23 ottobre 2009

Negare l'Olocausto aiuta solo Israele.

L’uso spregiudicato della tragedia dell’Olocausto e della sofferenza degli ebrei – la cd. “industria dell’Olocausto” – ha sempre assicurato nel tempo ad Israele cospicui dividendi economici e politici.

Non è un mistero che l’ondata emotiva susseguente alla conoscenza dello sterminio degli ebrei ad opera del regime nazista fu proprio uno dei motivi che portò l’Onu ad assegnare il 55% della Palestina agli ebrei, benché questi rappresentassero soltanto un terzo della popolazione presente sul territorio e ne occupassero soltanto un misero 10%.

Questo senza considerare la profonda ingiustizia e, probabilmente, la illegalità di una risoluzione (la n.181 del 1947) che imponeva alla popolazione indigena di spartire la propria terra con una colonia di nuovi venuti, molti dei quali appena arrivati dall’Europa.

In seguito, l’arma dell’Olocausto servì ad ottenere cospicui risarcimenti monetari da parte di vari Stati europei e, soprattutto, a garantire ad Israele lo status di “vittima” e a renderlo pressocché immune da ogni critica, e ciò benché questo vero e proprio Stato-canaglia mantenga da più di 60 anni una brutale occupazione militare di territori altrui, violi quotidianamente la legalità internazionale e il diritto umanitario, abbia una fedina penale impressionante riguardante la violazione dei diritti umani fondamentali del popolo palestinese e il massacro di migliaia di civili inermi ed innocenti.

E’ chiaro quindi che il mondo arabo, che vede l’occupazione dei Territori palestinesi come una profonda ingiustizia per via della quale essi sono chiamati a” pagare” per un crimine che, comunque, è a loro del tutto estraneo, possa dimostrarsi permeabile alle teorie negazioniste dell’Olocausto, usate come arma politica.

Ne è il classico esempio il presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui lo Stato di Israele – che gode dell’incondizionato appoggio degli Usa – è potuto venire ad esistenza solamente sfruttando questo “presunto” genocidio. E’ dunque attraverso il negazionismo, associato all’antiamericanismo, che si arriverà a “cancellare” lo Stato ebraico dalla carta geografica.

Ma si tratta di un grave errore, che serve solo la causa di Israele e supporta il suo status di eterna “vittima” di una congiura mondiale antisemita, e di una strumentalizzazione che non serve affatto alla causa del popolo palestinese. Di questo e altro tratta l’articolo di Tahar Ben Jelloun, pubblicato dal settimanale L’espresso in edicola la settimana passata (n.42 del 22 ottobre).

La questione palestinese non ha nulla a che vedere con l’Olocausto degli ebrei, si tratta puramente e semplicemente di una questione di giustizia, di legalità internazionale, di affermazione del diritto alla autodeterminazione dei popoli. Il regime dell’apartheid instaurato da Israele nei Territori occupati, un’occupazione di stampo razzista e colonialista, è una scandalosa vergogna che va eliminata, ma per farlo non c’è alcun bisogno di ricorrere alla rivisitazione e alla riscrittura della storia.

Nel famoso discorso tenuto qualche tempo addietro all’Università del Cairo, il presidente Usa Barack Obama, mentre esprimeva la sua volontà di riconciliazione tra gli Stati Uniti e l’Islam, si premurava nel contempo di affermare l’immoralità di chi vuole mettere in dubbio la realtà storica della Shoah.

Possiamo anche concordare su questo, purché nel momento in cui gridiamo “mai più!” riferendoci allo sterminio degli ebrei, siamo altrettanto pronti e conseguenti nell’adoperarci a far cessare quell’autentico e vergognoso crimine costituito dall’assedio e dalla riduzione alla fame di un milione e mezzo di Palestinesi che, nella Striscia di Gaza, vivono in condizioni degne del ghetto di Varsavia, e ad impedire che vengano massacrati civili innocenti a Gaza come in Cisgiordania, sia pure se si tratta “solo” di alcune migliaia di persone.

Perché altrimenti, ancora una volta, le parole di Obama saranno destinate a restare un vacuo esercizio di retorica.

Quanto sin qui detto si ricollega, in qualche modo, al caso che riguarda il professor Antonio Caracciolo e l’incredibile gogna mediatica a cui è sottoposto in questi giorni da parte del quotidiano” La Repubblica”.

