30 settembre 2009

L'impotenza di Obama.

A otto mesi dalla promessa del Presidente Usa Barack Obama (appena insediatosi) di impegnarsi a fondo per dare soluzione al conflitto israelo-palestinese, le speranze che la sua elezione e i suoi alati discorsi avevano suscitato vanno scemando ogni giorno di più.

Se gli Usa non riescono nemmeno ad ottenere da Israele il “congelamento” delle colonie illegali in Cisgiordania, ovvero un semplice stop a tempo determinato dell’attività edilizia di espansione degli insediamenti, come potranno arrivare a sciogliere i nodi ben più complessi che attengono a Gerusalemme est e al problema dei profughi palestinesi?

E’ questo il tema di un interessante intervento redazionale di Medarabnews, che viene riportato qui di seguito per la sua sintetica completezza nel trattare le questioni in campo.

Il vero è che gli Usa e Obama non vogliono o non riescono a mettere in campo quelle pressioni politiche ed economiche che sono essenziali per convincere il riottoso “alleato” israeliano a rientrare nell’alveo della legalità internazionale e a consentire la nascita di uno Stato palestinese economicamente sostenibile, con il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese troppo a lungo conculcati.

Certo, Obama può parlare – in maniera appassionata e coinvolgente come sa – di pace e di disarmo, lo ha fatto di recente all’Onu.

Ma non si capisce bene come si possa denunciare l’Iran come minaccia nucleare e contemporaneamente tacere sulle centinaia di testate nucleari possedute da Israele, pronte ad essere usate sulla base della cd. “Samson Option”.

Non si capisce bene come si possa parlare di pace e di giustizia tra i popoli e contemporaneamente relegare in un cassetto il rapporto Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso” a Gaza, con il suo accurato resoconto relativo al massacro di oltre 1.400 Palestinesi, in massima parte civili inermi, compiuto dagli Israeliani, e con le sue denunce relative ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità commessi dagli assassini di Tsahal, crimini che non possono ancora una volta restare impuniti.

Legittimare ogni azione compiuta dallo Stato israeliano – persino i suoi crimini più atroci ed efferati – rende i discorsi di Obama insopportabilmente carichi di ipocrisia e, in definitiva, non aiuta in alcun modo, ed anzi ostacola, il perseguimento di un accordo di pace complessivo in Medio Oriente.

BALBETTA L’INIZIATIVA DI OBAMA PER LA PACE IN MEDIO ORIENTE.
30.9.2009

A otto mesi dalla solenne promessa del presidente americano Obama (allora appena insediato alla Casa Bianca) di impegnarsi a dare nuovo impulso al processo di pace fra Israele e i palestinesi, le speranze di veder riprendere il cammino verso una soluzione del conflitto arabo-israeliano hanno subito un duro colpo.

La misura su cui l’amministrazione Obama aveva puntato per ristabilire la fiducia reciproca fra le parti – ovvero il congelamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, accompagnato da una progressiva normalizzazione dei rapporti fra i paesi arabi e Tel Aviv – si è scontrata con la dura realtà del rifiuto posto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Obama ha convocato ugualmente a New York un vertice e tre – fra lui, Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas – in occasione del quale ha annunciato la sua intenzione di passare direttamente ai negoziati sul “final status”, ovvero sui termini dell’accordo di pace conclusivo fra israeliani e palestinesi.

Ciò non ha impedito alla maggior parte degli osservatori, soprattutto nel mondo arabo, di esprimere la propria delusione per quanto accaduto: per Obama si tratta infatti di una sconfitta che non lascia ben sperare per il futuro. Incassare il rifiuto di fermare gli insediamenti è equivalso, a detta di molti, a una grave manifestazione di debolezza: Obama ha dimostrato che in questo momento non è in grado di esercitare pressioni sul governo israeliano [1].

Inoltre, a tutt’oggi non esiste alcuna tabella di marcia per i negoziati, alcun meccanismo di monitoraggio, alcun ruolo preciso al tavolo negoziale per il mediatore americano e per gli altri membri del Quartetto (UE, Russia e ONU). In altre parole, non esiste un piano di pace definito, e non esiste un meccanismo negoziale.

Numerosi osservatori hanno fatto rilevare [2] che fra i pilastri dei futuri negoziati vi sono il destino dei profughi palestinesi, il futuro di Gerusalemme Est, e il destino degli insediamenti. Rifiutandosi anche soltanto di “congelare” gli insediamenti (mentre un accordo di pace definitivo dovrebbe prevedere lo smantellamento della maggior parte di essi), ritenendo Gerusalemme parte integrante dello stato di Israele, e chiedendo che i palestinesi ed i paesi arabi riconoscano Israele come stato “ebraico”, Tel Aviv di fatto cancella a priori questi tre elementi fondamentali di ogni futura trattativa.

