8 marzo 2012

Celebriamo l’8 marzo a fianco di Hana Shalabi


L’8 marzo, Giornata internazionale della donna, ricorre quest’anno mentre Hana Shalabi giunge al suo 22° giorno di sciopero della fame. Il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), nel celebrare l’8 marzo e nel raccontare le sofferenze delle donne palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, ricorda in special modo la sua lotta e le infami condizioni di detenzione nelle carceri israeliane.


L’8 marzo il mondo celebra la Giornata Internazionale della Donna, celebrata per la prima volta come evento popolare a partire dal 1977, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite invitò gli Stati membri a proclamare l’8 marzo Giornata dell’Onu per i Diritti della Donna e la Pace Internazionale. La maggioranza degli stati ha scelto l’8 marzo in commemorazione del ruolo svolto dalle donne americane durante le proteste del 1909 contro le disumane condizioni in cui le donne erano costrette a lavorare.
   
L’8 marzo giunge mentre la 30enne Hana Yahia Shalabi, una donna palestinese proveniente dal villaggio di Bourqin, nei pressi di Jenin, arrestata dalle Forze di occupazione israeliane e detenuta dal 16 febbraio 2012, è in sciopero della fame da 21 giorni. La Shalabi ha dichiarato pubblicamente lo sciopero della fame in segno di protesta per essere stata nuovamente arrestata dalle Forze di occupazione israeliane dopo che era stata rilasciata nell’ottobre del 2011 nel contesto dello scambio di prigionieri tra la resistenza palestinese e l’esercito israeliano.

Il caso della Shalabi pone in evidenza le condizioni delle otto donne palestinesi che attualmente sono detenute insieme a circa 5.000 uomini nelle carceri israeliane, in condizioni crudeli e disumane.

Le sofferenze delle donne palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania rimangono persistenti a causa della violazione dei loro diritti e delle politiche praticate dalle Forze di occupazione israeliane, che incidono sulle loro condizioni di vita. L’esercito israeliano continua a imporre da oltre 5 anni la totale chiusura della Striscia di Gaza, mentre ha intensificato gli attacchi e l’attività di colonizzazione in Cisgiordania.

Secondo quanto osservato dal PCHR, nei mesi scorsi, le condizioni di vita delle donne palestinesi sono peggiorate a causa delle violazioni dei loro diritti economici e sociali. In particolare, continuano le sofferenze delle donne palestinesi nella Striscia di Gaza in conseguenza del permanere del blocco illegale israeliano che ha aggravato le loro condizioni di vita. Per esempio, la crisi dell’energia elettrica, riemersa a causa della mancanza del combustibile necessario per il funzionamento della centrale elettrica di Gaza, ha avuto un impatto particolare sulle donne, in quanto esse sono responsabili dei compiti di casa secondo il ruolo tradizionale da esse ricoperto nella società palestinese, tanto più che le interruzioni di corrente sono spesso accompagnate dalla sospensione delle forniture idriche.

Le condizioni sperimentate dalle donne in Cisgiordania non sono meno dure rispetto a quelle vissute dalle donne nella Striscia di Gaza. In Cisgiordania le donne continuano a soffrire a causa dell’intensificarsi delle attività di colonizzazione, che includono la demolizione delle abitazioni, la confisca dei terreni agricoli e gli attacchi portati dai coloni israeliani, spesso protetti dall’esercito, contro i civili palestinesi e le loro proprietà. Le sofferenze delle donne sono provocate anche dalle restrizioni alla libertà di circolazione imposte dalle Forze di occupazione israeliane mediante più di 500 posti di blocco e barriere, presso i quali i civili palestinesi, inclusi donne e bambini, sono sottoposti a vessazioni e umiliazioni.

