18 settembre 2014

Migliaia di palestinesi in fuga da Gaza verso l'Europa, rischiando la vita


Ai quasi 2.200 palestinesi massacrati nel corso dell’operazione “protective edge” scatenata da Israele contro la Striscia di Gaza (il 75% dei quali civili inermi) si aggiungono ora le vittime “collaterali” dei naufragi dei barconi con i quali i residenti di Gaza cercano di raggiungere l’Italia e da lì, in molti casi, gli altri paesi europei.

Centinaia di palestinesi, infatti, probabilmente hanno perso la vita nell’affondamento di due imbarcazioni di trafficanti al largo delle coste egiziane e maltesi, avvenuto negli ultimi giorni. Ma neanche questa tragica notizia fermerà questo fenomeno, destinato a incrementarsi a causa del livello di distruzione e della disperazione che regna nella Striscia di Gaza, dove ormai il 90% degli abitanti vive al di sotto della linea di povertà e il 95% dell’acqua non è potabile.

E come si può fermare questa gente, che sogna soltanto un futuro migliore per sé e i propri figli?

Ed è incredibile come si possano tollerare gli abusi e i crimini inauditi commessi da Israele ai danni dei palestinesi della Striscia, l’unico luogo di conflitto al mondo in cui ai civili viene persino impedito di fuggire dai luoghi dei combattimenti.

Thousands of Gazans fleeing to Europe via tunnels, traffickers and boats   


“E’ meglio morire in mare che morire di disperazione e frustrazione a Gaza”, afferma un residente della Striscia.
di Jack Khoury – 17.9.2014

Migliaia di palestinesi hanno lasciato la Striscia di Gaza verso l’Europa utilizzando tunnel, trafficanti e barche, come dimostrano le testimonianze ottenute da Haaretz.

Gli abitanti di Gaza hanno iniziato a fuggire dalla Striscia fin dall’inizio dell’operazione Protective Edge, ma la loro fuga difficilmente è stata seguita dai media poiché sono andati via clandestinamente, con l’aiuto remunerato dei contrabbandieri.

L’affondamento di due navi con a bordo palestinesi di Gaza  - una al largo delle coste di Malta la scorsa settimana e l’altra al largo della coste egiziane – e l’annegamento di centinaia di passeggeri hanno focalizzato l’attenzione su questo trend.

L’ambasciata palestinese in Grecia ha riferito ieri che la nave affondata al largo delle coste di Malta trasportava più di 450 passeggeri, la maggior parte dei quali palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza, e che la nave era stata speronata intenzionalmente da un’altra imbarcazione guidata da trafficanti rivali.

L’organizzazione per i diritti umani con sede a Gaza Adamir ha raccolto i nomi di più di 400 persone che mancano all’appello. “Nessuno sa dove siano; tutta la Striscia di Gaza ne parla. E’ una storia così dolorosa, come se non fosse abbastanza ciò che è avvenuto durante l’ultimo conflitto adesso arriva un altro colpo,” ha detto il direttore di Adamir Halil Abu Shamala, osservando che la maggior parte dei passeggeri erano giovani, ma che a bordo c’erano anche intere famiglie.

Almeno 15 palestinesi sono annegati sabato nell’affondamento di un’altra nave al largo delle coste egiziane, nei pressi di Alessandria.

Abu Ahmed, che ha perso il figlio su quella nave, spiega come funziona il sistema. “Ci sono alcune persone che hanno lasciato la Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, principalmente casi umanitari. Ma la maggior parte delle persone passano attraverso i tunnel e raggiungono il lato egiziano di Rafah e da lì continuano” ha affermato.

Un leader di spicco dei contrabbandieri di nome Abu Hamada Asuri sovrintende ad un network che porta la gente fuori dalla Striscia di Gaza via mare verso l’Europa. Egli vive in Egitto ma ha dei rappresentanti nella Striscia, alcuni dei quali sono figure ben conosciute.

