25 maggio 2010

Te la do io la testata (nucleare)!

Come abbiamo avuto più volte occasione di osservare, è ormai un dato pacificamente accettato che Israele possieda un arsenale atomico costituito da un numero di testate nucleari che viene stimato in duecento-trecento unità; testate che possono essere lanciate anche dai sommergibili della marina israeliana.

Quello del britannico The Guardian - raccontato nell'articolo che segue - non sembrerebbe dunque uno scoop così sensazionale. E, tuttavia, i documenti scoperti in Sudafrica e pubblicati dal quotidiano costituirebbero la prima prova ufficiale del fatto che Israele era ed è una potenza atomica, stante che già nel 1975 l'allora ministro della difesa Shimon Peres aveva offerto di vendere armi nucleari al ministro sudafricano P.W. Botha.

Ma, soprattutto, tali documenti farebbero venir meno - come giustamente viene rilevato - quella "responsabilità" dello Stato israeliano che lo legittimerebbe a detenere armi nucleari il cui possesso viene, invece, negato ad altri Paesi, a cagione della loro "pericolosità".

In verità, non si riesce bene a capire come possa essere consentito di detenere armi di distruzione di massa ad uno Stato quale quello israeliano, che ne ha addirittura pianificato l'uso in caso di attacchi militari che ne mettano in pericolo l'esistenza (la cd. Samson Option), ma lo ha ipotizzato anche in altri casi, come di recente ha denunciato il premier turco Erdogan.

Quello svelato dal Guardian è un ottimo esempio della collaborazione che esisteva tra due nazioni caratterizzate dall'uso sistematico della pratica dell'apartheid. Dopo il 1989, il regime dell'apartheid è venuto meno, e il Sudafrica ha aderito al Trattato di non proliferazione nucleare. Stiamo ancora aspettando che anche Israele faccia lo stesso.

“Israele vendeva armi nucleari al Sudafrica”
di Teresa Scherillo - 24 maggio 2010

L’agenda “top secret” delle riunioni tra alti funzionari dei due paesi nel 1975 dimostra che il ministro della difesa sudafricano, PW Botha, chiese testate nucleari a Shimon Peres, allora ministro della difesa di Israele che rispose con una offerta “in tre dimensioni”. I due uomini firmarono inoltre un accordo di ampio respiro che disciplinava i legami militari tra i due paesi e includeva una clausola che dichiarava che “l’esistenza stessa di quell’ accordo” doveva rimanere segreta.

L’AMBIGUITA’ DI ISRAELE - I documenti, scoperti da un accademico americano, Sasha Polakow-Suransky, e riportati dal The Guardian, che per un suo libro era alla ricerca delle strette relazioni tra i due paesi che fornissero la prova che Israele possiede armi nucleari, nonostante la sua politica di “ambiguità” dove non c’è conferma, né negazione della loro esistenza. Le autorità israeliane hanno cercato, senza successo, di fermare le declassificazione dei documenti del governo del Sudafrica post-apartheid su richiesta di Polakow-Suransky e le rivelazioni costituiranno un serio imbarazzo per Israele proprio quando,questa settimana, partiranno a New York i colloqui sulla non proliferazione nucleare in Medio Oriente. L’incidente potrà anche minare i tentativi di Israele di suggerire che, se si posseggono armi nucleari, bisogna essere una “potenza responsabile, per evitarne l’ uso improprio, considerando che paesi come l’Iran non possono essere considerati attendibili”.

L’ALLEANZA SEGRETA - I documenti sudafricani mostrano che i militari dell’era dell’apartheid volevano i missili come deterrente per i potenziali attacchi contro i paesi limitrofi e che entrambi gli stati si incontrarono il 31 marzo 1975. Polakow-Suransky scrive nel suo libro, pubblicato negli Stati Uniti questa settimana, The Unspoken Alliance: un’alleanza segreta di Israele con il Sudafrica dell’apartheid, che i funzionari dei colloqui israeliani “proposero formalmente di vendere al Sudafrica alcuni dei missili Jericho del loro arsenale“. Tra i partecipanti alla riunione c’era il capo del personale militare del Sud Africa, il tenente generale RF Armstrong. Fu lui a redigere subito una nota in cui enunciava i vantaggi del Sud Africa ad ottenere i missili Jericho, ma solo se dotati di armi nucleari. Il memorandum, con la dicitura “top secret” che è datato lo stesso giorno dell’incontro con gli israeliani, era stato precedentemente rivelato, ma il contesto non era stato pienamente compreso perché non era conosciuto per essere direttamente collegato all’ offerta israeliana e che è stata la base per una richiesta diretta ad Israele. In esso, Armstrong scrive: “Nel considerare i meriti di un sistema d’arma come quello offerto, alcune ipotesi sono state fatte: a) che i missili saranno armati con testate nucleari prodotte in RSA (Repubblica del Sud Africa) o acquisite altrove“.