All’interno, le donne palestinesi continuano a soffrire a causa dell’attuale spaccatura palestinese e delle sue ripercussioni. Tale divisione ha influenzato negativamente la vita sociale delle donne al pari degli sforzi esercitati a livello locale per ottenere giustizia in favore delle donne, per migliorare le loro condizioni e per promuovere i loro diritti. Poiché il Consiglio legislativo palestinese è inattivo, la spaccatura politica influisce inoltre sugli sforzi volti a modificare le specifiche disposizioni legislative riguardanti i diritti delle donne in linea con gli strumenti internazionali.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, il PCHR elogia le donne palestinesi, che costituiscono un simbolo di incrollabilità e di sacrificio a dispetto delle condizioni estremamente dure e complicate in cui vivono, e che tuttavia non hanno impedito loro di unirsi agli uomini nella lotta per la realizzazione dei diritti nazionali e per lo sviluppo della società palestinese. Il PCHR elogia inoltre le donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane, specialmente Hana Shalabi, che è in sciopero della fame. Alla luce delle continue sofferenze delle donne palestinesi, il PCHR ribadisce il proprio appello alla comunità internazionale perchè si ponga la fine alle violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele, in particolare al blocco imposto a Gaza e all’accresciuta attività di colonizzazione in Cisgiordania.

Il PCHR chiede inoltre alle due parti della frattura politica palestinese di rendere attivo l’Accordo di Doha e di adottare misure concrete per raggiungere l’unità palestinese e per creare un’atmosfera adeguata per tenere le elezioni, che serviranno a promuovere a livello interno i diritti delle donne palestinesi e a far cessare le loro sofferenze.   

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8 marzo 2011

8 marzo: una petizione per chiedere la liberazione delle donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane


Oggi, 8 marzo, centinaia di donne palestinesi sono scese nelle strade per dare vita ad una serie di manifestazioni celebrative per il 100° anniversario della Giornata internazionale della donna, ma anche per chiedere la riunificazione delle diverse fazioni e per protestare contro l’occupazione israeliana.

A Gaza City, circa 500 donne hanno sfilato per il centro della città sventolando bandiere palestinesi e chiedendo la riappacificazione tra Hamas e Fatah al grido “no alle divisioni, si all’unità nazionale”.

Numerose le manifestazioni anche nella Cisgiordania occupata, in particolare a Hebron, a Jenin, a Nablus, nel villaggio di Burin e a Beit Ummar, dove sono intervenute le truppe israeliane. Nei pressi di Ramallah, circa 150 donne, tra cui 2 componenti del governo uscente di Salam Fayyad, hanno cercato di passare attraverso il checkpoint sulla strada che da Qalandiya porta a Gerusalemme, per protestare contro l’occupazione.

A Gerusalemme est, infine, circa 15 manifestanti hanno distribuito rose alle donne che entravano e uscivano dalla Città Vecchia attraverso la Porta di Damasco.

Ma l’8 marzo è anche l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, l’assedio imposto alla Striscia di Gaza a partire dal giugno del 2007 e, soprattutto, i crimini di guerra commessi da Israele colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.

A partire dal settembre del 2000, l’esercito israeliano ha massacrato 222 donne e 193 bambine e ragazzine. Oltre 88.300 donne hanno perso la propria casa demolita dai bulldozer o durante le incursioni israeliane, 1.217 delle case distrutte a Gaza dalla furia degli assassini israeliani durante Piombo Fuso appartenevano a donne palestinesi. Inoltre, 5.348 donne sono state direttamente colpite dalla devastazione dei campi coltivati ad opera dell’esercito israeliano: 472 donne erano proprietarie dei terreni devastati. Nello stesso periodo, 1.667 donne di Gaza hanno perso i loro mariti, uccisi dai soldati di Tsahal.

Si stima, infine, che dal 1967 ad oggi siano state oltre 10.000 le donne palestinesi arrestate e detenute nelle prigioni israeliane. Alla data del 1° febbraio, sono ancora 36 le donne palestinesi incarcerate nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, incluse 3 in regime di detenzione amministrativa, quel mostro giuridico proprio dello stato-canaglia israeliano che consente di detenere indefinitamente una persona senza processo e senza alcuna possibilità di difesa.

Le due prigioni in cui vengono detenute le donne palestinesi, peraltro, sono situate al di fuori dei Territori occupati, in chiara violazione della IV Convenzione di Ginevra.

Una di queste donne, come ci ricorda Infopal, è Iman Ghazzawi, detenuta nel carcere di Ramle, che proprio oggi “festeggia” 11 anni di prigionia. Iman è una delle quattro detenute palestinesi il cui coniuge è in prigione in Israele: le viene negata assistenza medica, non riesce a vedere i suoi due figli e, da dieci anni, non incontra il marito. In tal modo, le vengano negati, assieme alla libertà, anche i diritti fondamentali di donna, primo fra tutti quello ad essere madre.

