7 agosto 2010

Solo a Israele è permesso.

Lo scontro armato di martedì scorso alla frontiera tra Israele e il Libano – che è costato la vita a due soldati e a una giornalista libanesi e a un militare israeliano – è stato una provocazione israeliana oppure un “atto totalmente ingiustificato” da parte dell’esercito libanese, come ha sostenuto il portavoce del Dipartimento di Stato Usa?

Per l’informazione ufficiale italiana, Israele ha agito legittimamente dal proprio lato del confine, e tanto basta. Ma le cose non stanno esattamente così, come racconta Gideon Levy su Ha’aretz in questo articolo del 5 agosto, qui proposto nella sintesi offerta dal sito Frammenti vocali in MO.

Only we’re allowed.
di Gideon Levy – 5.8.2010

Quei bastardi , i libanesi, hanno cambiato le regole. Scandaloso. Inoltre hanno un comandante di brigata, che è determinato a proteggere la sovranità del paese. Scandaloso.

E’ accusato di "indottrinare le sue truppe" - solo noi siamo autorizzati a farlo, naturalmente - e di essere "vicino agli Hezbollah”.

E ora che abbiamo recitato fino alla nausea le dichiarazioni di propaganda dell'IDF per quanto è successo martedì al confine settentrionale, cominciamo ad analizzare i fatti.

Israele ha chiesto un "coordinamento" con l'UNIFIL per effettuare un'altra operazione di confine. UNIFIL ha invitato a rinviare l'operazione, perché il suo comandante era all'estero. All'IDF ciò non interessa A mezzogiorno cominciano a tagliare gli alberi. I soldati libanesi e dell'UNIFIL hanno urlato loro di fermarsi, sparando, si dice, colpi di avvertimento in aria.

I rami degli alberi sono stati tagliati e sangue è stato versato da entrambi i lati del confine: invano.

È vero, Israele sostiene che l'area in tutta la recinzione è nel suo territorio e Unifil ha confermato ufficialmente ciò. Ma un recinto è un limite. A Gaza è sufficiente avvicinarsi al reticolato per essere uccisi da noi. In Cisgiordania i palestinesi non possono attraversare la linea di demarcazione definita dal Muro che, tra l'altro, non segue la Linea Verde.

In Libano abbiamo stabilito diverse norme: la recinzione è solo una recinzione, ci è permesso di attraversarla e di fare tutto ciò che ci piace, come per esempio, quando violare lo spazio aereo libanese.

Questa zona è sotto occupazione israeliana da 18 anni, senza che noi riconosciamo ciò. E 'stato un lavoro non meno brutale di quanto abbiamo fatto nei territori e l'abbiamo definita "zona di sicurezza". Così ora possiamo fare ciò che ci piace.

Ma improvvisamente c'è stato un cambiamento. Martedì c'è stato un incidente, gonfiato a dismisura e considerato motivo sufficiente per una guerra che solo la famosa "moderazione" israeliana, ha impedito, Da mesi i tamburi di guerra hanno cominciato a rullare.

Nessuno si chiede il perché e il percome, è arrivata l'estate e con essa la nostra solita minaccia di guerra. Ma un rapporto dell'Onu pubblicato questa settimana considera Israele totalmente responsabile per questa tensione pericolosa.

In questo clima surriscaldato l'IDF avrebbe dovuto stare attenta: UNIFIL ha richiesto di rinviare l'operazione? L'area è esplosiva? Forse l'esercito libanese è più determinato ora a proteggere la sovranità del suo paese - questo non è un suo diritto, ma un suo dovere - e un comandante libanese che vede le Forze di Difesa israeliane agire lungo tutta la recinzione, potrebbe dare l' ordine di sparare, anche se ciò appare ingiustificato.

Chi meglio dell' IDF spara dinanzi a qualsiasi violazione reale o immaginaria? Basta vedere quanto avviene a Gaza o in Cisgiordania. Arroganza respingere la richiesta di rinvio dell'Unifil, arroganza pretendere che nè gli Usa nè la Francia armino l'esercito libanese. Solo ai nostri militari è permesso avere armi. Sono anni che Israele ha chiesto all'esercito libanese di assumersi la responsabilità di quanto sta accadendo nel sud del Libano, ora che lo fa abbiamo cambiato la nostra musica. Perché? Perché ha smesso di comportarsi come subappaltatore di Israele e sta cominciando a comportarsi come l'esercito di uno stato sovrano.

E questo è proibito, naturalmente. Così risuona il grido di dare una "duro colpo" al Libano e di infliggere una maggiore distruzione, rispetto all'altra volta, al quartiere Dahiya di Beirut. Tre libanesi uccisi, tra cui una giornalista, non sono abbastanza per l' uccisione del nostro comandante di battaglione.Vogliamo di più. Il Libano deve imparare una lezione e noi gliela insegneremo. E che dire di noi? Non abbiamo alcuna lezione da imparare. Noi continueremo a ignorare UNIFIL, a ignorare l'esercito libanese e il suo nuovo comandante di brigata, che ha il coraggio di pensare che il suo compito è quello di proteggere la sovranità del suo paese.

