22 marzo 2012

L'unica vera sofferenza è quella degli ebrei


Già a caldo, mi avevano dato molto fastidio le reazioni e l’infuriata levata di scudi di numerose personalità israeliane ed ebraiche in tutto il mondo di fronte alle dichiarazioni di Catherine Ashton, rappresentante Ue per la politica estera, che si era limitata ad unire nel ricordo e nella commemorazione tutti i bambini e gli adolescenti vittime dell’odio e della cieca violenza, a Tolosa come un anno fa in Norvegia, in Siria come a Gaza.

Ma naturalmente tutto ciò risulta inaccettabile a quanti sostengono Israele e le sue politiche genocidarie con cieco fanatismo e senza alcun tentennamento, perché ai loro occhi non si può mettere sullo stesso piano l’assassinio di quattro innocenti, tre dei quali bambini, con i tragici “errori” saltuariamente commessi dall’esercito israeliano, che resta pur sempre l’esercito “più morale al mondo” e che compie “sforzi erculei” per evitare l’uccisione di civili durante i suoi raid quotidiani.

Analogo senso di fastidio e irritazione, credo, deve aver motivato Gilad Atzmon a scrivere l’articolo che segue, in cui si da conto delle reazioni alle affermazioni della Ashton, tutte improntate al criterio in base al quale la sofferenza degli ebrei è unica e insuperabile, e non può essere paragonata a nessun’altro dolore e sofferenza, tanto meno a quella dei palestinesi.

Ora, dispiace davvero dover fare queste considerazioni, soprattutto di fronte ad una tragedia come quella di Tolosa e alla morte di poveri innocenti, perché questo è il tempo in cui ci si dovrebbe raccogliere in un commosso silenzio e nella commemorazione di queste giovani vite che sono state spezzate dal gesto di un fanatico.

E, tuttavia, non si può tacere di fronte a certe dichiarazioni e a certi distinguo che mirano a delineare la superiorità morale di Israele quale paese che si limita a combattere il “terrorismo”, pur commettendo talvolta qualche piccolo errore scusabile.

A costoro vorrei ricordare, tra i tanti altri, il caso della piccola Iman al-Hams, la scolaretta tredicenne uccisa mentre andava a scuola con il suo zainetto da un gruppo di assassini della brigata Givati che avevano visto benissimo – come risulterà poi dalla registrazione delle conversazioni radio – che si trattava di una ragazzina impaurita e non di una terrorista. Una ragazzina che uscendo di casa non avrebbe mai potuto immaginare che sulla sua strada avrebbe incontrato un tagliagole, il Capitano R. (di questo infame nemmeno il nome abbiamo il diritto di conoscere…), che per “confermarne la morte” le avrebbe scaricato in corpo un intero caricatore.

Ma, a differenza di Tolosa, dove il folle assassino verrà assicurato alla giustizia e pagherà per il suo crimine, il Capitano R. non è mai stato condannato, nemmeno per uso illegale delle armi: come dire, licenza di uccidere, in fondo sono solo palestinesi!

E, ancora, pensando all’uccisione di Ayoub Asaliya, un ragazzino di soli 12 anni ucciso lo scorso 11 marzo da un raid aereo israeliano mentre era in campo aperto e si trovava in un’area sgombra da miliziani e da armati di alcun genere, che differenza c’è tra l’assassinio folle di una bambina uccisa da un colpo alla testa e quello asettico di un bambino da parte di un pilota che si limita a premere un bottone?

E dove risiede la ”superiorità morale” di chi ordina bombardamenti indiscriminati o autorizza l’uso del fosforo bianco e di altri armamenti proibiti in aree densamente popolate, con la certezza di causare numerose vittime civili, donne e bambini compresi? Al contrario, a fronte del gesto isolato di un fanatico ci troviamo di fronte a precise responsabilità della catena di comando politica e militare, ad un vero e proprio “terrorismo di stato”, a crimini contro l’umanità le cui vittime reclamano una giustizia che forse mai avranno.

Non sfugga, peraltro, che il vittimismo di cui gli israeliani sono formidabili maestri non è certo fine a sé stesso, ma punta ad ottenere ben precisi risultati politici. Non è un caso che comincino a circolare articoli come questo, in cui si accusa l’Europa di avere uno scarso senso morale e di essere cieca di fronte alla realtà mediorientale. Deplorando i pallidi tentativi della Ue di supportare i diritti del popolo palestinese e persino gli interventi in favore dei prigionieri in sciopero della fame, infatti, si cerca di mettere pressione sui rappresentanti istituzionali europei per convincerli ad adagiarsi comodamente sulle posizioni smaccatamente filo-israeliane dell’amministrazione Obama.

