22 agosto 2010

Gli Ebrei in Iran stanno molto meglio dei Palestinesi a Gaza.

La propaganda filo-israeliana ama dipingere il Presidente iraniano Ahmadinejad come un abietto antisemita e un novello Hitler, ma la verità dei fatti è che la comunità ebraica iraniana – la più numerosa in Medio Oriente al di fuori di Israele - vive tranquillamente nella pienezza dei diritti civili e di libertà, anche religiosa.

Di questo tratta l’articolo che segue, pubblicato il 18 agosto da Mike Whitney su counterpunch.org e tradotto dal sito Come DonChisciotte.

Aggiungo solo che gli ebrei iraniani stanno molto meglio non solo dei Palestinesi di Gaza, come è ovvio, ma anche di quelli che vivono in Israele, dei veri e propri cittadini di seconda classe pesantemente discriminati sul piano legislativo (in Israele almeno 35 leggi esplicitamente privilegiano gli Ebrei rispetto ai non Ebrei), nella pratica amministrativa, nella distribuzione dei fondi per il welfare e per lo sviluppo.

Ma, ancora una volta, la propaganda sionista e l’acquiescenza e/o il servilismo dei media riescono a fornire una rappresentazione della realtà completamente rovesciata.

Perché gli Ebrei iraniani stanno meglio dei Palestinesi di Gaza.
Di Mike Whitney
counterpunch.org 18.8.2010

25 000 Ebrei vivono in Iran. È la più grande popolazione ebraica nel Medio Oriente fuori da Israele. Gli Ebrei iraniani non sono perseguitati, né subiscono abusi da parte dello stato, anzi, sono protetti dalla Costituzione iraniana. Sono liberi di praticare la loro religione e di votare alle elezioni. Non vengono fermati e perquisiti ai posti di blocco, non vengono brutalizzati da un esercito di occupazione, e non vengono ammassati in una colonia penale densamente popolata (Gaza) dove vengono privati dei loro mezzi di sussistenza di base. Gli Ebrei iraniani vivono nella dignità e godono dei diritti della cittadinanza.

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato demonizzato dai media occidentali. Viene definito un antisemita e il “nuovo Hitler”. Ma se queste teorie sono vere, perché la maggioranza degli Ebrei iraniani ha votato per Ahmadinejad alle recenti elezioni presidenziali? Potrebbe essere che la gran parte di quello che sappiamo su Ahmadinejad altro non sia che voci senza fondamento e propaganda?

Questo estratto è stato pubblicato in un articolo della BBC: “l’ufficio (di Ahmadinejad) ha fatto una recente donazione di denaro all’ospedale ebraico di Tehran. È solo uno dei quattro ospedali di carità ebraici in tutto il mondo ed è finanziato con le sovvenzioni della diaspora ebraica – una cosa straordinaria in Iran, dove persino le organizzazioni di aiuto locali hanno difficoltà a ricevere sovvenzioni dall’estero per timore di essere accusati di essere agenti stranieri”.

Quando mai Hitler ha donato denaro agli ospedali ebraici? L’analogia con Hitler è un tentativo disperato di fare il lavaggio del cervello agli Americani. Non ci dice niente di come sia realmente Ahmadinejad.

Le menzogne su Ahmadinejad non sono diverse da quelle su Saddam Hussein o su Hugo Chavez. Gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di creare la giustificazione per un’altra guerra. È per questo che i media attribuiscono ad Ahmadinejad di aver detto cose che non ha mai detto. Non ha mai detto di “volere cancellare Israele dalla carta geografica”. Questa è un’altra finzione. L’autore Jonathan Cook spiega quello che il presidente iraniano ha realmente detto: “Questo mito è stato riciclato a non finire dal momento in cui fu commesso un errore di traduzione di un discorso di Ahmadinejad fatto quasi due anni fa. Gli esperti della lingua persiana hanno verificato che il presidente iraniano, lungi dal minacciare di distruggere Israele, stava citando un discorso precedente del defunto Ayatollah Khomeini, in cui rassicurava i sostenitori dei Palestinesi che “il regime Sionista a Gerusalemme” sarebbe “svanito dalla pagina del tempo”.

