2 marzo 2011

Non è possibile delegittimare ciò che non è mai stato legittimo


Come abbiamo avuto modo di osservare, il termine “delegittimazione” è quello più usato dai politici israeliani e dai tanti amici che Israele ha nel mondo per tacitare quanti osano criticarne le politiche genocidarie, la pulizia etnica e l’occupazione dei territori palestinesi. Accade così che coloro i quali perorano la causa palestinese vengano accusati di negare subdolamente il diritto di Israele ad esistere e la legittimità stessa della sua esistenza.

In questa falsariga si pone l’articolo di Elena Loewenthal su La Stampa del 21 gennaio scorso, dove viene recensita l’ultima fatica letteraria di Pierluigi Battista, “Lettera a un amico antisionista”

La Loewenthal, dopo aver indugiato sui soliti temi cari alla propaganda sionista e aver citato niente meno che Martin Luther King, ripropone il mito del fronte arabo che “rifiutò” la risoluzione Onu del novembre del 1947 e fu causa della attuale tragedia palestinese.

Ma, come ci ricorda Massimo Mandolini-Pesaresi nell’articolo che segue, proprio i due capisaldi fondanti della “legittimità” di Israele, la Dichiarazione Balfour e la Risoluzione 181 dell’Onu, in realtà non sono in grado di legittimare alcunché.

La contradizion che nol consente”, ovvero la supposta “legittimità” dello stato d’Israele.
Massimo Mandolini-Pesaresi, 30.1.2011

“Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.” (Primo Levi)

Lettera a un amico antisionista’ non è ancora arrivato in libreria e già se ne parla. In una recente puntata di Linea Notte (Rai 3, 19 gennaio scorso), l’autore, Pierluigi Battista, ha presentato la sua opera, sostenendo tesi discutibili, che non hanno suscitato confutazioni da parte dei giornalisti presenti. Il 21 gennaio, è stata la volta di Elena Loewenthal, che su La Stampa ha recensito il libro, battendo su temi consueti della propaganda sionista, con qualche vistoso errore. Mi sembra doveroso quindi articolare qui un punto essenziale della questione, su cui sembra che la disinformazione e mistificazione siano ormai endemiche. Mi soffermerò sul tema della “legittimità” dello Stato d’Israele.

Come ha acutamente osservato Alan Hart nel suo articolo del 5 aprile 2010, “The oxymoron of the de-legitimization of Israel”, non è possibile de-legittimare ciò che legittimo non è mai stato. Dopo questa perentoria dichiarazione, l’autore procede a valutare la portata dei due tradizionali fondamenti della “legittimità” dello Stato d’Israele: la Balfour Declaration del 1917 e la Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 29 novembre 1947.

Datata 2 novembre 1917, la Declaration, inviata in una missiva di Arthur Balfour a Lionel Walter 2nd Baron Rothchild (of Tring), costituiva il risultato dell’incessante sforzo di Chaim Weizmann, futuro primo presidente dello Stato d’Israele, e Nahum Sokolow, i due maggiori leader sionisti a Londra. Si noti che nel testo è chiaramente espresso il concetto che la creazione di una patria per il popolo ebraico non deve in alcun modo pregiudicare i diritti delle comunità non ebraiche residenti in Palestina (“nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine.”).

Va osservato che Arthur Balfour, allora Segretario di Stato per gli Affari Esteri, aveva, dodici anni prima, nel suo ruolo di Primo Ministro, introdotto una legge volta a limitare l’immigrazione ebraica nel Regno Unito. Inoltre, come Chaim Weizmann nota nei suoi diari: “Egli mi disse che un giorno aveva avuto occasione di conversare a lungo con Cosima Wagner, di cui condivideva molte idee antisemitiche” (He told me how he had once had a long talk with Cosima Wagner at Bayreuth and that he shared many of her anti-Semitic postulates). Tale collusione di sionismo e antisemitismo non dovrebbe sorprenderci, dato che lo stesso Theodor Herzl nei suoi Diari osservava: “Gli antisemiti diverrano i nostri migliori amici, i paesi antisemiti i nostri alleati.” (Anti-Semites will become our surest friends, anti-Semitic countries our allies).

Sempre sul carattere antisemitico della Declaration si espresse, nel suo celebre Memorandum, On the Anti-Semitism of the Present Government, Lord Edwin Samuel Montague, allora Segretario di Stato per l’India, e unico ebreo del gabinetto britannico: “Il Sionismo mi è sempre sembrato un’idea malvagia, incompatibile con lo spirito patriottico di un cittadino del Regno Unito” (Zionism has always seemed to me to be a mischievous political creed, untenable by any patriotic citizen of the United Kingdom).

In conclusione, la Balfour Declaration costituiva la formulazione di un progetto imperialistico all’interno della logica coloniale britannica. Con essa il Regno Unito si autoassegnava un Mandato su una regione, che era ancora – sia de iure che de facto – sotto la sovranità dell’Impero Ottomano. Si trattò pertanto di un progetto puramente politico, non di un’operazione ideologica o umanitaria a favore degli Ebrei.

Se un antisemita (Balfour) aveva posto le premesse per la creazione di uno stato ebraico in Palestina, furono le azioni militari e terroristiche della Haganah e della Stern Gang a rendere quel progetto coloniale una realtà. E così arriviamo alla seconda garanzia di “legittimità” per lo stato sionista: la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU riguardo alla costituzione in Palestina di due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico.

Anche in questo caso è facile osservare che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non aveva alcun diritto di prendere decisioni senza l’approvazione dei suoi legittimi abitanti, e proprio su questo punto si fondava la mozione dei paesi arabi alla Corte Internazionale, perché l’Assemblea Generale fosse dichiarata non competente a dividere un paese contro la volontà della maggioranza dei suoi abitanti (nel 1946 vivevano in Palestina 1.269.000 Arabi di contro a 678.000 Ebrei). In ogni caso solo il Consiglio di Sicurezza aveva il potere di rendere tali risoluzioni vincolanti. Non è un caso infatti che la risoluzione non sia mai stata approvata dal Consiglio di Sicurezza: mentre l’Assemblea Generale era ancora impegnata in ulteriori deliberazioni, David Ben-Gurion proclamò unilateralmente l’indipendenza dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948. Fu quello un giorno di lutto non solo per il sionismo socialista, che aspirava alla creazione di uno stato binazionale, fondato sulla collaborazione con i lavoratori arabi, ma anche per tutti gli Ebrei, che avevano fino allora osteggiato l’idea di uno stato ebraico.

Un emblematico esempio di quest’ultima opposizione fu la dichiarazione presentata da Rav Yosef Zvi Dushinsky e Rav Zelig Ruven Bengis, , mercoledì 16 luglio 1947, presso il Comitato Speciale per la Palestina (United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP)), al fine di fermare il progetto di creazione di uno stato ebraico in Terra Santa.

Dopo un lucido excursus storico, dal regno di Salomone fino alla situazione presente, il Rav cosí si esprime sul Mandato britannico:

“Molti travagli e massacri senza fine sarebbero stati risparmiati, se il Mandato fosse stato applicato nei modi auspicati dal mondo ebraico ortodosso” (Much trouble and endless bloodshed might have been avoided if the Mandate were to have been applied in the manner hoped for by Orthodox Jewry).

La sua denuncia poi del ruolo deleterio delle organizzazioni sioniste nel controllo dell’immigrazione ebraica in Palestina non è meno vibrante:

“Resta comunque un fatto deplorevole che un serio errore sia stato allora commesso, riconoscendo prima i leader sionisti e poi la Jewish Agency come rappresentanti ufficiali della popolazione ebraica” (However, it is a regrettable fact that a serious blunder was committed at the time by recognising first the leaders of Zionism and then the Jewish Agency as official representation of the Jewish population). La loro insistenza a voler costituire uno stato ebraico in Palestina “ha suscitato timore negli Arabi nostri vicini in merito a ulteriori immigrazioni ebraiche ed ha cosí dato inizio a una loro fiera opposizione” (This aroused the fear of our Arab neighbors in connection with further Jewish immigration and thus started the determined opposition on the part of the Arabs against Jewish immigration).

Come Rav Dushinsky ribadisce con fermezza nella conclusione del suo appello:

“Gli Ebrei ortodossi non hanno la minima intenzione di soggiogare alcun settore della popolazione della Terra Santa. Noi semplicemente chiediamo che le porte della Palestina siano aperte a tutti quegli Ebrei che non hanno una loro dimora …Vogliamo inoltre esprimere la nostra ferma opposizione alla creazione di uno stato ebraico in una qualsiasi parte della Palestina” (Orthodox Jewry has not the slightest intention of subjugating any section of the population of the Holy Land. We merely demand that the gates of Palestine be opened to all those Jews who have no home […] We furthermore wish to express our definite opposition to a Jewish state in any part of Palestine).

Non si poteva desiderare una dichiarazione più scevra di ambiguità ed esitazioni.

Quando, quattro mesi dopo, appariva ormai certo che si stava procedendo verso la spartizione della Palestina, Rav Dushinsky vergò un telegramma, datato 19 novembre 1947 (a cui fece seguito un memorandum, The Question of Jerusalem), in cui, a nome di 60.000 Ebrei residenti in Palestina, pregava l’Assemblea Generale dell’ ONU che la città di Gerusalemme fosse esente dalla sovranità dello Stato sionista e fosse posta sotto giurisdizione internazionale.

Alla luce dei fatti su presentati, appare sconcertante che al giorno d’oggi si cerchi ancora di distorcere la realtà storica in nome di un mito: la favola della fondazione dello Stato d’Israele, dotato di tutti i crismi della legalità e rappresentante esclusivo del mondo ebraico.