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30 giugno 2010

Arrestato in Libano un altro spione del Mossad.

Le forze di sicurezza libanesi hanno arrestato un agente del Mossad scoperto di recente (Charbel Q.), il quale occupava un posto delicato all’interno di Alfa, una delle due sole compagnie libanesi del settore delle telecomunicazioni. Le autorità libanesi hanno descritto la cattura del nuovo agente del Mossad come quella di una grossa preda, affermando di essere in procinto di scoprire un tesoro molto prezioso in termini di servizi ed informazioni che erano state fornite nel corso degli ultimi 14 anni agli Israeliani e al Mossad, incluse le informazioni che hanno aiutato l’esercito israeliano a identificare i propri obiettivi durante la criminale guerra del 2006.

Un altro agente del Mossad, l’olandese Anneke Potter, era stata direttore esecutivo della società Alfa. La Potter fuggì dal Libano alla fine del 2007, poche ore prima che venisse eseguito un mandato di arresto nei suoi confronti.

Il Sig. Charbel Q. è nato nel 1954 ad Alma al-Shouf. Dai particolari rivelati dell’arresto di questo agente libanese del Mossad, risulta che l’intelligence dell’esercito libanese, procedendo a raccogliere informazioni preliminari sullo stesso, lo ha sottoposto a controlli e ha raccolto prove circa la sua collaborazione con il Mossad e Israele. In coordinamento tra l’intelligence, il Procuratore generale e il comandante dell’esercito libanese, Generale Jean Kahwagi, si è deciso di procedere all’arresto della spia, che ha ammesso la sua collaborazione con il Mossad e Israele fin dal 1996.

Venerdì 25 giugno, il Procuratore generale libanese ha autorizzato l’intelligence dell’esercito ad effettuare perquisizioni negli edifici della compagnia di telecomunicazioni Alfa. Sono stati così sequestrati il computer di Charbel, alcuni documenti trovati nel suo ufficio ed altre apparecchiature di comunicazione in suo possesso.

Le indagini preliminari hanno dimostrato che il Sig. Charbel Q. ha consentito agli Israeliani di infiltrarsi nella rete di comunicazioni cellulari e di intercettare e monitorare le persone che Israele voleva spiare durante la criminale guerra del luglio del 2006. I servizi di Alfa Communications consentivano di determinare l’ubicazione di ogni persona raggiunta dalle sue linee di comunicazione in tutto il territorio libanese, così come di fornirne il nome, i numeri, gli indirizzi e le biografie. Charbel Q. ha permesso ad Israele di accedere a tutti questi servizi nel corso degli ultimi 14 anni.

Charbel Q. era responsabile, infatti, di un particolare settore della compagnia (BTS), un settore attraverso cui, nella prima fase, passava ogni comunicazione e che controllava più di 650 impianti di trasmissione e le interconnessioni in territorio libanese.

Le indagini preliminari hanno anche dimostrato che Charbel Q. ha installato attrezzature tecniche in ogni impianto della compagnia, attraverso cui ha fornito ad Israele le frequenze su cui trasmettevano gli impianti stessi. Gli investigatori stanno ora cercando di scoprire i complici di Charbel Q., e si aspettano che il suo arresto porti alla scoperta di una nuova rete di spionaggio israeliana. Non sarebbe certo una novità!

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27 maggio 2009

Che ci fanno gli spioni di Israele in Libano?

Agli inizi della scorsa settimana, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, aveva ammonito sulla possibilità che Israele stesse compiendo dei preparativi per una nuova guerra contro il Libano.

Le poche fonti che hanno riportato la
notizia avevano ricollegato le dichiarazioni di Nasrallah alle imponenti manovre militari in programma in Israele nel periodo compreso tra il 31 maggio e il 4 giugno prossimi. Nessuno, o quasi, in particolare sulla stampa a diffusione nazionale, ha ritenuto valesse la pena di raccontare anche che, in queste ultime settimane, in Libano è stata scoperta e smascherata una rete di spie che lavorava al soldo di Israele, inducendo il governo libanese a presentare una protesta formale alle Nazioni Unite.

E, ancora una volta, per venire a conoscenza delle malefatte dello stato israeliano, dobbiamo far ricorso alla stampa estera, in questo caso ad un articolo di Omayma Abdel Latif pubblicato su al-Ahram Weekly e qui proposto nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews.