NOME IN CODICE: CHALET - Ma il Sudafrica è stato per anni in grado di costruire armi atomiche. Poco più di due mesi dopo, il 4 giugno, Peres e Botha si incontravano a Zurigo. A quel punto il progetto Gerico aveva nome in codice: Chalet. Il verbale top secret della seconda riunione riportava: “Il ministro Botha ha manifestato interesse in un numero limitato di unità del soggetto Chalet al carico corretto che sarà disponibile“. Il documento registra poi: “Il ministro Peres ha detto che il carico utile corretto è disponibile in tre misure. Il ministro Botha ha espresso apprezzamento e ha detto che avrebbe chiesto un consiglio”. Si presume che la dicitura “tre taglie” si riferisca al tipo di armi: convenzionali, chimiche e nucleari. L’uso di un eufemismo, il “carico corretto”, riflette la sensibilità di Israele sulla questione nucleare e non poteva essere utilizzato se fosse stato riferito alle armi convenzionali. Può anche significare solo testate nucleari, così come il memorandum di Armstrong chiarisce dove indica che il Sud Africa era interessato ai missili Jericho unicamente come mezzo per trasmettere le armi nucleari. Inoltre, il solo carico utile che i sudafricani avrebbero dovuto ottenere da Israele era nucleare. I sudafricani erano in grado poi di mettere insieme altre testate. Botha non è andato avanti con l’accordo in parte a causa del costo. Inoltre, qualsiasi operazione avrebbe dovuto avere l’approvazione finale dal primo ministro di Israele e non è certo che sarebbe stato possibile. Alla fine il Sud Africa ha costruito le sue bombe nucleari, anche se forse con l’aiuto di Israele. Ma la collaborazione sulla tecnologia militare è cresciuta solo negli anni seguenti. Il Sud Africa ha anche fornito gran parte dell’ uranio yellowcake che era necessario ad Israele per sviluppare le sue armi. I documenti confermano le dichiarazioni di un ex comandante militare del Sud Africa, Dieter Gerhardt – incarcerato nel 1983 per spionaggio a favore dell’Unione Sovietica. Dopo il suo rilascio con il crollo dell’apartheid, Gerhardt rivelò che c’era un accordo tra Israele e Sud Africa chiamato Chalet che coinvolgeva un ‘offerta da parte dello stato ebraico di otto missili Jericho con “testate speciali”. Gerhardt affermò che si trattava di bombe atomiche. Ma all’epoca non vi era alcuna prova documentale dell’offerta.

L’ACCORDO SECMENT - Alcune settimane prima che Peres formulasse la sua offerta di testate nucleari a Botha, i due ministri della difesa firmarono un accordo segreto che disciplinava l’alleanza militare noto come Secment. Un documento così segreto che aveva incluso nel testo la negazione della propria esistenza: “E’ espressamente convenuto che l’esistenza stessa di questo accordo … è segreta e non potrà essere rivelata da entrambe le parti“. L’accordo sottolineava che nessuna delle parti poteva unilateralmente rinunciarvi. L’esistenza del programma nucleare di Israele venne rivelato da Mordechai Vanunu al Sunday Times nel 1986. Egli fornì le fotografie scattate all’interno del sito nucleare di Dimona e diede una descrizione dettagliata dei processi coinvolti nella produzione di una parte del materiale nucleare, ma non presentò alcuna documentazione scritta. Documenti sequestrati dagli studenti iraniani dell’ambasciata americana a Teheran dopo la rivoluzione del 1979 rivelarono che lo Scià si era detto interessato allo sviluppo di armi nucleari israeliane. Ma i documenti sudafricani confermano che Israele era in grado di armare i missili Jericho con testate nucleari. A Gerusalemme le affermazioni del giornale britannico hanno destato collera. “Si tratta di informazioni infondate, senza alcun collegamento alla realtà” ha detto alla radio militare il portavoce di Peres, Ayelet Frisch. “Ci accingiamo ad inviare al Guardian una lettera perentoria e a richiedere la pubblicazione dei fatti corretti”. ”È riprovevole – ha aggiunto Frisch – che il giornale non abbia trovato opportuno rivolgersi al presidente Peres prima della pubblicazione per ascoltare i suoi commenti”. Fonti politiche israeliane, citate dalla stessa emittente, hanno aggiunto che la attendibilità dei documenti pubblicati dal giornale britannico è “dubbia”.
N.B. L'articolo del Guardian tradotto a cura di Medarabnews è rinvenibile qui.