Se anche lo Stato sionista è riuscito a rubare la terra ai Palestinesi e il nome al popolo ebraico, non riuscirà mai a ottenere da nessuno la legittimità della propria nascita.

2011 © Massimo Mandolini-Pesaresi

Massimo Mandolini-Pesaresi è un professore italiano, che vive da anni negli USA. E’ autore di numerosi articoli e di due libri di critica letteraria. Attualmente è impegnato in varie iniziative a sostegno della causa palestinese.

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26 febbraio 2011

Assemblea pubblica a Roma: "Agire contro il sionismo"


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5 luglio 2010

Alle radici del razzismo ebraico.

Una interessante intervista con lo scrittore e musicista israeliano Gilad Atzmon, tratta dal sito web di Claudio Moffa.

ALLE RADICI DEL RAZZISMO EBRAICO – INTERVISTA A GILAD ATZMON
di Manuel Talens

Manuel Talens: Chi sei?

Gilad Atzmon: Ottima domanda! Io sono sicuramente l'ultimo a saperlo. Presumo di essere un musicista jazz, e questo significa che sono impegnato nel reinventarmi. Per potermi reinventare, mi occupo soprattutto di questioni che riguardano me stesso. Una buona domanda iniziale è, chi potrei essere. Una gran parte dei miei scritti e della mia critica al sionismo e all'economia globale trae spunto dalla mia tendenza a riflettere su me stesso e a rivedermi criticamente.

MT: Giochiamo a fare l'analista e l'analizzato: io deduco che se hai bisogno di reinventarti, è perché non sei felice di ciò che sei. Dimmi per favore se hai qualche problema con il fatto di essere ebreo.

GA: Dico sempre che concedere interviste mi fa risparmiare il denaro che avrei speso per andare dallo psicanalista. Credo che la necessità di reinventarsi non costituisca necessariamente una fuga. Piuttosto, si tratta di una ricerca della vera essenza. Infatti, il processo di reinvenzione trae la propria forza da un chiaro assalto all'io. Cominci a suonare quando smetti di pensare. Per usare la terminologia di Lacan, potresti dire "tu sei là dove non pensi". Può sembrare strano, ma mi rendo conto adesso che è stato il mio amore per il jazz a rendermi sempre più critico dell'identità ebraica e del sionismo. All'età di diciotto anni, quando sarei dovuto diventare un soldato del suprematismo giudaico, mi sono innamorato di Coltrane e Bird. Fu allora che mi resi conto che la cultura che mi ispira (quella afroamericana) non aveva nulla a che vedere con la cultura per cui io avrei dovuto combattere.

MT: Ma non hai risposto alla domanda, almeno non nei termini in cui io l'avevo pensata. Ti voglio ricordare che questa intervista sarà soprattutto rivolta a lettori ispanofoni non ebrei, che non sono necessariamente al corrente delle idiosincrasie del popolo ebraico. Io voglio sapere se ti senti a tuo agio come ebreo - considerando il fatto che nessuno sceglie le proprie origini - e lo faccio perché alcune delle mie domande successive tratteranno le delicate questioni dell'antisemitismo e del cosiddetto odio di sé ebraico. Ripeto: è un problema per te essere ebreo?

GA: Niente affatto, perché non mi considero ebreo. Ciò detto, provo simpatia per gli ebrei religiosi, proprio come provo simpatia per i gruppi religiosi e la fede religiosa in generale, ma provo molto meno simpatia per l'identità ebraica laica. Io sostengo che una volta che spogli l'ebraicità dal suo contenuto spirituale, ti rimane solo il razzismo. Vedi, io non sono né un ebreo religioso né un ebreo laico. Quindi non posso considerarmi ebreo.

MT: Beh, è un'affermazione piuttosto forte, che non mi aspettavo. A dire il vero, se accettiamo il concetto semiotico che afferma che la lingua costituisce il mondo interiore in cui viviamo, un mondo che non è mai neutrale e che modella il nostro modo di pensare, dopo averti sentito parlare in ebraico con tua moglie e con i tuoi figli, mi aspettavo di trovarti a tuo agio - anche se ovviamente critico - all'interno del campo linguistico in cui sei cresciuto. Va ricordato che l'ebraico non è una lingua franca più o meno denazionalizzata, come il francese o l'inglese, ma è la lingua resuscitata degli ebrei. Quindi, se sei stato allevato come un ebreo laico, ma non accetti più di esserlo, cosa sei adesso, un uomo di cultura?

GA: In realtà, mi considero un palestinese di lingua ebraica. Parlo infatti l'ebraico, e la mia patria è la Palestina. Al contrario di Israele, una struttura politica razzista e nazionalista, la Palestina è un pezzo di geografia. La Palestina è autentica e genuina; Israele è artificiale e imposto. Vedi, quando provo nostalgia di casa, vado a un ristorante libanese piuttosto che a un ristorante di falafel israeliano. Però non oserei dire di essere riuscito a farmi assimilare da qualunque gruppo nazionale e sociale; e ti dirò che la cosa non mi preoccupa troppo. Il mio inglese è incerto e il mio accento rivela la mia provenienza entro pochi secondi. Ho imparato a conviverci. Sono nato e cresciuto in un certo luogo, e non ci posso fare niente. Ma ritengo che la compassione e l'empatia siano qualità umanistiche universali. Per me, staccarsi dall'ebraicità vuol dire, diventare un essere che prova empatia. Ecco verso dove sto andando, e il viaggio mi piace.

MT: Adesso dimmi perché affermi che l'ebraicità laica sarebbe semplicemente una forma di razzismo. Ci sono milioni di persone oneste di estrazione ebraica che non sono affatto religiose eppure si sentono e si ritengono ebrei, e quindi la tua affermazione mi sorprende. Me la puoi spiegare? E allo stesso modo, potresti dirmi in parole semplici cosa è il sionismo: ricordati che stai dialogando con gentili occidentali, i cui geni culturali - i cosiddetti memi - sono cristiani, e che quindi si sentono spesso perplessi quando devono affrontare nozioni come il sionismo, il semitismo o i loro antonimi, l'antisionismo e l'antisemitismo.

GA: Bene, qui bisogna chiarire una cosa. Non è l'origine ebraica che ti fa diventare razzista, quanto piuttosto l'adesione a un'identità ebraica laica che può farti diventare razzista. Come già dissi prima, una volta che togli il contenuto religioso dall'ebraicità, rimani con il concetto di sangue ebraico. Il sionismo è infatti una visione nazionalista che associa l'ebraicità alla razza piuttosto che a una fede religiosa. In quanto tale, il sionismo è essenzialmente la credenza che Sion (la Palestina) sia la patria nazionale del popolo ebraico. Questa curiosa credenza è basata, fondamentalmente, su una promessa biblica. In altre parole, i sionisti trasformano il testo spirituale (la Bibbia) in un documento del catasto. Ma, ci possiamo chiedere, che cosa è allora il popolo ebraico? Da un punto di vista sionista, gli ebrei sono coloro che il caso ha voluto fossero ebrei per razza. Infatti, il sionismo precede il nazismo. I primi sionisti parlavano di sangue ebraico e di eugenetica razziale quando Hitler ancora indossava i pannolini. Il problema è che mentre il sionismo è cominciato come un movimento politico esoterico e marginale, ed è stato criticato dalla maggior parte delle scuole ideologiche e religiose ebraiche, esso viene presentato oggi come la voce ufficiale del popolo ebraico. Io tendo a ritenere che molti ebrei - e questo include anche molti cosiddetti "ebrei antisionisti" - non sono altro che criptosionisti.
In uno dei miei articoli più recenti sostengo che quelli che chiamano se stessi ebrei si possono dividere in tre categorie principali: 1. quelli che seguono il giudaismo; 2. quelli che si considerano esseri umani casualmente di origine ebraica; 3. quelli che mettono la propria ebraicità prima di ogni altra loro caratteristica. Ovviamente, non ho alcun problema con le prime due categorie, ma la terza è piuttosto problematica. L'ebreo della terza categoria è, ad esempio: un ebreo che vive in America (piuttosto che un americano casualmente di discendenza ebraica), un ebreo che suona il sassofono (piuttosto che un sassofonista casualmente ebreo), un ebreo antisionista (piuttosto che un antisionista casualmente ebreo). Per l'ebreo della terza categoria, l'appartenenza razziale è una qualità primaria e questa, in realtà, è l'essenza stessa del sionismo. Nascere come ebreo è una cosa assolutamente innocente, ma essere ebreo non è necessariamente innocente. Tutto dipende dalla categoria che si sceglie. Se non si appartiene a una delle prime due categorie, non si è necessariamente innocenti.

MT: Scusami l'insistenza, ma vorrei che tu fossi estremamente preciso. Per me, quello che hai appena detto, quando hai detto "non si è necessariamente innocenti", suggerisce che si può ancora appartenere alla terza categoria senza essere razzisti. È quello che volevi dire?

GA: E' solo che voglio essere gentile.

MT: Insisto: sei pronto ad accettare che questi antisionisti ebrei, che secondo te sono semplicemente criptosionisti, potrebbero comunque essere ottimi esseri umani e per nulla razzisti?