UNA GUERRA SOTTO UN ALTRO NOME
Al-Ahram Weekly, 21-27 maggio 2009

Ultimamente è difficile che passi un solo giorno senza che venga rivelata la scoperta di un’ulteriore cellula di spionaggio che opera in Libano per conto di Israele. Undici reti, composte da 15 sospettati, sono state scoperte dalle ISF (Internal Security Forces) libanesi nell’arco di un mese. Secondo fonti vicine a Hezbollah, “ciò che è stato rivelato è solo la punta dell’iceberg, poiché ulteriori cellule e uomini saranno arrestati”. Questi sviluppi giungono mentre il paese è in preda alla febbre elettorale per le consultazioni del 7 giugno. Essi coincidono anche con quelle che sono state definite le più imponenti manovre militari israeliane dal 1948.

Ad essere sinceri, non è una grossa novità scoprire cellule di spionaggio israeliane in Libano. Ciò che contraddistingue le reti scoperte recentemente, tuttavia, è il loro numero record ed il fatto che esse coprivano quasi tutto il Libano, da Beirut alla Bekaa, e – cosa ancora più importante – il sud, ovvero il territorio di Hezbollah. Mentre gli agenti israeliani vuotavano il sacco, il silenzio israeliano era assordante. L’unica reazione israeliana è stata di aprire il confine settentrionale per gli agenti in fuga diretti in patria lunedì scorso.

Le indagini iniziali rivelano intense attività di spionaggio. Dopo la guerra del luglio 2006, l’establishment militare israeliano comprese che parte dell’insuccesso nell’infliggere un duro colpo all’arsenale missilistico di Hezbollah era dovuto ai fallimenti dell’intelligence sul campo. Essa non ebbe più obiettivi da segnalare al sesto giorno di guerra, e non riuscì a paralizzare la capacità della resistenza di lanciare razzi. All’inizio del 2007, Israele decise di attivare le sue “cellule in sonno” in Libano. Ristabilì i legami con alcuni ex agenti e lavorò per reclutarne altri. Mentre queste reti operavano separatamente, Israele lavorò per insediare degli attori chiave come Ali Jarrah, Adib Al-Alam e Ziad Al-Homsy (Adib Al-Alam è un generale in pensione, arrestato ad aprile; Ziad Al-Homsy è il vicesindaco di Saadnayel, una cittadina nella Bekaa; per un ulteriore approfondimento si vedano anche “Security and Defense: Spying trouble in Lebanon” , apparso sul Jerusalem Post, e “Spies’ Roots Reach Deep in Lebanon”, apparso sul New York Times (N.d.T.) ), che avrebbero lavorato al reclutamento di altri. Il tipo di strumenti di spionaggio high-tech che è stato trovato in mano ad alcuni sospettati, e l’addestramento che avevano ricevuto, suggeriscono molto chiaramente che Israele era alla disperata ricerca di nuovi dati e di nuovi obiettivi.

Rimangono molti interrogativi riguardo alla scoperta di queste reti di spionaggio, soprattutto perché alcune di esse erano note a Hezbollah, ed erano sotto il suo vigile sguardo fin dal 2006. In secondo luogo, che tipo di attività era assegnato a queste reti, e fino a che punto Israele è riuscito, attraverso i suoi agenti, a violare la sicurezza della resistenza o addirittura dello Stato libanese, alla luce del fatto che alcuni dei suoi agenti lavoravano nelle istituzioni statali? Ad esempio, Al-Alam ha lavorato nel Servizio della Sicurezza Generale per 25 anni, mentre un altro agente, Haitham Al-Sohmorani, ha servito nelle ISF.

Cosa ancora più importante, questa attività di spionaggio sta a indicare una imminente azione militare contro il Libano? Lunedì scorso, il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha ammonito che Israele potrebbe aver avviato una fase di preparativi per “una nuova guerra a sorpresa contro il Libano” – come testimonierebbero le manovre militari che dovrebbero svolgersi dal 31 maggio al 4 giugno – allo scopo di saldare vecchi conti con Hezbollah e ristabilire la sua perduta capacità di deterrenza militare.

Il lavoro per scoprire le cellule di spionaggio è iniziato nel settembre del 2008. La maggior parte degli sforzi è stata condotta dalle ISF, ritenute affiliate al leader della maggioranza Saad Al-Hariri, le quali non godono di una buona reputazione negli ambienti dell’opposizione. Alcuni hanno suggerito che la scelta di tempo per fare questa rivelazione sarebbe strettamente legata alle prossime elezioni in Libano. La versione ufficiale degli eventi, tuttavia, racconta un’altra storia.

Secondo Ashraf Reifi, comandante delle ISF, l’assistenza tecnica e l’addestramento forniti ai quadri delle ISF hanno messo in grado questi ultimi di rintracciare e smascherare cellule di spionaggio. Tuttavia, fonti vicine a Hezbollah ci hanno rivelato che l’assistenza tecnica occidentale fornita alle ISF ha reso effettivamente queste ultime in grado di scovare le spie, ma coloro che hanno fornito questa assistenza non si aspettavano che le ISF avrebbero utilizzato questo addestramento per prendere di mira agenti israeliani. Piuttosto essi volevano che le ISF si concentrassero sulle attività legate alla Siria ed alla resistenza.