Bene ha fatto, dunque, il premier palestinese Salam Fayyad a intervenire con decisione, affermando che deve cessare l’uso strumentale della causa palestinese da parte di gruppi criminali di fanatici e che nulla può giustificare crimini orrendi come quello di Tolosa.

Ma non può certo essere consentito ad Israele di strumentalizzare le povere vittime di Tolosa per lavarsi le mani sporche del sangue di migliaia di palestinesi, vantando una superiorità morale (anche nei confronti di noi europei par di capire…) che non ha alcun fondamento nella realtà. Direi anzi che i fatti di ogni giorno mostrano proprio l’esatto contrario.

di Gilad Atzmon - 21 marzo 2012  
L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e le Politiche della Sicurezza ieri è stato criticato per aver messo a confronto l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di tre bambini e di un rabbino in un attentato in Francia con la situazione di Gaza. 

Alla conferenza “I profughi palestinesi nel Medio Oriente che cambia”, a Bruxelles, la baronessa Ashton ha descritto gli omicidi di Tolosa come una “terribile tragedia”, ma poi ha aggiunto: “quando vediamo quel che accade a Gaza e in varie parti del mondo – ricordiamo i giovani e i bambini che perdono le loro vite”.

Apparentemente alcuni importanti leader ebrei e israeliani non potevano essere maggiormente in disaccordo. Per essi la sofferenza degli ebrei supera ogni altra sofferenza e in particolare quella dei palestinesi.

Il London Jewish Chronicle ha citato alcuni dei critici indignati. “Anche se lette nel loro contesto, le parole della Ashton sono più che inaccettabili”, ha detto Oliver Worth, il presidente dell’Unione Mondiale degli studenti ebrei in Gran Bretagna. Egli ha affermato che tali parole sono state “veramente scandalose e ripugnanti” e le ha chiesto di dimettersi avendo “perso ogni credibilità”. E tuttavia, il sig. Worth non spiega perché sia “scandaloso e ripugnante” mettere sullo stesso piano la sofferenza ebraica con quella palestinese. 

“I commenti della baronessa Ashton sono ad un tempo stupidi e del tutto inappropriati” ha detto il direttore generale del Comitato dei Rappresentanti, tuttavia anch’egli non ha fornito alcuna motivazione. 

“Non c’è assolutamente alcuna equivalenza tra la situazione di Gaza e lo spietato assassinio a sangue freddo del rabbino Jonathan Sandler e di tre bambini” ha detto Stefan Kerner, direttore per gli affari pubblici della Federazione Sionista. E io mi chiedo perché non vi sia alcuna “equivalenza”, è perché gli ebrei devono ancora ritirarsi da Tolosa? O forse il sig. Kerner si aspetta in realtà che siano i francesi a ritirarsi da Tolosa, lasciandola al rabbino Sandler e a pochi altri ebrei? Evidentemente trovo davvero difficile continuare a seguire la logica sionista.

Il rabbino ha aggiunto: “per una persona nella posizione della Baronessa Ashton è vergognoso perfino il giudicare i propri commenti come appropriati. Dovrebbe ritirare immediatamente le proprie dichiarazioni e scusarsi senza riserve per le offese che ha arrecato”. E io mi chiedo perché gli ebrei considerino offensivo che qualcuno equipari il loro dolore alle sofferenze dei Goyim. Davvero il rabbino ritiene che le sofferenze degli ebrei siano in qualche modo superiori?

Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri israeliano, ha detto di considerare le sue osservazioni come “inappropriate”. Ha affermato che spera che la Ashton le riesamini e le ritiri”. E io mi chiedo quale tipo di ritrattazione farebbe piacere al governo israeliano. Davvero si aspettano che la baronessa Ashton accetti che la sofferenza degli ebrei sia la massima forma del dolore umano? 

