19 gennaio 2012

Diplomatici Ue: necessario dividere Gerusalemme

Gli inviati della Ue presso l’Autorità palestinese già da tempo hanno preparato un rapporto che contiene alcune prime, e molto parziali, misure da adottare per cercare di frenare l’inarrestabile espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Tali misure prevederebbero tra l’altro, secondo quanto riportato da Ynet, l’inserimento dei coloni violenti in una “lista nera” e il divieto di intrattenere rapporti economici con aziende israeliane aventi sede o operanti a Gerusalemme est.

Ma, soprattutto, i diplomatici Ue esprimono la loro preoccupazione che la continua espansione delle colonie israeliane impedisca di conseguire la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, e sottolineano come una pace durature presupponga la necessità di dividere Gerusalemme.

Sarebbe un buon inizio, se solo i Paesi membri della Ue si decidessero ad adottare le misure proposte dal documento…

Inviati europei: inserire i coloni israeliani in una lista nera

Gli inviati europei redigono un duro rapporto che mira a fare pressioni affinchè Israele cambi politica in Cisgiordania e chiede che i coloni violenti vengano iuseriti in una “lista nera” e che Gerusalemme venga divisa.

di Elior Levy – 18.1.2012

L’Europa dichiara guerra ai coloni? I capi delle delegazioni dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese hanno elaborato un documento contenente dure raccomandazioni allo scopo di rafforzare il controllo dell’Autorità palestinese su Gerusalemme est e di premere su Israele affinché modifichi le sue politiche in Cisgiordania.

Il severo documento, le cui parti essenziali vengono pubblicate per la prima volta, è stato acquisito da Ynet.

Le raccomandazioni includono la preparazione di una “lista nera” di coloni considerati violenti, al fine di poter valutare successivamente la possibilità di vietarne l’ingresso nell’Unione europea. Il documento chiede anche di incoraggiare una maggiore attività e rappresentanza dell’Olp a Gerusalemme est.

Il rapporto, inoltre, raccomanda alle maggiori autorità Ue in visita a Gerusalemme est di astenersi dal farsi scortare da rappresentanti ufficiali israeliani o da personale della sicurezza.

“Gerusalemme deve essere divisa”

I funzionari, inoltre, sono sollecitati a dare disposizioni alle aziende turistiche europee di astenersi dal fornire supporto alle imprese israeliane situate a Gerusalemme est e ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica europea sui prodotti israeliani che provengono dagli insediamenti o da Gerusalemme est.

Un diplomatico occidentale ha detto a Ynet che gli europei sono ben consapevoli delle implicazioni di queste ultime raccomandazioni. Egli ha anche espresso la speranza che il documento incoraggi la Ue a intraprendere iniziative concrete per porre fine all’espansione degli insediamenti colonici, ivi compresa una legislazione che vieti le transazioni finanziarie che riguardano la costruzione delle colonie.

Un documento redatto dai capi delegazione esprime preoccupazione per l’aumento dell’attività edilizia israeliana a Gerusalemme est, che secondo gli inviati europei compromette la possibilità di raggiungere la soluzione a due stati. Senza la divisione di Gerusalemme, che dovrebbe fungere da capitale sia per Israele sia per la Palestina, sarebbe impossibile assicurare una pace durevole, hanno scritto gli inviati europei. (…)

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27 settembre 2011

Che bel regalo per Rosh Hashanah!

Il comitato regionale per la pianificazione e la costruzione oggi ha approvato un progetto di costruzione di 1.100 alloggi nel quartiere di Gilo a Gerusalemme.

Il progetto comprende la costruzione di piccole unità abitative, di una passerella, di edifici pubblici, di una scuola e di una zona industriale.

“E’ un bel regalo per Rosh Hashanah” (il Capodanno ebraico, che quest’anno cade il 28 settembre, n.d.r.), ha detto Yair Gabay, un membro del comitato distrettuale di Gerusalemme.

“Gerusalemme si sta espandendo verso sud, creando alloggi a prezzi accessibili. Dobbiamo chiarire al mondo che Gerusalemme non è in vendita.

Il progetto edilizio, naturalmente, ha attirato su di sé le aspre critiche delle organizzazioni umanitarie e quelle (ipocrite) di Washington, in quanto Gilo è un quartiere costruito su terra palestinese conquistata durante la Guerra dei sei giorni e, successivamente, annessa alla municipalità di Gerusalemme.

Naturalmente, questo non è che l’ultimo atto, in ordine di tempo, di una massiccia e ininterrotta opera di costruzione illegale di alloggi e di espansione delle colonie su terreni che, secondo diritto, dovrebbero appartenere al futuro stato palestinese.

Recentemente, il governo israeliano ha espropriato un’area di 81 ettari e mezzo, pari all’estensione della Città Vecchia di Gerusalemme, allo scopo di legalizzare l’avamposto illegale (!) di Haresha, la cui superficie complessiva è pari a soli 7 ettari. E lo ha fatto sulla base della propria personale interpretazione di una legge sulla terra del 1858 (!), risalente cioè ai tempi dell’Impero ottomano, in base alla quale il governo israeliano può dichiarare terreni di proprietà privata di Palestinesi, che non siano stati coltivati solo per pochi anni, come “terra di stato” e darla in uso ai coloni.

E ciò benché più volte i capi di governo di Israele, da ultimo lo stesso Netanyahu, avessero solennemente dichiarato: “non abbiamo alcuna intenzione di costruire nuove colonie o di espropriare ulteriori terreni per le colonie esistenti”. Come no…

Un rapporto di Peace Now dei primi di settembre ha mostrato come, nelle colonie, l’attività costruttiva per persona è pari quasi al doppio di quella riscontrata in Israele (rispettivamente, un’unità abitativa ogni 123 residenti nelle colonie, 1 ogni 235 residenti in Israele.

Secondo l’organizzazione, nel periodo ottobre 2010 – luglio 2011, 2.598 sono stati gli alloggi di cui è iniziata la costruzione, 2.149 le nuove costruzioni completate, almeno 3.700 quelle in corso di completamento. Degno di nota il fatto che un terzo delle costruzioni appena iniziate è situato a est del muro di separazione, in insediamenti isolati; un altro terzo si trova, invece, a est della porzione di muro completata, ma ad ovest del tracciato ancora da costruire, nelle cd. “dita” che si inoltrano all’interno della Cisgiordania.

Ora, non ci può essere persona in buona fede che non veda come il pressante invito ai Palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati (ma da quanti anni si negozia inutilmente?) nasconda l’ennesima dilazione e l’ennesimo, volgare, trucco con cui Israele tenta di guadagnare tempo per poter continuare ad espandere le colonie e a consolidare la propria presa sulle terre del popolo palestinese.

L’Ufficio del Primo ministro palestinese, nel condannare l’approvazione del progetto edilizio di Gilo, ha dichiarato: “Netanyahu ha detto che non c’è spazio per passi unilaterali (ovvero la richiesta di ammissione della Palestina come stato membro dell’Onu, n.d.r.) – ma non c’è passo unilaterale più grande che ordinare di costruire in terra palestinese. Egli ha raccontato all’Onu di essere lì per dire la verità, ma questa decisione dice la verità al posto suo”

Ma gli amici di Israele continuano a far finta di niente…

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13 settembre 2011

Il terrorismo ebraico aumenta il "price tag": minacce di morte a un'attivista di Peace Now

Come pochissimi sanno (visto che molti giornali e tv mistificano la realtà parlando ancora, ad esempio, di “territori contesi”), alla luce del diritto internazionale umanitario le colonie ebraiche in Cisgiordania sono illegali e andrebbero smantellate. Ma esistono poi dei piccoli insediamenti abitativi, i cosiddetti avamposti, che sono illegali persino per la stessa legge israeliana, eppure continuano ad esistere e a prosperare.

Qualche tempo addietro, con una decisione davvero inusuale, la Suprema Corte israeliana ha ordinato lo smantellamento di uno di questi avamporti, quello di Migron, entro il marzo del prossimo anno. L’insediamento vanta una sessantina di strutture abitative e circa 250 abitanti.

Per saggiare il terreno le autorità israeliane, qualche giorno fa, hanno provveduto a demolire tre case dell’avamposto, scatenando l’ira dei coloni e la cosiddetta rappresaglia del “price tag”, che consiste nel “far pagare il prezzo” delle demolizioni alle popolazioni arabe native. Così auto sono state date alle fiamme, al pari di una moschea, alberi e vigneti sono stati distrutti o danneggiati, moschee sono state imbrattate con scritte offensive nei confronti di Maometto e della religione musulmana.

Ma, stavolta, l’attività di “price tag” dei coloni ha subito una pericolosa escalation, segnalata dalla pianificazione degli attacchi e dalla creazione di un database dei possibili obiettivi da colpire, con due recenti eventi da mettere in particolare evidenza.

Il primo riguarda l’attacco vandalico ad una
base militare dell’esercito in Cisgiordania. E, come è facile intuire, è praticamente impossibile penetrare all’interno di una base dell’Idf senza avere l’appoggio o addirittura la fattiva collaborazione di uno o più militari.

Dal che traspare di tutta evidenza come l’esercito israeliano, o almeno alcuni suoi elementi, sia vicino e condivida le ragioni dei coloni; non è un caso che, durante gli scontri con i palestinesi, esso tenda naturalmente a schierarsi con i primi, assistendo impassibile ai danneggiamenti e alle aggressioni ai danni dei palestinesi se non addirittura schierandosi apertamente a fianco dei coloni. E cosa accadrebbe se, per pura ipotesi, si dovesse procedere ad uno smantellamento su larga scala delle colonie nella West Bank?

L’altro, preoccupante, avvenimento è stata la scoperta di alcuni graffiti di minaccia sulla facciata dell’abitazione di un’attivista di Peace Now, uno dei quali addirittura ne invocava l’assassinio. E’ appena il caso di ricordare che Peace Now è una organizzazione che si occupa del monitoraggio delle attività e dell’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania e, proprio a seguito di un esposto dell’organizzazione, la Corte Suprema aveva deciso lo smantellamento dell’avamposto di Migron.

Del resto, avevamo già segnalato il sensibile incremento degli attacchi dei coloni israeliani ai danni dei palestinesi e delle loro proprietà, che fa segnare fino ad ora un +20% rispetto allo stesso periodo del 2010.

Il guaio è che, come ci ricorda
Gideon Levy, i coloni non sono i soli piromani che stanno incendiando il medio oriente, essendo in buona compagnia di una banda di “politici irresponsabili” e di “pericolosi piromani” che conducono Israele verso il vicolo cieco del totale isolamento.

SHIN BET: GLI ESTREMISTI DI DESTRA ISRAELIANI SI STANNO ORGANIZZANDO IN GRUPPI TERRORISTICI.
Un’attivista di Peace Now bersaglio di graffiti di minaccia nell’ultimo attacco “price tag” da parte dei coloni.
di Chaim Levinson – 13.9.2011


Secondo nuove analisi del servizio segreto Shin Bet, gli attivisti ebrei di estrema destra in Cisgiordania sono passati dagli atti spontanei contro gli arabi – a seguito della demolizione di abitazioni ebraiche da parte delle autorità israeliane o di attacchi terroristici contro ebrei – alla pianificazione organizzata che include l’uso di un database di potenziali bersagli.

I piccoli gruppi di estremisti ebrei, difficili da infiltrare, sorvegliano i villaggi arabi e raccolgono informazioni sui punti di accesso e sulle via di fuga nei villaggi. Essi raccolgono informazioni anche sugli attivisti di sinistra israeliani.