Reifi ha affermato che è stato un errore tecnico di alcuni agenti israeliani che ha portato alla scoperta di queste reti. “Queste reti operavano separatamente, in modo tale che se un agente fosse stato preso non sarebbe stato in grado di dire nulla sugli altri. Ma un paio di settimane fa, le ISF hanno intercettato ordini israeliani che chiedevano agli agenti di tenere un basso profilo e di sbarazzarsi di alcuni degli strumenti di spionaggio ad alta tecnologia”, ha dichiarato Reifi.

Mentre alcuni agenti si erano concentrati sulla raccolta di dati riguardanti i principali membri di Hezbollah, altri raccoglievano rilevamenti su alcuni villaggi del sud. Gli agenti più importanti si sono concentrati su attività volte a fomentare le tensioni settarie. Al-Homsy, un ex membro di Al-Mustaqbal (il partito di Saad Al-Hariri), e vicesindaco di Saadnayel, un villaggio nella valle della Bekaa centrale, rappresenta un esempio significativo a questo proposito. Al-Homsy, che è stato arrestato dall’intelligence dell’esercito, è accusato di essere stato un attore chiave nel fomentare la violenza settaria fra Saadnayel, frazione a maggioranza sunnita, e il vicino villaggio di Talabaiya, a maggioranza sciita. I due villaggi giunsero a uno scontro sanguinoso nel 2008. Gli sforzi di riconciliazione non riuscirono ad arginare le ostilità, e si dice che Al-Homsy abbia giocato un ruolo nel fomentare le tensioni. Egli lanciò anche una campagna diffamatoria contro Hezbollah sulla pubblicazione “Al-Erada” (La Volontà), che poi si scoprì essere finanziata da sovvenzioni israeliane.

Il caso di Al-Homsy è il più curioso, poiché egli, da uomo che si vantava di aver speso la propria vita al servizio della resistenza contro Israele, è finito per diventare un agente del Mossad. Ma le ripercussioni del caso vanno ben al di là di Al-Homsy, e sollevano nuovamente l’interrogativo se Israele possa essere dietro gran parte della violenza a cui il Libano ha assistito a partire dall’uccisione dell’ex primo ministro Rafiq Al-Hariri nel febbraio 2005, incluso l’assassinio di 14 personalità libanesi e la violenza settaria che ha rischiato di riportare il paese sull’orlo della guerra civile.

Pochi sono rimasti sorpresi quando Nasrallah ha pesantemente criticato la magistratura libanese in un discorso tenuto venerdì 15 maggio. Molti residenti dei villaggi del sud ritengono la magistratura responsabile per le cellule di spionaggio che non sono state scoperte in passato. Ex agenti che furono consegnati da Hezbollah alla magistratura libanese dopo la liberazione del sud nel maggio del 2000, ricevettero delle sentenze molto leggere, che andavano dai sei mesi ai cinque anni. Hezbollah volle inviare un segnale nel momento in cui decise di non intraprendere azioni extragiudiziarie contro gli agenti di Israele per mostrare rispetto nei confronti delle istituzioni statali, anche quando si trattava di questioni estremamente delicate. Sheikh Naim Qassim, il vice segretario generale di Hezbollah, ha ora invitato la magistratura ad emettere sentenze di condanna a morte nei confronti di alcuni degli agenti smascherati.

Omayma Abdel Latif è projects coordinator presso il Carnegie Endowment for International Peace; in precedenza è stata vice redattore capo del settimanale egiziano “al-Ahram weekly”; si è occupata in particolare di movimenti islamici, e soprattutto dei Fratelli Musulmani in Egitto

Titolo originale:
War by another name

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18 settembre 2008

26° anniversario della strage di Sabra e Chatila.

16/18 settembre 1982 - 16/18 settembre 2008
26° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI SABRA E CHATILA
Dalla mailing list Conflitti dell'associazione PeaceLink ricevo e pubblico questo messaggio in occasione del ventiseiesimo anniversario della strage avvenuta nel 1982 in questi due campi profughi situati alla periferia di Beirut, durante la quale vennero massacrati centinaia di Palestinesi inermi, in gran parte donne, vecchi e bambini, il cui numero è stato successivamente stimato secondo cifre che vanno da 1500 a 3500 profughi.

"A 26 anni da quel massacro il governo sionista israeliano continua la sua politica criminale di occupazione e distruzione dei territori palestinesi.
In occasione di questo anniversario la nostra Associazione diffonde un breve filmato di 7 minuti, tratto dal nostro documentario "Libano e Palestina: due popoli in lotta contro l’imperialismo", che ricostruisce tutte le fasi principali di questa orrenda strage con testimonianze dei familiari delle vittime che ogni anno si riuniscono il 16 settembre per chiedere una giustizia che non é mai arrivata.
Al momento é disponibile solo la versione da 1Mb di qualità bassa.
Per avere il DVD completo del documentario scrivi a laltralombardia@laltralombardia.it".

