19 aprile 2011

Ma quali fatti nuovi mettono in dubbio il rapporto Goldstone?

Molto clamore ha suscitato un recente articolo apparso sul Washington Post in cui Richard Goldstone ha sostanzialmente rinnegato il rapporto della Missione Conoscitiva dell’UNHRC sul conflitto (rectius, massacro di Palestinesi) svoltosi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, sostenendo sostanzialmente che gli attacchi indiscriminati dell’esercito israeliano contro i civili non erano “intenzionali” e che Israele ha condotto e sta conducendo investigazioni soddisfacenti sulla condotta delle operazioni militari.

Ma Israele, in realtà, non è riuscito a trarre molto giovamento da questa sorta di “ravvedimento” dell’ex giudice sudafricano, perché l’enormità dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi da Israele durante “Piombo Fuso” è di tale portata da non poter essere in alcun modo sovvertita o mistificata.

Va dato conto, comunque, delle numerose risposte ricevute dall’editoriale di Goldstone da parte di eminenti personalità e di varie organizzazioni per i diritti umani. Una sommaria raccolta di articoli e di editoriali può essere rinvenuta
qui, mentre quella che segue è la risposta data a Goldstone in un articolo dello scorso 6 aprile da parte di John Dugard, già Relatore Speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

Where now for the Goldstone report?
di John Dugard – 6 aprile 2011

In un recente op-ed sul Washington Post Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale sudafricana e procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, esprime perplessità sulla conclusione centrale del rapporto della Missione Conoscitiva del Consiglio Onu per i Diritti Umani sul conflitto di Gaza del 2008-9 (dal nome del suo Presidente, “il Rapporto Goldstone”) secondo cui gli attacchi indiscriminati da parte di Israele contro i civili furono intenzionali.

L’op-ed è singolare a leggersi.

Esso afferma che il rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso ”se avessi saputo allora quello che so adesso”, ma manca di rivelare alcuna informazione che metta seriamente in dubbio le conclusioni del rapporto Goldstone.

Esso sostiene che le indagini rese pubbliche dai militari israeliani e riconosciute da un Rapporto supplementare di una Commissione (di Esperti Indipendenti, n.d.t.) dell’Onu presieduta dal Giudice Mary McGowan Davis, apparso a marzo, “indicano che i civili non sono stati intenzionalmente presi di mira come linea di condotta”, ma il rapporto McGowan Davis non contiene assolutamente alcuna “indicazione” di tal genere e invece mette seriamente in dubbio le indagini svolte da Israele, trovandole prive di imparzialità, tempestività e trasparenza.

Goldstone esprime “fiducia” sul fatto che l’ufficiale responsabile per quella che è forse la più grave atrocità dell’Operazione Piombo Fuso (il nome in codice israeliano per l’attacco a Gaza) – l’uccisione di 29 membri della famiglia al-Samouni – sarà adeguatamente punito da Israele, nonostante il fatto che il rapporto McGowan Davis fornisca una valutazione critica della gestione delle indagini su questo assassinio da parte di Israele.

Egli sostiene, infine, che il rapporto McGowan Davis ritiene che Israele abbia effettuato indagini “in misura significativa”, ma in realtà questo rapporto fa un quadro molto diverso delle indagini svolte da Israele su 400 incidenti, che hanno portato a due condanne, una per il furto di una carta di credito, con la conseguente pena di sette mesi di reclusione, e un’altra per aver usato un bambino palestinese come scudo umano, da cui è derivata una pena detentiva di tre mesi, sospesa!

In breve, non vi sono fatti nuovi che scagionino Israele e che avrebbero eventualmente potuto far cambiare idea a Goldstone. Ciò che gli ha fatto cambiare idea rimane dunque un segreto gelosamente custodito.

Il rapporto Goldstone non è stato l’unico rapporto d’inchiesta sull’Operazione Piombo Fuso. Amnesty International, Human Rights Watch e la Lega degli Stati Arabi (la cui missione è stata da me presieduta) hanno tutte presentato degli approfonditi rapporti sul conflitto.