Un'attivista di sinistra lunedì è stato apparentemente l’ultima vittima di un “price tag”, quando graffiti di minaccia contro una leader di Peace Now sono stati scoperti sulla facciata del suo appartamento a Gerusalemme e in una vicina tromba delle scale. L’incidente segue l’attacco vandalico della scorsa settimana contro una base dell’esercito israeliano in Cisgiordania, in apparente vendetta per la demolizione di costruzioni ebraiche abusive in alcuni avamposti colonici.

Fonti dello Shin Bet osservano che gli attacchi pianificati contro arabi e attivisti di sinistra israeliani costituiscono a tutti gli effetti attività terroristica.

L’attivista di Peace Now, che ha chiesto che non venga rivelata la sua identità, ha raccontato che i suoi vicini l’hanno svegliata lunedì mattina per informarla dei graffiti. “Peace Now, la fine è vicina” recitava uno slogan. “Migron per sempre”, recitava un altro, con riferimento all’avamposto non autorizzato della Cisgiordania dove la scorsa settimana è stata effettuata la demolizione delle case. Il contenuto più minaccioso, tuttavia, fa uno specifico appello per l’assassinio della attivista di Peace Now.

“Sappiamo che c’è qualcuno che cerca di spaventarci”, ha detto ieri l’attivista, aggiungendo che alti ufficiali dell’Idf hanno fatto esperienza di incidenti simili. La polizia sta affrontando la questione, ha detto, esprimendo fiducia che i responsabili verranno trovati. La polizia di Gerusalemme non ha ancora effettuato alcun arresto relativo al caso.
In risposta all’attacco dei graffiti, l’organizzazione Peace Now ha dichiarato: “Gli incidenti rendono necessario adottare misure forti contro contro ciò che appare un nuovo movimento clandestino ebraico”.

L’attivista di Peace Now il cui appartamento è stato vandalizzato è una ben nota personalità della sinistra strettamente identificata con la sua organizzazione e coinvolta nel monitoraggio da parte del gruppo delle attività di insediamento ebraico in Cisgiordania. Ha chiesto che il suo nome non venga pubblicizzato in connessione con l’incidente per paura di essere minacciata direttamente. Ciononostante, ieri ha lavorato come al solito, visitando alcuni villaggi palestinesi nella zona di Ramallah per scattare foto della cosiddetta attività di “far pagare il prezzo”.

Domenica sera, alcuni coloni di Migron le cui case erano state demolite la scorsa settimana da parte dell’Idf e della polizia hanno tenuto una manifestazione di fronte lla residenza del Primo Ministro. Altri che si sono uniti alla protesta recavano con sé pezzi delle case demolite.

“Un atto spregevole è stato compiuto in Israele la scorsa settimana”, ha affermato Itai Harel, uno dei fondatori di Migron. “Una forza numerosa è venuta nel cuore della notte e ha lasciato 12 bambini senza un tetto sopra la testa. I giochi sono finiti a Migron”, ha aggiunto. Diverse ore dopo la manifestazione, si è verificato l’incidente dei graffiti nell’appartamento, che si trova nei pressi della residenza del Primo Ministro.

A partire dalla demolizione di tre case a Migron il 5 settembre, vi è stato anche un notevole aumento degli atti di violenza contro moschee e proprietà palestinesi. Nella notte in cui le tre case sono state rase al suolo, si è verificato un tentativo di incendio doloso in una moschea nel villaggio cisgiordano di Kusra, vicino Nablus.

Mercoledì scorso, alcune jeep e altro equipaggiamento militare dell’esercito israeliano sono stati vandalizzati. Giovedì, nel villaggio di Qabalan in Cisgiordania alcune auto sono state incendiate e nel villaggio di Yatma dei graffiti sono stati dipinti con lo spray sulla facciata di una moschea. Il giorno seguente, la facciata di una moschea è stata imbrattata con dei graffiti nella città palestinese di Bir Zeit, e ieri delle viti appartenenti a palestinesi di Halhul sono state danneggiate non lontano dall’insediamento di Karmel Tsur. Delle auto sono state inoltre incendiate nei villaggi arabi vicino a Migron.

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7 settembre 2011

Al contrario di quanto accade in Israele, nella colonia di Ariel non c'è crisi di alloggi

Nonostante non vi sia necessità di alloggi, il governo israeliano continua a costruire nell’insediamento colonico di Ariel, mentre negli ultimi sei anni gli israeliani che hanno lasciato la colonia sono più di quelli che vi sono andati ad abitare. Un fatto questo su cui dovrebbero riflettere le decine di migliaia di israeliani che in questi giorni riempiono per protesta con le loro tende le strade di Tel Aviv e di altre città d’Israele.

I dati pubblicati dall’Ufficio Centrale di Statistica mostrano chiaramente che nella colonia di Ariel, in Cisgiordania, non c’è una crisi di alloggi e non c’è alcuna giustificazione per continuare a costruire. Dal 2003 al 2009 ogni anno (ad eccezione del 2007) l’immigrazione di Ariel è stata negativa – il che significa che sono state più le persone che hanno lasciato l’insediamento di Ariel di quelle che sono andate a risiedervi. Il numero totale dei residenti di Ariel negli anni è aumentato di poco, principalmente per la crescita naturale (più nascite che morti). Tuttavia, è ben noto che i bambini hanno poco bisogno di un proprio appartamento, almeno fino all’età di 18 anni. Negli ultimi anni, la leadership dei coloni ha iniziato a mandare un gruppo di coloni religiosi a risiedere nella colonia, al fine di “rafforzare Ariel”. Questo potrebbe essere un altro indizio che l’israeliano medio non si trasferisce ad Ariel.

Nonostante il fatto che non vi sia grande richiesta di nuove abitazioni, le costruzioni continuano. Dall’inizio del saldo migratorio negativo nel 2003 fino al 2009, ad Ariel è iniziata la costruzione di 402 nuove case.

In breve molti residenti hanno lasciato Ariel, alcuni di questi appartamenti vuoti sono stati forse affittati dagli studenti della locale scuola superiore – ma non vengono utilizzati da coloni che hanno fatto di Ariel la loro residenza permanente. A causa della mancanza di domanda, le costruzioni in corso si tradurranno in appartamenti più a buon mercato.

(fonte: Peace Now)

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11 luglio 2010

Di riffa e di raffa: come i coloni israeliani sono arrivati a controllare il 42% della Cisgiordania.

A sole 48 ore di distanza dall’incontro con il Presidente Usa Barack Obama – durante il quale aveva dichiarato di essere pronto “a fare molto per la pace” – il premier israeliano Netanyahu, di fronte all’assemblea amica dell’Aipac, ha subito chiarito quale sarà la prima cosa da fare, e cioè riprendere a costruire nelle colonie in Cisgiordania non appena sarà scaduta l’attuale moratoria (il 27 settembre, per l’esattezza). Moratoria che, peraltro, non ricomprendeva Gerusalemme est, dove si è continuato a costruire allegramente in quartieri come Ras Al Amud, Sheikh Jarrah, Silwan ed altri ancora.

Molti fingono di dimenticarlo, ma il primo – e forse nemmeno il maggiore – ostacolo verso la pace tra Israeliani e Palestinesi sono i quasi 500.000 coloni che attualmente (e illegalmente) vivono al di là della cd. green line, la linea di confine che secondo il diritto internazionale dovrebbe dividere Israele dai territori palestinesi Provvede opportunamente a ricordarlo un recente rapporto dell’ong israeliana B’tselem, secondo cui 301.200 settlers vivono in 121 colonie e circa un centinaio di avamposti, che controllano il 42% dell’intera superficie della Cisgiordania, mentre altri 184.700 coloni (il dato è del 2007) risiedono in 12 quartieri che le autorità israeliane hanno istituito su terreni annessi nel tempo alla municipalità di Gerusalemme (e che costituiscono parimenti degli insediamenti colonici).

L’iniziativa di colonizzazione della West Bank è stata caratterizzata, sin dall’inizio, da un approccio strumentale, cinico e persino criminale al diritto internazionale, alla legislazione locale, agli ordini militari e alla legge israeliana, che ha consentito la continua sottrazione di terre ai Palestinesi in Cisgiordania.

Il principale strumento che Israele ha utilizzato a questo scopo è stata la dichiarazione di “terra statale” un meccanismo che ha portato all’occupazione di oltre 900.000 dunam di terra (90.000 ettari, ovvero il 16% della Cisgiordania), con la maggior parte delle dichiarazioni che sono state effettuate nel periodo 1979-1992. L’interpretazione che l’Ufficio della Procura di Stato ha dato del concetto di “terra statale” contenuto nella Legge sulla terra del periodo ottomano contraddiceva esplicite disposizioni di legge e le sentenze della Suprema Corte del Mandato. Senza questa interpretazione distorta, Israele non avrebbe potuto destinare agli insediamenti colonici tali ampie zone di terreno.

Gli insediamenti, inoltre, hanno preso il controllo di terreni privati palestinesi. Attraverso un controllo incrociato dei dati dell’Amministrazione Civile, dell’area sotto la giurisdizione delle colonie, e delle fotografie aeree degli insediamenti scattate nel 2009, B’tselem ha scoperto che il 21% della superficie edificata degli insediamenti colonici è costituita da terreni che Israele riconosce come proprietà privata, proprietà dei Palestinesi.

Per incoraggiare gli Israeliani a trasferirsi negli insediamenti, Israele ha creato un meccanismo per fornire benefici ed incentivi alle colonie e ai coloni, a prescindere dalla loro condizione economica, che spesso era finanziariamente sicura. La maggior parte delle colonie nella West Bank ha lo status di Area di Priorità Nazionale A, che da diritto ad una serie di vantaggi: nell’edilizia abitativa, consentendo ai coloni di acquistare appartamenti di qualità a prezzi economici, con una concessione automatica di un mutuo agevolato; significativi vantaggi in materia di istruzione, quali l’istruzione gratuita dall’età di tre anni, giornate scolastiche prolungate, trasporto gratuito a scuola, e stipendi più elevati per gli insegnanti; per l’industria e l’agricoltura, attraverso sovvenzioni e sussidi, e l’indennizzo per le tasse imposte sui loro prodotti dall’Unione Europea; in materia fiscale, attraverso l’imposizione di tasse significativamente più basse rispetto alle comunità situate all’interno della green line, e offrendo maggiori stanziamenti di bilancio alle colonie, per aiutarle a coprire i deficit.

La costruzione delle colonie viola il diritto internazionale umanitario. Israele ha ignorato le più rilevanti regole del diritto, adottando una propria interpretazione che non viene accettata da pressoché tutti i più eminenti giuristi del mondo e dalla comunità internazionale. La colonizzazione ha causato una permanente e cumulativa violazione dei diritti umani dei Palestinesi, in particolare:

del diritto di proprietà, assumendo il controllo di ampie distese di terreno in Cisgiordania a favore delle colonie;

del diritto all’uguaglianza e al giusto processo, stabilendo sistemi giuridici differenti, in cui i diritti delle persone si fondano sulla loro nazione di origine, i coloni essendo soggetti alle leggi israeliane, basate sui diritti umani e su valori democratici, mentre i Palestinesi sono soggetti alle leggi militari, che sistematicamente li privano dei loro diritti;

del diritto ad un adeguato standard di vita, dal momento che gli insediamenti sono stati intenzionalmente costruiti in modo da impedire lo sviluppo urbano delle comunità palestinesi, e che il controllo israeliano delle fonti d’acqua impedisce lo sviluppo dell’agricoltura palestinese;

del diritto alla libertà di movimento, attraverso i posti di blocco e altri ostacoli alla mobilità dei Palestinesi nella West Bank, con lo scopo di proteggere gli insediamenti e le arterie di traffico dei coloni;

del diritto all’autodeterminazione, attraverso l’interruzione della contiguità territoriale palestinese e la creazione di decine di enclavi che impediscono la creazione di uno Stato palestinese indipendente ed autonomo.