Ma sono molte le donne palestinesi che devono subire, all’atto dell’arresto o della detenzione, varie forme di tortura e di maltrattamenti, tra cui percosse, insulti, minacce, perquisizioni invasive, molestie sessuali e abusi psicologici.

Le carceri israeliane, inoltre, mancano completamente di un approccio di genere, e così le detenute palestinesi soffrono per le dure condizioni di prigionia, ivi compreso il sovraffollamento delle celle, che mancano dei requisiti minimi di salute e igiene, per la negligenza dei medici e la mancanza di una assistenza sanitaria specialistica, per la impossibilità di studiare e, come abbiamo visto, per il diniego di ricevere visite familiari.

E’ per tutto questo che l’associazione per i diritti umani Addameer, in occasione della Giornata internazionale delle donna, ha promosso una petizione per chiedere il rilascio di tutte le prigioniere palestinesi. Il testo della petizione è il seguente:

Noi, sottoscritti membri della società civile mondiale, vogliamo celebrare l’8 marzo 2011, Giornata internazionale della donna, chiedendo alle autorità israeliane di rilasciare immediatamente tutte le prigioniere politiche e le detenute palestinesi dalle carceri israeliane, incluse le donne in regime di detenzione amministrativa. Condanniamo il trattamento crudele e discriminatorio a cui sono soggette le prigioniere politiche e le detenute palestinesi durante il loro arresto, gli interrogatori e in prigione, ivi comprese le molestie sessuali, le punizioni psicologiche e fisiche e le umiliazioni, nonché la privazione di una assistenza sanitaria specialistica. Tutto ciò avviene in violazione del diritto internazionale e deve cessare immediatamente.

Chi scrive ha già sottoscritto la petizione a questo link. Spero vivamente vogliate farlo anche voi.

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9 marzo 2010

La sofferenza delle donne palestinesi.

L’8 marzo segna la Giornata internazionale della donna, una data adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1977 per rimarcare il sostegno alla lotta delle donne per il pieno riconoscimento dei loro diritti e contro ogni discriminazione.

Ieri, in occasione di tale ricorrenza, il Presidente Napolitano nel suo rituale discorso ha avuto modo di ricordare il nostro dovere – mentre cerchiamo di migliorare la condizione delle donne italiane – di non dimenticare “le sofferenze che in altre parti del mondo tale condizione comporta”, citando, tra le altre cose l’alimentazione e le cure mediche inadeguate, ed il mancato accesso all’istruzione.

Un concetto, questo, assolutamente condivisibile, ma che dovrebbe trovare una concreta applicazione, senza restare soltanto una dichiarazione di intenti generica ed anche un tantinello ipocrita.

E’ tristemente noto a tutti, infatti, come le donne palestinesi continuino a dover affrontare circostanze estremamente difficili, in particolare nella Striscia di Gaza, a causa delle quotidiane violazioni dei diritti umani perpetrate nei loro confronti dallo Stato di Israele.

Violazioni dei diritti che hanno raggiunto il loro apice nel corso della recente operazione “Piombo Fuso” condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, nel corso della quale hanno trovato la morte ben 211 donne, ragazze, bambine, il 15% del totale dei Palestinesi uccisi nel corso delle operazioni.

Ma il blocco degli accessi da e per Gaza – che continua ininterrotto – ha provocato anch’esso la morte di decine e decine di Palestinesi e, tra essi, di 17 donne, alle quali è stato negato l’accesso alle cure mediche all’estero o che non hanno potuto ricevere cure adeguate negli ospedali di Gaza.

L’assedio, inoltre, ha un impatto estremamente negativo anche sulle condizioni di vita quotidiana delle donne palestinesi, che si vedono negato o severamente ristretto l’accesso all’acqua potabile e ad una adeguata alimentazione: basti ricordare che, ad oggi, l’85% della popolazione della Striscia dipende, per la stessa sopravvivenza, dagli aiuti alimentari.