Se molti tacitamente riconoscono che un accordo di pace fra le parti realisticamente potrà prevedere il ritorno di parte dei profughi in Palestina, ma solo di un numero puramente simbolico di essi entro i confini di Israele, per altro verso la presenza degli insediamenti israeliani in Cisgiordania rende di fatto impossibile l’esistenza stessa di un futuro stato palestinese.

D’altra parte, molti analisti concordano sul fatto che gli insediamenti rappresentano una realtà sul terreno che sarà difficilissimo eliminare [3], soprattutto se si tiene conto che molti di essi sono stati costruiti con la connivenza dei governi israeliani succedutisi al potere dal 1967 ad oggi, e che i coloni rappresentano una lobby politica molto forte all’interno di Israele.

Più di 250.000 coloni israeliani risiedono in Cisgiordania, mentre quasi 200.000 vivono a Gerusalemme Est. Un eventuale accordo di pace comporterebbe dunque o l’evacuazione di quasi mezzo milione di persone, oppure che i coloni diventino una minoranza nel futuro stato palestinese (ipotesi di non meno difficile realizzazione).

All’interno dello stesso stato di Israele, tuttavia, diversi osservatori ritengono che l’attuale status quo sia altrettanto insostenibile [4]. Il futuro di Israele non può non passare attraverso un accordo di pace e una pacifica convivenza con i palestinesi. Malgrado ciò, non solo l’attuale governo, ma anche buona parte della classe politica israeliana ritiene che una soluzione negoziata al momento non sia possibile, e che l’unica alternativa praticabile sia una politica di deterrenza sostenuta dall’uso della forza.

Sulla stampa internazionale non sono pochi, però, coloro che ritengono che l’attuale vittoria di Netanyahu possa tradursi in una futura sconfitta per Israele, oltre che per il suo governo. Innanzitutto, lo spostamento dell’attenzione sui negoziati per il “final status” potrebbe comportare l’insorgere di tensioni nel governo Netanyahu, composto da forze eterogenee accomunate solo dal rifiuto di una soluzione negoziata. Tali tensioni potrebbero addirittura portare alla caduta dell’esecutivo. Ma anche in questo caso, rimarrebbe tuttavia il problema di fondo dell’estrema frammentazione del panorama politico israeliano, che ha come diretta conseguenza la paralisi politica del paese, soprattutto di fronte a scelte cruciali per il suo futuro.

Tali scelte non sono però ulteriormente rinviabili. La classe politica israeliana non può ragionevolmente pensare di trascinare a tempo indeterminato l’intollerabile realtà dell’occupazione – prolungando indefinitamente una situazione di disuguaglianza, drastica limitazione delle libertà fondamentali, e soprusi quotidiani – senza compromettere definitivamente il carattere democratico dello stato, e senza subire conseguenze sul piano regionale.

Non va dimenticato, ad esempio, che il blocco economico ai danni della Striscia di Gaza prosegue tuttora, continuando a colpire una popolazione di un milione e mezzo di persone, già stremata da anni di privazioni e dal devastante conflitto dello scorso gennaio. Tale blocco prosegue anche se Hamas si sta astenendo dal lanciare razzi e sta compiendo ogni sforzo per impedire attacchi da parte delle altre fazioni palestinesi presenti a Gaza.

A coloro che sostengono che questo è il risultato dell’azione di “deterrenza” delle forze armate israeliane, si può obiettare che lo stesso livello di calma e di non belligeranza fu ottenuto con la tregua bilaterale che precedette l’attacco israeliano a Gaza. Tale tregua, tuttavia, prevedeva anche che, a seguito della fine del lancio dei razzi, Tel Aviv avrebbe aperto i valichi ponendo fine all’ “assedio”. Ma anche allora i valichi non furono mai aperti.

Il conflitto di Gaza ha avuto – ed ha tuttora – un impatto profondissimo in tutto il mondo arabo. Esso, oltre a causare la morte di 1.400 palestinesi, ha distrutto le strutture essenziali di questo esile e sovrappopolato lembo di terra.

A nove mesi dall’inizio dell’attacco militare israeliano, la ricostruzione non è ancora partita, perché Israele non permette l’ingresso dei materiali necessari nella Striscia. Tutto questo obbliga migliaia di persone a vivere in condizioni spaventose, alloggiate in tende o in prefabbricati privi dei servizi più elementari, ed in condizioni di povertà estrema.

Lasciar incancrenire realtà di questo genere, e prolungare indefinitamente lo status quo in Medio Oriente si tradurrà inevitabilmente, e drammaticamente, in nuove violenze e in nuovi conflitti – forse anche in tempi relativamente brevi.

