3 marzo 2010

Non lasceremo sola la popolazione di Gaza!


A distanza di oltre un anno dalla fine di “Piombo Fuso”, l’operazione militare israeliana che ha provocato la morte di oltre 1.400 Palestinesi (l’83% dei quali civili inermi) ed ha causato immani devastazioni, Israele continua indisturbato a tenere sotto assedio la Striscia di Gaza e un milione e mezzo di Palestinesi che vi risiedono, impedendo – caso unico al mondo – che affluiscano liberamente gli aiuti e che si possa mettere mano alla ricostruzione.

Persino i beni umanitari di prima necessità vengono centellinati, in base a criteri oscuri ed arbitrari, e i Palestinesi riescono ad ottenere il minimo indispensabile ad una vita sostenibile e dignitosa solo grazie al fiorente contrabbando di merci attraverso i tunnel sotterranei che collegano Gaza all’Egitto, pagando, tuttavia, un pesantissimo tributo in termini di vite umane: 74 i Palestinesi morti e 134 i feriti dalla fine di “Piombo Fuso” (cfr. OCHA Protection of Civilians, 17-23 febbraio 2010). E questo fino a quando l’Egitto non completerà il progetto – sponsorizzato dagli Usa e da Israele – di chiudere i tunnel che passano sotto il suo confine, togliendo agli abitanti di Gaza anche questa loro ultima risorsa.

Ai Palestinesi morti nei tunnel devono poi aggiungersi quelli uccisi dalle truppe israeliane nei loro continui raid in territorio palestinese: dall’inizio del 2010 Israele ha infatti ucciso nove Palestinesi, di cui quattro civili, e ne ha feriti almeno 18 (la metà civili). I soldati di Tsahal, peraltro, continuano a imporre arbitrariamente il divieto di accesso in una zona-cuscinetto profonda un chilometro, impedendo agli agricoltori di accedere ai propri terreni, e vietano ai pescatori di oltrepassare una distanza di tre miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Il risultato di questo assedio è testimoniato da poche ma impressionanti cifre: il 70% dei residenti di Gaza sopravvive con un dollaro al giorno, il 40% della forza lavoro è disoccupata, l’11% dei bambini di Gaza sono malnutriti, fino al punto dell’arresto della crescita, 20.000 case distrutte o gravemente danneggiate aspettano ancora di essere ricostruite, i blackout della corrente elettrica variano dalle 6 alle 8 ore, per 4 o 5 giorni la settimana.

Il tutto nella totale indifferenza, e talvolta con la malcelata complicità, dei governi occidentali, in primis degli Usa di Obama, che tanto aveva straparlato di mani tese verso l’Islam e di impegno per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ma che adesso sembra avere totalmente rimosso la questione dalla sua agenda.

In questo quadro desolante, l’unica speranza risiede nell’impegno della società civile, dei tanti uomini e donne di buona volontà che non intendono lasciar vincere ancora una volta la violenza e l’ingiustizia, e che non hanno alcuna intenzione di lasciare i Palestinesi di Gaza in balia dei loro carnefici.

Va letta in questa ottica l’intervista di Silvia Cattori a George Galloway, il deputato britannico animatore del Viva Palestina Convoy, qui di seguito riportata.

Incontro con George Galloway
Tutti “uniti coi musulmani per interrompere l’assedio di Gaza”.
3 febbraio 2010

George Galloway, deputato britannico alla Camera dei Comuni, è un uomo pacato, vivo, caloroso. Il suo sguardo blu è attento e amichevole. Non ha tempo da perdere. È preoccupato per la gravità della situazione a Gaza. Ha mille impegni, tuttavia ha accettato di tenere, il 26 gennaio, una conferenza a Lione. Ed è lì che lo abbiamo incontrato.

