7 luglio 2011

Il grosso grasso matrimonio greco di Netanyahu

Era sembrato troppo bello che la Freedom Flotilla 2 – Stay Human fosse riuscita a mettere a segno un colpo, riuscendo a far partire alla chetichella una delle sue navi, la “Dignité”. Purtroppo anche la nave francese, a bordo della quale, tra gli altri, vi sono Olivier Besancenot, già candidato alle elezioni presidenziali in Francia, Nicole Kiil-Nielsen, europarlamentare dei Verdi, e Annick Coupé, sindacalista dell’Union Syndicale Solidaires, alla fine è stata fermata da una cannoniera della guardia costiera greca.


Gli Israeliani sembrano considerare la Freedom Flotilla una vera e propria minaccia esistenziale, e si sono inventati di tutto pur di cercare di fermare la sua partenza alla volta di Gaza.


Prima si è avuto un intenso e proficuo lavorio diplomatico, che ha portato i governi delle nazioni a cui appartengono i partecipanti a questa missione umanitaria, e persino l’Onu, a invitare incredibilmente i propri cittadini a non partire alla volta di Gaza, anziché pretendere da Israele che ne venisse garantita l’incolumità.


Poi si è scatenato il poderoso apparato propagandistico israeliano, di cui tutto si può dire salvo che manchi di fervida fantasia.


Così dapprima Israele ha cercato di propinare all’opinione pubblica l’abissale panzana secondo cui a Gaza, lungi dall’esservi una crisi umanitaria, si trovano ogni sorta di beni e mercanzie e si può vivere quasi da nababbi, poi ha diffuso un video truffaldino in cui un sedicente attivista (rivelatosi poi un esperto di pubbliche relazioni israeliano) sosteneva che gli attivisti imbarcati avessero solidi e strutturati rapporti con i “terroristi” di Hamas e, infine, ha reso noto che gli attivisti della Flotilla erano intenzionati a “spargere il sangue” dei soldati dell’Idf e che a bordo delle navi vi erano sostanze chimiche e incendiarie con cui attaccarli.


Visto che, tuttavia, le trovate propagandistiche non sembravano sortire alcun risultato, Israele si è “rassegnato” a chiedere alla Grecia, puramente e semplicemente, di non far salpare le navi della Flottiglia alla volta della Striscia di Gaza.


Resta allora da capire perché i Greci si siano piegati alle richieste (o al ricatto?) di Israele, facendo la figura di uno stato vassallo e mero esecutore degli ordini israeliani, bloccando le navi della Flottiglia con un provvedimento palesemente immotivato ed illegale.


La risposta è molto semplice: Israele sta mettendo all’incasso la cambiale del suo intervento in favore della Grecia presso l’Unione europea, approfittando dello stato di gravissima crisi finanziaria che il Paese attraversa. Di questo tratta l’articolo che segue, scritto per Ha’aretz dal giornalista israeliano Barak Ravid e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.


Netanyahu’s big fat Greek Wedding


Netanyahu ha investito nel suo rapporto con la Grecia nel corso dell’ultimo anno e mezzo, e la sua scommessa alla fine ha pagato visto che la Grecia blocca la partenza dai suoi porti della Flotilla per Gaza.


di Barak Ravid – 1.7.2011


Il primo ministro Benjamin Netanyahu a volte sembra quasi troppo arrogante, e più sicuro di sé di quanto non gli giovi. Tuttavia, contrariamente al solito, questo finesettimana egli in realtà aveva una giustificazione per la sua superbia.


L’investimento personale di Netanyahu nel suo rapporto con il primo ministro greco George Papandreou nell’ultimo anno e mezzo, attraverso il quale ha intensificato le relazioni diplomatiche con questa nazione europea in grave crisi, sembra aver dato il colpo di grazia alla flottiglia di Gaza.


Nel suo discorso di giovedì sera, in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi alla Scuola di Volo dell’Aeronautica israeliana, Netanyahu ha discusso gli sforzi diplomatici in atto per impedire alla flottiglia di Gaza di salpare. L’unico leader che Netanyahu ha citato per nome nel suo discorso è stato il greco George Papandreou.


Solo un giorno prima, il primo ministro israeliano aveva parlato con il suo omologo greco, implorandolo di dare un ordine che impedisse alle navi di salpare dalla Grecia verso la Striscia di Gaza. A differenza del passato, Papandreou ha risposto positivamente, e un alto funzionario israeliano coinvolto nei colloqui tra il primo ministro greco e Netanyahu ha dichiarato che Israele sapeva già dal pomeriggio di giovedì che la Grecia stava progettando di bloccare le navi dirette dai suoi porti verso la Striscia.


La storia d’amore tra Netanyahu e Papandreou ebbe inizio nel febbraio del 2010, quando i due si incontrarono casualmente al ristorante “Puskin” di Mosca. Netanyahu approfittò del loro incontro per parlare con il primo ministro greco dell’estremismo turco contro Israele, e i due divennero ben presto amici.


Il leader israeliano e quello greco si sono parlati almeno una volta alla settimana da quando si sono incontrati a Mosca.


La flottiglia turca diretta a Gaza nel maggio del 2010 suscitò gravi preoccupazioni tra i ranghi dell’intelligence e dell’esercito in Grecia, i quali iniziarono a esercitare pressioni sul governo affinché rafforzasse i legami diplomatici con Israele. Papandreou non aveva bisogno di molto per farsi convincere.


Nel luglio del 2010 egli giunse a Gerusalemme, in quella che fu la prima visita ufficiale di un primo ministro greco in Israele in 30 anni. Poche settimane dopo, Netanyahu si recò ad Atene, e trascorse un’intera giornata con Papandreou e altri funzionari su un’isola vicina.


I diplomatici israeliani possono attestare che lo sbocciare dell’amicizia tra i due paesi nel corso del passato anno e mezzo è stato a dir poco spettacolare. Lo scambio di informazioni di intelligence è aumentato, l’aeronautica militare israeliana ha condotto una serie di esercitazioni congiunte con l’aeronautica greca, e Netanyahu ha chiesto l’assistenza di Papandreou per trasmettere diversi messaggi al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas.


Molti dei colloqui tra Netanyahu e Papandreou nei mesi scorsi hanno ruotato attorno alla grave crisi finanziaria di cui la Grecia sta attualmente soffrendo. Netanyahu ha recentemente deciso di venire in aiuto del suo nuovo amico in una riunione dei ministri degli esteri e dei leader europei, chiedendo loro di fornire aiuti finanziari alla Grecia.


“Netanyahu è diventato il lobbista della Grecia presso l’Unione Europea”, ha affermato un diplomatico israeliano.


Nelle ultime settimane, mentre gli sforzi per fermare l’imminente spedizione della flottiglia filo-palestinese a Gaza giungevano a un punto critico, Netanyahu ha colto i benefici del suo investimento nei rapporti greco-israeliani, e la sua scommessa su questo paese europeo si è rivelata vincente.


Egli è stato in grado di creare una valida alternativa alle relazioni con la Turchia, sotto vari aspetti, mostrando a Erdogan che Israele non esiterà a stringere un rapporto molto stretto con il suo più grande nemico in Occidente.


E quando è giunto il momento della verità, la Grecia ha dato seguito alle promesse ordinando che a tutte le navi in partenza verso Gaza venisse impedito di lasciare i suoi porti. La decisione della Grecia, insieme con l’annuncio dell’organizzazione umanitaria turca IHH che la Mavi Marmara non sarebbe partita, e con il comunicato del presidente di Cipro che vietava alle navi di dirigersi a Gaza, ha segnato quasi del tutto il destino della flottiglia.


“Gli organizzatori della flottiglia non hanno tenuto conto del fatto che la Grecia del luglio 2011 non è la Grecia del maggio 2010″, ha affermato un alto funzionario israeliano che ha lavorato intensamente negli ultimi mesi per evitare che la missione della flottiglia di Gaza avesse luogo.


“Oggi c’è un Grecia diversa, per quanto riguarda Israele”, ha aggiunto. “Gli organizzatori della flottiglia non lo hanno capito, e ora ne stanno pagando il prezzo”.


Barak Ravid è un giornalista israeliano; è corrispondente diplomatico del quotidiano Haaretz; in precedenza ha lavorato per il quotidiano Maariv


(Traduzione di Roberto Iannuzzi)

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12 aprile 2011

La spudorata propaganda israeliana: il falso "boom" delle costruzioni a Gaza

All’inizio della scorsa settimana, il portavoce dell’esercito israeliano ha annunciato una “estesa attività edilizia” nella Striscia di Gaza, dopo l’approvazione, da parte del Coordinatore delle Attività governative nei Territori, di 121 progetti finanziati da organizzazioni internazionali. Secondo il rapporto si ritiene che l’economia di Gaza, a seguito dell’approvazione, venga “rafforzata”.