GA: Vedi, tutti abbiamo una "coscienza razziale", ma essere "razzisti" è tutt'altra faccenda. Voglio essere molto chiaro. Essere un ebreo laico, ma fare della propria ebraicità una qualità primaria, è una chiara manifestazione di una tendenza razzista. Molti ebrei antisionisti semplicemente non si rendono conto dei problemi che comporta il loro approccio razziale. Ecco perché ho cercato di dialogare con loro e di spingerli a rendersi meglio conto dei loro errati obiettivi razziali. Li invito a lasciarsi indietro il loro approccio antisionista razzialmente esclusivo, e a partecipare invece a una chiamata universale. Ovviamente, molti ebrei se ne accorgono da soli. Io sostengo che, se il sionismo è categoricamente errato secondo quelli che lo combattono, allora la propria appartenenza razziale o etnica diventa irrilevante.

MT: Se ho ben capito, il bersaglio dei tuoi proiettili retorici sono solo alcuni individui ebrei (a essere precisi, alcuni individui ebrei che appartengono alla terza categoria) e non il popolo ebraico in quanto gruppo.

GA: La risposta è sì. Io non faccio una critica inclusiva a un gruppo, perché gli ebrei non sono né un gruppo né un "popolo". Comunque, è importante precisare che la terza categoria non è un mucchio casuale di individui. In pratica, la terza categoria ha un'identità molto solida con scopi globali chiari. Io sostengo che dentro la terza categoria, troverai polarizzazioni politiche e anche un'opposizione metafisica. Vedrai che ci sono coloni sionisti duri da Brooklyn, come un marxista rivoluzionario ebreo di Londra. Non possiamo criticare gli ebrei come gruppo, perché essi non costituiscono un popolo, una continuità razziale e nemmeno un'entità etnica o culturale. Le differenze culturali tra ebrei sefarditi e ashkenaziti sono ovvie, ma la cosa va oltre. Gli antropologi ci diranno che gli ebrei non sono una razza: infatti, gli studi genetici hanno recentemente dimostrato che, mentre gli ebrei sefarditi e i palestinesi condividono una comune origine cananea, gli ashkenaziti, o comunque la grande maggioranza di loro, non hanno nulla a che vedere con Canaan…

MT: Scusami, ma alcuni lettori si potrebbero perdere se non torni alle cose più elementari, e ci spieghi la differenza tra ebrei sefarditi ed ebrei ashkenaziti.

GA: Tradizionalmente, gli ebrei sefarditi (Sephardi in ebraico significa Spagna) sono associati con quella che si chiama un'origine orientale (Medio Oriente, Mediterraneo, i Balcani, l'Arabia, ecc.). Il termine ashkenazita si riferisce invece soprattutto agli ebrei di discendenza europea. Ma la faccenda è ancora più complessa, perché, come molti sanno, gli ebrei ashkenaziti sono in realtà khazari. I loro antenati si sono convertiti al giudaismo attorno al nono secolo. Questo fatto è piuttosto imbarazzante per i sionisti perché se le cose stanno così, allora per la maggior parte degli ebrei ashkenaziti, "casa" significa la terra del vecchio regno dei khazari (da qualche parte tra il Mar Caspio e il Mar Nero). Le loro origini geografiche non hanno nulla a che vedere con la Palestina. Tra parentesi, si tratta di una questione interessante. Io tendo a credere che tutti gli ashkenaziti siano khazari. Tempo fa, Marcel Charbonnier mi mandò un pezzo tradotto da lui sulle origini dello yiddish. Secondo questo dettagliatissimo studio accademico, lo yiddish è in realtà strutturato come la lingua dei khazari. Ma non vogliamo divagare troppo, e poi io sono tutt'altro che esperto in materia.

MT: Per curiosità, tu sei di origine ashkenazita?

GA: Mio padre è sicuramente un ebreo ashkenazita. Quindi sono probabilmente di origine khazara.

MT: Va bene, andiamo avanti.

GA: Eppure, anche se gli ebrei non costituiscono una razza, gli ebrei della terza categoria sono motivati razzialmente. È la motivazione razziale a cui mi oppongo. Come sai, perché conosci molto bene i miei scritti, io sono l'ultimo a giudicare le persone per la loro appartenenza razziale, anzi sono totalmente contrario a un simile approccio. Non c'è un solo riferimento razziale nei miei scritti critici. In pratica, la mia critica degli ebrei e dell'ebraicità si concentra sull' "identità" della terza categoria. Come forse sai, la maggioranza del popolo ebraica è attratta dalla filosofia della terza categoria. I sionisti si trovano ovviamente al centro stesso della percezione suprematista, ma gli "ebrei antisionisti" sono appena più distanti.

MT: Sono contento che tu abbia chiarito la questione, perché dal mio punto di vista di un gentile perplesso, è davvero intrigante vedere come tu, Gilad Atzmon - un essere umano che è casualmente di estrazione ebraica, per citare le tue stesse parole, che confessa la propria simpatia per gli ebrei religiosi e aborrisce il razzismo - vieni furiosamente attaccato da sionisti e da alcuni difensori a oltranza di Israele, con l'accusa di essere un razzista, un antisemita e un ebreo odiatore di sé. Che senso ha tutto ciò? Non si tratta forse di una guerra di propaganda che adopera la parola "razzista", volutamente privandola del suo significato semantico originario?

GA: Certamente, è una cosa voluta e anche ben congegnata. L'identità ebraica contemporanea consiste in tre elementi principale: quello religioso, quello nazionalista e quello razzista. I sionisti hanno interesse a confondere il più possibile i tre elementi, e questo costituisce una truffa intellettuale. Quando attacchi la loro politica nazionalista, ti accusano di essere razzista; se attacchi le loro tendenze razziste, pretendono che è tutto semplicemente il frutto della loro innocente religione. Il mio modello della "terza categoria" suggerisce un modo di attaccare il sionismo oltre all'ebraicità, in quanto visione tribale, esclusiva e suprematista del mondo.

MT: E adesso due domande a bruciapelo per risolvere questa faccenda e per collocarti in maniera definitiva. Per favore, rispondi solo sì o no. Sei antisemita?

GA: Certamente no. Io sostengo che una volta che Israele si è stabilito esplicitamente come lo stato del popolo ebraico, e lo ha fatto a spese dei nativi palestinesi, ogni atto di guerra contro gli ebrei può essere inteso in termini di "lotta politica". Questo non vuol dire che un tale atto sia legittimo.

MT: Sei antisionista?

GA: Certamente sì. Ma io tendo ad allargare la definizione di sionismo. Per me, ogni ebreo della terza categoria o è un sionista o è un cripto-sionista, qualunque cosa di diverso possa pretendere. La mia posizione costituisce chiaramente una sfida seria all'identità ebraica. Ho letto molte cose che hanno scritto contro di me, ma non ho mai trovato un argomento contrario che stesse in piedi. Comincio a chiedermi se un tale argomento esiste. Se non esiste, è più che probabile che non avrò molto più da dire in futuro su questo tema. Forse comincerò a scrivere a proposito dei fiori e degli uccelli.

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17 giugno 2010

Assemblea pubblica a Torino: "Il sionismo contro tutti?"

International Solidarity Movement-Italia

Dalla parte dei mondi offesi

Assemblea pubblica sul tema:
IL SIONISMO CONTRO TUTTI?

TORINO, lunedì 21 giugno 2010 ore 20.30
presso il Centro culturale italo-arabo Dar Al Hikma
in via Fiochetto 15 Torino

Interventi:

Diana Carminati –ISM-Italia

Giorgio S. Frankel – giornalista

Alfredo Tradardi - ISM-Italia


Nel corso dell’incontro sarà presentato il saggio di Giorgio S. Frankel L’Iran e la bomba, DeriveApprodi 2010,
http://sites.google.com/site/italyism/05-libri/l-iran-e-la-bomba

Tutti/e sono invitati a partecipare.
info@ism-italia.it

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18 settembre 2009

Intervista a Jeff Halper (1).

Quella che segue è la prima parte dell'intervista che Lorenzo Galbiati ha fatto quest'estate, via email, al pacifista israeliano Jeff Halper, candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2006 e unico israeliano presente nella spedizione del "Free Gaza Movement", che nel 2008 ha rotto per la prima volta il blocco navale imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

E' un'intervista interessante che tratta di vari argomenti, di sionismo e antisionismo, razzismo e antisemitismo, apartheid e pulizia etnica, metodi non violenti e boicottaggio, soluzioni al conflitto israelo-palestinese, ed è per questo che ho acconsentito volentieri all'invito dell'autore a diffonderla.

Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev.

In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions (http://www.icahd.org/), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che forniscono supporto economico e materiale per la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili.

Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale. Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe. Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del “Free Gaza Movement”*. La spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro “Ostacoli alla pace”, Edizioni “una città”. Il programma delle sue conferenze è consultabile su: http://www.unacitta.it/ .


I PALESTINESI, UN POPOLO DI TROPPO - INTERVISTA A JEFF HALPER (1)
a cura di Lorenzo Galbiati - traduzione di Daniela Filippin

Tu sei un cittadino dello “stato ebraico” di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos’è per te oggi, concretamente, il sionismo?

Halper: “Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all’epoca dalle nazioni d’Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d’Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l’esistenza di un altro popolo nel territorio, “alloggiare” tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato “ebraico”. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale.”

Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?

Halper: “Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ‘60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell’occupazione d’Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale – ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi “parlò”. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un’identità, pur restando conscio a livello politico dell’occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra.

Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato “ebraico”, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale).”

In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l’equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all’accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l’antisionismo è la nuova forma che ha assunto l’antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?

Halper: “Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un “nuovo antisemitismo” fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il “nuovo antisemitismo” affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L’antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E’ quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è “pro-Israele”. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del “nuovo antisemitismo”. E’ conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo.”

In Israele hai fondato l’Icahd, l’Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l’assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?

Halper: “I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un “Bantustan” palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell’era dell’apartheid in Sud Africa. Quest’ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l’11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo “democratico”. Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio “Bantustan” palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell’apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa “separazione”, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l’apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è “Barriera di Separazione”), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.

