16 gennaio 2024

Essere giustiziati per aver aperto un cancello


In queste ultime settimane si parla quasi esclusivamente, e giustamente, del genocidio che israele sta compiendo a Gaza, ma lo stato ebraico compie quotidianamente crimini di guerra anche in Cisgiordania
E non è più tollerabile, non può più essere consentito, che un palestinese inerme ed innocente debba essere giustiziato dai tagliagole dell'idf soltanto per aver aperto un cancello. Per tornare a casa propria, sulla propria terra. Come è successo lo scorso 28 dicembre a Sayel Abu Nada, riposi in pace.
Tra il 7 ottobre 2023 e il 15 gennaio di quest'anno, lo stato ebraico ha ucciso in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, ben 344 palestinesi, tra i quali 88 bambini. Nel silenzio dei media...
https://x.com/UbaiAboudi/status/1746989634448449863?s=20

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3 novembre 2010

Apartheid in Israele.

Ogni qual volta personalità eminenti si azzardano a paragonare il regime israeliano all’apartheid del Sudafrica ante 1990 si levano alte le proteste di quanti giudicano, al minimo, tale parallelo esagerato.

Eppure altro termine di paragone non si riesce a trovare, non solo rispetto all’occupazione dei Territori palestinesi, ma anche alla legislazione e alla pratica amministrativa vigenti in Israele, che vedono la popolazione araba pesantemente discriminata.

E tale stato di cose viene ora ad essere sancito sul piano giuridico dal disegno di legge di cui si parla nell’articolo che segue, proposto nella traduzione di Medarabnews.

Scrive Amnon Be’eri-Sulitzeanu: “Nel 2010 la segregazione tra ebrei e arabi in Israele è quasi assoluta. Quelli di noi che vivono qui lo danno per scontato. Ma i visitatori stranieri non possono credere ai loro occhi”.

E a chi non si reca in Israele questa realtà vergognosa, purtroppo, non la racconta nessuno.

Nel 2010 la segregazione tra Ebrei ed Arabi in Israele è quasi assoluta.
di Amnon Be’eri-Sulitzeanu – 29.10.2010

Sotto il nome ingannevolmente ordinario di “Emendamento al disegno di legge sulle Associazioni Cooperative”, la Commissione per la Costituzione, la Legge e la Giustizia della Knesset la scorsa settimana ha messo a punto un progetto di legge destinato a scavalcare le precedenti sentenze della Corte di Giustizia. Se davvero questa legislazione sarà approvata dalla Knesset, non potremmo che descriverla come una legge di apartheid.

Dieci anni fa, la Corte Suprema ordinò alla città di Katzir di accettare la famiglia di Adel e Iman Kaadan, cittadini arabi di Israele, in quanto membri della comunità. Sette anni più tardi, il giudice emise una sentenza simile contro il paese di Rakefet in Galilea, il quale, come Katzir, è un villaggio ebraico. Ora, però, l’assemblea legislativa ha elaborato una vera e propria risposta “sionista” per i giudici: se essa diventerà legge, l’emendamento darà a dei comitati di accettazione all’interno dei comuni il potere di limitare esclusivamente a cittadini ebrei la possibilità di risiedere nelle loro città.

Usando un linguaggio neutro ed asettico, il disegno di legge consentirebbe a tali comitati nei piccoli borghi rurali di respingere le domande provenienti da famiglie che “sono incompatibili con il tessuto socio-culturale della comunità, e dove ci sono dei motivi per supporre che esse possano distruggere questo tessuto”.

In altre parole, se i comitati di ammissione in precedenza erano costretti ad usare un po’ di creatività per nascondere le motivazioni etnico-nazionali dietro al rifiuto nei confronti degli arabi, ora, come ha affermato Rabbi Akiva, “è tutto previsto, e la libertà di scelta è concessa” ( Pirkei Avot 3). Gli arabi? Non qui. Siamo spiacenti, la legge è dalla nostra parte in questo caso.

Coloro che fingono innocenza, tra cui alcuni esponenti del centro del nostro panorama politico, diranno: “Il disegno di legge non è inteso per escludere gli arabi. Cosa c’è di sbagliato nel sostenere il diritto delle comunità a proteggere il loro stile di vita unico?”.

In effetti, cosa c’è di sbagliato in questo? Non c’è dubbio che i vegetariani di Moshav Amirim, in Galilea, hanno diritto a difendersi da un’invasione di carnivori, così come i praticanti della meditazione trascendentale a Hararit, nella regione di Misgav, devono poter meditare senza interruzioni, ma il carattere di queste comunità è assolutamente unico. Non è così per le decine di kehilati’im yeshuvim (letteralmente, “insediamenti comunitari”) in Israele, la cui principale caratteristica culturale è il fatto che i loro abitanti sono ebrei e sionisti – non proprio una popolazione sotto minaccia imminente, e il cui stile vita unico andrebbe protetto.

Già diversi mesi fa abbiamo potuto constatare quanto rapidamente questa nuova legge verrà messa in atto, quando alcuni paesi, anticipando l’azione della Knesset, in tutta fretta approvarono delle leggi che di fatto impedivano la presenza degli arabi. Nelle comunità di Yuvalim e Manof, nella zona di Misgav, coloro che fanno domanda di residenza sono ora tenuti a giurare fedeltà alla visione sionista, mentre in Mitzpe Aviv, un po’ più a sud, devono dichiarare di identificarsi con i valori del sionismo e con la definizione di Israele come stato ebraico e democratico.

Non è che le famiglie arabe facciano la fila per trasferirsi in queste comunità chiuse, le quali sono state istituite principalmente negli anni ‘70 e ‘80 da organizzazioni sioniste come l’Agenzia Ebraica ed il Fondo Nazionale Ebraico al fine di “giudaizzare” aree come il Negev e la Galilea. Nessuno si aspetta da queste cittadine che forniscano la risposta all’orrenda carenza di alloggi con cui la popolazione araba di Israele deve fare i conti. Nemmeno una sola nuova città è stata costruita per loro dal 1948, con l’eccezione di alcuni poveri insediamenti beduini del Negev. Allo stesso modo, il governo centrale non ha ritenuto opportuno aiutare o dare l’approvazione ai comuni arabi già esistenti per elaborare dei piani generali che permetterebbero loro di attuare un programma di crescita e sviluppo per soddisfare le esigenze di una popolazione in crescita e migliorare la loro modesta qualità della vita.

Non citiamo nemmeno cittadine come Nazareth Illit, Safed e Carmiel, dove sono stati emessi una serie di comunicati ufficiali – a volte da parte di alti funzionari comunali – con lo scopo di espellere gli arabi o impedirne l’integrazione al loro interno.

Nel 2010 la segregazione tra ebrei e arabi in Israele è quasi assoluta. Quelli di noi che vivono qui lo danno per scontato. Ma i visitatori stranieri non possono credere ai loro occhi: istruzione segregata, attività commerciali divise, luoghi di intrattenimento separati, lingue diverse, partiti politici diversi … e, naturalmente, alloggi separati. Per molti aspetti, questo è ciò che i membri di entrambi i gruppi vogliono, ma tale separazione contribuisce solo a una crescente reciproca alienazione tra ebrei e arabi.

Diversi tentativi coraggiosi – in particolare in città e regioni miste – sono stati intrapresi per cambiare la situazione, per ricucire le spaccature e promuovere l’integrazione. Essi vanno da sforzi per sviluppare contesti educativi misti, a iniziative imprenditoriali congiunte e ad altri interventi destinati a promuovere buone relazioni di vicinato sulla base delle pari opportunità. Fino ad ora, questi tentativi intervenivano su una situazione di segregazione de facto. Da oggi, però, la segregazione sarà de jure, per la vergogna di Israele.

Amnon Be’eri Sulitzeanu è co-direttore esecutivo dell’Abraham Fund Initiatives, un’organizzazione che promuove la coesistenza e l’uguaglianza fra i cittadini ebrei ed arabi di Israele.

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25 maggio 2010

Te la do io la testata (nucleare)!

Come abbiamo avuto più volte occasione di osservare, è ormai un dato pacificamente accettato che Israele possieda un arsenale atomico costituito da un numero di testate nucleari che viene stimato in duecento-trecento unità; testate che possono essere lanciate anche dai sommergibili della marina israeliana.

Quello del britannico The Guardian - raccontato nell'articolo che segue - non sembrerebbe dunque uno scoop così sensazionale. E, tuttavia, i documenti scoperti in Sudafrica e pubblicati dal quotidiano costituirebbero la prima prova ufficiale del fatto che Israele era ed è una potenza atomica, stante che già nel 1975 l'allora ministro della difesa Shimon Peres aveva offerto di vendere armi nucleari al ministro sudafricano P.W. Botha.

Ma, soprattutto, tali documenti farebbero venir meno - come giustamente viene rilevato - quella "responsabilità" dello Stato israeliano che lo legittimerebbe a detenere armi nucleari il cui possesso viene, invece, negato ad altri Paesi, a cagione della loro "pericolosità".

In verità, non si riesce bene a capire come possa essere consentito di detenere armi di distruzione di massa ad uno Stato quale quello israeliano, che ne ha addirittura pianificato l'uso in caso di attacchi militari che ne mettano in pericolo l'esistenza (la cd. Samson Option), ma lo ha ipotizzato anche in altri casi, come di recente ha denunciato il premier turco Erdogan.

Quello svelato dal Guardian è un ottimo esempio della collaborazione che esisteva tra due nazioni caratterizzate dall'uso sistematico della pratica dell'apartheid. Dopo il 1989, il regime dell'apartheid è venuto meno, e il Sudafrica ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare. Stiamo ancora aspettando che anche Israele faccia lo stesso.