Con una voce forte, chiara e limpida, egli lascia il suo messaggio: di fronte alla guerra che l’Occidente conduce contro il mondo musulmano, c’è una mortale debolezza della sinistra che non si unisce coi musulmani. È indispensabile che tutte forze progressiste e anti-guerra si uniscano con loro. Poiché attualmente le posizioni dei musulmani sono oggettivamente le stesse di tutti i progressisti del mondo: farla finita con le guerre e le ingiustizie.

Silvia Cattori: Dopo l’ultimo convoglio di “Viva Palestina” a Gaza, che cosa conta di fare?

George Galloway: Penso che il tempo delle discussioni sia finito. I fatti parlano più forte delle parole. Dobbiamo fermare l’assedio di Gaza con tutti i mezzi. L’abbiamo interrotto tre volte nel corso degli ultimi undici mesi; dobbiamo continuare a farlo sempre di più per ottenere la fine definitiva di quest’oppressione.

Non lasceremo sola la popolazione di Gaza. Il prossimo convoglio si farà via mare. Non abbiamo altra scelta. Salperemo nel maggio 2010. Ci saranno navi dell’Africa del Sud, del Venezuela, della Malesia, della Turchia, etc… abbiamo bisogno di più navi possibili, del massimo appoggio del governo, della maggior protezione possibile per portare a Gaza tutto l’aiuto possibile; di cemento, legno, chiodi, per ricostruire Gaza.

Certamente ora che l’Egitto ha vietato l’ingresso dei convogli nel suo territorio, è molto più difficile. Avrei preferito passare sulla terraferma che via mare, non sono un marinaio, ma è l’unica via per andare a Gaza. Vogliamo che questo convoglio internazionale possa navigare sotto bandiera turca, che vi siano a bordo delle personalità eminenti e che possa trasportare una grande quantità di materiale; ad esempio il necessario per ricostruire le case distrutte da Israele. Abbiamo buone probabilità di arrivare in porto. Se riusciamo ad arrivarci, potremo ritornare con le nostre navi piene di prodotti di Gaza ed avviare così una linea commerciale marittima tra Gaza ed il mondo.

Stiamo costruendo una coalizione internazionale; il movimento “Viva Palestina” esiste ora in numerosi paesi: Africa del Sud, Stati Uniti, Malesia, Gran Bretagna, Irlanda; spero che il movimento di solidarietà francese si unisca a noi.

Silvia Cattori: Se ho ben inteso, lei conta di raccogliere ed unificare internazionalmente i gruppi e la gente, attualmente sparsi ed indeboliti, per ottenere la maggior efficacia possibile e diventare eventualmente il leader di tale movimento?

George Galloway: No, non penso di esserne il leader. Credo che la Turchia sia il leader. Il primo ministro Erdogan dovrebbe essere il nostro leader. Penso sia l’unico uomo di Stato che possa realmente avere una grande eco – in particolare nel mondo musulmano, il mondo arabo – e che possa risvegliare il gigante addormentato dell’opinione pubblica araba.

La Turchia è un elemento importantissimo per la nostra riuscita. Rappresenta un nuovo fattore nell’equazione palestinese. Dopo decenni di alleanza strategica con Israele, la Turchia è diretta oggi da un governo che i cittadini del mondo non possono che ammirare. L’ONG umanitaria turca IHHA è stata decisiva per il successo del nostro ultimo convoglio. Ci ha fornito i veicoli ed ha apportato più del 40% delle persone che hanno partecipato. Erdogan è intervenuto personalmente per ottenere il lasciapassare da parte di Mubarak. Ci ha fornito tutto il sostegno politico e diplomatico che ci occorreva affinché potessimo raggiungere il nostro obiettivo di entrare a Gaza per offrire alla popolazione il nostro materiale ed il nostro aiuto.

Silvia Cattori: Vedo che lei si affretta a ripartire ed a lanciarsi in una nuova sfida per attirare l’attenzione del mondo su Gaza e sulla sua popolazione deliberatamente affamata, e sempre messa in trappola da una chiusura più che mai crudele e pericolosa. Ma non è un sogno irrealizzabile? Navigando sotto bandiera turca, non teme di essere accusato di voler istigare uno Stato contro uno Stato? Ciò non sarà considerato da Israele come un atto di guerra?