Antonio Caracciolo, 59 anni, ricercatore di Filosofia del Diritto all’Università La Sapienza di Roma, gestisce un certo numero di blog tra i quali, almeno tra quelli a me noti, vi sono
Clubtiberino e Civium Libertas.

Riportando come titolo dell’articolo una frase virgolettata che non compare in alcuno dei due siti e che il professore afferma di non aver mai pronunciato (“lo sterminio degli ebrei è una leggenda”), Antonio Caracciolo viene additato da Repubblica come un pericoloso negazionista antisemita, scatenando le ovvie reazioni della politica romana e quelle del rettore dell’Ateneo, il quale minaccia provvedimenti disciplinari. L’atto d’accusa di Repubblica lo potete trovare
qui e qui, l’autodifesa del povero Caracciolo in questa pagina del suo blog Civium Libertas.

Premesso che le teorie revisioniste e/o negazioniste dell’Olocausto non mi hanno mai minimamente interessato, che non ho alcuna remora nell’accettare le cifre ufficiali degli ebrei morti a causa delle persecuzioni naziste e che sono estremamente ligio alle leggi della Repubblica italiana (così, tanto per evitare equivoci…), devo dire che a me pare una grave abdicazione al principio della libertà di manifestazione del pensiero – che pure è un diritto di rango costituzionale – l’impossibilità di fatto di sottoporre a revisione e riesame critico di un fatto storico datato ormai diverse decine di anni fa, sia pure quando si tratti di una tragedia immane quale è la Shoah.

Trovo inoltre gravissimo che un uomo possa essere sospeso e, in ipotesi estrema, perdere il lavoro, solo in ragione delle sue idee; va rilevato, infatti, che il professor Caracciolo afferma di non aver mai pronunciato la frase incriminata riportata da Repubblica, e che lo stesso quotidiano deve ammettere che mai, nel corso delle sue lezioni, si è trattato di teorie negazioniste.

Trovo inusitate e pericolose le affermazioni del presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, secondo cui “bisogna evitare che certe persone possano entrare in contatto con gli studenti”: ma stiamo scherzando?

Questo per tacere del fatto che quello che è ormai divenuto il “caso Caracciolo” rappresenta la nuova scusa per riesumare il solito vittimismo tipicamente ebraico, con Pacifici che afferma che nelle università italiane esiste una vera e propria “rete negazionista”, unita dall’odio verso Israele e gli ebrei e alimentata, tra l’altro, dalle esternazioni del presidente iraniano Ahmadinejad (e con ciò torniamo al punto di partenza…). L’obiettivo sarebbe quello di ottenere un intervento legislativo, sanzionando penalmente le esternazioni negazioniste e mettendo un bavaglio al web per evitare il proliferare di siti con contenuti antisemiti e negazionisti.

E’ certo un mondo strano quello contemporaneo, in cui – in alcuni Paesi – un reato di opinione come la negazione dell’Olocausto può condurre in galera, mentre la comunità internazionale non riesce a incriminare e a sanzionare penalmente gli assassini che hanno massacrato a Gaza oltre 1.400 persone, l’83% dei quali civili inermi, devastati dai proiettili a frammentazione o arsi vivi dal fosforo bianco.

E’ un mondo strano quello che vede i discendenti di un popolo vittima di un’orrenda persecuzione mandare il proprio potentissimo esercito – il più “morale” al mondo – a macchiarsi di atrocità e crimini di ogni sorta, mentre le comunità ebraiche di tutto il mondo, inclusa quella italiana, si schierano pressoché compattamente a giustificare, se non addirittura ad esaltare, i crimini bestiali di soldati che, per carità, si limitano soltanto a “difendere” la sicurezza di Israele. Minacciata, come è noto, da donne e bambini.

Tra le frasi incriminate del professor Caracciolo, indicate da Repubblica come venate da antisemitismo, vi è anche questa: "Le leggi razziali furono cose di 70 anni fa che si collocano in un contesto di 70 anni fa. Molti italiani, la stragrande maggioranza, hanno meno di 70 anni e quasi tutti gli italiani di oggi non hanno nessuna memoria diretta di quegli anni. A trarne profitto sono gli ebrei di età avanzata che sono diventati una sorta di eroi nazionali”.

Vorrei allora riportare a confronto di queste affermazioni un breve brano, tratto dal libro “L’industria dell’Olocausto” di Norman Finkelstein.