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15 ottobre 2009

Continua il silenzio Usa sul nucleare israeliano.

Come abbiamo già avuto modo di rilevare, il segreto peggio conservato al mondo è probabilmente costituito dal fatto che Israele possiede la bomba atomica.

Ufficialmente, gli Stati Uniti hanno sempre adottato una politica di ambiguità riguardo all’arsenale atomico detenuto da Israele, non riconoscendo mai esplicitamente – ma neppure negando – che lo Stato ebraico sia in possesso di svariate testate nucleari, stimate dai diversi analisti del settore in un numero compreso tra le duecento e le quattrocento testate.

Secondo indiscrezioni riportate dal Washington Times nell’articolo che segue, proposto nella traduzione del sito
Medarabnews, di recente il Presidente americano Barack Obama avrebbe accettato di riconfermare la tacita intesa stipulata fra gli Stati Uniti ed Israele ai tempi di Nixon, in base alla quale Washington si impegna a non esercitare pressioni su Tel Aviv in merito al programma nucleare di Israele.

Questo fatto, come è ovvio, stride maledettamente con la politica volta al disarmo, alla pace e alla non proliferazione nucleare che costituisce uno dei cardini programmatici della presidenza Obama e che, secondo molti, ha costituito uno dei motivi principali per cui allo stesso Obama è stato conferito il premio Nobel per la pace.

In questo periodo in cui molti paventano come catastrofica l’ipotesi che l’Iran si doti dell’arma atomica, sarebbe utile puntare i riflettori anche sull’arsenale atomico detenuto da Israele e pronto ad essere usato alla bisogna senza alcuna remora.

E’ utile qui ricordare come, già nel 1991, il reporter investigativo Seymour Hersh avesse pubblicato un libro intitolato “
The Samson Option” (curiosamente uno dei pochi non tradotti in italiano…), in cui si rivelava nel dettaglio la strategia israeliana di un massiccio attacco nucleare contro i Paesi arabi nel caso in cui l’esistenza stessa di Israele fosse stata messa a repentaglio. Il libro tra l’altro rivelava che, già nel 1973, al terzo giorno della guerra dello Yom Kippur, Israele aveva minacciato di usare la bomba atomica, ricattando l’allora Presidente Usa Nixon e inducendolo ad autorizzare ulteriori aiuti militari.

Ancora una volta, dunque, il principale ostacolo lungo il percorso di pace prefigurato da Obama è costituito proprio dal suo principale “alleato” in Medio Oriente, Israele. Per ricordare quanto sostenuto di recente dal Direttore dell’AIEA Mohamed El Baradei, il regime di non proliferazione nucleare rischia di perdere ogni credibilità e ogni legittimità di fronte alla pubblica opinione nel mondo arabo (ma non solo), poiché non viene a costituire altro che l’ennesimo esempio di doppio standard a favore dello Stato ebraico, l’unico paese della regione al di fuori del Trattato di non proliferazione e di cui è noto che possiede armi nucleari.

E ciò, oggi, e ancor più grave a seguito della presentazione del rapporto Goldstone, che ha mostrato al mondo come Israele non abbia avuto alcuna remora nel dispiegare a Gaza tutta la terrificante potenza del proprio arsenale bellico, massacrando un’intera popolazione civile inerme con i suoi missili, le granate al fosforo bianco, i proiettili all’uranio impoverito, le granate a flechettes.

E se un giorno, anziché la Striscia di Gaza, Israele decidesse di attaccare l’Iran, quali armi sarebbe disposto ad usare?

