10 marzo 2009

L'8 marzo delle donne palestinesi.


L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è per noi soprattutto l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, l’assedio imposto alla Striscia di Gaza, a partire soprattutto dal giugno del 2007, e i crimini di guerra commessi da Israele colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.

Non occorre ricordare come la più recente forma di violenza sistematica dell’esercito israeliano sia stata l’operazione “Piombo Fuso”, 22 giorni di raid e di bombardamenti in cui civili inermi, compresi donne e bambini, sono stati sistematicamente uccisi o mutilati dall’uso indiscriminato e criminale della forza da parte dei soldati di Tsahal, senza alcuna considerazione dei principi base del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione; crimini per i quali ancora si attendono serie investigazioni e, soprattutto, la punizione dei colpevoli.

Secondo i dati più recenti, sono state 120 le donne palestinesi morte durante l’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, il che corrisponde all’8,3% del totale dei Palestinesi uccisi; il numero delle donne ferite ammonta a 735 (17% del totale), e numerosi sono i casi di gravi mutilazioni.

La gran parte di queste donne sono state uccise o ferite dai raid dell’esercito israeliano mentre erano in casa - a sbrigare i lavori domestici o a pranzo con la propria famiglia o ancora nel sonno – oppure addirittura mentre sventolavano una bandiera bianca o si trovavano all’interno di strutture e scuole dell’UNRWA, dove si erano rifugiate cercando scampo alla furia di Tsahal e andando, invece, incontro ad un tragico destino di morte.

Donne come la 50enne Rawhiya a-Najar, del villaggio di Khuza’a, uccisa il 13 gennaio mentre era in strada sventolando una bandiera bianca, per consentire ai suoi familiari di evacuare la casa in cui abitavano; o come le quattro mogli di Nizar Rayan, uccise insieme al marito (dirigente di Hamas) e ai loro undici figli di età compresa tra 1 e 12 anni, in un omicidio mirato fra i più sanguinosi tra quelli compiuti dagli assassini di Israele; o come la 16enne ‘Ayun a-Nasleh, uccisa lo stesso 1° gennaio insieme al suo fratellino di due anni e mezzo da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha investito in pieno la loro casa a Gaza City; o come le cinque sorelle della famiglia Ba’lusha, uccise nella loro casa nel campo profughi di Jabalya da un bombardamento israeliano che intendeva colpire la vicina moschea.

Ed altre centinaia, più “fortunate”, sono riuscite a restare incolumi, ma hanno dovuto assistere all’orrore della morte dei propri mariti, padri, fratelli, figli.

Ma le sofferenze delle donne palestinesi non si limitano alle uccisioni indiscriminate, bensì includono anche la distruzione delle risorse economiche e/o il divieto ad accedervi, la demolizione delle case, i raid notturni nelle abitazioni alla ricerca di “terroristi”, l’espansione degli insediamenti, i checkpoint e le violazioni alla libertà di circolazione.

Un recente studio della rivista scientifica The Lancet (consultabile qui, ma occorre la registrazione), ha mostrato come nel 2000 – sulla base delle stime congiunte di WHO, Unicef e Un Population Fund – la mortalità materna si sia attestata sul livello di 100 morti ogni 100.000 nascite, a causa del pessimo stato della sanità palestinese e della pressoché totale impossibilità per le donne di ottenere cure adeguate al di fuori dei Territori.

A ciò aggiungasi che il tasso di mortalità infantile nei Territori palestinesi, nel periodo 2002-2006 è stata di 27,6 morti su 1000 per i neonati e di 31,6 morti su mille per i bambini al di sotto dei 5 anni (in Israele lo stesso indicatore è situato al 4 su 1000); tassi, questi, che dal 1990 hanno subito solo una modesta diminuzione, contrariamente a quanto accaduto negli altri Paesi arabi. Il perché si spiega anche con il cambiamento nelle principali cause di morte dei bambini, rappresentata ora dalla prematurità dei parti e dallo scarso peso alla nascita, da ricollegare al deterioramento nella qualità e quantità dell’alimentazione delle gestanti.