Anche se è trascorso ben più di un anno da “Piombo Fuso”, che ha provocato la distruzione di 2.114 abitazioni in cui risiedevano 3.314 famiglie (per un totale di 19.592 palestinesi), l’assedio israeliano impedisce l’afflusso dei materiali per la ricostruzione, e tutte queste persone, incluse centinaia di donne, sono costrette ancora a vivere in tende o in ricoveri di fortuna.

E, infine, a centinaia di donne palestinesi viene tutt’ora negato il diritto di accesso alla giustizia, in relazione ai vani tentativi effettuati per garantire il perseguimento di quanti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità uccidendo i loro mariti o i loro figli, o lasciandoli con disabilità permanenti.

L’accesso all’istruzione per gli studenti di Gaza continua poi ad essere negato, a causa della continua chiusura dei valichi di frontiera con Israele e con l’Egitto; attualmente sono ben 319 gli studenti impossibilitati a proseguire i loro studi all’estero a causa dell’assedio.

Ma ai residenti di Gaza è persino proibito di andare a studiare nella West Bank. Indicativo al riguardo è il dato relativo agli studenti dell’Università di Birzeit (Ramallah): nel 2000, gli studenti provenienti da Gaza erano 350, nel 2005 erano diminuiti a 35, oggi non ve ne è neanche uno.

Questo per tacere di vicende quali quella capitata a Berlanty Azzam, una studentessa di Gaza prossima alla laurea a Betlemme, arrestata e deportata nella Striscia di Gaza dai soldati israeliani – bendata e ammanettata – perché considerata una “residente illegale” (della Cisgiordania!).

Anche nella West Bank, peraltro, le donne palestinesi sono vittime di continue violazioni e soprusi da parte delle forze di sicurezza israeliane, comprese le razzie notturne e i raid di arresto nelle loro case, le restrizioni imposte alla libertà di movimento, le molestie e le aggressioni ai checkpoint.

Se davvero si vuole porre l’attenzione alle sofferenze delle donne nel mondo, la comunità internazionale potrebbe e dovrebbe iniziare chiedendo con forza ad Israele di togliere immediatamente il criminale assedio alla Striscia di Gaza, garantendo la ricostruzione e il ripristino di uno standard di vita minimamente decoroso. E una presa di posizione del Presidente Napolitano in questo senso darebbe un contenuto concreto al suo bel discorso.

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10 marzo 2009

L'8 marzo delle donne palestinesi.


L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è per noi soprattutto l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, l’assedio imposto alla Striscia di Gaza, a partire soprattutto dal giugno del 2007, e i crimini di guerra commessi da Israele colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.

Non occorre ricordare come la più recente forma di violenza sistematica dell’esercito israeliano sia stata l’operazione “Piombo Fuso”, 22 giorni di raid e di bombardamenti in cui civili inermi, compresi donne e bambini, sono stati sistematicamente uccisi o mutilati dall’uso indiscriminato e criminale della forza da parte dei soldati di Tsahal, senza alcuna considerazione dei principi base del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione; crimini per i quali ancora si attendono serie investigazioni e, soprattutto, la punizione dei colpevoli.

Secondo i dati più recenti, sono state 120 le donne palestinesi morte durante l’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, il che corrisponde all’8,3% del totale dei Palestinesi uccisi; il numero delle donne ferite ammonta a 735 (17% del totale), e numerosi sono i casi di gravi mutilazioni.

La gran parte di queste donne sono state uccise o ferite dai raid dell’esercito israeliano mentre erano in casa - a sbrigare i lavori domestici o a pranzo con la propria famiglia o ancora nel sonno – oppure addirittura mentre sventolavano una bandiera bianca o si trovavano all’interno di strutture e scuole dell’UNRWA, dove si erano rifugiate cercando scampo alla furia di Tsahal e andando, invece, incontro ad un tragico destino di morte.

