sabato, aprile 29, 2006

Io sto con chi brucia le bandiere!

Il corteo svoltosi a Milano per la festa della Liberazione del 25 aprile è stato purtroppo funestato da gravissime manifestazioni di intolleranza antisemita.
Secondo le cronache, infatti, poche decine di persone appartenenti ai centri sociali – al passaggio dei reduci della brigata ebraica che recavano uno striscione con la stella di David – hanno dapprima calpestato e poi addirittura bruciato due bandiere israeliane.
Giustamente questo deprecabile e pericoloso rigurgito di antisemitismo ha occupato per almeno due giorni l’apertura dei principali tg e le prime pagine dei più importanti quotidiani nazionali, ed ha provocato dure reprimende da parte di tutti i partiti, anche e soprattutto di quelli del centro-sinistra.
Tra i tanti, possiamo citare i commenti di Prodi (“una vile dimostrazione di intolleranza”), Bertinotti (bruciare le bandiere israeliane “è incompatibile con il 25 aprile”), Veltroni (“bruciare la bandiera israeliana è un atto da imbecilli”), del ds Fiano (“un atto vergognoso e inaccettabile”), del radicale Capezzone (“c’è un rigurgito antisemita che va denunciato per quello che è”).
Naturalmente i principali esponenti delle comunità ebraiche italiane hanno immediatamente colto la palla al balzo per dipingere gli ebrei e Israele, per l’ennesima volta, come le vittime di un odio persecutorio ed immotivato.
Così, secondo il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Claudio Morpurgo, gli slogan e le bandiere bruciate rappresentano “atti e parole apparentemente anti-israeliani, ma che nascondono rigurgiti anti-ebraici”, mentre il presidente della commissione rabbinica d’Italia Giuseppe Laras ha sostenuto che “era malinconico sentire quei cori proprio il 25 aprile, quando dovremmo essere concordi nel ripudiare violenza (sic!) e terrorismo”.
Dulcis in fundo, o meglio, toccando il fondo, ci è pure toccato di ascoltare lo sproloquio di quella bella faccia tosta dell’ambasciatore israeliano in Italia Ehud Gol, secondo cui “sarebbe opportuno che l’Italia ufficiale … chiedesse loro scusa (ai caduti della brigata ebraica, n.d.r.), alla luce del comportamento teppistico di ieri a Milano…; queste persone, così come gli altri che negano la Shoah e invitano alla distruzione dello Stato di Israele, sono un pericolo per il mondo democratico occidentale”.
Ma non mi dire!
Ora sarebbe il caso di riportare l’accaduto ai suoi termini reali, eliminando la tara delle esagerazioni propagandistiche.
Le persone che hanno calpestato e bruciato le bandiere israeliane a Milano avrebbero anche gridato alcuni slogan, in particolare “sionisti assassini”, “Palestina libera, Palestina rossa” e “Intifada vincerà”: si tratta forse di slogan antisemiti?
A me non pare proprio.
E’ interessante notare, peraltro, come il quotidiano israeliano Ha’aretz, nel commentare l’accaduto, abbia correttamente parlato di “proteste anti-israeliane” e di “slogan gridati in favore dei Palestinesi”, e non si sia minimamente sognato di accennare a manifestazioni di odio anti-ebraico (vedi http://www.haaretzdaily.com/hasen/spages/710782.html).
Mentre scrivo, sono in corso indagini sui fatti in discussione, coordinate dal Pm milanese Armando Spataro: vi sarebbero, in particolare, otto indagati (tra cui un cittadino giordano) per i reati di istigazione a delinquere (?), danneggiamento e manifestazione non autorizzata.
Ora, a mio giudizio, è questo l’aspetto veramente grave della vicenda, il tentativo di criminalizzare e di negare legittimità ad una libera manifestazione di pensiero, sia pure espressa in modi “violenti” e non condivisibili, da una parte ipotizzando l’avverarsi di fattispecie di reato francamente risibili, dall’altra brandendo ancora una volta il temibile marchio di infamia dell’antisemitismo.
Ed è forse proprio quest’ultima l’arma più pericolosa in mano alla propaganda sionista, perché costituisce un’arma paralizzante, che impedisce a buona parte dei commentatori e degli esponenti politici italiani ed europei di assumere delle posizioni di chiara condanna della politica razzista e criminale dello Stato israeliano, che francamente dovrebbero apparire scontate.
