11 febbraio 2009

Nel frattempo, in Cisgiordania.

“Israele manterrà tutte le sue promesse riguardanti la costruzione nelle colonie. Non vi sarà alcuna costruzione al di là delle esistenti linee di edificazione, alcuna confisca di terre finalizzata alla costruzione, alcun incentivo economico speciale né alcuna costruzione di nuove colonie” (Ariel Sharon, Conferenza di Herzliya, 18 dicembre 2003).

“Israele deve dimostrare il suo sostegno alla creazione di un riuscito e prospero Stato palestinese rimuovendo gli avamposti non autorizzati, ponendo fine all’espansione delle colonie…” (Dichiarazione congiunta di Bush, Olmert e Abbas alla Conferenza di Annapolis, 27 novembre 2007).

“Israele non confisca più terra in Cisgiordania, chiaro e semplice” (Ehud Olmert, conferenza stampa, 17 marzo 2008).

Uno dei principali impegni di Israele derivanti dalla road map, più e più volte riaffermato prima, dopo e durante la farsa di Annapolis - la conferenza che avrebbe dovuto portare alla pace tra Israeliani e Palestinesi entro la fine del 2008 (!) - era ed è costituito dall’obbligo di smantellare gli avamposti illegali costruiti dai coloni nella West Bank a partire dal marzo del 2001, nonché dal divieto di espansione degli insediamenti colonici, ivi incluso il cd. “sviluppo naturale”, e cioè l’espansione dettata da motivi demografici.

Un impegno rispettato? Assolutamente no (al pari, del resto, di ogni altro che Israele ha assunto nel corso degli anni nei confronti del popolo palestinese), come ci dimostra il recente
rapporto di Peace Now sull’espansione degli insediamenti e degli avamposti colonici in Cisgiordania nel corso del 2008 (Summary of Construction in the West Bank 2008, gennaio 2009).

Secondo Peace Now, nel corso del 2008, i coloni israeliani (in numero di 285.800, non considerando Gerusalemme est) hanno costruito in Cisgiordania 1.518 nuove strutture, di cui 1.257 negli insediamenti colonici e 261 negli avamposti; tra le strutture di nuova costruzione, il 61% (pari a 927) sono state edificate a ovest del muro di “sicurezza” e il 39% (pari a 591) a est del muro stesso.

Per avere un’idea dell’accelerazione imposta da Israele all’attività edilizia in Cisgiordania dopo Annapolis, nonostante ogni impegno ivi solennemente assunto, basterà ricordare che le nuove costruzioni all’interno delle colonie erano state “solo” 800 nel corso del 2007 (con un incremento registrato nel 2008 pari, dunque, al 57%), mentre le nuove costruzioni negli avamposti, nel corso del 2008, risultano addirittura più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, passando da 98 a 261 (più 166,3%).

Il vero è che Israele, se da una parte dichiarava fraudolentemente di voler raggiungere un accordo di pace con i Palestinesi e di voler congelare, a tal fine, ogni attività di edificazione di nuove costruzioni in Cisgiordania, dall’altra perseguiva senza sosta l’espansione delle colonie, in tre modi diversi:
1) iniziando e dando impulso a costruzioni e a progetti negli insediamenti a ovest del muro;
2) approvando permessi e licenze di costruzione, o addirittura la costruzione di
nuovi insediamenti, dietro richiesta dei coloni e come parte di accordi intervenuti tra questi e il governo israeliano;
3) ignorando ed evitando di smantellare le costruzioni non autorizzate e le espansioni degli avamposti illegali.

Così ad esempio, nel corso del 2008, sono state bandite gare per la costruzione di 539 nuovi alloggi in vari insediamenti colonici (Ariel, Efrat, Alfei Menashe, etc.) ed è stato dato il via libera all’inizio dei lavori in relazione a vasti progetti edilizi approvati in precedenza (950 unità abitative a Ma’aleh Adumim, 800 a Giv’at Ze’ev, 100 ad Ariel e così via).

Ma l’attività edilizia più rilevante è senz’altro quella che ha avuto luogo a Gerusalemme est, certamente da un punto di vista numerico ma, soprattutto, in considerazione dell’importanza che le questioni legate a detta area rivestono nel quadro di un accordo di pace definitivo tra Israeliani e Palestinesi.

Ebbene, secondo Peace Now, nel corso del 2008 a Gerusalemme est sono stati resi pubblici, per le eventuali osservazioni, i progetti relativi a 5.431 unità abitative e, di queste, ben 2.730 hanno ricevuto l’approvazione finale (nel 2007, ad ottenerla erano stati solamente 391 alloggi!).