Il presidente Obama ha recentemente riconfermato una quarantennale intesa segreta che ha permesso a Israele di mantenere un arsenale nucleare senza aprirsi alle ispezioni internazionali. Lo hanno affermato tre funzionari che hanno avuto a che fare con questo accordo.

I funzionari, che hanno parlato in condizione di anonimato, hanno dichiarato che Obama aveva promesso di confermare l’accordo quando ha ospitato per la prima volta il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, lo scorso maggio.

In base all’intesa, gli Stati Uniti non hanno esercitato pressioni su Israele perché divulgasse le proprie armi nucleari o firmasse il Trattato di Non Proliferazione (NPT), il quale potrebbe richiedere che Israele rinunci alle diverse centinaia di bombe nucleari che si stima siano in suo possesso.

Israele ha avuto il timore che Obama non avrebbe confermato l’intesa del 1969 a causa del suo forte impegno a favore della non proliferazione e della priorità di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari. Gli Stati Uniti ed altre cinque potenze mondiali hanno compiuto progressi durante i colloqui con l’Iran, giovedì 1° ottobre a Ginevra,quando Teheran ha accettato in linea di principio di trasferire fuori dal paese il combustibile potenzialmente utile alla costruzione di armi nucleari, e di aprire alle ispezioni internazionali un impianto scoperto di recente.

Netanyahu si è lasciato sfuggire la notizia del confermato accordo USA-Israele alla fine di settembre, nel corso di un’osservazione che ha attirato poca attenzione. Gli era stato chiesto dal Canale 2 di Israele se era preoccupato della possibilità che il recente discorso di Obama all’Assemblea Generale dell’ONU, che invocava un mondo senza armi nucleari, si applicasse anche ad Israele.

“Era assolutamente chiaro dal contesto del discorso che egli stava parlando della Corea del Nord e dell’Iran”, ha risposto il leader israeliano. “Ma vi voglio anche ricordare che nel corso del mio primo incontro con il presidente Obama a Washington ho ricevuto da lui, ed ho chiesto di ricevere da lui, una lista dettagliata delle intese strategiche che esistono da molti anni fra Israele e gli Stati Uniti su questo tema. Non è per niente che ho richiesto [quel documento], e non è per niente che l’ho ricevuto”.

L’importante intesa nucleare fu raggiunta in occasione di un vertice fra il presidente Nixon ed il primo ministro israeliano Golda Meir che ebbe inizio il 25 settembre 1969. Avner Cohen – autore di “Israel and the Bomb”, oltre che la principale autorità, eccetto il governo israeliano, sulla storia del programma nucleare israeliano – ha affermato che l’accordo consiste nel fatto che “gli Stati Uniti accettino passivamente la situazione delle armi nucleari israeliane fino a quando Israele non rivelerà pubblicamente le sue capacità, o non testerà apertamente un’arma”.

Non vi è una registrazione formale dell’accordo, né i governi israeliani ed americani lo hanno mai pubblicamente riconosciuto. Nel 2007, tuttavia, la biblioteca Nixon declassificò un promemoria del consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger che praticamente spiega la politica USA sull’argomento. Il promemoria afferma: “Sebbene idealmente potrebbe piacerci fermare l’effettivo possesso [di armi nucleari] da parte israeliana, ciò che realmente vogliamo come misura minima potrebbe essere semplicemente evitare che il possesso israeliano diventi un fatto stabilito a livello internazionale”.

Avner Cohen ha affermato che la politica che ne è risultata equivaleva alla formula “non chiedere, non dire”.

Il governo Netanyahu ha cercato di riaffermare l’intesa anche a causa della preoccupazione che l’Iran, nei negoziati con gli Stati Uniti e con le altre potenze mondiali, avrebbe cercato di ottenere la divulgazione, da parte di Tel Aviv, del programma nucleare israeliano. L’Iran ha frequentemente accusato gli Stati Uniti di usare due pesi e due misure non opponendosi all’arsenale israeliano.

Cohen ha detto che la riconferma dell’intesa, ed il fatto che Netanyahu abbia chiesto e ricevuto una registrazione scritta dell’accordo, suggeriscono che “non soltanto non vi era un’intesa condivisa su ciò che era stato concordato nel settembre del 1969, ma è anche evidente che perfino le note dei due leader potrebbero non esistere più. Ciò significa che Netanyahu ha voluto avere qualcosa di scritto che implicasse quell’intesa. Ciò conferma anche l’opinione che gli Stati Uniti siano in effetti un partner della politica di ‘opacità’ nucleare portata avanti da Israele”.