Il manto di legalità che Israele ha cercato di dare al sistema della colonizzazione è volto a coprire il furto di terra che è in corso in Cisgiordania, eliminando in tal modo i valori fondamentali della legalità e della giustizia dal sistema israeliano di applicazione della legge nella West Bank. Il rapporto di B’tselem espone il sistema adottato da Israele come strumento per promuovere i propri obiettivi politici, consentendo la violazione sistematica dei diritti umani dei Palestinesi.

I rilevanti mutamenti geografici e territoriali che Israele ha determinato in Cisgiordania compromettono i negoziati che Israele ha condotto per 18 anni con i Palestinesi e violano i suoi obblighi internazionali. Il sistema delle colonie, essendo basato sulla discriminazione ai danni dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania, indebolisce inoltre i pilastri dello Stato di Israele come paese democratico e sminuisce il suo status tra le nazioni del mondo.

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27 aprile 2010

L'espansione delle colonie: un errore morale e politico.

“Ancora una volta l’esistenza di Israele è in pericolo. Il pericolo non proviene soltanto dalla minaccia di nemici esterni, ma dall’occupazione e dalla continua espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme est, un errore morale e politico…”.

E’ un passaggio dell’appello pubblicato ieri su Le Monde e sottoscritto da numerosi intellettuali ebrei che vivono in Europa, e che verrà presentato ufficialmente al Parlamento europeo il prossimo 3 maggio. Tra i firmatari spiccano molti nomi noti: gli scrittori Alain Finkielkraut e Bernard-Henri Levy, il Premio Nobel per la fisica Daniel Cohen-Tannoudji, l’ex Presidente della Svizzera Ruth Dreifuss, il rabbino di Bruxelles David Meyer, lo storico Pierre Nora, l’italiano Gad Lerner.

Gli argomenti del documento sono noti: partendo dall’assunto (condivisibile o meno) che l’unica soluzione percorribile del conflitto israelo-palestinese si basa sul principio “due popoli, due stati”, si pone con urgenza la questione di smobilitare gli insediamenti colonici nei territori palestinesi occupati e di consentire la nascita di uno Stato palestinese dotato della necessaria continuità territoriale e di adeguate risorse. Mantenere l’attuale status quo, infatti, porterebbe Israele davanti all’alternativa di diventare uno stato dove gli ebrei sarebbero minoranza (si tratta della soluzione che prevede un unico stato binazionale) ovvero di essere messo al bando dalla comunità internazionale a causa delle perduranti violazioni della legalità internazionale e del diritto umanitario.

Ma ciò che è davvero importante, a mio avviso, è l’appello agli ebrei della diaspora ad adoperarsi in ogni modo affinché prevalgano la voce della ragione e si giunga rapidamente ad una composizione pacifica di questo sanguinoso conflitto, esercitando ove necessario le dovute pressioni su chi questa pace non fa nulla per raggiungere.

Perché “allinearsi in modo acritico alla politica del governo israeliano è pericoloso perché va contro i veri interessi dello Stato d’Israele”. E, direi soprattutto, contro gli interessi della pace nel mondo.

APPELLO ALLA RAGIONE

Siamo cittadini ebrei di paesi europei impegnati nella vita politica e sociale dei nostri rispettivi paesi. Qualunque sia il nostro percorso personale, il legame con Israele è parte costitutiva della nostra identità. Il futuro e la sicurezza di questo stato al quale siamo così fortemente legati ci preoccupano.

Ancora una volta l’esistenza di Israele è in pericolo. Il pericolo non proviene soltanto dalla minaccia di nemici esterni, ma dall’occupazione e dalla continua espansione delle colonie in Cisgiordania e nei quartieri arabi di Gerusalemme Est, un errore morale e politico che alimenta, inoltre, un processo di crescente, intollerabile delegittimazione di Israele in quanto stato.

Per questa ragione abbiamo deciso di mobilitarci intorno ai principi seguenti:

1) Il futuro di Israele esige di giungere a un accordo di pace con il popolo palestinese sulla base del principio di “due popoli, due stati”. Lo sappiamo tutti, l’urgenza incalza. Presto Israele sarà posta di fronte ad un’alternativa disastrosa: o diventare uno stato dove gli ebrei saranno minoritari nel loro proprio paese o mantenere un regime che trasformerebbe Israele in uno stato paria nella comunità internazionale e in un perenne teatro di guerra civile.

2) E’ essenziale che l’Unione europea a fianco degli Stati Uniti eserciti una pressione forte sulle parti in lotta e le aiuti a giungere a una composizione ragionevole e rapida del conflitto. L’Europa in ragione della sua storia ha una grande responsabilità in questa regione del mondo.

3) Se la decisione ultima appartiene al popolo di Israele, la solidarietà degli ebrei della Diaspora impone di adoperarsi perché questa decisione sia quella giusta. Allinearsi in modo acritico alla politica del governo israeliano è pericoloso perchè va contro i veri interessi dello Stato d’Israele.

4) Vogliamo dare vita a un movimento europeo capace di fare intendere a tutti la voce della ragione. Un movimento che si pone al di sopra delle differenze di parte e di ideologia con l’unica ambizione di adoperarsi per la sopravvivenza di Israele come stato ebraico e democratico, che è strettamente legata alla creazione di uno stato palestinese sovrano e autosufficiente.

E’ in questo spirito che vi chiediamo di firmare e fare firmare questo appello.

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26 aprile 2010

Gli Israeliani usano anche i morti per rinviare la demolizione delle case dei coloni.

La cd. Area C dei territori palestinesi occupati, in base agli Accordi di Oslo II del 1995, è quella sulla quale gli Israeliani mantengono tutt’ora il pieno controllo. Si tratta dell’area maggiormente estesa della West Bank (circa il 61% del totale), nella quale i Palestinesi devono convivere con i più importanti e popolosi insediamenti colonici illegali e, soprattutto, con le implacabili pratiche di pulizia etnica messe in atto da Israele.

Tali pratiche si attuano essenzialmente in due modi.

Da una parte gli Israeliani rendono estremamente difficoltoso l’accesso ai pascoli e il movimento di persone e merci, e impediscono ogni sviluppo alle essenziali infrastrutture idriche. Si spiegano in questo modo i risultati di una ricerca condotta nell’ottobre del 2009 dall’UNRWA, dal WFP e dall’Unicef tra le comunità di pastori e di beduini che vivono nell’Area C: il 79% dei nuclei familiari risulta affetto da insicurezza alimentare, il 5,9% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione acuta, il 15,3% risulta sottopeso e il 28,5% soffre di arresto della crescita, dati davvero impressionanti e che non necessitano di alcun commento (cfr. OCHA – The Humanitarian Monitor, marzo 2010).

Dall’altra parte, è praticamente impossibile per i Palestinesi residenti in quest’area ottenere un permesso edilizio, foss’anche per il semplice ampliamento dell’abitazione necessitata dall’aumento del nucleo familiare.

E poiché i Palestinesi fanno figli come tutti e i nuclei familiari si accrescono, conseguenza di ciò è il fatto – testimoniato dall’OCHA – che le autorità israeliane, soltanto nei primi tre mesi del 2010, hanno demolito 57 strutture di proprietà di Palestinesi residenti nell’Area C, incluse 24 costruzioni di tipo residenziale, causando l’evacuazione di 118 Palestinesi. Solo nel mese di marzo, inoltre, gli Israeliani hanno notificato gli ordini di demolizione relativi ad ulteriori 20 strutture, di cui 14 di tipo residenziale, mettendo a rischio di evacuazione altri 121 Palestinesi residenti nei governatorati di Betlemme, Gerico ed Hebron.

E mentre le autorità israeliane sono così solerti nel demolire le case costruite senza permesso dai Palestinesi, sulla terra di loro proprietà, non altrettanto accade per le costruzioni illegali edificate dai coloni israeliani, presenti in gran numero nell’area. E non stiamo parlando della generalità delle costruzioni coloniche – tutte illegali secondo il diritto internazionale in quanto costruite su territori occupati manu militari – ma di quelle belle casette costruite su terreni di proprietà privata di Palestinesi e, dunque, illegali secondo la stessa legge israeliana.

E, per evitare la demolizione di questi edifici, gli Israeliani non lasciano nulla di intentato, arrivando persino a strumentalizzare i morti per raggiungere questo scopo. E’ questo il tema dell’amara riflessione del giornalista israeliano Gideon Levy per Ha’aretz.

Chi ha detto che Ehud Barak è insensibile? Chi ha accusato falsamente Gabi Ashkenazi di essere un tipo di poche parole? E chi li sospetta di non essere in grado di lavorare insieme? Il ministro della difesa e il capo di stato maggiore hanno assunto una posizione comune alla fine della scorsa settimana per impedire la demolizione di alcune abitazioni illegali nell’avamposto illegale di Givat Hayovel. Alcune di queste case sono state costruite su terreni privati palestinesi, in altre parole, su terra sottratta illegalmente, e altre sono state costruite su “terreni statali” o su “terreni sotto indagine” (survey land è un termine che sta ad indicare il terreno la cui proprietà deve ancora essere accertata e su cui ogni costruzione è proibita, n.d.r.), altri termini ingannevoli che spuntano dalla scorta infinita di trucchi israeliani.

L’esercito israeliano ha persino tirato fuori dal magazzino una scusa particolarmente ridicola che non sentivamo da tempo: queste case sono “importanti per la sicurezza” in quanto sono “punti di controllo” dove è “importante” la presenza dell’Idf. Come se l’Idf non possa presidiare un luogo senza tali abitazioni.

Barak e Ashkenazi si sono uniti in questo compito perché in due di queste case vivono delle famiglie in lutto: la famiglia del Maggiore Ro’i Klein, ucciso nella Seconda Guerra del Libano, e la famiglia del Maggiore Eliraz Peretz, ucciso tre settimane fa lungo il confine con Gaza. Non è chiaro se questo fronte unito ai vertici aveva lo scopo di impedire solo la demolizione delle abitazioni di queste due famiglie o quella di tutte e 18 le case ordinata dall’Alta Corte di Giustizia. Entrambe le possibilità sollevano seri interrogativi. Il sangue di coloro che muoiono in combattimento lava via le loro colpe? Come possiamo fare discriminazioni tra un colono illegale ed un altro? Perché mai a quel Palestinese il cui terreno è stato occupato dovrebbe interessare se uno di quei coloni viene ucciso in azione? Ed ecco il fatto diabolico: di tutti i giorni, proprio nel giorno in cui Barak e Ashkenazi hanno reso nota una commovente lettera indirizzata al Presidente dell’Alta Corte Dorit Beinisch chiedendo “riguardo e sensibilità”, l’Idf demoliva altre case. I bulldozer dell’Amministrazione Civile hanno distrutto un edificio di due piani e due negozi a Kafr Hares, demolendo anche una casa ed una fabbrica a Beit Sahur e un’altra casa ad Al-Khader. Sedici persone sono adesso senzatetto, tra cui ragazzini e un bambino di un anno. La gente dell’Amministrazione Civile si è presa la briga di sottolineare che questo è stato solo l’inizio delle operazioni di demolizione. Non è venuto in mente a nessuno nell’Idf di verificare se magari la famiglia Sultan ad Hares o la famiglia Musa ad Al-Khader erano in grado di addurre circostanze attenuanti tali da giustificare “riguardo e sensibilità”. Potevano anch’essi aver perso un figlio? E, in tal caso, qualcuno avrebbe pensato di fermare la demolizione per questo motivo? Non fate ridere l’Idf, l’Amministrazione Civile, Barak, Ashkenazi e tutti quanti noi. Quelli sono Palestinesi, mica esseri umani.

La demolizione delle case a Givat Hayovel era stata decisa nel 2001, quando tutti in queste famiglie erano ancora vivi. Costoro hanno costruito le loro case irresponsabilmente, senza permessi, e sapevano che stavano rubando la terra. Vi sono molti altri coloni come loro.