George Galloway: No, non sarà un atto di guerra perché le acque internazionali sono le acque internazionali, e dopo c’è il mare di Gaza. Bisogna solo avere il coraggio di passare dalle acque internazionali alle acque di Gaza. Non c’è alcune minaccia contro Israele. Il convoglio può essere ispezionato dai funzionari delle Nazioni Unite per verificare che non vi sono armi. Sono già passate diverse imbarcazioni.

Silvia Cattori: I tre ultimi tentativi di raggiungere Gaza via mare, nel 2008, sono falliti! E i primi due tentativi, se sono andati a buon fine, non può essere perché Israele in quel momento aveva un interesse nel lasciarli passare?

George Galloway: Si trattava di una o due imbarcazioni, e non avevano la protezione di Stati importanti. Occorre assicurarsi l’appoggio di Stati che hanno un certo peso. È a ciò che stiamo lavorando ora.

Credo che siamo in grado di creare le condizioni che ci permetteranno di arrivare in porto. Dobbiamo provare, costi quel che costi; in questo contesto di blocco, non c’è altra via per raggiungere Gaza che passando via mare. All’inizio degli anni ’60, quando Berlino Ovest era isolata, tutti i paesi europei hanno organizzato un ponte aereo per apportarle aiuto. È di un ponte così che abbiamo bisogno. Non possiamo farlo via aria, ma possiamo farlo via mare. Più grande sarà, meglio sarà. Dobbiamo andarci numerosi; dobbiamo avere a bordo delle personalità di fama mondiale ed il sostegno di Stati importanti, o almeno di uno Stato importante. E la Turchia sarà, credo, la chiave.

Silvia Cattori: Il gruppo di “Free Gaza” non aveva annunciato la sua intenzione di andare a Gaza nello stesso periodo? Non lavorate insieme?

George Galloway: Non so quello che fa “Free Gaza”; noi rispettiamo quello che fanno. Sappiamo che hanno già ritardato tre volte il loro viaggio; mi auguro che si uniscano al nostro convoglio, ma se decidono di andarci da soli, hanno il mio pieno sostegno.

Silvia Cattori: La gente che si fida di voi, che vi ha accompagnato durante i tre convogli, soprattutto l’ultimo, che impressione ha? Dev’essere stata un’esperienza affascinante e senza dubbio arricchente, ma anche traumatizzante. Com’è ritornata dal terzo ed ultimo convoglio di dicembre-gennaio? E lei? Stanco o più forte?

George Galloway: Più forte. Ma il prossimo convoglio via mare non necessiterà della presenza di altrettante persone. In questo caso, le sole persone che possono essere un aiuto, che possono essere veramente efficaci, sono delle personalità conosciute, dei grandi donatori, e gente che ha esperienza in marina. Non abbiamo bisogno di molti passeggeri su queste navi. È una tattica differente, questa. In un convoglio via terra, tutti sono i benvenuti. Nell’ultimo avevamo con noi 520 persone di 17 paesi. Qui, non avremo bisogno che da 15 a 20 persone per nave.

Silvia Cattori: La gente che ha seguito la vostra lunga e difficoltosa odissea è rimasta impressionata. Deve farle piacere sapere che si sente dire: “Se vedete qualcuno della tempra di Galloway, seguitelo!”. Ma i vostri successi non pesano sulle vostre spalle? È una grande responsabilità!

George Galloway: Si. Ma sono in questa lotta da 35 anni. Avevo 21 anni quando l’ho cominciata. Non l’abbandonerò. Non lasceremo sola la popolazione di Gaza.

Silvia Cattori

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1 febbraio 2010

A Gaza con il Viva Palestina Convoy.


