5 aprile 2011

A otto anni dal suo assassinio, non c'è ancora giustizia per Rachel Corrie




Lo scorso 16 marzo cadeva l’ottavo anniversario della morte di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa a soli 24 anni mentre tentava di impedire la demolizione di alcune case palestinesi, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano.

Proprio in questi giorni, gli Stati Uniti hanno motivato il loro voto contrario a una risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu (UNHCR) che auspica che la questione dei crimini di guerra commessi da Israele durante “Piombo Fuso” venga portata all’attenzione del Tribunale Penale Internazionale, sostenendo che Israele ha già condotto delle investigazioni “credibili” sulle operazioni militari svoltesi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, e dunque non vi è alcuna necessità dell’intervento del Tribunale internazionale.

Si tratta di una affermazione ridicola e offensiva, clamorosamente smentita dai fatti. Israele ha da sempre dimostrato la propria totale incapacità di investigare e punire i crimini commessi dalla propria soldataglia: basti qui dire che l’unica condanna intervenuta a seguito dei massacri di “Piombo Fuso” riguarda un soldato colpevole del furto di una carta di credito, mentre altri due soldati accusati di aver usato un ragazzino come scudo umano hanno visto la pena detentiva immediatamente sospesa.

E questa vera e propria licenza di uccidere, derivante dall’impunità pressoché totale garantita da Israele per ogni crimine e assassinio commesso dai propri soldati, esplica i suoi effetti anche nel processo che si occupa della morte di Rachel Corrie, i cui genitori, a otto anni di distanza dalla sua morte, non riescono ancora ad ottenere giustizia, ed anzi, non hanno nemmeno avuto il diritto di poter vedere in faccia l’assassino della propria figlia.

Sull’argomento, tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani – Al Mezan, Al Dameer e GCMHP - hanno pubblicato il comunicato congiunto che segue.

Resta solo da dire che, nell’udienza dello scorso 4 aprile, il comandante dell’unità responsabile dell’assassinio di Rachel, il capitano S. R. (nella trasparenza che permea il sistema giudiziario israeliano non si ha diritto nemmeno di conoscere il nome esatto di imputati e testimoni…), ha testimoniato di aver richiesto la sospensione delle demolizioni, a causa della presenza sul terreno di civili, ma che gli venne ordinato di continuare, nonostante tutto.

L’ennesima riprova dell’insensibilità degli alti comandi militari (e dei politici) israeliani per la vita dei Palestinesi e di quanti lottano al loro fianco.


Mercoledì, 16 marzo 2011, ricorreva l’ottavo anniversario della morte della pacifista americana Rachel Corrie. La Corrie aveva 24 anni quando venne uccisa dalle forze di occupazione israeliane (IOF) mentre tentava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nella città di Rafah, nei pressi del confine tra Gaza e l’Egitto.

Al Mezan Center for Human Rights, Al Dameer Association for Human Rights e Gaza Community Mental Health Program (GCMHP) ribadiscono la loro condanna per l’assassinio di Rachel Corrie da parte degli Israeliani. Affermano che il fallimento nell’investigare penalmente questo caso e nell’assicurare i responsabili alla giustizia rappresentano il persistere di Israele nel fornire l’immunità ai propri soldati nei territori Palestinesi occupati (oPt). La famiglia della Corrie ha intentato una causa civile dinanzi alla Corte Distrettuale di Haifa. Le udienze sono in programma per il tre ed il sei aprile del 2011. Saranno chiamati a testimoniare diversi soldati e comandanti israeliani coinvolti, al pari dei colleghi della Corrie che erano presenti quando l’assassinio è avvenuto.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP esprimono la loro piena solidarietà ai familiari della Corrie nei loro tentativi di ottenere giustizia per la propria figlia. Ottenere giustizia per la Corrie e processare i responsabili del suo assassinio significa in parte ottenere giustizia per tutte le vittime delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele.

Le indagini sul campo hanno dimostrato che all’incirca alle 4:45 del pomeriggio di domenica, 16 marzo 2003, l’esercito israeliano ha ucciso Rachel Corrie mentre cercava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nel quartiere As-Salam nella città di Rafah, a sud della Striscia di Gaza. Il soldato israeliano che guidava il bulldozer è passato sopra la Corrie mentre era ancora viva. La Corrie indossava abiti civili e un giubbotto fluorescente per garantire una chiara visibilità e per assicurarsi che i soldati vedessero che era un civile, un attivista per la pace. Teneva in mano un megafono con cui cercava di parlare al conducente del bulldozer, che stava demolendo le case palestinesi in quell’area.