“Il mio interesse nei confronti dell’Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali. Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento…

Dal momento che l’interpretazione dell’Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: "La storia è una sciocchezza". I racconti dei "sopravvissuti all’Olocausto" (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento.

D’altronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che "le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità".
Mio padre e mia madre mi chiesero spesso perché m’indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello stato di Israele e il sostegno americano a tale politica.".

Ma Finkelstein, ebreo americano figlio di sopravvissuti ai lager nazisti, certe cose può permettersi di affermarle, il professor Caracciolo evidentemente no, e non se ne comprende la ragione.

L’autogol di Ahmadinejad
Il negazionismo sull’Olocausto non aiuta la causa palestinese
di Tahar Ben Jelloun

Ury Avnery, militante israeliano per la pace, si è posto la questione di sapere perchè il governo israeliano abbia boicottato la commissione Goldstone incaricata dall’Onu di indagare su quello che è realmente accaduto a Gaza. ” Perchè sapeva che la commissione, a prescindere da quale fosse, sarebbe arrivata alle conclusioni alle quali è arrivata”.

Richard Goldstone è stato giudice della Corte costituzionale del Sudafrica, primo procuratore del Tribunale penale internazionale ed ex militante anti-apartheid. Ha accettato di guidare questa commissione perchè crede nella supremazia dei diritti e delle leggi di guerra.

L’inchiesta è stata condotta in condizioni difficili. Non essendo stata autorizzata a entrare sul suolo israeliano nè nei Territori palestinesi, per accedere a Gaza – dove è stata accolta dai dirigenti di Hamas che hanno risposto alle sue domande – la commissione è dovuta passare dall’Egitto.

Il rapporto che ha redatto è schiacciante per Israele e non risparmia Hamas.

Il rapporto parla infatti di 1387 palestinesi morti, di cui 300 bambini, 115 donne e 85 uomini di età superiore a 50 anni; di 2700 edifici distrutti; e di 13 israeliani uccisi, di cui 5 soldati.Queste cifre non necessitano di nessun commento. Il problema è che Israele, come Hamas, ha ammazzato dei civili e ha commesso quindi “crimini di guerra”: è questa la conclusione alla quale approda il rapporto, anche se la guerra è stata particolarmente sbilanciata.

Human Rigthts Watch che svolge inchieste sulle violazioni dei diritti umani, non è riuscita a interrogare i responsabili israeliani e nel rapporto si deplora questo fatto. Le reazioni delle autorità di Israele confermano in qualche modo una consapevolezza di cui si rifiutano le premesse. Così, per esempio, il presidente Shimon Peres ha dichiarato che questo rapporto è una “pagliacciata storica, che non distingue tra chi aggredisce e uno Stato che esercita il proprio diritto alla legittima difesa”. Quanto al primo ministro Netanyahu, ha paragonato i razzi di Hamas ai blitz dei nazisti in Inghilterra!

Queste modalità di difesa e di negazione della realtà non fanno che deteriorare sempre più l’immagine dello Stato di Israele presso l’opinione pubblica internazionale e in particolare arabo-musulmana. Ciò incoraggia l’iraniano Ahmadinejad a parlare di ”leggenda dell’Olocausto”. La confusione su questo argomento è totale e non serve assolutamente la causa palestinese. Non si rende un servizio alla Storia e al popolo palestinese negando la tragedia che ha sterminato gli ebrei.

Tutti i negazionisti che si sono avvicinati ai palestinesi per dar loro un aiuto non hanno fatto che ingenerare nuova confusione. Si tratta di aiuti di cui i palestinesi non hanno bisogno, perchè la loro causa non ha nulla a che spartire con il passato nel quale l’Europa si rese colpevole dello sterminio degli ebrei. La Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy hanno mandato gli ebrei a morire. Perchè oggi i palestinesi che lottano per avere una patria sarebbero responsabili dei massacri commessi dall’Europa?

Quando Netanyahu mette sullo stesso piano i razzi di Hamas e i blitz nazisti, cambia i termini reali della questione, che è e rimane quella dell’occupazione dei Territori, una faccenda coloniale, che non ha nulla a che spartire con l’Olocausto degli ebrei.

Nel mondo arabo prevale un sentimento anti-israeliano molto forte. Alcuni vorrebbero confonderlo con l’antisemitismo. Il razzismo contro gli ebrei esiste un po’ dappertutto nel mondo, ma le critiche e la denuncia della politica del governo israeliano non sono antisemitismo, anche se alcuni media indulgono un po’ in questa confusione.