Questo è sicuramente un passo positivo, ma sfortunatamente non vi è nulla di nuovo. I progetti di cui si parla erano già stati approvati durante l’ultimo anno e, di fatto, l’ultima volta che è stato approvato un progetto davvero “nuovo” è stata ai primi di febbraio. Inoltre, il valore totale dei progetti approvati rappresenta soltanto il 20% del budget complessivo per i progetti pianificato solamente dall’UNDP (United Nations Development Programme) e dall’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency).

Mettendo da parte la propaganda costituita dalle dichiarazioni ricorrenti di approvazione dei medesimi progetti, in ogni caso l’attività edilizia procede a passo di lumaca in quanto Israele mantiene operativo solo un unico valico per la Striscia di Gaza – quello di Kerem Shalom – attraverso cui vengono trasferite tutte le merci, lasciando poco spazio per i materiali da costruzione. La quantità media mensile di materiali da costruzione “proibiti” (acciaio, cemento e ghiaia) di cui Israele ha consentito l’ingresso nella Striscia di Gaza tra l’ottobre 2010 e il febbraio di quest’anno è stata pari a 20.000 tonnellate, che rappresenta appena il 7,6% della quantità media mensile (264.000 tonnellate) che entrava a Gaza prima del blocco, da gennaio a maggio del 2007.

I vertici della sicurezza israeliana hanno ammesso che la carenza di materiali da costruzione impedisce la ricostruzione di Gaza, ma sostengono di limitare l’importazione di questi materiali in quanto Hamas potrebbe usarli per scopi militari, come la costruzione di bunker e di tunnel. Per questa ragione, Israele ha messo in piedi un farraginoso sistema burocratico che, tra le altre cose, richiede alle organizzazioni internazionali che intendono importare materiali per i loro progetti una scrupolosa documentazione e dei requisiti di monitoraggio come se stessimo parlando di uranio arricchito e non di cemento per gettare le fondamenta di una scuola.

Ma anche questo farraginoso sistema comunque non garantisce ad Israele il controllo sul trasferimento e l’uso dei materiali da costruzione nella Striscia di Gaza. Secondo un recente rapporto dell’Onu, dall’ottobre del 2010 al febbraio del 2011, ben 98.000 tonnellate di acciaio, cemento e ghiaia sono entrate a Gaza attraverso i tunnel senza alcuna supervisione israeliana – cinque volte il totale trasferito attraverso i valichi di frontiera nello stesso periodo.

A parte l’inefficacia delle restrizioni israeliane nell’impedire ad Hamas di ricevere materiali da costruzione, questi numeri dimostrano quanto sia elevata la domanda di materiali da costruzione nella Striscia di Gaza rispetto alla limitata offerta consentita da Israele attraverso i valichi. Il quasi-monopolio nell’importazione dei materiali da costruzione da parte dell’industria dei tunnel, creata come risultato della politica israeliana su tali beni, consente peraltro al governo locale di apparire più efficace nella costruzione di edifici di importanza vitale rispetto alle organizzazioni internazionali. Il governo locale usa materiali provenienti dai tunnel, mentre i regolamenti della maggior parte delle organizzazioni internazionali impediscono loro di fare altrettanto.

L’economia di Gaza è cresciuta nell’ultimo anno del 9% dalla situazione in cui era sprofondata nel periodo successivo alla guerra e durante tre anni di blocco quasi ermetico, ma il prodotto interno lordo è ancora del 20% sotto il livello del 2005, e la disoccupazione si attesta sul 38%, uno dei livelli più alti al mondo. Secondo un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale, una delle misure necessarie ai fini di una significativa ripresa dell’economia a Gaza è costituita proprio dalla eliminazione delle restrizioni imposte al settore privato, ivi incluso il divieto di importare materiali da costruzione.

Si può certo presumere che parte dei materiali da costruzione importati attraverso i tunnel sia stata oggetto di uso militare, così come si può però presumere che un medesimo uso si faccia di alcune infrastrutture civili e di altri prodotti di base. Tuttavia, Israele non definisce elettricità, computer o telefoni come prodotti a “duplice uso” (sia civile sia militare) e permette che vengano introdotti nella Striscia di Gaza. Viene dunque spontaneo chiedersi quanto, e soprattutto, perché sia utile ad Israele vietare l’importazione di materiali da costruzione per il settore privato e impedire la costruzione di edifici di importanza vitale, specialmente considerando che, comunque, i materiali da costruzione passano attraverso i tunnel, diretti a chiunque sia disposto a pagarne il prezzo.

A causa delle restrizioni imposte da Israele, solo una piccolissima parte delle 40.000 unità abitative necessarie a far fronte alla crescita naturale della popolazione e alle distruzioni causate da “Piombo Fuso” può essere costruita.

La carenza di alloggi richiede un “prezzo” oneroso che ricade sulle famiglie di Gaza, costrette a confrontarsi con delle misere e sovraffollate condizioni abitative, con un impatto sproporzionato soprattutto su donne e bambini. Molte famiglie, inoltre, che pure sono riuscite in qualche modo a riparare o ampliare le proprie abitazioni, rimangono tuttavia soggette al pericolo di crolli, a causa della scarsa qualità dei materiali importati, particolarmente in caso di disastri naturali o in quello, in verità assai frequente, di nuovi raid israeliani.

A causa del’elevatissimo tasso di disoccupazione, infine, migliaia di persone non hanno altra alternativa che rischiare la propria vita lavorando nei tunnel o raccogliendo ghiaia e materiali riciclabili nella zona-cuscinetto alla frontiera con Israele. Nel corso del 2010, almeno 58 Palestinesi, inclusi 9 bambini, sono morti in simili circostanze, mentre altri 257, tra cui 46 bambini, sono rimasti feriti.

In quanto potenza occupante, e comunque in ogni caso in cui esercita il proprio controllo sul territorio di Gaza e sulla sua popolazione, Israele è tenuto al rispetto delle norme del diritto umanitario internazionale e della legislazione in materia di diritti umani, che proibiscono ad Israele di imporre sanzioni che ledono i diritti umani e i bisogni della popolazione civile e che non sono strettamente necessitate da legittime esigenze di sicurezza. Tali sanzioni, infatti, costituiscono una punizione collettiva e sono assolutamente proibite, in ogni circostanza.

Ma pare che la comunità internazionale – in primis gli Usa del Nobel Obama – sia assolutamente sorda ai bisogni e alle istanze della popolazione di Gaza, e che nessuno voglia intestarsi la responsabilità di proteggere i Palestinesi dai crimini quotidiani posti in essere da Israele.

E sia che si tratti di embarghi di merci e di punizioni collettive, sia che si tratti dei ricorrenti massacri impuniti di civili inermi.

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3 gennaio 2011

Chi ricostruirà Gaza?

A distanza di due anni dall'operazione militare israeliana a Gaza denominata “Piombo Fuso” (27 dicembre 2008 – 18 gennaio 2009), che ha provocato la morte di 1.419 Palestinesi (l'82% dei quali civili inermi) e causato immani rovine e distruzioni, viene spontaneo chiedersi a che punto sia la ricostruzione nella Striscia, impegno dichiaratamente assunto dalla comunità internazionale.

Ed è amaro constatare che quello di Gaza è l'unico caso al mondo in cui una popolazione, attaccata e massacrata, continua ad essere sottoposta ad un embargo che impedisce ogni lavoro di ricostruzione e ogni accenno di ripresa dell'economia, una punizione collettiva che è illegale sotto il profilo del diritto e indegna e immorale sotto il profilo etico.

In realtà, a seguito del blocco della flottiglia umanitaria e del successivo massacro sulla Mavi Marmara, il 20 giugno il governo israeliano aveva annunciato la propria intenzione di “consentire ed espandere l’afflusso dei materiali da costruzione a duplice uso (“dual use” è un termine usato per indicare beni o tecnologie che possono avere un duplice scopo, civile e militare, n.d.r.) per progetti approvati con autorizzazione dell’Autorità Palestinese che siano sotto la supervisione internazionale”, e di facilitare “l’espansione dell’attività economica” a Gaza, limitando le restrizioni al movimento da e per la Striscia solo a quelle necessarie ad impedire l’ingresso di materiali bellici.

Nonostante la decisione governativa, Israele continua ad impedire l’importazione a Gaza di acciaio, ghiaia e cemento, materiali che non sono considerati a duplice uso secondo gli standard internazionali.