Anche il criminale di guerra israeliano nonché leader dell’opposizione Tzipi Livni ha cercato di offrire qualche ragionamento. Ella ha descritto il commento della Ashton come “biasimevole, irritante e sbagliato” nel delineare un qualsiasi collegamento “tra l’assassinio dei bambini a Tolosa e il massacro che Assad sta conducendo in Siria e la situazione a Gaza”. La Livni tanto per cambiare può aver ragione, il crimine commesso a Gaza dallo stato ebraico in nome del popolo ebraico è infatti unico nella storia della brutalità. Anche il fatto che il 94% della popolazione ebraica israeliana appoggiasse le tattiche di genocidio dell’Idf al tempo dell’operazione Piombo Fuso è anch’esso davvero unico. E i crimini di guerra israeliani sono davvero di una crudeltà senza eguali e senza paragone. 

Ma la Livni non si è fermata  solo lì, ha cercato di qualificare le proprie affermazioni. “Un delitto dettato dall’odio o un leader che uccide il suo popolo non sono la stessa cosa di un paese che combatte il terrorismo, anche se i civili vengono colpiti”. Secondo la Livni, la baronessa non è riuscita a fare “l’appropriata distinzione morale”. Per cominciare non sappiamo ancora cosa abbia portato ai tragici eventi di Tolosa. Tuttavia, il fatto che Israele definisca i palestinesi come “terroristi” serve ancora a fornire allo stato ebraico una scusa morale per trucidare la popolazione indigena di quella terra e per prevaricare ogni diritto umano possibile. 

Credo che noi tutti stiamo diventando impermeabili alla logica politica ebraica. Ma può darsi che questo sia un altro sintomo della sionizzazione della nostra realtà. D’ora in poi ci si aspetta che noi obbediamo.

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5 luglio 2010

Alle radici del razzismo ebraico.

Una interessante intervista con lo scrittore e musicista israeliano Gilad Atzmon, tratta dal sito web di Claudio Moffa.

ALLE RADICI DEL RAZZISMO EBRAICO – INTERVISTA A GILAD ATZMON
di Manuel Talens

Manuel Talens: Chi sei?

Gilad Atzmon: Ottima domanda! Io sono sicuramente l'ultimo a saperlo. Presumo di essere un musicista jazz, e questo significa che sono impegnato nel reinventarmi. Per potermi reinventare, mi occupo soprattutto di questioni che riguardano me stesso. Una buona domanda iniziale è, chi potrei essere. Una gran parte dei miei scritti e della mia critica al sionismo e all'economia globale trae spunto dalla mia tendenza a riflettere su me stesso e a rivedermi criticamente.

MT: Giochiamo a fare l'analista e l'analizzato: io deduco che se hai bisogno di reinventarti, è perché non sei felice di ciò che sei. Dimmi per favore se hai qualche problema con il fatto di essere ebreo.

GA: Dico sempre che concedere interviste mi fa risparmiare il denaro che avrei speso per andare dallo psicanalista. Credo che la necessità di reinventarsi non costituisca necessariamente una fuga. Piuttosto, si tratta di una ricerca della vera essenza. Infatti, il processo di reinvenzione trae la propria forza da un chiaro assalto all'io. Cominci a suonare quando smetti di pensare. Per usare la terminologia di Lacan, potresti dire "tu sei là dove non pensi". Può sembrare strano, ma mi rendo conto adesso che è stato il mio amore per il jazz a rendermi sempre più critico dell'identità ebraica e del sionismo. All'età di diciotto anni, quando sarei dovuto diventare un soldato del suprematismo giudaico, mi sono innamorato di Coltrane e Bird. Fu allora che mi resi conto che la cultura che mi ispira (quella afroamericana) non aveva nulla a che vedere con la cultura per cui io avrei dovuto combattere.

MT: Ma non hai risposto alla domanda, almeno non nei termini in cui io l'avevo pensata. Ti voglio ricordare che questa intervista sarà soprattutto rivolta a lettori ispanofoni non ebrei, che non sono necessariamente al corrente delle idiosincrasie del popolo ebraico. Io voglio sapere se ti senti a tuo agio come ebreo - considerando il fatto che nessuno sceglie le proprie origini - e lo faccio perché alcune delle mie domande successive tratteranno le delicate questioni dell'antisemitismo e del cosiddetto odio di sé ebraico. Ripeto: è un problema per te essere ebreo?