Gli israeliani, uomini politici o intellettuali, che criticano severamente il modo in cui il loro governo ha combattuto in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2008 sono forse antisemiti?

Ahmadinejad si spinge molto oltre nel suo odio per lo Stato di Israele, pur ricordando che in Iran vivono decine di migliaia di ebrei che non si lamentano. I suoi discorsi sono violenti, intollerabili.

Nel momento in cui si prepara a sfidare gli Stati Uniti e l’Europa con il suo programma nucleare, provoca in primis Israele, che cerca in tutti i modi di impedire che l’Iran si procuri l’atomica.Tutto ciò è preoccupante, perchè un attacco israeliano contro l’Iran avrebbe conseguenze più gravi dei bombardamenti dell’Iraq quando Saddam cercava di procurarsi uranio arricchito.

Non resta che sperare che la pazienza e la saggezza di Obama siano più validi dello spirito bellicoso di Netanyahu.

(traduzione di Anna Bissanti)

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7 gennaio 2009

Un esempio da seguire: il Venezuela espelle l'ambasciatore israeliano.

Da poco l'agenzia Reuters ha diffuso la notizia che il Venezuela ha espulso l'ambasciatore israeliano come segno di protesta per l'offensiva in atto nella Striscia di Gaza, solo qualche ore dopo che il Presidente Hugo Chavez aveva definito gli attacchi contro la popolazione civile palestinese un "olocausto".

Nel comunicato ufficiale del Ministro degli Esteri venezuelano, l'attacco israeliano viene definito come "una flagrante violazione del diritto internazionale" e l'uso di un vero e proprio "terrorismo di stato".

"Per le ragioni sopra menzionate, il governo del Venezuela ha deciso di espellere l'ambasciatore di Israele e parte del personale dell'Ambasciata israeliana".

"L'Olocausto, ecco ciò che sta avvenendo adesso a Gaza", aveva detto Chavez qualche ore prima nel corso di una intervista televisiva.

"Il Presidente di Israele dovrebbe essere portato innanzi ad un Tribunale Penale Internazionale insieme con il Presidente degli Stati Uniti".

Se qualche governo occidentale avesse seguito l'esempio del Venezuela, o si fosse anche limitato a inviare una dura nota ufficiale di protesta contro Israele e i massacri del suo esercito nella Striscia di Gaza, forse qualche vittima palestinese innocente, qualche povera donna o bambino, non avrebbero dovuto affrontare una morte atroce.

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2 gennaio 2009

Avercene parlamentari così in Italia!


Dal blog di Sibilla , mi segnalano gentilmente questa notizia, utile a far riflettere sul fatto che i parlamentari italiani, senza alcuna eccezione, hanno assunto sul massacro in atto a Gaza una gamma di posizioni che va dalla totale indifferenza all'equidistanza e, in molti casi, all'entusiastica approvazione dell'operato dei criminali israeliani.


Altrove, c'è chi ha deciso di protestare contro l'occupazione israeliana e i crimini di guerra di Tsahal, con gesti puramente simbolici ma pur sempre significativi.


L'ambasciata israeliana ha mandato a Theodoros Pangalos, deputato (socialista, n.d.r.) del Parlamento greco, tre bottiglie di vino come regalo per le festività, con gli auguri dell'ambasciatore Ali Giachia.


Theodoros Pangalos ha restituito questo regalo ed ha ringraziato l'ambasciatore con la seguente lettera:

Caro Signor ambasciatore,


grazie per le 3 bottiglie di vino che mi avete trasmesso come auguri di Natale. Auguro a voi, alla vostra famiglia e ad ognuno nell'Ambasciata un felice anno nuovo. Buona salute e progresso per voi tutti.


Sfortunatamente ho notato che il vino che mi avete mandato è stato prodotto nelle Alture del Golan. Mi è stato insegnato, fin da quando ero molto giovane, a non rubare e a non accettare i proventi del furto. Così non mi è possibile accettare questo regalo e sono costretto a restituirvelo.


Com'è noto, il vostro paese occupa illegalmente le Alture del Golan che appartengono alla Siria, secondo il diritto internazionale e le numerose decisioni della Comunità internazionale.


Colgo l'occasione per esprimere la mia speranza che Israele trovi la sicurezza all'interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti e che le attività terroristiche contro il territorio israeliano da parte di Hamas o di chiunque altro vengano controllate e rese impossibili, ma spero anche che il vostro governo cessi di praticare la politica della punizione collettiva che venne applicata su vasta scala da Hitler e dai suoi eserciti.