Vi sono state in realtà limitate eccezioni che hanno permesso l’afflusso di questi materiali per progetti finanziati dalla comunità internazionale e approvati dall’Autorità Palestinese, caratterizzati tuttavia da una estrema lentezza e da notevoli intralci di carattere burocratico.

A seguito della decisione del Gabinetto di Sicurezza israeliano del 20 giugno, il successivo 6 luglio Israele rilasciava due liste di prodotti di cui avrebbe proibito l’ingresso nella Striscia di Gaza in aggiunta a quei materiali di cui già impediva l’importazione nei Territori palestinesi, in accordo alla Directive on Defense Export Control. Tale direttiva consiste in una lista di 56 prodotti che riprende, andando tuttavia oltre, le previsioni del Wassenaar Arrangement, la fonte internazionalmente riconosciuta per definire i beni cd. “dual-use”.

Una delle liste rilasciate il 6 luglio, dal titolo “Beni a duplice uso per progetti”, include il cemento e altri materiali necessari per l’edilizia, nonostante il fatto che questi materiali non siano ad uso militare, non siano mai stati precedentemente inclusi in alcuna lista israeliana o internazionalmente riconosciuta di beni a duplice uso, e siano necessari per riparare ai danni provocati alle abitazioni e alle infrastrutture civili durante l’Operazione “Piombo Fuso”.

Israele ha richiesto alla comunità internazionale una sorta di “assicurazione di utilizzo finale”, che attesti che i materiali da costruzione per la realizzazione dei progetti non finisca nelle mani del governo di Gaza. Israele teme che Hamas userebbe questi materiali per costruire bunker o per “accrescere le proprie capacità militari”.

E tuttavia, a fronte della richiesta di una “assicurazione di utilizzo finale”, Israele non ha esattamente chiarito alla comunità internazionale quali siano le sue aspettative. L'ong israeliana Gisha ha richiesto la documentazione e la modulistica che precisano le procedure per richiedere l’importazione di beni, ai sensi del Freedom of Information Act, e i criteri per la valutazione delle richieste, ma sino ad ora Israele ha rifiutato di renderli noti. L’onere di fornire la certezza dell’utilizzo finale ha spinto alcune organizzazioni internazionali ad assumere guardie a costi elevati per “proteggere” i materiali da costruzione, mentre altre documentano ampiamente il trasferimento e l’installazione dei materiali per mezzo di fotografie e di video; questo nonostante il fatto che i materiali da costruzione non sono armi e non sono considerati beni a duplice uso secondo la normativa israeliana o gli accordi internazionali. Le Nazioni Unite hanno stimato che i procedimenti relativi all’assicurazione sull’utilizzo finale sono costati milioni di dollari agli organismi internazionali, fondi che avrebbero potuto essere usati per progetti di cui avrebbero beneficiato direttamente gli abitanti di Gaza.

Paradossalmente, mentre le organizzazioni internazionali, che sono finanziate dagli stati occidentali e lavorano in cooperazione con l’Autorità palestinese, negoziano scrupolosamente l’ingresso di ogni prodotto necessario per progetti vitali, il governo a Gaza acquista materiali attraverso i tunnel. Dal 6 luglio al 6 dicembre di quest’anno, per la realizzazione di progetti internazionali è stato consentito l’ingresso a Gaza solamente di 744 carichi di cemento, ghiaia e acciaio - ovvero di circa 149 carichi al mese. In raffronto, precedentemente al giugno del 2007, i residenti di Gaza acquistavano più di 5.000 carichi di cemento, ghiaia e acciaio ogni mese. D’altra parte, ogni giorno, fino a 900 tonnellate di cemento (l’equivalente di 36 carichi) o 300 tonnellate di acciaio o 250 tonnellate di ghiaia entrano a Gaza attraverso un numero stimato di 30-40 tunnel utilizzati per il trasporto di materiali da costruzione. Alti prezzi, assenza di prevedibilità delle forniture e la scarsa qualità rendono i tunnel un’opzione non attraente per gli imprenditori privati. Mentre l’attività di costruzione intrapresa dal governo rimane in gran parte limitata a piccole riparazioni e a qualche progetto minore, si ha nondimeno la percezione che il governo di Gaza sia in grado di mantenere gli impegni, mentre la comunità internazionale lotta faticosamente per superare gli ostacoli burocratici persino per iniziare i suoi progetti.

La differenza la si può vedere a Gaza. Per fare un esempio: a fine giugno, Israele acconsentì “in linea di principio” a permettere all’UN Relief and Works Agency (UNRWA) di costruire otto delle 100 scuole di cui necessita per l’istruzione degli studenti di Gaza. Ci sono voluti quattro mesi ad Israele per iniziare effettivamente a permettere l’ingresso dei materiali da costruzione a Gaza – e successivamente Israele revocò il permesso per quattro delle scuole. All’inizio di quest’anno scolastico, l’UNRWA è stata costretta a respingere 40.000 bambini per mancanza di spazio nelle classi.

Il diritto internazionale consente ad Israele di limitare l’ingresso di beni per motivi di sicurezza, ma deve farlo tenendo in considerazione e soppesando le legittime preoccupazioni per la sicurezza con i diritti e le necessità degli abitanti di Gaza, di cui Israele controlla la possibilità di accesso ai beni. Anche se vi fosse un motivo di sicurezza per limitare i materiali da costruzione (va ripetuto, il cemento non è un’arma e non è considerato un materiale a duplice uso né dalla legislazione israeliana né da quella internazionale), la disponibilità di materiali da costruzione attraverso i tunnel solleva dubbi sulla effettività del divieto, da una parte, e sul danno terribile al diritto di ricostruire inflitto agli abitanti di Gaza, dall’altra. Ciò rende il divieto sproporzionato e controproducente.

L’allentamento del blocco e l’economia di Gaza

I cinque mesi trascorsi dall’attuazione in data 6 luglio della decisione governativa hanno visto un costante aumento della quantità di beni di consumo importati nella Striscia di Gaza, in corrispondenza con l’allentamento del divieto sui prodotti per la casa ed alimentari, e dei cambiamenti infrastrutturali operati al valico di Kerem Shalom. Nonostante il Fondo Monetario Internazionale abbia pubblicato in settembre un rapporto in apparenza promettente, che riflette lo sviluppo nella Striscia, gli indicatori socio-economici, tuttavia, mostrano un quadro molto meno positivo. I tassi di disoccupazione, di insicurezza alimentare e di povertà restano elevati.

Mentre il volume dei beni in ingresso è aumentato a circa il 40% del fabbisogno, rispetto al 22% del fabbisogno durante i precedenti tre anni, permane il divieto di esportazione e quello sui materiali da costruzione, frenando la possibilità di una ripresa dell'economia. La capacità massima di Kerem Shalom è cresciuta fino a 250 camion al giorno, ma la tipologia di beni che viene importata è costituita quasi interamente da beni di consumo fabbricati in Israele e da spedizioni umanitarie, con solo il 3,5% delle importazioni costituite da materiali da costruzione (acciaio, ghiaia, cemento) e circa il 3% da materie prime.

Alcune limitate esportazioni sono iniziate nelle settimane passate, con la promessa di consentire ulteriori esportazioni di prodotti dei settori agricolo, dell'arredamento e dell'industria leggera, in conformità a una decisione del Gabinetto di Sicurezza dello scorso 8 dicembre. Si tratta di un cambiamnto benvenuto dopo tre anni e mezzo di divieto quasi totale di commercializzare beni al di fuori di Gaza. La Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Israele sono parte di un'unica zona doganale controllata da Israele, che fissa le tariffe doganali e le aliquote IVA in tutte e tre le aree. Commercializzare beni da Gaza verso la Cisgiordania e Israele, di conseguenza, non costituisce “esportazione” ma piuttosto commercio che, secondo il diritto internazionale, può essere limitato solo per ragioni di sicurezza. Questo commercio è decisivo per la ripresa dell'economia e per lo sviluppo per il milione e mezzo di abitanti di Gaza la cui capacità di vendere beni è controllata da Israele, particolarmente al fine di rivitalizzare il settore privato di Gaza che, in passato, vendeva i suoi prodotti locali a commercianti in Israele, in Cisgiordania e all'estero, portando ricavi e lavoro ai residenti, al pari di autosufficienza e dignità.