Le crescenti difficoltà negli spostamenti incidono, invece, sull’accesso agli esami prenatali e, soprattutto, sulla possibilità di raggiungere in tempo gli ospedali in caso di parto; secondo Lancet, il 10% delle donne palestinesi incinte ha dovuto subire ritardi compresi tra le due e le quattro ore per raggiungere le strutture mediche, laddove il tempo necessario per accedervi (senza i checkpoint e i blocchi stradali) sarebbe stato di 15-30 minuti.

Ma questi numeri non rivelano l’ansia delle donne, durante la gravidanza, legata alla possibilità di potersi recare in ospedale a partorire e ritornare incolumi a casa, dal che ne deriva un aumento dei parti in casa da un lato e, dall’altro, un considerevole incremento dei parti cesarei (passati dall’8,8% nel 2000 al 15% nel 2008).

Un’ansia non immotivata considerato che, dal 2000 al 2006, in ben 69 casi donne palestinesi sono state costrette a partorire ad un checkpoint israeliano, e in ben 36 casi si è verificata la morte dei bambini appena nati, come è accaduto ancora nel settembre del 2008 al neonato di Naheel Abu Rideh, bloccata dai bravi soldatini israeliani al checkpoint di Huwara.

In occasione della giornata internazionale delle donne, il Presidente Napolitano ha tenuto il suo discorso di circostanza, nel corso del quale ha reso noto di aver inviato una lettera al Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, in cui ha sottolineato che “la violenza sessuale contro le donne è un crimine contro l’umanità”.

Plaudiamo al discorso del Presidente, perché davvero lo stupro costituisce un atto di violenza intollerabile contro le donne, un crimine spesso usato in maniera sistematica nel corso dei conflitti che purtroppo insanguinano tante parti del mondo.

E, tuttavia, una denuncia di tale forza ed enfasi si sarebbe potuta e dovuta lanciare anche nei confronti dei crimini contro l’umanità commessi da Israele nei confronti delle donne palestinesi, atti barbari e disumani che avrebbero meritato di trovar posto anch’essi in una lettera al Segretario Generale dell’Onu, magari per sollecitare un’inchiesta sui crimini israeliani commessi a Gaza che non si limiti agli attacchi diretti alle strutture dell’Onu.

Ma, certamente, è molto più facile muovere denunce condivisibili ma generiche piuttosto che puntare un dito accusatore contro uno Stato-canaglia ben determinato. E se questo Stato è Israele, allora è davvero impossibile.

Etichette: , , , ,

Condividi

9 marzo 2008

Un 8 marzo listato a lutto.

Ieri, 8 marzo, anche nei Territori occupati era la giornata internazionale della donna, ma le donne palestinesi non hanno certamente avuto motivi per festeggiare questa ricorrenza, avendo anch’esse dovuto pagare un caro prezzo all’escalation di violenza e ai raid militari condotti da Israele nella Striscia di Gaza.

Nel corso della vera e propria campagna militare scatenata contro il campo profughi di Jabalya, nel nord della Striscia, tra il 28 febbraio e il 4 marzo di quest’anno, l’esercito israeliano ha massacrato ben 110 Palestinesi: 54 erano civili inermi e, tra questi, 27 erano i bambini e 6 le donne, di età compresa tra i 19 e i 60 anni.

Povere donne che non avevano intenzione di andare incontro al martirio e che non avevano alcuna familiarità con un ak47, colte di sorpresa dal terrificante attacco missilistico scatenato dagli aerei e dagli elicotteri israeliani durante la giornata del 1° marzo, uccise dentro le loro case che erroneamente ritenevano un rifugio abbastanza sicuro, maciullate e smembrate mentre dormivano o mentre erano intente alla cura delle faccende domestiche.

Ghada ‘Abdullah, 27 anni, era in cucina e stava preparando la colazione per i suoi figli quando un missile ha colpito la sua casa, Nihad Zaher, 20 anni, è stata uccisa da un colpo di fucile al collo, Samah ‘Assaliya, 19 anni, è stata uccisa da un missile che ha colpito la camera da letto dove dormiva, e così sono cadute vittime dei missili israeliani anche Su’ad Rajab ‘Atallah, 60 anni, e le sue figlie Ibtissam e Rajaa’, rispettivamente di 25 e 30 anni.

Complessivamente, nel corso di poco più di due mesi del 2008, Israele si è macchiato le mani del sangue di 13 donne.