Uno di questi, che ha chiesto che il suo nome non sia utilizzato, ha detto ad Haaretz: “Questo viaggio costa tra i 3.500 e i 4.000 dollari a persona. Chi vuole andare prende accordi in anticipo per arrivare all’entrata di un tunnel dal lato palestinese di Rafah. Si tratta di un tunnel relativamente piccolo; la maggior parte di quelli più grandi sono stati bloccati dagli egiziani. Le persone strisciano per decine di metri e alla fine del tunnel, dal lato egiziano di Rafah, un minibus o un altro veicolo li aspetta e li conduce a Port Said”.

L’uomo ha detto che una volta che arrivano a Port Said o in un’altra località, essi aspettano in un appartamento o in un altro edificio che è stato preparato in anticipo per loro. Ha aggiunto che i funzionari della sicurezza egiziani vengono corrotti per guardare da un’altra parte e timbrare i passaporti con i bolli contraffatti.

Haaretz ha ascoltato testimonianze secondo cui i rifugiati aspettano finché non ricevono il messaggio dai contrabbandieri di procedere fino ad Alessandria, dove salgono a bordo di piccole imbarcazioni, talvolta decine per barca. Una volta lasciate le acque territoriali egiziane, si spostano su un’altra barca che in molti casi fa’ rotta verso l’Italia. Il viaggio dura di solito circa una settimana.

Un rifugiato che è riuscito a raggiungere le coste italiane ha raccontato ad Haaretz che quando la barca si avvicina alla riva invia una chiamata di soccorso e la Marina italiana e le navi della Croce Rossa li raccolgono. In altri casi, la barca si avvicina alla riva e le persone saltano in acqua con i giubbotti salvagente, e vengono tratti in salvo dalla Guardia Costiera o dalla Croce Rossa.

La maggior parte dei rifugiati dichiarano di essere siriani o palestinesi giunti dalla Siria in cerca di un rifugio sicuro dalla guerra in corso in quel paese. I rifugiati vengono trasferiti in strutture speciali dove attendono qualche giorno. Essi affermano che il lungo braccio dei contrabbandieri arriva proprio in quelle strutture; rappresentanti dei contrabbandieri firmano i documenti per il loro rilascio dalle strutture per poi proseguire verso le loro destinazioni. Alcuni vogliono lasciare l’Italia per altri paesi in cui hanno dei parenti.

Un residente di Gaza, che aveva programmato di lasciare la Striscia nei prossimi giorni, ha detto ad Haaretz di avere cambiato idea dopo aver sentito parlare degli annegamenti. La gente viene a sapere di come lasciare Gaza tramite il passaparola, ha affermato. “Alcuni sono venuti e hanno raccontato della bella vita e delle condizioni normali e naturalmente … ovunque in Europa è meglio che qui. Se si riesce a superare tutto il viaggio sani e salvi dipende da che fortuna hai.”

Il residente di Gaza ha affermato che una superstite della nave affondata al largo della costa di Alessandria ha detto che i contrabbandieri egiziani avevano speronato la nave e che avevano visto che le persone stavano annegando e non hanno offerto alcun aiuto. “Ma io penso che nemmeno un così terribile incidente arresterà il fenomeno perchè la gente è totalmente disperata e vuole partire. Dicono in maniera chiara che è meglio morire in mare che morire di disperazione e frustrazione a Gaza,” ha raccontato il residente.

L’Autorità palestinese ieri (martedì, n.d.t.) ha avvertito i palestinesi di diffidare dei contrabbandieri. Ma il governo non può agire contro coloro che fuggono perché le sue forze di sicurezza non hanno il controllo delle rotte del contrabbando, che sono nelle mani di personaggi influenti vicini al governo di Hamas nella Striscia di Gaza.    

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4 marzo 2009

Lampedusa: censure e intimidazioni.