Azioni come quelle dei militari israeliani in questi giorni a Gaza ricordano l'olocausto dei greci a Kalavrita, o a Doxato, o a Distomo, e certamente quello nel ghetto di Varsavia.


Con questi pensieri mi permetta di esprimere i miei migliori auguri a voi, al popolo israeliano, e a tutti i popoli della nostra regione del mondo.


Atene, 30 dicembre 2008

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7 maggio 2008

Non disposte a stare a guardare senza far niente.

L’Olocausto non è solo una “industria” così ben descritta da Norman Finkelstein, che continua ancora oggi a generare copiosi dividendi politici a favore di Israele, ma costituisce anche uno dei fattori motivanti dell’azione di molti pacifisti israeliani, soprattutto delle donne.

Donne che vogliono sostenere ed aiutare i Palestinesi come un tempo altri aiutarono i loro genitori a sfuggire alle persecuzioni razziali; donne che rifiutano di essere occupanti e che non vogliono che, in loro nome, vengano perpetrati crimini bestiali come quelli posti in essere dall’esercito israeliano.

E’ questo il tema dell’articolo che segue, pubblicato il 4 maggio scorso su Ha’aretz.
“Peccato che Hitler non abbia finito il lavoro” gridava un passante alle donne che prendevano parte alla protesta delle Donne in Nero ad Haifa. Tra loro una donna di 80 anni, una sopravvissuta dell’Olocausto con un numero tatuato sul braccio. “Tu non mi fai paura” rispose. “ ‘Gli specialisti’ mi facevano paura”.

Negli anni, commenti come “Tua madre era una kapò” oppure “Ritornatene in Polonia” sono stati scagliati contro molte delle donne di questo movimento che si oppone all’occupazione israeliana di Gaza e Cisgiordania, un’esperienza condivisa con altri movimenti pacifisti di donne – dice la sociologa Dr. Tova Benski, capo del Dipartimento delle Scienze Comportamentali al College of Management. Questo fenomeno è stato una delle ragioni per le quali la Benski ha deciso di condurre uno studio sul ruolo delle figlie di sopravvissuti dell’Olocausto, e delle stesse sopravvissute dell’Olocausto di sesso femminile, nei movimenti per la pace israeliani.

Quando Benski ha iniziato a intervistare varie attiviste per la pace riguardo alle loro motivazioni ed emozioni, la prima risposta che veniva fuori,-dice- era “Dobbiamo agire e partecipare perché un altro popolo è oppresso qui e io sto qui a guardare come facevano i Nazisti” Un’altra spiegava “Almeno nessuno potrà chiedermi:E tu cosa hai fatto?“ Le attiviste contro l’occupazione non credono che la situazione dei Palestinesi nei territori per quanto brutta possa essere sia comparabile all’Olocausto per gli Ebrei ma il loro trauma familiare ancora le spinge ad agire contro il fatto che si calpestino i diritti umani , qualunque siano le circostanze.

Lo studio di Benski che contiene numerose interviste è stato preceduto da circa 20 anni di ricerca fra le attiviste della pace che ha avuto inizio, dice, “nel 1985 con la costituzione di ‘Genitori contro il silenzio ‘, più comunemente detto ‘Madri contro il Silenzio’, e poi con ‘Peace Now’, ‘Yesh Gvul’ e la ‘Coalizione di Donne per la Pace’. Per tutto il tempo si sono evidenziate connessioni con la questione dell’Olocausto.. Dato che anch’io sono figlia di due sopravvissuti, mi sembrava del tutto naturale. Non ci trovavo niente di unico. Forse non volevo affrontare la cosa.”

Dopo lo scoppio dell’Intifada Al-Aqsa, Benski ha cominciato una ricerca sulle reazioni del pubblico alle proteste delle Donne in Nero. Secondo la sua analisi queste vertevano attorno al genere, la nazionalità e la sessualità (uno degli insulti più comuni diretti alle donne era “Puttane di Arafat”) I commenti che esprimono il proprio rincrescimento perchè Hitler non aveva potuto “finire il lavoro” sono quello che “mi ci ha fatto arrivare” dice Benski “E’ ovvio che la gran parte di noi era Ashkenazi. Tutto questo mi spingeva a riesaminare tutto il materiale che avevo raccolto negli anni.”
E allora si chiese come potesse non aver notato prima che molte attiviste per la pace erano figlie di sopravvissuti dell’Olocausto. Molte di loro nelle interviste condotte da Benski, ma anche in interviste che lei aveva trovato sulla stampa e in libri come Ahayot Le-Shalom (“Sorelle nella pace: voci femministe della sinistra”) edito da Hedva Isachar, attestano che questo aspetto biografico costituisce un fattore significativo rispetto al fatto di diventare attiviste per i diritti dei Palestinesi e contro l’occupazione dei territori.

