25 marzo 2010

Lo scontro Usa-Israele.

Abbiamo già visto come i rapporti tra Usa e Israele, in questi ultime settimane, si siano fortemente deteriorati a causa del massiccio piano di giudaizzazione di Gerusalemme est, rappresentato dalle circa 50.000 unità abitative in vario stadio di realizzazione oltre la cd. “green line”.

Su questo argomento è interessante dare una lettura all’articolo che segue, scritto dal noto analista politico mediorientale Rami G. Khouri per il Jordan Times e qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

Khouri, in particolare, ci fa riflettere sulla cruciale questione rappresentata dalla capacità degli Stati Uniti di elaborare una autonoma politica per il Medio Oriente che rifletta i veri interessi americani e non sia influenzata dai desiderata di Israele. E, in effetti, mai come adesso gli interessi degli Usa e quelli di Israele sono apparsi così divergenti.

Persino l’attuale capo del Central Command, il generale David Petraeus, ha più volte fatto presente alla Casa Bianca che le attuali politiche di Israele minano gravemente la rete di consensi che gli Usa avevano costruito con l’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo. Petraeus, tra l’altro, ha chiarito come la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la sensazione assolutamente prevalente nel mondo arabo dell’atteggiamento sbilanciato degli Usa a favore di Israele rendano oltremodo più facile alle organizzazioni terroristiche reclutare nuovi seguaci, e all’Iran godere di maggior influenza nel mondo arabo.

Il generale americano si preoccupa, in primo luogo, dell’incolumità dei soldati al suo comando, ma naturalmente le sue argomentazioni valgono anche per noi tutti e, soprattutto, per i destini della pace nel mondo.

Come hanno dimostrato nel tempo i vari messaggi registrati dei vertici di al-Qaeda, la continua oppressione del popolo palestinese – che riempie di collera il mondo arabo nei confronti di Israele e dell’Occidente accusato di connivenza – costituisce un formidabile strumento di propaganda e di inesausto proselitismo.

Uri Avnery, giorni addietro, faceva notare che non ci può essere pace senza uno Stato palestinese indipendente, e non può esservi uno Stato palestinese che non abbia Gerusalemme est come capitale. E su questo c’è assoluta unanimità tra i Palestinesi, siano essi di Fatah o di Hamas, tra gli Arabi, dal Marocco all’Iraq, e all’interno dell’intero mondo islamico, dalla Nigeria all’Iran.

Siamo certi della sincerità di Barack Obama, allorquando ha dichiarato che si sarebbe impegnato strenuamente per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e siamo consci del fatto che l’influenza delle potentissime lobby ebraiche sui deputati e sui senatori Usa gli impediscono di agire come probabilmente vorrebbe.

Ma è giunto il momento di dare un chiaro segnale a Israele e di porre fine alla continua espansione delle colonie a Gerusalemme est e in tutta la West Bank, anche mediante l’uso di drastici strumenti di pressione. Gli ebrei di Jewish Voice for Peace, in quest’ottica, ci invitano a inviare una email al Presidente Usa, chiedendo la sospensione di ogni aiuto finanziario ad Israele fino a che non ponga fine alla colonizzazione dei Territori occupati e non allenti il criminale assedio alla Striscia di Gaza.

Per dirla come Khouri, un conto è difendere la sovranità e la sicurezza del popolo israeliano, un conto è continuare a difendere un Paese di eterni colonizzatori, di espropriatori di terre, di violatori del diritto internazionale.

The US-Israeli feud.
di Rami G. Khouri
19.3.2010

Sono stato a Boston e a New York, tenendomi informato sulla crisi nelle relazioni israelo-americane, dopo che il governo israeliano (durante la visita ufficiale del vicepresidente americano Joseph Biden) ha fatto due annunci con cui approvava la costruzione di quasi 1.800 nuove unità abitative nelle aree occupate di Gerusalemme e della West Bank (si tratta delle 1.600 abitazioni nel quartiere di Ramat Shlomo, a Gerusalemme Est e delle 112 abitazioni approvate nell’insediamento di Beitar Illit, in Cisgiordania, 10 km a sud di Gerusalemme (N.d.T.) ).