In tutti i rapporti, incluso il rapporto Goldstone, vi erano resoconti dell’uccisione di civili in modo freddo, calcolato e deliberato da parte dell’esercito israeliano (IDF). Ma l’accusa principale rivolta ad Israele è stata che nel corso del suo attacco a Gaza ha usato indiscriminatamente la forza in aree densamente popolate ed è stato noncurante delle prevedibili conseguenze delle sue azioni, che hanno provocato la morte di almeno 900 civili ed il ferimento di altri 5.000.

Secondo le clausole dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, costituisce crimine di guerra l’attacco intenzionale diretto contro una popolazione civile (articolo 8 (2)(b)(i)). Non è necessario che tale intenzione sia premeditata: è sufficiente che la persona coinvolta in tale azione intenda causare la conseguenza della sua azione o “sia consapevole che quest’ultima avverrà nel normale corso degli eventi” (articolo 30).

L’articolo di Goldstone può essere interpretato nel senso che egli ora è soddisfatto (sebbene non vi siano prove a sostegno di ciò) per il fatto che Israele non ha avuto come linea di condotta quella di prendere di mira i civili deliberatamente e in maniera premeditata, e che laddove si è verificato l’assassinio calcolato di civili, ciò è accaduto senza la benedizione della leadership politica e militare israeliana.

Ma egli non poteva assolutamente aver voluto dire che Israele non ha “intenzionalmente preso di mira civili come linea di condotta” nel senso giuridico di intenzione. Che l’attacco israeliano sia stato condotto in modo indiscriminato, con la piena consapevolezza che le sue conseguenze sarebbero state l’uccisione e il ferimento di civili è un fatto di dominio pubblico, pienamente confermato dal Rapporto Goldstone e da altri rapporti ugualmente credibili.

Nel suo articolo Goldstone dichiara che il lancio indiscriminato di razzi verso Israele da parte di Hamas, che ha causato l’uccisione di quattro civili, è stato un “intenzionale” prendere di mira i civili e conseguentemente un crimine di guerra. Ma come egli possa asserire che i bombardamenti indiscriminati e l’uso di armi da fuoco contro i Palestinesi a Gaza da parte dell’Idf - che hanno provocato quasi un migliaio di morti tra i civili – non siano stati “intenzionali” è un mistero.

Goldstone, contrariamente ai suoi critici, non descrive il suo articolo come una ritrattazione del rapporto Goldstone. Questo non sorprende. Goldstone è un ex giudice e sa benissimo che un Rapporto Conoscitivo redatto da quattro persone, di cui egli era soltanto una, al pari della sentenza di un tribunale, non può essere modificato dalle riflessioni successive di un singolo membro della commissione.

Ciò può essere fatto soltanto dalla commissione stessa nella sua interezza con l’approvazione dell’organismo che ha istituito la Missione Conoscitiva – il Consiglio Onu per i Diritti Umani. E questo è altamente improbabile in considerazione del fatto che gli altri tre membri della Commissione – la Professoressa Christine Chinkin della LSE, la Sig.ra Hina Jilani, avvocato della Corte Suprema del Pakistan, e il colonnello Desmond Travers, già ufficiale dell’esercito irlandese – hanno dichiarato di non condividere i dubbi di Goldstone circa il rapporto.

Lo scorso mese il rapporto Goldstone è stato inoltrato dal Consiglio per i Diritti Umani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la richiesta che esso venga inoltrato al Consiglio di Sicurezza e che il Consiglio di Sicurezza sottoponga il caso al procuratore della Corte Penale Internazionale, come è stato fatto nei casi del Darfur e della Libia.

Senza dubbio l’Assemblea Generale inoltrerà il rapporto Goldstone al Consiglio di Sicurezza, nonostante l’articolo di Goldstone, ma lì morirà poiché il consueto veto degli Stati Uniti farà sì che Israele non venga chiamato a rispondere.