Vi è chi ha asserito che la domanda di movimento ai valichi di frontiera è più bassa della loro capacità corrente. A partire dal 2007, Israele ha chiuso tre valichi commerciali per Gaza su quattro, determinando una pressione sul valico di Kerem Shalom, la cui capacità è limitata. Israele attualmente sta frenando la domanda a Kerem Shalom con il divieto all'entrata dei materiali da costruzione e all'uscita dei beni destinati all'esportazione, con limitate eccezioni. Prima di queste restrizioni, giornalmente, in media sarebbero entrati a Gaza 433 camion e ne sarebbero usciti 70 di beni destinati all'esportazione. Al contrario, a partire dal giugno del 2007 e fino alla data del 6 dicembre 2010, Israele ha consentito soltanto l'uscita in totale di 268 carichi di beni per l'estero, con una media giornaliera pari ad un terzo del carico di un camion.

Circolazione delle persone

Ormai da molti mesi, i due terzi di coloro che riescono a viaggiare attraverso il valico di Erez sono malati che necessitano di cure mediche e i loro accompagnatori e gli addetti delle organizzazioni internazionali. In particolare risulta limitata la circolazione tra Gaza e la Cisgiordania, laddove ogni spostamento è vietato al di fuori dei casi più eccezionali. Mentre vi è stato un insignificante incremento del numero dei permessi concessi a uomini d’affari, i criteri in base ai quali è concesso di viaggiare rimangono limitati principalmente ai “casi umanitari” e senza alcuna considerazione riguardo a motivazioni di sicurezza attinenti ai singoli individui che richiedono di viaggiare. In altre parole, la libertà di movimento rimane vincolata, non per concrete ragioni di sicurezza, con implicazioni negative sulle possibilità di ripresa dell’economia e la realizzazione dei diritti umani.

Come nota il rapporto dell’FMI dello scorso settembre, una reale e sostenibile ripresa dell’economia, obiettivo dichiarato sia di Israele sia della comunità internazionale, richiede che vengano rimosse le rimanenti limitazioni al movimento delle merci e delle persone. Le esportazioni e l’importazione di materiali da costruzione, al pari della libera circolazione delle persone da e verso Gaza, soggetta solo a controlli di sicurezza individuali e comprendente gli spostamenti tra Gaza e la Cisgiordania, dovrebbero e potrebbero aver luogo da subito.

Ogni ulteriore indugio da parte della comunità internazionale a far seguire agli appelli e alle denunce anche la concreta pressione su Israele per togliere l'embargo criminale alla Striscia di Gaza, lungi dal fiaccare il governo di Hamas e dal privarlo del consenso popolare, non farà altro che accrescere l'astio e il rancore del mondo arabo verso Israele e in generale verso l'Occidente, non a torto considerato complice di questo ennesimo crimine israeliano.

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5 maggio 2010

Un sostegno di cemento per Gaza

Difficilmente i riflettori dei media si puntano sulla Striscia di Gaza, eppure in questo misero lembo di terra si continua a morire: dall'inizio dell'anno, l'esercito israeliano ha ucciso 17 Palestinesi e ne ha feriti 71.

E se non si muore sotto un bombardamento aereo o, magari, mentre si manifesta pacificamente, a Gaza si muore letteralmente di fame a causa dell'embargo israeliano, che limita drammaticamente l'ingresso financo dei beni essenziali. Secondo gli ultimi dati resi noti dall'OCHA, relativi alla settimana compresa tra il 21 e il 27 aprile, l'afflusso di beni di prima necessità e di materiali verso la Striscia è stato pari soltanto al 15% della media settimanale che si era registrata nei primi 5 mesi del 2007.

In aggiunta, la quantità di carburante industriale importato a Gaza ammonta a solo il 33% del fabbisogno necessario a far funzionare la centrale elettrica a pieno regime, con il risultato che la maggioranza degli abitanti è costretta a subire interruzioni nella fornitura della corrente elettrica per 8-12 ore al giorno. Analogamente, le importazioni di gas da cucina servono a coprire soltanto il 36% dei fabbisogni della popolazione.

Alla luce di questi dati drammatici - e stante l'incredibile acquiescenza della comunità internazionale di fronte a questa disumana punizione collettiva inflitta da Israele a un milione e mezzo di Palestinesi - acquista uno straordinario valore pratico e simbolico la nuova iniziativa del Free Gaza Movement, illustrata dal video qui sopra.

Il prossimo 24 maggio, il cargo Rachel Corrie - insieme a sette navi allestite da altre organizzazioni per i diritti umani - partirà per Gaza sfidando nuovamente il blocco israeliano, per portare ai Palestinesi della Striscia un carico di cemento, medicinali, materiali scolastici. Almeno cinque imbarcazioni per il trasporto passeggeri, con a bordo oltre 600 persone, affiancheranno i cargo nella navigazione.

L'obiettivo del Free Gaza Movement è quello di portare a Gaza almeno 500 tonnellate di materiale, tra cui 25.000 sacchi di cemento necessari alla ricostruzione, e anche noi siamo chiamati a fare la nostra parte.

Come è molto semplice, ed è spiegato dal video. Basterà collegarsi al sito http://www.freegaza.org/ e cliccare sull'icona con il sacco di cemento per acquistarne uno o più, contribuendo in tal modo a questa ennesima, meritoria iniziativa dell'organizzazione.

Aiutiamo la ricostruzione di Gaza!

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8 febbraio 2010

Obama indifferente al disastro umanitario di Gaza.

Naturalmente c'è un perchè alle dichiarazioni di Berlusconi nel corso della sua recente (e assolutamente irrilevante) visita di tre giorni in Israele. Esse, infatti, prendono spunto - oltre che dalla naturale indole del nostro Presidente del Consiglio che lo spinge a cercare di compiacere in ogni modo il proprio interlocutore - dall'analoga posizione che gli Usa hanno assunto sulla questione israelo-palestinese e, in particolare, sulla disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

Dopo le tante fanfare e i bei discorsi, e dopo le mani tese verso il mondo islamico, il Presidente Usa è tornato a seguire una politica estera che, relativamente al conflitto israelo-palestinese, non si discosta in nulla da quella della precedente amministrazione Bush.

Così, non solo gli Usa hanno tollerato, ed anzi pienamente appoggiato, il massacro criminale dell'operazione "Piombo Fuso", non solo consentono tutt'ora ad Israele di assediare la Striscia di Gaza impedendo l'accesso ai materiali e alle attrezzature necessarie per la ricostruzione, ma addirittura hanno spinto l'Egitto a costruire una barriera sotterranea per impedire l'uso dei tunnel sotterranei tra Gaza e l'Egitto, l'unica via che consente di far affluire nella Striscia i beni necessari ad una vita minimamente decorosa, fornendo al regime di Mubarak i finanziamenti e l'assistenza tecnica necessari allo scopo.

Obama, del resto, si è trovato ben presto a fare i conti con lo strapotere della lobby ebraica a Washington, dove 334 deputati (il 76% della Camera dei Rappresentanti) hanno firmato una lettera di condanna nei confronti del rapporto Goldstone - che ha messo nero su bianco l'evidenza dei gravissimi crimini di guerra compiuti da Israele - mentre solo 57 deputati (il 13%) hanno sottoscritto una lettera che invitava a togliere l'embargo a Gaza.

Sembra dunque che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, giusto per evitare complicazioni con il fedele alleato israeliano, sia stato tolto dalle priorità della politica estera dell'amministrazione Obama, e si tratta di un gravissimo errore.

Perchè la sofferenza del popolo palestinese, la spoliazione delle terre e delle materie prime operata da Israele, l'oppressione e il massacro di tanti poveri innocenti costituiscono una ferita aperta per tutto il mondo arabo.

E non si capisce come sia possibile che il tema del rispetto del diritto umanitario e la difesa dei diritti fondamentali dei Palestinesi possano essere lasciati all'Iran e ad al-Qaeda.

Su questo tema, propongo questo interessante articolo di Charles Fromm ed Ellen Massey pubblicato il 22 gennaio sul sito web dell'Inter Press Service (IPS), nella traduzione offerta da Medarabnews.

La politica USA a Gaza rimane inalterata

E’ trascorso un anno da quando gli ultimi carri armati israeliani sono usciti dalla Striscia di Gaza con gran fracasso, ponendo termine ai 22 giorni di guerra contro Gaza e lasciando dietro di sé sia un territorio che una popolazione decimati.

Un anno dopo, tanto la situazione umanitaria quanto la sicurezza sono ancora in terribili condizioni nella devastata enclave costiera, eppure l’amministrazione di Barack Obama continua a trascurare la crisi di Gaza, con un approccio che alcuni esperti dicono essere l’estensione della politica della precedente amministrazione.

Questa politica ha fatto anche poco per alleviare ciò che i gruppi di tutela dei diritti umani sostengono essere una crescente crisi umanitaria, sprofondando la Striscia di Gaza ancora di più nella povertà e nell’insicurezza.