Donne come la 50enne Rawhiya a-Najar, del villaggio di Khuza’a, uccisa il 13 gennaio mentre era in strada sventolando una bandiera bianca, per consentire ai suoi familiari di evacuare la casa in cui abitavano; o come le quattro mogli di Nizar Rayan, uccise insieme al marito (dirigente di Hamas) e ai loro undici figli di età compresa tra 1 e 12 anni, in un omicidio mirato fra i più sanguinosi tra quelli compiuti dagli assassini di Israele; o come la 16enne ‘Ayun a-Nasleh, uccisa lo stesso 1° gennaio insieme al suo fratellino di due anni e mezzo da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha investito in pieno la loro casa a Gaza City; o come le cinque sorelle della famiglia Ba’lusha, uccise nella loro casa nel campo profughi di Jabalya da un bombardamento israeliano che intendeva colpire la vicina moschea.

Ed altre centinaia, più “fortunate”, sono riuscite a restare incolumi, ma hanno dovuto assistere all’orrore della morte dei propri mariti, padri, fratelli, figli.

Ma le sofferenze delle donne palestinesi non si limitano alle uccisioni indiscriminate, bensì includono anche la distruzione delle risorse economiche e/o il divieto ad accedervi, la demolizione delle case, i raid notturni nelle abitazioni alla ricerca di “terroristi”, l’espansione degli insediamenti, i checkpoint e le violazioni alla libertà di circolazione.

Un recente studio della rivista scientifica The Lancet (consultabile qui, ma occorre la registrazione), ha mostrato come nel 2000 – sulla base delle stime congiunte di WHO, Unicef e Un Population Fund – la mortalità materna si sia attestata sul livello di 100 morti ogni 100.000 nascite, a causa del pessimo stato della sanità palestinese e della pressoché totale impossibilità per le donne di ottenere cure adeguate al di fuori dei Territori.

A ciò aggiungasi che il tasso di mortalità infantile nei Territori palestinesi, nel periodo 2002-2006 è stata di 27,6 morti su 1000 per i neonati e di 31,6 morti su mille per i bambini al di sotto dei 5 anni (in Israele lo stesso indicatore è situato al 4 su 1000); tassi, questi, che dal 1990 hanno subito solo una modesta diminuzione, contrariamente a quanto accaduto negli altri Paesi arabi. Il perché si spiega anche con il cambiamento nelle principali cause di morte dei bambini, rappresentata ora dalla prematurità dei parti e dallo scarso peso alla nascita, da ricollegare al deterioramento nella qualità e quantità dell’alimentazione delle gestanti.

Le crescenti difficoltà negli spostamenti incidono, invece, sull’accesso agli esami prenatali e, soprattutto, sulla possibilità di raggiungere in tempo gli ospedali in caso di parto; secondo Lancet, il 10% delle donne palestinesi incinte ha dovuto subire ritardi compresi tra le due e le quattro ore per raggiungere le strutture mediche, laddove il tempo necessario per accedervi (senza i checkpoint e i blocchi stradali) sarebbe stato di 15-30 minuti.

Ma questi numeri non rivelano l’ansia delle donne, durante la gravidanza, legata alla possibilità di potersi recare in ospedale a partorire e ritornare incolumi a casa, dal che ne deriva un aumento dei parti in casa da un lato e, dall’altro, un considerevole incremento dei parti cesarei (passati dall’8,8% nel 2000 al 15% nel 2008).

Un’ansia non immotivata considerato che, dal 2000 al 2006, in ben 69 casi donne palestinesi sono state costrette a partorire ad un checkpoint israeliano, e in ben 36 casi si è verificata la morte dei bambini appena nati, come è accaduto ancora nel settembre del 2008 al neonato di Naheel Abu Rideh, bloccata dai bravi soldatini israeliani al checkpoint di Huwara.

In occasione della giornata internazionale delle donne, il Presidente Napolitano ha tenuto il suo discorso di circostanza, nel corso del quale ha reso noto di aver inviato una lettera al Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, in cui ha sottolineato che “la violenza sessuale contro le donne è un crimine contro l’umanità”.

Plaudiamo al discorso del Presidente, perché davvero lo stupro costituisce un atto di violenza intollerabile contro le donne, un crimine spesso usato in maniera sistematica nel corso dei conflitti che purtroppo insanguinano tante parti del mondo.

E, tuttavia, una denuncia di tale forza ed enfasi si sarebbe potuta e dovuta lanciare anche nei confronti dei crimini contro l’umanità commessi da Israele nei confronti delle donne palestinesi, atti barbari e disumani che avrebbero meritato di trovar posto anch’essi in una lettera al Segretario Generale dell’Onu, magari per sollecitare un’inchiesta sui crimini israeliani commessi a Gaza che non si limiti agli attacchi diretti alle strutture dell’Onu.

