venerdì, luglio 13, 2007

La lobby israeliana in Usa: una novità in libreria.



Mi viene segnalata la pubblicazione, presso la casa editrice Asterios, del libro "La lobby israeliana e la politica estera degli Usa" di Mearsheimer e Walt.
Data l'attualità e l'importanza dell'argomento, risulta persino superfluo consigliarne l'acquisto.
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La lobby israeliana e la politica estera degli Usa
di John Mearsheimer e Stephen Walt
È possibile avere una discussione civile sul ruolo di Israele nella politica estera americana?
Abbiamo scritto “La lobby israeliana” al fine di iniziare una discussione su un soggetto che è diventato difficile da trattare apertamente negli Stati Uniti. Sapevamo di provocare una forte reazione e non siamo sorpresi che alcuni dei nostri critici abbiano scelto di attaccare apertamente i nostri scritti e di travisare di proposito le nostre argomentazioni.
Siamo però anche gratificati dalle tante attestazioni di stima che abbiamo ricevuto e dai commenti positivi che sono emersi sui media e nella blogsfera.
È evidente che molte persone, inclusi ebrei e israeliani, sanno che è venuto il momento di aprire una discussione seria sul ruolo di Israele nella politica estera americana e sulle relazioni tra questi due paesi.
Uno degli argomenti addotti contro di noi è che noi vedremmo la lobby israeliana come una bene organizzata cospirazione da parte degli ebrei. Alcuni sostengono che le “accuse al potere degli ebrei rappresentano una delle più pericolose forme moderne di anti-semitismo”.
È una posizione che noi condanniamo e respingiamo nei nostri scritti. Infatti, descriviamo la lobby come una coalizione di elementi individuali e di organizzazioni indipendenti senza un quartier generale.
Essa include persone perbene come gli Ebrei e gli ebrei-americani che non rigirano la legge a seconda delle proprie posizioni.
La cosa più importante è che la lobby israeliana non è segreta, clandestina; al contrario è apertamente diffusa e sostenuta nei più vari gruppi di interesse politico, dietro a essa non vi è alcun atto illegale o cospiratorio.
John Mearsheimer, insegna Scienze Politiche a Chicago. Stephen Walt, insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di Harvard.

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mercoledì, luglio 11, 2007

Ammazziamoli tutti!