Dopo aver prestato giuramento nel bel mezzo della Guerra di Gaza, inizialmente il presidente Obama nella sua politica estera ha dato rilevanza al processo di pace in Medio Oriente. Tuttavia questa retorica non è riuscita a concretizzarsi in un processo di pace o in un soccorso per il popolo di Gaza.

Gli Stati Uniti rimangono risoluti nel rifiutarsi di dialogare con Hamas, il partito islamico che ora governa Gaza e che è stato classificato dal Dipartimento di Stato americano come organizzazione terroristica. Questa politica cominciò ad avere effetti drammatici su Gaza già nel 2007, sotto la presidenza di George W. Bush, quando Hamas prese il controllo della Striscia.

“Obama ha mostrato l’orientamento della sua politica molto presto – dice Paul Woodward, redattore e creatore del rispettato blog warincontext.org – Gli Stati Uniti hanno preso la decisione di esautorare Hamas dopo le elezioni [palestinesi] del 2006, che essi e Israele avevano [inizialmente] appoggiato, emarginando Hamas e, di conseguenza, emarginando Gaza”.

“L’amministrazione Obama si è impegnata molto di più in cambiamenti di facciata che non in cambiamenti di strategia”, ha detto Woodward all’International Press Service (IPS).

Questi cambiamenti di facciata hanno incluso una crescente retorica volta ad instaurare un contatto con le comunità arabe e musulmane, in uno sforzo finalizzato a rafforzare i legami indeboliti dalla precedente amministrazione.

“L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione della Palestina ad avere dignità, opportunità, e un proprio Stato”, aveva detto Obama durante il suo memorabile discorso del Cairo.

Nonostante tali impegni, Gaza, che è stata assoggettata a un embargo sempre più duro dai confinanti stati di Israele ed Egitto fin dal 2007, continua a languire senza aver accesso ai necessari aiuti umanitari, ai materiali da costruzione e alle opportunità di commercio che le consentirebbero di riprendersi dal devastante conflitto. Mentre la crisi si aggrava, la complicità degli Stati Uniti nell’assedio sta cominciando ad essere sempre più evidente agli occhi del mondo arabo.

“L’idea che gli Stati Uniti siano impotenti… è qualcosa a cui nessun palestinese che incontriamo a Gaza riesce a credere”, ha detto Amajad Atallah, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente alla New America Foundation, in occasione di un evento alla Brookings Institution la settimana scorsa. La Guerra di Gaza, altrimenti nota come Operazione Piombo Fuso, è stata una battaglia durata 3 settimane – durante lo scorso inverno – tra i militanti di Hamas e l’esercito israeliano. Il conflitto ha comportato una estesa devastazione e numerose vittime a Gaza, dove più di 1.400 palestinesi sono rimasti uccisi. Vi furono 13 vittime israeliane a causa dei razzi lanciati da Hamas, e durante l’offensiva di terra nella Striscia.

Secondo Human Rights Watch, l’embargo ha obbligato l’80% della popolazione di Gaza – circa un milione e mezzo di persone – a dipendere dagli aiuti umanitari e dal mercato nero organizzato dai contrabbandieri.

I tunnel del contrabbando sotto il confine tra Gaza e l’Egitto sono l’unico contatto rimasto col mondo esterno per i cittadini di Gaza, e hanno “letteralmente condotto l’economia di Gaza sottoterra”, ha affermato Daniel Levy, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente, durante l’evento alla Brookings Institution.

Eppure anche quest’ultima scappatoia al blocco è minacciata. Secondo la BBC, l’Egitto ha cominciato a lavorare a una barriera sotterranea, con l’aiuto dello U.S. Army Corps of Engineers, che chiuderà il sistema di tunnel transfrontalieri usati dai contrabbandieri per eludere l’assedio.

“Non credo che ci sia mai stato un esempio nella storia in cui gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo così complicato nell’assediare fisicamente una popolazione – non c’è da meravigliarsi che non vogliano assumersene la responsabilità”, ha detto Yousef Munnayer, direttore esecutivo del Palestine Center, a proposito della silenziosa partecipazione dell’amministrazione Obama all’assedio della Striscia di Gaza.

Alcuni analisti ritengono che il muro sia una manovra strategica da parte degli Stati Uniti per spingere Hamas a giungere a una riconciliazione con Fatah, il partito politico dominante in Cisgiordania, così da riavviare i colloqui di pace rimasti in sospeso.

“La nuova, severa posizione dell’Egitto nei confronti di Hamas è consentita dagli attuali sforzi del Cairo di riavviare i negoziati di pace tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)… Hamas si trova sotto pressione su tutti i fronti”, ha scritto Yossi Alpher, ex direttore del Jaffee Center for Strategic Studies all’Università di Tel Aviv, nel suo editoriale sul Jewish Daily Forward.

Mentre l’amministrazione Obama non è riuscita a portare avanti il suo impegno di alleviare la crisi umanitaria a Gaza, il Congresso degli Stati Uniti l’ha, a quanto sembra, ampiamente ignorata. Fin dal gennaio 2009, una risoluzione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che esprime preoccupazione riguardo alla situazione a Gaza si è arenata alla Commissione Affari Esteri.

Per contro, nel novembre scorso la Camera ha appoggiato con una maggioranza schiacciante una risoluzione che condanna il Rapporto Goldstone, risultato della missione di indagine del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNCHRC) nella Striscia di Gaza. Il rapporto, che prende il nome dal rispettabile giurista Richard Goldstone, ha scoperto che sia Hamas che Israele hanno commesso crimini di guerra durante i 22 giorni del conflitto.

Keith Ellison è stato uno dei 58 membri della Camera dei Rappresentati che hanno votato contro, o si sono astenuti dal votare la risoluzione. Ellison rappresenta anche uno dei pochi funzionari americani eletti che hanno visitato la Striscia di Gaza, mentre più di 70 membri del Congresso hanno viaggiato nella regione. Durante il suo viaggio nella Striscia avvenuto nel febbraio 2009, Ellison ha incontrato tanto gli abitanti di Gaza quanto quelli della città israeliana di Sderot, vicina al confine.

“Quando qualcuno come Keith Ellison visita Gaza, direi che fa molto di più per la sicurezza americana in Medio Oriente e per la vostra immagine rispetto a praticamente qualunque altra cosa che abbiamo visto durante quest’anno”, ha detto Levy durante un briefing al Campidoglio mercoledì scorso.Ma Ellison rimane un’eccezione tra i membri del Congresso. “Se volete sapere quanta consapevolezza vi è tra i miei colleghi al Congresso – ha detto Ellison al pubblico del Brookings Institution, la scorsa settimana –tutto ciò che dovete fare è guardare la votazione del Rapporto Goldstone”.

“Scommetto che nessuno ha letto il Rapporto Goldstone, e nemmeno il sommario. Così siamo pronti a condannare un rapporto che non abbiano neanche letto”, ha aggiunto Ellison, parlando dei suoi colleghi alla Camera dei Rappresentanti.

La combinazione della guerra e del protratto assedio ha gettato la Striscia di Gaza in una paralizzante povertà, e gli effetti dell’embargo sul settore sanitario sono stati catastrofici. Amnesty International ha riferito recentemente che la cronica insufficienza nelle apparecchiature e nelle forniture mediche è diventata un fatto di routine, lasciando il personale medico con risorse insufficienti per curare i loro pazienti.

Persino quando l’amministrazione Obama tenta di far ripartire il processo di pace, Gaza getta un’ombra su qualunque sforzo di questo tipo. Alcuni esperti affermano che i negoziati di pace sono inutili finché l’assedio di Gaza resterà in vigore.

“Questa è la precondizione per ogni cosa – dice Andrew Whitley, direttore dell’Ufficio di rappresentanza dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), riferendosi alla rimozione dell’embargo a Gaza.

Charles Fromm e Ellen Massey

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21 gennaio 2010

Una terra di muri.


Il quadro della situazione israelo-palestinese, in questo inizio del 2010, presenta diverse e sostanziali novità.


La principale consiste nel fatto che la regione sta diventando una vera e propria “terra di muri”, considerato che lo scorso 10 gennaio il primo ministro israeliano ha manifestato la volontà israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto, mentre prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, muro che mira a strangolare ancor più di quanto non sia adesso i Palestinesi della Striscia e la cui costruzione gode del finanziamento e della supervisione tecnica americani.


A ciò, ma non solo, è legato il netto peggioramento dei rapporti esistenti tra Hamas e il governo egiziano, mentre parallelamente un analogo peggioramento segnano le relazioni tra lo stato israeliano e la Turchia.


