.

Sono queste le circostanze che hanno permesso ai principi politici di Bush di avere un’influenza concreta sui modi di vedere delle elite europee, malgrado i clamorosi fallimenti della sua amministrazione ed il crollo della sua popolarità.
E’ in queste circostanze che è maturata la decisione europea, malgrado la presenza di voci all’interno dello stesso Israele che hanno invitato l’UE a mostrare maggiore equilibrio, come ha fatto ad esempio il coraggioso giornalista Gideon Levy il quale, dalle pagine del quotidiano Haaretz del 17 giugno 2008, ha affermato che il rafforzamento dei rapporti, senza alcuna condizione, rappresenta una ricompensa per gli insediamenti, per l’assedio e per la riduzione alla fame dei palestinesi. “E’ in questo modo che l’Europa vuole vedere se stessa? ”, si chiede Levy.

E’ strano pensare che questo giornalista non sarebbe accolto, probabilmente, da nessuno dei nostri intellettuali, se giungesse in visita in Egitto, poiché una cosa del genere sarebbe vista come una normalizzazione dei rapporti! Noi continuiamo infatti a ritenere che azioni di questo genere – come accusare di tradimento un ministro che ha rapporti con Israele, o boicottare uno scrittore israeliano indipendentemente dai suoi orientamenti – possano influenzare veramente la politica di uno stato che è di fatto integrato a pieno titolo nell’Unione Europea in moltissimi campi. Fra le altre cose bizzarre, vi è poi il fatto che, se Levy fosse un giornalista egiziano, sarebbe probabilmente processato per quanto ha affermato, con l’accusa di aver danneggiato gli interessi nazionali! E’ questa un’altra ragione per cui il mondo fa a meno di noi.

Amr el-Zant è un astrofisico egiziano; è stato tra i fondatori del movimento pacifista egiziano

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4 giugno 2008

Sospendere l'accordo di associazione Ue-Israele.

L’accordo euromediterraneo di associazione tra la Ue ed Israele, firmato nel 1995 ed entrato in vigore nel 2000, mira essenzialmente a tre obiettivi: lo sviluppo del libero scambio tra gli Stati membri dell’Unione europea e Israele, il rafforzamento della cooperazione e l’instaurazione di un dialogo politico stabile tra le parti.

Tale accordo, in particolare, prevede un trattamento reciproco preferenziale tra la Ue e Israele, la riduzione dei dazi doganali e l’esenzione da essi nei rapporti commerciali; esso ha istituito, inoltre, un Consiglio di associazione, composto da membri del Consiglio della Ue, della Commissione europea e del Governo israeliano, che ha il compito di sorvegliarne l’esatta applicazione.

Attualmente, la Ue è il maggior importatore di beni israeliani, e il secondo più grande esportatore: nel solo 2006, l’ammontare totale delle merci commerciate tra l’Unione europea e Israele è stato pari a 23,5 miliardi di euro.

Da poco più di un mese, Israele e la Commissione europea hanno raggiunto un accordo relativo a mutue concessioni fiscali nel campo dei prodotti agricoli, alimentari e della pesca, in base al quale gli Israeliani contano di esportare in Europa un quantitativo più che raddoppiato di prodotti alimentari e bevande.

Nell’ambito di questo accordo, infatti, il 95% degli alimenti lavorati sarà esente da imposizioni o quote. Già adesso, peraltro, Israele esporta il 75% dei suoi prodotti agricoli freschi e lavorati nei mercati europei; l’accordo nel settore agricolo riguarda circa 1 miliardo di dollari di esportazioni israeliane, mentre il totale delle importazioni dall’Europa ammonta a circa 500 milioni di euro.

Chi scrive ritiene che questa situazione rappresenti per l’Europa un formidabile strumento di pressione per costringere Israele, finalmente, a raggiungere un accordo di pace con i Palestinesi che sia rispettoso delle prescrizioni del diritto internazionale e dei fondamentali diritti umani dei Palestinesi.

Molti dei prodotti esportati con etichetta israeliana, infatti, provengono in realtà da territori palestinesi occupati, e in specie dalla Valle del Giordano; ciò è in contrasto con la norma contenuta nell’art.83 dell’accordo euromediterraneo, che ne limita l’ambito di applicazione al territorio dello Stato di Israele, esclusi dunque i territori occupati nel 1967 e le colonie.

L’articolo 2 dell’accordo, inoltre, prevede che “le relazioni tra le parti … si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale, e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.

Ora, non c’è chi non veda come la previsione dell’art.2 dell’accordo non trovi affatto applicazione per quanto attiene al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi, i cui diritti umani fondamentali vengono quotidianamente conculcati da una occupazione militare brutale e spietata.

Basti pensare al sistema dei check point e delle strade ad uno esclusivo dei coloni nella West Bank, alla punizione collettiva inflitta a un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, alla demolizione di case e infrastrutture (ivi incluse quelle finanziate dalla stessa Ue), allo sradicamento di milioni di piante di ulivo, alla sottrazione di terra e di risorse a causa della costruzione del muro di “sicurezza” e dell’espansione ininterrotta degli insediamenti colonici, agli illegali arresti di massa e alle retate effettuate da Tsahal nei territori occupati (372 Palestinesi arrestati solo a maggio, tra i quali 32 minorenni).

Questo, senza considerare i raid militari e i crimini di guerra quotidianamente commessi dall’esercito israeliano, che nel solo mese di maggio sono costati la vita a ben 45 Palestinesi, ivi inclusi cinque bambini e due donne.

Naturalmente, chi scrive non è contrario per principio ad una sempre maggior integrazione di Israele nel mercato europeo, ma vorrebbe che tale processo fosse subordinato alla reale applicazione dell’art.2 dell’accordo euromediterraneo con Israele.

L’Europa non può continuare ad assistere inerte al quotidiano scempio dei diritti umani dei Palestinesi, alla distruzione della loro economia, alla quotidiana brutalità, devastazione e morte che regna nei Territori occupati.

E’ per questo che vi chiedo di firmare questa petizione, che mira appunto a chiedere la sospensione dell’accordo commerciale tra la Ue e Israele, in segno di protesta contro la continua violazione dei diritti umani e del diritto alla autodeterminazione del popolo palestinese.

Tale sospensione dovrebbe esser mantenuta fino a quando non sarà cessata l’illegale occupazione militare dei Territori palestinesi e l’inaudito assedio alla popolazione di Gaza, e fino a che Israele non si conformerà interamente alle previsioni del diritto internazionale e del diritto umanitario.

Non è chiedere troppo, mi pare.

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