Nonostante le prove evidenti nel caso della Corrie, il gran numero di testimoni oculari, le foto che mostrano l’assassinio della Corrie per mano delle truppe israeliane, e nonostante gli sforzi incessanti dei familiari e delle organizzazioni per i diritti umani e degli attivisti per ottenere giustizia, purtroppo essa ancora manca.

Il tribunale israeliano dovrebbe tenere la prossima settimana le udienze del processo civile riguardante l’assassinio della Corrie. Al Mezan, Al Dameer e GCMHP approfittano di questa occasione per affermare che il caso della Corrie rappresenta un nuovo test per il sistema giudiziario israeliano. Questo caso fornirà a questo sistema un’altra possibilità di dimostrare che è in grado di funzionare come un sistema indipendente che cerca di ottenere giustizia e di applicare la legge, piuttosto che continuare a rafforzare il suo atteggiamento politicizzato cercando di proteggere l’esercito, anche quando esso commette gravi violazioni, e di difendere Israele, la sua immagine e i suoi interessi a spese dello stato di diritto e della giustizia.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP ribadiscono la loro ferma condanna per l’assassinio di Rachel Corrie quale chiara violazione del diritto internazionale e dei principi dei diritti umani. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché venga assicurata giustizia e vengano rispettati i diritti umani, e di combattere la politica dell’immunità con l’applicazione dei principi del diritto internazionale, per impedire che ulteriori violazioni vengano commesse in futuro.

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13 gennaio 2011

Il film RACHEL ora in distribuzione anche in Italia.



Tutti conoscono la storia di Rachel Corrie, la giovane attivista americana morta a Rafah (Striscia di Gaza) il 16 marzo del 2003 a soli 23 anni, travolta e schiacciata da un bulldozer dell'esercito israeliano mentre tentava di impedire la demolizione di alcune case palestinesi.

La sua tragica vicenda torna ora in certo qual modo d'attualità, anzitutto perchè, come è noto, Rachel Corrie era il nome di una delle navi componenti la Gaza Freedom Flotilla, attaccata dalla marina israeliana lo scorso mese di maggio.

Ma anche perchè - e questo è meno noto a causa della "autocensura" dei media italiani per tutto quanto riguarda i misfatti di Israele - proprio in questi mesi si va disvelando la mancanza di trasparenza nelle indagini e nel processo in corso in Israele per la morte di Rachel, culminata nell'impossibilità per i genitori della giovane americana non solo di avere giustizia, ma persino di poter guardare in faccia il conducente del bulldozer (l'assassino?) che ha causato la morte della figlia o di conoscerne almeno il nome.

Di questo prode soldato israeliano, infatti, sono note soltanto le iniziali, Y.P., ovviamente per motivi di sicurezza, sostengono le autorità israeliane, ovvero, a scelta, per l'omertà mafiosa che lo stato di Israele garantisce ai suoi soldati, anche quando uccidono un'attivista 23enne o liquidano con un colpo alla testa una scolaretta palestinese di 13 anni.

Il film Rachel, della regista franco-israeliana Simone Bitton, ricostruisce i drammatici fatti di quel giorno, mostrando per la prima volta le foto scattate dai compagni di Rachel e i filmati delle telecamere di sorveglianza, e dando la parola a tutti i protagonisti della vicenda, nel tentativo di far scaturire la verità da versioni contradditorie tra loro.

Non si tratta, tuttavia, solo di un tentativo di individuare i responsabili della morte della Corrie, problema che la polizia militare israeliana ha liquidato molto in fretta e rispetto al quale il governo americano non ha mai preteso chiarimenti, ma anche e soprattutto di una commovente riflessione sulla giovinezza e sull'idealismo.

Il film, in realtà del 2008, è ora disponibile anche in Italia (in copie video sottotitolate) per proiezioni pubbliche, non solo in sale cinematografiche ma anche presso associazioni, scuole, università ed istituzioni culturali pubbliche e private.

A garantire la distribuzione del film è CineAgenzia, in collaborazione con la francese Umedia. Per maggiori informazioni su Rachel, il trailer e altri materiali basta visitare il sito di CineAgenzia, dove è presente anche un link relativo a testi e informazioni sulla vita (e la tragica morte) della giovane attivista americana.

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