Nel frattempo in Israele, non contenti dei massacri dell’operazione “Piombo Fuso”, i vertici militari meditano di sferrare nuovi e pesanti attacchi contro la Striscia di Gaza nell’illusione di distruggere definitivamente Hamas. Tutto questo nell’ottimo editoriale della redazione di Medarabnews qui riportato.


Israele-Palestina: una terra di muri … sull’orlo della guerra?


Il nuovo anno non si è aperto con delle buone notizie in Israele e Palestina. Il 10 gennaio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costruzione di una barriera tecnologicamente avanzata per chiudere il confine tra Israele e l’Egitto. Nel frattempo, prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, voluto dalle autorità egiziane per bloccare i tunnel sotterranei che permettono di far giungere nella Striscia beni di prima necessità, materiali da costruzione, ma anche armi. Le manifestazioni di attivisti e organizzazioni umanitarie finalizzate a rompere l’embargo internazionale imposto a Gaza sono state in gran bloccate in Egitto, ma soprattutto sono state coronate da scontri tra sostenitori di Hamas e l’esercito egiziano in prossimità del confine. Nel corso di tali scontri è stato ucciso un soldato egiziano e diversi palestinesi sono rimasti feriti, anche gravemente. La tensione fra Hamas e il Cairo ha raggiunto livelli senza precedenti. Ed infine un nuovo incidente diplomatico tra Israele e la Turchia, a seguito di un incontro fra il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon e l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, ha segnato una nuova crisi nei rapporti fra i due paesi, rendendo ancora più difficile una mediazione della Turchia nel conflitto arabo-israeliano.


La decisione israeliana del 10 gennaio era certamente attesa, e la ragione che l’ha determinata non è in primo luogo la questione palestinese, bensì l’esigenza di bloccare l’immigrazione clandestina ed il contrabbando che provengono dal Sinai, una regione scarsamente popolata sulla quale il Cairo non è in grado di esercitare un pieno controllo. A causa delle misure imposte dagli accordi di Camp David, che siglarono la pace fra Israele e l’Egitto nel 1978, il Sinai deve essere una regione smilitarizzata [1], sottoposta alla supervisione di una forza multinazionale. L’Egitto può mantenere nella regione soltanto una presenza militare e di polizia estremamente ridotta. Nel Sinai vivono inoltre popolazioni nomadi che sono state spesso maltrattate e discriminate dal governo centrale. Queste ad altre ragioni fanno sì che nell’area fioriscano traffici illeciti di vario genere, e che essa sia attraversata dalle rotte dell’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa.


Tuttavia, se è vero che questi problemi esistono, la decisione di costruire un nuovo “muro” nel Vicino Oriente ha destato la preoccupazione di numerosi osservatori. Secondo molti, la soluzione prospettata cura i sintomi, e non le ragioni profonde del problema. Sotto questo profilo, la decisione israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto si pone in linea di continuità con la decisione statunitense di costruire una barriera al confine con il Messico, o anche con le recinzioni che esistono nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla in territorio marocchino. Israele, da questo punto di vista, si allinea a un Occidente “ricco” che si chiude di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo, ritenendo di poter vivere come una “cittadella fortificata” [2] del benessere in mezzo a un oceano di povertà. Alcuni commentatori della stampa araba hanno anche criticato le particolari motivazioni addotte dal primo ministro israeliano Netanyahu, il quale ha dichiarato che questa decisione ha lo scopo di “assicurare il carattere ebraico e democratico di Israele”, aggiungendo che i confini israeliani rimarranno aperti ai richiedenti asilo, ma che non si può permettere a migliaia di lavoratori clandestini di invadere il paese.


Vi è però un altro aspetto, in questa recente decisione del governo di Gerusalemme, che è stato messo in evidenza anche da alcuni commentatori israeliani. La barriera al confine con l’Egitto giunge a coronamento di una serie di altre opere ingegneristiche che hanno completamente recintato ed isolato Israele dalla regione che la circonda. Il muro di separazione, costruito per ampi tratti con lastre di cemento alte fino a 8 metri, separa Israele dalla Cisgiordania. La Striscia di Gaza è completamente isolata da una recinzione che corre lungo tutto il confine con Israele, e da una barriera che la separa dall’Egitto lungo il confine meridionale (a cui bisogna aggiungere il muro d’acciaio sotterraneo attualmente in costruzione per volere del Cairo, che ha scatenato rabbia e indignazione in tutto il mondo arabo). Anche i confini israeliani con la Siria e con il Libano sono percorsi da recinzioni e da sistemi di sorveglianza. Lo stesso vale per il confine fra la Giordania e la Cisgiordania.


Sui giornali israeliani, vi è chi ha osservato che queste barriere che isolano fisicamente Israele dal resto del mondo sono solo il risultato esteriore di un isolamento che è già in atto da tempo a livello psicologico, culturale e politico, e che nasce in gran parte dalla convinzione di vivere in un mondo ostile, di essere circondati, e di non avere alcun altro posto dove andare. Ma questo isolamento, secondo altri, è anche la conseguenza di un malriposto senso di superiorità, e dell’incapacità di pensare alle popolazioni vicine in termini positivi. Il risultato è spaventoso e tragico allo stesso tempo: il primo ghetto ebraico autoimposto [3] della storia.


Però, come abbiamo visto, Israele non è l’unica a costruire muri e barriere nella regione. Il muro d’acciaio che il governo egiziano ha deciso di costruire al confine con Gaza sta suscitando aspre polemiche in Egitto e in tutti i paesi arabi. Temendo di macchiare irreparabilmente la propria immagine nel mondo arabo, le autorità egiziane avevano cercato di tenere nascosti i lavori in prossimità della frontiera, ma inutilmente. I sostenitori di Hamas, e canali satellitari come al-Jazeera, hanno dipinto gli egiziani come pedine di una congiura israelo-americana volta a strangolare la Striscia di Gaza. E in effetti, diverse fonti hanno confermato che i lavori proseguono sotto la supervisione di esperti americani, e con attrezzature tecnologiche fornite da Washington.


Se il muro dovesse essere completato, il rischio concreto è che davvero la popolazione di Gaza rimanga schiacciata sotto il peso di un embargo totale. Se è vero che attraverso i tunnel passano anche le armi, è altrettanto vero che essi permettono l’ingresso a Gaza di medicinali, cibo, ed altri beni di prima necessità, senza i quali la situazione umanitaria della Striscia, già spaventosa in queste condizioni, si tradurrebbe rapidamente in una vera e propria catastrofe. L’embargo israeliano ed internazionale proibisce l’ingresso a Gaza di molti generi alimentari, di tutti i materiali da costruzione (dal cemento al vetro, al legno e all’alluminio), delle forniture scolastiche, come libri e quaderni, del carburante, del materiale sanitario e dei farmaci (ad esclusione dei cosiddetti farmaci essenziali), ecc.. Per poter sopravvivere, i palestinesi di Gaza hanno creato al confine con l’Egitto un vero e proprio mondo sotterraneo [4] fatto di centinaia di tunnel, i quali rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno per gli abitanti della Striscia, tenuto conto che anche le coste sono pattugliate dalle motovedette israeliane, le quali impediscono ai palestinesi perfino di contare sulla tradizionale risorsa della pesca. Però, questa rete di tunnel è anche una rete di morte: a causa delle precarie condizioni lavorative, i tunnel sono soggetti a frequenti crolli. Inoltre l’aviazione militare israeliana li ha più volte bombardati. Ora il muro egiziano potrebbe sottrarre definitivamente a Gaza anche quest’ultima risorsa.


Ma i rapporti fra l’Egitto e Hamas si sono deteriorati non soltanto in conseguenza della costruzione del muro sotterraneo. Il regime egiziano è sempre stato desideroso di riaffermare il proprio ruolo nel mondo arabo, e di risolvere il più rapidamente possibile la questione palestinese al fine di sbarazzarsi di un focolaio di instabilità ai propri confini. A tale scopo, esso ha a lungo cercato di mediare un accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, chiedendo però delle condizioni ritenute inaccettabili da quest’ultimo. Il Cairo ha anche cercato di negoziare la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal giugno del 2006, ma senza successo. Questa mediazione è ora passata in mani tedesche.


