24 agosto 2011

Aspettando il cordoglio di Napolitano














Alla fine, come si sospettava fin dall'inizio, gli attentatori di Eilat erano egiziani, non Palestinesi.

Eppure, senza alcuna prova e in spregio ad ogni regola del diritto umanitario, Israele ha cinicamente approfittato degli eventi per decapitare i vertici dei Comitati di Resistenza Popolare, per fare una bella retata di attivisti di Hamas in Cisgiordania e, come è ovvio, per massacrare e mutilare donne, bambini e civili inermi nella Striscia di Gaza.

In almeno 50 raid aerei, Israele ha ucciso (alla data del 20 agosto) 15 Palestinesi e ne ha feriti almeno 45. Tra i morti, due bambini di due anni e un ragazzino di 13, tra i feriti 8 donne, due anziani e dieci bambini.

Come abbiamo visto, il Presidente Napolitano si è precipitato ad inviare un messaggio di cordoglio al Presidente israeliano Peres per le vittime israeliane degli attacchi ad Eilat.

Anche le vittime della furia bestiale di Israele, tuttavia, aspettano il cordoglio e il rammarico di Napolitano, e anche noi siamo in attesa.

Forse dovremmo ricordargli che anche i Palestinesi sono esseri umani, e che la lotta al "terrorismo" non contempla il massacro di bambini innocenti.






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20 agosto 2011

La vendetta di Israele e il cordoglio di Napolitano



Lo ha detto ieri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Noi abbiamo una politica di strappare un prezzo molto alto da chiunque ci provochi dei danni”. E’ questa politica è evidentemente in atto in queste ore, in risposta agli attacchi che nel sud di Israele sono costati la vita a sei civili, un soldato e un poliziotto.

E l’ultimo atto di questa vera e propria vendetta è stato l’attacco aereo di un drone che ieri sera ha colpito con un missile una motocicletta in Ath-Thaltheen Street, a Gaza City, uccidendo tre Palestinesi, tra cui un bambino di due anni: tutti e tre i corpi sono stati orrendamente mutilati (nessuna menzione, come è ovvio, nei tg della notte…).

Sale così a 15 il numero dei Palestinesi uccisi e a oltre 40 quello dei feriti, dopo che Israele ha attribuito ai Comitati di Resistenza Popolare la responsabilità degli attacchi contro bus e auto civili avvenuti giovedì a Eilat, decidendo di scatenare l’inferno, per l’ennesima volta, sulla Striscia di Gaza.

Le ultime vittime dei raid aerei israeliani sono state il Dr. Monther Qreiqe’, suo fratello Mo’taz (entrambi militanti delle Brigate Al Quds) e il figlio Islam, di soli due anni. I due stavano trasportando il bambino al locale ospedale…

Altri due militanti della Jihad islamica, Anwar Salim e Imad Abu Abda, erano stati uccisi in precedenza nel corso di un altro raid aereo all’entrata sud del campo profughi di Al Boreij. In totale, le forze aeree israeliane hanno compiuto almeno 50 attacchi nelle ultime 24 ore, colpendo numerose aree della Striscia di Gaza e ferendo almeno 45 persone, tra cui dieci bambini, otto donne e due anziani.

Questa è la lista dei Palestinesi assassinati da Israele:

1) Abu Awad Al Nairab, Segretario Generale delle Brigate Salah Ed Deen

2) Imad Hammad, Comitati di Resistenza Popolare

3) Abu Jamil Shaath

4) Khaled Al Masry

5) Imad Nassr

6) Malak Shaath, due anni

7) Mahmoud Abu Samra, 13 anni

8) Ashraf Azzam, 30 anni

9) Mohammad Enaya, 22 anni

10) Samed Abed, 25 anni

11) Anwar Islayym, 21 anni

12) Imad Abu Abda

13) Monther Qreiqe’, 32 anni

14) Mo’taz Qreiqe’

15) Islam Qreiqe’, 2 anni.