Jonathan Peled, un portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington, ha rifiutato di commentare, così come ha fatto il National Security Council della Casa Bianca.

L’intesa segreta potrebbe compromettere l’obiettivo dell’amministrazione Obama di un mondo senza armi nucleari. In particolare, potrebbe scontrarsi con gli sforzi americani di far applicare il Trattato sul bando complessivo dei test (Comprehensive Test-Ban Treaty – CTBT) e il Trattato sul taglio del materiale fissile (Fissile Material Cut-off Treaty – FMCT), due accordi che secondo alcune amministrazioni americane del passato avrebbero dovuto essere applicati anche ad Israele. Questi trattati mettono al bando i test nucleari e la produzione di materiale fissile a scopi bellici.

Un membro dello staff del Senato che ha dimestichezza con la riconferma dell’intesa avvenuta lo scorso maggio – il quale ha chiesto di non essere nominato a causa della delicatezza della questione – ha affermato che “ciò che questo significa è che riguardo al programma nucleare israeliano il presidente si è impegnato su cose rispetto a cui non poteva fare altrimenti. Tuttavia, in linea di principio, ciò mette in questione tutti gli aspetti dell’agenda presidenziale di non proliferazione. Il presidente ha dato ad Israele un’esenzione gratuita dall’NPT”.

Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’organizzazione Arms Control, ha affermato che questo passo non è così nocivo per la politica USA.

“Credo che sia corretto che i due nuovi leader degli Stati Uniti e di Israele abbiano voluto chiarire le precedenti intese fra i loro governi sulla questione”, ha detto.

Tuttavia Kimball ha aggiunto: “Con tutto il rispetto non sono d’accordo con Netanyahu. Il discorso del presidente Obama e la risoluzione 1887 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si applicano a tutti i paesi a prescindere dalle intese segrete fra gli Stati Uniti ed Israele. Un mondo senza armi nucleari è in armonia con l’obiettivo dichiarato di Israele di giungere a un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa. Il messaggio di Obama è che le stesse responsabilità in materia di disarmo e non proliferazione dovrebbero essere applicate a tutti gli stati, e non solo ad alcuni”.

La dottrina nucleare israeliana è nota come “il lungo corridoio”. In base ad essa, Israele comincerebbe a considerare il disarmo nucleare solo dopo che tutti i paesi ufficialmente in guerra con lo stato ebraico avranno firmato un trattato di pace, e dopo che tutti i paesi vicini avranno abbandonato non solo i programmi nucleari ma avranno anche rinunciato agli arsenali chimici e biologici. Israele considera le armi nucleari come una garanzia esistenziale in un ambiente ostile.

David Albright, presidente dell’Institute for Science and International Security, ha detto di sperare che l’amministrazione Obama non conceda troppo a Israele.

“Si spera che il prezzo di simili concessioni sia l’accettazione da parte di Israele dei trattati CTBT e FMCT, oltre che dell’obiettivo a lungo termine di un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa”, ha dichiarato. “Altrimenti l’amministrazione Obama ha pagato un prezzo troppo alto, considerato il suo impegno per un mondo libero dalle armi nucleari”.

Eli Lake

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31 marzo 2009

Quando verrà l'ora di discutere del nucleare israeliano?


Alla fine, anche l’esercito americano si è lasciato sfuggire quello che, in realtà, è il segreto peggio conservato al mondo: Israele possiede la bomba atomica.

Ufficialmente, gli Stati Uniti hanno sempre adottato una politica di ambiguità riguardo alla capacità nucleare israeliana, non riconoscendo mai – ma neppure negandolo – che Israele sia dotato di testate atomiche.

Ma uno studio del Dipartimento della Difesa, completato alla fine dello scorso anno, costituisce il primo caso in cui, in un rapporto non classificato, Israele viene esplicitamente definito come una potenza nucleare. A pagina 37 del rapporto del U.S. Joint Forces Command (JFCOM), infatti, si può leggere che “… c’è un arco crescente di potenze nucleari che va da Israele a ovest attraverso l’emergente Iran fino al Pakistan e all’India, e più avanti fino alla Cina, la Corea del Nord e la Russia ad est”.