E’ la situazione è tanto più grave se un liberale rispettabile e stimato come Ralf Dahrendorf (su “La Repubblica”, 26 aprile) giunge ad affermare che “ovviamente, in teoria, si può senz’altro opporsi alla politica israeliana senza essere antisemiti …. ma fare questa distinzione riesce sempre più difficile”!
Ma gridare “sionisti assassini” non è certo una manifestazione di odio antisemita, piuttosto una semplice constatazione di fatto.
Dal 1° gennaio al 25 aprile di quest’anno, e dunque in meno di 4 mesi, l’esercito israeliano ha ucciso 98 Palestinesi e ne ha feriti 396, molti di questi civili innocenti, donne, bambini.
E questi morti e questi feriti non sono frutto di tragici errori, né sono addebitabili ad un destino cinico e baro, ma derivano direttamente dalle decisioni politiche determinate dalla quasi totalità dei membri della Knesset e da quella banda di criminali che siede al governo di Israele, che hanno autorizzato e continuano ad autorizzare gli assassinii extra-giudiziari, i raid militari nei Territori occupati, il bombardamento continuo del campo di concentramento di Gaza.
Così come sono frutto delle regole d’uso delle armi da fuoco deliberate dagli alti comandi dell’esercito israeliano, contrarie ad ogni standard di legalità internazionale: non è certo un caso che gli alti gradi di Tsahal devono prestare molta attenzione quando viaggiano all’estero…
Bruciare la bandiera israeliana, dunque, non è altro che una forma di protesta estrema che prende a bersaglio una bandiera che è simbolo di oppressione, di razzismo, di morte, e insieme denuncia la presenza indebita di quella bandiera alla festa della liberazione dal regime fascista.
Perché, caro On. Bertinotti, la vera “incompatibilità esistenziale” che sussiste con il 25 aprile è proprio quella della presenza della bandiera di Israele alla manifestazione, e non certo quella di chi grida qualche slogan a favore di un popolo oppresso e massacrato.
E questi bravi cittadini della Brigata ebraica, questi eroi della Liberazione, quando mai – una volta almeno – hanno preso posizione contro i sistematici crimini di guerra commessi dai loro correligionari?
Io non potrò mai dimenticare Iman al-Hams, una ragazzina palestinese di 13 anni ferita, mentre andava a scuola, dal fuoco di alcuni soldati della brigata Givati e poi giustiziata con un intero caricatore dal loro comandante (vedi “Le mani insanguinate”, 20 ottobre 2004).
Era il 5 ottobre del 2004, e neanche nei miei peggiori incubi avrei potuto immaginare che, di lì a qualche tempo, il comandante in questione – il valoroso capitano R. – non solo sarebbe stato prosciolto da ogni accusa (per reati minori, peraltro, e non per omicidio), ma sarebbe stato addirittura promosso a maggiore.
Eppure nessuno di costoro, per quel che è dato sapere, ha espresso biasimo ed esecrazione per l’accaduto.
Ma allora, di che cosa stiamo parlando?
Per essere chiari, io non avrei mai bruciato la bandiera israeliana, perché giudico quest’atto inutile, ed anzi controproducente, perché in tal modo si è consentito ad Israele e agli ebrei di fare l’ennesimo sfoggio di quel vittimismo di cui sono maestri, sorvolando sui crimini di guerra e sulle devastazioni quotidianamente perpetrati dall’esercito israeliano.
L’informazione ufficiale infatti, more solito, ha sorvolato, ma ciò non significa che i macellai di Tsahal siano rimasti con le mani in mano.
Domenica, 23 aprile, una unità d’elité dell’esercito israeliano operante sotto copertura (ovvero uno squadrone della morte) ha eseguito a Betlemme l’ennesima esecuzione extra-giudiziaria, uccidendo due militanti palestinesi e ferendone un terzo.
I soldati israeliani, a bordo di due veicoli civili con targa israeliana, intorno alle 17:30 hanno preso posizione ad un crocevia nei pressi del Mental Hospital della cittadina palestinese, evidentemente sulla base di ben precise informazioni; l’agguato è scattato dopo qualche minuto, quando sul posto è sopraggiunta un auto con a bordo tre Palestinesi appartenenti alle Brigate al-Aqsa, che è stata crivellata da numerosi colpi d’arma da fuoco ad una distanza di circa dieci metri, senza alcun preavviso o segnale di avvertimento.