“Israele vendeva armi nucleari al Sudafrica”
di Teresa Scherillo - 24 maggio 2010

L’agenda “top secret” delle riunioni tra alti funzionari dei due paesi nel 1975 dimostra che il ministro della difesa sudafricano, PW Botha, chiese testate nucleari a Shimon Peres, allora ministro della difesa di Israele che rispose con una offerta “in tre dimensioni”. I due uomini firmarono inoltre un accordo di ampio respiro che disciplinava i legami militari tra i due paesi e includeva una clausola che dichiarava che “l’esistenza stessa di quell’ accordo” doveva rimanere segreta.

L’AMBIGUITA’ DI ISRAELE - I documenti, scoperti da un accademico americano, Sasha Polakow-Suransky, e riportati dal The Guardian, che per un suo libro era alla ricerca delle strette relazioni tra i due paesi che fornissero la prova che Israele possiede armi nucleari, nonostante la sua politica di “ambiguità” dove non c’è conferma, né negazione della loro esistenza. Le autorità israeliane hanno cercato, senza successo, di fermare le declassificazione dei documenti del governo del Sudafrica post-apartheid su richiesta di Polakow-Suransky e le rivelazioni costituiranno un serio imbarazzo per Israele proprio quando,questa settimana, partiranno a New York i colloqui sulla non proliferazione nucleare in Medio Oriente. L’incidente potrà anche minare i tentativi di Israele di suggerire che, se si posseggono armi nucleari, bisogna essere una “potenza responsabile, per evitarne l’ uso improprio, considerando che paesi come l’Iran non possono essere considerati attendibili”.

L’ALLEANZA SEGRETA - I documenti sudafricani mostrano che i militari dell’era dell’apartheid volevano i missili come deterrente per i potenziali attacchi contro i paesi limitrofi e che entrambi gli stati si incontrarono il 31 marzo 1975. Polakow-Suransky scrive nel suo libro, pubblicato negli Stati Uniti questa settimana, The Unspoken Alliance: un’alleanza segreta di Israele con il Sudafrica dell’apartheid, che i funzionari dei colloqui israeliani “proposero formalmente di vendere al Sudafrica alcuni dei missili Jericho del loro arsenale“. Tra i partecipanti alla riunione c’era il capo del personale militare del Sud Africa, il tenente generale RF Armstrong. Fu lui a redigere subito una nota in cui enunciava i vantaggi del Sud Africa ad ottenere i missili Jericho, ma solo se dotati di armi nucleari. Il memorandum, con la dicitura “top secret” che è datato lo stesso giorno dell’incontro con gli israeliani, era stato precedentemente rivelato, ma il contesto non era stato pienamente compreso perché non era conosciuto per essere direttamente collegato all’ offerta israeliana e che è stata la base per una richiesta diretta ad Israele. In esso, Armstrong scrive: “Nel considerare i meriti di un sistema d’arma come quello offerto, alcune ipotesi sono state fatte: a) che i missili saranno armati con testate nucleari prodotte in RSA (Repubblica del Sud Africa) o acquisite altrove“.

NOME IN CODICE: CHALET - Ma il Sudafrica è stato per anni in grado di costruire armi atomiche. Poco più di due mesi dopo, il 4 giugno, Peres e Botha si incontravano a Zurigo. A quel punto il progetto Gerico aveva nome in codice: Chalet. Il verbale top secret della seconda riunione riportava: “Il ministro Botha ha manifestato interesse in un numero limitato di unità del soggetto Chalet al carico corretto che sarà disponibile“. Il documento registra poi: “Il ministro Peres ha detto che il carico utile corretto è disponibile in tre misure. Il ministro Botha ha espresso apprezzamento e ha detto che avrebbe chiesto un consiglio”. Si presume che la dicitura “tre taglie” si riferisca al tipo di armi: convenzionali, chimiche e nucleari. L’uso di un eufemismo, il “carico corretto”, riflette la sensibilità di Israele sulla questione nucleare e non poteva essere utilizzato se fosse stato riferito alle armi convenzionali. Può anche significare solo testate nucleari, così come il memorandum di Armstrong chiarisce dove indica che il Sud Africa era interessato ai missili Jericho unicamente come mezzo per trasmettere le armi nucleari. Inoltre, il solo carico utile che i sudafricani avrebbero dovuto ottenere da Israele era nucleare. I sudafricani erano in grado poi di mettere insieme altre testate. Botha non è andato avanti con l’accordo in parte a causa del costo. Inoltre, qualsiasi operazione avrebbe dovuto avere l’approvazione finale dal primo ministro di Israele e non è certo che sarebbe stato possibile. Alla fine il Sud Africa ha costruito le sue bombe nucleari, anche se forse con l’aiuto di Israele. Ma la collaborazione sulla tecnologia militare è cresciuta solo negli anni seguenti. Il Sud Africa ha anche fornito gran parte dell’ uranio yellowcake che era necessario ad Israele per sviluppare le sue armi. I documenti confermano le dichiarazioni di un ex comandante militare del Sud Africa, Dieter Gerhardt – incarcerato nel 1983 per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Dopo il suo rilascio con il crollo dell’apartheid, Gerhardt rivelò che c’era un accordo tra Israele e Sud Africa chiamato Chalet che coinvolgeva un ‘offerta da parte dello stato ebraico di otto missili Jericho con “testate speciali”. Gerhardt affermò che si trattava di bombe atomiche. Ma all’epoca non vi era alcuna prova documentale dell’offerta.

L’ACCORDO SECMENT - Alcune settimane prima che Peres formulasse la sua offerta di testate nucleari a Botha, i due ministri della difesa firmarono un accordo segreto che disciplinava l’alleanza militare noto come Secment. Un documento così segreto che aveva incluso nel testo la negazione della propria esistenza: “E’ espressamente convenuto che l’esistenza stessa di questo accordo … è segreta e non potrà essere rivelata da entrambe le parti“. L’accordo sottolineava che nessuna delle parti poteva unilateralmente rinunciarvi. L’esistenza del programma nucleare di Israele venne rivelato da Mordechai Vanunu al Sunday Times nel 1986. Egli fornì le fotografie scattate all’interno del sito nucleare di Dimona e diede una descrizione dettagliata dei processi coinvolti nella produzione di una parte del materiale nucleare, ma non presentò alcuna documentazione scritta. Documenti sequestrati dagli studenti iraniani dell’ambasciata americana a Teheran dopo la rivoluzione del 1979 rivelarono che lo Scià si era detto interessato allo sviluppo di armi nucleari israeliane. Ma i documenti sudafricani confermano che Israele era in grado di armare i missili Jericho con testate nucleari. A Gerusalemme le affermazioni del giornale britannico hanno destato collera. “Si tratta di informazioni infondate, senza alcun collegamento alla realtà” ha detto alla radio militare il portavoce di Peres, Ayelet Frisch. “Ci accingiamo ad inviare al Guardian una lettera perentoria e a richiedere la pubblicazione dei fatti corretti”. ”È riprovevole – ha aggiunto Frisch – che il giornale non abbia trovato opportuno rivolgersi al presidente Peres prima della pubblicazione per ascoltare i suoi commenti”. Fonti politiche israeliane, citate dalla stessa emittente, hanno aggiunto che la attendibilità dei documenti pubblicati dal giornale britannico è “dubbia”.
N.B. L'articolo del Guardian tradotto a cura di Medarabnews è rinvenibile qui.

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18 settembre 2009

Intervista a Jeff Halper (1).

Quella che segue è la prima parte dell'intervista che Lorenzo Galbiati ha fatto quest'estate, via email, al pacifista israeliano Jeff Halper, candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2006 e unico israeliano presente nella spedizione del "Free Gaza Movement", che nel 2008 ha rotto per la prima volta il blocco navale imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

E' un'intervista interessante che tratta di vari argomenti, di sionismo e antisionismo, razzismo e antisemitismo, apartheid e pulizia etnica, metodi non violenti e boicottaggio, soluzioni al conflitto israelo-palestinese, ed è per questo che ho acconsentito volentieri all'invito dell'autore a diffonderla.

Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev.

In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions (http://www.icahd.org/), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che forniscono supporto economico e materiale per la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili.

Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale. Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe. Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro “Ostacoli alla pace”, Edizioni “una città”. Il programma delle sue conferenze è consultabile su: http://www.unacitta.it/ .


I PALESTINESI, UN POPOLO DI TROPPO - INTERVISTA A JEFF HALPER (1)
a cura di Lorenzo Galbiati - traduzione di Daniela Filippin

Tu sei un cittadino dello “stato ebraico” di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos’è per te oggi, concretamente, il sionismo?

Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all’epoca dalle nazioni d’Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d’Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l’esistenza di un altro popolo nel territorio, “alloggiare” tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato “ebraico”. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.”

Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?

Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell’occupazione d’Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale – ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi “parlò”. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un’identità, pur restando conscio a livello politico dell’occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.

Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato “ebraico”, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).”

In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l’equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all’accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l’antisionismo è la nuova forma che ha assunto l’antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?

Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un “nuovo antisemitismo” fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il “nuovo antisemitismo” affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L’antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E’ quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è “pro-Israele”. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del “nuovo antisemitismo”. E’ conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”

In Israele hai fondato l’Icahd, l’Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l’assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?

Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un “Bantustan” palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell’era dell’apartheid in Sud Africa. Quest’ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l’11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo “democratico”. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio “Bantustan” palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell’apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa “separazione”, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l’apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è “Barriera di Separazione”), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.

La versione israeliana dell’apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un’economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall’economia israeliana, e non hanno nemmeno un’economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all’incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un’umanità di troppo, superflua. Non gli resta che fare da popolazione di “stoccaggio”, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare.