Naturalmente il Presidente della Repubblica Napolitano si è precipitato a esprimere al Presidente israeliano Peres Israele il proprio cordoglio per l’attentato di Eilat, affermando di essere “profondamente costernato e sdegnato per gli esecrabili attentati terroristici di Eilat, che hanno mietuto vittime inermi e causato il ferimento di soldati e civili”.

Siamo certi che analogo sdegno e costernazione il nostro Presidente vorrà esprimere per l’atroce vendetta israeliana che si è scatenata contro la popolazione civile della Striscia di Gaza.

Perché se è vero che “Israele ha già sofferto molto”, ciò è ancor più vero per il popolo palestinese, e di certo la lotta contro il “terrorismo” non contempla il massacro di bambini e di innocenti.

Ma forse ci sbagliamo…

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30 maggio 2011

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

La riapertura del valico di Rafah, avvenuta sabato scorso, è certamente un’ottima notizia per gli abitanti della Striscia di Gaza.

E, tuttavia, ancora molto c’è da fare per restituire ai Palestinesi di Gaza un livello di vita appena accettabile e dignitoso.

Israele continua a vietare le importazioni verso Gaza di numerosi materiali, tra cui soprattutto l’acciaio, il cemento e altri materiali da costruzione necessari per riparare alle enormi distruzioni causate dai raid israeliani. Del pari, anche le esportazioni sono vietate, se si eccettuano modesti quantitativi di fragole e di fiori. Il risultato di questo blocco disumano e illegale si evidenzia con drammatica immediatezza nel tasso di disoccupazione, attualmente al 30,8%, e nella percentuale di residenti della Striscia che dipendono per vivere dagli aiuti umanitari, pari addirittura al 70% del totale della popolazione.

Israele, inoltre, continua a controllare lo spazio aereo e la fascia marittima che oltrepassa le tre miglia nautiche, con gravi ripercussioni, tra l’altro, per l’industria della pesca. L’esercito israeliano impone arbitrariamente il divieto di ingresso ai Palestinesi all’interno di una “zona-cuscinetto” profonda fino a un chilometro all’interno della Striscia di Gaza, impedendo agli agricoltori di coltivare i terreni situati in quell’area.

La prossima partenza della Freedom Flotilla 2, dunque, mantiene intatta la sua fondamentale importanza di missione umanitaria e, insieme, di denuncia dei crimini umanitari di Israele.

E la petizione che segue, rivolta al Presidente Napolitano, chiede che venga garantita l’incolumità dei mezzi e delle persone che parteciperanno alla missione della Flotilla. Vorremmo ricordare che il rapporto dell’Onu su quanto accaduto alla precedente missione e, in particolare, sul massacro avvenuto a bordo della nave turca Mavi Marmara, ha trovato Israele colpevole di vari, gravissimi crimini, tra cui l’uccisione illegale di nove attivisti e la tortura, crimini che andrebbero perseguiti a norma dell’articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra.

E, invece, i nove martiri della Mavi Marmara attendono ancora giustizia. Vorremmo almeno che non si consentisse a Israele di ripetere un tale eccidio. E’ per questo che ho firmato la petizione che segue, ed è per questo che invito anche voi a farlo, al seguente indirizzo:
http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2011N10516

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

Firmate la petizione al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, affinchè intervenga a sostegno della Gaza Freedom Flotilla II – Restiamo Umani , che partirà nella seconda metà di Giugno alla volta della Striscia di Gaza sotto assedio.

La Flotilla è composta da un minimo di dieci navi con a bordo dignitari, dottori, professori, artisti, giornalisti e attivisti, oltre a materiale da ricostruzione ed aiuti umanitari. Partirà da diversi porti Europei verso Gaza come atto di disobbedienza civile non violenta per persuadere la comunità internazionale ad adempiere ai propri obblighi nei confronti della popolazione Palestinese e porre fine ad un assedio illegale di Gaza da parte di Israele, che dura da più di 4 anni.