Questo è il peccato originale a cui è seguito il peccato del deliberato ritardo delle autorità, che in questo caso è durato per circa nove anni come periodo per dare attuazione alla sentenza sulla petizione di Peace Now. Il Segretario generale di Peace Now Yariv Oppenheimer adesso dice che sta cedendo sulla demolizione delle case dei Klein e dei Peretz. Lo si può capire. E’ difficile distruggere una casa i cui residenti hanno appena concluso la loro settimana di lutto.

In effetti, non è umano. Ma, come al solito, ci occupiamo delle questioni marginali piuttosto che di quelle importanti. Mentre l’evacuazione degli avamposti non ha mai avuto un termine operativo, mentre il rapporto Sasson è diventato un manufatto archeologico senza nessun valore, perché di tutti i luoghi ci stiamo occupando proprio di Givat Hayovel? Ci mancano altri avamposti da evacuare, senza famiglie in lutto? Inoltre, l’intera faccenda degli avamposti “illegali” – come se anche un solo insediamento fosse legale – non è mai stata il nocciolo del problema. E’ molto comodo per tutti trasformare la vicenda di Givat Hayovel in un’altra foglia di fico ipocrita e fuorviante.

I coloni stanno sbandierando in giro il problema di queste case per il proprio bisogno di spillare ancor più la simpatia del pubblico e di aumentare l’opposizione a tutte le evacuazioni. Barak e Ashkenazi stanno sbandierando in giro il problema di queste case per mostrare quanto vorrebbero far rispettare la legge nei territori, solo che non ci riescono. Persino il sistema giudiziario di tanto in tanto cerca di dimostrare che è prudente nell’applicare la legge e non fare discriminazioni quando si tratta di coloni. Tutto ciò non è niente di meno che ridicolo.

Queste due case dovrebbero essere lasciate stare – persino l’intero avamposto. Finché resta l’insediamento principale, Eli, che differenza fa se resta questa sua appendice?

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25 marzo 2010

Lo scontro Usa-Israele.

Abbiamo già visto come i rapporti tra Usa e Israele, in questi ultime settimane, si siano fortemente deteriorati a causa del massiccio piano di giudaizzazione di Gerusalemme est, rappresentato dalle circa 50.000 unità abitative in vario stadio di realizzazione oltre la cd. “green line”.

Su questo argomento è interessante dare una lettura all’articolo che segue, scritto dal noto analista politico mediorientale Rami G. Khouri per il Jordan Times e qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

Khouri, in particolare, ci fa riflettere sulla cruciale questione rappresentata dalla capacità degli Stati Uniti di elaborare una autonoma politica per il Medio Oriente che rifletta i veri interessi americani e non sia influenzata dai desiderata di Israele. E, in effetti, mai come adesso gli interessi degli Usa e quelli di Israele sono apparsi così divergenti.

Persino l’attuale capo del Central Command, il generale David Petraeus, ha più volte fatto presente alla Casa Bianca che le attuali politiche di Israele minano gravemente la rete di consensi che gli Usa avevano costruito con l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Petraeus, tra l’altro, ha chiarito come la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rendano oltremodo più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Il generale americano si preoccupa, in primo luogo, dell’incolumità dei soldati al suo comando, ma naturalmente le sue argomentazioni valgono anche per noi tutti e, soprattutto, per i destini della pace nel mondo.

Come hanno dimostrato nel tempo i vari messaggi registrati dei vertici di al-Qaeda, la continua oppressione del popolo palestinese – che riempie di collera il mondo arabo nei confronti di Israele e dell’Occidente accusato di connivenza – costituisce un formidabile strumento di propaganda e di inesausto proselitismo.

Uri Avnery, giorni addietro, faceva notare che non ci può essere pace senza uno Stato palestinese indipendente, e non può esservi uno Stato palestinese che non abbia Gerusalemme est come capitale. E su questo c’è assoluta unanimità tra i Palestinesi, siano essi di Fatah o di Hamas, tra gli Arabi, dal Marocco all’Iraq, e all’interno dell’intero mondo islamico, dalla Nigeria all’Iran.

Siamo certi della sincerità di Barack Obama, allorquando ha dichiarato che si sarebbe impegnato strenuamente per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e siamo consci del fatto che l’influenza delle potentissime lobby ebraiche sui deputati e sui senatori Usa gli impediscono di agire come probabilmente vorrebbe.

Ma è giunto il momento di dare un chiaro segnale a Israele e di porre fine alla continua espansione delle colonie a Gerusalemme est e in tutta la West Bank, anche mediante l’uso di drastici strumenti di pressione. Gli ebrei di Jewish Voice for Peace, in quest’ottica, ci invitano a inviare una email al Presidente Usa, chiedendo la sospensione di ogni aiuto finanziario ad Israele fino a che non ponga fine alla colonizzazione dei Territori occupati e non allenti il criminale assedio alla Striscia di Gaza.

Per dirla come Khouri, un conto è difendere la sovranità e la sicurezza del popolo israeliano, un conto è continuare a difendere un Paese di eterni colonizzatori, di espropriatori di terre, di violatori del diritto internazionale.

The US-Israeli feud.
di Rami G. Khouri
19.3.2010

Sono stato a Boston e a New York, tenendomi informato sulla crisi nelle relazioni israelo-americane, dopo che il governo israeliano (durante la visita ufficiale del vicepresidente americano Joseph Biden) ha fatto due annunci con cui approvava la costruzione di quasi 1.800 nuove unità abitative nelle aree occupate di Gerusalemme e della West Bank (si tratta delle 1.600 abitazioni nel quartiere di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est e delle 112 abitazioni approvate nell’insediamento di Beitar Illit, in Cisgiordania, 10 km a sud di Gerusalemme (N.d.T.) ).

La controversia ha assunto proporzioni notevoli, per quanto riguarda la storia delle relazioni israelo-americane. Raramente funzionari americani di primo piano dichiarano pubblicamente o in privato, come hanno fatto la scorsa settimana, che Israele ha “insultato” gli Stati Uniti, e la accusano di minare deliberatamente i processi di mediazione USA, “condannano” le azioni israeliane o chiedono a Israele di adoperarsi per dimostrare il suo impegno a favore dei negoziati di pace israelo-palestinesi, che stanno per essere avviati con la mediazione americana.

Tutto questo rappresenta una certa novità, ma sarebbe anche piuttosto insignificante qualora la polemica risulti essere solo un altro piccolo incidente di percorso lungo un altrimenti solido rapporto bilaterale fra America e Israele, nel corso del quale gli interessi della destra israeliana e i lobbisti di Washington hanno determinato per decenni la politica USA in Medio Oriente.

Che l’attuale controversia sia seria, è chiaro; quali siano le sue possibili conseguenze, non lo è.

In questa vicenda i palestinesi e gli arabi sono in gran parte osservatori silenziosi, proprio come sono stati vittime inerti e persone invisibili nel complessivo progetto di colonizzazione sionista che continua ad arraffare e ad inghiottire territori palestinesi.

Così l’attenzione si focalizza sui due protagonisti e sulle due questioni cruciali, rivelando la posta in gioco: Israele e la sua perenne colonizzazione delle terre arabe, e la capacità statunitense di prendere decisioni politiche sul Medio Oriente in totale autonomia.

Sarebbe limitato considerare questo contrasto come qualcosa che riguarda essenzialmente le probabilità di avviare i “colloqui di prossimità” questa settimana, come programmato. La questione è molto più profonda, riguarda il cuore del conflitto nazionalista fra arabi e israeliani e la relazione esclusiva fra Stati Uniti e Israele.

Gli arabi e i palestinesi ritengono di aver fatto ogni concessione loro richiesta, incluso riconoscere il diritto ad esistere d’Israele, accettare di negoziare e di vivere in pace con lo Stato ebraico, e acconsentire a una risoluzione del problema dei profughi palestinesi che sia negoziata e concordata con Israele (ovvero, accettare che solo un numero limitato e prestabilito di profughi ritornerà nella propria casa nel territorio palestinese incluso nell’odierna Israele). Se si deve arrivare alla pace, un passo avanti ora lo deve compiere Tel Aviv.

La faccenda degli insediamenti è così opprimente poiché riguarda le due questioni chiave in gioco: le politiche israeliane di colonizzazione e la subordinazione dell’America a Israele.

La polemica in corso è importante anche per la sua capacità di generare cambiamenti in merito a questi punti critici.

La prima questione è se esiste una linea di distinzione fra Israele come patria del popolo ebraico, con cui i palestinesi possono convivere in stati adiacenti, e Israele come progetto di perpetua colonizzazione sionista che rifiuta di accettare lo stato di diritto, così come definito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Israele rivendica il diritto di costruire insediamenti e di colonizzare tutto il territorio dell’Israele biblica, e afferma che l’intera Gerusalemme è la sua capitale eterna e indivisibile. I suoi insediamenti/colonie rappresentano un simbolo dinamico della sua totale mancanza di considerazione per il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, nonché una conferma della sua ostinazione, tipica di uno stato di apartheid, a godere di diritti maggiori rispetto ai palestinesi e agli arabi che vivono nella loro stessa terra.

Ad un certo punto, dopo 115 anni di sionismo moderno, gli ebrei e gli israeliani dovranno chiarire al mondo e a sé stessi se sono un insieme di eterni colonizzatori, di violatori del diritto internazionale e di espropriatori, o uno stato che cerca solo di permettere alla popolazione ebraica di vivere in pace, in sicurezza e nella normalità, nella terra a cui essa è legata sin da quando emerse come un popolo distinto, migliaia di anni fa.

La seconda questione che l’attuale controversia potrebbe chiarire è se gli Stati Uniti siano capaci di formulare una politica per il Medio Oriente che rifletta interessi nazionali autenticamente americani. Gli Stati Uniti possono abbandonare la loro abitudine di sottomettersi al ricatto, al terrorismo ideologico e all’intimidazione dei gruppi pro-Israele nei confronti dei politici americani, che temono di essere sollevati dal loro incarico se si discostano dalle posizioni israeliane?

Gli Stati Uniti hanno contrastato le opinioni e le prese di posizione d’Israele davvero molto raramente. Soltanto una o due volte nella storia contemporanea, gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare qualcosa che il paese si rifiutava di fare, come nel caso del ritiro dal Sinai nel 1956. Potremmo essere in una di quelle rare circostanze in cui gli Stati Uniti (adesso offesi e irritati) faranno veramente pressione su Israele affinché congeli totalmente gli insediamenti, con l’obiettivo di far ripartire i negoziati indiretti con i palestinesi.

Ci troviamo in un territorio inesplorato, ma anche in un ambito politico della massima importanza, dove la natura delle nazioni, e la determinazione politica degli uomini e delle donne che le governano, si trovano seriamente sotto esame per la prima volta nell’arco di due generazioni.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”.

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18 marzo 2010

I giovani razzisti ebrei.

Questo articolo, pubblicato l’11 marzo scorso su Ha’aretz, è dedicato a quanti magnificano Israele come il posto migliore al mondo in cui vivere, una magnifica democrazia ed una nazione civile e progredita in cui non v’è assolutamente alcuna traccia di razzismo e di discriminazione verso la minoranza araba.

Degna di nota è, altresì, l’elevata percentuale degli studenti (quasi la metà del campione) che si dichiarano pronti a rifiutare – quando saranno chiamati a svolgere il servizio militare – ogni ordine di evacuazione delle colonie e degli insediamenti illegali in Cisgiordania. Con ciò, evidentemente, approvando l’intensa opera di colonizzazione e la sottrazione di terre e risorse naturali ai legittimi proprietari palestinesi.

Se c’era qualcuno che contava sulle nuove generazioni in Israele per raggiungere un accordo di pace con i Palestinesi può senz’altro abbandonare ogni speranza in tal senso.