Non minacciava di sterminare gli Ebrei e neppure Israele. Stava paragonando l’occupazione da parte di Israele dei [territori] Palestinesi ad altri sistemi illegittimi di governo il cui tempo è ormai finito, compresi gli Shah che un tempo governavano l’Iran, l’apartheid in Sud Africa e l’impero sovietico. Ciononostante, questa traduzione errata è persistita e ha prosperato perché Israele e i suoi sostenitori l’hanno sfruttata per i propri crudi scopi di propaganda”. (“Israel Jewish problem in Tehran, Jonathan Cook, The Electronic Intifada)

Ahmadinejad non rappresenta una minaccia né per Israele né per gli Stati Uniti. Come chiunque altro in Medio Oriente, vuole una tregua dall’aggressione degli USA e di Israele.

Questo [estratto] proviene da Wikipedia: “Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha mosso accuse di discriminazione in Iran contro gli Ebrei. Secondo tale studio, gli Ebrei non potrebbero occupare alte posizioni nel governo e non potrebbero prestare servizio nei servizi giudiziari e di sicurezza, né diventare presidi di scuole pubbliche. Lo studio dice che ai cittadini ebrei è consentito ottenere il passaporto e viaggiare fuori dal paese, ma che spesso gli vengono loro negati i permessi di uscite multiple normalmente rilasciati agli altri cittadini. Le accuse mosse dal Dipartimento di Stato americano sono state condannate dagli Ebrei iraniani. La Association of Tehrani Jews ha detto in una dichiarazione, “noi Ebrei iraniani condanniamo le accuse del Dipartimento di Stato americano sulle minoranze religiose iraniane, annunciato che siamo pienamente liberi di praticare i nostri doveri religiosi e non sentiamo alcuna restrizione in merito alla pratica dei nostri rituali religiosi”.

A chi dovremmo credere: agli Ebrei che a tutti gli effetti vivono in Iran, o alle provocazioni del Dipartimento di Stato americano?

Ci sono 6 macellerie kosher, 11 sinagoghe e numerose scuole ebraiche a Tehran. Né Ahmadinejad, né nessun altro funzionario del governo iraniano ha mai fatto alcun tentativo di far chiudere queste strutture. Mai. Gli Ebrei iraniani sono liberi di viaggiare (o di spostarsi) ad Israele a loro piacimento. Non sono imprigionati da un esercito di occupazione. Non gli vengono negati né cibo, né medicine. I loro figli non crescono con disturbi mentali provocati dal trauma della violenza sporadica. Le loro famiglie non vengono fatte saltare in aria dagli elicotteri d’assalto che girano intorno alle spiagge. I loro sostenitori non vanno a finire sotto ai bulldozer, né gli vengono sparati nel cranio delle pallottole di gomma. Quando fanno manifestazioni pacifiche per le loro libertà civili non vengono picchiati né vengono usati gas lacrimogeni. I loro leader non vengono perseguitati ed uccisi con assassini premeditati.

Roger Cohen ha scritto un articolo molto attento sull’argomento per il New York Times. Ha detto: “Sarà che io prediligo i fatti alle parole, ma dico che la realtà della civiltà iraniana nei confronti degli Ebrei ci dice più sull’Iran – sulla sua sofisticazione e sulla sua cultura – di quanto lo faccia tutta la retorica incendiaria. Potrà essere perché sono ebreo, e raramente sono stato trattato con un tale e costante calore come in Iran. O forse mi ha colpito che l’ira per Gaza, sbandierata sui poster e sulla TV iraniana, non si è mai riversata sotto forma di insulti o di violenze contro gli Ebrei. O forse è perché sono convinto che la caricatura di “Mullah Pazzo” dell’Iran e che l’assimilarne qualunque compromesso al Monaco del 1938 – una posizione popolare in alcuni circoli ebraici americani – sia fuorviante e pericoloso”. (“What Iran’s Jews Say”, Roger Cohen, New York Times).

La situazione non è perfetta per gli Ebrei che vivono in Iran, ma è meglio di quella dei Palestinesi che vivono a Gaza. Molto meglio.

Mike Whitney vive nello stato di Washington. Può essere contattato all’indirizzo fergiewhitney@msn.com.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Etichette: , , , ,

Condividi

23 ottobre 2009

Negare l'Olocausto aiuta solo Israele.

L’uso spregiudicato della tragedia dell’Olocausto e della sofferenza degli ebrei – la cd. “industria dell’Olocausto” – ha sempre assicurato nel tempo ad Israele cospicui dividendi economici e politici.