La controversia ha assunto proporzioni notevoli, per quanto riguarda la storia delle relazioni israelo-americane. Raramente funzionari americani di primo piano dichiarano pubblicamente o in privato, come hanno fatto la scorsa settimana, che Israele ha “insultato” gli Stati Uniti, e la accusano di minare deliberatamente i processi di mediazione USA, “condannano” le azioni israeliane o chiedono a Israele di adoperarsi per dimostrare il suo impegno a favore dei negoziati di pace israelo-palestinesi, che stanno per essere avviati con la mediazione americana.

Tutto questo rappresenta una certa novità, ma sarebbe anche piuttosto insignificante qualora la polemica risulti essere solo un altro piccolo incidente di percorso lungo un altrimenti solido rapporto bilaterale fra America e Israele, nel corso del quale gli interessi della destra israeliana e i lobbisti di Washington hanno determinato per decenni la politica USA in Medio Oriente.

Che l’attuale controversia sia seria, è chiaro; quali siano le sue possibili conseguenze, non lo è.

In questa vicenda i palestinesi e gli arabi sono in gran parte osservatori silenziosi, proprio come sono stati vittime inerti e persone invisibili nel complessivo progetto di colonizzazione sionista che continua ad arraffare e ad inghiottire territori palestinesi.

Così l’attenzione si focalizza sui due protagonisti e sulle due questioni cruciali, rivelando la posta in gioco: Israele e la sua perenne colonizzazione delle terre arabe, e la capacità statunitense di prendere decisioni politiche sul Medio Oriente in totale autonomia.

Sarebbe limitato considerare questo contrasto come qualcosa che riguarda essenzialmente le probabilità di avviare i “colloqui di prossimità” questa settimana, come programmato. La questione è molto più profonda, riguarda il cuore del conflitto nazionalista fra arabi e israeliani e la relazione esclusiva fra Stati Uniti e Israele.

Gli arabi e i palestinesi ritengono di aver fatto ogni concessione loro richiesta, incluso riconoscere il diritto ad esistere d’Israele, accettare di negoziare e di vivere in pace con lo Stato ebraico, e acconsentire a una risoluzione del problema dei profughi palestinesi che sia negoziata e concordata con Israele (ovvero, accettare che solo un numero limitato e prestabilito di profughi ritornerà nella propria casa nel territorio palestinese incluso nell’odierna Israele). Se si deve arrivare alla pace, un passo avanti ora lo deve compiere Tel Aviv.

La faccenda degli insediamenti è così opprimente poiché riguarda le due questioni chiave in gioco: le politiche israeliane di colonizzazione e la subordinazione dell’America a Israele.

La polemica in corso è importante anche per la sua capacità di generare cambiamenti in merito a questi punti critici.

La prima questione è se esiste una linea di distinzione fra Israele come patria del popolo ebraico, con cui i palestinesi possono convivere in stati adiacenti, e Israele come progetto di perpetua colonizzazione sionista che rifiuta di accettare lo stato di diritto, così come definito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani e dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Israele rivendica il diritto di costruire insediamenti e di colonizzare tutto il territorio dell’Israele biblica, e afferma che l’intera Gerusalemme è la sua capitale eterna e indivisibile. I suoi insediamenti/colonie rappresentano un simbolo dinamico della sua totale mancanza di considerazione per il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite, nonché una conferma della sua ostinazione, tipica di uno stato di apartheid, a godere di diritti maggiori rispetto ai palestinesi e agli arabi che vivono nella loro stessa terra.

Ad un certo punto, dopo 115 anni di sionismo moderno, gli ebrei e gli israeliani dovranno chiarire al mondo e a sé stessi se sono un insieme di eterni colonizzatori, di violatori del diritto internazionale e di espropriatori, o uno stato che cerca solo di permettere alla popolazione ebraica di vivere in pace, in sicurezza e nella normalità, nella terra a cui essa è legata sin da quando emerse come un popolo distinto, migliaia di anni fa.