Il regime egiziano accusa ora Hamas di rappresentare una minaccia per la propria sicurezza nazionale. Il movimento islamico palestinese è accusato di aver concentrato le proprie proteste sulla chiusura del valico di Rafah, sul confine meridionale di Gaza controllato dall’Egitto, invece che sull’embargo israeliano, compromettendo in questo modo l’immagine dell’Egitto nel mondo arabo. Inoltre, ricevendo finanziamenti da Teheran, Hamas viene tacciato di essere una pedina nelle mani del regime iraniano ostile al fronte dei cosiddetti paesi arabi “moderati”, di cui l’Egitto fa parte. Molti giornalisti vicini al regime egiziano danno grande risalto a questa accusa. Vi è però chi ha ricordato che Hamas fu gettato tra le braccia dell’Iran dagli stessi paesi arabi moderati, i quali all’indomani della vittoria elettorale del movimento islamico palestinese (avvenuta a seguito di consultazioni ritenute ampiamente democratiche), lo hanno boicottato non meno di quanto hanno fatto Israele, l’Europa e gli Stati Uniti.


Secondo alcuni, la retorica anti-iraniana adottata dal Cairo, in relazione alla sua ostilità nei confronti di Hamas, è da un lato indice dell’asprezza della contrapposizione che vede paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania schierati contro l’Iran; ma, dall’altro, è un tentativo del regime egiziano di dissimulare le vere ragioni che lo spingono a considerare Hamas come un nemico. Quest’ultimo è infatti un esponente di quell’Islam politico che ha sempre spaventato i regimi arabi, ed ha uno stretto legame con i Fratelli Musulmani, il principale movimento di opposizione in Egitto, sebbene non riconosciuto a livello ufficiale. Il Cairo teme inoltre – secondo molti analisti, a ragione – che Israele stia cercando di sbarazzarsi delle sue responsabilità di potenza occupante, che la obbligano ad assicurare il benessere della popolazione di Gaza, scaricando il fardello di questa popolazione sulle spalle dell’Egitto.


Il regime egiziano si vede dunque minacciato da questi potenziali pericoli [5], in un momento particolare della sua evoluzione. E’ ormai opinione largamente condivisa che il presidente Hosni Mubarak stia preparando le condizioni per permettere la trasmissione ereditaria del potere al figlio Gamal. Questo delicato passaggio si preannuncia però tutt’altro che scontato, poiché stanno emergendo in Egitto diverse forze che vi si oppongono. In un momento così critico, il regime egiziano vede sminuito il proprio ruolo regionale a causa dell’insuccesso della sua mediazione sul fronte palestinese, e vede gravemente macchiata la sua reputazione agli occhi del proprio popolo, e degli arabi in generale, a causa della costruzione di un muro sotterraneo che ha l’obiettivo di strangolare i fratelli palestinesi di Gaza. D’altra parte, secondo gli oppositori del regime [1], è proprio il carattere non democratico di quest’ultimo, e dunque il fatto che esso non ha una legittimazione popolare, che lo obbliga a sottostare ai diktat di Israele e degli USA per garantirsi dei protettori, anche al prezzo di sacrificare la questione palestinese.


In questo clima così teso, i rapporti tra Hamas ed il Cairo sono ormai ai limiti della rottura definitiva. Ciò lascia ben poche speranze per una futura riconciliazione tra Fatah e Hamas attraverso la mediazione egiziana, ma anche per un ruolo egiziano in grado di favorire la ripresa dei negoziati con Israele. D’altra parte, L’Egitto non è l’unico mediatore che sembra in questo momento uscire dall’orizzonte del negoziato arabo-israeliano. L’amministrazione Obama ha già fallito una volta, non riuscendo ad imporre al governo Netanyahu un congelamento totale degli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, e non sembra in grado, in questo momento, di avviare una nuova offensiva diplomatica sulla base di un approccio rinnovato ed efficace. L’altro mediatore che sembra aver perso il proprio ruolo negoziale è la Turchia, a seguito del raffreddamento dei rapporti fra Ankara e Gerusalemme.


Dopo le ripetute condanne rivolte dal primo ministro turco Erdogan ad Israele per l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi nella guerra di Gaza dello scorso anno, un nuovo episodio negli ultimi giorni ha inferto un altro duro colpo alle relazioni fra i due paesi [6]. Dopo aver ripetutamente protestato per una serie televisiva turca che ritraeva gli agenti segreti israeliani come sadici rapitori di bambini, il viceministro israeliano Danny Ayalon ha convocato l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, facendolo dapprima attendere in maniera umiliante, e poi facendolo sedere su una poltrona più bassa della sua, in una stanza dove c’era solo la bandiera israeliana, e non quella turca, e facendo filmare tutto quanto dalle troupe televisive convocate appositamente per documentare il fatto. La dura reazione di Ankara è stata smorzata solo in parte dalle successive scuse presentate dal governo israeliano.


L’episodio, al di là del suo contenuto spicciolo, è un altro segnale della perdurante incomprensione fra Gerusalemme ed Ankara. Quest’ultima fino a pochi giorni prima della guerra di Gaza aveva mediato colloqui indiretti fra Israele e la Siria. Il raffreddamento dei rapporti turco-israeliani successivo alla guerra di Gaza ha spinto Gerusalemme ad affermare che il governo turco non è più un mediatore credibile nel conflitto arabo-israeliano. Dal canto suo, Ankara ha ripetutamente condannato Israele per il trattamento disumano riservato alla popolazione di Gaza.


Al di là di questo, tuttavia, molti analisti turchi hanno affermato di essere rimasti sorpresi dall’incapacità degli israeliani di comprendere le dinamiche in atto in Turchia e di orientare di conseguenza il loro rapporto con Ankara. Invece di focalizzare le proprie critiche contro il governo, Israele ha replicato duramente contro la nazione turca nel suo complesso, rischiando di alienarsi irreparabilmente le simpatie del popolo turco, al cui interno le tendenze anti-israeliane sono effettivamente in aumento. E’ opinione diffusa, in Turchia, che Gerusalemme continui a rapportarsi con Ankara così come faceva negli anni ’90, quando era sufficiente assicurarsi l’amicizia dell’establishment militare turco per garantirsi un atteggiamento benevolo da parte dello stato turco in generale. Ma in Turchia, a prendere le decisioni è sempre più un governo che è espressione della volontà popolare, in un paese a maggioranza musulmana. Di conseguenza, secondo molti osservatori turchi, Israele deve rivedere il proprio approccio nei confronti di Ankara, se vuole continuare ad avere rapporti amichevoli con la Turchia.


D’altro canto, questa scarsa capacità di interpretazione da parte di Israele sarebbe, secondo altri, proprio il risultato della tendenza israeliana a chiudersi di fronte al mondo esterno, a isolarsi per mezzo di barriere fisiche e psicologiche, le quali a loro volta impediscono agli israeliani di pervenire a una corretta lettura della realtà che li circonda.


Se questa analisi è esatta, costituisce un dato estremamente allarmante per il futuro della regione. Uno stato ricco e militarmente potente, ma isolato dietro muri e barriere, tormentato dall’ossessione di essere accerchiato, di vivere in un ambiente ostile, e sempre più propenso ad adottare soluzioni esclusivamente militari, vive fianco a fianco ad una popolazione di un milione e mezzo di palestinesi assediati in un esile lembo di terra privo di tutto, ed anch’esso segregato dietro recinti e muri, anche sotterranei. Questo lembo di terra è governato da un movimento islamico che rischia ormai di diventare, agli occhi del vicino regime egiziano, uno dei suoi peggiori nemici. Tale regime a sua volta sta attraversando una fase di grave delegittimazione agli occhi delle masse arabe, e sta vivendo una delicata crisi di successione. A ciò si può aggiungere il sempre instabile confine tra Israele e Libano, dove si sta assistendo a una corsa al riarmo che vede contrapposte le forze armate israeliane al movimento sciita libanese Hezbollah, e una Cisgiordania che, sebbene economicamente meno sofferente di Gaza, continua a subire la repressione dell’occupazione militare e ad assistere all’espansione delle colonie israeliane (malgrado il parziale congelamento imposto da Netanyahu). Questo sconfortante panorama si completa con il ridimensionamento del ruolo di mediazione di paesi come gli Stati Uniti, l’Egitto e la Turchia.


Proprio in questi giorni, in Israele si sono rincorse voci secondo le quali i vertici militari del paese riterrebbero inevitabile un secondo (e ancora più letale) round di combattimenti [7]contro Hamas nella Striscia di Gaza. L’area del Vicino Oriente è un vulcano sottoposto a incredibili pressioni e tensioni sotterranee. Se questa pressione non verrà ridotta, ad esempio togliendo l’assedio a Gaza, ed aprendo una nuova fase negoziale in grado di dare delle speranze reali, essa prima o poi esploderà (che questo avvenga fra un mese o fra un anno, non ha molta importanza). Se ciò accadrà, nessuno è in grado di predire quale dei fragili equilibri della regione sarà in grado di resistere all’onda d’urto, e quale invece sarà destinato a soccombere.