Questo è il secondo tentativo di organizzare una Flotilla, da cittadini internazionali a cittadini Palestinesi, organizzata su vasta scala da parte dei movimenti di massa internazionali. Partecipano 14 gruppi nazionali coordinati in una coalizione internazionale. Trasporterà circa 1000 passeggeri e includerà una nave italiana, la “Stefano Chiarini”, con a bordo decine di italiani dedicati a questa battaglia per la giustizia civile. (vedi http:www.freedomflotilla.it)

L’ultima Freedom Flotilla, partita nel maggio 2010, era composta da 7 imbarcazioni che trasportavano circa 700 passeggeri da 36 nazioni diverse. I commandos Israeliani attaccarono le navi sparando, uccidendo nove passeggeri, ferendone più di 50 e imprigionando tutti gli altri. Questa tragedia ha posto la situazione di Gaza in primo piano sulla scena mondiale ed Israele sotto considerevole pressione affinchè alleggerisse il disumano assedio di Gaza, cosa che la comunità internazionale non era riuscita a fare negli ultimi 3 anni.

Le autorità Egiziane hanno deciso di riaprire i passaggi terra/aria con Gaza, ciò non cambia di molto la realtà di Gaza che continua ad essere sotto assedio:

1. Il valico di Rafah (confine Egitto-Gaza) è l’unica apertura di Gaza verso il mondo esterno e attualmente ci sono ancora restrizioni.
2. La sola apertura di Rafah non cambia le condizioni per una ripartenza dell’economia Palestinese. Rafah non ha le infrastrutture per sostenere l'economia di Gaza, non c'è linea ferroviaria, porto o possibilità di passaggi di grandi quantità di merce.
3. Israele blocca attualmente l’accesso a Gaza via terra e via aria. Senza aeroporto o porto funzionanti, Gaza non può avere una vita normale
4. Israele impedisce il libero spostamento dei Palestinesi da Gaza alla Cisgiordania (territori Palestinesi occupati). Ciò rende impossibile l’unità della Palestina.

Vi chiediamo di firmare questa petizione per dimostrare il crescente sostegno pubblico per porre fine all’assedio di Gaza e in favore dei diritti dei Palestinesi. Chiediamo che le istituzioni italiane facciano pressione su Israele per assicurare che i passeggeri non siano attaccati violentemente e che la Freedom Flotilla II – Restiamo Umani, in partenza a fine giugno 2011 riesca ad arrivare a Gaza, in conformità con il diritto internazionale.

TESTO DELLA PETIZIONE
28 maggio 2011

Egregio Presidente Giorgio Napolitano,

Chiediamo che le Istituzioni Italiane facciano pressione politica su Israele per assicurare che i passeggeri a bordo della Freedom Flotilla per Gaza non siano attaccati violentemente dai militari Israeliani.

La Freedom Flotilla II- Restiamo Umani, partirà alla fine di Giugno con a bordo circa 1000 passeggeri che chiedono la fine del brutale assedio di Gaza. Le Organizzazioni Internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno condannato il blocco Israeliano della Striscia di Gaza. Le nostre istituzioni devono far pressione su Israele affinchè rispetti le leggi internazionali e lasci passare la Flotilla diretta a Gaza.

Circa 30 italiani, attivisti per la giustizia sociale, prenderanno parte a questa missione a bordo di una barca, la “Stefano Chiarini”. Chiediamo il Suo intervento per garantire la loro sicurezza e il loro arrivo a Gaza, come è nel loro pieno diritto, in conformità alle leggi internazionali.

In fede

Coordinamento Italiano Freedom Flotilla II – Restiamo Umani e sostenitori
I firmatari

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25 aprile 2011

Ciao, anzi "bella ciao", Vik!




Alla fine sono venuti in tantissimi a salutare per l'ultima volta Vittorio Arrigoni nella sua Bulciago, oltre duemila persona da tutta Italia e da vari paesi europei, era presente anche una delegazione proveniente dalla Striscia di Gaza.