Tra loro possiamo ricordare anche Fatheya Yusef al-Hassoumi, 35 anni, la cui unica colpa è stata quella di aver accettato un passaggio in auto dalla persona sbagliata, e cioè da un candidato all’eliminazione “mirata” da parte dei bravi soldati israeliani; Miriam Mohammad Ahmad al-Rahel, 52 anni, che invece di una eliminazione “mirata” è stata vittima per un deprecabile errore, uccisa da un missile della Iaf mentre tornava a casa, insieme a uno dei suoi figli, sul suo povero carretto trainato da un mulo; Haniya Hussein ‘Abdul Jawwad, 52 anni, uccisa nel corso di un bombardamento aereo mentre partecipava al ricevimento nuziale di un nipote.

Questo per non parlare di quei morti che non entrano nemmeno nelle statistiche di guerra, come le 7 donne morte, dal giugno del 2007 ad oggi, per non essersi potute recare all’estero per ricevere le cure mediche di cui avevano bisogno, a causa dell’illegale e immorale imprigionamento di un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza da parte di Israele.

O come le sei donne morte a Rafah, bloccate insieme a migliaia di altri civili dalla chiusura del valico internazionale protrattasi per oltre due mesi.

L’8 marzo è già ieri, e sembra già svanito persino l’eco dell’orribile massacro di Jabalya, 110 morti di cui la metà erano civili inermi e innocenti, una strage incredibilmente passata pressoché sotto silenzio e con la tacita approvazione dei governi occidentali, che l’hanno derubricata sotto la voce “diritto all’autodifesa”, seppur blandamente ammonendo Israele per l’uso eccessivo e sproporzionato della forza militare: che gentili!

Resta la memoria e il pensiero rivolto a queste donne, vittime della più perfetta estrinsecazione della cultura israeliana, una cultura di violenza, di oppressione, di morte.

Etichette: , , ,

Condividi

8 marzo 2007

L'8 marzo delle donne palestinesi.

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è per noi soprattutto l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, il blocco finanziario internazionale decretato contro l’Anp e i crimini di guerra quotidianamente commessi dagli Israeliani a Gaza e in Cisgiordania colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.
Dall’inizio del 2006 e fino al 28 febbraio di quest’anno, l’esercito israeliano ha ucciso ben 36 donne, e tutte in circostanze che chiaramente rappresentano degli efferati crimini di guerra.
Donne come Sa’diyah Hassan ‘Atallah Harzallah, 73 anni, vittima innocente di un’operazione di arresto avvenuta il 21.11.2006 a Beit Lahiya, o come Khairieh Ahmad Muhammad Nazzal, ferita e lasciata a morire per dissanguamento a Qabatiya il 27 novembre, quando era corsa in aiuto di uomo rimasto ferito nei pressi della sua casa.
Oppure ragazzine che non hanno avuto il tempo di diventare delle donne, come Da’ha Abed al-Kadr, 14 anni, uccisa dai soldatini di Tsahal il 19 dicembre 2006 perché si era avvicinata troppo al muro di “sicurezza” israeliano, o come ‘Abir Bassam ‘Abd Rabo ‘Aramin, 10 anni, ferita alla testa il 16 gennaio di quest’anno mentre stava andando a comprare delle caramelle in un negozio vicino alla sua scuola, e morta qualche giorno dopo.
Questo 8 marzo è quindi la data giusta per ricordare queste tra le altre migliaia di vittime innocenti di una violenza cieca e bestiale, nonché per chiedere alla comunità internazionale di cessare un ingiusto e assurdo boicottaggio economico ai danni di una popolazione oppressa e massacrata e, soprattutto, di condannare ed imporre severe sanzioni a carico di Israele, responsabile di sabotare ogni sforzo sulla strada della pace e di commettere quotidiani crimini di guerra e violazioni del diritto umanitario.
L’8 marzo è anche l’occasione per parlare del caso della piccola Maria Aman, 6 anni, vittima nel maggio del 2006 di una esecuzione "mirata" in cui trovarono la morte anche la madre, la nonna e un fratellino, e condannata a rimanere paralizzata dal collo in giù per tutto il resto della sua vita.
Recentemente il Sunday Times ha raccolto 10.000 sterline tra i suoi lettori da devolvere in favore della piccola Maria, sarebbe una bella cosa se qualcuno, anche in Italia, si facesse carico di organizzare una simile, meritoria iniziativa.

Etichette: , ,

Condividi