Il risultato più immediato ed evidente del “colpo di stato” di Hamas a Gaza è senza dubbio quello di avere trasformato la Striscia in un vero e proprio poligono di tiro, in cui l’esercito israeliano può esercitarsi a piacimento utilizzando i militanti (e talvolta anche i civili…) palestinesi al posto delle sagome di legno.
Nel periodo compreso tra il 14 giugno (la data in cui Abu Mazen ha dichiarato lo stato di emergenza nei Territori) e il 5 luglio, dei 51 Palestinesi uccisi dall’esercito israeliano (di cui almeno 21 civili, e tra essi 8 bambini) ben 43 (ovvero l’84% del totale) erano residenti nella Striscia di Gaza, al pari della stragrande maggioranza degli oltre 140 feriti registratisi nello stesso periodo.
A ben guardare, del resto, questa escalation di incursioni e di raid di Tsahal a Gaza costituisce il più concreto “aiuto” che Israele sta fornendo ad Abu Mazen e al suo governo-fantoccio, se si eccettuano i 40 denari (peraltro di proprietà palestinese…) già pagati al Presidente dell’Anp per il vergognoso tradimento della causa del suo popolo.
Non sfugga, in tal senso, che le incursioni dell’esercito israeliano, gli arresti e le uccisioni di militanti avvenute nella West Bank sono state condannate più volte dal premier Fayyad in persona, da ultimo in una intervista alla Reuters la mattina del 5 luglio, in quanto, a suo dire, minavano la credibilità del tentativo in corso, da parte del governo da lui guidato, di disarmare le milizie operanti nei Territori.
In occasione dell’ultimo, sanguinoso raid di Tsahal nella Striscia di Gaza, avvenuto nel corso della stessa giornata di giovedì (e che ha provocato la morte di 11 Palestinesi, di cui due civili, e il ferimento di almeno una ventina di persone), né Abu Mazen né Fayyad hanno invece ritenuto di spendersi nemmeno per una condanna rituale, lasciando questa incombenza il giorno successivo ad Hazim Abu Shanab, portavoce di Fatah nella Striscia di Gaza.
Cinquantuno morti e 140 feriti sono un bottino niente male in sole tre settimane, eppure nessuna voce di condanna per la politica di assassinio israeliana si è levata dai governi occidentali, né tanto meno dalla Ue o dall’Onu o dal “Quartetto”; nemmeno Prodi, “l’amico italiano”, durante la sua recentissima visita in Israele ha ritenuto di chiedere conto a Olmert di tanta ferocia e brutalità.
A tal proposito, basterà dare uno sguardo, con il dovuto stupore, all’ultima dichiarazione ufficiale del portavoce del Segretario generale Onu sugli scontri a Gaza, rilasciata il 6 luglio, in cui si richiamano “le parti a fare il massimo per proteggere i civili e rispettare il diritto internazionale”, ma solo ai Palestinesi viene richiesto di cessare il lancio di razzi Qassam: non sarebbe stato più corretto e più aderente alla realtà dei fatti richiedere, primariamente, la cessazione di ogni incursione israeliana e la fine dello strangolamento di Gaza?
Misteri della politica.
Anche questa, in fondo, è un conseguenza della vittoria di Hamas a Gaza: il totale azzeramento di ogni reazione della comunità internazionale di fronte al genocidio (definizione di Ilan Pappe) o, se volete, al “genostillicidio” in atto oggi nella Striscia, il tacito via libera dato a Israele verso la resa dei conti finale con Hamas.
Eppure ragioni di doglianza per il modus operandi di Israele nei Territori ce ne sarebbero, eccome.
Basterebbe pensare ai circa 6.000 Palestinesi bloccati in Egitto a causa della chiusura da parte degli Israeliani dell’International Crossing Point di Rafah e della conseguente impossibilità di ritornare nella Striscia di Gaza, e ai 12 Palestinesi morti a causa del caldo, dei disagi e del deterioramento delle loro già precarie condizioni di salute: tra questi vi era anche la 30enne Taghreed Mohammad Abid, madre di 5 figli, malata di cancro eppure costretta a restare bloccata per ben 20 giorni a Rafah, nonostante l’impegno e le proteste di vari gruppi umanitari.
Anche questi morti pesano come un macigno sulla coscienza (!) del popolo ebraico, e dovrebbero pesare anche sulla coscienza di quanti continuano ad asseverare la colossale menzogna del “ritiro” israeliano dalla Striscia di Gaza.
Oppure basterebbe pensare alla tragedia nella tragedia rappresentata dall’uccisione di bambini e ragazzini palestinesi ad opera di Tsahal, 11 solo nel mese di giugno, 798 dall’inizio della seconda Intifada, 198 di età inferiore ai 12 anni, in gran parte uccisi da colpi di arma da fuoco alla testa e/o al petto, chiaro indice della politica criminale dell’esercito israeliano basata sul principio dello “sparare per uccidere”, in ogni circostanza e senza alcun riguardo o cautela.
Oppure, ancora, si potrebbe dar conto dell’incidente – riportato dal quotidiano Ha’aretz – che ha visto coinvolto giovedì 5 luglio il personale paramedico palestinese di un ambulanza accorso ad un posto di sicurezza di Hamas per evacuare un ferito: secondo le testimonianze, gli infermieri sono stati trattenuti per tre ore, e alcuni di essi sono stati utilizzati dai soldati israeliani come scudi umani per allontanarsi dall’area.
L’esercito israeliano sta conducendo un’inchiesta sull’accaduto…
Si tratta dell’ennesimo attacco illegale condotto dall’Idf contro il personale della Mezzaluna rossa, che segue – nei primi sei mesi di quest’anno – a 26 attacchi diretti contro ambulanze e a 222 incidenti in cui ai mezzi di soccorso palestinesi è stato impedito o ritardato il passaggio ai vari check-points o posti di blocco; è appena il caso di ricordare che, dall’inizio della seconda Intifada al 20 maggio del 2007, 38 ambulanze sono state distrutte e 142 gravemente danneggiate, mentre 25 medici e infermieri sono stati uccisi e 510 feriti dal fuoco di Tsahal, una roba che neanche i … vabbé!