Secondo i risultati di un nuovo rilevamento diffuso ieri, quasi la metà degli studenti israeliani delle superiori non ritiene che, in Israele, gli studenti arabo-israeliani debbano avere gli stessi diritti degli ebrei. La stessa indagine ha messo in evidenza che oltre la metà degli studenti vorrebbe negare agli arabi il diritto di essere eletti al Parlamento.

Il rilevamento, che venne rivolto ai giovani di diverse scuole superiori israeliane, ha rilevato inoltre, che quasi la metà tra tutti gli interpellati – il 48% - ha affermato che si sarebbe rifiutata di obbedire agli ordini di evacuazione degli avamposti e delle colonie nei Territori Palestinesi.

Vicino ad un terzo – il 31 % - ha risposto che avrebbe rifiutato di svolgere il servizio militare al di là della Linea Verde.

I risultati completi del sondaggio verranno esposti oggi durante una discussione accademica ospitata congiuntamente dalla Scuola di Educazione dell’Università di Gerusalemme e dal Centro di Presa di Coscienza dei Cittadini in Israele. Il simposio si concentrerà sui vari aspetti dell’educazione civile nel paese.

“I giovani ebrei non hanno interiorizzato i valori democratici fondamentali“ ha affermato il prof. Daniel Bar –Tal, uno degli organizzatori della conferenza.

L’indagine era stata commissionata il mese scorso da Maagar Mochot, un istituto di ricerche israeliano, con la supervisione del prof. Yitzhak Katz. Essa è stata applicata ad un campione di 536 ebrei e arabi aventi un’età compresa tra i 15 ed i 18 anni.

L’inchiesta ha cercato di valutare gli atteggiamenti dei cittadini nei confronti dello Stato di Israele; la loro visione a proposito dei nuovi immigranti e dei cittadini arabi dello Stato; oltre alle loro posizioni politiche.

I risultati forniscono l’immagine di una gioventù che si applica in filosofie politiche che vanno al di fuori della corrente principale.

In risposta al quesito se ai cittadini arabi si sarebbe dovuto accordare diritti uguali a quelli degli ebrei, il 49,5% aveva risposto in modo negativo. Il problema ha evidenziato il profondo solco che tiene separati i giovani religiosi da quelli laici, con l’82% di studenti religiosi che affermano di essersi opposti ad una parità di diritti per gli arabi, mentre appena il 39% degli studenti laici ha ribadito tale opinione.

Il solco laico – religioso era presente pure quando agli studenti era stato proposto il quesito se i cittadini arabi avrebbero potuto essere eleggibili per concorrere ad una carica nel Parlamento. Mentre l’ 82% di coloro che avevano tendenze religiose aveva risposto in senso negativo, il 47% dei giovani laici si era dichiarato d’accordo. In totale, il 56% aveva sostenuto che tale diritto avrebbe dovuto essere completamente negato.

L’indagine aveva fatto ricerche anche sulla questione del servizio militare e sull’esecuzione di ordini militari che fossero ritenuti politicamente responsabili di creare discordia.

Mentre una stragrande maggioranza (91%) aveva espresso il desiderio di arruolarsi nelle Forze Israeliane di Difesa, il 48% aveva affermato che non avrebbe obbedito di fronte ad un ordine di evacuare avamposti e colonie nella West Bank.

In questo caso, i ricercatori hanno notato il legame con la religione. Di coloro che si sarebbero rifiutati di eseguire ordini di evacuazione, l’81% dichiara di appartenere alla categoria dei religiosi, rispetto al 36% che sono laici.

Un funzionario del Ministero dell’Educazione. ha dichiarato: “Questo sondaggio d’opinioni mostra risultati che mettono in luce un grave segnale d’allarme per il consolidarsi tra la gioventù della tendenza a punti di vista estremi.”

L’indagine, la quale aveva rivelato, inoltre, che un numero relativamente alto di giovani conta di votare e che la democrazia è tuttora considerata il sistema di governo preferito, indica “un divario tra il consenso ad una democrazia formale e i principi fondamentali della democrazia, che vietano la negazione dei diritti alla popolazione araba,” secondo quanto ha dichiarato il funzionario.

“Le distinzioni riguardanti le diverse posizioni esistenti tra la gioventù laica e quella religiosa, che stanno aumentando in modo più marcato dal punto di vista demografico, è necessario che rappresentino un motivo di preoccupazione per noi tutti, in quanto tutto ciò determinerà l’aspetto dello stato per altri 20 – 30 anni, “ ha sostenuto Bar-Tal. “C’è una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo nella visione del mondo della gioventù religiosa.”
(tradotto da mariano mingarelli)

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30 settembre 2009

L'impotenza di Obama.

A otto mesi dalla promessa del Presidente Usa Barack Obama (appena insediatosi) di impegnarsi a fondo per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, le speranze che la sua elezione e i suoi alati discorsi avevano suscitato vanno scemando ogni giorno di più.

Se gli Usa non riescono nemmeno ad ottenere da Israele il “congelamento” delle colonie illegali in Cisgiordania, ovvero un semplice stop a tempo determinato dell’attività edilizia di espansione degli insediamenti, come potranno arrivare a sciogliere i nodi ben più complessi che attengono a Gerusalemme est e al problema dei profughi palestinesi?

E’ questo il tema di un interessante intervento redazionale di Medarabnews, che viene riportato qui di seguito per la sua sintetica completezza nel trattare le questioni in campo.

Il vero è che gli Usa e Obama non vogliono o non riescono a mettere in campo quelle pressioni politiche ed economiche che sono essenziali per convincere il riottoso “alleato” israeliano a rientrare nell’alveo della legalità internazionale e a consentire la nascita di uno Stato palestinese economicamente sostenibile, con il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese troppo a lungo conculcati.

Certo, Obama può parlare – in maniera appassionata e coinvolgente come sa – di pace e di disarmo, lo ha fatto di recente all’Onu.

Ma non si capisce bene come si possa denunciare l’Iran come minaccia nucleare e contemporaneamente tacere sulle centinaia di testate nucleari possedute da Israele, pronte ad essere usate sulla base della cd. “Samson Option”.

Non si capisce bene come si possa parlare di pace e di giustizia tra i popoli e contemporaneamente relegare in un cassetto il rapporto Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso” a Gaza, con il suo accurato resoconto relativo al massacro di oltre 1.400 Palestinesi, in massima parte civili inermi, compiuto dagli Israeliani, e con le sue denunce relative ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità commessi dagli assassini di Tsahal, crimini che non possono ancora una volta restare impuniti.

Legittimare ogni azione compiuta dallo Stato israeliano – persino i suoi crimini più atroci ed efferati – rende i discorsi di Obama insopportabilmente carichi di ipocrisia e, in definitiva, non aiuta in alcun modo, ed anzi ostacola, il perseguimento di un accordo di pace complessivo in Medio Oriente.

BALBETTA L’INIZIATIVA DI OBAMA PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE.
30.9.2009

A otto mesi dalla solenne promessa del presidente americano Obama (allora appena insediato alla Casa Bianca) di impegnarsi a dare nuovo impulso al processo di pace fra Israele e i palestinesi, le speranze di veder riprendere il cammino verso una soluzione del conflitto arabo-israeliano hanno subito un duro colpo.

La misura su cui l’amministrazione Obama aveva puntato per ristabilire la fiducia reciproca fra le parti – ovvero il congelamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, accompagnato da una progressiva normalizzazione dei rapporti fra i paesi arabi e Tel Aviv – si è scontrata con la dura realtà del rifiuto posto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Obama ha convocato ugualmente a New York un vertice e tre – fra lui, Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas – in occasione del quale ha annunciato la sua intenzione di passare direttamente ai negoziati sul “final status”, ovvero sui termini dell’accordo di pace conclusivo fra israeliani e palestinesi.

Ciò non ha impedito alla maggior parte degli osservatori, soprattutto nel mondo arabo, di esprimere la propria delusione per quanto accaduto: per Obama si tratta infatti di una sconfitta che non lascia ben sperare per il futuro. Incassare il rifiuto di fermare gli insediamenti è equivalso, a detta di molti, a una grave manifestazione di debolezza: Obama ha dimostrato che in questo momento non è in grado di esercitare pressioni sul governo israeliano [1].

Inoltre, a tutt’oggi non esiste alcuna tabella di marcia per i negoziati, alcun meccanismo di monitoraggio, alcun ruolo preciso al tavolo negoziale per il mediatore americano e per gli altri membri del Quartetto (UE, Russia e ONU). In altre parole, non esiste un piano di pace definito, e non esiste un meccanismo negoziale.

Numerosi osservatori hanno fatto rilevare [2] che fra i pilastri dei futuri negoziati vi sono il destino dei profughi palestinesi, il futuro di Gerusalemme Est, e il destino degli insediamenti. Rifiutandosi anche soltanto di “congelare” gli insediamenti (mentre un accordo di pace definitivo dovrebbe prevedere lo smantellamento della maggior parte di essi), ritenendo Gerusalemme parte integrante dello stato di Israele, e chiedendo che i palestinesi ed i paesi arabi riconoscano Israele come stato “ebraico”, Tel Aviv di fatto cancella a priori questi tre elementi fondamentali di ogni futura trattativa.

Se molti tacitamente riconoscono che un accordo di pace fra le parti realisticamente potrà prevedere il ritorno di parte dei profughi in Palestina, ma solo di un numero puramente simbolico di essi entro i confini di Israele, per altro verso la presenza degli insediamenti israeliani in Cisgiordania rende di fatto impossibile l’esistenza stessa di un futuro stato palestinese.

D’altra parte, molti analisti concordano sul fatto che gli insediamenti rappresentano una realtà sul terreno che sarà difficilissimo eliminare [3], soprattutto se si tiene conto che molti di essi sono stati costruiti con la connivenza dei governi israeliani succedutisi al potere dal 1967 ad oggi, e che i coloni rappresentano una lobby politica molto forte all’interno di Israele.

Più di 250.000 coloni israeliani risiedono in Cisgiordania, mentre quasi 200.000 vivono a Gerusalemme Est. Un eventuale accordo di pace comporterebbe dunque o l’evacuazione di quasi mezzo milione di persone, oppure che i coloni diventino una minoranza nel futuro stato palestinese (ipotesi di non meno difficile realizzazione).

All’interno dello stesso stato di Israele, tuttavia, diversi osservatori ritengono che l’attuale status quo sia altrettanto insostenibile [4]. Il futuro di Israele non può non passare attraverso un accordo di pace e una pacifica convivenza con i palestinesi. Malgrado ciò, non solo l’attuale governo, ma anche buona parte della classe politica israeliana ritiene che una soluzione negoziata al momento non sia possibile, e che l’unica alternativa praticabile sia una politica di deterrenza sostenuta dall’uso della forza.

Sulla stampa internazionale non sono pochi, però, coloro che ritengono che l’attuale vittoria di Netanyahu possa tradursi in una futura sconfitta per Israele, oltre che per il suo governo. Innanzitutto, lo spostamento dell’attenzione sui negoziati per il “final status” potrebbe comportare l’insorgere di tensioni nel governo Netanyahu, composto da forze eterogenee accomunate solo dal rifiuto di una soluzione negoziata. Tali tensioni potrebbero addirittura portare alla caduta dell’esecutivo. Ma anche in questo caso, rimarrebbe tuttavia il problema di fondo dell’estrema frammentazione del panorama politico israeliano, che ha come diretta conseguenza la paralisi politica del paese, soprattutto di fronte a scelte cruciali per il suo futuro.

Tali scelte non sono però ulteriormente rinviabili. La classe politica israeliana non può ragionevolmente pensare di trascinare a tempo indeterminato l’intollerabile realtà dell’occupazione – prolungando indefinitamente una situazione di disuguaglianza, drastica limitazione delle libertà fondamentali, e soprusi quotidiani – senza compromettere definitivamente il carattere democratico dello stato, e senza subire conseguenze sul piano regionale.