Non è propriamente l'argomento di questo blog, ma la questione di Lampedusa, i viaggi della speranza delle "carrette del mare" e l'inumano trattamento dei migranti nei centri di "accoglienza" italiani, costituiscono un argomento che non può non stare a cuore del sottoscritto e, ritengo, dei lettori.

E' per questo che pubblico volentieri l'articolo inviatomi da Fulvio Vassallo Paleologo, dell'Università di Palermo.

HANNO FALLITO E SI DIFENDONO CON LA CENSURA E LE INTIMIDAZIONI. LAMPEDUSA (R)ESISTE.

Lampedusa è scomparsa dai principali mezzi di informazione ed il regime politico-mediatico continua a propagandare le missioni dei suoi gerarchi e del suoi poliziotti, in Tunisia, in Libia, in Nigeria, per dimostrare la efficacia degli accordi bilaterali e il rigore delle ”politiche di contrasto dell’immigrazione illegale”. Sono certi, in questo modo, di moltiplicare ancora i consensi elettorali, distribuendo prima allarmismi creati ad arte, e poi propinando rimedi altrettanto falsi, ad una opinione pubblica imbambolata dai grandi canali televisivi.

Si è voluto creare così la situazione esplosiva di Lampedusa, prodotta dai caotici decreti firmati da Maroni alla fine di gennaio, per trasformare i centri che neppure potevano qualificarsi come centri di accoglienza (la vecchia base Loran della Marina) in centri di identificazione ed espulsione, e poi riconvertendo provvisoriamente in CIE i centri di prima accoglienza e soccorso (come la struttura di Contrada Imbriacola). Quando si volevano fermare nell’isola tutti i migranti che vi arrivavano, al punto da trasferire in quel lembo di terra, al centro del Canale di Sicilia, persino le procedure di asilo. Con la commissione territoriale, costretta per qualche settimana ad una improvvisa missione, da Trapani a Lampedusa, una missione poi interrotta di fronte al rischio di una procedura di infrazione davanti alla Corte di giustizia, per la evidente violazione di tutte le normative di emanazione comunitaria in materia di asilo e protezione internazionale.

Adesso la situazione di Lampedusa viene spacciata dal governo come ”ritorno alla normalità”, dopo il rogo del centro di accoglienza trasformato in gran fretta in un centro di identificazione ed espulsione, un rogo innescato dalla disperazione dei migranti rinchiusi per mesi senza un provvedimento legittimo di trattenimento, e non certo dalle visite di qualche parlamentare che ha potuto soltanto accertare condizioni disumane di detenzione, mentre continua la violazione delle più elementari normative sulla sicurezza.

E intanto l’isola, alla vigilia della visita del Commissario Europeo Barrot, programmata per il 13 marzo, continua ad essere presidiata da agenti antisommossa, gli unici clienti, per questa stagione, degli albergatori e dei ristoratori lampedusani abbandonati dai turisti. Forse quando finalmente arriverà Barrot, riusciranno a fargli trovare il centro vuoto, come è successo in passato, quando le visite ufficiali sono state annunciate con troppo anticipo, così saranno scomparse le prove viventi degli abusi commessi in queste settimane. Sarà meno facile fare scomparire le tracce di queste persone nei procedimenti giudiziari che comunque sono stati avviati presso i diversi tribunali italiani.

La verità sull’immigrazione irregolare nel Canale di Sicilia è un altra, e non conviene a chi specula sui grandi affari derivanti dalle ”politiche di contrasto dell’immigrazione illegale”. Solide alleanze basate, più che sul superamento delle antiche inimicizie, sui concreti argomenti della grande finanza internazionale.

Per coprire la verità si è giunti all’intimidazione, come quando si sono definiti sobillatori quegli operatori umanitari e quei rappresentanti parlamentari che hanno visitato (o tentato di visitare) i campi di detenzione di Lampedusa. Intimidazione, come quando si è permesso ai rappresentanti del governo libico di attaccare i giornalisti che avevano tentato di squarciare il velo di menzogne che ammanta il Trattato di amicizia tra Italia e Libia, ratificato alla cieca dal Parlamento italiano, un attacco personale che qualche giornale ha persino subito senza neppure concedere il diritto di replica ai suoi giornalisti.