Tutto ciò porta oltre l’apartheid, a quello che può essere definito lo “stoccaggio” dei palestinesi, una della popolazioni mondiali “di troppo”, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo “stoccaggio” è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l’umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso “l’occupazione” di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata “matrice di controllo”, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : “Un lato sembra Israele; l’altro lato sembra Gaza”. In altre parole, una Palestina Globale.”

Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?

Halper: “Concordo con Pappé nell’affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L’anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele – appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini – rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L’ICAHD ha come scopo quello di resistere all’occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi – praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla “sicurezza”, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”

Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l’apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l’adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?

Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all’occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l’economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli “arabi”. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell’imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell’apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli “intellettuali”, anche loro non vedono. E’ la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro “nicchia”.”

Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?

Halper: “Noi dell’ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile – a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque “cantoni”. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l’età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all’interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie – la sicurezza, lo sviluppo economico, l’acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un’entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del ‘67, ma comunque avente l’intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l’idea della confederazione risulterà sensata.”

Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?

Halper: “L’unico ostacolo a un’autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n’è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e “rinunciare” ai Territori Occupati Palestinesi considerato l’estrema frammentazione del sistema politico israeliano.

Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d’intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l’ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l’occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento).

Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E’ altamente improbabile che ciò avvenga.”

Che giudizio dai all’azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt’oggi?

Halper: “Ovviamente l’andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall’autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l’attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).

Una delle mie maggiori critiche rivolte all’attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all’estero. Nonostante un cambiamento dell’opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l’invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell’ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l’amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington – e i rappresentanti palestinesi all’estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico.

In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il “salvatore”, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla “soluzione” dell’apartheid, manterrà l’integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”

Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?

Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.”

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17 settembre 2009

Due appuntamenti da segnalare.

Rompiamo l'assedio ai diritti dei Palestinesi.

La Lista Civica Nazionale Per il Bene Comune organizza Venerdì' 18 settembre, alle ore 21, a TORINO presso il centro DAR AL-HIKMA di via Fiochetto 15,

ROMPIAMO L'ASSEDIO ai diritti dei palestinesi

ore 21:
Proiezione video realizzato durante la Carovana della Speranza entrata in Gaza nel mese di maggio '09.
Collegamento con la città assediata di Gaza, da cui parleranno Vittorio Arrigoni della Ong I.S.M. ed il Ministro Osama Al-Esawi.

ore 22:
Interventi di
Elvio Arancio, coordinamento PBC;
Gianni Flamini, scrittore e giornalista;
Mohammad Hannoun, Presidente dell'Associazione Palestinesi in Italia;
Gerry MacLochlainn, del Sinn Fèin, vice capo della carovana europea;
sen. Franco Turigliatto, di Sinistra Critica;
Presiede Monia Benini, Presidente PBC

Ospiti d'onore i componenti della delegazione italiana che ha partecipato alla Carovana della Speranza per Gaza.
Sarà in distribuzione un DVD con il filmato sulla Carovana e il materiale documentario che verrà utilizzato da un comitato internazionale di giuristi per portare il governo e l'esercito israeliani di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia.
Il conflitto israelo-palestinese e i cambiamenti nella politica mondiale.

Due esponenti del movimento pacifista israeliano parleranno dei recenti attacchi a Gaza, del rischio di un nuovo sistema di apartheid e della campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

JEFF HALPER, Direttore del Comitato israeliano contro la demolizione di case (ICHAD), autore del libro "Ostacoli alla pace"

SHOSHANA HALPER, Attivista Donne in nero Israele, Machsom Watch

22 settembre 2009 ore 18.00 Roma, Sala Luigi Pintor, via Scalo di S. Lorenzo, 67

CONFERENZA STAMPA
21.09.2009 ore 11.30, Fondazione Basso, via Dogana Vecchia, 5
Promosso da Action for Peace

Jeff Halper è in Italia per un tour nazionale promosso da Una città per presentare il suo libro "Ostacoli alla pace". www.unacitta.it

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21 ottobre 2008

Il 29 novembre a Roma per la Palestina.

SABATO 29 NOVEMBRE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA

Giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese

La Campagna 2008 anno della Palestina è andata avanti anche dopo il successo politico di maggio e delle iniziative di contestazione della Fiera del Libro di Torino dedicata a Israele e negata alla Nakba dei palestinesi. E’ davanti agli occhi di tutti il perdurante tentativo di omettere la causa palestinese dall’agenda politica italiana. Questa sistematica omissione della questione palestinese, rivela una complicità politica, militare, diplomatica dei governi italiani con l’occupazione israeliana e l’apartheid contro i palestinesi.

Occorre dunque essere consapevoli della funzione soggettiva di una rete di solidarietà con la Palestina come quella che dalla fine del 2001 è stata attivata intorno all’esperienza del Forum Palestina. Spetta a questa soggettività agire affinché la causa palestinese non venga rimossa dall’agenda politica italiana, sia quella istituzionale che quella dei movimenti e del dibattito politico.

Malgrado decine di formule di soluzione e i numerosi giri di presunto negoziato, non si riesce ad uscire dall'empasse che perdura da quindici anni, dove i governi israeliani continuano ad intensificare la loro politica contro il popolo palestinese allargando gli insediamenti, rafforzando i muri di separazione, continuando nelle politiche delle chiusure e l'assedio ferreo e disumano della striscia di Gaza, considerata ormai il carcere più grande del mondo a cielo aperto.

In queste ultime settimane assistiamo ad un tentativo di seminare una vera e propria guerra di pulizia etnica: i coloni israeliani attaccano adesso i palestinesi nelle loro case,soprattutto in Cisgiordania, e la furia dei fanatici israeliani ha seminato terrore tra la popolazione araba nella città di Akko.

Sono passati sessant'anni dalla Nakba quando sono stati cacciati i palestinesi nel 48 dalle loro terre e distrutti più di 400 città e villaggi palestinesi in quell'area, sono passati 41 anni dall'occupazione israeliana del resto della Palestina nel 67, e sono passati esattamente 15 anni dagli accordi di Oslo, e non è cambiato nulla nella politica dei vari governi israeliani nei confronti del popolo palestinese. Alcuni regimi arabi, corresponsabili anche della tragedia del nostro popolo sono diventati più servili al volere americano israeliano, malgrado il loro piano di pace che è stato respinto e gettato nella pattumiera da parte dei governi israeliani prima e dopo Annapolis.

IL governo israeliano, appoggiato dagli Usa suo alleato strategico, vuole sempre e comunque più terre e meno palestinesi, più presunti negoziati e meno soluzioni concreti, continua a detenere nelle carceri 11.000 militanti palestinesi, ha spezzettato tutta la Cisgiordania con l'orrendo muro di separazione, rendendo infernale la vita quotidiana dei palestinesi. I due candidati alla presidenza americana fanno a gara per esprimere obbedienza al volere dei circoli israeliani che pretendono più armi e più soldi per proseguire nella politica di colonizzazione e di negazione al popolo palestinese dei diritti sanciti dalle Nazioni Unite da sessant’anni a questa parte.

I vari rounds dei colloqui israelo palestinesi tra il governo israeliano e l'autorità nazionale palestinese non hanno portato a nulla fino ad oggi.

Le Nazioni Unite hanno dichiarato la giornata del 29 Novembre come giornata di solidarietà con il popolo palestinese. Nella storia politica mondiale le Nazioni Unite, cioè la legalità internazionale, hanno emesso decine di risoluzioni, mozioni, raccomandazioni a favore della causa del popolo palestinese, ma i vari governi israeliani li hanno trattati sempre da carta straccia.

La resistenza è un diritto sacrosanto di tutti i popoli oppressi, la difesa della propria vita, dei propri diritti, della propria terra, del proprio futuro è un diritto sancito dalle leggi internazionali e dalle varie convenzioni soprattutto quella dei diritti dell'uomo.

Oggi, in occasione della giornata mondiale di solidarietà con il popolo palestinese, le comunità, le associazioni, le organizzazioni palestinesi in Italia si appellano all'opinione pubblica italiana, alle forze politiche, al parlamento italiano, a tutti gli amanti della giustizia e della libertà perché dimostrino di essere a fianco della giusta causa del popolo palestinese. Oggi, mentre assistiamo all'orrore del ritorno di certi rigurgiti razzisti, intravediamo il pericolo di nuove guerre e stragi di civili in Medio Oriente. Vorremo vedere gli italiani, i cittadini, le associazioni, i comitati di solidarietà gli immigrati, manifestare tutti insieme per il diritto all’autodeterminazione dei popoli oppressi e il trionfo della pace e della giustizia.

E'arrivato il momento di aprire gli occhi sulla gravità della situazione in Palestina e nei paesi limitrofi, come il Libano e la Siria, ma anche l'Iraq e l'Afghanistan, è arrivato il momento di non illudersi più della possibilità di risolvere tutto con la forza e con le tecnologie militari, di non imporre soluzioni contro la volontà dei vari popoli in tutte queste zone; la pace si conquista dando forza alle leggi internazionali, sostenendo i principi della equità e della giustizia, sostenendo che la libertà è un diritto di tutti, soprattutto di quelli che lottano per conquistarla da decenni.