Non va dimenticato, ad esempio, che il blocco economico ai danni della Striscia di Gaza prosegue tuttora, continuando a colpire una popolazione di un milione e mezzo di persone, già stremata da anni di privazioni e dal devastante conflitto dello scorso gennaio. Tale blocco prosegue anche se Hamas si sta astenendo dal lanciare razzi e sta compiendo ogni sforzo per impedire attacchi da parte delle altre fazioni palestinesi presenti a Gaza.

A coloro che sostengono che questo è il risultato dell’azione di “deterrenza” delle forze armate israeliane, si può obiettare che lo stesso livello di calma e di non belligeranza fu ottenuto con la tregua bilaterale che precedette l’attacco israeliano a Gaza. Tale tregua, tuttavia, prevedeva anche che, a seguito della fine del lancio dei razzi, Tel Aviv avrebbe aperto i valichi ponendo fine all’ “assedio”. Ma anche allora i valichi non furono mai aperti.

Il conflitto di Gaza ha avuto – ed ha tuttora – un impatto profondissimo in tutto il mondo arabo. Esso, oltre a causare la morte di 1.400 palestinesi, ha distrutto le strutture essenziali di questo esile e sovrappopolato lembo di terra.

A nove mesi dall’inizio dell’attacco militare israeliano, la ricostruzione non è ancora partita, perché Israele non permette l’ingresso dei materiali necessari nella Striscia. Tutto questo obbliga migliaia di persone a vivere in condizioni spaventose, alloggiate in tende o in prefabbricati privi dei servizi più elementari, ed in condizioni di povertà estrema.

Lasciar incancrenire realtà di questo genere, e prolungare indefinitamente lo status quo in Medio Oriente si tradurrà inevitabilmente, e drammaticamente, in nuove violenze e in nuovi conflitti – forse anche in tempi relativamente brevi.

E’ questo l’allarme che hanno lanciato, fra gli altri, molti commentatori arabi [5], i quali hanno messo in guardia sulle conseguenze che un ennesimo fallimento negoziale potrebbe comportare, in Palestina e nel mondo arabo.

L’avvento di Obama aveva infatti generato enormi speranze in tutto il Medio Oriente [6], come già era accaduto in precedenza con l’iniziativa di pace promossa dal presidente Bill Clinton. La continua frustrazione di tali speranze, ed il permanere di condizioni di ingiustizia nel Levante arabo non potrà che determinare dolorosi contraccolpi.

L’influenza iraniana nel mondo arabo, in particolare, è vista come una minaccia da gran parte dei cosiddetti “regimi arabi moderati”. Tuttavia, non potendo offrire alcuna soluzione alla questione palestinese ed al conflitto arabo-israeliano, tali regimi si trovano a dover combattere con armi spuntate la crescente influenza che l’Iran esercita su settori consistenti delle loro popolazioni.

In altre parole, la mancata soluzione della questione palestinese si traduce in un ulteriore fattore di delegittimazione (oltre a quelli dovuti all’assenza di democrazia, alla corruzione, ecc.) per i regimi arabi che hanno scelto la via del negoziato.

La retorica di Netanyahu, di cui il discorso pronunciato la scorsa settimana all’Assemblea Generale dell’ONU costituisce un tipico esempio, risulta essere perfettamente speculare a quella del presidente iraniano Ahmadinejad.

Sulla stampa israeliana, vi è chi ha affermato [7] che, quando il premier israeliano paragona implicitamente Hamas ai nazisti, facendo un accostamento fra i rudimentali razzi Qassam ed il bombardamento di Londra che sterminò oltre 40.000 persone durante la seconda guerra mondiale, legittima coloro che nel mondo arabo-islamico compiono l’operazione opposta paragonando a loro volta i metodi israeliani e quelli nazisti. Quando denuncia i “tiranni di Teheran” per aver infierito sui manifestanti iraniani all’indomani delle controverse elezioni presidenziali del giugno scorso, mentre i soldati israeliani adoperano le stesse tecniche contro le manifestazioni nonviolente del villaggio palestinese di Bil’in (così come in altre innumerevoli occasioni), non fa altro che mettere a nudo ancora una volta il proprio approccio demagogico e strumentale alla crisi iraniana da un lato ed alla questione palestinese dall’altro.

Atteggiamenti di questo genere hanno come unico risultato quello di ricompattare le masse arabo-islamiche diseredate e private dei propri diritti attorno alla figura di un presunto “nuovo eroe” islamico, che questa volta sarà incarnato dal presidente iraniano Ahmadinejad. Allo stesso tempo tali atteggiamenti contribuiscono a far mancare la terra sotto i piedi a quei paesi arabi che hanno accettato la “soluzione dei due stati” – quegli stessi paesi arabi che Netanyahu vorrebbe mobilitare contro l’Iran.

La questione palestinese rischia in questo modo di diventare ostaggio della crisi iraniana [8], ed ogni rinvio nella ripresa di negoziati seri e concreti rende questa possibilità sempre più probabile.

A pagare il prezzo di questi rinvii e di queste strumentalizzazioni politiche potrebbero essere (drammaticamente) le popolazioni della regione: palestinese, israeliana, e di tutto il Medio Oriente.

[1] non è in grado di esercitare pressioni sul governo israeliano:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/obama-netanyahu-tragedia-farsa/
[2] Numerosi osservatori hanno fatto rilevare:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/insediamenti-e-fallimento-mitchell/
[3] una realtà sul terreno che sarà difficilissimo eliminare:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/la-verita-insediamenti-cisgiordania/
[4] sia altrettanto insostenibile :
[8] ostaggio della crisi iraniana:

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10 giugno 2009

Luci e (molte) ombre nel discorso di Obama al Cairo.


Il discorso con il quale il presidente americano Barack Obama si è rivolto al mondo arabo ed islamico all’università al-Azhar del Cairo ha avuto una enorme eco e un forte impatto emotivo, e molti commentatori non hanno esitato a definirlo come un evento che segna una svolta storica e, in ogni caso, un netto punto di discontinuità rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione neocon di George W. Bush.

L’organizzazione no-profit Avaaz ha lanciato una campagna on line per raccogliere firme a sostegno dell’affermazione di Obama “che gli insediamenti nei territori occupati devono cessare”, con l’intento di pubblicare le parole del presidente Usa e il numero di firme raccolte dalla petizione a sostegno su alcune testate giornalistiche chiave in Israele e a Washington (ad oggi sono state raccolte oltre 140.000 firme).

E tuttavia, nel mondo arabo ma non solo, non è mancato chi ha fatto osservare come quello di Obama – al di là del primo impatto – sia stato un discorso insufficiente in alcuni dettagli non secondari, e soprattutto sotto il profilo delle questioni concrete da affrontare (e del modo in cui risolverle) che attengono al conflitto israelo-palestinese.

Alcuni analisti, ad esempio, hanno fatto rilevare come non basti chiedere il “congelamento” degli insediamenti colonici nella West Bank – che peraltro Israele rifiuta decisamente di porre in essere – ma si debba affrontare con forza il tema più generale della loro illegittimità e della necessità di rimuoverli come richiederebbe il diritto internazionale. Altri hanno fatto osservare come sia del tutto mancata la condanna dell’operazione “Piombo Fuso” e dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza, in primis l’uso massiccio e criminale del fosforo bianco, altri ancora avrebbero desiderato una più chiara apertura nei confronti di Hamas.

E’ questo il tema affrontato da Muhammad Abu Rumman in un articolo pubblicato il 6 giugno sul quotidiano giordano al-Ghad, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

L’analista giordano si sofferma, in particolare, sul fatto che Obama non solo non ha fatto cenno alle due grandi questioni di Gerusalemme est e del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, ma non ha nemmeno definito la natura dello stato palestinese, né si è impegnato esplicitamente affinché tale stato sorga su tutti i territori occupati nel 1967. Il rischio che si paventa, insomma, è quello che nasca uno staterello privo di risorse e con una autonomia limitata, aprendo la strada a quella “opzione giordana” che è sempre stata segretamente accarezzata in Israele ma anche negli Usa.

Toccherà dunque aspettare ancora un po’ per vedere se i roboanti proclami obamiami saranno seguiti da fatti concreti e da comportamenti concludenti dell’amministrazione Usa.

L’altra faccia dell’ “opzione giordana”.
6.6.2009

E’ difficile ignorare che il discorso di Obama ha determinato una svolta storica nei toni dell’approccio politico americano di fronte al mondo arabo, eliminando molti degli ostacoli culturali e psicologici alla costruzione di un franco dialogo di civiltà improntato alla riconciliazione.

Forse il più importante degli elementi positivi di questo discorso è rappresentato dalla chiusura del capitolo dello “scontro di civiltà” che era stato imposto dall’approccio dei neocon e dell’ex presidente George W. Bush. Questo approccio aveva scatenato guerre che avevano acquisito la caratteristica di latenti guerre di civiltà, ed aveva offerto ad al-Qaeda una “opportunità storica” di sfruttare questi orientamenti americani per raccogliere consensi ed aumentare le proprie capacità di arruolare simpatizzanti e adepti al suo discorso ideologico, presentandosi come il baluardo a difesa della nazione islamica di fronte alle “guerre crociate”.

Tuttavia, se andiamo al di là del valore simbolico del discorso di Obama e rivolgiamo la nostra attenzione alle questioni reali che rappresentano il vero banco di prova per le politiche del nuovo presidente americano, ci rendiamo conto che il valore del suo discorso si riduce di molto.

Il conflitto arabo-israeliano ed il processo di pace costituiscono un nodo importante per la realizzazione della “riconciliazione storica” di cui ha parlato Obama. Se da un lato negli ultimi giorni è emersa da parte americana una posizione molto ferma nei confronti di Israele – riassumibile nel rifiuto della proposta del governo israeliano di una “pace economica”, nella riconferma della “soluzione dei due stati” e nella richiesta di fermare gli insediamenti – dall’altro quanto è emerso dal discorso di Obama su questo tema in generale è preoccupante.

Obama, sebbene abbia cercato di mostrare obiettività e di attribuire ad entrambe le parti (quella arabo-palestinese e quella israeliana) la responsabilità di una soluzione storica, tuttavia non è stato equanime e si è mantenuto su toni generici – quei toni che hanno ormai stancato la gente – lasciando i dettagli e le decisioni finali in una “zona grigia” vaga e indefinita.

Egli ha parlato delle sofferenze degli israeliani per “alcuni razzi” che vengono lanciati dalla resistenza palestinese, ingigantendone oltremodo gli effetti, mentre non ha dedicato una sola parola ai massacri compiuti da Israele a Gaza e nel sud del Libano, nei quali sono morti migliaia di civili. Ha ricordato agli arabi l’Olocausto (sebbene gli arabi non abbiano alcuna responsabilità in esso!) corroborando in questo modo la legittimità della creazione di una patria nazionale per gli ebrei.

Dal punto di vista pratico, riguardo al processo di pace, stiamo ancora attendendo il piano americano relativo alla prossima fase ed al “final status”. Non stiamo qui rivolgendo un invito ad affrettare una decisione in un senso o nell’altro, tuttavia vi sono motivi per essere molto cauti.

Infatti, se Obama ha chiesto ad Israele di congelare gli insediamenti, egli non ha tuttavia parlato degli insediamenti attuali in Cisgiordania, né della loro illegittimità. Quando ha parlato dello stato palestinese, lo ha fatto legando tale stato alla vita quotidiana dei palestinesi, come se l’obiettivo di questa entità statale fosse soltanto un obiettivo economico ed umanitario, e non un diritto in primo luogo storico, politico e giuridico.