Non è un mistero che l’ondata emotiva susseguente alla conoscenza dello sterminio degli ebrei ad opera del regime nazista fu proprio uno dei motivi che portò l’Onu ad assegnare il 55% della Palestina agli ebrei, benché questi rappresentassero soltanto un terzo della popolazione presente sul territorio e ne occupassero soltanto un misero 10%.

Questo senza considerare la profonda ingiustizia e, probabilmente, la illegalità di una risoluzione (la n.181 del 1947) che imponeva alla popolazione indigena di spartire la propria terra con una colonia di nuovi venuti, molti dei quali appena arrivati dall’Europa.

In seguito, l’arma dell’Olocausto servì ad ottenere cospicui risarcimenti monetari da parte di vari Stati europei e, soprattutto, a garantire ad Israele lo status di “vittima” e a renderlo pressocché immune da ogni critica, e ciò benché questo vero e proprio Stato-canaglia mantenga da più di 60 anni una brutale occupazione militare di territori altrui, violi quotidianamente la legalità internazionale e il diritto umanitario, abbia una fedina penale impressionante riguardante la violazione dei diritti umani fondamentali del popolo palestinese e il massacro di migliaia di civili inermi ed innocenti.

E’ chiaro quindi che il mondo arabo, che vede l’occupazione dei Territori palestinesi come una profonda ingiustizia per via della quale essi sono chiamati a” pagare” per un crimine che, comunque, è a loro del tutto estraneo, possa dimostrarsi permeabile alle teorie negazioniste dell’Olocausto, usate come arma politica.

Ne è il classico esempio il presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui lo Stato di Israele – che gode dell’incondizionato appoggio degli Usa – è potuto venire ad esistenza solamente sfruttando questo “presunto” genocidio. E’ dunque attraverso il negazionismo, associato all’antiamericanismo, che si arriverà a “cancellare” lo Stato ebraico dalla carta geografica.

Ma si tratta di un grave errore, che serve solo la causa di Israele e supporta il suo status di eterna “vittima” di una congiura mondiale antisemita, e di una strumentalizzazione che non serve affatto alla causa del popolo palestinese. Di questo e altro tratta l’articolo di Tahar Ben Jelloun, pubblicato dal settimanale L’espresso in edicola la settimana passata (n.42 del 22 ottobre).

La questione palestinese non ha nulla a che vedere con l’Olocausto degli ebrei, si tratta puramente e semplicemente di una questione di giustizia, di legalità internazionale, di affermazione del diritto alla autodeterminazione dei popoli. Il regime dell’apartheid instaurato da Israele nei Territori occupati, un’occupazione di stampo razzista e colonialista, è una scandalosa vergogna che va eliminata, ma per farlo non c’è alcun bisogno di ricorrere alla rivisitazione e alla riscrittura della storia.

Nel famoso discorso tenuto qualche tempo addietro all’Università del Cairo, il presidente Usa Barack Obama, mentre esprimeva la sua volontà di riconciliazione tra gli Stati Uniti e l’Islam, si premurava nel contempo di affermare l’immoralità di chi vuole mettere in dubbio la realtà storica della Shoah.

Possiamo anche concordare su questo, purché nel momento in cui gridiamo “mai più!” riferendoci allo sterminio degli ebrei, siamo altrettanto pronti e conseguenti nell’adoperarci a far cessare quell’autentico e vergognoso crimine costituito dall’assedio e dalla riduzione alla fame di un milione e mezzo di Palestinesi che, nella Striscia di Gaza, vivono in condizioni degne del ghetto di Varsavia, e ad impedire che vengano massacrati civili innocenti a Gaza come in Cisgiordania, sia pure se si tratta “solo” di alcune migliaia di persone.

Perché altrimenti, ancora una volta, le parole di Obama saranno destinate a restare un vacuo esercizio di retorica.

Quanto sin qui detto si ricollega, in qualche modo, al caso che riguarda il professor Antonio Caracciolo e l’incredibile gogna mediatica a cui è sottoposto in questi giorni da parte del quotidiano” La Repubblica”.

Antonio Caracciolo, 59 anni, ricercatore di Filosofia del Diritto all’Università La Sapienza di Roma, gestisce un certo numero di blog tra i quali, almeno tra quelli a me noti, vi sono
Clubtiberino e Civium Libertas.