Il rapporto Goldstone rappresenta una storica pietra miliare. Si tratta di un credibile, motivato e accuratamente studiato resoconto delle atrocità – crimini di guerra e crimini contro l’umanità – commesse da Israele nel corso dell’Operazione Piombo Fuso e dei crimini di guerra commessi da Hamas nell’indiscriminato lancio di razzi verso Israele. Esso è un serio tentativo di assicurare la responsabilità di uno stato a cui per troppo tempo l’Occidente ha permesso di comportarsi in maniera illegale.

Non si può negare che la credibilità del rapporto Goldstone sia stata minata dallo strano articolo di Richard Goldstone sul Washington Post.

Sebbene il rapporto sia stato scritto da quattro esperti con il supporto di un team dell’ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, esso è indubbiamente finito per essere associato al nome di Richard Goldstone. Inevitabilmente le perplessità che egli ha espresso sul suo proprio ruolo nel Rapporto indebolirà il suo impatto come documentazione storica dell’Operazione Piombo Fuso.

Già il governo israeliano ha espresso soddisfazione per quello che interpreta come una ritrattazione del Rapporto e ha chiesto sia delle contrite scuse da parte di Goldstone sia il rigetto del Rapporto da parte delle Nazioni Unite. Come era prevedibile, il Dipartimento di Stato Usa ha accolto con favore l’articolo di Goldstone e c’è il timore che i governi europei vi trovino una scusa per giustificare il loro costante sostegno ad Israele.

Richard Goldstone ha dedicato gran parte della sua vita alla causa della ricerca della responsabilità per i crimini internazionali. E’ triste che questo campione della responsabilità e della giustizia penale internazionale debba abbandonare questa causa con un articolo così mal ponderato ma comunque estremamente dannoso.

John Dugard è Professore di Giurisprudenza all’Università di Pretoria, Professore Emerito all’Università di Leiden, ex Relatore Speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati.

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22 gennaio 2008

Notizie in breve.

Dugard censurato.
Il 18 gennaio, nel corso della criminale escalation di raid israeliani nella Striscia di Gaza, John Dugard, Relatore Speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, ha rilasciato questa dichiarazione ufficiale.

L’uccisione di circa quaranta Palestinesi a Gaza nella scorsa settimana, il bombardamento di un ufficio governativo nei pressi di un luogo in cui si stava svolgendo una festa di matrimonio che avrebbe dovuto far prevedere la perdita di vite umane e il ferimento di molti civili, e la chiusura di tutti i valichi verso Gaza, sollevano interrogativi molto seri sul rispetto di Israele per il diritto internazionale e il suo impegno nel processo di pace.
Le recenti azioni violano il rigido divieto di punizioni collettive contenuto nella Quarta Convenzione di Ginevra. Esse violano inoltre uno dei principi fondamentali del diritto umanitario internazionale secondo cui l’azione militare deve distinguere tra obiettivi militari e civili.
Israele avrebbe dovuto essere a conoscenza della festa di matrimonio vicino al Ministero degli Interni nel momento in cui lanciava missili contro l’edificio ministeriale.
I responsabili di azioni talmente vili sono colpevoli di seri crimini di guerra e dovrebbero essere incriminati e puniti per i loro crimini.
Gli Stati Uniti e gli altri Stati che hanno presenziato alla conferenza di Annapolis hanno l’obbligo legale e morale di esigere da Israele la cessazione delle sue azioni contro Gaza e di ristabilire la fiducia nel processo di pace, di assicurare il rispetto del diritto internazionale e di proteggere la vita dei civili.

Le affermazioni di Dugard rappresentano una chiara e semplice verità, assolutamente inconfutabile.
Ed è forse proprio per questo che tali dichiarazioni sono state incredibilmente censurate dai media di regime, soltanto l’Ansa – e in maniera molto succinta – le ha riportate.
Ma è giusto che sia così, e che Dugard rimanga una vox clamans in questa notte del diritto e della giustizia: sotto le mentite spoglie di un mite professore sudafricano, invero, si nasconde evidentemente un bieco antisemita nemico giurato di Israele.