Don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, ha dichiarato: "Ci inquieta l'assenza totale del nostro governo nazionale a questa cerimonia. Ci inquieta ma non ci sorprende più".

E allora sono andato a rileggermi la cronaca dei funerali di un altro italiano, per ironia della sorte morto come Vik il 14 aprile di alcuni anni fa.

Ai funerali di Fabrizio Quattrocchi, che non era certo andato in Iraq - dove ha poi trovato la morte - per motivi umanitari e per una scelta di attivismo pacifista e non violento, erano presenti il Presidente della Camera e numerosi altri esponenti politici, il Presidente della Repubblica aveva inviato una corona di fiori, il Papa aveva inviato un suo messaggio.

Ieri nessun politico ha presenziato ai funerali, eccezion fatta per alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, nessuna corona di fiori, nessun messaggio del Papa, e tutto sommato credo che Vik avrebbe preferito così, un funerale con i suoi amici e insieme a coloro che ne condividevano passioni e ideali, lontano dalla retorica delle cerimonie ufficiali.

Ma a noi importa, perchè ci amareggia l'indifferenza dell'Italia istituzionale per la morte di un nostro concittadino, a prescindere dalle sue idee, e ci indigna, una volta di più, l'appiattimento italiano sulle posizioni di Usa e Israele e la totale mancanza di interesse per le sofferenze e le privazioni del popolo palestinese, a fianco del quale Vik lottava con metodi assolutamente non violenti.

E in realtà Vik è un vero eroe di questi nostri tempi in cui l'intervento "umanitario" viene incredibilmente e vergognosamente ricollegato solo a raid e bombardamenti.

L'amica Beatrice qualche giorno fa mi ha scritto questa email, a proposito del fatto che il Presidente della Repubblica Napolitano non ha ritenuto di essere presente a Fiumicino per accogliere la salma di Vittorio Arrigoni, come ha sempre fatto quando a morire sono stati soldati italiani all'estero in missioni "umanitarie".

"... Questa mattina io ho scritto una lettera aperta al Presidente della repubblica tramite il servizio web mail del Quirinale. L'ho pubblicata anche su Facebook e sta girando, spero che altri vorranno inoltrarla al Quirinale ...

Signor Presidente della Repubblica,

mi preme scriverle questa lettera, perchè trovo che qualcuno debba pur prendersi la briga di ricordarle il suo sgomento.

Ieri, 20 aprile 2011, è rientrata in Italia la salma di Vittorio Arrigoni, è rientrata con un volo di linea, completamente avvolta nel cellophane nero.

L'Italia, che lei rappresenta, non ha messo a disposizione un volo speciale per il rientro.

Ma questo va bene così. Vittorio è tornato così come era arrivato a Gaza, così come aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita: in maniera Indipendente.

Non mi domando perchè non fossero presenti al suo arrivo altre autorità, non ha importanza l'assenza di figure istituzionali che rappresentano sempre una parte, siano esse di governo o di opposizione. (E vorrei capire perché la Pace in Italia è sempre un discorso “di parte”.)

Mi domando perchè fosse assente Lei, Presidente.

Lei che rappresenta anche me, insieme a ogni singolo cittadino italiano, a prescindere dalle idee e dai colori.

Non ho visto le sue mani aperte andare a poggiarsi sulla bara di Vittorio, gesto che sempre ho trovato commovente per l'intimo affetto che dimostra.

Vede Presidente, lei ha dimenticato il suo sgomento. Probabilmente lo ricorderà, come altri, il giorno dei funerali di Vittorio.

Ma ieri, quando Vittorio è arrivato su territorio italiano, ieri, Presidente, lei non c'era.