Riportando come titolo dell’articolo una frase virgolettata che non compare in alcuno dei due siti e che il professore afferma di non aver mai pronunciato (“lo sterminio degli ebrei è una leggenda”), Antonio Caracciolo viene additato da Repubblica come un pericoloso negazionista antisemita, scatenando le ovvie reazioni della politica romana e quelle del rettore dell’Ateneo, il quale minaccia provvedimenti disciplinari. L’atto d’accusa di Repubblica lo potete trovare
qui e qui, l’autodifesa del povero Caracciolo in questa pagina del suo blog Civium Libertas.

Premesso che le teorie revisioniste e/o negazioniste dell’Olocausto non mi hanno mai minimamente interessato, che non ho alcuna remora nell’accettare le cifre ufficiali degli ebrei morti a causa delle persecuzioni naziste e che sono estremamente ligio alle leggi della Repubblica italiana (così, tanto per evitare equivoci…), devo dire che a me pare una grave abdicazione al principio della libertà di manifestazione del pensiero – che pure è un diritto di rango costituzionale – l’impossibilità di fatto di sottoporre a revisione e riesame critico di un fatto storico datato ormai diverse decine di anni fa, sia pure quando si tratti di una tragedia immane quale è la Shoah.

Trovo inoltre gravissimo che un uomo possa essere sospeso e, in ipotesi estrema, perdere il lavoro, solo in ragione delle sue idee; va rilevato, infatti, che il professor Caracciolo afferma di non aver mai pronunciato la frase incriminata riportata da Repubblica, e che lo stesso quotidiano deve ammettere che mai, nel corso delle sue lezioni, si è trattato di teorie negazioniste.

Trovo inusitate e pericolose le affermazioni del presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, secondo cui “bisogna evitare che certe persone possano entrare in contatto con gli studenti”: ma stiamo scherzando?

Questo per tacere del fatto che quello che è ormai divenuto il “caso Caracciolo” rappresenta la nuova scusa per riesumare il solito vittimismo tipicamente ebraico, con Pacifici che afferma che nelle università italiane esiste una vera e propria “rete negazionista”, unita dall’odio verso Israele e gli ebrei e alimentata, tra l’altro, dalle esternazioni del presidente iraniano Ahmadinejad (e con ciò torniamo al punto di partenza…). L’obiettivo sarebbe quello di ottenere un intervento legislativo, sanzionando penalmente le esternazioni negazioniste e mettendo un bavaglio al web per evitare il proliferare di siti con contenuti antisemiti e negazionisti.

E’ certo un mondo strano quello contemporaneo, in cui – in alcuni Paesi – un reato di opinione come la negazione dell’Olocausto può condurre in galera, mentre la comunità internazionale non riesce a incriminare e a sanzionare penalmente gli assassini che hanno massacrato a Gaza oltre 1.400 persone, l’83% dei quali civili inermi, devastati dai proiettili a frammentazione o arsi vivi dal fosforo bianco.

E’ un mondo strano quello che vede i discendenti di un popolo vittima di un’orrenda persecuzione mandare il proprio potentissimo esercito – il più “morale” al mondo – a macchiarsi di atrocità e crimini di ogni sorta, mentre le comunità ebraiche di tutto il mondo, inclusa quella italiana, si schierano pressoché compattamente a giustificare, se non addirittura ad esaltare, i crimini bestiali di soldati che, per carità, si limitano soltanto a “difendere” la sicurezza di Israele. Minacciata, come è noto, da donne e bambini.

Tra le frasi incriminate del professor Caracciolo, indicate da Repubblica come venate da antisemitismo, vi è anche questa: "Le leggi razziali furono cose di 70 anni fa che si collocano in un contesto di 70 anni fa. Molti italiani, la stragrande maggioranza, hanno meno di 70 anni e quasi tutti gli italiani di oggi non hanno nessuna memoria diretta di quegli anni. A trarne profitto sono gli ebrei di età avanzata che sono diventati una sorta di eroi nazionali”.

Vorrei allora riportare a confronto di queste affermazioni un breve brano, tratto dal libro “L’industria dell’Olocausto” di Norman Finkelstein.

“Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali. Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento…

Dal momento che l’interpretazione dell’Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: "La storia è una sciocchezza". I racconti dei "sopravvissuti all’Olocausto" (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento.

D’altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che "le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità".
Mio padre e mia madre mi chiesero spesso perché m’indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello stato di Israele e il sostegno americano a tale politica.".