Ma perchè in particolare le donne? E gli uomini che erano nati ed erano stati allevati da sopravvissuti dell’Olocausto? E’ qui che entra in campo una delle differenze di genere nella seconda generazione, dice Benski. Mentre le donne figlie di sopravvissuti rispondono in modo depresso, covano sensi di colpa e si identificano fortemente con le loro madri, per esempio, gli uomini generalmente reagiscono in modo più aggressivo, sulla scia di “Abbiamo bisogno di un forte esercito”, dice.

Quello che fanno queste donne, aggiunge è essenzialmente rovesciare il solito discorso sull’Olocausto.” Queste donne sono cresciute in Israele in un momento in cui si stava formando la percezione dell’Olocausto come ‘vergogna nazionale’ “ dice”Mi ricordo di essermi vergognata dei miei genitori perché ‘erano andati al massacro come pecore’. Il discorso dominante era che Israele doveva essere forte e il suo esercito doveva essere forte in modo tale che l’Olocausto non potesse più avere luogo. L’affermazione di Begin secondo cui ‘l’alternativa è Treblinka’ è solo una di tutta una serie di affermazioni del genere da parte dei leader israeliani. Il tema dell’Olocausto serve a giustificare una visione incentrata sulla sicurezza.

“Ma al contrario di quelli che dicono loro ‘Cosa volete- che ci sia un nuovo Olocausto? Che loro ci gettino in mare?’ queste donne trasformano la loro traumatica esperienza personale-familiare in un messaggio universale finalizzato a preservare i diritti umani, anche i diritti umani degli altri” continua Benski “Sono divise in due categorie: quelle i cui genitori sono stati salvati da non ebrei, tedeschi o altri, operano in base al senso di… Proprio come gli altri hanno aiutato i loro genitori a sopravvivere , loro devono aiutare i palestinesi che stanno soffrendo. E ci sono quelli che rifiutano di essere occupanti e rifiutano che siano fatte in loro nome cose che considerano inaccettabili. “ Così la memoria dell’Olocausto non diviene meramente il fondamento dell’inclinazione Israeliana alla sicurezza ma costituisce uno dei fattori motivanti alla base del movimento per la pace.”

Come sappiamo la stessa Benski è la figlia di sopravvissuti dell’Olocausto: sua madre, proveniente dalla Transilvania, sopravvisse ad Auschwitz mentre tutto il resto della famiglia perì in quel luogo. Suo padre fu internato in un campo di lavoro forzato, fuggì e si diede alla macchia. La sua famiglia immigrò in Israele nel 1951 e si stabilì a Yokneam. Benski parla di una casa che conteneva un grande segreto di cui a nessuno era permesso di parlare e dove erano accumulate “tonnellate di riserve di cibo”. “Mio padre morì prima di averne mai parlato” dice; “Mia madre cominciò a parlarne dopo la sua morte.” In merito alla connessione fra la storia della sua famiglia e la sua ricerca, dice “Devo portare a termine le mie personali considerazioni in merito.” Nel corso del lavoro, dice “Ogni volta che mi accorgo che sto perdendo la mia qualità di ricercatrice, faccio un piccolo passo indietro.”

E’ intenzionata a continuare con uno studio più approfondito sul tema e a scrivere un libro sulle dinamiche dello schieramento pacifista “femminista” o “femminile” in Israele. “Non ho ancora deciso che termine usare” spiega” perché non tutte le donne sono femministe e non tutte lo erano sin dall’inizio.” Lei stessa,dice, è stata una femminista sin da bambina: “In un tema scrissi che volevo essere la prima donna sulla luna.”