Il conducente, il 28enne Mohammed Musleh, è morto sul colpo, mentre – secondo un’inchiesta condotta dal Palestinian Centre for Human Rights sulla base di numerose testimonianze – uno degli altri due passeggeri, il 25enne Daniel Abu Hamama, benché gravemente ferito, è stato trascinato dagli israeliani ad un centinaio di metri dall’auto e successivamente liquidato con due colpi alla schiena; il terzo militante, lievemente ferito, è stato arrestato.
Un’esecuzione spietata e bestiale, dunque, un crimine di guerra – l’ennesimo – destinato non solo a restare impunito, ma soprattutto ignoto all’opinione pubblica occidentale, in virtù di quel misterioso virus sionista che impedisce ai media di fare dell’onesta informazione su quanto avviene nei Territori palestinesi occupati.
Ma non è finita qui.
Lunedì mattina, 24 aprile, un Palestinese 18enne, ad oggi non ancora identificato, è stato ucciso per essere entrato nella cd. “zona della morte” al confine tra la Striscia di Gaza ed Israele (vedi http://palestinanews.blogspot.com/2006/04/il-muro-della-morte.html).
La versione ufficiale israeliana, per la verità, ha parlato di uno “scontro a fuoco” tra il giovane e i soldati di Tsahal, i quali hanno risposto con armi automatiche e cannonate dei tank; fatto sta che nessun israeliano è rimasto ferito, mentre il corpo del giovane palestinese è stato recuperato completamente devastato da numerose pallottole e dalle schegge dei colpi di cannone (ed è questa la ragione delle difficoltà di identificazione).
Martedì pomeriggio, 25 aprile, il 17enne palestinese Mohammed Saker è stato ferito gravemente alla testa da un proiettile rivestito di gomma sparato da un soldato israeliano nel campo profughi di Askar, vicino Nablus; un altro di quegli “incidenti” causati dai cd. “non-lethal weapons” che, tuttavia, a seconda di dove ti colpiscono, riescono ad essere abbastanza letali anche loro!
Mercoledì, 26 aprile, un prigioniero politico palestinese, il 53enne Suleiman Draji, è morto nella prigione israeliana di Hasharon a causa della mancanza di cure mediche adeguate.
Giovedì, 27 aprile, nel corso dell’ennesimo assassinio extra-giudiziario, un aereo israeliano ha lanciato un missile nel villaggio di al-Zawaida, nella Striscia di Gaza, uccidendo il 27enne Wael al-Qara’an e ferendo gravemente il 23enne Abu Nejem, entrambi appartenenti alle Brigate al-Quds.
In aggiunta, nel periodo compreso tra il 20 e il 26 aprile, l’esercito israeliano ha ferito altri 20 Palestinesi, inclusi ben dieci bambini, e ne ha arrestati 72, inclusi 5 minori e 4 donne (cfr. pchr report 16-2006).
Questo per tacere della drammatica situazione umanitaria esistente nella Striscia di Gaza, strangolata dalle continue chiusure dei valichi di frontiera – che hanno quasi interamente azzerato le esportazioni e consentono pressoché solo l’accesso ai beni di prima necessità – e devastata dai continui bombardamenti.
A questo proposito, l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) ci informa che la situazione è nettamente migliorata rispetto ai giorni scorsi: nella settimana compresa tra il 19 e il 25 aprile, infatti, sono stati “soltanto” 500 i colpi d’artiglieria sparati dall’esercito israeliano verso la Striscia…
Ma naturalmente i morti, i feriti, le devastazioni, la miseria, tutto questo è passato sotto silenzio, oscurato da un paio di bandiere bruciate.
E d’altra parte c’è da chiedersi se – in mancanza di quanto accaduto a Milano – l’informazione “ufficiale” avrebbe riportato qualcuna delle notizie che ho sommariamente elencato: se guardiamo ai mesi precedenti, è lecito dubitarne.
E allora se l’alternativa è tra la protesta estrema, il gesto simbolico, e l’acritico sostegno alla politica israeliana, l’acquiescenza rispetto all’oppressione del popolo palestinese, il colpevole silenzio di fronte ai crimini di guerra e alla brutalità di Israele, non posso avere dubbi: io sto con chi brucia le bandiere!