La versione israeliana dell’apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sud africana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un’economia sud africana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall’economia israeliana, e non hanno nemmeno un’economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all’incirca 300 000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un’umanità di troppo, superflua. Non gli resta che fare da popolazione di “stoccaggio”, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare.

Tutto ciò porta oltre l’apartheid, a quello che può essere definito lo “stoccaggio” dei palestinesi, una della popolazioni mondiali “di troppo”, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici, e milioni di altri emarginati. “Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo “stoccaggio” è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l’umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso “l’occupazione” di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata “matrice di controllo”, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : “Un lato sembra Israele; l’altro lato sembra Gaza”. In altre parole, una Palestina Globale.”

Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?

Halper: “Concordo con Pappé nell’affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L’anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele – appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini – rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L’ICAHD ha come scopo quello di resistere all’occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi – praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla “sicurezza”, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento.”

Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l’apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l’adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?

Halper: “In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all’occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l’economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli “arabi”. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell’imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell’apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli “intellettuali”, anche loro non vedono. E’ la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro “nicchia”.”

Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?

Halper: “Noi dell’ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile – a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque “cantoni”. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l’età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan.
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all’interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie – la sicurezza, lo sviluppo economico, l’acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un’entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del ‘67, ma comunque avente l’intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l’idea della confederazione risulterà sensata.”

Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?

Halper: “L’unico ostacolo a un’autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n’è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e “rinunciare” ai Territori Occupati Palestinesi considerato l’estrema frammentazione del sistema politico israeliano.

Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d’intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l’ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l’occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento).

Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E’ altamente improbabile che ciò avvenga.”

Che giudizio dai all’azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt’oggi?

Halper: “Ovviamente l’andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall’autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l’attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare).

Una delle mie maggiori critiche rivolte all’attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all’estero. Nonostante un cambiamento dell’opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l’invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell’ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l’amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington – e i rappresentanti palestinesi all’estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico.

In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il “salvatore”, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla “soluzione” dell’apartheid, manterrà l’integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele.”

Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?

Halper: “I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno.”

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18 febbraio 2009

Il sionismo nemico della pace.

Il dato certamente più rilevante scaturito dalle recenti elezioni politiche israeliane è stato il crollo della sinistra, all’interno della quale il Partito Laburista capeggiato dal ministro della difesa Ehud Barak si è ridotto, con appena 13 seggi, ad essere solo la quarta forza nella Knesset, facendosi scavalcare dal razzista Lieberman e dal suo Yisrael Beiteinu.

La paura e il senso di insicurezza sapientemente instillati nell’opinione pubblica israeliana hanno fatto ritenere erroneamente agli elettori che nel campo palestinese non vi sia nessuno con cui dialogare e raggiungere un accordo di pace, e che l’unico approccio valido alla questione palestinese sia quello basato sulla forza, sui massacri, sulla colonizzazione e sull’apartheid.

E, naturalmente, gli elettori hanno preferito votare massicciamente per la destra, ritenuta in questo senso più affidabile e maggiormente pronta, del resto, a soddisfare le pulsioni razziste e antiarabe che sempre più si fanno largo all’interno della società israeliana.

Ma se non si vuole lasciare Israele in balia della follia delle destre, se si vuole recuperare un credibile processo di pace, è necessario innanzitutto abbandonare quel sionismo oggi monopolizzato dalla destra, che legittima l’occupazione e reputa lecito ogni atto di violenza, per quanto crudele e disumano.

E questo il tema dell’articolo pubblicato il 13 febbraio su Ha’aretz dal noto giornalista Gideon Levy, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Arabnews.


IL SIONISMO LEGITTIMA OGNI ATTO DI VIOLENZA?
13.2.2009

La sinistra israeliana è morta nel 2000. Da allora il suo cadavere è rimasto insepolto, fino a quando, alla fine, il suo certificato di morte è stato emesso, firmato, approvato e consegnato martedì scorso. Il carnefice del 2000 è stato il becchino del 2009: il ministro della difesa Ehud Barak. L’uomo che è riuscito a diffondere la menzogna secondo cui non vi sarebbe nessun partner per la pace ha raccolto il frutto delle sue azioni in queste elezioni. Il funerale si è tenuto due giorni fa.

La sinistra israeliana è morta. Negli ultimi nove anni ha assunto invano il nome del fronte della pace. Il Partito Laburista, Meretz e Kadima hanno avuto la pretesa di parlare in suo nome, ma non era che una frode e un inganno. Il Labour e Kadima hanno fatto due guerre ed hanno continuato a costruire gli insediamenti ebraici in Cisgiordania; Meretz ha appoggiato entrambe le guerre. La pace è rimasta orfana. Gli elettori israeliani, che sono stati indotti erroneamente a pensare che non vi sia nessuno con cui dialogare, e che l’unica risposta a questo sia la forza – le guerre, gli omicidi mirati, e gli insediamenti – hanno chiaramente detto la loro in queste elezioni: una messa in liquidazione per il Labour e per Meretz. E’ stata solo la forza di inerzia a dare a questi partiti i pochi voti che hanno ottenuto.

Non vi era ragione perché le cose andassero altrimenti. Dopo lunghi anni in cui quasi nessuna protesta è giunta da parte della sinistra, e la piazza, la stessa piazza che insorse dopo Sabra e Chatila, è rimasta silenziosa, questa assenza di protesta si è riflessa ugualmente dentro le urne. Il Libano, Gaza, i bambini uccisi, le bombe a grappolo, il fosforo bianco e tutte le atrocità dell’occupazione – niente di tutto questo ha portato nelle piazze la sinistra codarda e indifferente. Sebbene le idee della sinistra abbiano fatto breccia nel centro ed a volte perfino nella destra, tutti, dall’ex primo ministro Ariel Sharon al primo ministro attuale Ehud Olmert, hanno usato un linguaggio che una volta era considerato radicale. Tuttavia, la voce era quella della sinistra, mentre le mani erano quelle della destra.

Ai margini di questa mascherata, è esistita un’altra sinistra, la sinistra marginale – determinata e coraggiosa, ma minuscola e non legittimata. Lo scarto fra essa e la sinistra era dato presumibilmente dal sionismo. Hadash, Gush Shalom, ed altri come loro, sono fuori dal gioco. Perché? Perché sono “non sionisti”.

E cos’è il sionismo al giorno d’oggi? Un concetto antiquato e arcaico nato in una realtà diversa, un concetto vago e ingannevole che segna la differenza fra ciò che è permesso e ciò che è condannato. Il sionismo significa la colonizzazione dei territori? L’occupazione? La legittimazione di ogni atto di violenza e ingiustizia? La sinistra balbettava. Ogni affermazione critica del sionismo, perfino del sionismo dell’occupazione, era considerata un tabù che la sinistra non osava infrangere. La destra ha monopolizzato il sionismo, lasciando la sinistra con la sua ipocrisia.

Uno stato ebraico e democratico? La sinistra sionista diceva “si” meccanicamente, mascherando la differenza fra le due cose e non osando dare la priorità a nessuna di esse. La legittimazione di qualsiasi guerra? La sinistra sionista balbettava di nuovo – “si” all’inizio e “no” al proseguimento, o qualcosa del genere. Risolvere il problema dei profughi e del diritto al ritorno? Riconoscere gli errori del 1948? Tabù. Ora questa sinistra è, giustamente, giunta alla fine del suo percorso.

Chiunque voglia una sinistra che abbia un significato deve prima mettere in soffitta il sionismo. Fino a quando non sorgerà dalla base un movimento che ridefinisca coraggiosamente il sionismo, non vi sarà alcuna sinistra forte. Non è possibile essere allo stesso tempo di sinistra e sionista solo in base alla definizione che ne dà la destra. Chi ha deciso che gli insediamenti sono legittimi e in accordo con il sionismo, e che lottare contro di essi non lo sia?

Questo tabù deve essere spazzato via. E’ ammissibile non essere un sionista, secondo la definizione che comunemente ne viene data oggi. E’ ammissibile credere nel diritto degli ebrei ad avere uno stato, e tuttavia opporsi al sionismo impegnato nell’occupazione. E’ ammissibile ritenere che ciò che è accaduto nel 1948 dovrebbe essere messo all’ordine del giorno, chiedere scusa per le ingiustizie ed agire per riabilitare le vittime. E’ ammissibile opporsi fin dal primo giorno ad una guerra non necessaria. E’ ammissibile pensare che gli arabi di Israele meritino gli stessi diritti – a livello culturale, sociale e di popolo – degli ebrei. E’ ammissibile sollevare interrogativi scomodi a proposito dell’immagine delle Forze di Difesa Israeliane come esercito di occupazione, ed è perfino ammissibile voler parlare con Hamas.

Se lo preferite, questo è sionismo, o se lo preferite, questo è anti-sionismo. In ogni caso, è legittimo ed essenziale per coloro che non vogliono vedere Israele cadere vittima della follia della destra ancora per molti anni. Chiunque voglia una sinistra israeliana deve dire “basta” al sionismo, a quel sionismo del quale la destra ha preso il controllo totale.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

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16 febbraio 2009

In ricordo di Mauro Manno: esiste la lobby ebraica?

Apprendo solo ora che venerdì scorso, alle quattro del mattino, è morto Mauro Manno, traduttore, conferenziere, studioso della questione palestinese e dell'ideologia sionista.