Nello stesso periodo, inoltre, sono state pubblicate gare d’appalto per la costruzione di 1.184 nuove unità abitative, con un incremento del 49% rispetto al dato di 793 relativo all’anno precedente; degno di nota – e rivelatore del carattere puramente dilatorio e fraudolento che per Israele rivestono le “trattative” di pace – è il fatto che, negli undici mesi del 2007 precedenti Annapolis, erano state pubblicate gare per soli 46 alloggi, mentre le gare relative ai restanti 747 sono state pubblicate subito dopo Annapolis!

Non è peregrino ricordare che, nello stesso periodo, nessun permesso o licenza di costruzione è stato concesso ai Palestinesi residenti a Gerusalemme est, come del resto accade ormai da molti anni, ed anzi, dall’inizio del 2009, Israele ha già proceduto alla demolizione di ben 15 case di proprietà di Palestinesi: l’ultimo caso ha riguardato la demolizione di quattro edifici nel quartiere di al-Isawiya, che ha lasciato senza un tetto sotto cui stare una trentina di persone.

Fin qui il quadro delineato dal rapporto di Peace Now che, per questo, ha ancora una volta dovuto subire la
solita dose di ingiurie e di minacce.

Ma è di questi giorni la
notizia secondo cui Israele starebbe pianificando la costruzione del quartiere di Mevasseret Adumim – un imponente blocco di ben 3.500 unità abitative sito nella cd. Area E1 – e, a tal fine, ha già investito 200 milioni di shekel (circa 38,3 milioni di euro) per la costruzione delle necessarie infrastrutture preliminari, quali strade, punti di osservazione, barriere divisorie.

Se un progetto di tal genere venisse completato, si creerebbe un blocco abitato privo di soluzioni di continuità tra Gerusalemme est e l’insediamento di Ma’aleh Adumim, ma contemporaneamente si verrebbe a spezzare la continuità territoriale tra la parte araba di Gerusalemme e Ramallah, rendendo, come è ovvio, praticamente impossibile ogni intesa sui futuri confini e ogni accordo di pace tra Israeliani e Palestinesi.

E’ questo l’argomento dell’editoriale di Ha’aretz del 3 febbraio scorso, pubblicato nella preziosa traduzione offerta da
Arabnews.

Qui voglio solo aggiungere che, ancora una volta, si dimostra come il reale ostacolo al processo di pace tra Israeliani e Palestinesi sia costituito dalla devastante opera di
colonizzazione della Cisgiordania, condotta in tutti questi anni al riparo di infinite, fraudolente e dilatorie trattative di “pace”.

Tra qualche ora conosceremo i risultati definitivi delle elezioni politiche in Israele, ma già sin d’ora sappiamo – chiunque venga nominato premier e qualunque governo si formi – che nulla cambierà sotto quest’aspetto, e che i coloni continueranno a prosperare, ad aumentare di numero, a costruire nuove, linde casette nella terra che Dio ha destinato loro, non certo a questi Arabi cenciosi.

Tzipi Livni, il candidato premier di Kadima (partito che gli exit poll danno in testa con la previsione di una trentina di seggi), in mesi e mesi di trattative non solo non è riuscita a raggiungere uno straccio di accordo con i Palestinesi riguardo ai confini definitivi, ma ha negato ogni diritto al ritorno per i profughi palestinesi e ha accuratamente evitato di assumere alcun impegno riguardo alla questione di Gerusalemme est.

Il principale avversario della Livni, il leader del Likud Benjamin Netanyahu (previsione 28 seggi), è sempre stato ed è tuttora fiero avversario di ogni “concessione” territoriale ai Palestinesi e della divisione di Gerusalemme; trovandosi in campagna elettorale, ha un po’ aggiustato il tiro affermando di non essere contrario a colloqui di pace definitivi, ma di ritenerli soltanto “prematuri”, proponendo in cambio ai Palestinesi dei benefici esclusivamente economici.

Del terzo incomodo Lieberman e della sua formazione “Israele casa nostra” (previsione 15 seggi) non vale neanche la pena di parlare, essendone ben noto il carattere razzista e anti-arabo; mancava soltanto la notizia che Lieberman, anni addietro,fosse stato membro del
gruppo terrorista Kach.

A seconda del governo che si verrà a formare, dunque, Israele potrà o meno continuare a fingere di negoziare un accordo di pace con i Palestinesi, ma è certo che proseguirà a creare quei “fatti sul terreno” che allontanano ogni giorno di più quella pace che si finge di voler ricercare, impedendo la costituzione di uno Stato palestinese che non sia un mero aggregato di bantustan, privo della necessaria continuità territoriale e di adeguate risorse.