Ma, certamente, è molto più facile muovere denunce condivisibili ma generiche piuttosto che puntare un dito accusatore contro uno Stato-canaglia ben determinato. E se questo Stato è Israele, allora è davvero impossibile.

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9 marzo 2008

Un 8 marzo listato a lutto.

Ieri, 8 marzo, anche nei Territori occupati era la giornata internazionale della donna, ma le donne palestinesi non hanno certamente avuto motivi per festeggiare questa ricorrenza, avendo anch’esse dovuto pagare un caro prezzo all’escalation di violenza e ai raid militari condotti da Israele nella Striscia di Gaza.

Nel corso della vera e propria campagna militare scatenata contro il campo profughi di Jabalya, nel nord della Striscia, tra il 28 febbraio e il 4 marzo di quest’anno, l’esercito israeliano ha massacrato ben 110 Palestinesi: 54 erano civili inermi e, tra questi, 27 erano i bambini e 6 le donne, di età compresa tra i 19 e i 60 anni.

Povere donne che non avevano intenzione di andare incontro al martirio e che non avevano alcuna familiarità con un ak47, colte di sorpresa dal terrificante attacco missilistico scatenato dagli aerei e dagli elicotteri israeliani durante la giornata del 1° marzo, uccise dentro le loro case che erroneamente ritenevano un rifugio abbastanza sicuro, maciullate e smembrate mentre dormivano o mentre erano intente alla cura delle faccende domestiche.

Ghada ‘Abdullah, 27 anni, era in cucina e stava preparando la colazione per i suoi figli quando un missile ha colpito la sua casa, Nihad Zaher, 20 anni, è stata uccisa da un colpo di fucile al collo, Samah ‘Assaliya, 19 anni, è stata uccisa da un missile che ha colpito la camera da letto dove dormiva, e così sono cadute vittime dei missili israeliani anche Su’ad Rajab ‘Atallah, 60 anni, e le sue figlie Ibtissam e Rajaa’, rispettivamente di 25 e 30 anni.

Complessivamente, nel corso di poco più di due mesi del 2008, Israele si è macchiato le mani del sangue di 13 donne.

Tra loro possiamo ricordare anche Fatheya Yusef al-Hassoumi, 35 anni, la cui unica colpa è stata quella di aver accettato un passaggio in auto dalla persona sbagliata, e cioè da un candidato all’eliminazione “mirata” da parte dei bravi soldati israeliani; Miriam Mohammad Ahmad al-Rahel, 52 anni, che invece di una eliminazione “mirata” è stata vittima per un deprecabile errore, uccisa da un missile della Iaf mentre tornava a casa, insieme a uno dei suoi figli, sul suo povero carretto trainato da un mulo; Haniya Hussein ‘Abdul Jawwad, 52 anni, uccisa nel corso di un bombardamento aereo mentre partecipava al ricevimento nuziale di un nipote.

Questo per non parlare di quei morti che non entrano nemmeno nelle statistiche di guerra, come le 7 donne morte, dal giugno del 2007 ad oggi, per non essersi potute recare all’estero per ricevere le cure mediche di cui avevano bisogno, a causa dell’illegale e immorale imprigionamento di un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza da parte di Israele.

O come le sei donne morte a Rafah, bloccate insieme a migliaia di altri civili dalla chiusura del valico internazionale protrattasi per oltre due mesi.

L’8 marzo è già ieri, e sembra già svanito persino l’eco dell’orribile massacro di Jabalya, 110 morti di cui la metà erano civili inermi e innocenti, una strage incredibilmente passata pressoché sotto silenzio e con la tacita approvazione dei governi occidentali, che l’hanno derubricata sotto la voce “diritto all’autodifesa”, seppur blandamente ammonendo Israele per l’uso eccessivo e sproporzionato della forza militare: che gentili!

Resta la memoria e il pensiero rivolto a queste donne, vittime della più perfetta estrinsecazione della cultura israeliana, una cultura di violenza, di oppressione, di morte.

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