Vorremmo vedere nel corteo di solidarietà con la Palestina tantissimi operai , tantissimi giovani, tantissime donne, vi invitiamo tutti a manifestare con noi:
- per la fine dell’occupazione israeliana della Palestina.
- per uno stato palestinese sovrano con Gerusalemme capitale,
-per Il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi, come è previsto dalla risoluzione Onu 184
- per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane
- per lo smantellamento del regime di apartheid e delle colonie israeliane
- per lo smantellamento dell'assedio imposto alla Striscia di Gaza
- per la revoca degli accordi di cooperazione militare Italia – Israele e il ritiro delle truppe dai vari teatri di guerra.
Ottobre 2008
Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia
UDAP ( Unione Democratica Arabo Palestinese )

A ROMA PER LA PALESTINA
di Francesco Giordano

MARTIRI DELL’INTIFADA: Muoiono in piedi, luminosi sulla strada/splendenti come stelle,/le labbra sulle labbra della vita/ fronteggiano la morte/e scompaiono come il sole. (Fadwa Tugan).
Salwa Salah, Sara Siureh, entrambe 18 anni, sono state messe in “arresti amministrativi”, la detenzione senza processo, senza capi di accusa precisi; loro, come almeno 600 prigionieri politici palestinesi, tra cui 13 minorenni.

Ad Abdel Kader Zeid, 17 anni, Aziz Berat 20 anni e Mohammad Ramahi di 22 anni è andata peggio, sono gli ultimi assassinati dai killer sionisti.

Israele, paese che diversi (...) hanno voluto invitare come ospite “d’onore” alla Fiera del Libro di Torino; altri (...) si sono “limitati” a schierarsi a favore del vergognoso invito e contro chi invece organizzava il boicottaggio della partecipazione alla Fiera del Libro dell’unico paese che non rispetta le risoluzioni dell’ONU, che possiede centinaia di testate nucleari e che minaccia di bombardare l’Iran perché, forse, questo paese vuole dotarsi dell’energia nucleare.

A favore del boicottaggio si erano schierate forze politiche realmente di sinistra, intellettuali ed editori onesti, gruppi, associazioni sempre di sinistra, Centri Sociali non allineati con il potere, singole persone che ancora inorridiscono, e si indignano, davanti alle ingiustizie palesi come l’occupazione della Palestina da parte di Israele.Tutte queste forze hanno organizzato la magnifica manifestazione del 10 maggio a Torino che è terminata davanti alla fiera del libro facendo tremare i pochi partecipanti alla vergognosa parata sionista. Alla manifestazione si era arrivati attraverso centinaia di iniziative su tutto il territorio nazionale.

Sull’onda di quella vittoria ci siamo dati un’altro appuntamento nazionale per il 29 novembre a Roma, come chiusura dell’anno che abbiamo voluto dedicare alla Palestina, e per ricordare la Nakba, ovvero la catastrofe per il popolo palestinese, l’inizio della pulizia etnica voluta, programmata ed attuata dal sionismo.

Sarà una manifestazione forte e di totale appoggio alle ragioni del popolo palestinese, alla sua eroica Resistenza, espressa nelle varie forme che loro ritengono utili e necessarie, al coraggio con cui si battono contro una delle più feroci ed impunite occupazioni.Sarà un corteo colorato, massiccio, determinato che griderà anche le critiche ai governi occidentali, ai partiti di “sinistra” italiani, a chi collabora con i sionisti, in Italia, nel mondo arabo, in Palestina.Sarà un corteo che urlerà contro chi, muto e complice, assiste al genocidio ed alla pulizia etnica palestinese.

Il 29 novembre saremo a Roma perché è un appuntamento da non mancare per chiunque ha a cuore la pace, la giustizia, la dignità dei popoli. Gli altri, quelli che accettano l’occupazione girandosi dall’altra parte o che sono equidistanti, che restino a casa.

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24 luglio 2008

La psiche scissa di Israele.

Avevo già notato e apprezzato questo articolo di Carlo Strenger, apparso sul quotidiano israeliano Ha’aretz il 2 luglio scorso, ma le incombenze quotidiane mi avevano costretto a metterlo da parte e poi a dimenticarlo. Per fortuna, ancora una volta, soccorre l’aiuto della preziosa traduzione del sito Arabnews, riportata qui di seguito.

In questo articolo, Strenger mette bene in evidenza l’anomalia di uno Stato e di una collettività che, da una parte, formalmente riconoscono i diritti umani fondamentali e, dall’altra, li negano con spietata ferocia e determinazione ai Palestinesi che vivono nei Territori occupati.

Il filosofo ebreo si rende ben conto del profondo degrado morale – peraltro già da altri segnalato – che la società israeliana attraversa a causa dell’occupazione e della difesa ad oltranza di colonie e “avamposti” illegali, e lo ricollega a quella sorta di “sindrome dell’accerchiamento” che continua ad attanagliare gli ebrei israeliani (ma anche quelli della diaspora…), facendoli sentire perennemente assediati e in pericolo di fronte ad un nemico soverchiante ed ostile, sì da giustificare ogni crimine e ogni abominio in nome della “sicurezza” di Israele e dei suoi cittadini.

Tale degrado morale, aggiungo io, non si limita peraltro solo all’occupazione e alle politiche di apartheid praticate nei Territori palestinesi, ma si estende pericolosamente anche all’interno di Israele, con il prevalere di pratiche legislative e amministrative caratterizzate da una palese discriminazione razziale.

Scrive Strenger che “solo quando (noi israeliani) ci sveglieremo al mattino con la consapevolezza che non ci sono più orrori indifendibili da mettere a tacere, non più giovani soldati inviati a compiere un incarico che li segnerà per tutta la vita, e non più donne palestinesi che perdono i loro bambini solo perché non riescono a giungere in tempo all’ospedale, noi saremo capaci di superare gli enormi problemi interni alla nostra società”.

Si tratta di un appello accorato su cui ogni persona di buon senso in Israele dovrebbe riflettere.

La psiche scissa di Israele.
2.7.2008

In occasione del convegno annuale sullo “stato della nazione” organizzato dall’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, il deputato Avishay Braverman (membro del partito laburista, n.d.t.) ha lamentato che Israele sta andando in pezzi. Il nostro sistema educativo, di cui un tempo in Israele s’andava fieri, è allo sfascio; la corruzione nella pubblica amministrazione è alle stelle; le nostre università stanno morendo di fame; e il debito pubblico è drammatico quasi quanto quello del Brasile.

Le lamentele di Braverman riflettono un disagio generalizzato che pervade lo stato d’animo della popolazione israeliana. Per la prima volta nella storia di Israele lo scetticismo riguardo alle sue possibilità di sopravvivenza, le preoccupazioni sul suo sistema di norme statali, e l’interrogativo se esisterà ancora fra 50 anni, serpeggiano nella società e nei media. Ciò è strano, se si pensa che in passato Israele è stato in situazioni di pericolo esterno ben più gravi, e che oggi le sue risorse economiche e militari sono meglio sviluppate che mai.

Allora perché Israele è incapace di affrontare i suoi problemi sociali? Perché gli scandali per corruzione, lo stato penoso del nostro sistema educativo, o lo stallo della nostra situazione geopolitica, non portano la gente in piazza? Dopo Sabra e Chatila l’opinione pubblica israeliana era eccitata: centinaia di migliaia di persone si mobilitarono per dimostrare in quella piazza dove 13 anni più tardi Yitzhak Rabin sarebbe stato assassinato. La Commissione Kahan, nominata a seguito delle pressioni della protesta popolare, stabilì che Ariel Sharon non era adatto a svolgere il ruolo di ministro della difesa in futuro.

In passato Israele era certo della sua moralità. Il sentimento attuale che la società israeliana stia andando in pezzi riflette invece qualcosa di essenzialmente inedito: Israele non è più certo dei suoi fondamenti morali. Tale paralisi riflette un diffuso senso di colpa riguardo al comportamento attuale di Israele. Da un lato Israele sta facendo un grosso sforzo per dar vita a una società morale, democratica e creativa; dall’altro, nei Territori occupati Israele continua a costruire doppi sistemi stradali, a espropriare le terre palestinesi, a tagliare in due i villaggi palestinesi con il muro di sicurezza, a impedire alle donne palestinesi di raggiungere gli ospedali per partorire. Sotto questo aspetto, la psiche collettiva di Israele ricorda quella di una personalità scissa in situazione post-traumatica. Gli uomini che hanno subito un trauma, in genere legato al servizio militare, spesso sono capaci di mantenere una apparenza di rispettabilità durante il giorno, per poi dare sfogo a scoppi di violenza apparentemente inspiegabili quando ritornano a casa la sera.

La psiche collettiva di Israele funziona in modo similare: a partire dal 1948 poco dopo l’Olocausto, fino al 1967, l’esistenza di Israele fu realmente in pericolo. Il Paese dipendeva soltanto dal suo valore in battaglia, mentre disponeva solo di pochi alleati fedeli. Proprio come se non ci fossimo mai affrancati dal passato, continuiamo ad agire come se Israele fosse ancora un piccolo e isolato ‘Yishuv’ (letteralmente ‘insediamento’; con tale termine si indicano gli ebrei che risiedevano in Palestina prima della creazione dello stato di Israele n.d.t.) minacciato di estinzione immediata, e come se ogni nostra azione fosse giustificata dalla necessità di salvaci la vita. Israele, come società e come paese, accetta e rispetta il principio morale dei diritti umani universali. Dentro di noi, sappiamo bene che è moralmente indifendibile il fatto che causiamo sofferenze a milioni di palestinesi in Cisgiordania per mezzo degli insediamenti costruiti in profondità nei Territori. Eppure lasciamo questo che accada. Badiamo alla nostra convenienza e tentiamo di tacitare la nostra coscienza dicendo: “Non c’è un interlocutore”, o “I posti di blocco sono necessari per impedire gli attacchi terroristici”, o ancora “Guardate che cos’è accaduto quando abbiamo lasciato Gaza! Ce ne siamo andati, e tutto ciò che abbiamo ottenuto sono gli attacchi dei razzi Qassam!”