E allora è giusto citare le parole della Sig.ra Rita Pani: <<"Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi”. E questo stato ci fa beati, cancellando i nostri eroi, quelli veri.>>

Si ricordi allora, Presidente, che oggi io, cittadina italiana che trovava nella sua figura una forma di rappresentanza in uno Stato che nelle sue parti politiche non rappresenta più nessuno, io non mi sento più rappresentata da alcuno. Non per mia scelta, Signor Presidente, ma per Sua scelta.
E’ stato lei, con la sua assenza di ieri, a indicarmi che non intende rappresentarmi.

Me ne dolgo, Presidente, ma saprò farmene una ragione.

Beatrice Pietrangeli".

Sento di condividere in pieno lo spirito e il tenore di questa lettera, chi volesse farla propria potrà firmarla e inoltrarla qui:

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9 marzo 2010

La sofferenza delle donne palestinesi.

L’8 marzo segna la Giornata internazionale della donna, una data adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 1977 per rimarcare il sostegno alla lotta delle donne per il pieno riconoscimento dei loro diritti e contro ogni discriminazione.

Ieri, in occasione di tale ricorrenza, il Presidente Napolitano nel suo rituale discorso ha avuto modo di ricordare il nostro dovere – mentre cerchiamo di migliorare la condizione delle donne italiane – di non dimenticare “le sofferenze che in altre parti del mondo tale condizione comporta”, citando, tra le altre cose l’alimentazione e le cure mediche inadeguate, ed il mancato accesso all’istruzione.

Un concetto, questo, assolutamente condivisibile, ma che dovrebbe trovare una concreta applicazione, senza restare soltanto una dichiarazione di intenti generica ed anche un tantinello ipocrita.

E’ tristemente noto a tutti, infatti, come le donne palestinesi continuino a dover affrontare circostanze estremamente difficili, in particolare nella Striscia di Gaza, a causa delle quotidiane violazioni dei diritti umani perpetrate nei loro confronti dallo Stato di Israele.

Violazioni dei diritti che hanno raggiunto il loro apice nel corso della recente operazione “Piombo Fuso” condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, nel corso della quale hanno trovato la morte ben 211 donne, ragazze, bambine, il 15% del totale dei Palestinesi uccisi nel corso delle operazioni.

Ma il blocco degli accessi da e per Gaza – che continua ininterrotto – ha provocato anch’esso la morte di decine e decine di Palestinesi e, tra essi, di 17 donne, alle quali è stato negato l’accesso alle cure mediche all’estero o che non hanno potuto ricevere cure adeguate negli ospedali di Gaza.

L’assedio, inoltre, ha un impatto estremamente negativo anche sulle condizioni di vita quotidiana delle donne palestinesi, che si vedono negato o severamente ristretto l’accesso all’acqua potabile e ad una adeguata alimentazione: basti ricordare che, ad oggi, l’85% della popolazione della Striscia dipende, per la stessa sopravvivenza, dagli aiuti alimentari.

Anche se è trascorso ben più di un anno da “Piombo Fuso”, che ha provocato la distruzione di 2.114 abitazioni in cui risiedevano 3.314 famiglie (per un totale di 19.592 palestinesi), l’assedio israeliano impedisce l’afflusso dei materiali per la ricostruzione, e tutte queste persone, incluse centinaia di donne, sono costrette ancora a vivere in tende o in ricoveri di fortuna.

E, infine, a centinaia di donne palestinesi viene tutt’ora negato il diritto di accesso alla giustizia, in relazione ai vani tentativi effettuati per garantire il perseguimento di quanti hanno commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità uccidendo i loro mariti o i loro figli, o lasciandoli con disabilità permanenti.

L’accesso all’istruzione per gli studenti di Gaza continua poi ad essere negato, a causa della continua chiusura dei valichi di frontiera con Israele e con l’Egitto; attualmente sono ben 319 gli studenti impossibilitati a proseguire i loro studi all’estero a causa dell’assedio.

Ma ai residenti di Gaza è persino proibito di andare a studiare nella West Bank. Indicativo al riguardo è il dato relativo agli studenti dell’Università di Birzeit (Ramallah): nel 2000, gli studenti provenienti da Gaza erano 350, nel 2005 erano diminuiti a 35, oggi non ve ne è neanche uno.