A casa di Daphna Banai parlavano dell’Olocausto, molto. La famiglia della madre di Banai scappò per un pelo da Berlino nel 1939. Molti parenti perirono durante la guerra. Banai, una delle attiviste di Machsom Watch (Donne contro l’occupazione e per i diritti umani), Re’ut-Sadaka (l’Organizzazione giovanile arabo-palestinese per la pace e la democrazia) e altre organizzazioni, dice “Ero completamente assorbita dal processo ad Eichmann. Avevo solo 11 anni e per due anni non ho né studiato né giocato. Stavo attaccata alla radio transistor. Ero rapita dalle testimonianze.”
Come Banai, Edna Toledano-Zaretski, una delle veterane fra le attiviste della pace e attualmente membro del consiglio municipale di Haifa per il partito Hadash, dice che il processo ad Eichmann e ancor prima quello a Kastner, ebbero un profondo effetto su di lei. “Mi sono chiesta – Come poteva la gente dire che non sapeva? La gente scompariva e gli altri non sapevano, non vedevano, non facevano niente riguardo a questo. L’atteggiamento in Israele era quello di dare la colpa alle vittime e io pensavo invece che si dovesse esaminare l’aggressore. Non ho mai pensato che noi fossimo immuni. L’indifferenza è il nemico in agguato. Devi assumere responsabilità per sapere quello che sta accadendo” dice Toledano-Zaretski.

Banai sottolinea che “è impossibile comparare l’esito dell’Olocausto con quello che sta accadendo nei territori. Quello che sta accadendo là è terribile, ma non ha niente in comune con l’Olocausto. Denigriamo comunque la memoria dell’Olocausto se non mettiamo a confronto i processi che vi hanno condotto. Sento che devo agire in modo tale da evitare che tali cose accadano di nuovo. Semplicemente ricordare è peccare contro la memoria dell’Olocausto. Da questo dobbiamo imparare, prima di tutto su noi stessi. La scorsa settimana, per esempio, un soldato minacciava di sparare a una donna di Machsom Watch. Poi lei gli ha chiesto “Ma dimmi, l’avresti fatto davvero?” e lui ha risposto “Se avessi ricevuto l’ordine, certamente. Sono deciso ad obbedire a qualunque ordine io riceva.”

“Un’altra attivista di Machsom Watch”, continua Banai, “raccontò di come sua zia, che era finita ad Auschwitz da adolescente e lavorava in un laboratorio di cucito, dicesse che c’era un soldato tedesco che di quando in quando sussurrava agli ebrei ‘Presto finirà tutto. I russi si stanno avvicinando’. E’ impossibile descrivere quanto questo li abbia incoraggiati. Gli Ebrei non conoscevano il nome del soldato e tra di loro lo chiamavano Moishele. ‘Voi donne” diceva la zia alla nipote di Machsom Watch ”voi siete Moishele.”

Tzafi Saar

Traduzione da Ha’aretz di Patricia Tough - Din Bologna
Titolo originale: “Unwilling to stand idly by”
Link alla traduzione

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20 giugno 2007

Una questione di percentuali.

Da un gruppo di discussione su Yahoo riporto questa semplice argomentazione di tipo non revisionista bensì semplicemente realista, fatta da chi - come il sottoscritto - ama le argomentazioni di tipo statistico-numerico.
Supponendo che l'Olocausto sia realmente, interamente ed esattamente accaduto come i media correntemente lo hanno presentato.
Allora potremmo dire che quaranta milioni di Tedeschi-nazisti hanno sterminato sei milioni di ebrei.
Che è un rapporto pari al 15%.
Adesso compariamo questa Tragedia di 62 anni fa con le vittime odierne dello Stato di Israele, altrimenti noto come Israele-sionista.
Quattro milioni di Israeliani hanno ucciso (in 60 anni) circa 120.000 Palestinesi e ne hanno esiliati altri 850.000, che sono divenuti oggi circa due milioni di profughi e altri due milioni di morti viventi, quali sono oggi i Palestinesi sotto occupazione.
Il che ammonta a circa 4.850.000 vittime.
Che conduce a un rapporto pari al 121%.
Se l'umanità o, piuttosto, la disumanità potesse essere calcolata o misurata aritmeticamente, vorrebbe dire che la Germania nazista ha prodotto il 15% di crimini e lo Stato sionista di Israele ne ha prodotto il 121% e/o che il Sionismo è 8 volte peggiore del Nazismo.
Si aggiunga a questa tragedia il fatto che i Sionisti sono ancora instancabilmente attivi, come possiamo facilmente vedere in televisione, ogni giorno.
Raja Chemayel

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