Era tra i soci fondatori dell'Istituto "Enrico Mattei" di Alti Studi in Vicino e Medio Oriente, un punto di riferimento prezioso per chiunque in questi anni abbia inteso lottare contro il colonialismo sionista e i crimini dello Stato israeliano, un amico di cui ho pubblicato diversi e interessanti scritti (vedi qui e qui).

Mi unisco qui al cordoglio della famiglia e di quanti lo hanno conosciuto e apprezzato, e voglio ricordarlo ripubblicando un suo scritto sulla lobby ebraica e sulla sua influenza in Italia, tutt'ora attuale alla luce dei recenti crimini israeliani dell'operazione "Piombo Fuso" e delle ignobili prese di posizione e della devastante disinformazione di cui si sono resi protagonisti la politica e i media nazionali.

Mauro Manno, 25.7.2006

Solo pochi anni fa, chi osava porre questa domanda veniva subito tacciato di «antisemitismo». E non solo da sionisti o ebrei, ma soprattutto da personaggi di 'sinistra'. Dopo la guerra contro l'Iraq, che Israele è riuscita a far fare per procura agli Usa, ciò non è più possibile. Due rispettabili studiosi americani, Mearsheimer e Walt, con dovizia di particolari, hanno provato che Israele, attraverso la sua lobby in America, ha il potere di determinare la politica estera USA a suo vantaggio.

Fa meraviglia che oggi la cosiddetta 'sinistra', e non solo quella non-alternativa, sia scivolata nel pantano ripugnante dei sostenitori del sionismo, delle colonie, di Israele, e dei suoi innumerevoli e sempre nuovi crimini? No nessuna meraviglia. É la logica conseguenza di scelte sciagurate di tanti anni fa. Quando si definisce il sionismo 'lotta di liberazione degli ebrei', di tutti gli ebrei, anche dei non-sionisti o dei non israeliani, allora è logico dire che chi si oppone a Israele, cioè al frutto della 'lotta di liberazione', è solo un «antisemita», non vuole che gli ebrei siano liberati, li vuole semplicemente sopprimere. Ma se il sionismo è la 'lotta di liberazione degli ebrei', perché tanti ebrei, comunisti, socialisti, semplicemente democratici, si sono opposti al sionismo? erano contro la loro liberazione?Perché oggi questo genere di persone continua ad esistere nella comunità ebraica mondiale?

Una lotta di liberazione è tale perché libera un territorio da una potenza coloniale, non dai suoi abitanti. Il sionismo invece ha patteggiato con l'impero britannico il possesso della Palestina e infine l'ha 'liberata' dei suoi abitanti palestinesi, per costruire uno Stato che oggi costituisce la punta di diamante dell'imperialismo occidentale, quello americano in testa.

Prima ancora che lo dicessero i sionisti o Israele, la 'sinistra' italiana, confondendo sionismo e ebraismo, lanciava a destra e a manca facili accuse di «antisemitismo». Oggi che la destra storica è filo-israeliana perché è filo-imperialista e filo-americana, la sinistra si trova spiazzata. Gli antisemiti storici sono diventati filo-semiti, Fini e la stessa Mussolini sono buoni amici di Israele, anzi accusano la 'sinistra' di tradire Israele e di essere inconsapevolmente a fianco dei 'terroristi'. Gli unici «antisemiti» oggi sono gli anti-imperialisti, gli «anti-americani», coloro che combattono il sionismo e Israele.

Fassino si dichiara apertamente e senza vergogna 'sionista', Bertinotti sostiene che "è difficile criticare Israele", la maggior parte dei sostenitori di Israele però preferisce tacere, il che, davanti ai crimini di guerra e quelli contro l'umanità che Israele commette tutti i giorni (oggi a Gaza e in Libano), equivale a un chiaro sostegno. Chi tace acconsente. I più 'coraggiosi' si spingono tanto in avanti da sussurrare a labbra strette che le risposte di Israele "sono sproporzionate". Sproporzionate? Distruggere un paese, uccidere centinaia di civili, creare un disastro umanitario dislocando 1 000 000 persone per ottenere il rilascio di due soldati rapiti è solo una risposta 'sproporzionata'?

Si dice poi che quella di Israele è 'una risposta' al rapimento dei soldati e quindi in qualche modo la si giustifica. Una risposta? Chi ha cominciato a rapire militanti palestinesi, o a ucciderli, in retate e assalti ai territori palestinesi. Sono circa 8 000 i palestinesi rapiti, in carcere senza processo e accuse, come a Guantànamo, ci sono anche donne e ragazzi. Ci sono ancora resistenti libanesi nelle prigioni israeliane, rapiti in tempi di pace, anche se la resistenza all'occupazione del Libano meridionale ha cacciato gli Israeliani nel 2000. Di questi i nostri 'sinistri' o 'sionistri' non dicono niente?

Ma «Israele ha il diritto di difendersi» dice Bush su suggerimento di Olmert. «Israele ha il diritto di difendersi» grida la sionistra in coro, compreso Bertinotti. Certo è naturale, chi è attaccato ha diritto di difendersi. Non lo si può certo negare. Ma le cose non stanno così. Gli attaccati, dal 1948, sono i palestinesi, l'intero mondo arabo. Si toglie loro la Palestina, la si dà ai sionisti, si impedisce la nascita di uno Stato palestinese, si conquistano e non si rendono territori arabi, si sommergono i paesi vicini di profughi palestinesi, si invadono e si distruggono con mille pretesti i paesi vicini, e tutto questo non è attaccare? Per chi accetta l'esistenza dello Stato sionista, nato da un sopruso imperialista e non da una 'lotta di liberazione', è logico dire che esso è attaccato, soprattutto perché è alleato dell'Occidente. E poi è uno Stato «democratico» e chi lo attacca è «terrorista». Per chi non accetta lo Stato sionista, proprio perché è nato da un sopruso imperialista (anche se camuffato con il travestimento della 'Legalità Internazionale'), è logico schierarsi con gli oppressi, con i palestinesi, con i senza Stato, i profughi, i «terroristi». Noi proponiamo che in Palestina si giunga al più presto alla costituzione di un solo Stato Democratico per palestinesi ed ebrei (un uomo, un voto). Come è successo in Sud Africa. Ma questo comporta lo scioglimento dello Stato sionista per soli ebrei, uno Stato di apartheid. Come era il Sud Africa prima della liberazione.

Perché questa posizione ragionevole e democratica, che permetterebbe, tra l'altro, agli ebrei di liberarsi veramente della loro mentalità da ghetto (Israele è uno Stato-Ghetto per soli ebrei), non si afferma nel mondo tra i democratici, nella sinistra, anche se essa si richiama a valori umanitari, di uguaglianza, di tolleranza, ai princìpi di democrazia e di libertà? Qualcuno dirà: perché la sinistra ha tradito i suoi stessi principi e valori fondanti. Certo. Ma questa risposta non ci soddisfa.

Torniamo alla domanda iniziale: Esiste la lobby ebraica?

Per Jeff Blankfort, un ebreo anti-sionista coerente e coraggioso,la risposta è SI ! Dal suo scritto possiamo capire come gli Stati Uniti d'America, avendo venduto le loro istituzioni parlamentari alla lobby ebraica, si presentino in Medio Oriente operando contro quei principi di libertà e uguaglianza che tanto spesso proclamano essere i valori fondanti della loro democrazia. Certo gli Stati Uniti sono imperialisti, ma cosa ci guadagnano dall'essere complici e responsabili della mancata nascita di uno Stato palestinese, seppur piccolo e striminzito? Cosa perdono invece, con la loro incondizionata politica pro-israeliana, in termini di influenza presso i paesi arabi? Non sono poi Israele e la lobby ebraica che spingono gli Stati Uniti contro i popoli arabi? Cosa ci guadagnano oggi gli Stati Uniti acconsentendo alla distruzione del Libano? La lezione dell'11 settembre non sono stati capaci di capirla bene. Forse perché la lobby ebraica americana ha impedito che si sviluppasse un dibattito serio sui frutti di una politica estera totalmente pro-israeliana. L'imperialismo americano, pur restando imperialista, avrebbe tutto da guadagnare da un atteggiamento più equidistante. Anzi riuscirebbe forse a perseguire meglio i suoi obiettivi almeno in relazione ai regimi arabi filo-occidentali che hanno sempre più difficoltà a gestire le masse arabe solidali con i palestinesi e fortemente anti-israeliane e sempre più anche anti-occidentali.

In Italia, esiste la lobby ebraica? Non solo esiste ma è forte e, fatto grave, non ha oppositori o persone che ne denunciano la pericolosità. Il partito Radicale di Pannella-Bonino-Capezzone prende soldi e ordini da Tel Aviv. Il governo (con le nostre tasse) gli paga, stupidamente, la gestione faziosa e sionista di Radio Radicale. Perché sono tanto interessati a piazzare loro accoliti in ministeri come gli Esteri, la Difesa, le Relazioni col Parlamento europeo? Perché non la Sanità, la Pubblica Istruzione, per esempio? A parte le considerazioni sulla loro forza elettorale, è chiaro che a loro interessano quei ministeri che hanno a che fare con gli Stati Uniti e Israele. Perché si muovono da destra a sinistra a seconda delle possibilità di vittoria dell'uno o l'altro polo? Per entrare comunque al governo, qualsiasi esso sia, per fare gli interessi d'Israele.