Questo per tacere di vicende quali quella capitata a Berlanty Azzam, una studentessa di Gaza prossima alla laurea a Betlemme, arrestata e deportata nella Striscia di Gaza dai soldati israeliani – bendata e ammanettata – perché considerata una “residente illegale” (della Cisgiordania!).

Anche nella West Bank, peraltro, le donne palestinesi sono vittime di continue violazioni e soprusi da parte delle forze di sicurezza israeliane, comprese le razzie notturne e i raid di arresto nelle loro case, le restrizioni imposte alla libertà di movimento, le molestie e le aggressioni ai checkpoint.

Se davvero si vuole porre l’attenzione alle sofferenze delle donne nel mondo, la comunità internazionale potrebbe e dovrebbe iniziare chiedendo con forza ad Israele di togliere immediatamente il criminale assedio alla Striscia di Gaza, garantendo la ricostruzione e il ripristino di uno standard di vita minimamente decoroso. E una presa di posizione del Presidente Napolitano in questo senso darebbe un contenuto concreto al suo bel discorso.

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10 marzo 2009

L'8 marzo delle donne palestinesi.


L’8 marzo, giornata internazionale della donna, è per noi soprattutto l’occasione per ricordare come la pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, l’assedio imposto alla Striscia di Gaza, a partire soprattutto dal giugno del 2007, e i crimini di guerra commessi da Israele colpiscano soprattutto le fasce più deboli della popolazione civile palestinese, e in primo luogo le donne e i bambini.

Non occorre ricordare come la più recente forma di violenza sistematica dell’esercito israeliano sia stata l’operazione “Piombo Fuso”, 22 giorni di raid e di bombardamenti in cui civili inermi, compresi donne e bambini, sono stati sistematicamente uccisi o mutilati dall’uso indiscriminato e criminale della forza da parte dei soldati di Tsahal, senza alcuna considerazione dei principi base del diritto umanitario, quello della proporzionalità e quello della distinzione; crimini per i quali ancora si attendono serie investigazioni e, soprattutto, la punizione dei colpevoli.

Secondo i dati più recenti, sono state 120 le donne palestinesi morte durante l’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, il che corrisponde all’8,3% del totale dei Palestinesi uccisi; il numero delle donne ferite ammonta a 735 (17% del totale), e numerosi sono i casi di gravi mutilazioni.

La gran parte di queste donne sono state uccise o ferite dai raid dell’esercito israeliano mentre erano in casa - a sbrigare i lavori domestici o a pranzo con la propria famiglia o ancora nel sonno – oppure addirittura mentre sventolavano una bandiera bianca o si trovavano all’interno di strutture e scuole dell’UNRWA, dove si erano rifugiate cercando scampo alla furia di Tsahal e andando, invece, incontro ad un tragico destino di morte.

Donne come la 50enne Rawhiya a-Najar, del villaggio di Khuza’a, uccisa il 13 gennaio mentre era in strada sventolando una bandiera bianca, per consentire ai suoi familiari di evacuare la casa in cui abitavano; o come le quattro mogli di Nizar Rayan, uccise insieme al marito (dirigente di Hamas) e ai loro undici figli di età compresa tra 1 e 12 anni, in un omicidio mirato fra i più sanguinosi tra quelli compiuti dagli assassini di Israele; o come la 16enne ‘Ayun a-Nasleh, uccisa lo stesso 1° gennaio insieme al suo fratellino di due anni e mezzo da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha investito in pieno la loro casa a Gaza City; o come le cinque sorelle della famiglia Ba’lusha, uccise nella loro casa nel campo profughi di Jabalya da un bombardamento israeliano che intendeva colpire la vicina moschea.

Ed altre centinaia, più “fortunate”, sono riuscite a restare incolumi, ma hanno dovuto assistere all’orrore della morte dei propri mariti, padri, fratelli, figli.