Questo singolo riferimento è molto più di quanto fino ad oggi gli Stati Uniti abbiano pubblicamente ammesso riguardo alla capacità nucleare di Israele, benché in realtà il mondo intero, già dal 1986, conoscesse il programma atomico israeliano grazie alle rivelazioni di Mordechai Vanunu.

Alcuni anni dopo, esattamente nel 1991, il reporter investigativo Seymour Hersh pubblicò un libro intitolato “The Samson Option”, in cui rivelava in dettaglio la strategia israeliana di un massiccio attacco nucleare contro gli Stati arabi nel caso in cui l’esistenza stessa di Israele fosse in pericolo. Tra l’altro il libro rivela come già nel 1973, al terzo giorno della guerra dello Yom Kippur, Israele avesse minacciato di usare l’arma atomica, ricattando l’allora Presidente americano Richard Nixon e inducendolo ad autorizzare ulteriori rifornimenti militari.

Attualmente, si ritiene che Israele possieda circa 200 testate atomiche, ma alcuni analisti fanno giungere tale stima a 400 testate, eppure Israele e gli Usa continuano con il solito giochino di non ammettere, ma neppure di negare, la capacità nucleare israeliana. Ancora lo scorso 9 febbraio Barack Obama – nel corso di una conferenza stampa – ha preferito glissare sull’argomento pur a fronte di una esplicita domanda in tal senso della corrispondente Helen Thomas.

Ma c’è un motivo per questo atteggiamento palesemente ipocrita, e risiede nel fatto che, in base alla legge, gli Stati Uniti dovrebbero immediatamente cessare di fornire i miliardi di dollari annualmente destinati ad aiuti per Israele, ove fosse ufficialmente determinato che questo Paese ha un programma di armamenti nucleari. Questo perché il cd. Emendamento Symington, approvato nel 1976, vieta ogni assistenza a quelle nazioni che sviluppino tecnologie di proliferazione degli armamenti nucleari.

Vista la pluriennale tradizione di “cecità selettiva” degli americani nei confronti del nucleare israeliano, tuttavia, è logico attendersi che il rapporto del JFCOM non avrà nessuna conseguenza di rilievo, restando una semplice e innocua gaffe. Del resto, come ricordava Ha’aretz in un articolo dedicato al rapporto, già nel dicembre del 2006 era stato lo stesso Segretario alla Difesa U.S.A. Robert Gates a riferirsi ad Israele come una delle potenze nucleari che circondano l’Iran e che lo spingono a dotarsi anch’esso dell’arma atomica.

Eppure, nel momento in cui molti paventano come catastrofica l’ipotesi che l’Iran di Ahmadinejad si doti dell’arma nucleare, sembrerebbe giunta finalmente l’ora di discutere anche della questione dell’arsenale nucleare israeliano. Perché nulla è di maggior ostacolo ad ogni prospettiva di disarmo globale e di non proliferazione nucleare del regime di doppio standard applicato, anche in questo campo, a favore di Israele.

Di recente, in un articolo per l’International Herald Tribune, il Direttore dell’IAEA Mohamed El Baradei, ha sostenuto che il vero problema è che “il regime di non proliferazione nucleare ha perso la sua legittimazione agli occhi della pubblica opinione nel mondo arabo a causa di quello che viene percepito come un doppio standard concernente Israele, il solo Stato nella regione al di fuori del Trattato di non proliferazione e di cui è noto che possiede armi nucleari”.

Aggiungendo poi, con una bordata rivolta a Stati Uniti ed Israele: “soprattutto, dobbiamo porre fine alle evidenti violazioni di principi fondamentali del diritto internazionale quali le restrizioni all’uso unilaterale della forza, la proporzionalità nell’autodifesa e la protezione dei civili durante le ostilità, al fine di evitare il ripetersi di carneficine di civili come in Iraq e, più recentemente, a Gaza”.

Israele, in questi ultimi anni, ha dimostrato di non avere alcuna remora a dispiegare la terrificante potenza del suo arsenale bellico, dalle cluster bomb al fosforo bianco, dai proiettili DIME alle granate a flechettes, pur nella piena consapevolezza di mettere a repentaglio l’incolumità di intere popolazioni civili inermi.

E se un giorno decidesse che è l’ora di far rivivere Sansone?

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