E veniamo al Giornale-Partito-Sionista-Italiano "La Repubblica" dell'ebreo sionista De Benedetti. Schierato con la sionistra esercita una grande influenza sul gruppo dirigente DS e in mille modi ne condiziona la politica e la cultura. É riuscito a sostituire 'L'Unità' come giornale del partito di maggior peso nell'Unione, con la sua 'Repubblica'. Esercita anche una nefasta influenza culturale nella società. I DS, non più un partito di militanti ma un movimento elettorale e d'opinione, non erano più in grado di mantenere in vita, con le sottoscrizioni e i festival, il giornale del partito, per cui hanno accettato l'offerta di sionizzarsi con De Benedetti. Il glorioso 'L'Unità' di un tempo è stato dato in gestione ad un altro ebreo sionista, Furio Colombo, ex-uomo Fiat e amico di Kissinger, che lo mantiene in vita con i denari (ancora) di De Benedetti. La lobby ebraica italiana, come il Partito Radicale, lavora a destra e a sinistra, sui due tavoli del potere. Così è riuscita a piazzare Feltri al giornale 'Libero' di Berlusconi, e in più vari suoi uomini in altri giornali e alla televisione. Mieli alla direzione del 'Corriere', l'esagitata Fiamma Nierenstein alla 'Stampa', Clemente Mimoun, al TG1, il suo amico Enrico Mentana a Canale 5, Gad Lerner alla 7. Ci limitiamo ai posti dirigenti, non accenniamo nemmeno ai semplici giornalisti. La comunità ebraica italiana conta circa 40 000 membri. C'è una città italiana con una popolazione di queste dimensioni da cui provengono tanti direttori di giornali e telegiornali così importanti? Immaginate tanti direttori di giornali e TV provenienti da Merano (Meran) e tutti osannanti alla politica austriaca o tedesca. C'è evidentemente una strategia di attenzione ai Media italiani da parte della lobby ebraica italiana (e internazionale). La stessa strategia risultata vincente in America. Oggi poi dobbiamo aggiungere Sky (in America: Fox) del famigerato Rupert Murdoch, australiano di nascita, ma da madre ebrea e quindi vero ebreo. Questo amico di Sharon ha avuto un ruolo mondiale importante nell'orientare l'opinione pubblica a favore della guerra in Iraq e a favore di Israele. É uno strumento importante nella cosiddetta «guerra al terrore» di USA e Israele, o meglio di USrael. Tutti se la prendono con gli sciocchi vanitosi sionisti di bandiera Ferrara e Fede, nessuno nota le vere forze vive del sionismo in Italia.

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29 aprile 2008

Israele e il prototipo islamista.

Israele visto come una delle maggiori cause del prevalere del radicalismo nel mondo arabo e musulmano in un interessante articolo apparso il 3 aprile su Bitterlemons International, proposto nella traduzione offerta da Arabnews.
3/4/2008
Senza volerlo, Israele è diventato una delle maggiori cause del radicalismo nel mondo arabo e musulmano. Sottolineo il fatto che ciò potrebbe non essere intenzionale, perché la sola idea di Israele quale entità esclusivamente ebraica ha servito da punto di richiamo per un’intera serie di movimenti parzialmente violenti, dai socialisti “di sinistra” ai “jihadisti” islamisti. In altre parole, quest’opposizione radicale all’ideale sionista che sta al cuore della nazione israeliana esisterebbe comunque, al di là delle azioni dello stato.

Naturalmente, il fatto che Israele si identifichi con l’”Occidente” (cioè l’Europa occidentale e gli Stati Uniti) e la sua politica di potere “machiavellica” verso l’”Oriente” (cioè il mondo arabo e islamico) non hanno certo aiutato a integrarla a livello intellettuale e politico con l’Asia occidentale e il Nordafrica. Ma tendo a essere d’accordo con Jacqueline Rose, che nel suo libro “The Question of Zion” scrive che “il ‘sionismo’ si è sempre sentito minacciato, e spesso a ragione.” L’idea di Israele—i suoi miti fondativi, il suo atteggiamento esclusivista, la sua tassonomia del “noi contro loro”—è stata rifiutata dalla regione fin da subito.

In tale contesto, perseguire una politica della durezza è stato l’unico modo per affrontare l’apparente dilemma della legittimità di Israele in relazione ai suoi vicini. Le principali figure politiche israeliane non hanno mai nascosto che questa era la loro strategia. Si può intuire ciò dall’ammissione di Ben-Gurion che i primi sionisti non erano affatto benevoli verso i palestinesi; dall’affermazione di Yitzak Shamir che “né l’etica né la tradizione ebraica condannano il terrorismo come strumento di lotta”; dal linguaggio di Berl Katznelson, il maggior teorico del sionismo laburista, che dichiarò nel 1929 che “l’impresa sionista è un’impresa di conquista” e che non “è un caso se uso termini militari quando parlo di insediamento”; e dalle poesie di Yosef Brenner (1905): “Ascolta Israele! Non occhio per occhio! Ma due occhi per uno, e tutti i loro denti in cambio di qualunque tipo di umiliazione!”

Non sto dicendo che non ci fossero posizioni contrarie; ma nessuno storico di Israele che si rispetti – certamente non quelli critici come Shlomo Zand, Haim Gerber, Avi Shlaim o Ilan Pappe – negherebbe che la violenza sistematica fu essenziale per il consolidamento del potere israeliano in Palestina fra il 1947 e il 1948, e che la si ritenne necessaria per sostenere il giovane stato di Israele nei periodi successivi e ricorrenti di crisi. Questa violenza, che ha caratterizzato il riassetto della Palestina, ha portato a 7 guerre fra stati, numerosi atti di terrorismo da entrambe le parti, ed ha causato Jenin, e Sabra e Shatila. Ebbene, questa stessa violenza è stata incorporata e reificata dagli “indigeni”, dalle persone che abitano nella regione in cui si è radicata l’idea di Israele.

In questo senso si può dire che Israele ha prodotto il prototipo “islamista”, cioè persone come Nasrallah e Haniyeh, ed è per questo che ho cominciato col dire che Israele è una delle maggiori cause del radicalismo nel mondo arabo e islamico. Si potrebbe dire che il Caino della psiche israeliana abbia partorito la propria prole: Hamas come reazione all’occupazione protratta dei territori palestinesi, e Hezbollah in reazione alla violenta invasione del Libano nel 1982. Questi movimenti non avrebbero potuto operare politicamente né mobilitare ideologicamente le loro basi di sostegno fra la popolazione senza l’immagine del nemico israeliano. A mio parere, è per questo che sia Hamas che Hezbollah non sono mai esterni alle aggressioni israeliane; è per questo che nessuno di essi sfugge alla portata dell’altro, perché sono intrappolati all’interno di un’unica dialettica. Questo spiega perché gli attacchi continui a Hezbollah nel 2006 abbiano provocato contrattacchi palestinesi nei territori occupati, e perché il recente bombardamento di Gaza abbia aumentato il sostegno a Hamas in tutto il mondo islamico. Questo spiega anche perché la fazioni di destra che sostengono il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad abbiano intenzione di tenere gli iraniani in un perpetuo stato di allerta riguardo alla politica israeliana in Palestina, e in genere nella regione dell’Asia occidentale. Infatti, oggi chi parlerebbe di Ahmadinejad se non fosse per la sua famosa “tirata” sui miti fondativi dello stato israeliano?

Nel “Medio Oriente” di oggi non c’è letteralmente alcun territorio intellettuale e geografico che gli ebrei, i turchi, gli iraniani, i palestinesi, gli arabi, i cristiani, i musulmani, i copti, i curdi, ecc. potrebbero dire di loro appartenenza in totale indipendenza dagli altri. All’interno di questa costellazione, qualsiasi sforzo per definire Israele in senso esclusivamente religioso o etnico si può solo sostenere con l’aiuto di “muri di sicurezza” e del filo spinato. E` irrazionale definire un paese in contrasto con la regione in cui è radicato, a meno che, naturalmente, l’intera regione non venga ricodificata culturalmente, politicamente e ideologicamente per adattarsi alle preferenze dello stato israeliano e del suo “chaperon”, gli Stati Uniti. Ma, non ci sono sempre più movimenti radicali di portata globale che si oppongono a questo tipo di politica? E non sono adesso (diversamente da trent’anni fa) a capo di intere burocrazie, istituzioni, mass media, canali di comunicazione per propagare le loro vedute? Internet e la televisione satellitare non hanno reso molto più difficile la monopolizzazione dell’opinione pubblica, sia a livello nazionale che internazionale?

Nel 1948, Israele si è coscientemente insediato in una regione che era esistita senza lo stato ebraico per diversi millenni. Perciò, è inevitabilmente entrato in una relazione di interdipendenza immanente. Ne dovrebbe conseguire, piuttosto logicamente, che il paese condivide un destino comune con le popolazioni della regione, e che non può continuare a raccontarsi e a costituirsi senza di esse. La vecchia guardia, generazioni e generazioni di uomini politici, storici “di corte”, e attivisti legati al regime, non sono riusciti a presentare una difesa intellettuale convincente dell’esistenza di uno stato ebraico esclusivista, legato all’identità occidentale in senso culturale e intellettuale. Se non hanno convinto la maggioranza razionale, come potranno vincere contro gli estremisti violenti?

Perciò, continua a essere responsabilità degli intellettuali critici scoprire le fondamenta di queste identità apparentemente primordiali, fino ad arrivare ai residui ideologici che sono così diversi dal miscuglio di miti, invenzioni e complete bugie che ci vengono propinati tutti i giorni. I “nuovi storici” hanno intrapreso questo sforzo in relazione ad Israele, ed è da parecchio tempo che gli intellettuali palestinesi si sono impegnati in un progetto simile. Altri arabi e musulmani, soprattutto gli iraniani e i turchi sono stati più lenti a farlo, anche perché troppo spesso sono presi dall’esaltazione nazionalista o da fantasie religiose uni-dimensionali. La lotta per una pace sostenibile in Palestina e in Iraq, in Afghanistan e in Libano, non può che svilupparsi da un nuovo intellettualismo, una coscienza critica che generi proteste contro i crimini commessi dai governi e contro coloro che li difendono. Questo è uno sforzo comune, ed è ora che venga fornito di un archivio storico condiviso.