Mentre l’ultima affermazione ha una qualche validità, tutti i sondaggi evidenziano che la maggior parte degli israeliani crede che gli insediamenti all’interno della Cisgiordania mettano a repentaglio la sicurezza di Israele invece di accrescerla; e anche gli esperti militari sono di questo parere. E questi insediamenti sono la ragione principale che è alla base della stragrande maggioranza dei posti di blocco e degli espropri che rendono la vita impossibile ai palestinesi, e che hanno portato quasi tutti i palestinesi a ritenere che Israele, in realtà, non desideri la pace.

C’è solo un modo per porre fine al disagio generalizzato e spazzar via il timore che Israele sia costruito sulle sabbie mobili. È rimettere in sesto la spina dorsale di moralità che è stata danneggiata dalla scissione della psiche israeliana tra una metà rispettabile che crede nella democrazia e nei diritti umani, e l’altra metà che insensibilmente e automaticamente continua a violare tutte le norme in cui tutti noi crediamo. Dobbiamo assolutamente recuperare la capacità di fare un sincero esame di coscienza per ritornare a essere responsabili delle nostre azioni.

Io prevedo che la paralisi terminerà nel momento in cui Israele troverà la volontà politica di dire ai coloni: “noi comprendiamo il vostro dolore e la vostra rabbia, ma abbiamo fatto un terribile errore inviandovi nei Territori. La sopravvivenza morale e politica di Israele dipende dal vostro ritorno a casa”.
Solo quando ci sveglieremo al mattino con la consapevolezza che non ci sono più orrori indifendibili da mettere a tacere, non più giovani soldati inviati a compiere un incarico che li segnerà per tutta la vita, e non più donne palestinesi che perdono i loro bambini solo perché non riescono a giungere in tempo all’ospedale, noi saremo capaci di superare gli enormi problemi interni alla nostra società.

La psiche israeliana ha bisogno di essere liberata dal fardello insostenibile della colpa, se veramente vogliamo ritrovare la nostra capacità di superare le avversità, e la convinzione che abbiamo il diritto di vivere in questa terra. Solo allora sarà liberata anche la creatività e l’intraprendenza che riconosciamo nella gestione degli affari di Israele, nella ricerca e nello sviluppo, nel fiorire della scena artistica, al fine di creare quella società che tutti noi desideriamo.

Carlo Strenger, filosofo e psicanalista, insegna presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv; è membro del comitato permanente di monitoraggio sul terrorismo della World Federation of Scientists

Titolo originale: Israel’s split psyche

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14 luglio 2008

Peggiore dell'apartheid.

I media di regime sono pieni di resoconti sul vertice di Parigi per la nascita dell’Unione per il Mediterraneo e delle dichiarazioni ottimistiche di Olmert, Sarzozy, Berlusconi e compagnia varia, i quali tutti all’unisono affermano di non aver mai visto la pace tra Palestinesi e Israeliani così vicina.

Nessuno spazio, nemmeno un minimo accenno, alla recente visita di una delegazione di attivisti per i diritti umani proveniente dal Sud Africa, che solo un paio di giorni prima aveva trovato la situazione dei Territori palestinesi occupati disastrosa e scioccante, tanto da definire l’occupazione militare israeliana come un regime peggiore dell’apartheid.

Questo è il titolo dell’articolo che, il 12 luglio scorso, Gideon Levy di Ha’aretz ha dedicato a questa visita, articolo qui proposto nella traduzione del sito web degli
“Ebrei contro l’occupazione”.

Si continua a far finta di non vedere la realtà dell’occupazione israeliana, del regime dei check point, delle barriere e delle strade a uso esclusivo dei coloni, si continua a ignorare l’espansione degli insediamenti colonici, si dimentica che persino la Banca Mondiale ha avvertito che investire nei Territori palestinesi equivale a buttare soldi in un pozzo senza fondo se non verrà eliminato il regime delle chiusure, dei check point, degli ostacoli alla circolazione.

E giornali e televisioni, ossequiosi fino alla nausea, semplicemente “dimenticano” ogni notizia che possa gettare cattiva luce su Israele, in questo come in mille altri casi.

Ad esempio, evitando di riportare la notizia che Israele ha negato l’ingresso a una delegazione del Comitato Speciale dell’Onu che investiga sulle violazioni dei diritti umani praticate da Israele a danno dei Palestinesi dei Territori occupati, senza alcuna spiegazione né alcun motivo.

Il Presidente del Comitato, Prasad Kariyaawasam, dopo aver protestato ufficialmente, ha ritenuto di dover denunciare “il deterioramento dei diritti umani e della situazione umanitaria nei Territori palestinesi occupati, la grave situazione nella Striscia di Gaza, l’impatto del muro di separazione sui diritti umani del popolo palestinese, e la continuazione della politica degli insediamenti colonici.

Ma l’Onu, è ormai risaputo, è solo un’accolita di ottusi burocrati o, peggio, di biechi antisemiti, che non si accorgono di quanto ormai sia vicina la pace…

Haaretz, 10 luglio 2008

Pensavo che si sentissero a casa propria nei vicoli del campo profughi di Balata, nella Casbah e al posto di blocco di Hawara. Ma hanno detto che non c'era paragone: per loro il regime dell'occupazione israeliana è peggiore di qualunque avessero conosciuto sotto l'apartheid. Questa settimana, 21 attivisti per i diritti umani, provenienti dal Sud Africa, hanno visitato Israele. Fra loro, vi erano appartenenti all'African National Congress di Nelson Mandela; almeno uno aveva preso parte alla lotta armata, e almeno due erano stati in carcere. Vi erano due giudici della Corte Suprema del Sud Africa, un ex vice-ministro, parlamentari, avvocati, scrittori e giornalisti; neri e bianchi, almeno la metà ebrei, oggi in conflitto con l'atteggiamento conservatore della comunità ebraica nel loro Paese. Alcuni erano stati qui in precedenza, per altri era la prima visita.

Per cinque giorni sono stati a visitare Israele in modo anticonformistico – senza Sderot, l'esercito e il Ministero degli Affari Esteri (ma con Yad Vashem, il monumento allo sterminio, e un incontro con la Presidente della Corte Suprema, la Giudice Dorit Beinisch). Hanno passato la maggior parte del tempo nelle aree occupate, dove quasi nessun ospite ufficiale va – nei luoghi evitati pure dalla maggior parte degli israeliani.

Il lunedì hanno visitato Nablus, la città più imprigionata della Cisgiordania; da Hawara alla Casbah, dalla Tomba di Giuseppe al monastero del Pozzo di Giacobbe. Si sono spostati da Gerusalemme a Nablus con l'Autostrada 60, osservando i villaggi imprigionati che non hanno accesso alla strada principale, e vedendo le “strade per gli indigeni”, che vi passano sotto. Hanno visto e non hanno detto alcunché. Non c'erano strade separate, sotto l'apartheid. Sono passati, muti, attraverso il posto di blocco di Hawara: non avevano mai avuto barriere di quel tipo.

Jody Kollapen, che dirigeva gli Avvocati per i Diritti Umani nel regime dell'apartheid, osserva in silenzio. Vede la “giostra” in cui si schiacciano masse di persone che vanno al lavoro, a vedere la famiglia o all'ospedale. Neta Golan, che è vissuta per diversi anni nella città assediata, spiega che solo lo 1% degli abitanti ha il permesso di lasciare la città in auto; si sospetta che siano dei collaborazionisti con Israele. Nozizwe Madlala-Routledge, ex vice-ministro della difesa e della sanità, attualmente parlamentare, figura riverita nel suo Paese, è colpita dal vedere un ammalato portato in barella. “Privare la gente di cure mediche umane? Sapete, si muore, per quello”, dice sottovoce.

Le guide del tour – attivisti palestinesi – spiegano che Nablus è isolata da sei posti di blocco; fino al 2005, uno era aperto. “Si suppone che vi siano motivi di sicurezza per i posti di blocco, ma chiunque voglia perpetrare un attacco può pagare 10 shekel per un taxi e percorrere circonvallazioni, o camminare sulle colline.

Il vero scopo è rendere la vita difficile agli abitanti. La popolazione civile soffre”, dice Said Abu Hijla, lettore all'Università Al-Najah, nella città.

Nell'autobus, faccio conoscenza con i mie due vicini: Andrew Feinstein, figlio di sopravvissuti allo sterminio, che ha sposato una musulmana proveniente dal Bangladesh, ed è stato parlamentare per sei anni per l'ANC; e Nathan Gefen, che ha come partner un uomo musulmano, e che da giovane apparteneva al movimento di destra Betar. Nel suo Paese, devastato dalla malattia, Gefen è attivo nel Comitato contro l'AIDS.

“Guardate a sinistra e a destra”, spiega la guida, con l'altoparlante, “sulla cima di ogni collina, sul Gerizim e sull'Ebal, c'è un avamposto dell'esercito israeliano che ci osserva”. Qui ci sono fori di proiettili nel muro di una scuola e c'è la Tomba di Giuseppe, sorvegliata da un gruppo di poliziotti palestinesi armati. Qui c'era un posto di blocco, e qui è dove è stata uccisa una passante a cui avevano sparato, due anni fa. L'edificio governativo che c'era qui è stato bombardato e distrutto da aerei da guerra F-16. Mille abitanti di Nablus sono stati uccisi nella seconda intifada: 90 nell'Operazione Scudo Difensivo, più che a Jenin. Due settimane fa, il giorno che è entrata in vigore la tregua nella Striscia di Gaza, Israele ha compiuto quelli che, ad oggi, sono i suoi due ultimi assassinii. La notte scorsa i soldati sono di nuovo entrati, arrestando gente.