Le “provocazioni” di B’tselem.
Il 19 gennaio scorso i soldati israeliani hanno arrestato Issa ‘Amro, un collaboratore della ong israeliana B’tselem, “colpevole” di avere filmato alcuni disordini provocati dai coloni israeliani nel sobborgo Wadi Hsein a est di Hebron.
Era accaduto, infatti, che un gruppo di coloni aveva iniziato a tirare pietre contro una casa abitata da Palestinesi, tentando di fare irruzione all’interno; sebbene sul luogo fossero presenti numerosi soldati di Tsahal e forze di polizia, nessuno di costoro ha tentato minimamente di allontanare i coloni né, tanto meno, di proteggere l’incolumità dei Palestinesi.
Il comandante delle eroiche truppe impegnate, appartenenti al battaglione Shimshon, ad un certo momento si è avvicinato all’attivista di B’tselem, chiedendogli di smettere di filmare gli incidenti e, subito dopo, alcune donne hanno circondato ‘Amro, tentando di strappargli la videocamera.
A quel punto sono intervenuti i soldati che hanno picchiato ‘Amro e lo hanno arrestato, portandolo via a bordo di una jeep dopo averlo picchiato un altro pochino, così, tanto per gradire; successivamente l’esercito avrebbe comunicato che l’attivista era stato arrestato per aver attaccato i soldati!
Naturalmente non è così, e B’tselem è in possesso di diversi video che provano l’esatto contrario, e cioè che ad essere stato attaccato è stato proprio il malcapitato collaboratore della ong.
Ma il punto più simpatico è che B’telem segnala come, negli ultimi tempi, ci sia stata una escalation negli attacchi contro gli attivisti per i diritti umani che tentano di testimoniare in video le violenze dei coloni a Habron: pare, infatti che, secondo Tsahal, l’atto di filmare i vandalismi dei bravi coloni israeliani costituisca una “provocazione”!
Ma questo è niente in confronto a quello che capita a quei giornalisti coraggiosi che rischiano la vita per testimoniare la verità dei crimini di guerra israeliani nei Territori occupati…

Quei coloni così prolifici.
A proposito di coloni, le ultime statistiche rilasciate dal Ministero degli Interni israeliano mostrano come, a gennaio del 2008, i settlers siano arrivati al rispettabile numero di 282.362, in aumento rispetto ai 268.163 del gennaio 2007 e ai 253.371 del gennaio 2006 (a cui vanno aggiunti i circa 200.000 coloni di Gerusalemme est).
Si tratta di un incremento percentuale pari al 5,1% su base annua, pari a tre volte l’aumento percentuale annuale della popolazione israeliana nel suo complesso.
La crescita del numero dei coloni viene attribuita in parte all’espansione degli insediamenti, che in base alla road map avrebbe dovuto essere bloccata, in parte ad una maggior propensione a far figli propria delle comunità religiose.
L’arma “demografica”, dunque, non appartiene soltanto agli Arabi…

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31 maggio 2007

Una voce nel deserto.