Oltre alla Gaza Freedom March, di cui abbiamo pubblicato un breve resoconto, l'altra grande iniziativa dell'attivismo pacifista per rompere l'assedio alla Striscia di Gaza è stata costituita dal Viva Palestina Convoy, un convoglio umanitario organizzato da Viva Palestina e animato dal deputato inglese George Galloway, che tra mille difficoltà e traversie è riuscito a portare ai Palestinesi di Gaza medicinali e vario materiale umanitario, e soprattutto la solidarietà della società civile verso una popolazione sottoposta ad una punizione collettiva davvero degna del regime nazista.

Mentre Berlusconi riafferma le attestazioni di stima e di amicizia verso Israele, e ivi si reca in visita portandosi in gita premio ben otto ministri, c'è ancora in Italia e nel mondo chi ha il coraggio e la voglia di denunciare un regime colonialista, brutale e spietato come quello israeliano, non cessa di denunciarne i crimini inauditi, non smette e non smetterà mai di lottare al fianco del popolo palestinese.

3rd International convoy departed on December 6th 2009 and arrived in Gaza January 6th

2010 - MISSION ACCOMPLISHED!
One month, thousands of miles, ten countries, one ship and a four flights later, Viva Palestina has entered the besieged Gaza Strip (da
www.vivapalestina.org).

Questo comunicato stampa è una breve sintesi delle vicende del “Convoy to Gaza” inglese. Ci riserviamo di dare un seguito con una analisi politica più approfondita. Quello che va sottolineato e ribadito è che il successo del Convoy to Gaza è dovuto alla determinazione politica di tutti/e i partecipanti.

Nessuno tra gli organizzatori e tra i partecipanti ha mai messo in dubbio l’obiettivo del convoglio: entrare a Gaza. Questa determinazione ha permesso al convoglio di superare tutte le difficoltà frapposte dal governo egiziano in combutta con quello israeliano.

Abbiamo partecipato, unici italiani, al Viva Palestina Convoy, organizzato da Viva Palestina (VP) (http://www.vivapalestina.org/) e animato dal deputato britannico George Galloway. Il convoglio, partito da Londra il 6 dicembre 2009, ha attraversato Belgio, Germania, Austria, Italia, Grecia, Turchia, Siria, Giordania ed Egitto ed è arrivato, dopo infinite difficoltà, a Gaza la sera del 6 gennaio 2010.

Per quanti/e sono partiti/e da Londra l’odissea è durata un mese! Al convoglio formato in partenza da 350 attivisti/e britannici (molti delle comunità musulmane inglesi) da una delegazione della Malesia, e da 150 automezzi e ambulanze, si sono successivamente uniti un gruppo belga, una forte delegazione turca di circa 90 persone e 60 automezzi e ambulanze e circa 60 giovani di Viva Palesatine US. In totale circa 500 persone e circa 200 automezzi.

Come ISM-Italia, avevamo consegnato in Italia al convoglio, 10.000 euro di medicinali, forniti dalla Cooperazione Internazionale della Regione Piemonte. Abbiamo raggiunto il convoglio a Damasco il 21 dicembre e proseguito per la Giordania, con una straordinaria accoglienza della popolazione nei piccoli paesi attraversati, nelle città, con momenti di incontro con le comunità musulmane locali (ad Amman hanno raggiunto il convoglio anche tre rabbini del gruppo Naturei Karta), con il dono di cibo, acqua e dolci. A Damasco siamo stati ospitati a cura del governo siriano in un moderno complesso turistico alla periferia della città, sia il 21 dic, sia quando siamo passati di nuovo per raggiungere il porto di Lattakia. Ad Aqaba, bloccati dal rifiuto dell’Egitto di poter proseguire nel Sinai, per raggiungere Gaza, ormai a meno di 200 km, il 27 dicembre giorno dell’inizio dell’attacco israeliano del 2008, alcuni alberghi hanno messo a disposizione gratuitamente le loro stanze e offerto cibo a tutti.

L’Egitto, malgrado gli accordi precedentemente sottoscritti con Viva Palestina ha posto tre condizioni:
di arrivare al porto di El Arish
di accettare il permesso di ingresso a Gaza da parte israeliana
di consegnare i materiali all’UNRWA

Queste due ultime condizioni sono state respinte dal convoglio.