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giovedì, aprile 20, 2006

Ma chi condanna i crimini di Israele?



Lunedì 17 aprile un vile attentato kamikaze a Tel Aviv ha provocato nove vittime, sei israeliani, due immigrate rumene e una turista francese, mentre – alla data odierna – altre 28 persone risultano ricoverate in ospedale, di cui due in gravi condizioni.
Nonostante gli inviti in tal senso da parte degli alti comandi militari, e nonostante la Jihad islamica abbia affermato di avere a disposizione ben 70 kamikaze pronti a colpire, il governo israeliano ha responsabilmente deciso di evitare azioni di ritorsione su vasta scala, limitandosi a portare avanti la politica delle eliminazioni “mirate”.
Questo è il quadro della situazione che veniva delineato nei giorni successivi dai principali mezzi di informazione del mondo occidentale su quanto accaduto in Israele, ma la realtà è alquanto diversa.
Molto più vicino allo stato reale delle cose è apparso, invece, il commento a caldo del Ministro degli Interni palestinese Saeed Seyam, il quale ha affermato: “noi non siamo una grande potenza che può fronteggiare gli aerei e i missili dell’occupazione, ma la nostra gente ha la volontà e il diritto di difendersi…”.
Se da una parte, infatti, l’attentato kamikaze – come ogni forma di azione violenta rivolta contro civili innocenti e indifesi – è un atto particolarmente odioso, immorale ancor prima che illegittimo, è d’altro canto indubbio che l’attentato di Tel Aviv rappresenta una risposta (sbagliata nei metodi ma) perfettamente legittima e prevedibile a fronte della serie di incursioni, raid aerei, assassinii “mirati”, cannoneggiamenti e quant’altro, posti in essere dall’esercito israeliano. pressoché in maniera ininterrotta, dall’inizio dell’anno ad oggi.
D’altronde i numeri parlano in maniera chiara e inequivoca: dal 1° gennaio al 17 aprile 2006, l’esercito israeliano ha ucciso ben 95 Palestinesi e ne ha feriti 373 (dati ricavabili dal sito web della Mezzaluna rossa), molti di essi civili innocenti, donne, bambini; di contro, in due attacchi suicidi e in due azioni isolate, sono morti 15 israeliani (il dato aggiornato relativo ai feriti non risulta disponibile).
In confronto allo stesso periodo dello scorso anno, salta subito agli occhi l’incremento del numero e della ”qualità” delle incursioni dell’esercito israeliano, considerato che, nei primi quattro mesi del 2005, i morti palestinesi erano stati “solamente” 85 e i feriti 302.
Alla luce di questi dati non dovrebbe sussistere dubbio alcuno su chi sia l’aggressore e chi l’aggredito, e d’altra parte appare davvero un inconcepibile sovvertimento della realtà dipingere Israele come la nazione aggredita anziché come una potenza occupante che usa il proprio strapotere finanziario, tecnologico e militare per devastare i territori palestinesi e massacrarne la popolazione.
Eppure, una volta ancora, di fronte ad azioni identicamente odiose quali l’uccisione di civili innocenti, la comunità degli stati occidentali – come per una sorta di riflesso pavloviano – adotta diversi metri di giudizio e di comportamento, da un lato criticando aspramente e chiedendo abiure ai Palestinesi, dall’altro rimproverando blandamente e solo in qualche caso sporadico, con formule talora semi-assolutorie, gli Israeliani.
Così l’attentato di Tel Aviv è stato condannato – con toni più o meno aspri – dagli Usa (“Si tratta di uno spregevole atto di terrorismo per il quale non c’è scusante né giustificazione” – Scott McLellan, portavoce della Casa Bianca), dall’Unione europea, dal Ministro degli esteri inglese Straw, dal Presidente francese Chirac, dalla Santa Sede, dalla Russia, dalla Germania, dall’Italia, dalla Danimarca, dal Giappone, dall’Onu, e scusate se ho dimenticato qualcuno.
Spiace e sorprende, soprattutto, la posizione assunta da Papa Benedetto XVI in questa vicenda.
Il Santo Padre, infatti, ha condannato l’azione del kamikaze palestinese, esprimendo “la più ferma condanna per tale atto terroristico” e rilevando, altresì, che “non è con simili esecrabili atti che si possono tutelare i pur legittimi diritti di un popolo”.