John Dugard ci piace, è inutile negarlo.
E questo anziano professore di diritto internazionale, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, ci piace non solo e non tanto per le sue idee sul conflitto israelo-palestinese – che condividiamo in pieno – ma per l’imperturbabilità e la tenacia con cui, in ogni occasione possibile, continua a ripetere le stesse, semplici e indiscutibili verità, pur sapendo di restare inascoltato, una vera e propria vox clamans nel deserto dell’indifferenza, dell’ipocrisia, del cinico calcolo politico che ha abbandonato il popolo palestinese ad un destino di devastazione e di morte, in balia di un nemico spietato ed assassino.
E che cosa ha ricordato ancora l’altro ieri John Dugard, in un comunicato ufficiale rilasciato in vista della riunione del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) svoltasi ieri a Berlino?
Ha ricordato che, si, gli oltre 270 razzi Qassam lanciati dai Palestinesi verso la cittadina israeliana di Sderot – che hanno causato la morte di 2 (due!) civili e il ferimento di altre 16 persone – hanno violato certamente il diritto umanitario internazionale in quanto, essendo totalmente privi di meccanismi di guida, non distinguono e non possono distinguere tra obiettivi civili e militari.
Ma anche precisato che la “risposta” israeliana e, in particolare, gli oltre sessanta raid aerei che hanno causato la morte di oltre 50 (cinquanta!) Palestinesi ed il ferimento di altre 180 persone, rappresentano dei gravi crimini di guerra, in quanto violano entrambi i principi cardine del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione tra civili e combattenti.
Basterà, in proposito, ricordare che – solo nel periodo compreso tra il 17 ed il 23 maggio – l’esercito israeliano ha ucciso 32 Palestinesi, tra cui 17 civili (e, tra essi, 7 bambini) e ne ha feriti 102 (tra i quali 10 donne e 20 bambini).
Ma il Prof. Dugard, ad abudantiam, ha aggiunto anche altre cose.
Ha aggiunto, ad esempio, che gli assassini extra-giudiziari del genere di quelli commessi da Israele non solo sono illegali dal punto di vista del diritto internazionale, in quanto costituiscono delle “executions without a trial”, delle vere e proprie esecuzioni capitali portate a termine senza alcuna accusa, alcun processo, alcuna giuria, ma sembrano persino non integrare nemmeno quei minimi requisiti solo in presenza dei quali la Suprema Corte (di giustizia…) israeliana, nel dicembre del 2006, aveva ammesso tali azioni, e cioè, in buona sostanza, l’impossibilità di portare a termine l’arresto e l’imminente e reale pericolo per l’incolumità dei civili israeliani rappresentato dalla persona costituente l’obiettivo dell’eliminazione.
E’ esemplare, sotto questo aspetto, il caso dell’assassinio – avvenuto l’altro ieri a Ramallah ad opera di alcune unità dell’Idf sotto copertura – del 22enne Abu Omar Dhaher, liquidato con un colpo alla nuca mentre era steso in terra, ferito ad una gamba.
Ha ricordato Dugard che Israele, in questi giorni, ha arrestato oltre 30 membri di Hamas, tra cui due ministri, vari deputati e i sindaci di Nablus e Qalqiliya, che oltre 40 dei ministri, deputati e membri di Hamas similmente arrestati lo scorso anno sono tutt’ora detenuti in Israele, senza alcuna imminente prospettiva di essere scarcerati o di essere portati in giudizio con uno straccio di accusa, che tali arresti e tali detenzioni rappresentano dei chiari atti di punizione collettiva, come tali vietati dalla IV Convenzione di Ginevra.
Tutti questi atti – prosegue Dugard – vanno inquadrati in un contesto di continue violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori palestinesi occupati, quali ad esempio:
- i raid militari e gli arresti indiscriminati di civili compiuti quotidianamente da Tsahal;
- la continua espansione degli insediamenti, in violazione delle risoluzioni Onu e della stessa Road Map elaborata dal Quartetto;
- la prosecuzione della costruzione del Muro in territorio palestinese, in violazione del parere espresso nel 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia (e fatto proprio dal voto dell’Assemblea Generale dell’Onu);