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19 maggio 2008

Libano: la pericolosa strategia Usa.

Uno dei mantra della politica di casa nostra è quello secondo cui Israele sarebbe l’unica democrazia in medio oriente, dimenticandosi regolarmente del Libano che è un regime parimenti democratico (e meno razzista…).

Una democrazia che, tuttavia, è estremamente fragile e zoppicante, in quanto il modello di convivenza libanese, basato sull’equilibrio dei vari gruppi confessionali, rischia periodicamente di crollare sotto i colpi delle pesanti ingerenze esterne dei vari attori che operano nella regione.

Ne costituiscono l’ennesima testimonianza gli scontri armati che hanno portato le milizie di Hezbollah a occupare temporaneamente Beirut, fino alla revoca delle decisioni governative che avevano costituito la scintilla delle violenze.

Spicca, in particolare, come sottolinea l’articolo del Guardian riportato qui di seguito nella traduzione offerta da Arabnews, l’incredibile incompetenza e il dilettantismo della politica estera Usa, che tanti guasti ha già determinato in medio oriente.

09/05/2008
Ancora una volta, l’amministrazione Bush si è prestata ad un gioco pericoloso nel Levante, senza rendersi conto né dei potenziali costi – umani e strategici – della sua mossa azzardata sul lungo periodo, né che esisteva la possibilità di trovare un’alternativa più saggia.

Il rischio più recente che essa si è assunto in Libano è stato, naturalmente, quello di incoraggiare – alcuni dicono ‘di richiedere’ – Israele a proseguire la sua distruttiva guerra di 33 giorni contro Hezbollah (e contro il Libano) nel luglio del 2006. Tale mossa ha fallito in modo clamoroso su vari fronti – ancor più clamorosamente giacché, come osservava il primo rapporto Winograd, esisteva un’alternativa molto più ragionevole alla guerra aperta, un’alternativa incentrata sul coordinamento di una forte pressione diplomatica nei confronti di Hezbollah stesso, che facesse leva su blitz militari mirati e distribuiti nel tempo, nonché sullo sfruttamento delle dinamiche interne libanesi, per far crollare gradualmente, sul lungo periodo, la motivazione di Hezbollah a possedere armi indipendentemente dallo Stato.

Alcuni mesi più tardi, l’amministrazione Bush ha messo in moto un’altra strategia pericolosa, per la quale i suoi alleati locali non erano pronti: il rovesciamento violento di Hamas a Gaza ad opera di una milizia legata all’ex “uomo forte” di Gaza, Mohammed Dahlan.

Ora il Libano si trova di nuovo in prima linea, e al centro dello scacchiere, con la decisione concertata, da parte della coalizione di partiti filo-americani (il fronte “del 14 Marzo”), di utilizzare ciò che rimaneva del “potere dello Stato” per affrontare direttamente Hezbollah sulla questione chiave della sua forza militare indipendente. Questa sfida, intervenuta dopo una serie di incontri tra i leader del fronte “del 14 Marzo” e alcuni responsabili statunitensi, si è posta essenzialmente come una messa sotto accusa della rete telefonica privata di Hezbollah, che era riconosciuta da tempo e tacitamente accettata. Ma, così come il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha sottolineato ieri, e come i leader del fronte “del 14 Marzo” sanno fin troppo bene – il sistema di telecomunicazioni del partito si trova al centro della sua strategia militare. Infatti è stato il motivo principale per cui Hezbollah è riuscito a mantenere un livello di coordinamento senza precedenti durante la guerra del 2006, malgrado gli sforzi estremamente sofisticati degli israeliani volti a rendere inefficace questo coordinamento.

Il fronte “del 14 Marzo” sembra aver annunciato chiaramente e drammaticamente la sua volontà di effettuare un “cambiamento strategico nel suo modo di trattare con Hezbollah”, come si è espresso un autore del quotidiano filo-governativo “al-Mustaqbal” in un commento pubblicato ieri – o come ha affermato il commentatore libanese Michael Young, in maniera ancora più pregnante, parlando di “un divorzio libanese”.

Ma questo cambiamento è davvero in atto nella misura che si crede? E – cosa forse ancora più importante – le forze “del 14 Marzo” ed i suoi alleati americani hanno correttamente calcolato che un livello limitato di violenza, di natura fortemente settaria, sia (a) sostenibile, evitando allo stesso tempo il caos totale, e (b) abbastanza forte da suscitare un disaccordo politico fatale in grado di separare gli sciiti libanesi dai loro sostenitori cristiani?