Ora, si potrebbe dire ben a proposito, si tratta di “parole sante”, che si ricollegano tra l’altro all’esternazione di qualche giorno prima, in cui il Papa esortava la comunità internazionale ad attivarsi per far sì che i Palestinesi possano avere un proprio Stato indipendente.
Ma, ancora una volta, manca clamorosamente una ferma ed esplicita condanna degli assassinii e dei crimini commessi da Israele nei Territori palestinesi, e non se ne comprende la ragione, considerato che nel solo mese di aprile, e cioè in poco più di due settimane, Tsahal ha ucciso e/o ferito Palestinesi in numero superiore al doppio dei morti e dei feriti dell’attentato di Tel Aviv; naturalmente, a meno di dover supporre che il valore di una vita umana sia differente in rapporto alla religione professata.
Ma, d’altronde, non è che in questi mesi alcuno si sia sprecato più di tanto nel condannare le prodezze dell’esercito israeliano, nemmeno nei casi più gravi ed evidenti di crimini di guerra, nemmeno nei casi di bambini uccisi mentre giocavano in strada, mentre vagavano nei pressi del confine tra Israele e la Striscia di Gaza perché si erano persi, mentre stavano a casa cercando vanamente un riparo dall’inferno scatenato dall’artiglieria di Tsahal, nemmeno in tutti quei casi di assassinii di civili innocenti di cui il paziente lettore potrà trovare testimonianza in questo blog.
E dire che di gravi misfatti da imputare agli ebrei d’Israele ce ne sarebbero tanti.
Lasciamo per un attimo da parte gli assassinii cd. “mirati”, che pure costituiscono pratica vietata dal diritto internazionale, in quanto costituiscono delle “executions without a trial” – esecuzioni sommarie di militanti palestinesi compiute senza darsi la pena di presentare al mondo uno straccio di prova o di affrontare la noia di un processo, e che rappresentano dei veri e propri crimini di guerra quando – come quasi sempre accade – coinvolgono civili innocenti che si trovavano per puro caso sul luogo dell’azione.
E lasciamo da parte anche quell’atroce modus operandi di Tsahal che consiste nello sparare a vista contro chiunque entri nella zona adiacente al confine tra la Striscia di Gaza e Israele, senza distinguere tra civili ed uomini armati – pratica questa di cui abbiamo già parlato (vedi in proposito http://palestinanews.blogspot.com/2006/04/il-muro-della-morte.html) e che pure costituisce, a giudizio di chi scrive, un vero e proprio crimine contro l’umanità.
Ma l’azione più brutale, spietata e bestiale che l’esercito israeliano compie quotidianamente a danno della popolazione civile palestinese è senz’altro il bombardamento indiscriminato della Striscia di Gaza, con l’artiglieria da terra, i missili dal cielo e, sulle coste e nel mare territoriale, con cannoneggiamenti navali.
In proposito, pare che la comunità internazionale prenda per buona la giustificazione di Israele, secondo cui i bombardamenti sono necessari per cercare di fermare il lancio di razzi Qassam dalla Striscia verso il territorio israeliano.
Ma si tratta di una vergognosa fandonia.
Secondo un recente rapporto di un organismo dell’Onu, l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), nel periodo compreso tra il 29 marzo ed il 12 aprile Israele ha sparato verso la Striscia di Gaza ben 34 missili aria-terra e oltre 2.300 colpi di artiglieria pesante, pari a più di 150 al giorno (ma vi sono numerosi testimoni, tra cui Conal Urquhart del giornale inglese The Guardian, che parlano anche di trecento colpi di artiglieria al giorno).
Questo bombardamento indiscriminato – concentrato soprattutto intorno alle zone di Beit Lahia, Beit Hanoun e del campo profughi di Jabalia – ha provocato la morte di 17 Palestinesi, tra cui due bambini di 5 e 8 anni, ed il ferimento di altre 62 persone, tra cui una donna incinta e 11 bambini.
Di contro i Palestinesi, nello stesso arco di tempo, hanno lanciato 67 razzi Qassam contro il territorio israeliano (circa 5 al giorno), provocando … un ferito!