- i 549 posti di blocco, cancelli e ostacoli vari posti da Israele nel West Bank, che limitano fortemente la libertà di circolazione delle persone e delle merci, con gravissimo pregiudizio per lo stato già precario dell’economia palestinese, come denunciato, da ultimo in questi giorni, anche dalla Banca Mondiale;
- l’illegale mancato versamento delle tasse e imposte doganali riscosse da Israele per conto dell’Anp, che costituisce una delle principali cause della crisi umanitaria in atto in Palestina.
In breve, secondo Dugard, Israele continua a commettere reiterate e gravi violazioni dei diritti umani a danno dei Palestinesi ma, stranamente, il Quartetto sembra quasi del tutto ignorare tale circostanza, adottando invece, e continuando ad adottare, un incredibile boicottaggio politico ed economico nei confronti dell’Autorità palestinese e dei ministri in quota Hamas, che pure fanno parte di un governo che è la risultante di elezioni democratiche e perfettamente regolari svoltesi nel 2006.
La pace e il rispetto dei diritti umani – conclude il Relatore Onu – non potranno mai prevalere nella regione se la comunità internazionale non si deciderà una volta per tutte a intervenire per persuadere, ed eventualmente costringere, entrambe le parti ad impegnarsi seriamente a risolvere le questioni che ancora impediscono la nascita di uno Stato palestinese indipendente e sovrano.
Questo dovrebbe essere l’obiettivo del Quartetto, i cui membri, tuttavia, non riusciranno mai a raggiungere alcunché se non adotteranno un approccio equo ed imparziale nei confronti di entrambe le parti in conflitto.
Il che richiede, tra l’altro, di trattare entrambe le parti alla stessa maniera e secondo gli stessi standard, di accordare a entrambe il medesimo riconoscimento e, soprattutto, di assicurare piena legittimità all’intero governo di unità palestinese, sia ai membri di Hamas sia agli altri.
Fin qui la dichiarazione, anzi l’appassionato appello, di John Dugard.
Per l’ennesima volta inascoltato.
La dichiarazione conclusiva dei lavori del Quartetto è infatti, come ci si poteva aspettare, deludente e, soprattutto, ben lontana da quell’approccio “equo e imparziale” quasi implorato dal Relatore Onu.
Il Quartetto, infatti, condanna “con forza” i lanci di razzi Qassam verso Sderot e l’accumulazione di armi da parte di Hamas e degli altri “gruppi terroristici” (sic!) nella Striscia di Gaza e ne chiede l’immediata cessazione, mentre si limita a richiedere ad Israele di esercitare “moderazione” e di assicurare che, nel corso delle sue “operazioni di sicurezza” (sic!), si evitino perdite tra i civili o danni alle infrastrutture di uso civile: il che val quanto dire via libera alla continuazione di queste cosiddette “operazioni di sicurezza” e, soprattutto, via libera agli assassinii “mirati”, che pure violano il diritto umanitario e portano inevitabilmente con sé un pesante fardello in termini di uccisioni di civili inermi e innocenti, ma tutto questo ai Quartet Principals non sembra importare poi molto…
Il Quartetto chiede il rilascio “immediato e incondizionato” del caporale Gilad Shalit (e del giornalista della Bbc Alan Johnston), mentre la liberazione dei ministri e parlamentari di Hamas viene sì richiesta, ma non in maniera incondizionata né immediata, evidentemente non c’è fretta...
Nemmeno una parola, invece, per gli oltre 11.000 Palestinesi attualmente ospiti delle galere israeliane, nessun cenno alle torture a cui molti di essi vengono sottoposti (testimoniate da vari report di ong israeliane), nessuna richiesta di rilascio per le donne e i minori palestinesi illegalmente detenuti, nessun biasimo per quell’assoluto monumento all’arbitrio e alla illegalità che è la cd. detenzione “amministrativa”.
Il Quartetto, bontà sua, ammette che il movimento e gli accessi da e per Gaza costituiscono un aspetto “essenziale” e, dunque, richiama entrambe le parti ad applicare per intero l’Accordo sul Movimento e l’Accesso del 15 novembre 2005.