L’idea di utilizzare la questione della rete telefonica, nonché le affermazioni circa presunte telecamere che sorveglierebbero l’aeroporto di Beirut, come strumenti per isolare Hezbollah, per sollevare contrasti con la coalizione “del 14 Marzo”, e per spaventare i cittadini libanesi con la prospettiva che essi potrebbero essere “forse” nel mirino (come si è espresso Walid Jumblatt del fronte “del 14 Marzo”) era apparentemente una strategia intelligente; soprattutto tenuto conto delle elezioni parlamentari dell’anno prossimo, della continua pressione per eleggere finalmente un presidente, e delle recenti defezioni di importanti leader cristiani in precedenza allineati con l’opposizione.
Ma il problema di questo approccio, come osservava il giornalista libanese Rafik Khouri sul quotidiano “al-Anwar”, è che il fronte “del 14 Marzo” “non può ritrattare, o sarebbe praticamente finito, e non può andare sino in fondo con le sue direttive, a causa dei rapporti di forza sul campo”. L’esercito, come ha chiarito il suo comandante ieri, non intende e non può intervenire per conto del fronte “del 14 Marzo” al fine di eseguire decisioni “di stato” – soprattutto riguardo a questioni che Hezbollah ha dichiarato essere parte integrante del suo potenziale militare, e protette da un precedente riconoscimento “di stato”, che confermava il suo diritto a portare le armi.

Perciò, anche se gli Stati Uniti hanno speso di recente decine di milioni di dollari per armare e addestrare elementi dell’esercito libanese, e soprattutto le forze di sicurezza interne del fronte “del 14 Marzo”, il rapporto di forze (come anche nel caso di Gaza) continua ad essere a favore dell’opposizione in generale, e di Hezbollah in particolare. Da ciò si ricava l’impressione che il fronte “del 14 Marzo”, indubbiamente incoraggiato dagli USA, abbia calcolato che Hezbollah e l’opposizione non si sarebbero spinti a fare un aperto colpo di stato per le questioni attualmente in ballo, come era avvenuto a Gaza (in quanto ciò avrebbe gravemente danneggiato la legittimità della ‘resistenza’), e che sarebbe andato a buon fine – come era già avvenuto in altri momenti critici – il tentativo di contenere la violenza settaria fra sunniti e sciiti.

In altre parole, si pensava che non ci sarebbe stato un ‘divorzio’; che non ci sarebbe stato bisogno di riversare troppa forza nelle strade, e che il fronte “del 14 Marzo” sarebbe riuscito a ‘incastrare’ ancora l’opposizione. Scommettere su un ragionamento del genere, tuttavia, avrebbe avuto senso, solo se il fronte “del 14 Marzo” avesse lasciato spazio sufficiente per un compromesso in grado di preservare alcuni dei suoi successi apparenti, permettendo allo stesso tempo a Hezbollah di ritirare le proprie forze onorevolmente dal campo di battaglia – dopo che il fronte “del 14 Marzo” aveva evidenziato ai libanesi il problema della ‘sovranità statale’ ed il ‘pericolo’ rappresentato da Hezbollah. Ma le sue direttive radicali, e l’improvviso siluramento del capo della sicurezza aeroportuale, da parte di un governo la cui legittimità costituzionale rimane estremamente controversa, non ha lasciato alcuno spazio del genere.

Ciò che ha ottenuto, invece, è stato di ridurre i termini del conflitto ad una mera questione di forza – posizione che né il fronte “del 14 Marzo” né gli stessi Stati Uniti erano pronti a sostenere in questo momento. Infatti è altamente improbabile che le forze ONU nel Libano e gli alleati statunitensi del fronte “del 14 Marzo”, che già si trovano in condizioni difficili a causa della situazione in Iraq e in Afghanistan, possano intervenire per migliorare i rapporti di forza a beneficio del fronte “del 14 Marzo”.

L’interrogativo a cui ci troviamo di fronte ora – come è stato del resto negli ultimi trent’anni – è se saranno gli israeliani ad intervenire, qualora il fronte “del 14 Marzo” dovesse perdere progressivamente la capacità di mobilitare le risorse che gli restano, o se, piuttosto, Israele sarà soddisfatto di poter fare un passo indietro e godersi lo spettacolo del suo implacabile nemico che combatte contro i suoi stessi concittadini. Nasrallah pensa decisamente che il primo scenario sia il più probabile, viste le sue dichiarazioni di ieri secondo cui Hezbollah sarebbe perfettamente in grado di combattere su due fronti. In ogni caso, giunti al momento in cui lo spettro di un’altra invasione israeliana e / o di un’altra guerra civile viene percepito come imminente, non si può fare a meno di pensare alle vie alternative che sono state trascurate o evitate nel corso del tempo, soprattutto dopo che era stata stipulata l’alleanza politica tra le forze “del 14 Marzo” e Hezbollah a seguito del ritiro siriano dal Libano nel 2005.