È passato molto tempo, da quando qui ci sono stati turisti in visita. C'è qualcosa di nuovo: gli innumerevoli poster-memoriali, attaccati ai muri per commemorare i caduti, sono stati sostituiti, in ogni angolo della Casbah, da monumenti di marmo e da placche di metallo.

“Non gettate la carta nel gabinetto, perché manca l'acqua”, dicono agli ospiti negli uffici del Comitato Popolare della Casbah, posto in alto, in un edificio spettacolare, di pietra vecchia. L'ex vice-ministro si siede a capotavola. Dietro di lei ci sono ritratti di Yasser Arafat, Abu Jihad e Mrwan Barghouti, il leader dei Tanzim, in carcere. Rappresentanti dei residenti nella Casbah descrivono le difficili esperienze a cui fanno fronte. Nell'antico quartiere, il novanta per cento dei bambini soffrono di anemia e di malnutrizione, la situazione economica è terribile, continuano le incursioni notturne, e alcuni abitanti non sono autorizzati a lasciare la città per alcun motivo. Usciamo per un giro sulla traccia delle devastazioni compiute negli anni dall'esercito israeliano.

Edwin Cameron, giudice nella Corte Suprema d'Appello, dice ai suoi ospiti: “Siamo venuti qui con scarse conoscenze, e abbiamo sete di sapere. Siamo colpiti da quanto abbiamo visto finora, ci è molto chiaro che la situazione qui è intollerabile”. Un poster, attaccato a un muro esterno, ha la foto di un uomo che ha trascorso 34 anni in un carcere israeliano. Mandela è stato in prigione per sette anni di meno. Uno dei componenti ebrei della delegazione è pronto a dire, purché non si faccia il suo nome, che il paragone con l'apartheid è assai pertinente, e che gli israeliani sono persino più efficienti nell'implementare il regime di separazione razziale di quanto non fossero i Sud Africani. Se lo affermasse pubblicamente, sostiene, sarebbe attaccato dagli appartenenti alla comunità ebraica.

Sotto un albero di fichi, nel centro della Casbah, uno degli attivisti palestinesi spiega: “I soldati israeliani sono vigliacchi. È per questo che hanno creato vie per spostarsi con i bulldozer. Nel far ciò, hanno ucciso con i bulldozer tre generazioni di una famiglia, gli Shubi”. Qui c'è il monumento in pietra alla famiglia – nonno, due zie, mamma e due bambini. Sulla pietra sono incise le parole “Non dimenticheremo mai, non perdoneremo mai”.

Non meno bello del famoso Pere-Lachaise, a Parigi, il cimitero centrale di Nablus riposa all'ombra di un bosco di pini. Fra le centinaia di pietre tombali, spiccano quelle delle vittime dell'intifada. Qui c'è la sepoltura fresca di un ragazzo ucciso alcune settimane fa al posto di blocco di Hawara. I Sud Africani camminano silenziosamente fra le tombe, fermandosi davanti a a quella di Abu Hijla, madre della nostra guida; era stata raggiunta da 15 proiettili. “Non ci arrenderemo, te lo promettiamo”, hanno scritto i bambini sulla sua lapide; era conosciuta come “madre dei poveri”.

Il pranzo è in un albergo della città, e parla Madlala-Routledge. “È difficile per me descrivere quel che sento. Quel che vedo qui è peggiore di quello che abbiamo sperimentato. Ma mi dà coraggio trovare che qui ci sono dei coraggiosi. Vogliamo sostenervi nella lotta, con ogni mezzo possibile. C'è un discreto numero di ebrei nella nostra delegazione, e siamo molto orgogliosi che siano stati loro a condurci qui; dimostrano il loro impegno a sostenervi. Nel nostro Paese siamo stati capaci di unire tutte le forze in una sola lotta, e fra di noi vi erano bianchi coraggiosi, ebrei compresi. Spero che vedremo più ebrei israeliani unirsi alla vostra battaglia”.È stata vice-ministro alla difesa dal 1999 al 2004; nel 1987 era stata in carcere. Più tardi, le ho chiesto in quali modi la situazione qui è peggiore dell'apartheid. “L'assoluto controllo sulla vita delle persone, la mancanza di libertà di movimento, la presenza dell'esercito dappertutto, la separazione totale e le ampie distruzioni che abbiamo visto”.
Madlala-Routledge pensa che la lotta contro l'occupazione non abbia successo qui a causa del sostegno USA per Israele: con l'apartheid, che le sanzioni internazionali hanno contribuito a distruggere, il caso era diverso. Qui, l'ideologia razzista è anche rinforzata dalla religione; in Sud Africa non era così. “Discorsi sulla 'terra promessa' e il 'popolo eletto' aggiungono una dimensione religiosa, che noi non avevamo, al razzismo”.

Egualmente aspre sono le osservazioni del caporedattore del Sunday Times del Sud Africa, Mondli Makanya, di 38 anni. “Quando osservi da lontano sai che qui va male, ma non sai quanto male. Nulla può prepararti a quanto abbiamo visto qui. In un certo senso, è peggiore, peggiore, peggiore, di tutto quel che abbiamo sopportato. Il livello di discriminazione, il razzismo e la brutalità sono peggiori di quelli del periodo più cupo dell'apartheid”.

“Il regime dell'apartheid considerava i neri inferiori; io penso che gli israeliani non considerino affatto i palestinesi esseri umani. Come può il cervello di un uomo architettare questa separazione totale, le strade separate, i posti di blocco? Quel che abbiamo passato era terribile, terribile, terribile – e tuttavia non c'è paragone. Qui è più terribile ancora. Noi sapevamo anche che un giorno sarebbe finito; qui non c'è una fine in vista. L'uscita dal tunnel è nerissima”.

“Sotto l'apartheid, vi erano posti in cui bianchi e neri si incontravano. Gli israeliani e i palestinesi non si incontrano più affatto; la separazione è totale. Mi sembra che agli israeliani piacerebbe che i palestinesi sparissero. Nel nostro caso, non c'è mai stato alcunché del genere: i bianchi non volevano che i neri si dileguassero. Ho visto i coloni a Silwan [a Gerusalemme Est] – persone che vogliono espellerne altre, dalle loro case”.

Dopo abbiamo camminato in silenzio per i vicoli di Balata, il più grande campo profughi in Cisgiordania, indicato 60 anni fa come rifugio temporaneo per 5.000 persone, che ora ne ospita 26.000. Nei vicoli scuri, ampî all'incirca quanto un individuo magro, vi era un silenzio opprimente. Ognuno era immerso nei suoi pensieri, e il silenzio era interrotto solo dalla voce del muezzin.
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30 novembre 2007

La soluzione a due Stati per salvare Israele.

Un articolo dell'inglese The Guardian del 29 novembre riporta le preoccupazioni del premier israeliano Olmert circa il pericolo di una possibile disintegrazione di Israele qualora non si raggiunga la soluzione a due Stati del conflitto israelo-palestinese.
Da questo, l'amico Mauro Manno prende lo spunto per scrivere questo interessante articolo, che pubblico benché io personalmente non sia un sostenitore dell'opposta soluzione che prevede un unico Stato binazionale per ebrei e palestinesi.
E non perchè non la condivida, bensì perchè non la ritengo - per vari motivi - attuabile nella pratica.
Sono in troppi, di recente, a parlare della possibilità che lo stato di Israele scompaia nei prossimi anni. Il primo è stato Ahmadinejad, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, il quale affermò un paio d’anni fa che Israele ‘scomparirà dalle pagine del tempo’ (e non come malignamente vanno dicendo i sionisti e i loro amici: ‘sarà cancellato dalla carta geografica’) La seconda versione della frase del presidente iraniano offre l’opportunità ai sionisti e loro scribi amici di ripetere la solita solfa che Ahmadinejad, è ‘il nuovo Hitler’, che vuole la bomba atomica per realizzare un ‘nuovo olocausto’ ebraico, e sciocchezze del genere.
Ahmadinejad ha ribadito la sua posizione ancora una volta il 29 novembre di quest’anno. Questa volta le sue parole sembrano siano state “non è possibile che Israele duri” (televideo di Mediaset, 29.11.07, http://www.tgcom.it/). Queste parole sono subito state semplificate dallo stesso televideo Mediaset nella frase “Israele sparirà” e sono state, ovviamente, definite ‘minacce’. Ma questo fa parte del gioco degli scribi amici e ci siamo abituati.
Qualche mese fa, fu la ministra (?) degli esteri israeliana Tzipi Livni che parlò del pericolo di sparizione che corre Israele a causa dei suoi problemi interni: la demografia, le divisioni interne delle varie comunità, l’occupazione.
Successivamente la Livni manifestò la sua preoccupazione che il mondo avrebbe finito per rifiutare il concetto di “legalità di Israele come stato ebraico”. Noi commentammo i suoi timori nell’articolo con questo link: http://www.pasti.org/manno3.html.
Oggi è lo spesso primo ministro Olmert che si dimostra preoccupato.
Un articolo del britannico The Guardian riporta le sue preoccupazioni (The Guardian 29.11.2007, State of Israel could disappear, warns Olmert, di Mark Tran, vedi:
http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,2219066,00.html.)