Ma Finkelstein, ebreo americano figlio di sopravvissuti ai lager nazisti, certe cose può permettersi di affermarle, il professor Caracciolo evidentemente no, e non se ne comprende la ragione.

L’autogol di Ahmadinejad
Il negazionismo sull’Olocausto non aiuta la causa palestinese
di Tahar Ben Jelloun

Ury Avnery, militante israeliano per la pace, si è posto la questione di sapere perchè il governo israeliano abbia boicottato la commissione Goldstone incaricata dall’Onu di indagare su quello che è realmente accaduto a Gaza. ” Perchè sapeva che la commissione, a prescindere da quale fosse, sarebbe arrivata alle conclusioni alle quali è arrivata”.

Richard Goldstone è stato giudice della Corte costituzionale del Sudafrica, primo procuratore del Tribunale penale internazionale ed ex militante anti-apartheid. Ha accettato di guidare questa commissione perchè crede nella supremazia dei diritti e delle leggi di guerra.

L’inchiesta è stata condotta in condizioni difficili. Non essendo stata autorizzata a entrare sul suolo israeliano nè nei Territori palestinesi, per accedere a Gaza – dove è stata accolta dai dirigenti di Hamas che hanno risposto alle sue domande – la commissione è dovuta passare dall’Egitto.

Il rapporto che ha redatto è schiacciante per Israele e non risparmia Hamas.

Il rapporto parla infatti di 1387 palestinesi morti, di cui 300 bambini, 115 donne e 85 uomini di età superiore a 50 anni; di 2700 edifici distrutti; e di 13 israeliani uccisi, di cui 5 soldati.Queste cifre non necessitano di nessun commento. Il problema è che Israele, come Hamas, ha ammazzato dei civili e ha commesso quindi “crimini di guerra”: è questa la conclusione alla quale approda il rapporto, anche se la guerra è stata particolarmente sbilanciata.

Human Rigthts Watch che svolge inchieste sulle violazioni dei diritti umani, non è riuscita a interrogare i responsabili israeliani e nel rapporto si deplora questo fatto. Le reazioni delle autorità di Israele confermano in qualche modo una consapevolezza di cui si rifiutano le premesse. Così, per esempio, il presidente Shimon Peres ha dichiarato che questo rapporto è una “pagliacciata storica, che non distingue tra chi aggredisce e uno Stato che esercita il proprio diritto alla legittima difesa”. Quanto al primo ministro Netanyahu, ha paragonato i razzi di Hamas ai blitz dei nazisti in Inghilterra!

Queste modalità di difesa e di negazione della realtà non fanno che deteriorare sempre più l’immagine dello Stato di Israele presso l’opinione pubblica internazionale e in particolare arabo-musulmana. Ciò incoraggia l’iraniano Ahmadinejad a parlare di ”leggenda dell’Olocausto”. La confusione su questo argomento è totale e non serve assolutamente la causa palestinese. Non si rende un servizio alla Storia e al popolo palestinese negando la tragedia che ha sterminato gli ebrei.

Tutti i negazionisti che si sono avvicinati ai palestinesi per dar loro un aiuto non hanno fatto che ingenerare nuova confusione. Si tratta di aiuti di cui i palestinesi non hanno bisogno, perchè la loro causa non ha nulla a che spartire con il passato nel quale l’Europa si rese colpevole dello sterminio degli ebrei. La Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy hanno mandato gli ebrei a morire. Perchè oggi i palestinesi che lottano per avere una patria sarebbero responsabili dei massacri commessi dall’Europa?

Quando Netanyahu mette sullo stesso piano i razzi di Hamas e i blitz nazisti, cambia i termini reali della questione, che è e rimane quella dell’occupazione dei Territori, una faccenda coloniale, che non ha nulla a che spartire con l’Olocausto degli ebrei.

Nel mondo arabo prevale un sentimento anti-israeliano molto forte. Alcuni vorrebbero confonderlo con l’antisemitismo. Il razzismo contro gli ebrei esiste un po’ dappertutto nel mondo, ma le critiche e la denuncia della politica del governo israeliano non sono antisemitismo, anche se alcuni media indulgono un po’ in questa confusione.

Gli israeliani, uomini politici o intellettuali, che criticano severamente il modo in cui il loro governo ha combattuto in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2008 sono forse antisemiti?

Ahmadinejad si spinge molto oltre nel suo odio per lo Stato di Israele, pur ricordando che in Iran vivono decine di migliaia di ebrei che non si lamentano. I suoi discorsi sono violenti, intollerabili.