GA: Niente affatto, perché non mi considero ebreo. Ciò detto, provo simpatia per gli ebrei religiosi, proprio come provo simpatia per i gruppi religiosi e la fede religiosa in generale, ma provo molto meno simpatia per l'identità ebraica laica. Io sostengo che una volta che spogli l'ebraicità dal suo contenuto spirituale, ti rimane solo il razzismo. Vedi, io non sono né un ebreo religioso né un ebreo laico. Quindi non posso considerarmi ebreo.

MT: Beh, è un'affermazione piuttosto forte, che non mi aspettavo. A dire il vero, se accettiamo il concetto semiotico che afferma che la lingua costituisce il mondo interiore in cui viviamo, un mondo che non è mai neutrale e che modella il nostro modo di pensare, dopo averti sentito parlare in ebraico con tua moglie e con i tuoi figli, mi aspettavo di trovarti a tuo agio - anche se ovviamente critico - all'interno del campo linguistico in cui sei cresciuto. Va ricordato che l'ebraico non è una lingua franca più o meno denazionalizzata, come il francese o l'inglese, ma è la lingua resuscitata degli ebrei. Quindi, se sei stato allevato come un ebreo laico, ma non accetti più di esserlo, cosa sei adesso, un uomo di cultura?

GA: In realtà, mi considero un palestinese di lingua ebraica. Parlo infatti l'ebraico, e la mia patria è la Palestina. Al contrario di Israele, una struttura politica razzista e nazionalista, la Palestina è un pezzo di geografia. La Palestina è autentica e genuina; Israele è artificiale e imposto. Vedi, quando provo nostalgia di casa, vado a un ristorante libanese piuttosto che a un ristorante di falafel israeliano. Però non oserei dire di essere riuscito a farmi assimilare da qualunque gruppo nazionale e sociale; e ti dirò che la cosa non mi preoccupa troppo. Il mio inglese è incerto e il mio accento rivela la mia provenienza entro pochi secondi. Ho imparato a conviverci. Sono nato e cresciuto in un certo luogo, e non ci posso fare niente. Ma ritengo che la compassione e l'empatia siano qualità umanistiche universali. Per me, staccarsi dall'ebraicità vuol dire, diventare un essere che prova empatia. Ecco verso dove sto andando, e il viaggio mi piace.

MT: Adesso dimmi perché affermi che l'ebraicità laica sarebbe semplicemente una forma di razzismo. Ci sono milioni di persone oneste di estrazione ebraica che non sono affatto religiose eppure si sentono e si ritengono ebrei, e quindi la tua affermazione mi sorprende. Me la puoi spiegare? E allo stesso modo, potresti dirmi in parole semplici cosa è il sionismo: ricordati che stai dialogando con gentili occidentali, i cui geni culturali - i cosiddetti memi - sono cristiani, e che quindi si sentono spesso perplessi quando devono affrontare nozioni come il sionismo, il semitismo o i loro antonimi, l'antisionismo e l'antisemitismo.

GA: Bene, qui bisogna chiarire una cosa. Non è l'origine ebraica che ti fa diventare razzista, quanto piuttosto l'adesione a un'identità ebraica laica che può farti diventare razzista. Come già dissi prima, una volta che togli il contenuto religioso dall'ebraicità, rimani con il concetto di sangue ebraico. Il sionismo è infatti una visione nazionalista che associa l'ebraicità alla razza piuttosto che a una fede religiosa. In quanto tale, il sionismo è essenzialmente la credenza che Sion (la Palestina) sia la patria nazionale del popolo ebraico. Questa curiosa credenza è basata, fondamentalmente, su una promessa biblica. In altre parole, i sionisti trasformano il testo spirituale (la Bibbia) in un documento del catasto. Ma, ci possiamo chiedere, che cosa è allora il popolo ebraico? Da un punto di vista sionista, gli ebrei sono coloro che il caso ha voluto fossero ebrei per razza. Infatti, il sionismo precede il nazismo. I primi sionisti parlavano di sangue ebraico e di eugenetica razziale quando Hitler ancora indossava i pannolini. Il problema è che mentre il sionismo è cominciato come un movimento politico esoterico e marginale, ed è stato criticato dalla maggior parte delle scuole ideologiche e religiose ebraiche, esso viene presentato oggi come la voce ufficiale del popolo ebraico. Io tendo a ritenere che molti ebrei - e questo include anche molti cosiddetti "ebrei antisionisti" - non sono altro che criptosionisti.
In uno dei miei articoli più recenti sostengo che quelli che chiamano se stessi ebrei si possono dividere in tre categorie principali: 1. quelli che seguono il giudaismo; 2. quelli che si considerano esseri umani casualmente di origine ebraica; 3. quelli che mettono la propria ebraicità prima di ogni altra loro caratteristica. Ovviamente, non ho alcun problema con le prime due categorie, ma la terza è piuttosto problematica. L'ebreo della terza categoria è, ad esempio: un ebreo che vive in America (piuttosto che un americano casualmente di discendenza ebraica), un ebreo che suona il sassofono (piuttosto che un sassofonista casualmente ebreo), un ebreo antisionista (piuttosto che un antisionista casualmente ebreo). Per l'ebreo della terza categoria, l'appartenenza razziale è una qualità primaria e questa, in realtà, è l'essenza stessa del sionismo. Nascere come ebreo è una cosa assolutamente innocente, ma essere ebreo non è necessariamente innocente. Tutto dipende dalla categoria che si sceglie. Se non si appartiene a una delle prime due categorie, non si è necessariamente innocenti.