E’ questo l’allarme che hanno lanciato, fra gli altri, molti commentatori arabi [5], i quali hanno messo in guardia sulle conseguenze che un ennesimo fallimento negoziale potrebbe comportare, in Palestina e nel mondo arabo.

L’avvento di Obama aveva infatti generato enormi speranze in tutto il Medio Oriente [6], come già era accaduto in precedenza con l’iniziativa di pace promossa dal presidente Bill Clinton. La continua frustrazione di tali speranze, ed il permanere di condizioni di ingiustizia nel Levante arabo non potrà che determinare dolorosi contraccolpi.

L’influenza iraniana nel mondo arabo, in particolare, è vista come una minaccia da gran parte dei cosiddetti “regimi arabi moderati”. Tuttavia, non potendo offrire alcuna soluzione alla questione palestinese ed al conflitto arabo-israeliano, tali regimi si trovano a dover combattere con armi spuntate la crescente influenza che l’Iran esercita su settori consistenti delle loro popolazioni.

In altre parole, la mancata soluzione della questione palestinese si traduce in un ulteriore fattore di delegittimazione (oltre a quelli dovuti all’assenza di democrazia, alla corruzione, ecc.) per i regimi arabi che hanno scelto la via del negoziato.

La retorica di Netanyahu, di cui il discorso pronunciato la scorsa settimana all’Assemblea Generale dell’ONU costituisce un tipico esempio, risulta essere perfettamente speculare a quella del presidente iraniano Ahmadinejad.

Sulla stampa israeliana, vi è chi ha affermato [7] che, quando il premier israeliano paragona implicitamente Hamas ai nazisti, facendo un accostamento fra i rudimentali razzi Qassam ed il bombardamento di Londra che sterminò oltre 40.000 persone durante la seconda guerra mondiale, legittima coloro che nel mondo arabo-islamico compiono l’operazione opposta paragonando a loro volta i metodi israeliani e quelli nazisti. Quando denuncia i “tiranni di Teheran” per aver infierito sui manifestanti iraniani all’indomani delle controverse elezioni presidenziali del giugno scorso, mentre i soldati israeliani adoperano le stesse tecniche contro le manifestazioni nonviolente del villaggio palestinese di Bil’in (così come in altre innumerevoli occasioni), non fa altro che mettere a nudo ancora una volta il proprio approccio demagogico e strumentale alla crisi iraniana da un lato ed alla questione palestinese dall’altro.

Atteggiamenti di questo genere hanno come unico risultato quello di ricompattare le masse arabo-islamiche diseredate e private dei propri diritti attorno alla figura di un presunto “nuovo eroe” islamico, che questa volta sarà incarnato dal presidente iraniano Ahmadinejad. Allo stesso tempo tali atteggiamenti contribuiscono a far mancare la terra sotto i piedi a quei paesi arabi che hanno accettato la “soluzione dei due stati” – quegli stessi paesi arabi che Netanyahu vorrebbe mobilitare contro l’Iran.

La questione palestinese rischia in questo modo di diventare ostaggio della crisi iraniana [8], ed ogni rinvio nella ripresa di negoziati seri e concreti rende questa possibilità sempre più probabile.

A pagare il prezzo di questi rinvii e di queste strumentalizzazioni politiche potrebbero essere (drammaticamente) le popolazioni della regione: palestinese, israeliana, e di tutto il Medio Oriente.

[1] non è in grado di esercitare pressioni sul governo israeliano:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/obama-netanyahu-tragedia-farsa/
[2] Numerosi osservatori hanno fatto rilevare:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/insediamenti-e-fallimento-mitchell/
[3] una realtà sul terreno che sarà difficilissimo eliminare:
http://www.medarabnews.com/2009/09/30/la-verita-insediamenti-cisgiordania/
[4] sia altrettanto insostenibile :
[8] ostaggio della crisi iraniana:

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1 Commenti:

Alle 2 ottobre 2009 16:33 , Anonymous Gary78 ha detto...

Obama dovrebbe denunciare chiaramente i crimini di Israele, sarà per lui rischioso, ma la verità va detta anche a costo di gravi conseguenze, persino a costo della vita. Forse non si risolverà niente, ma almeno servirà a far capire ad israele che gli USA non sono un governo fantoccio nelle mani della Stella di David, l'eterno braccio dell'imperialismo israeliano. I discorsi di Obama, invece, sono ipocriti perchè si vede chiaramente che questo presidente, per tanti versi apprezzabile, non è a favore di israele, eppure non denuncia come dovrebbe i torti israeliani, l'opportunismo prevale sempre.

 

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