E’ dunque, ancora una volta, è la cruda realtà delle cifre a svelare la colossale menzogna secondo cui i bombardamenti israeliani sarebbero un atto di autodifesa, una semplice “risposta” al lancio dei razzi Qassam che invece, come abbiamo visto, sono in realtà poco più pericolosi di un fuoco d’artificio.
Si tratta, piuttosto, di una delle più massicce e brutali “punizioni collettive” cui sia dato di assistere ai giorni nostri, a danno di una popolazione civile assolutamente innocente e indifesa.
Ai morti e ai feriti, infatti, devono aggiungersi i danni psicologici causati, soprattutto ai bambini, dai continui bombardamenti e dalle cd. “sonic bombs”, il pericolo costituito dai proiettili inesplosi, la distruzione di strade, ponti e altre infrastrutture costruite con gli aiuti internazionali che, ironia della sorte, rischiano ora di essere sospesi.
E se a ciò si aggiunge la gravissima crisi alimentare ed umanitaria causata dalle continue chiusure dei valichi di frontiera e dalla mancata attuazione da parte israeliana degli accordi relativi a Rafah, si ha un quadro preciso del bestiale e disumano trattamento che gli ebrei riservano agli internati nel campo di concentramento di Gaza.
Tutto questo integra, senza dubbio alcuno, la fattispecie del crimine contro l’umanità quale delineato nella giurisprudenza internazionale, laddove si consideri che i bombardamenti e i raid aerei contro la Striscia di Gaza rappresentano un attacco sistematico contro una popolazione civile indifesa, condotto secondo un piano preordinato e con la consapevolezza assoluta dei morti, dei feriti e dei danni provocati ai Palestinesi.
Su quest’ultimo punto non deve sfuggire, infatti, che l’alto numero di civili uccisi nel corso dei bombardamenti è una diretta conseguenza della decisione politica di ridurre la distanza di sicurezza tra gli obiettivi da bombardare e gli insediamenti di civile abitazione da trecento a cento metri.
Una tale decisione – presa dal Ministro della difesa Mofaz e dalla banda di criminali che siede al governo di Israele – mette senza alcun ragionevole dubbio in pericolo la sicurezza dei civili palestinesi, ove si consideri che il raggio letale di un colpo di artiglieria è pari, per l’appunto, a circa 100 metri.
Questi criminali andrebbero portati senza indugio dinanzi alla Corte penale internazionale, ed invece persino una blanda risoluzione di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è stata bloccata dal veto preventivo dell’ambasciatore Usa John Bolton, il quale l’ha ritenuta “sproporzionatamente critica nei confronti di Israele”.
Davanti a questo quadro drammatico e sconsolante sembra naturale chiedersi – come ha fatto Gideon Levy sull’israeliano Ha’aretz – “who is a terrorist”?
Ma, a fronte di una situazione in cui la comunità internazionale (o meglio, i Paesi che contano) non solo ha dismesso ogni parvenza di “honest broker” nel conflitto israelo-palestinese, ma fallisce clamorosamente persino nel difendere l’incolumità fisica e i più elementari diritti umani dei Palestinesi, appare comprensibile – pur se assolutamente non condivisibile – la scelta di un kamikaze come quello di Tel Aviv, un viso da fanciullo sicuramente più giovane dei 21 anni dichiarati.
E se da una parte non possiamo che condannare e ripudiare ogni forma di violenza a danno di civili ignari ed incolpevoli, dall’altra possiamo certamente capire le ragioni di chi sceglie di morire da “martire” piuttosto che da coniglio terrorizzato, accucciato in un angolo della propria casa in attesa di un colpo di artiglieria che ponga fine ad ogni sofferenza ed al terrore quotidiano.

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domenica, aprile 09, 2006

Il muro della morte.

Lunedì 3 aprile, mentre tutta l’Italia piangeva la sorte del piccolo Tommy, ucciso da una banda di bestiali assassini, lontano dai riflettori dei media un ragazzino palestinese veniva barbaramente trucidato dall’esercito israeliano in un campo profughi a nord di Gerusalemme.
Mohammad Zaid, questo era il suo nome, aveva 13 anni e abitava nel campo profughi di Qalandiyah, ed è stato ucciso con un colpo di fucile al torace durante un raid dell’esercito israeliano all’interno del campo, intorno alle 5 del pomeriggio, mentre altri due suoi coetanei sono rimasti lievemente feriti.