MT: Scusami l'insistenza, ma vorrei che tu fossi estremamente preciso. Per me, quello che hai appena detto, quando hai detto "non si è necessariamente innocenti", suggerisce che si può ancora appartenere alla terza categoria senza essere razzisti. È quello che volevi dire?

GA: E' solo che voglio essere gentile.

MT: Insisto: sei pronto ad accettare che questi antisionisti ebrei, che secondo te sono semplicemente criptosionisti, potrebbero comunque essere ottimi esseri umani e per nulla razzisti?

GA: Vedi, tutti abbiamo una "coscienza razziale", ma essere "razzisti" è tutt'altra faccenda. Voglio essere molto chiaro. Essere un ebreo laico, ma fare della propria ebraicità una qualità primaria, è una chiara manifestazione di una tendenza razzista. Molti ebrei antisionisti semplicemente non si rendono conto dei problemi che comporta il loro approccio razziale. Ecco perché ho cercato di dialogare con loro e di spingerli a rendersi meglio conto dei loro errati obiettivi razziali. Li invito a lasciarsi indietro il loro approccio antisionista razzialmente esclusivo, e a partecipare invece a una chiamata universale. Ovviamente, molti ebrei se ne accorgono da soli. Io sostengo che, se il sionismo è categoricamente errato secondo quelli che lo combattono, allora la propria appartenenza razziale o etnica diventa irrilevante.

MT: Se ho ben capito, il bersaglio dei tuoi proiettili retorici sono solo alcuni individui ebrei (a essere precisi, alcuni individui ebrei che appartengono alla terza categoria) e non il popolo ebraico in quanto gruppo.

GA: La risposta è sì. Io non faccio una critica inclusiva a un gruppo, perché gli ebrei non sono né un gruppo né un "popolo". Comunque, è importante precisare che la terza categoria non è un mucchio casuale di individui. In pratica, la terza categoria ha un'identità molto solida con scopi globali chiari. Io sostengo che dentro la terza categoria, troverai polarizzazioni politiche e anche un'opposizione metafisica. Vedrai che ci sono coloni sionisti duri da Brooklyn, come un marxista rivoluzionario ebreo di Londra. Non possiamo criticare gli ebrei come gruppo, perché essi non costituiscono un popolo, una continuità razziale e nemmeno un'entità etnica o culturale. Le differenze culturali tra ebrei sefarditi e ashkenaziti sono ovvie, ma la cosa va oltre. Gli antropologi ci diranno che gli ebrei non sono una razza: infatti, gli studi genetici hanno recentemente dimostrato che, mentre gli ebrei sefarditi e i palestinesi condividono una comune origine cananea, gli ashkenaziti, o comunque la grande maggioranza di loro, non hanno nulla a che vedere con Canaan…

MT: Scusami, ma alcuni lettori si potrebbero perdere se non torni alle cose più elementari, e ci spieghi la differenza tra ebrei sefarditi ed ebrei ashkenaziti.