Cosa dice Olmert? Il primo ministro israeliano evoca lo spettro della disintegrazione dello stato ebraico a meno che non si raggiunga la soluzione dei “due stati” con i palestinesi. Facendo un parallelo con la fine del regime sudafricano dell’apartheid (lo ha fatto lui questa volta non io!), Olmert ha messo in guardia i suoi oppositori che: “Se giunge il giorno in cui la soluzione dei due stati collassa e noi ci troviamo di fronte ad una lotta nello stile di quella del Sudafrica dove i palestinesi ci chiedono lo stesso diritto di voto che abbiamo noi ... allora, non appena ciò accade, lo stato di Israele ha finito di esistere”.
Il pericolo è quello che la lotta dei palestinesi per uguali diritti in un unico stato Israele/Palestina finisca per raccogliere molti più consensi di quanto i palestinesi ne raccolgano adesso con le loro rivendicazioni. Cosa ancora più grave per Olmert sarebbe se molti ebrei della diaspora si schierassero per la democrazia e l’uguaglianza tra ebrei e palestinesi. Egli si dichiara sicuro che “Le organizzazioni ebraiche, che sono la base del nostro potere in America (Oh filosionisti dalla facile accusa di ‘antisemitismo, è Olmert che dice questo, sta parlando della lobby ebraica in America!! Lo avete capito? Nda), saranno i primi a rivolgersi contro di noi,… perché ci diranno che non possono sostenere uno stato che non pratica la democrazia e applica un uguale diritto di voto per tutti i suoi residenti”.
Olmert ha sottolineato che aveva detto cose del genere già in un’intervista di 4 anni fa. “Da allora ho sistematicamente ripetuto queste cose”. Olmert teme che i suoi nemici “diranno che in questo momento ho molti problemi (gli scandali per corruzione ecc, nda) e che questa è la ragione per cui sto cercando di realizzare la soluzione dei due stati. Ma i fatti devono essere affrontati correttamente”.

Uno dei tanti problemi interni che Israele deve affrontare per la propria sopravvivenza è il problema demografico. Oggi all’interno dell’entità sionista, anche detta ‘stato ebraico’ vi è una popolazione mista: da una parte gli ebrei dall’altra i palestinesi. Mentre i palestinesi rappresentano una comunità compatta e omogenea e non potrebbe essere diversamente visto che sono gli abitanti originari del paese, gli ebrei paradossalmente sono divisi e disuniti proprio perché sono una popolazione raccogliticcia proveniente da varie parti del mondo. I palestinesi d’Israele (che gli israeliani continuano a chiamare ‘arabi’ israeliani perché si rifiutano di usare la parola ‘palestinesi’) sono più di un quinto della popolazione e guadagnano posizioni di anno in anno dato che hanno una crescita più veloce di quella degli ebrei di Palestina (ricambiamo il favore). Questi ultimi sono, certamente, oltre il 70% della popolazione ma sono costituiti 1) dagli ebrei askenaziti, i fondatori del movimento sionista e di Israele, i quali provengono dall’est europeo, 2) dagli ebrei sefarditi che gli askenaziti hanno attirato dai paesi arabi, con le buone e le cattive, per fare gli operai agricoli nelle terre che gli askenaziti avevano rubato ai palestinesi, 3) dagli ebrei russi di recente immigrazione, in gran parte de-ebraicizzati e qualche volta convertiti al cristianesimo o atei (quindi non veramente ebrei), visto che sono passati per il regime sovietico. Molti ‘ebrei’ russi sono emigrati in Israele per ragioni economiche e non per amore del sionismo.
Non poche sono le contraddizioni tra queste tre comunità ‘ebraiche’. Non sono per altro le uniche perché vi sono altre minoranze (i falascià, gli ebrei dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, spesso feroci sionisti o coloni, ecc. Vi è poi la grande e pericolosa (per Israele naturalmente) divisione tra ebrei ortodossi e laici.
Ma lasciamo queste divisioni interne agli ebrei d’Israele e torniamo a quello che Olmert, giustamente, considera il pericolo principale oggi. I palestinesi d’Israele. Se non si realizza la separazione tra Israele e uno stato palestinese, c’è il rischio (per lo stato ebraico) che i palestinesi dei territori occupati si impegnino in una lotta per uguali diritti in un unico stato. Gli ebrei della diaspora (non la lobby, non le organizzazioni ebraiche, come dice Olmert) si sentirebbero costretti ad appoggiare la lotta per la democrazia e Israele potrebbe perdere “la base del suo potere in America”. Israele diventerebbe uno stato senza maggioranza ebraica, perché tra palestinesi d’Israele e palestinesi dei territori occupatati, la maggioranza sarebbe palestinese. Addio stato ‘ebraico’! A questo punto anche l’unità artificiale che tiene unite le varie comunità ebraiche d’Israele probabilmente salterebbe e molti ebrei emigrerebbero verso i loro paesi d’origine o verso l’Europa e gli Stati Uniti. Israele ridiventerebbe Palestina, anche se, questa volta, con una forte minoranza ebraica al suo interno. Niente di terribile visto che gli ebrei sono minoranza in tutti i paesi in cui vivono. E non se la cavano poi tanto male, dopo tutto.
Questo il problema e la soluzione, per Olmert, sarebbe …. Annapolis.

Il Premier israeliano ha dichiarato che la Conferenza di Annapolis “ha soddisfatto le aspettative israeliane più di quanto gli israeliani si aspettassero, ma questo non ci libererà delle difficoltà che ci saranno nelle trattative, che saranno complesse e difficili e richiederanno grande pazienza e sofistificazione”. Eppure, ha riconosciuto Olmert, Abbas “è un partner debole, che non è capace, e, come dice Tony Blair, deve ancora formulare i sui strumenti e potrebbe non saperlo fare”. Ma Olmert si fa rassicurante: “È mio compito fare in modo che egli riesca a procurarsi gli strumenti e comprenda le linee guida per un accordo”.
Quali sono questi benedetti strumenti di cui parlano Blair e Olmert? Credo che i due si riferiscano agli strumenti repressivi per sconfiggere Hamas. In questo gli sforzi israeliani sono già evidenti e in funzione. Olmert libera sostenitori di Abbas a centinaia e imprigiona e uccide membri di Hamas, compresi membri del parlamento palestinese. Senza una parola di Abbas, Fatah e dell’Occidente. Gli strumenti sarebbero pure quelli politici, quelli cioè atti a sconfiggere in elezioni o in un referendum le posizioni di Hamas e far vincere la linea collaborazionista di Abbas. Questi strumenti politici -- Blair ha ragione -- Abbas potrebbe non riuscire a crearseli mai. Soprattutto per colpa di Israele e della lobby ebraica americana, in ultima analisi per colpa della natura del sionismo.
Vediamo perché: Il sionismo ha sempre perseguito la conquista di tutta la Palestina, da riservare esclusivamente a ebrei. Per fare questo era necessaria l’espulsione almeno della maggioranza dei palestinesi. Israele è riuscito ad espellerne 750.000 nel 1948 e altre centinaia di migliaia dopo il 1967. In Palestina però, i palestinesi restano ancora la maggioranza. Che fare? La speranza di espellerli tutti non è mai tramontata e alcuni politici israeliani (Lieberman) la manifestano ancora apertamente. Ma non è facile. Potrebbe diventare però possibile raggiungere un duplice accordo, coi palestinesi e con i paesi arabi. Ai palestinesi bisogna imporre uno ‘stato’ palestinese simile ai bantustans che l’Africa dell’apartheid ha cercato, fallendo, di imporre ai neri. Ai paesi arabi si potrebbe cercare di imporre l’assorbimento di gran parte dei profughi palestinesi (oggi 5 milioni) in modo che essi la smettano di rivendicare il ritorno alle case e ai villaggi da cui sono stati cacciati. Il tutto all’interno di una cooperazione economica e di una ‘integrazione dello stato ebraico’ nel Medio Oriente arabo e musulmano. Abbas potrebbe essere l’uomo giusto per favorire questo duplice accordo che salverebbe Israele. Da una parte gli toglierebbe l’incubo di dover integrare milioni di palestinesi in un unico stato facendo perdere la maggioranza agli ebrei, dall’altra concentrerebbe questi palestinesi in un minimo di territorio (4 riserve o bantustan) proclamato ‘Stato Palestinese’ lasciando agli israeliani l’80% delle terre dei Territori occupati. Infine ridurrebbe il pericolo rappresentato dai profughi, una parte dei quali (quanti?) potrebbe ‘tornare’ nello ‘Stato palestinese’ e parte potrebbe essere assorbita dagli stati arabi, finalmente diventati amici e partner economici di Israele. Ma rimane ancora un’ultimo inconfessato vantaggio. Se nasce lo stato palestinese, che ci sta a fare nello stato ebraico quel milione e 300.000 palestinesi d’Israele? Si potrebbe deportarli (pardon, si deve dire ‘trasferire’) nei loro bantustans, cioè nel loro ‘stato’. I conti tornerebbero. O No?

Il sionismo non ha cambiato la sua natura razzista e deportazionista. Semplicemente ha adattato le sue tattiche alla nuova situazione. Ma il piano fallirà.
Chi lo farà fallire, come abbiamo detto, saranno prima di tutto i coloni, gli ortodossi, i sostenitori del sionismo più intransigente, senza dimenticare la lobby ebraica d’America, più pericolosa e sionista dello stesso Israele. Costoro vogliono tutta la Palestina, tutto Gerusalemme, tutti i territori occupati. Non accettano nessun aggiustamento tattico.
Poi ci sono i palestinesi ed Hamas. Accetteranno i Palestinesi di rinunciare a ulteriori porzioni della loro terra? Accetteranno di farsi concentrare in alcuni grandi campi di concentramento murati e filospinati? E i palestinesi d’Israele accetteranno di farsi deportare? Cosa succederà?