Tuttavia, proprio come era avvenuto sulla scena israelo-palestinese, l’attore principale, Washington, è stato costantemente e vergognosamente assente, o tremendamente disinformato ai più alti livelli. Nei momenti più critici, la politica è stata condotta da una fazione ristretta di neoconservatori radicali della Casa Bianca – tra cui in primo luogo Elliott Abrams – i quali, a quanto sembra, cercano ancora di indirizzare il Libano lungo il sentiero che avevano tracciato per esso, sotto forma della “Rivoluzione dei Cedri”.

Sfortunatamente, come sembrano indicare gli eventi delle ultime 48 ore, la politica della negligenza e dell’intervento diretto occasionale, soprattutto da parte degli Stati Uniti, non ha portato né la pace né la vittoria ai libanesi, alla regione, o agli stessi Stati Uniti. Invece, a quanto pare, i partigiani dell’amministrazione Bush uscente sentono di dover disperatamente proclamare l’ultimo “missione compiuta”, anche se questa missione sta sfuggendo sempre più al loro controllo.
Nicholas Noe è direttore di Mideastwire.com, un servizio che offre traduzioni della stampa mediorientale, con sede a Beirut

Titolo originale:
A dangerous strategy

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13 maggio 2007

A Tel Aviv non comanda più nessuno.

di Meron Rapaport (L’Espresso, 17.5.2007)

Il rapporto della commissione d’inchiesta sulla seconda guerra in Libano, guidata dall’ex giudice Eliyahu Winograd, ha provocato in Israele una bufera politica che non si vedeva dai tempi della guerra del Kippur nel 1973. Mai la classe dirigente israeliana è stata criticata così pesantemente, mai gli attacchi così personali. Il rapporto dice che il premier Ehud Olmert “ha fallito gravemente nel modo di ragionare, nelle responsabilità e negli esiti”. Anche il ministro della Difesa Amir Peretz è finito nel ciclone.
Subito dopo la pubblicazione del rapporto sembrava che Olmert sarebbe stato costretto alle dimissioni nello spazio di pochi giorni. Invece, sulle prime è riuscito a domare la ribellione nel suo partito, Kadima. Ma la testa di Olmert l’hanno chiesta anche il popolare ministro degli Esteri, Tzipi Livni, e 100.000 dimostranti che hanno manifestato nella più grande piazza di Tel Aviv. Nel partito laburista, che a settimane dovrà eleggere il futuro leader, tre dei quattro candidati hanno già dichiarato che, in caso di nomina, chiederanno le dimissioni del premier.
Il dato più inquietante che emerge dal rapporto Winograd è la debolezza dell’attuale classe politica israeliana. Si legge, per esempio, che nella riunione di governo del 12 giugno 2006, giorno in cui due soldati israeliani vennero rapiti lungo la frontiera con il Libano, il capo di Stato Maggiore. Generale Dan Haluz, spiega così il suo piano di bombardamenti sul Libano: “Nessuno verrà risparmiato. L’obiettivo è dimostrare che Israele è il soggetto più duro nell’area”. Simon Peres, premio Nobel per la pace, due volte primo ministro, l’uomo più esperto della politica israeliana, gli chiede chiarimenti: “Bisogna pensare bene prima di compiere due passi in avanti”, dice timidamente a Haluz: “Se noi bombarderemo e loro reagiranno, dopo che accadrà?”. E Haluz, rivolgendosi a Peres come fosse un bambino un po’ ritardato: “Io penso sempre due passi in avanti, anzi quattro passi…”. Peres, in politica da più di 50 anni, tra gli strateghi della guerra del Sinai del 1956, viene umiliato da un generale che deve la sua fama soprattutto per aver dato l’ordine di lanciare una bomba di una tonnellata su un palazzo di Gaza, uccidendo 18 civili palestinesi. Il disprezzo totale di Haluz verso Peres è la manifestazione più estrema dell’impotenza dei politici israeliani.
Questa atmosfera di disprezzo spira da ogni riga del rapporto. I dibattiti fondamentali di politica nazionale e internazionale si sono svolti nello Stato Maggiore. Sono i generali a discutere sulla linea da tenere in Libano, sulla posizione internazionale di Israele, sul Quartetto, sul G8, sull’Unione europea. Questo conflitto, diceva Haluz ai suoi generali prima ancora di confrontarsi con il governo, “dev’essere un punto di svolta nel dialogo fra Israele e Libano … Se non capiamo che il Libano è in uno stato di caos, perdiamo un’enorme opportunità di raggiungere la nostra meta. Dobbiamo cambiare le regole del gioco”. Il governo, dal punto di vista dei militari israeliani, serve solo a dare “più tempo” all’esercito.
Non stupisce se, dopo sei mesi di inchieste, la commissione non ha ancora scoperto chi abbia preso la decisione di attaccare il Libano. Nella sera del primo giorno di combattimenti, il ministro Livni chiede a Haluz quando sarebbe finita l’operazione militare. “Nel primo pomeriggio di domani”, le risponde Haluz. Meno di 12 ore dopo, lui racconta ai suoi generali che la guerra durerà “parecchie settimane … Lo Stato d’Israele non ha interesse che tutto finisca troppo presto”. Haluz, come Luigi XIV, è lo Stato.
Ma le colpe non sono solo dei militari. Fin dal fallimento di Camp David, nel 2000, la classe dirigente israeliana ha rinunciato al tentativo di suggerire una soluzione politica al conflitto con i Palestinesi e con il mondo arabo. Israele, si ritiene a Tel Aviv, gode di una superiorità militare tale per cui non converrebbe cercare un compromesso con i nemici che la vogliono distruggere. La guerra in Libano ha ora messo in dubbio questa certezza. E’ per questo che l’opinione pubblica israeliana è ora così confusa: ha scoperto che non soltanto i politici, ma anche i generali, non rappresentano una garanzia per il suo futuro.