GA: Tradizionalmente, gli ebrei sefarditi (Sephardi in ebraico significa Spagna) sono associati con quella che si chiama un'origine orientale (Medio Oriente, Mediterraneo, i Balcani, l'Arabia, ecc.). Il termine ashkenazita si riferisce invece soprattutto agli ebrei di discendenza europea. Ma la faccenda è ancora più complessa, perché, come molti sanno, gli ebrei ashkenaziti sono in realtà khazari. I loro antenati si sono convertiti al giudaismo attorno al nono secolo. Questo fatto è piuttosto imbarazzante per i sionisti perché se le cose stanno così, allora per la maggior parte degli ebrei ashkenaziti, "casa" significa la terra del vecchio regno dei khazari (da qualche parte tra il Mar Caspio e il Mar Nero). Le loro origini geografiche non hanno nulla a che vedere con la Palestina. Tra parentesi, si tratta di una questione interessante. Io tendo a credere che tutti gli ashkenaziti siano khazari. Tempo fa, Marcel Charbonnier mi mandò un pezzo tradotto da lui sulle origini dello yiddish. Secondo questo dettagliatissimo studio accademico, lo yiddish è in realtà strutturato come la lingua dei khazari. Ma non vogliamo divagare troppo, e poi io sono tutt'altro che esperto in materia.

MT: Per curiosità, tu sei di origine ashkenazita?

GA: Mio padre è sicuramente un ebreo ashkenazita. Quindi sono probabilmente di origine khazara.

MT: Va bene, andiamo avanti.

GA: Eppure, anche se gli ebrei non costituiscono una razza, gli ebrei della terza categoria sono motivati razzialmente. È la motivazione razziale a cui mi oppongo. Come sai, perché conosci molto bene i miei scritti, io sono l'ultimo a giudicare le persone per la loro appartenenza razziale, anzi sono totalmente contrario a un simile approccio. Non c'è un solo riferimento razziale nei miei scritti critici. In pratica, la mia critica degli ebrei e dell'ebraicità si concentra sull' "identità" della terza categoria. Come forse sai, la maggioranza del popolo ebraica è attratta dalla filosofia della terza categoria. I sionisti si trovano ovviamente al centro stesso della percezione suprematista, ma gli "ebrei antisionisti" sono appena più distanti.

MT: Sono contento che tu abbia chiarito la questione, perché dal mio punto di vista di un gentile perplesso, è davvero intrigante vedere come tu, Gilad Atzmon - un essere umano che è casualmente di estrazione ebraica, per citare le tue stesse parole, che confessa la propria simpatia per gli ebrei religiosi e aborrisce il razzismo - vieni furiosamente attaccato da sionisti e da alcuni difensori a oltranza di Israele, con l'accusa di essere un razzista, un antisemita e un ebreo odiatore di sé. Che senso ha tutto ciò? Non si tratta forse di una guerra di propaganda che adopera la parola "razzista", volutamente privandola del suo significato semantico originario?

GA: Certamente, è una cosa voluta e anche ben congegnata. L'identità ebraica contemporanea consiste in tre elementi principale: quello religioso, quello nazionalista e quello razzista. I sionisti hanno interesse a confondere il più possibile i tre elementi, e questo costituisce una truffa intellettuale. Quando attacchi la loro politica nazionalista, ti accusano di essere razzista; se attacchi le loro tendenze razziste, pretendono che è tutto semplicemente il frutto della loro innocente religione. Il mio modello della "terza categoria" suggerisce un modo di attaccare il sionismo oltre all'ebraicità, in quanto visione tribale, esclusiva e suprematista del mondo.

MT: E adesso due domande a bruciapelo per risolvere questa faccenda e per collocarti in maniera definitiva. Per favore, rispondi solo sì o no. Sei antisemita?

GA: Certamente no. Io sostengo che una volta che Israele si è stabilito esplicitamente come lo stato del popolo ebraico, e lo ha fatto a spese dei nativi palestinesi, ogni atto di guerra contro gli ebrei può essere inteso in termini di "lotta politica". Questo non vuol dire che un tale atto sia legittimo.

MT: Sei antisionista?

GA: Certamente sì. Ma io tendo ad allargare la definizione di sionismo. Per me, ogni ebreo della terza categoria o è un sionista o è un cripto-sionista, qualunque cosa di diverso possa pretendere. La mia posizione costituisce chiaramente una sfida seria all'identità ebraica. Ho letto molte cose che hanno scritto contro di me, ma non ho mai trovato un argomento contrario che stesse in piedi. Comincio a chiedermi se un tale argomento esiste. Se non esiste, è più che probabile che non avrò molto più da dire in futuro su questo tema. Forse comincerò a scrivere a proposito dei fiori e degli uccelli.

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