L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è per noi soprattutto l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, l’assedio imposto alla Striscia di Gaza, a partire soprattutto dal giugno del 2007, e i crimini di guerra commessi da Israele colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.
Non occorre ricordare come la più recente forma di violenza sistematica dell’esercito israeliano sia stata l’operazione “Piombo Fuso”, 22 giorni di raid e di bombardamenti in cui civili inermi, compresi donne e bambini, sono stati sistematicamente uccisi o mutilati dall’uso indiscriminato e criminale della forza da parte dei soldati di Tsahal, senza alcuna considerazione dei principi base del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione; crimini per i quali ancora si attendono serie investigazioni e, soprattutto, la punizione dei colpevoli.
Secondo i dati più recenti, sono state 120 le donne palestinesi morte durante l’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, il che corrisponde all’8,3% del totale dei Palestinesi uccisi; il numero delle donne ferite ammonta a 735 (17% del totale), e numerosi sono i casi di gravi mutilazioni.
La gran parte di queste donne sono state uccise o ferite dai raid dell’esercito israeliano mentre erano in casa - a sbrigare i lavori domestici o a pranzo con la propria famiglia o ancora nel sonno – oppure addirittura mentre sventolavano una bandiera bianca o si trovavano all’interno di strutture e scuole dell’UNRWA, dove si erano rifugiate cercando scampo alla furia di Tsahal e andando, invece, incontro ad un tragico destino di morte.
Donne come la 50enne
Rawhiya a-Najar, del villaggio di Khuza’a, uccisa il 13 gennaio mentre era in strada sventolando una bandiera bianca, per consentire ai suoi familiari di evacuare la casa in cui abitavano; o come le
quattro mogli di Nizar Rayan, uccise insieme al marito (dirigente di Hamas) e ai loro undici figli di età compresa tra 1 e 12 anni, in un omicidio mirato fra i più sanguinosi tra quelli compiuti dagli assassini di Israele; o come la 16enne ‘
Ayun a-Nasleh, uccisa lo stesso 1° gennaio insieme al suo fratellino di due anni e mezzo da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha investito in pieno la loro casa a Gaza City; o come le cinque sorelle della famiglia
Ba’lusha, uccise nella loro casa nel campo profughi di Jabalya da un bombardamento israeliano che intendeva colpire la vicina moschea.
Ed altre centinaia, più “fortunate”, sono riuscite a restare incolumi, ma hanno dovuto assistere all’orrore della morte dei propri mariti, padri, fratelli, figli.
Ma le sofferenze delle donne palestinesi non si limitano alle uccisioni indiscriminate, bensì includono anche la distruzione delle risorse economiche e/o il divieto ad accedervi, la demolizione delle case, i raid notturni nelle abitazioni alla ricerca di “terroristi”, l’espansione degli insediamenti, i checkpoint e le violazioni alla libertà di circolazione.
Un recente studio della rivista scientifica
The Lancet (consultabile
qui, ma occorre la registrazione), ha mostrato come nel 2000 – sulla base delle stime congiunte di WHO, Unicef e Un Population Fund – la mortalità materna si sia attestata sul livello di 100 morti ogni 100.000 nascite, a causa del pessimo stato della sanità palestinese e della pressoché totale impossibilità per le donne di ottenere cure adeguate al di fuori dei Territori.
A ciò aggiungasi che il tasso di mortalità infantile nei Territori palestinesi, nel periodo 2002-2006 è stata di 27,6 morti su 1000 per i neonati e di 31,6 morti su mille per i bambini al di sotto dei 5 anni (in Israele lo stesso indicatore è situato al 4 su 1000); tassi, questi, che dal 1990 hanno subito solo una modesta diminuzione, contrariamente a quanto accaduto negli altri Paesi arabi. Il perché si spiega anche con il cambiamento nelle principali cause di morte dei bambini, rappresentata ora dalla prematurità dei parti e dallo scarso peso alla nascita, da ricollegare al deterioramento nella qualità e quantità dell’alimentazione delle gestanti.
Le crescenti difficoltà negli spostamenti incidono, invece, sull’accesso agli esami prenatali e, soprattutto, sulla possibilità di raggiungere in tempo gli ospedali in caso di parto; secondo Lancet, il 10% delle donne palestinesi incinte ha dovuto subire ritardi compresi tra le due e le quattro ore per raggiungere le strutture mediche, laddove il tempo necessario per accedervi (senza i checkpoint e i blocchi stradali) sarebbe stato di 15-30 minuti.
Ma questi numeri non rivelano l’ansia delle donne, durante la gravidanza, legata alla possibilità di potersi recare in ospedale a partorire e ritornare incolumi a casa, dal che ne deriva un aumento dei parti in casa da un lato e, dall’altro, un considerevole incremento dei parti cesarei (passati dall’8,8% nel 2000 al 15% nel 2008).
Un’ansia non immotivata considerato che, dal 2000 al 2006, in ben 69 casi donne palestinesi sono state costrette a partorire ad un checkpoint israeliano, e in ben 36 casi si è verificata la morte dei bambini appena nati, come è accaduto ancora nel settembre del 2008 al neonato di
Naheel Abu Rideh, bloccata dai bravi soldatini israeliani al checkpoint di Huwara.
In occasione della giornata internazionale delle donne, il Presidente
Napolitano ha tenuto il suo discorso di circostanza, nel corso del quale ha reso noto di aver inviato una lettera al Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, in cui ha sottolineato che “la violenza sessuale contro le donne è un crimine contro l’umanità”.
Plaudiamo al discorso del Presidente, perché davvero lo stupro costituisce un atto di violenza intollerabile contro le donne, un crimine spesso usato in maniera sistematica nel corso dei conflitti che purtroppo insanguinano tante parti del mondo.
E, tuttavia, una denuncia di tale forza ed enfasi si sarebbe potuta e dovuta lanciare anche nei confronti dei crimini contro l’umanità commessi da Israele nei confronti delle donne palestinesi, atti barbari e disumani che avrebbero meritato di trovar posto anch’essi in una lettera al Segretario Generale dell’Onu, magari per sollecitare un’inchiesta sui crimini israeliani commessi a Gaza che non si limiti agli attacchi diretti alle strutture dell’Onu.
Ma, certamente, è molto più facile muovere denunce condivisibili ma generiche piuttosto che puntare un dito accusatore contro uno Stato-canaglia ben determinato. E se questo Stato è Israele, allora è davvero impossibile.