Arshin Adib-Moghaddam è autore del libro “Iran in World Politics: The question of the Islamic Republic and The International Politics of the Persian Gulf”; insegna alla School of Oriental and African Studies di Londra

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30 novembre 2007

La soluzione a due Stati per salvare Israele.

Un articolo dell'inglese The Guardian del 29 novembre riporta le preoccupazioni del premier israeliano Olmert circa il pericolo di una possibile disintegrazione di Israele qualora non si raggiunga la soluzione a due Stati del conflitto israelo-palestinese.
Da questo, l'amico Mauro Manno prende lo spunto per scrivere questo interessante articolo, che pubblico benché io personalmente non sia un sostenitore dell'opposta soluzione che prevede un unico Stato binazionale per ebrei e palestinesi.
E non perchè non la condivida, bensì perchè non la ritengo - per vari motivi - attuabile nella pratica.
Sono in troppi, di recente, a parlare della possibilità che lo stato di Israele scompaia nei prossimi anni. Il primo è stato Ahmadinejad, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, il quale affermò un paio d’anni fa che Israele ‘scomparirà dalle pagine del tempo’ (e non come malignamente vanno dicendo i sionisti e i loro amici: ‘sarà cancellato dalla carta geografica’) La seconda versione della frase del presidente iraniano offre l’opportunità ai sionisti e loro scribi amici di ripetere la solita solfa che Ahmadinejad, è ‘il nuovo Hitler’, che vuole la bomba atomica per realizzare un ‘nuovo olocausto’ ebraico, e sciocchezze del genere.
Ahmadinejad ha ribadito la sua posizione ancora una volta il 29 novembre di quest’anno. Questa volta le sue parole sembrano siano state “non è possibile che Israele duri” (televideo di Mediaset, 29.11.07, http://www.tgcom.it/). Queste parole sono subito state semplificate dallo stesso televideo Mediaset nella frase “Israele sparirà” e sono state, ovviamente, definite ‘minacce’. Ma questo fa parte del gioco degli scribi amici e ci siamo abituati.
Qualche mese fa, fu la ministra (?) degli esteri israeliana Tzipi Livni che parlò del pericolo di sparizione che corre Israele a causa dei suoi problemi interni: la demografia, le divisioni interne delle varie comunità, l’occupazione.
Successivamente la Livni manifestò la sua preoccupazione che il mondo avrebbe finito per rifiutare il concetto di “legalità di Israele come stato ebraico”. Noi commentammo i suoi timori nell’articolo con questo link: http://www.pasti.org/manno3.html.
Oggi è lo spesso primo ministro Olmert che si dimostra preoccupato.
Un articolo del britannico The Guardian riporta le sue preoccupazioni (The Guardian 29.11.2007, State of Israel could disappear, warns Olmert, di Mark Tran, vedi:
http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,2219066,00.html.)

Cosa dice Olmert? Il primo ministro israeliano evoca lo spettro della disintegrazione dello stato ebraico a meno che non si raggiunga la soluzione dei “due stati” con i palestinesi. Facendo un parallelo con la fine del regime sudafricano dell’apartheid (lo ha fatto lui questa volta non io!), Olmert ha messo in guardia i suoi oppositori che: “Se giunge il giorno in cui la soluzione dei due stati collassa e noi ci troviamo di fronte ad una lotta nello stile di quella del Sudafrica dove i palestinesi ci chiedono lo stesso diritto di voto che abbiamo noi ... allora, non appena ciò accade, lo stato di Israele ha finito di esistere”.
Il pericolo è quello che la lotta dei palestinesi per uguali diritti in un unico stato Israele/Palestina finisca per raccogliere molti più consensi di quanto i palestinesi ne raccolgano adesso con le loro rivendicazioni. Cosa ancora più grave per Olmert sarebbe se molti ebrei della diaspora si schierassero per la democrazia e l’uguaglianza tra ebrei e palestinesi. Egli si dichiara sicuro che “Le organizzazioni ebraiche, che sono la base del nostro potere in America (Oh filosionisti dalla facile accusa di ‘antisemitismo, è Olmert che dice questo, sta parlando della lobby ebraica in America!! Lo avete capito? Nda), saranno i primi a rivolgersi contro di noi,… perché ci diranno che non possono sostenere uno stato che non pratica la democrazia e applica un uguale diritto di voto per tutti i suoi residenti”.
Olmert ha sottolineato che aveva detto cose del genere già in un’intervista di 4 anni fa. “Da allora ho sistematicamente ripetuto queste cose”. Olmert teme che i suoi nemici “diranno che in questo momento ho molti problemi (gli scandali per corruzione ecc, nda) e che questa è la ragione per cui sto cercando di realizzare la soluzione dei due stati. Ma i fatti devono essere affrontati correttamente”.

Uno dei tanti problemi interni che Israele deve affrontare per la propria sopravvivenza è il problema demografico. Oggi all’interno dell’entità sionista, anche detta ‘stato ebraico’ vi è una popolazione mista: da una parte gli ebrei dall’altra i palestinesi. Mentre i palestinesi rappresentano una comunità compatta e omogenea e non potrebbe essere diversamente visto che sono gli abitanti originari del paese, gli ebrei paradossalmente sono divisi e disuniti proprio perché sono una popolazione raccogliticcia proveniente da varie parti del mondo. I palestinesi d’Israele (che gli israeliani continuano a chiamare ‘arabi’ israeliani perché si rifiutano di usare la parola ‘palestinesi’) sono più di un quinto della popolazione e guadagnano posizioni di anno in anno dato che hanno una crescita più veloce di quella degli ebrei di Palestina (ricambiamo il favore). Questi ultimi sono, certamente, oltre il 70% della popolazione ma sono costituiti 1) dagli ebrei askenaziti, i fondatori del movimento sionista e di Israele, i quali provengono dall’est europeo, 2) dagli ebrei sefarditi che gli askenaziti hanno attirato dai paesi arabi, con le buone e le cattive, per fare gli operai agricoli nelle terre che gli askenaziti avevano rubato ai palestinesi, 3) dagli ebrei russi di recente immigrazione, in gran parte de-ebraicizzati e qualche volta convertiti al cristianesimo o atei (quindi non veramente ebrei), visto che sono passati per il regime sovietico. Molti ‘ebrei’ russi sono emigrati in Israele per ragioni economiche e non per amore del sionismo.
Non poche sono le contraddizioni tra queste tre comunità ‘ebraiche’. Non sono per altro le uniche perché vi sono altre minoranze (i falascià, gli ebrei dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, spesso feroci sionisti o coloni, ecc. Vi è poi la grande e pericolosa (per Israele naturalmente) divisione tra ebrei ortodossi e laici.
Ma lasciamo queste divisioni interne agli ebrei d’Israele e torniamo a quello che Olmert, giustamente, considera il pericolo principale oggi. I palestinesi d’Israele. Se non si realizza la separazione tra Israele e uno stato palestinese, c’è il rischio (per lo stato ebraico) che i palestinesi dei territori occupati si impegnino in una lotta per uguali diritti in un unico stato. Gli ebrei della diaspora (non la lobby, non le organizzazioni ebraiche, come dice Olmert) si sentirebbero costretti ad appoggiare la lotta per la democrazia e Israele potrebbe perdere “la base del suo potere in America”. Israele diventerebbe uno stato senza maggioranza ebraica, perché tra palestinesi d’Israele e palestinesi dei territori occupatati, la maggioranza sarebbe palestinese. Addio stato ‘ebraico’! A questo punto anche l’unità artificiale che tiene unite le varie comunità ebraiche d’Israele probabilmente salterebbe e molti ebrei emigrerebbero verso i loro paesi d’origine o verso l’Europa e gli Stati Uniti. Israele ridiventerebbe Palestina, anche se, questa volta, con una forte minoranza ebraica al suo interno. Niente di terribile visto che gli ebrei sono minoranza in tutti i paesi in cui vivono. E non se la cavano poi tanto male, dopo tutto.
Questo il problema e la soluzione, per Olmert, sarebbe …. Annapolis.