E questo vale soprattutto per Gerusalemme est, area all’interno della quale Israele – fin dal 1967 – ha cercato di creare una realtà geografica e demografica tale da frustrare ogni futuro tentativo di modificarne la sovranità territoriale, attraverso:
- l’isolamento fisico di Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania;
- la mancata concessione di nuove autorizzazioni edilizie alla popolazione araba e la demolizione delle costruzioni “abusive”;
- la revoca della residenza ai Palestinesi che si siano allontanati da Gerusalemme per almeno 7 anni, e sia pure se ivi erano nati e avevano sempre vissuto;
- la ineguale e discriminatoria allocazione del budget municipale tra le due parti della città.

La costruzione del nuovo quartiere di Mevasseret Adumim darebbe probabilmente il colpo di grazia ad ogni residua speranza palestinese di avere Gerusalemme est come capitale di un proprio Stato sovrano e, dunque, ad ogni accordo di pace che si voglia realisticamente condiviso e duraturo.

Toccherebbe agli Usa e alla Ue, gli “amici” di Israele, impedire che ciò avvenga e imporre un cambiamento di rotta attraverso l’avvio di un serio piano di demolizione degli avamposti e di sgombero delle colonie; perché, talvolta, anche agli amici si può dire – o si può far capire con atti concludenti (leggi: sanzioni) - che stanno sbagliando, per il nostro e per il loro stesso bene e, soprattutto, per il bene della pace e della giustizia tra i popoli.

Ne avranno la volontà e la forza?

CATTIVE NOTIZIE DA UN NUOVO QUARTIERE
3.2.2009

La notizia secondo cui Israele ha investito circa 200 milioni di shekel a Mevasseret Adumim, un nuovo quartiere ebraico ad est di Gerusalemme dove è prevista la costruzione di 3.500 unità abitative, rivela le reali intenzioni del governo uscente. Come ha riferito Amos Harel nell’edizione di ieri di Haaretz , negli ultimi due anni Israele ha investito enormi quantità di denaro in infrastrutture per la costruzione di unità abitative al fine di creare un blocco continuo fra Ma’aleh Adumim e Gerusalemme Est.
Nell’ultimo decennio, il governo americano si è opposto ad ogni costruzione israeliana nell’area. Ma ancor più preoccupanti del fatto di danneggiare gli interessi americani, o di investire il denaro pubblico in un progetto dal futuro incerto, sono le serie contraddizioni fra la politica dichiarata del governo e le sue azioni. In maniera ancora più allarmante, questo progetto edilizio rivela che il governo ha cercato di consolidare l’occupazione israeliana della Cisgiordania nello stesso momento in cui parlava del raggiungimento di un accordo con i palestinesi.

Durante il suo mandato di primo ministro, Ehud Olmert ha condotto prolungati colloqui con il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, ed il ministro degli esteri Tzipi Livni si è impegnato in negoziati paralleli con il negoziatore palestinese Ahmed Qureia. L’obiettivo apparente di questi colloqui era di giungere ad un compromesso concordato – ma ora è chiaro che si trattava di un mero espediente. Mentre si avvicinava la scadenza del suo mandato, Olmert ha fatto alcune fra le più coraggiose dichiarazioni mai rilasciate da un primo ministro a proposito della necessità di porre fine all’occupazione e di giungere ad un accordo – ma ora è chiaro che si trattava di un inganno. Mentre egli continuava a parlare, e mentre i negoziati si trascinavano stancamente, il governo ha fatto l’opposto rispetto a quello che affermava essere il suo obiettivo.

L’unico obiettivo di Mevasseret Adumim è quello di spezzare la Cisgiordania, rompendo i legami fra Gerusalemme e Ramallah, e facendo naufragare l’ultima possibilità di giungere ad una soluzione pacifica.

Non si può parlare di soluzione dei due stati mentre si fa di tutto per distruggere ogni possibilità che questa soluzione si realizzi. Non si può parlare di porre fine all’occupazione mentre si continua a costruire in Cisgiordania. Le azioni, dopotutto, sono più eloquenti delle parole.

Le possibilità di creare uno stato palestinese in mezzo agli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono scarse anche senza l’ulteriore complicazione di Mevasseret Adumim. Una simile ipocrisia da parte del governo, e le contraddizioni fra le politiche dichiarate e le azioni sul terreno, devono giungere ad una fine prima che la nuova amministrazione americana venga coinvolta. Se volete la pace, non investite nella costruzione di Mevasseret Adumim.

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1 Commenti:

Alle 11 febbraio 2009 22:42 , Blogger arial ha detto...

disgustoso: editoriale Haaretz
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=24202&PHPSESSID=00ca10c6d953aea09159a4b6c75ff094

 

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