Uno dei fatti più gravi, tuttavia, sul quale intendiamo soffermarci, è rappresentato dal ferimento di un cameraman palestinese nel corso degli scontri avvenuti il 5 luglio nel campo profughi di Bureij, nella zona centrale di Gaza.
E’ successo, infatti, che Imad Ghanem, un 21enne cameraman della tv Al-Aqsa, il network televisivo di Hamas, è stato ferito gravemente alle gambe dai soldati di Tsahal mentre svolgeva il suo lavoro e, in particolare, mentre stava riprendendo (ironia della sorte!) l’evacuazione di alcuni militanti palestinesi feriti dal fuoco dei tank israeliani.
Ricoverato in ospedale (con qualche difficoltà, come vedremo), a Imad sono state amputate entrambe le gambe.
L’episodio ha suscitato molta emozione e ha provocato una vibrata protesta da parte della Federazione internazionale dei Giornalisti, anche perché l’accaduto è stato documentato da un altro cameraman della tv satelitare araba Al-Jazeera, con un video davvero impressionante e drammatico.
Secondo la portavoce dell’esercito israeliano, maggiore Avital Leibowitch, il povero Imad era un “obiettivo legittimo”, in quanto era insieme ai militanti di Hamas che sparavano contro le forze israeliane ed era distante dagli altri giornalisti che riprendevano gli scontri, ed inoltre non indossava alcun vestito o simbolo di alcun genere atto a identificarlo come un membro della stampa e la sua telecamera poteva benissimo essere un’arma da fuoco: da ciò deriva, of course, che l’Idf non ha in previsione alcuna inchiesta sui fatti.
Ma per stabilire che si tratta di una scusa banale e meschina basta dare un’occhiata al filmato diffuso da YouTube: il cameraman era in campo aperto, la telecamera era accanto a lui, perfettamente visibile anche a un cieco e non solo a un esercito che si presume sia in possesso dei normali mezzi di avvistamento e puntamento.
E, soprattutto, dal video si rileva chiaramente come il Palestinese venga colpito da almeno due colpi alle gambe quando giaceva ferito per terra, mentre la versione più lunga del filmato, diffusa dal sito web di Repubblica, mostra come i Palestinesi che tentavano di soccorrere il cameraman abbiano dovuto più volte desistere, a causa del fuoco dei soldati israeliani che impediva di portare via il ferito.
E’ vero, Imad Ghanem non recava con sé alcun segno distintivo che lo identificasse come appartenente alla stampa.
La gentile portavoce dell’Idf, tuttavia, omette di ricordare (al mondo, a sé stessa e ai suoi commilitoni) che un principio basilare del diritto umanitario è il principio della distinzione, in base al quale Israele avrebbe l’obbligo, nel corso dei raid militari, di distinguere tra combattenti e civili, essendo gli attacchi contro questi ultimi, chiaramente, vietati; in caso di dubbio, deve presumersi che le persone in questione siano civili.
Ciò vale da solo, dunque, a qualificare il comportamento dei soldati israeliani come illegale, per non parlare dei colpi d’arma da fuoco sparati contro un nemico steso in terra e chiaramente incapace di nuocere, comportamento che integra la fattispecie del chiaro crimine di guerra ed è vietato, peraltro, dalle pur permissive regole d’ingaggio di Tsahal.
Come se poi i “segni distintivi” costituiscano una garanzia di incolumità per i giornalisti che operano nei Territori occupati!
Nell’agosto del 2006, due giornalisti palestinesi dell’agenzia Reuters sono miracolosamente scampati ad un attacco da parte di un aereo della Iaf, che aveva sparato due missili contro la Land Rover su cui viaggiavano, e ciò nonostante il mezzo (di colore bianco!) recasse le scritte “Reuters” e “Press” a stampatello e in caratteri cubitali.
Questo per non tornare ancora più indietro nel tempo e ricordare il giornalista inglese James Miller, ucciso nel 2003 a Rafah anche se indossava un giubbotto con la scritta “ Press” e teneva in mano una bandiera bianca, o il nostro Raffaele Ciriello, ucciso da soldati israeliani che – secondo la testimonianza di Amedeo Ricucci del tg1 – “avevano sparato senza motivo”.
A partire dal settembre del 2000, ben 15 giornalisti hanno pagato con la vita il loro coraggio e l’amore per il loro lavoro, la loro testimonianza, la loro ricerca della verità sulla ferocia e la brutalità dell’occupazione israeliana; più di 500 loro colleghi sono rimasti feriti.
Ha dunque ben ragione la Federazione internazionale dei Giornalisti a parlare di un “violento e brutale esempio del colpire deliberatamente un giornalista”, l’ennesimo attacco di Israele contro la libera informazione e contro i professionisti che cercano di garantirla a sprezzo del pericolo.
Eppure per la comunità internazionale non v’è alcuna ragione di denunciare, di protestare, figuriamoci di sanzionare Israele.
Così Prodi può tranquillamente andare in Israele e abbracciare nuovamente l’amico Olmert, trovando appena il tempo di chiedere il rilascio, “senza condizioni”, del caporale Gilad Shalit; così Ban Ki-moon può limitarsi a chiedere che si fermi il lancio di razzi Qassam contro il territorio israeliano.
Tutto giusto e sacrosanto, per l’amor di Dio, ma stiamo ancora aspettando che qualcuno chieda con fermezza che cessino i raid militari israeliani contro Gaza e la West Bank, che si denuncino i brutali crimini di guerra di Tsahal nei Territori occupati, che termini finalmente la devastazione della Palestina e il quotidiano assassinio dei suoi figli.

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