Ma le sofferenze delle donne palestinesi non si limitano alle uccisioni indiscriminate, bensì includono anche la distruzione delle risorse economiche e/o il divieto ad accedervi, la demolizione delle case, i raid notturni nelle abitazioni alla ricerca di “terroristi”, l’espansione degli insediamenti, i checkpoint e le violazioni alla libertà di circolazione.

Un recente studio della rivista scientifica The Lancet (consultabile qui, ma occorre la registrazione), ha mostrato come nel 2000 – sulla base delle stime congiunte di WHO, Unicef e Un Population Fund – la mortalità materna si sia attestata sul livello di 100 morti ogni 100.000 nascite, a causa del pessimo stato della sanità palestinese e della pressoché totale impossibilità per le donne di ottenere cure adeguate al di fuori dei Territori.

A ciò aggiungasi che il tasso di mortalità infantile nei Territori palestinesi, nel periodo 2002-2006 è stata di 27,6 morti su 1000 per i neonati e di 31,6 morti su mille per i bambini al di sotto dei 5 anni (in Israele lo stesso indicatore è situato al 4 su 1000); tassi, questi, che dal 1990 hanno subito solo una modesta diminuzione, contrariamente a quanto accaduto negli altri Paesi arabi. Il perché si spiega anche con il cambiamento nelle principali cause di morte dei bambini, rappresentata ora dalla prematurità dei parti e dallo scarso peso alla nascita, da ricollegare al deterioramento nella qualità e quantità dell’alimentazione delle gestanti.

Le crescenti difficoltà negli spostamenti incidono, invece, sull’accesso agli esami prenatali e, soprattutto, sulla possibilità di raggiungere in tempo gli ospedali in caso di parto; secondo Lancet, il 10% delle donne palestinesi incinte ha dovuto subire ritardi compresi tra le due e le quattro ore per raggiungere le strutture mediche, laddove il tempo necessario per accedervi (senza i checkpoint e i blocchi stradali) sarebbe stato di 15-30 minuti.

Ma questi numeri non rivelano l’ansia delle donne, durante la gravidanza, legata alla possibilità di potersi recare in ospedale a partorire e ritornare incolumi a casa, dal che ne deriva un aumento dei parti in casa da un lato e, dall’altro, un considerevole incremento dei parti cesarei (passati dall’8,8% nel 2000 al 15% nel 2008).

Un’ansia non immotivata considerato che, dal 2000 al 2006, in ben 69 casi donne palestinesi sono state costrette a partorire ad un checkpoint israeliano, e in ben 36 casi si è verificata la morte dei bambini appena nati, come è accaduto ancora nel settembre del 2008 al neonato di Naheel Abu Rideh, bloccata dai bravi soldatini israeliani al checkpoint di Huwara.

In occasione della giornata internazionale delle donne, il Presidente Napolitano ha tenuto il suo discorso di circostanza, nel corso del quale ha reso noto di aver inviato una lettera al Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, in cui ha sottolineato che “la violenza sessuale contro le donne è un crimine contro l’umanità”.

Plaudiamo al discorso del Presidente, perché davvero lo stupro costituisce un atto di violenza intollerabile contro le donne, un crimine spesso usato in maniera sistematica nel corso dei conflitti che purtroppo insanguinano tante parti del mondo.

E, tuttavia, una denuncia di tale forza ed enfasi si sarebbe potuta e dovuta lanciare anche nei confronti dei crimini contro l’umanità commessi da Israele nei confronti delle donne palestinesi, atti barbari e disumani che avrebbero meritato di trovar posto anch’essi in una lettera al Segretario Generale dell’Onu, magari per sollecitare un’inchiesta sui crimini israeliani commessi a Gaza che non si limiti agli attacchi diretti alle strutture dell’Onu.

Ma, certamente, è molto più facile muovere denunce condivisibili ma generiche piuttosto che puntare un dito accusatore contro uno Stato-canaglia ben determinato. E se questo Stato è Israele, allora è davvero impossibile.

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