La verità è un altra e non appena il tempo migliora si concretizza nei corpi di uomini, donne, minori che raggiungono comunque le coste siciliane e poi scompaiono, inghiottiti da un sistema poliziesco che impedisce persino il contatto con i familiari e gli avvocati. Troppo scomodi per i professionisti della sicurezza che adesso devono dimostrare la riuscita dei loro piani. La verità affiora in qualche raro articolo nelle pagine interne, come nel Corriere della sera del 3 marzo 2009. nei primi due mesi di quest’anno sono già arrivati in Sicilia 2120 migranti contro 1650 dello scorso anno, solo a Porto Empedocle, nell’ultima settimana oltre seicento migranti, quanti in un intero anno nel 2008. Complimenti ministro Maroni. E non dimentichi che molti sono richiedenti asilo. Che non riuscirà ad espellere in nessun modo, anche se manderà dentro i CIE i rappresentanti dei paesi di provenienza, come ha fatto anche a Lampedusa nelle settimane scorse.

E si è preferito fare proseguire verso nord, oltre Lampedusa, i migranti partiti dalla Libia, mentre si preparava l’ennesima sceneggiata tra Berlusconi e Gheddafi, tra abbracci, scambi di doni e dichiarazioni di solidarietà. E ancora la sera del 3 marzo un barcone con una sessantina di migranti a bordo è stato avvistato a 54 miglia a Sud di Lampedusa da un elicottero, di stanza sulla nave Sirio della Marina Militare, in servizio di perlustrazione nel Canale di Sicilia. Secondo quanto riferisce la stampa “il pattugliatore si sta dirigendo nella zona per prestare soccorso agli immigrati. Le condizioni del mare sono buone”.

E se le condizioni del mare peggioreranno? E quando non ci sarà tempo per scortare le imbarcazioni cariche di migranti fino a Porto Empedocle, per centinaia di miglia in mare aperto, oltre Lampedusa, cosa si aspetterà?

Che i migranti anneghino, o che da Roma arrivi il via libera per effettuare le azioni di salvataggio e condurre di nuovo i migranti in salvo nel porto più vicino, a Lampedusa?

Almeno siamo certi che la nostra marina continuerà, come in passato, ad anteporre il dovere di salvare la vita umana in mare rispetto alle esigenze di immagine del governo, che vorrebbe dimostrare di riuscire a fermare le partenze dalla Libia, “chiudendo” la rotta per Lampedusa. Anzi “chiudendo” l’intera isola di Lampedusa, trasformandola in un carcere. E continuano a trasformare il mediterraneo in un mare di morte, in un cimitero marino.

No quella rotta è ancora aperta, e non serviranno a nulla le sei motovedette cedute ai libici. Neppure a salvare le vite umane in mare, conoscendo il contenuto del protocollo operativo sottoscritto tra Italia e Libia nel dicembre del 2007.

Quella rotta che si vorrebbe sbarrare con i “pattugliamenti congiunti” costituisce l’unica via di fuga dall’inferno libico, l’unica possibilità di salvezza per chi cerca asilo o protezione internazionale, e anche per tanti migranti economici che devono abbandonare il proprio paese per la crisi economica internazionale che diventa disastro economico interno. Uomini, donne, minori, costretti dalla mancanza di canali di ingresso legale a farsi sfruttare due volte, prima dai trafficanti e poi, una volta giunti in Italia, dagli imprenditori della paura che producono clandestinità ed alimentano gli affari di quelle organizzazioni criminali che - a parole - tutti sostengono di volere combattere.

Fulvio Vassallo Paleologo
Università di Palermo

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