Cosa ancora più importante, Obama non ha definito la natura dello stato palestinese e non si è impegnato a lavorare affinché tale stato venga creato su tutti i territori arabi occupati nel 1967; non ha parlato in maniera chiara del destino di Gerusalemme, così come non ha accennato ai profughi ed alla loro sorte.

Ciò che desta preoccupazione, inoltre, è che quando Obama ha parlato della controparte araba, ha detto implicitamente che l’iniziativa di pace araba non rappresenta il punto di arrivo, ma il punto di partenza. Ciò rafforza alcune indiscrezioni secondo cui l’amministrazione americana avrebbe chiesto anticipatamente agli arabi di rinunciare chiaramente al diritto al ritorno dei profughi, come sembrano confermare le dichiarazioni attribuite al presidente palestinese Abbas a Washington.

Sulla base di questa lettura, le promesse di Obama nella loro sostanza non andranno al di là di ciò di cui parlano gli ambienti israeliani – cioè di un governo palestinese debole e sparuto, provvisorio, e con un’autonomia limitata, il quale potrebbe aprire la strada ad una unione formale con la Giordania che permetterebbe ad Israele di sbarazzarsi del problema dei “residenti palestinesi” e del loro fardello politico, storico e di sicurezza!

Il timore è che il governo israeliano potrebbe “alzare la posta” annunciando di rifiutare la soluzione dei due stati. Esso potrebbe adottare implicitamente l’ “opzione giordana” alla stregua di una “manovra negoziale”, cosicché la sua successiva accettazione della soluzione dei due stati apparirebbe come una “grande concessione” – una concessione in realtà del tutto illusoria.

L’attenzione non va dunque rivolta alla conferma di Obama della “soluzione dei due stati”, ma alla sostanza, alla giurisdizione ed alla reale capacità di sopravvivere del futuro stato palestinese, altrimenti queste promesse prima o poi rappresenteranno soltanto l’altra faccia dell’ “opzione giordana”.

Vogliamo dunque mettere in guardia contro le esagerazioni mediatiche e politiche che innalzano il livello delle aspettative nei confronti dell’amministrazione Obama. Credo che dovremmo averne abbastanza delle illusioni e dei sogni ingannevoli.

Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Ghad’

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3 giugno 2009

Andate a Hebron.


Hebron è una città della Cisgiordania situata a circa 30 km. a sud di Gerusalemme, che tradizionalmente ha sempre rappresentato il centro di riferimento commerciale per l’intera Cisgiordania meridionale.


Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti – guidati dal rabbino Moshe Levinger – occupò il principale hotel di Hebron, rifiutandosi di abbandonarlo. Da allora, e nel corso degli anni, Israele ha stabilito circa una ventina di insediamenti colonici dentro e intorno alla Città Vecchia di Hebron, difesi da un abnorme numero di truppe e tutelati da un regime di separazione e di restrizione della libertà di movimento dei Palestinesi che ha provocato il collasso economico dell’area e ha indotto numerosi residenti ad abbandonare la città.


Basti pensare che, secondo una ricerca condotta nel novembre-dicembre 2006 dall’ong israeliana B’tselem, ben 1.014 unità abitative nel centro di Hebron (il 41,9% del totale) risultavano abbandonate dai loro proprietari, 659 solo nel periodo della seconda Intifada. Analogamente, gli esercizi commerciali chiusi a causa delle restrizioni alla libertà di movimento risultavano essere pari a 1.829 (il 76,6% del totale), di cui 1.141 durante la seconda Intifada, 440 per ordine dell’esercito israeliano.


Nell’area di Hebron controllata da Israele (la cd. zona H2) vi sono ben 93 ostacoli stradali, di cui 9 rappresentati da checkpoint permanentemente presidiati dall’esercito israeliano, con un incremento del 19% rispetto al marzo di quest’anno ed un conseguente peggioramento delle condizioni di vita dei Palestinesi e della loro libertà dio movimento.


I coloni israeliani di Hebron – godendo dell’impunità loro garantita dai soldati di Tsahal – sono particolarmente aggressivi nei confronti dei Palestinesi, e in questi anni hanno messo in campo tutta una serie di violenze fisiche e verbali nei confronti dei residenti, tranquillamente picchiati o fatti oggetto di lanci di pietre o di liquidi organici; i soldati e la polizia israeliani non solo non intervengono mai a difesa dei Palestinesi ma, al contrario, essi stessi si macchiano quotidianamente di eccessivo uso della violenza, di arresti e detenzioni arbitrari, di trattamenti umilianti inflitti a chi non può reagire.


Hebron rappresenta il simbolo dell’illegalità degli insediamenti colonici israeliani, delle violazioni delle norme di diritto internazionale poste a tutela dei diritti umani delle popolazioni civili sotto occupazione, dell’impatto rovinoso che le politiche israeliane hanno nei confronti dei diritti umani fondamentali dei Palestinesi, il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza personale, al libero movimento di persone e cose, alla salute, alla proprietà.


Ma, soprattutto, Hebron rappresenta il simbolo di come può evolversi il rapporto tra Israeliani e Palestinesi se non si porrà un freno alla strisciante pulizia etnica ed alla colonizzazione della West Bank.


E’ questo il tema dell’articolo pubblicato il 14 maggio scorso dal giornalista israeliano Ori Nir sul sito dell’agenzia di news Common Ground News Service, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.


Andate a Hebron.
14.5.2009


HEBRON - Andate a Hebron. Osservate come alcune centinaia di coloni israeliani ultra-nazionalisti, una minoranza in una città palestinese di 160.000 abitanti, hanno trasformato la vita dei suoi residenti palestinesi in un inferno.


Andate a Hebron. Guardate come una piccola minoranza ebraica domina un’oppressa maggioranza araba, e capirete il motivo per cui Israele ha bisogno di una soluzione a due stati, al fine di sopravvivere in futuro come uno stato ebraico democratico.


Andate a Hebron. Vedrete come i coloni ebrei e il governo militare di Israele hanno usato la forza per trasformare quello che era il centro della città – e il centro degli affari e del commercio della Cisgiordania meridionale – in un’enclave ebraica. I palestinesi non sono autorizzati a percorrere a piedi, e tanto meno in automobile, la strada principale del centro di Hebron. Sono costantemente e quotidianamente vittime di molestie da parte dei coloni e dell’esercito.


Se volete vedere come diventeranno i rapporti fra israeliani e palestinesi se non iniziamo ad invertire l’attuale escalation dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, andate a Hebron.


Se avete a cuore il futuro di Israele, se il vostro pensiero politico è determinato dal senso di ciò che è fattibile, di ciò che è giusto e di ciò che è morale, se per voi i valori ebraici significano qualcosa, andate a Hebron.


Parlate con i coloni. Ascoltate la loro visione. Parlate con i palestinesi. Chiedete loro della loro vita quotidiana. Chiedete loro del risentimento, dell’odio, della disperazione e del sentimento di vendetta che lo status quo sta infondendo nei loro cuori e nelle loro menti. Parlate con i soldati, i paracadutisti dai berretti rossi – i migliori soldati di Israele – che sono costretti a lavorare in questo luogo deprimente, le cui abilità di combattenti vengono sprecate per controllare le borse della spesa di anziane donne palestinesi, e per tentare di impedire a giovani coloni di commettere atti vandalici nei negozi palestinesi o di lanciare pietre contro gli arabi di Hebron.


Se fossi Benjamin Netanyahu, sarei andato a Hebron prima di andare a Washington per incontrare il presidente Obama, prima di definire il “nuovo approccio” del processo di pace israelo-palestinese a cui egli ha fatto riferimento alla conferenza dell’AIPAC. Credo che anche Netanyahu – sì, persino un cinico come Bibi – si vergognerebbe, come israeliano e come ebreo. Io mi sono vergognato, durante la mia recente visita a Hebron con un gruppo di attivisti di Peace Now e di Americans for Peace Now.


Nel compiere la sua analisi dei rapporti tra la maggioranza e la minoranza a Hebron, raccomando a Netanyahu di leggere questo brano di B. Michael pubblicato in una recente edizione di Yedioth Ahronoth: “Alla vigilia della Festa dell’Indipendenza, l’Ufficio Centrale di Statistica ha affermato che il numero di residenti in Israele ammonta a 7,4 milioni di persone. C’era anche una notizia che rincuorava gli animi in vista delle vacanze: la maggioranza assoluta della componente ebraica è stata mantenuta; gli ebrei rappresentano il 75,5% della popolazione. Solo il 24,5% non è ebreo. Tuttavia, un deplorevole errore si è fatto strada in questi numeri. L’origine di questo errore consiste nello strano “stile di vita” della Linea Verde (il confine che separa lo stato di Israele propriamente detto dai Territori occupati (N.d.T.) ). Tale confine, che è presumibilmente “morto” molto tempo fa, salta fuori dalla tomba (o forse viene riesumato con la forza) ogni volta che fa comodo alle statistiche o alle pubbliche relazioni. Ma le cifre reali sono le seguenti: secondo l’Ufficio Centrale di Statistica e la CIA, il governo israeliano controlla 11,43 milioni di esseri umani. Tra questi, 5,6 milioni sono ebrei, 5,83 milioni sono non-ebrei (2,46 milioni di palestinesi in Cisgiordania, 1,55 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, 1,5 milioni di palestinesi cittadini di Israele e 0,32 milioni di “altri non-ebrei”). I dati esatti sono i seguenti: nell’impero israeliano, gli ebrei costituiscono il 49% della popolazione, mentre i non-ebrei il 51%. Ora possiamo cominciare noi ad essere definiti ‘minoranze’”.


Signor Primo Ministro, vada a Hebron. Perché la strisciante “hebronizzazione” di Israele è un cancro. Lei lo sa. E sa anche che non è troppo tardi per fare marcia indietro.


Ori Nir, portavoce di Americans for Peace Now, è stato corrispondente del quotidiano israeliano Ha’aretz per gli affari palestinesi; questo articolo era originariamente apparso sul sito di Americans for Peace Now il 05/05/2009


Titolo originale:
Go to Hebron

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11 febbraio 2009

Nel frattempo, in Cisgiordania.

“Israele manterrà tutte le sue promesse riguardanti la costruzione nelle colonie. Non vi sarà alcuna costruzione al di là delle esistenti linee di edificazione, alcuna confisca di terre finalizzata alla costruzione, alcun incentivo economico speciale né alcuna costruzione di nuove colonie” (Ariel Sharon, Conferenza di Herzliya, 18 dicembre 2003).

“Israele deve dimostrare il suo sostegno alla creazione di un riuscito e prospero Stato palestinese rimuovendo gli avamposti non autorizzati, ponendo fine all’espansione delle colonie…” (Dichiarazione congiunta di Bush, Olmert e Abbas alla Conferenza di Annapolis, 27 novembre 2007).

“Israele non confisca più terra in Cisgiordania, chiaro e semplice” (Ehud Olmert, conferenza stampa, 17 marzo 2008).

Uno dei principali impegni di Israele derivanti dalla road map, più e più volte riaffermato prima, dopo e durante la farsa di Annapolis - la conferenza che avrebbe dovuto portare alla pace tra Israeliani e Palestinesi entro la fine del 2008 (!) - era ed è costituito dall’obbligo di smantellare gli avamposti illegali costruiti dai coloni nella West Bank a partire dal marzo del 2001, nonché dal divieto di espansione degli insediamenti colonici, ivi incluso il cd. “sviluppo naturale”, e cioè l’espansione dettata da motivi demografici.

Un impegno rispettato? Assolutamente no (al pari, del resto, di ogni altro che Israele ha assunto nel corso degli anni nei confronti del popolo palestinese), come ci dimostra il recente
rapporto di Peace Now sull’espansione degli insediamenti e degli avamposti colonici in Cisgiordania nel corso del 2008 (Summary of Construction in the West Bank 2008, gennaio 2009).