Come se dipendesse dai Palestinesi rimuovere i 549 posti di blocco, cancelli e ostruzioni varie che rendono gli spostamenti nel West Bank un vero e proprio calvario; come se dipendesse dai Palestinesi tenere aperti i varchi di Rafah, Erez, etc. per il tempo programmato dagli accordi; come se fossero i Palestinesi ad impedire che Gaza sia collegata alla Cisgiordania – come previsto dall’Accordo del 2005 – da convogli di autobus e di camion.
Il Quartetto, addirittura, non chiede ad Israele – come dovrebbe – di versare all’Anp le tasse e le imposte doganali che, al contrario, continua illegalmente a trattenere, ma si limita a osservare che il ripristino del trasferimento di queste somme (di proprietà del popolo palestinese!) avrebbe “un impatto significativo sull’economia palestinese”: quasi si stesse chiedendo agli Israeliani di compiere un atto di generosità, davvero inaudito!
Il Quartetto ancora una volta, con inusitata ipocrisia, elogia l’iniziativa di pace dei Paesi arabi, fingendo di non sapere che Israele ha già detto a chiare lettere che non consentirà mai a cedere Gerusalemme est ai Palestinesi, né riconoscerà mai alcun diritto al ritorno dei profughi nelle loro terre.
E dunque, ancora una volta, secondo Usa, Ue, Onu e Russia, sono stati i Palestinesi ad aver rotto la tregua, sono loro i responsabili di questa nuova ondata di violenza nella Striscia di Gaza, loro e i lanci dei maledetti razzi Qassam.
Nessuno sembra considerare che un tale ragionamento presupporrebbe che – prima dell’inizio dei lanci dei Qassam – vi fosse stato un pieno e rispettato cessate il fuoco tra Israeliani e Palestinesi, cosa assolutamente non vera: per dirla con Amira Hass, ma quale cessate il fuoco?
Quella del cessate il fuoco è una trappola accuratamente preparata da Israele – con l’aiuto non indifferente dei media e delle potenze occidentali - in cui i Palestinesi continuano regolarmente a cadere, che fa sì che la pubblica opinione percepisca una realtà del conflitto israelo-palestinese come di un confronto bellico tra pari, con i Palestinesi per di più nella veste degli aggressori e gli Israeliani in quella, invero più comoda, degli aggrediti che si limitano a “rispondere”.
Ma non è esattamente così.
Come ci ricorda la Hass, il sabato e la domenica prima che i Palestinesi “rompessero il cessate il fuoco”, i soldati israeliani avevano ucciso ben 9 Palestinesi, tra cui una studentessa di 17 anni, un ragazzino di 15 ed un poliziotto che stava sul tetto della propria casa e che non era coinvolto in alcun combattimento.
Ma anche se non vi fossero stati quei nove morti, non vi sarebbe stato alcun cessate il fuoco né vi sarebbe stato la settimana precedente e in quelle precedenti ancora, perché l’occupazione militare, anche quando non uccide, come in questi casi, è comunque da considerarsi “fuoco israeliano”, un fuoco che non è mai cessato per oltre 40 anni, a prescindere da eventuali reazioni da parte palestinese o meno.
Perché il “fuoco” o, se preferite, la quotidiana aggressione israeliana include ogni rifiuto di un permesso per costruire una casa palestinese, ogni diniego di passaggio di un Palestinese da Gaza al West Bank e viceversa, ogni shekel di tasse e imposte illegalmente trattenuto da Israele e non versato all’Anp, ogni posto di blocco in Cisgiordania, ogni ettaro di terra sottratta ai Palestinesi sin dal giugno del 1967, ogni insediamento colonico illegale.
Non vi è mai stato un cessate il fuoco, perché Israele non ha mai cessato le sue illegalità, le sue violazioni del diritto, i suoi crimini, la sua brutale e ingiusta occupazione militare.
Questo era anche il senso dell’ennesimo appello di John Dugard ai membri del Quartetto, un appello che, come abbiamo visto, è rimasto totalmente lettera morta (e non nutrivamo alcun dubbio in questo senso).
Ma siamo sicuri che il nostro professore sudafricano non si cruccerà più di tanto, e continuerà con la serietà e la serenità che lo contraddistinguono a fare ciò che gli richiede il suo mandato di Relatore speciale, a descrivere e a testimoniare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, a denunciare i quotidiani crimini di guerra commessi da Tsahal, pur nella consapevolezza che la sua voce probabilmente resterà inascoltata ancora e ancora di nuovo.
Ci piace davvero John Dugard, una voce nel deserto.

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