Nel momento in cui si prepara a sfidare gli Stati Uniti e l’Europa con il suo programma nucleare, provoca in primis Israele, che cerca in tutti i modi di impedire che l’Iran si procuri l’atomica.Tutto ciò è preoccupante, perchè un attacco israeliano contro l’Iran avrebbe conseguenze più gravi dei bombardamenti dell’Iraq quando Saddam cercava di procurarsi uranio arricchito.

Non resta che sperare che la pazienza e la saggezza di Obama siano più validi dello spirito bellicoso di Netanyahu.

(traduzione di Anna Bissanti)

Etichette: , , , ,

Condividi

5 giugno 2008

E' imminente un attacco contro l'Iran?

In questi giorni molti analisti si chiedono se sia o meno concreta la possibilità di un attacco militare contro l’Iran, in coincidenza degli ultimi mesi della presidenza Bush.

Nell’interessante articolo che segue, pubblicato il 30 maggio dal quotidiano libanese The Daily Star e qui proposto nella traduzione del sito arabnews, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer da una risposta a tale quesito, non proprio rassicurante.

Qui voglio solo aggiungere due brevi considerazioni, discostandomi nella seconda da quanto sostenuto dall’ex ministro nell’articolo.

1) La presenza in questi giorni a Roma del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione del vertice mondiale della Fao, è stata l’ennesima occasione colta al volo dal nostro governo per fare una doverosa brutta figura.

Proprio nel periodo in cui, infatti, l’Italia va pietendo urbi et orbi la concessione di un posto all’interno del Gruppo di Contatto che dovrebbe “risolvere” il problema del nucleare iraniano (il cd. Gruppo “5+1”, formato dalle cinque potenze con diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania), la presenza di Ahmadinejad a Roma doveva rappresentare una vera e propria manna dal cielo, consentendo a Berlusconi e al suo ministro degli esteri di incontrarlo e di affrontare – con pacatezza pari alla fermezza – le varie questioni spinose sul tappeto: il problema del nucleare, le minacce ad Israele, le ingerenze in Afghanistan e in Iraq e, più in generale, nell’intera regione mediorientale.

E, invece, che accade? Berlusconi rifiuta di incontrare Ahmadinejad, gli fa lo sgarbo di non invitarlo a cena, addirittura si alza cinque minuti prima del suo discorso alla Fao per non doverlo annunciare, il nostro ministro degli esteri Frattini si rifiuta di incontrare il suo omologo iraniano e il Presidente della Camera Fini rinuncia ad incontrare l’ambasciatore iraniano a Roma.

Ora, non c’è chi non veda come sia del tutto assurdo e incomprensibile un tale comportamento, chiedere di entrare in un gruppo che dovrebbe trattare ed interloquire con la controparte iraniana sul problema del nucleare pacifico o meno e, contemporaneamente, negarsi al dialogo. Salvo lasciare che, qualche ora più tardi, Ahmadinejad venga acclamato da un folto gruppo di imprenditori ansiosi di concludere buoni affari: pecunia non olet!

Come faceva notare ieri Giuseppe Cassini su l’Unità – e qualche giorno addietro Lucio Caracciolo su La Repubblica – per entrare nel Gruppo dei “5+1” bisogna pur avere qualche merito concreto, avere un qualche risultato pratico da mostrare nel ruolo da noi preferito, quello di mediatori e di “facilitatori”, e come facciamo ad ottenerlo se neppure ci proviamo?

Capiamo bene come Berlusconi e il suo governo non abbiano voluto incontrare il presidente iraniano per non irritare gli Usa e, soprattutto, Israele; ma una posizione – vorremmo definirla moralistica – di chiusura così netta nei confronti dell’Iran, oltre che a rischiare di danneggiare i cospicui interessi economici che l’Italia ha in questo Paese, risulta peraltro assolutamente priva di effetti pratici.

Il mondo, e l’Italia, non ha bisogno di una imitazione caricaturale (in piccolo) della politica estera seguita dall’amministrazione Bush, e ciò e ancor più vero in un momento in cui persino negli Usa personalità politiche dal passato di rilievo quali Zbigniew Brzezinski e, soprattutto, Henry Kissinger non si fanno scrupolo di consigliare al presidente americano che verrà di dialogare con l’odiato “nemico”.