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28 dicembre 2009

Natale 2009: i "fratelli maggiori" Ebrei negano ai Cristiani il permesso di recarsi a Betlemme.

E’ Natale, ma non per tutti, e soprattutto non per i nostri fratelli palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane, infatti, hanno impedito ai giovani Cristiani della Striscia di Gaza di recarsi in Cisgiordania per festeggiare il Natale e l’arrivo del nuovo anno. Queste restrizioni sono state imposte nel contesto del blocco illegale della Striscia di Gaza, che Israele impunemente mantiene da ben 928 giorni consecutivi, nell’incredibile inerzia della comunità internazionale (che pure tanto si preoccupa per i disordini in Iran).

Secondo fonti palestinesi, le autorità israeliane hanno impedito ai Cristiani residenti nella Striscia di Gaza, di età compresa tra i 16 e i 35 anni, di recarsi da Gaza in Cisgiordania, per partecipare alle celebrazioni del Natale e Capodanno a Betlemme e Gerusalemme. Gli Israeliani, infatti, hanno rifiutato di esaminare le domande di permesso dei Palestinesi di entrambi i sessi compresi in questa fascia d’età, senza alcuna ragione apparente. Questa politica contraddice l’affermazione propagandistica secondo cui Israele avrebbe permesso a tutti i Cristiani di Gaza di partecipare alle celebrazioni natalizie nella West Bank.

Secondo il Palestinian Centre for Human Rights, almeno 550 Cristiani hanno avanzato domanda di permesso per recarsi in Cisgiordania, e le autorità israeliane hanno rifiutato di accettare le domande di altri 450 Palestinesi di Gaza di età compresa tra i 16 e i 35 anni, senza fornire alcuna spiegazione.

Le forze di occupazione israeliane hanno ammesso solo 450 domande, il 70% delle quali relative a bambini. E, tuttavia, è facile (e triste) osservare che le domande respinte sono state in gran parte di genitori di questi bambini, che sono stati così privati di fatto della possibilità di festeggiare il Natale, in quanto i loro genitori non sono stati in grado di accompagnarli.

Ma misure di questo genere non sono una novità di quest’anno. Nel 2008, la Commissione palestinese per gli Affari Civili ha presentato almeno 1.000 domande per ottenere i permessi necessari ai Cristiani di Gaza per recarsi in Cisgiordania per il Natale, ma le autorità israeliane ne hanno approvate soltanto 271, la maggior parte delle quali relative a bambini ed anziani. Coloro che sono stati autorizzati a viaggiare si sono dovuti sottoporre a umilianti ed estenuanti controlli al valico di Beit Hanoun (Erez), prima di essere finalmente autorizzati a passare.

L’assedio della Striscia di Gaza è una punizione collettiva adottata dallo Stato-canaglia israeliano in palese violazione dei diritti umani dei Palestinesi e del diritto umanitario, in particolare della IV Convenzione di Ginevra del 1949. In un mondo normale, la comunità internazionale sarebbe già da tempo intervenuta per permettere ai civili palestinesi di godere pienamente dei loro diritti alla libertà di movimento e di culto: ogni individuo, infatti, ha diritto alla libertà di fede e di religione, incluso il diritto di svolgere i riti religiosi, e il diritto alla libertà di movimento e/o di accesso ai luoghi sacri per la propria religione sono diritti fondamentali dell’uomo, e come tali vanno rispettati e tutelati.

Ma i tanti campioni della cristianità di casa nostra scompaiono quando si tratta di difendere i nostri fratelli palestinesi dalle angherie, dai soprusi, dai crimini che i “fratelli maggiori” Ebrei riservano loro ogni giorno che Dio manda su questa terra.

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19 giugno 2009

L'appello delle organizzazioni umanitarie e dell'Onu per porre fine al blocco della Striscia di Gaza.

Il durissimo embargo economico imposto da Israele ai danni della Striscia di Gaza, a seguito della presa del potere da parte di Hamas, dura ormai da due anni, con conseguenza drammatiche e devastanti per un milione e mezzo di abitanti della Striscia, primi fra tutti donne, bambini e anziani.

Quello che segue è l’appello, in verità assai misurato, delle principali organizzazioni dell’Onu e delle ong che operano nel campo degli aiuti umanitari affinché la comunità internazionale intervenga per porre fine a questa autentica vergogna.

Davvero è inaudito e incredibile che la comunità internazionale – e in primis l’amministrazione Usa del magniloquente Obama – assista del tutto inerte ad una punizione collettiva terribile e spietata, inflitta ad un milione e mezzo di persone inermi e innocenti.

Non si era mai visto nella storia che ad una intera popolazione fosse persino impedito di fuggire dalle zone dei combattimenti, come è accaduto a Gaza.

Non si era mai visto che un’intera popolazione, aggredita e massacrata da uno degli eserciti più potenti del mondo, venisse per sovrappiù punita da un embargo economico che impedisce l’afflusso dei beni e dei materiali necessari per la ricostruzione e che la costringe ad una pressocchè totale dipendenza dagli aiuti umanitari di mera sussistenza.

Ma ad Israele – come sempre – è consentito di tutto, anche di sporcarsi di questa ennesima infamia indegna di un Paese che si reputi civile.

Dichiarazione delle organizzazioni umanitarie, delle ong e delle organizzazioni Onu nel secondo anniversario dell’embargo di Gaza.

Noi, organizzazioni delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie non governative, esprimiamo una sempre più profonda preoccupazione per la continuazione dell’embargo imposto da Israele alla Striscia di Gaza, in vigore ormai da due anni.

Queste sanzioni indiscriminate colpiscono l’intera popolazione di un milione e mezzo di abitanti di Gaza e la gente comune, donne, bambini e anziani sono le prime vittime.

La quantità di merci ammesse a Gaza in vigenza del blocco è pari a un quarto di quelle che vi affluivano in precedenza. Otto camion su dieci contengono cibo, ma anche quello è limitato a soli 18 tipi di alimenti. Piantine e vitelli non sono ammessi e così gli agricoltori di Gaza non possono compensare il deficit nutrizionale. Persino gli abiti e le scarpe, i giocattoli e i libri di scuola sono sistematicamente proibiti.

Lo strangolamento dell’economia di Gaza, inoltre, ha portato a tassi di disoccupazione e di povertà senza precedenti e ad una quasi totale dipendenza dagli aiuti. Sebbene gli abitanti di Gaza vengano mantenuti in vita mediante gli aiuti umanitari, la gente comune ha perso ogni qualità della vita, perché lotta per sopravvivere.

I danni causati dalla recente operazione militare israeliana rimangono estesi in quanto viene impedito l’ingresso a Gaza dei materiali necessari per la prima ricostruzione. Migliaia di persone vivono con buchi nei muri delle loro case, con le finestre rotte e senza acqua corrente.

Noi chiediamo un accesso libero e senza proibizioni per tutti gli aiuti umanitari, in conformità a quanto previsto dagli accordi internazionali e in accordo con i diritti umani internazionali universalmente riconosciuti e con gli standard del diritto umanitario. Chiediamo anche che si torni ad un regime normalizzato di commerci, per permettere la diminuzione dei tassi di povertà e di disoccupazione.

Il blocco della Striscia di Gaza crea un’atmosfera di privazione e di miseria che serve solo ad accrescere tra la gente il senso di inutilità e di disperazione. La gente di Gaza ha bisogno che gli venga indicata un’alternativa di speranza e di dignità. Consentire che prenda piede lo sviluppo umano e la prosperità è un primo passo essenziale per l’instaurazione di una pace duratura.

Firmato:
Action Against Hunger
Acted
Acsur-Las Segovias
American Friends of UNRWA
American Near East Refugee Aid
Asamblea de Cooperacion Por la Paz
Austcare
Biladi
CARE International West Bank and Gaza.
Centre on Housing Rights and Evictions
DanChurchAid
Defense for Children International
Enfants du Monde-Droits de l'Homme
International Relief Fund for the Afflicted and Needy - Canada
Japan International Volunteer Centre
Life Source
Medecins du Monde France
Medecins du Monde Spain
Medecins du Monde Switzerland
Medical Aid for Palestinians
Movement for Peace
Mujeres por la Paz y Acción Solidaria de Palestina
Norwegian People's Aid
Norwegian Refugee Council
Office of the High Commissioner for Human Rights
Oxfam International
Paz Ahora
Peace and Solidarity Haydée Santamaría, Cultural Asociation
Premiere Urgence
Relief International
Spanish Committee of UNHCR
Spanish Committee of UNRWA
Swedish Organization for Individual Relief
Terre des Hommes Italy
United Nations Development Fund for Women
United Nations Relief and Works Agency
War Child Holland
World Vision International

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