Abbas, il traditore, farà una brutta fine. Già alcuni membri di Fatah stanno passando dalla parte di Hamas e con le elezioni o con altri mezzi, Hamas finirà per conquistare anche la Cisgiordania. I palestinesi saranno allora nella condizione di modificare la lotta passando dall’obiettivo di due stati a quello di una sola Palestina, libera, democratica, non razzista e multietnica. Un solo stato proprio come teme Olmert e i suoi amici della lobby. È chiaro ormai che la politica dei ‘due stati’ è tutta interna alla logica sionista. In particolare la logica sionista dei pragmatici askenaziti d’Israele. Ma essi sono ormai minoranza perché vi sono le logiche dei sionisti ultra-ideologizzati o dei religiosi fanatici messianici, sostenute entrambe dai denari e dalle trame politiche in America della lobby ebraica d’oltreoceano. La politica dei ‘due stati’ deve essere rigettata completamente dai palestinesi perché è la visione del nemico. Se si persegue invece l’obiettivo politico di un solo stato democratico per ebrei e palestinesi, nel modo in cui hanno fatto l’ANC e il popolo nero del Sudafrica, allora si colpisce al cuore proprio l’unica possibilità di salvezza che rimane all’entità sionista, come Tzipi Livni, Shimon Peres, e Olmert hanno capito. Come Sharon, il boia, aveva capito.
La fine del sionismo e di Israele sarebbe un bene per l’umanità intera e un grande aiuto per gli stessi ebrei, che potrebbero cogliere quell’opportunità per farla finita con il loro esclusivismo e senso di razzistica superiorità, diventando liberi cittadini tra i liberi cittadini del mondo

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18 ottobre 2007

Apartheid in Palestina? No, peggio!

L’Unità on-line del 17 ottobre pubblica, a firma di Umberto De Giovannangeli, un’intervista a John Dugard, attuale Relatore speciale delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani dei Palestinesi, in cui il professore sudafricano – rimarcando la differenza tra la propaganda sionista e la realtà sul terreno – denuncia il costante deterioramento delle condizioni di vita della popolazione palestinese, i quotidiani crimini e le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, il completo fallimento del Quartetto nel suo compito di honest broker del conflitto.
Non è la prima volta che Dugard denuncia con forza le reiterate e gravi violazioni dei diritti umani a danno dei Palestinesi, incomprensibilmente ignorate dalla comunità internazionale, la quale, al contrario, ha adottato un incredibile boicottaggio politico ed economico nei confronti dell’Autorità palestinese e dei ministri in quota Hamas, prima, e dei Palestinesi di Gaza, ora.
La pace e il rispetto dei diritti umani – aveva dichiarato il Relatore Onu – non potranno mai costituire un obiettivo raggiungibile se la comunità internazionale non si deciderà una volta per tutte a intervenire per persuadere, ed eventualmente costringere, entrambe le parti ad impegnarsi seriamente a risolvere le questioni che ancora impediscono la nascita di uno Stato palestinese indipendente e sovrano, adottando un approccio equo ed imparziale nei confronti di entrambe le parti in conflitto.
Le affermazioni di Dugard riecheggiano quanto già sostenuto da Alvaro De Soto nel suo "End of Mission Report" del maggio 2007, in cui l’ex inviato dell’Onu per il Medio oriente aveva denunciato il fallimento della diplomazia nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese e le fortissime pressioni degli Usa che avevano trasformato il ruolo di mediatore dell’Onu in una completa “sottomissione” ai desiderata di Israele, condannando nel contempo anch’egli il boicottaggio nei confronti dei Palestinesi, considerato “miope” e insensato.
Dugard, constatando il completo fallimento del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia), si spinge a proporre un gesto simbolico e provocatorio, l’uscita dell’Onu dal Quartetto, proposta questa che non mancherà di sollevare aspre polemiche, nonché le consuete e trite accuse di antisemitismo rivolte nei confronti di coloro i quali cercano soltanto di raccontare al mondo la verità sui fatti che accadono in Palestina.


IN PALESTINA VITA PIU’ DURA CHE CON L’APARTHEID
Umberto De Giovannangeli

Una richiesta che scatenerà polemiche: l’Onu si ritiri dal Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Ue, Onu) nel caso in cui non vengano presi in maggiore considerazione i diritti umani dei palestinesi. Una richiesta tanto più significativa, e allarmante, perché ad avanzarla è John Dugard, inviato speciale delle Nazioni Unite per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi. Avvocato sudafricano, docente di Diritto internazionale, paladino della lotta all’apartheid, Dugard visita la Cisgiordania e Gaza da sette anni e redige i suoi dettagliati rapporti sulla situazione. “Dalla mia ultima visita - afferma - ho ricavato una impressione drammatica: nel popolo palestinese è diffuso un sentimento di disperazione causato dalla violazione dei diritti umani. Ogni volta che vado la situazione sembra essere ulteriormente peggiorata”. Un peggioramento che investe sia la Cisgiordania che Gaza: “Gaza - sottolinea Dugard - è una prigione isolata dal mondo e che Israele sembra averne buttato via le chiavi”.
Professor Dugard, alla fine del mese lei presenterà il suo rapporto alle Nazioni Unite sullo stato dei diritti umani nei Territori. Qual è la situazione?
“Gravissima, direi disperata. Una percezione netta che ho maturato da una visione diretta della situazione. Ciò che più mi ha colpito è l’assenza di speranza del popolo palestinese. Tutti noi dovremmo interrogarci sulle ragioni di questo degrado” .
Qual è la sua risposta?
“Non vi è dubbio che questa situazione di sofferenza e disperazione è frutto della violazione dei diritti umani e in particolare delle restrizioni israeliane alla libertà di movimento dei palestinesi”.
Le autorità israeliane ribatterebbero che questa situazione è dovuta alla necessità di contrastare gli attacchi terroristici. I kamikaze palestinesi non sono certo un’invenzione israeliana.
“Non metto in discussione il diritto di Israele di difendere la sua sicurezza, ma ritengo che il governo israeliano continui a gestire la sua sicurezza con un uso sproporzionato della forza”.
A cosa si riferisce in particolare?
“Penso ai centinaia di check-point che spezzano in mille frammenti territoriali la Cisgiordania, penso a Gaza, prigione a cielo aperto dove sopravvivono a stento un 1milione e 400 mila palestinesi. Sì, Gaza è una prigione della quale Israele sembra aver buttato via le chiavi”.
Gaza, soprattutto dopo il colpo di mano militare di Hamas, molto si è detto e scritto. Meno della Cisgiordania. Lei l’ha visitata recentemente. Qual è la realtà che ha registrato sul campo?
“La Cisgiordania è oggi frammentata in quattro settori: il Nord (Jenin, Nablus e Tulkarem), il Centro (Ramallah), il Sud (Hebron) e Gerusalemme est che assomigliano sempre di più ai Bantustan del Sudafrica. Le restrizioni alla circolazione imposte da un rigido sistema di autorizzazioni, rinforzato da circa 520 check point e blocchi stradali, assomigliano al sistema del "lascia-passare" (in vigore nel Sudafrica dell’apartheid) applicato con una severità che va molto al di là…”.
La sua è un'accusa molto grave, alla quale più volte in passato Israele ha ribattuto con durezza accusandola di forzature inaccettabili viziate da un evidente pregiudizio.
“Vede, io non ho alcun pregiudizio anti-israeliano e rigetto con sdegno le accuse strumentali di antisemitismo. I miei rapporti non hanno nulla di ideologico, essi sono basati su fatti circostanziati, su una documentazione ineccepibile. Israele rivendica la sua democrazia ma i principi su cui si fonda non valgono per la popolazione palestinese dei Territori. Con grande amarezza, mi creda, devo affermare che molti aspetti dell’occupazione israeliana superano quelli del regime di apartheid. Si pensi alla distruzione in larga scala da parte israeliana di case palestinesi, lo spianamento di terreni fertili, le incursioni e gli omicidi mirati dei palestinesi, per non parlare del muro eretto per l’80% in territorio palestinese. Il Muro è, attualmente, costruito in Cisgiordania e Gerusalemme est in maniera da inglobare la maggior parte delle colonie nella sua cinta. Inoltre, i tre grandi blocchi di insediamenti di Gush Etzion, Ma’aleh Adumim e Ariel dividono il territorio palestinese in enclave, distruggendo così l’integrità territoriale della Palestina. Tutto ciò, lo ribadisco, produce sofferenze, umiliazioni e, ed è quello che più mi ha colpito nella mia recente visita nei Territori, la perdita di speranza da parte del popolo palestinese. A tutto ciò va aggiunto che, di fatto, il popolo palestinese è sottoposto a sanzioni economiche, e ciò è il primo esempio di un simile trattamento applicato a un popolo occupato. Verso i palestinesi dei Territori, Israele non si comporta come una democrazia ma come una potenza colonizzatrice”.
Dalla Cisgiordania a Gaza e allo scontro interno al campo palestinese. Uno scontro che aggiunge sofferenza a sofferenza. Qual è in proposito la sua valutazione?
“Se vuole sapere il mio modesto punto di vista, le dirò che a mio avviso la Comunità internazionale sta commettendo un errore gravissimo, che renderà ancor più ostica la ricerca di un accordo di pace con Israele”.
Quale sarebbe questo errore?
“Aver deciso di appoggiare solo una fazione palestinese, quella del Fatah. Questo ruolo non compete all’Onu”.
A fine mese lei illustrerà il suo rapporto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. A quale conclusione è giunto?
“Al segretario generale Ban Ki-moon chiederò di ritirare le Nazioni Unite dal quartetto, se il Quartetto dovesse fallire nel tentativo di avere la massima attenzione per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi”.
Lei appare alquanto pessimista sulla possibilità di una svolta nella tutela dei diritti umani in Palestina. Perché?
«Perché sull’inazione del Quartetto in questo campo pesa l’influenza politica degli Stati Uniti. Una influenza negativa».

Pubblicato il: 17.10.07

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