Siamo stati comunque costretti a tornare in Siria sino al porto di Lattakia con un ulteriore viaggio di circa 800 km. Qui, dopo lunghe trattative della delegazione di VP, del governo siriano e turco con quello egiziano, tutti i mezzi sono stati fatti salire su una nave turca e le persone divise in 4 gruppi trasferite con voli charter all’aeroporto di El Arish.

Da quel momento infiniti ostacoli e continui nuovi raggiri sono stati posti dalle autorità egiziane: attese lunghissime all’aeroporto di El Arish per la verifica dei documenti, per alcuni gruppi oltre le sei ore, per altri una notte intera senza cibo e acqua, portati poi dalla croce rossa egiziana, senza sufficienti bagni, con l’appello finale per restituire i passaporti, gridati, i nomi, con voci rauche che ricordavano il Raus nazista, sino alla ‘detenzione’ nel compound del porto e all’attacco pianificato da parte della polizia egiziana a sera inoltrata.

La polizia egiziana, giunta in forze (circa 2000 poliziotti) e in assetto antisommossa, con decine di furgoni (della Iveco) nella tarda serata del 5 gennaio, ha iniziato a provocare chi manifestava per la chiusura dei cancelli e per il rifiuto egiziano di far entrare a Gaza alcuni veicoli. Hanno iniziato a lanciare sacchi di sabbia e pietre e successivamente a picchiare e arrestare chiunque fosse sotto tiro. Personalmente siamo stati testimoni dell’arrivo successivo, verso mezzanotte, di circa 200 giovanissimi poliziotti egiziani senza uniforme ma con sacchi di grosse pietre. Il bilancio, il giorno successivo, è stato di 55 feriti e 7 arrestati (fra cui due giovani attivisti del gruppo US Viva Palestina, con cui avevamo condiviso il lungo viaggio e che erano stati con noi poco prima).

E che oltre 500 attivisti filopalestinesi siano stati attaccati con pietre, l’arma della prima intifada palestinese, da la misura del grottesco con il quale si è mossa la polizia egiziana.

Nella tarda mattinata del 6, George Galloway, dopo lunghe e stressanti mediazioni, ha annunciato la liberazione degli arrestati e l’entrata nella striscia di Gaza per tutto il Convoy, tranne 59 veicoli alcuni dei quali con grosse apparecchiature e generatori, che Israele pretendeva passassero per Kerem Shalom. La delegazione turca ha spiegato poi che saranno destinati ai campi profughi palestinesi in Siria e Libano.

L’uscita dal compound e l’arrivo a Rafah hanno occupato tutto il pomeriggio e parte della notte tra il 6 e 7 gennaio. L’entrata nella Striscia di Gaza, con gruppi di palestinesi che offrivano garofani a tutti gli attivisti e attiviste nei veicoli ha ripagato tutti delle fatiche e delle lunghe attese. Uno dei ragazzi del nostro autobus, del US Viva Palestina, picchiato e con la testa fasciata, al suo arrivo ha detto di voler tenere il suo sangue sulla maglietta, come simbolo del sangue di tutti i palestinesi.

Secondo il Palestinian Center for Human Rights a Gaza sono entrate 482 persone e 130 veicoli del convoglio.

Il giorno 7 ci sono state le grandi manifestazioni di consegna dei veicoli e degli aiuti (medicinali innanzitutto, protesi, pacchi di materiale scolastico ecc.), l’incontro con le autorità del governo di Hamas, con un lungo discorso di ringraziamento del premier Haniyeh, che è il primo ministro legittimo dell’ANP e non semplicemente il primo ministro de facto a Gaza, ma anche con molti ragazzi e ragazze, con donne che volevano conoscere personalmente chi era riuscito ad arrivare sino a loro. “Da dove vieni, come ti chiami, perché sei venuto a Gaza?” erano le domande più frequenti durante tutto il giorno. “Vieni a casa mia, ti invito, stai con la mia famiglia”. Era rilevabile, specie fra i più giovani l’ansia di parlare con “chi sta nel mondo di fuori”, un’ansia, talora aggressiva nei giovani uomini, che tradiva il trauma subito non solo nel gennaio 2009, ma negli anni passati, trauma che la popolazione continua a subire, per la chiusura delle comunicazioni con l’esterno e per la paura di un'altra aggressione, “The Second Gaza War”, di cui molti parlano e che già si legge nei giornali israeliani.