Sembrava, all’inizio, che i soldati avessero risposto sparando ad un lancio di pietre da parte di un gruppo di ragazzini palestinesi, ma poi, qualche ora dopo, è giunto un comunicato ufficiale dell’esercito israeliano a “giustificazione” del proprio comportamento: il piccolo Mohammad aveva tentato di danneggiare la barriera di separazione, i soldati hanno provato ad arrestarlo, lui è scappato e allora questi infami assassini hanno aperto il fuoco, uccidendolo sul colpo.
Ma che barbarie è mai questa? E che popolo senza onore è questo che manda il proprio esercito a vessare e a brutalizzare il proprio vicino, uccidendone i figli? E perché la comunità internazionale assiste inerte a questo ennesimo crimine, anziché mettere al bando Israele dal consesso delle nazioni civili?
Ma vi è di più.
Alle prime ore della mattina di sabato 26 marzo l’esercito israeliano ha ucciso il 16enne palestinese Hamad Hamdan, al confine tra la Striscia di Gaza e Israele nei pressi del campo profughi di al-Bureij.
Il povero Hamad, con molta probabilità, intendeva entrare illegalmente in Israele per cercare lavoro, come molti altri suoi conterranei, del resto: fatto sta che era completamente disarmato e che il suo assassinio rappresenta un crimine ingiustificato.
Il 13 febbraio, soldati israeliani hanno assassinato la 25enne Nayfa Abu Musaid, una giovane palestinese che abitava a Dir el-Balah; l’esercito israeliano si è giustificato sostenendo che i propri soldati avevano notato “movimenti di figure sospette a 50 metri dal muro” e che, per tale ragione, avevano aperto il fuoco.
Testimoni palestinesi, tuttavia, hanno sostenuto che la donna, in realtà, si trovava ad alcune centinaia di metri dal confine, ed in ogni caso l’uccisione di Nayfa è avvenuta in pieno giorno e in perfette condizioni di visibilità, senza possibilità di confondere una giovane donna con un nerboruto miliziano, in aperto contrasto con le sia pur “permissive” norme israeliane che regolano l’uso delle armi da fuoco.
Pensare che basti avvicinarsi al confine – e sia pur restando in territorio palestinese – per poter essere trucidati impunemente è una cosa per noi addirittura inconcepibile, una barbarie, un comportamento irresponsabile, illegale e disumano.
Eppure crimini di tal genere accadono, e sono gli ebrei a commetterli.
Secondo un recente rapporto dell’ong israeliana B’tselem (“Israel has classified areas near Gaza perimeter fence as killing zones”, 4 marzo 2006), dalla data del ritiro israeliano da Gaza (settembre 2005) al 28 febbraio di quest’anno, i soldati israeliani hanno ucciso nove civili palestinesi – assolutamente disarmati – in zone adiacenti alla barriera di separazione tra Gaza e Israele.
Tra loro, ben 5 minori di 18 anni, inclusa Aya al-Astal, una bambina di nove anni che si era persa, così piccola che uno dei soccorritori palestinesi ebbe ad affermare che “sembrava una bambola”, e che ha avuto in dono da Tsahal una raffica di pallottole che le ha letteralmente squarciato lo stomaco (vedi http://palestinanews.blogspot.com/2006/02/donne-e-bambini-le-vittime-preferite.html).
Dei nove Palestinesi uccisi, cinque non erano nemmeno nelle immediate vicinanze della barriera di confine, ma distavano da essa tra i 100 e i 500 metri, mentre negli altri quattro casi si trattava di civili che cercavano di entrare illegalmente in Israele per trovare lavoro; in tutti e nove i casi, si trattava di civili disarmati, come ammesso dallo stesso esercito israeliano, in tutti e nove i casi a questi sfortunati non è stata data alcuna possibilità di allontanarsi o di arrendersi, ma solo quella di essere barbaramente trucidati in nome della “sicurezza” di Israele.
Non è, dunque, campata in aria l’ipotesi che la zona immediatamente adiacente alla barriera di separazione tra Gaza e Israele sia divenuta una sorta di “zona della morte”, a cui basta soltanto avvicinarsi per rischiare la vita.
E non è nemmeno un caso che, negli ultimi tempi, le regole sull’utilizzo delle armi da fuoco non vengano più impartite per iscritto, come avveniva in passato, ma siano fornite ai soldati, oralmente, direttamente dai loro comandanti sul campo.