Il Premier israeliano ha dichiarato che la Conferenza di Annapolis “ha soddisfatto le aspettative israeliane più di quanto gli israeliani si aspettassero, ma questo non ci libererà delle difficoltà che ci saranno nelle trattative, che saranno complesse e difficili e richiederanno grande pazienza e sofistificazione”. Eppure, ha riconosciuto Olmert, Abbas “è un partner debole, che non è capace, e, come dice Tony Blair, deve ancora formulare i sui strumenti e potrebbe non saperlo fare”. Ma Olmert si fa rassicurante: “È mio compito fare in modo che egli riesca a procurarsi gli strumenti e comprenda le linee guida per un accordo”.
Quali sono questi benedetti strumenti di cui parlano Blair e Olmert? Credo che i due si riferiscano agli strumenti repressivi per sconfiggere Hamas. In questo gli sforzi israeliani sono già evidenti e in funzione. Olmert libera sostenitori di Abbas a centinaia e imprigiona e uccide membri di Hamas, compresi membri del parlamento palestinese. Senza una parola di Abbas, Fatah e dell’Occidente. Gli strumenti sarebbero pure quelli politici, quelli cioè atti a sconfiggere in elezioni o in un referendum le posizioni di Hamas e far vincere la linea collaborazionista di Abbas. Questi strumenti politici -- Blair ha ragione -- Abbas potrebbe non riuscire a crearseli mai. Soprattutto per colpa di Israele e della lobby ebraica americana, in ultima analisi per colpa della natura del sionismo.
Vediamo perché: Il sionismo ha sempre perseguito la conquista di tutta la Palestina, da riservare esclusivamente a ebrei. Per fare questo era necessaria l’espulsione almeno della maggioranza dei palestinesi. Israele è riuscito ad espellerne 750.000 nel 1948 e altre centinaia di migliaia dopo il 1967. In Palestina però, i palestinesi restano ancora la maggioranza. Che fare? La speranza di espellerli tutti non è mai tramontata e alcuni politici israeliani (Lieberman) la manifestano ancora apertamente. Ma non è facile. Potrebbe diventare però possibile raggiungere un duplice accordo, coi palestinesi e con i paesi arabi. Ai palestinesi bisogna imporre uno ‘stato’ palestinese simile ai bantustans che l’Africa dell’apartheid ha cercato, fallendo, di imporre ai neri. Ai paesi arabi si potrebbe cercare di imporre l’assorbimento di gran parte dei profughi palestinesi (oggi 5 milioni) in modo che essi la smettano di rivendicare il ritorno alle case e ai villaggi da cui sono stati cacciati. Il tutto all’interno di una cooperazione economica e di una ‘integrazione dello stato ebraico’ nel Medio Oriente arabo e musulmano. Abbas potrebbe essere l’uomo giusto per favorire questo duplice accordo che salverebbe Israele. Da una parte gli toglierebbe l’incubo di dover integrare milioni di palestinesi in un unico stato facendo perdere la maggioranza agli ebrei, dall’altra concentrerebbe questi palestinesi in un minimo di territorio (4 riserve o bantustan) proclamato ‘Stato Palestinese’ lasciando agli israeliani l’80% delle terre dei Territori occupati. Infine ridurrebbe il pericolo rappresentato dai profughi, una parte dei quali (quanti?) potrebbe ‘tornare’ nello ‘Stato palestinese’ e parte potrebbe essere assorbita dagli stati arabi, finalmente diventati amici e partner economici di Israele. Ma rimane ancora un’ultimo inconfessato vantaggio. Se nasce lo stato palestinese, che ci sta a fare nello stato ebraico quel milione e 300.000 palestinesi d’Israele? Si potrebbe deportarli (pardon, si deve dire ‘trasferire’) nei loro bantustans, cioè nel loro ‘stato’. I conti tornerebbero. O No?

Il sionismo non ha cambiato la sua natura razzista e deportazionista. Semplicemente ha adattato le sue tattiche alla nuova situazione. Ma il piano fallirà.
Chi lo farà fallire, come abbiamo detto, saranno prima di tutto i coloni, gli ortodossi, i sostenitori del sionismo più intransigente, senza dimenticare la lobby ebraica d’America, più pericolosa e sionista dello stesso Israele. Costoro vogliono tutta la Palestina, tutto Gerusalemme, tutti i territori occupati. Non accettano nessun aggiustamento tattico.
Poi ci sono i palestinesi ed Hamas. Accetteranno i Palestinesi di rinunciare a ulteriori porzioni della loro terra? Accetteranno di farsi concentrare in alcuni grandi campi di concentramento murati e filospinati? E i palestinesi d’Israele accetteranno di farsi deportare? Cosa succederà?

Abbas, il traditore, farà una brutta fine. Già alcuni membri di Fatah stanno passando dalla parte di Hamas e con le elezioni o con altri mezzi, Hamas finirà per conquistare anche la Cisgiordania. I palestinesi saranno allora nella condizione di modificare la lotta passando dall’obiettivo di due stati a quello di una sola Palestina, libera, democratica, non razzista e multietnica. Un solo stato proprio come teme Olmert e i suoi amici della lobby. È chiaro ormai che la politica dei ‘due stati’ è tutta interna alla logica sionista. In particolare la logica sionista dei pragmatici askenaziti d’Israele. Ma essi sono ormai minoranza perché vi sono le logiche dei sionisti ultra-ideologizzati o dei religiosi fanatici messianici, sostenute entrambe dai denari e dalle trame politiche in America della lobby ebraica d’oltreoceano. La politica dei ‘due stati’ deve essere rigettata completamente dai palestinesi perché è la visione del nemico. Se si persegue invece l’obiettivo politico di un solo stato democratico per ebrei e palestinesi, nel modo in cui hanno fatto l’ANC e il popolo nero del Sudafrica, allora si colpisce al cuore proprio l’unica possibilità di salvezza che rimane all’entità sionista, come Tzipi Livni, Shimon Peres, e Olmert hanno capito. Come Sharon, il boia, aveva capito.
La fine del sionismo e di Israele sarebbe un bene per l’umanità intera e un grande aiuto per gli stessi ebrei, che potrebbero cogliere quell’opportunità per farla finita con il loro esclusivismo e senso di razzistica superiorità, diventando liberi cittadini tra i liberi cittadini del mondo

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21 giugno 2007

Una questione di percentuali (2).

Mi trovo a dover ritornare sul post “Una questione di percentuali” per precisare che non si tratta di una analisi che assuma di avere il carattere della scientificità, né di un parallelo storico e di una analogia tra nazismo e sionismo, come del resto dovrebbe esser chiaro ad ogni persona di normale intelletto.
Come ho già detto – ma a volte ripetere non solo aiuta ma è addirittura indispensabile – il pezzo era solo una provocazione che, nelle sue intenzioni, era volta a suscitare un dibattito sull’efferatezza e la brutalità del crimini dell’occupazione israeliana e del diverso e più favorevole standard di giudizio con cui i crimini del regime sionista vengono considerati se non, talora, addirittura giustificati.
Evidentemente ho commesso un errore, dato che le risposte e le critiche che ho ricevuto non sono state del tenore che avevo ipotizzato.
Ed anche quelle che non ho ricevuto.
Mi riferisco in particolare ad un imbecille, tale Skeight, che in poche decine di righe ha trovato modo (oltre che di offendermi gratuitamente) di accusarmi di avere intenti negazionistici, di ricercare ogni motivazione più stupida e risibile a supporto delle proprie “convinzioni innate” (l’ostilità e/o l’odio verso gli ebrei, è dato supporre), di fare il gioco della “destra nazionalista israeliana”. Ohibò!
Ora, è chiaro che ogni critica è legittima, ed anzi chi rende pubbliche le proprie idee lo fa anche e soprattutto per ottenerne un vaglio critico.
Ma buona norma di cortesia vorrebbe che si rendesse edotto il destinatario delle critiche che gli vengono mosse, magari postando un commento al pezzo “incriminato” oppure inserendo il link dello stesso in modo che l’estensore possa agevolmente risalire alle diverse “blog reactions”.
Invece il nostro amico non ha voluto inserire il link al blog per non “fargli pubblicità” (anche se poi cita il nome del blog stesso, Palestina libera, che inserito nella pagina di ricerca di Google conduce agevolmente alla meta): davvero una cosa ridicola, che tradisce, ahimé, la profondità intellettuale della persona.
Tra l’altro, alcune delle argomentazioni usate da Skeight risultano alquanto fastidiose e sgradevoli, come quanto si straparla di zombie e di Palestinesi che respirano, mangiano e bevono (e meno male che, bontà sua, Skeight ammette che le due ultime cose i Palestinesi sono forzati a farle in modica quantità!).
Anche qui, una persona di normale intelletto avrebbe compreso che si parlava dei Palestinesi sotto occupazione come “morti viventi” intendendo riferirsi ad una morte civile, ad esseri umani che non sono più titolari di diritti basilari come il diritto alla libertà di circolazione, alla salute, all’accesso all’istruzione e al lavoro, alla dignità, financo privi dello stesso diritto alla vita e all’incolumità fisica.
Ma, infine, il punto centrale della discussione è un altro.
Come ho già avuto modo di sostenere a proposito della vicenda dell’U.C.O.I.I., nessuno si sogna di paragonare gli ebrei ai nazisti.
E’ indubbio tuttavia che, da un punto di vista della “qualità” dei crimini commessi, Israele ed il suo esercito hanno messo in campo tutta una serie di brutalità, di assassinii illegali, di punizioni collettive, di massacri in un numero ed in una varietà davvero raccapriccianti per uno Stato che si presume costituisca un “faro di civiltà” nel medio oriente.
Lasciando da parte i numeri, in questi anni chi ha seguito le vicissitudini del popolo palestinese e le “prodezze” di Tsahal ha potuto assistere a crimini ed atrocità senza paragoni, bambini uccisi mentre andavano a scuola o addirittura seduti al loro banco, oppure mentre giocavano per strada, interi nuclei familiari sterminati nelle loro case o su una spiaggia dai bombardamenti indiscriminati dell’Idf, oppure uccisi nel sonno da una bomba della Iaf, donne e bambini uccisi sol perché si erano avvicinati troppo al muro di “sicurezza”, esecuzioni sommarie di militanti mascherate da operazioni di arresto andate “male”, ed altro ancora.
E mentre tutto questo è accaduto e continua ad accadere ogni giorno (tra il 14 e il 20 giugno Tsahal ha causato la morte di ben 14 Palestinesi, di cui 5 ragazzini, nel più assoluto silenzio dei media) noi dovremmo star lì col bilancino a pesare i termini e i paragoni, per non urtare la suscettibilità di alcuno o per non fare il gioco della destra nazionalista e degli ultraortodossi israeliani o, peggio, per non far trasparire quello che, con tutta evidenza, è un antisemitismo innato.
Ma per favore!

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