La seconda questione che l’attuale controversia potrebbe chiarire è se gli Stati Uniti siano capaci di formulare una politica per il Medio Oriente che rifletta interessi nazionali autenticamente americani. Gli Stati Uniti possono abbandonare la loro abitudine di sottomettersi al ricatto, al terrorismo ideologico e all’intimidazione dei gruppi pro-Israele nei confronti dei politici americani, che temono di essere sollevati dal loro incarico se si discostano dalle posizioni israeliane?

Gli Stati Uniti hanno contrastato le opinioni e le prese di posizione d’Israele davvero molto raramente. Soltanto una o due volte nella storia contemporanea, gli Stati Uniti hanno costretto Israele a fare qualcosa che il paese si rifiutava di fare, come nel caso del ritiro dal Sinai nel 1956. Potremmo essere in una di quelle rare circostanze in cui gli Stati Uniti (adesso offesi e irritati) faranno veramente pressione su Israele affinché congeli totalmente gli insediamenti, con l’obiettivo di far ripartire i negoziati indiretti con i palestinesi.

Ci troviamo in un territorio inesplorato, ma anche in un ambito politico della massima importanza, dove la natura delle nazioni, e la determinazione politica degli uomini e delle donne che le governano, si trovano seriamente sotto esame per la prima volta nell’arco di due generazioni.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”.

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3 Commenti:

Alle 26 marzo 2010 00:30 , Anonymous Andrea ha detto...

Da quando c’è Obama, Netanyahu ha accettato di impegnare la sua coalizione di centro-destra ad accettare uno stato palestinese, ha tolto decine di posti di blocco e di sbarramenti anti-terrorismo per facilitare la vita ai palestinesi, ha aiutato lo sviluppo economico della Cisgiordania al punto che il Pil palestinese è cresciuto di uno stupefacente 7% in un anno, e ha accettato di varare una moratoria delle costruzioni ebraiche in Cisgiordania: una concessione che la stesa Clinton ha definito “senza precedenti”. Quali gesti di reciprocità, per non dire concessioni, ha fatto Abu Mazen da quando Obama è presidente? Neanche uno. Anzi, già molto prima che si verificasse l’incidente diplomatico durante la visita di Biden, Abu Mazen già si rifiutava anche solo di riprendere negoziati diretti con Israele. E la Casa Bianca chiede che sia Israele a dimostrare la sua serietà verso la pace? Questo sì che è un insulto!

 
Alle 26 marzo 2010 11:30 , Blogger vichi ha detto...

Pare che la Clinton si sia rimangiata le sue parole, dato che al Congresso dell'Aipac ne ha pronunciate di differenti.

E Israele si è rimangiato persino la sua minima promessa di "congelare" gli insediamenti nella West Bank, visto che ha approvato la costruzione di 112 nuove abitazioni a Beitar Illit.

Nel frattempo, a Gerusalemme est (che è territorio occupato secondo il diritto internazionale) si progetta la costruzione di 50.000 casette per i coloni ebrei, al fine di completare il piano di giudaizzazione di Gerusalemme.

E, dunque, quali sarebbero queste straordinarie concessioni di Israele, l'eliminazione di qualche ostacolo alla circolazione (subito sostituito da nuovi checkpoint "volanti") da parte di una potenza occupante brutale e spietata?

Nel frattempo, tra i 21 e il 22 marzo i valorosi soldatini di Tsahal hanno ucciso quattro Palestinesi disarmati, uno aveva 16 anni.

Nel frattempo, nel contesto degli scontri a Gerusalemme 33 Palestinesi sono rimasti feriti e oltre 300 arrestati.

Ma davvero affermare che Israele dimostra "volontà di pace" è un insulto all'intelligenza, persino per quella di un fanatico come te!

 
Alle 27 marzo 2010 11:42 , Anonymous Anonimo ha detto...

maledetti giudei, devono morire tutti!
non è questo che stai, dicendo, rontinculo?

 

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