Tutto questo, naturalmente, contravviene ad ogni standard internazionale relativo all’uso delle armi da fuoco, nonché alle più basilari norme del diritto umanitario.
Un principio fondamentale in questa materia, infatti, vuole che ogni parte in conflitto distingua tra combattenti e civili che non prendono parte alle ostilità, e che gli attacchi contro i civili siano assolutamente proibiti; in caso vi sia dubbio se una persona sia un combattente o un civile disarmato, si dovrà presumere che egli sia senz’altro un civile e ci si dovrà regolare di conseguenza.
Da ciò discende, come conseguenza, che sparare indiscriminatamente contro chiunque entri in una determinata area rappresenti senz’altro un crimine di guerra; i fatti sopra menzionati peraltro, per la loro gravità e sistematicità, costituiscono a mio giudizio dei veri e propri crimini contro l’umanità, che dovrebbero essere perseguiti con fermezza dalla comunità internazionale.
Dovrebbero.
Viene così a delinearsi, una volta di più, la reale portata di quel coraggioso passo verso la pace rappresentato dal ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza.
Oggi Gaza è nulla più di un enorme campo di concentramento, in cui i Palestinesi vengono strangolati e affamati dalla chiusura pressoché totale dei valichi di entrata e uscita delle merci operata da Israele.
Un campo di concentramento in cui quotidianamente i Palestinesi vengono uccisi, con cannoneggiamenti dal mare, fucilate da terra, bombardamenti dall’aria.
In poco più di 24 ore, tra venerdì e sabato (ma di questo parleremo successivamente), l’aviazione israeliana ha compiuto tre incursioni, uccidendo complessivamente 14 Palestinesi, tra cui un bambino di 5 anni, e ferendone numerosi altri.
Alcuni giorni fa, nel corso di un cannoneggiamento di obiettivi situati nella Striscia di Gaza, tra gli altri è rimasto ferito un bambino palestinese di soli 6 mesi.
Nel frattempo l’Unione europea, seguendo l’esempio degli Usa, ha deciso di sospendere ogni aiuto economico ai Palestinesi: sembrerebbe che l’Anp a guida Hamas debba ufficialmente dichiarare di voler convivere in pace con gli Israeliani.
Bene, ma chi si occupa di convincere gli Israeliani a convivere in pace con i Palestinesi?
Non ci si aspettava nulla dagli Usa, ma spiace davvero che anche l’Ue abbia abbandonato ogni sia pur minima parvenza di “honest broker” nel conflitto, abbandonando il popolo palestinese al suo destino di miseria e di morte, in balia di un nemico brutale e spietato.
Spiace che nemmeno il Papa Benedetto XVI abbia trovato il tempo di ricordare a Peres che la vita umana è sacra, persino quella dei Palestinesi, forse era troppo impegnato a discutere del regime giuridico dei beni della Chiesa in Terrasanta.
Spiace che nemmeno le maggiori organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, Amnesty e Human Rights Watch in testa, non abbiano speso neppure una parola, in questi mesi, per condannare il massacro dei civili palestinesi per mano di questi ebrei assassini.
Eppure i numeri parlano chiaro, e ci dicono che dal 1°gennaio al 7 aprile di quest’anno l’esercito israeliano ha ucciso ben 78 Palestinesi e ne ha feriti 318, contro 6 Israeliani uccisi per mano palestinese: nessun dubbio, dunque, dovrebbe sussistere su chi sia l’aggressore, su chi sia il “terrorista”.
Ma l’amara verità, purtroppo, è che i Palestinesi sono rimasti soli davanti ad un bivio: la pax israeliana (ovvero un simulacro di Stato sotto forma di bantustan) o la morte; soli, con la lodevole eccezione di un pugno di pacifisti e di qualche meritoria ong israeliana come B’tselem.
Un giorno Rachel Corrie, un’eroina della pace dei nostri giorni, morta schiacciata da un bulldozer israeliano, ebbe ad annotare sul suo diario: “Questo deve finire. Io penso sia una buona idea per tutti noi lasciar stare tutto il resto e dedicare le nostre vite a far finire questo”.
Ma Rachel è morta, e il resto del mondo, evidentemente, la pensa in maniera diversa.

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