All’uscita il giorno dopo (poiché ci erano state “concesse” dal governo egiziano solo 48 ore di permanenza nella Striscia), si aspetta l’apertura del valico per circa 8 ore (ormai è chiaro che gli egiziani non vogliono mostrare la presenza del convoglio agli abitanti del Sinai, perciò si viaggia sempre di notte). Alle 18,30 si aprono i cancelli e si entra in territorio egiziano. Chiusi fra i muri di cemento costruiti da israeliani ed egiziani, pensiamo a come ci si può sentire quando si vive in queste condizioni da anni. Alcuni palestinesi presenti ci informano che nella notte sono state colpite e distrutte case vicino a Khan Younis e uccisi 3 civili, compresa una bambina di pochi mesi. Terminate le procedure, ci fanno entrare negli autobus, contati più volte dai poliziotti; gli autobus vengono chiusi e, scortati da decine di furgoni di polizia, si parte per una lunga notte. Siamo in stato di arresto per essere deportati dall’aeroporto del Cairo come persone non grate. Alcuni autobus si rompono e si fermano nella nebbia e nel freddo del deserto. Si cambia autobus sotto un controllo duro con decine di poliziotti intorno. Spesso non permettono che donne e uomini possano scendere per le loro ‘esigenze primarie’. Lo permettono solo quando si urla. Così ‘deportati’ (se con noi ‘normali’ attivisti è questo il trattamento, possiamo immaginare come trattano i migranti clandestini e i palestinesi), si arriva all’aeroporto del Cairo, dove si aspetta ancora. E’ certamente una “punizione collettiva”, a cui ormai vengono addestrati anche i poliziotti egiziani. Ci tolgono i passaporti. Senza cibo e con scarse toilette. Molti non hanno più il biglietto, alcuni, specie fra i giovani, non possono pagarsene un altro e non possono quindi essere portati nei terminal. Perciò aspettano in ‘detenzione’ in attesa dell’intervento della relativa ambasciata. Via via che ciascuno/a riesce ad avere un volo assicurato, pagando un altro volo, viene portato al gate, dove la polizia ti fa il check-in e praticamente ti spedisce sin dentro l’aereo. Noi riusciamo ad avere un volo a metà pomeriggio del sabato 9 gennaio, altri meno fortunati rimarranno ancora una notte e ripartiranno domenica, sempre in stato di detenzione.

Certo ora è importante fare, insieme a tutti i gruppi di internazionali che hanno fatto queste esperienze, una riflessione politica lucida sulla situazione attuale e sulle strategie nuove da adottare.

L’esperienza che abbiamo avuto partecipando al Convoy è stata in ogni caso, molto positiva. Abbiamo incontrato decine di attivisti/e giovani e meno giovani, di culture e religioni diverse, vivaci, entusiasti, pronti ad ogni faticoso cambiamento di programma, ma decisi nell’essere uniti per arrivare a Gaza. Persone che hanno lavorato molto nei mesi precedenti a livello di comunità e territorio per organizzare il convoglio.

E’ stato anche molto importante l’aver attraversato paesi diversi e aver costruito insieme partecipazione e accoglienza nelle comunità, in particolare quelle musulmane, e ampliato l’informazione per far crescere un senso comune di solidarietà con tutto il popolo palestinese e in particolare con quello della striscia di Gaza, dove, non va dimenticato, è in corso un genocidio.

Diana Carminati e Alfredo Tradardi
ISM-Italia
Torino, 15 gennaio 2010

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