2) Hanno sollevato scalpore e suscitato numerose proteste le dichiarazioni provocatorie di Ahmadinejad riguardo alla “cancellazione” di Israele dalle mappe geografiche, sebbene lo stesso presidente iraniano si sia premurato, successivamente, di precisare che lui aveva solo voluto dare una “
notizia” riguardante “sviluppi che si stanno verificando”.

Nessun rilievo, invece, è stato dato dai media italiani alle ben più concrete minacce che, non da ora peraltro, Israele lancia contro l’Iran.

Così sono passati sotto silenzio le dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni, secondo cui “la minaccia di una mossa militare esiste e non è stata tolta dal tavolo”, le indiscrezioni del quotidiano Yedioth Ahronot, secondo cui nel recente incontro tra il premier Olmert e Bush si è discusso anche di un possibile
attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane, il discorso tenuto martedì dallo stesso Olmert alla conferenza dell’Aipac, in cui ha sostenuto che “dobbiamo fermare la minaccia iraniana con ogni mezzo possibile”.

Ora, non se ne abbia a male nessuno, ivi incluso Ahmadinejad, ma le invettive e le minacce del presidente iraniano suonano – per dirla alla Cassini – “come un cembalo squillante di nessun effetto pratico”, mentre i tamburi di guerra israeliani sono alquanto più realistici e preoccupanti.

Ancora nessuno è riuscito a spiegare, peraltro, con quale autorità morale si possa chiedere all’Iran di rinunciare ad un nucleare fino a prova contraria pacifico quando Israele possiede un arsenale atomico di tutto rispetto (dalle 150 alle 200 testate, si presume) e non consente agli ispettori dell’IAEA di fare nemmeno una gita di piacere sul suo territorio.

Molto più corretto, e ragionevole, sarebbe impostare un discorso di denuclearizzazione dell’intera regione mediorientale, ma naturalmente non se ne parla neppure.

Israele potrebbe presto attaccare l’Iran.
30/05/2008

In conseguenza della fallimentare politica americana, la minaccia di un nuovo confronto militare continua a incombere sul Medio Oriente come una nuvola nera. I nemici degli Stati Uniti si sono rafforzati, e l’Iran – pur essendo bollato come membro del cosiddetto “asse del male”- è stato catapultato verso l’egemonia regionale. L’Iran non avrebbe mai potuto raggiungere questo risultato da solo, e di sicuro non in un periodo così breve.

Quella che fino ad ora era stata una latente rivalità tra Iran e Israele è stata così trasformata in una aperta lotta per il predominio in Medio Oriente. Ciò ha portato come risultato l’emergere di sorprendenti, se non bizzarre, alleanze: da un lato l’Iran, la Siria, Hezbollah, Hamas, e l’Iraq dominato dagli sciiti e appoggiato dagli americani; dall’altro Israele, l’Arabia Saudita e la maggior parte degli altri stati arabi sunniti, ognuno dei quali sente la propria esistenza minacciata dall’ascesa dell’Iran.

Il pericolo di un confronto di grandi proporzioni è stato ulteriormente acuito da una serie di fattori: l’aumento costante del prezzo del petrolio, che ha creato nuove opportunità finanziarie e politiche per l’Iran; la possibile sconfitta dell’Occidente e dei suoi alleati regionali nelle guerre ‘per procura’ combattute nella Striscia di Gaza e in Libano; l’incapacità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di indurre l’Iran ad accettare una sospensione anche solo temporanea del suo programma nucleare.

Il programma nucleare iraniano è il fattore determinante in questa equazione, poiché minaccia l’equilibrio strategico regionale in maniera irreversibile. Il fatto che l’Iran – una nazione il cui presidente non si stanca mai di invocare l’annientamento di Israele, e che ne minaccia i confini a nord e a sud attraverso il proprio appoggio alle guerre ‘per procura’ combattute da Hezbollah e Hamas – possa un giorno possedere missili con testate nucleari, è il peggior incubo per la sicurezza di Israele. La politica non si basa solo sui fatti, ma anche sulle percezioni. Che una percezione rispecchi o no la realtà non è un elemento determinante, poiché conduce tuttavia ad una decisione.