Secondo Peace Now, nel corso del 2008, i coloni israeliani (in numero di 285.800, non considerando Gerusalemme est) hanno costruito in Cisgiordania 1.518 nuove strutture, di cui 1.257 negli insediamenti colonici e 261 negli avamposti; tra le strutture di nuova costruzione, il 61% (pari a 927) sono state edificate a ovest del muro di “sicurezza” e il 39% (pari a 591) a est del muro stesso.

Per avere un’idea dell’accelerazione imposta da Israele all’attività edilizia in Cisgiordania dopo Annapolis, nonostante ogni impegno ivi solennemente assunto, basterà ricordare che le nuove costruzioni all’interno delle colonie erano state “solo” 800 nel corso del 2007 (con un incremento registrato nel 2008 pari, dunque, al 57%), mentre le nuove costruzioni negli avamposti, nel corso del 2008, risultano addirittura più che raddoppiate rispetto all’anno precedente, passando da 98 a 261 (più 166,3%).

Il vero è che Israele, se da una parte dichiarava fraudolentemente di voler raggiungere un accordo di pace con i Palestinesi e di voler congelare, a tal fine, ogni attività di edificazione di nuove costruzioni in Cisgiordania, dall’altra perseguiva senza sosta l’espansione delle colonie, in tre modi diversi:
1) iniziando e dando impulso a costruzioni e a progetti negli insediamenti a ovest del muro;
2) approvando permessi e licenze di costruzione, o addirittura la costruzione di
nuovi insediamenti, dietro richiesta dei coloni e come parte di accordi intervenuti tra questi e il governo israeliano;
3) ignorando ed evitando di smantellare le costruzioni non autorizzate e le espansioni degli avamposti illegali.

Così ad esempio, nel corso del 2008, sono state bandite gare per la costruzione di 539 nuovi alloggi in vari insediamenti colonici (Ariel, Efrat, Alfei Menashe, etc.) ed è stato dato il via libera all’inizio dei lavori in relazione a vasti progetti edilizi approvati in precedenza (950 unità abitative a Ma’aleh Adumim, 800 a Giv’at Ze’ev, 100 ad Ariel e così via).

Ma l’attività edilizia più rilevante è senz’altro quella che ha avuto luogo a Gerusalemme est, certamente da un punto di vista numerico ma, soprattutto, in considerazione dell’importanza che le questioni legate a detta area rivestono nel quadro di un accordo di pace definitivo tra Israeliani e Palestinesi.

Ebbene, secondo Peace Now, nel corso del 2008 a Gerusalemme est sono stati resi pubblici, per le eventuali osservazioni, i progetti relativi a 5.431 unità abitative e, di queste, ben 2.730 hanno ricevuto l’approvazione finale (nel 2007, ad ottenerla erano stati solamente 391 alloggi!).

Nello stesso periodo, inoltre, sono state pubblicate gare d’appalto per la costruzione di 1.184 nuove unità abitative, con un incremento del 49% rispetto al dato di 793 relativo all’anno precedente; degno di nota – e rivelatore del carattere puramente dilatorio e fraudolento che per Israele rivestono le “trattative” di pace – è il fatto che, negli undici mesi del 2007 precedenti Annapolis, erano state pubblicate gare per soli 46 alloggi, mentre le gare relative ai restanti 747 sono state pubblicate subito dopo Annapolis!

Non è peregrino ricordare che, nello stesso periodo, nessun permesso o licenza di costruzione è stato concesso ai Palestinesi residenti a Gerusalemme est, come del resto accade ormai da molti anni, ed anzi, dall’inizio del 2009, Israele ha già proceduto alla demolizione di ben 15 case di proprietà di Palestinesi: l’ultimo caso ha riguardato la demolizione di quattro edifici nel quartiere di al-Isawiya, che ha lasciato senza un tetto sotto cui stare una trentina di persone.

Fin qui il quadro delineato dal rapporto di Peace Now che, per questo, ha ancora una volta dovuto subire la
solita dose di ingiurie e di minacce.

Ma è di questi giorni la
notizia secondo cui Israele starebbe pianificando la costruzione del quartiere di Mevasseret Adumim – un imponente blocco di ben 3.500 unità abitative sito nella cd. Area E1 – e, a tal fine, ha già investito 200 milioni di shekel (circa 38,3 milioni di euro) per la costruzione delle necessarie infrastrutture preliminari, quali strade, punti di osservazione, barriere divisorie.

Se un progetto di tal genere venisse completato, si creerebbe un blocco abitato privo di soluzioni di continuità tra Gerusalemme est e l’insediamento di Ma’aleh Adumim, ma contemporaneamente si verrebbe a spezzare la continuità territoriale tra la parte araba di Gerusalemme e Ramallah, rendendo, come è ovvio, praticamente impossibile ogni intesa sui futuri confini e ogni accordo di pace tra Israeliani e Palestinesi.

E’ questo l’argomento dell’editoriale di Ha’aretz del 3 febbraio scorso, pubblicato nella preziosa traduzione offerta da
Arabnews.

Qui voglio solo aggiungere che, ancora una volta, si dimostra come il reale ostacolo al processo di pace tra Israeliani e Palestinesi sia costituito dalla devastante opera di
colonizzazione della Cisgiordania, condotta in tutti questi anni al riparo di infinite, fraudolente e dilatorie trattative di “pace”.

Tra qualche ora conosceremo i risultati definitivi delle elezioni politiche in Israele, ma già sin d’ora sappiamo – chiunque venga nominato premier e qualunque governo si formi – che nulla cambierà sotto quest’aspetto, e che i coloni continueranno a prosperare, ad aumentare di numero, a costruire nuove, linde casette nella terra che Dio ha destinato loro, non certo a questi Arabi cenciosi.

Tzipi Livni, il candidato premier di Kadima (partito che gli exit poll danno in testa con la previsione di una trentina di seggi), in mesi e mesi di trattative non solo non è riuscita a raggiungere uno straccio di accordo con i Palestinesi riguardo ai confini definitivi, ma ha negato ogni diritto al ritorno per i profughi palestinesi e ha accuratamente evitato di assumere alcun impegno riguardo alla questione di Gerusalemme est.

Il principale avversario della Livni, il leader del Likud Benjamin Netanyahu (previsione 28 seggi), è sempre stato ed è tuttora fiero avversario di ogni “concessione” territoriale ai Palestinesi e della divisione di Gerusalemme; trovandosi in campagna elettorale, ha un po’ aggiustato il tiro affermando di non essere contrario a colloqui di pace definitivi, ma di ritenerli soltanto “prematuri”, proponendo in cambio ai Palestinesi dei benefici esclusivamente economici.

Del terzo incomodo Lieberman e della sua formazione “Israele casa nostra” (previsione 15 seggi) non vale neanche la pena di parlare, essendone ben noto il carattere razzista e anti-arabo; mancava soltanto la notizia che Lieberman, anni addietro,fosse stato membro del
gruppo terrorista Kach.

A seconda del governo che si verrà a formare, dunque, Israele potrà o meno continuare a fingere di negoziare un accordo di pace con i Palestinesi, ma è certo che proseguirà a creare quei “fatti sul terreno” che allontanano ogni giorno di più quella pace che si finge di voler ricercare, impedendo la costituzione di uno Stato palestinese che non sia un mero aggregato di bantustan, privo della necessaria continuità territoriale e di adeguate risorse.

E questo vale soprattutto per Gerusalemme est, area all’interno della quale Israele – fin dal 1967 – ha cercato di creare una realtà geografica e demografica tale da frustrare ogni futuro tentativo di modificarne la sovranità territoriale, attraverso:
- l’isolamento fisico di Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania;
- la mancata concessione di nuove autorizzazioni edilizie alla popolazione araba e la demolizione delle costruzioni “abusive”;
- la revoca della residenza ai Palestinesi che si siano allontanati da Gerusalemme per almeno 7 anni, e sia pure se ivi erano nati e avevano sempre vissuto;
- la ineguale e discriminatoria allocazione del budget municipale tra le due parti della città.

La costruzione del nuovo quartiere di Mevasseret Adumim darebbe probabilmente il colpo di grazia ad ogni residua speranza palestinese di avere Gerusalemme est come capitale di un proprio Stato sovrano e, dunque, ad ogni accordo di pace che si voglia realisticamente condiviso e duraturo.

Toccherebbe agli Usa e alla Ue, gli “amici” di Israele, impedire che ciò avvenga e imporre un cambiamento di rotta attraverso l’avvio di un serio piano di demolizione degli avamposti e di sgombero delle colonie; perché, talvolta, anche agli amici si può dire – o si può far capire con atti concludenti (leggi: sanzioni) - che stanno sbagliando, per il nostro e per il loro stesso bene e, soprattutto, per il bene della pace e della giustizia tra i popoli.

Ne avranno la volontà e la forza?

CATTIVE NOTIZIE DA UN NUOVO QUARTIERE
3.2.2009

La notizia secondo cui Israele ha investito circa 200 milioni di shekel a Mevasseret Adumim, un nuovo quartiere ebraico ad est di Gerusalemme dove è prevista la costruzione di 3.500 unità abitative, rivela le reali intenzioni del governo uscente. Come ha riferito Amos Harel nell’edizione di ieri di Haaretz , negli ultimi due anni Israele ha investito enormi quantità di denaro in infrastrutture per la costruzione di unità abitative al fine di creare un blocco continuo fra Ma’aleh Adumim e Gerusalemme Est.
Nell’ultimo decennio, il governo americano si è opposto ad ogni costruzione israeliana nell’area. Ma ancor più preoccupanti del fatto di danneggiare gli interessi americani, o di investire il denaro pubblico in un progetto dal futuro incerto, sono le serie contraddizioni fra la politica dichiarata del governo e le sue azioni. In maniera ancora più allarmante, questo progetto edilizio rivela che il governo ha cercato di consolidare l’occupazione israeliana della Cisgiordania nello stesso momento in cui parlava del raggiungimento di un accordo con i palestinesi.

Durante il suo mandato di primo ministro, Ehud Olmert ha condotto prolungati colloqui con il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, ed il ministro degli esteri Tzipi Livni si è impegnato in negoziati paralleli con il negoziatore palestinese Ahmed Qureia. L’obiettivo apparente di questi colloqui era di giungere ad un compromesso concordato – ma ora è chiaro che si trattava di un mero espediente. Mentre si avvicinava la scadenza del suo mandato, Olmert ha fatto alcune fra le più coraggiose dichiarazioni mai rilasciate da un primo ministro a proposito della necessità di porre fine all’occupazione e di giungere ad un accordo – ma ora è chiaro che si trattava di un inganno. Mentre egli continuava a parlare, e mentre i negoziati si trascinavano stancamente, il governo ha fatto l’opposto rispetto a quello che affermava essere il suo obiettivo.

L’unico obiettivo di Mevasseret Adumim è quello di spezzare la Cisgiordania, rompendo i legami fra Gerusalemme e Ramallah, e facendo naufragare l’ultima possibilità di giungere ad una soluzione pacifica.

Non si può parlare di soluzione dei due stati mentre si fa di tutto per distruggere ogni possibilità che questa soluzione si realizzi. Non si può parlare di porre fine all’occupazione mentre si continua a costruire in Cisgiordania. Le azioni, dopotutto, sono più eloquenti delle parole.

Le possibilità di creare uno stato palestinese in mezzo agli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono scarse anche senza l’ulteriore complicazione di Mevasseret Adumim. Una simile ipocrisia da parte del governo, e le contraddizioni fra le politiche dichiarate e le azioni sul terreno, devono giungere ad una fine prima che la nuova amministrazione americana venga coinvolta. Se volete la pace, non investite nella costruzione di Mevasseret Adumim.

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