Ciò accade in particolare quando la percezione riguarda ciò che le parti in causa considerano essere una minaccia per la propria stessa esistenza. Le minacce di distruzione del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad vengono prese seriamente da Israele, a causa del trauma dell’Olocausto. Inoltre la maggior parte dei paesi arabi condivide la paura di un Iran “nuclearizzato”. Questo mese, Israele ha festeggiato il proprio 60° anniversario, ed il presidente americano George Bush si è recato in visita a Gerusalemme per prendere parte alla commemorazione. Coloro i quali si aspettavano che la visita avrebbe principalmente riguardato lo stallo dei negoziati fra Israele ed i palestinesi sono stati amaramente delusi. L’argomento centrale di Bush, compreso il suo discorso alla Knesset israeliana, è stato l’Iran. Bush aveva promesso di portare il conflitto mediorientale in prossimità di una soluzione prima della fine del suo mandato, ma la sua ultima visita in Israele sembra indicare un diverso obiettivo: sembra che egli stia pianificando, insieme ad Israele, di porre fine al programma nucleare iraniano, e di farlo attraverso mezzi militari piuttosto che diplomatici.

Chiunque abbia seguito la stampa israeliana durante le celebrazioni del 60° anniversario e abbia ascoltato attentamente quanto è stato detto a Gerusalemme, non ha bisogno di essere un profeta per capire che i nodi stanno venendo al pettine. Basta considerare i seguenti punti:

1) “Basta con l’appeasement” è la richiesta portata avanti dall’intero panorama politico israeliano – con riferimento alla minaccia nucleare proveniente dall’Iran (con ‘politica di appeasment’ si intende la politica condiscendente adottata da Francia e Germania nei confronti del regime nazista durante gli anni ’30, nel tentativo di contenere l’espansionismo nazista evitando uno scontro diretto (N.d.T.) ).

2) Mentre Israele portava avanti i festeggiamenti, il ministro della difesa Ehud Barak ha dichiarato che un confronto militare ‘per la vita o per la morte’ è un’innegabile possibilità.

3) Il comandante dell’aviazione militare israeliana, ha dichiarato che le forze dell’aviazione sarebbero capaci di qualsiasi missione, non importa quanto difficoltosa, per proteggere la sicurezza della nazione. La distruzione di un impianto nucleare in Siria lo scorso anno, e l’assoluta mancanza di una reazione internazionale all’episodio, sono viste come un modello per le future azioni contro l’Iran.

4) L’elenco di armi richieste da Israele agli Stati Uniti, discusso con il presidente americano, si concentra principalmente sul miglioramento delle capacità di attacco e di precisione delle forze aeree israeliane.

5) Le iniziative diplomatiche e le sanzioni dell’ONU contro l’Iran sono percepite come totalmente inefficaci.

6) Con l’avvicinarsi della fine della presidenza Bush, e vista l’insicurezza riguardo alla possibile politica del suo successore, si ritiene che la finestra di opportunità per un’azione israeliana si stia progressivamente chiudendo.

Gli ultimi due fattori hanno un peso particolare. Mentre è risaputo che l’intelligence israeliana preveda che l’Iran giungerà al traguardo del suo programma nucleare militare al più presto fra 2010 e 2015, la sensazione comune in Israele è che la finestra di opportunità politica per sferrare l’attacco sia adesso, durante gli ultimi mesi della presidenza Bush.

Sebbene Israele riconosca che un attacco agli impianti nucleari iraniani comporterebbe rischi seri e difficili da prevedere, la scelta fra l’eventualità di accettare l’arma nucleare iraniana ed il tentativo di distruggerla militarmente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero, è chiara. Israele non rimarrà fermo ad aspettare che le cose seguano il loro corso.

Il Medio Oriente si sta avviando verso un nuovo grande confronto nel 2008. L’Iran deve capire che se non si arriva ad una soluzione diplomatica nei prossimi mesi, vi è il rischio che esploda un nuovo pericoloso conflitto militare. E’ giunta l’ora di dare inizio a trattative serie.

L’ultima offerta da parte delle sei grandi potenze - i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania - è sul tavolo delle trattative, e si spinge molto in là nell’assecondare gli interessi iraniani. Ciò nonostante, la questione decisiva sarà riuscire a congelare il programma nucleare iraniano mentre sono in corso le trattative, al fine di evitare l’eventualità di un confronto militare prima che esse siano concluse. Se questo nuovo tentativo dovesse fallire, le cose potrebbero presto farsi serie, molto serie.

Joschka Fischer, ministro degli esteri e vice cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, ha guidato il Partito dei Verdi per circa 20 anni

Etichette: , , , , , ,

Condividi