Fin qui l’articolo di Rapaport, restano da aggiungere alcune considerazioni su fatti peraltro già noti.
Né il rapporto Winograd né le 100.000 (o 150.000) persone che hanno affollato piazza Rabin per chiedere le dimissioni del premier israeliano Olmert hanno inteso imputare a lui e al suo governo di avere scatenato l’inferno in Libano; la guerra, secondo la stragrande maggioranza degli Israeliani era “giusta”, il problema è che è stata condotta con imperizia e negligenza, il problema è che Israele la seconda guerra in Libano l’ha persa.
Ciò che, in sostanza, viene rimproverato a Olmert, a Peretz e all’ex capo di Stato Maggiore Halutz è di non aver annientato le milizie di Hezbollah, di avere mandato allo sbaraglio i riservisti dell’Idf, di aver sottovalutato il pericolo dei razzi Katyusha e di non avere adeguatamente protetto i civili da questo letale pericolo.
Nessuna parola di biasimo dalla commissione Winograd – né alcuna protesta dell’opinione pubblica israeliana – per gli evidenti e gravissimi crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano nei 34 giorni di combattimento.
Come è ormai noto, già poche ore dopo l’inizio delle ostilità era chiaro che l’obiettivo di liberare i due soldati non avrebbe potuto essere raggiunto, e tuttavia lo Stato Maggiore israeliano – con il pieno e consapevole avallo del governo - decise ugualmente di dare il via a una massiccia serie di raid aerei e di bombardamenti con il dichiarato scopo di ribadire il principio secondo cui chi tocca Israele deve pagare uno scotto atroce, ivi compresa la popolazione civile: per dirla con le parole di Halutz, bisognava dimostrare che gli attributi più grossi nell’area mediorientale sono quelli israeliani, e bisognava dimostrarlo senza risparmiare nessuno.
La seconda guerra in Libano ha provocato la morte di 1.189 libanesi (in gran parte civili), mentre i feriti sono stati 4.399 e circa un milione i profughi: da segnalare che circa un terzo delle perdite è rappresentato da bambini; dalla parte israeliana, i morti sono stati 159, di cui 39 civili.
Immense sono state le distruzioni in territorio libanese, infrastrutture, ponti, strade, porti, aeroporti, almeno 15.000 abitazioni interamente distrutte, secondo Oxfam l’85% degli agricoltori libanesi ha perso il proprio raccolto, le stime dei danni complessivi ammontano a oltre cinque miliardi di dollari, e questo senza contare i mancati introiti del turismo.
Secondo Human Rights Watch, nella condotta delle ostilità l’esercito israeliano ha ripetutamente violato le leggi di guerra, colpendo e uccidendo indiscriminatamente senza distinguere tra civili e combattenti.
Secondo Tsahal la colpa di ciò è addebitabile a Hezbollah, che nascondeva le proprie milizie e i propri armamenti in città e villaggi densamente popolati ma, sempre secondo Hrw, la gran parte delle uccisioni di civili si sono verificate in zone in cui non vi era nessuna evidenza che, nei pressi, fossero situate milizie o armamenti, come nel caso del massacro dei 29 civili di Qana.
Né gli ordini di evacuazione – talvolta impartiti dall’Idf prima degli attacchi – valgono a sollevare l’esercito israeliano dalle proprie responsabilità – dato che molti civili non avrebbero comunque potuto allontanarsi a causa dell’età, di infermità varie, della mancanza di mezzi idonei di trasporto.
Senza contare che alcuni convogli di civili, pur scortati da automezzi Onu, sono stati ugualmente fatti oggetto di attacco da parte dell’aviazione israeliana.
Ma il capitolo più orrendo e criminale nella condotta delle ostilità da parte di Israele è senza dubbio quello costituito dal massiccio uso di cluster-bombs.
L’Onu ha stimato che Israele ha lanciato bombe “cluster” contenenti da 2,6 a 4 milioni di ordigni esplosivi. Steve Goose, direttore della divisione armamenti di Hrw, ha affermato: “Abbiamo investigato sulle munizioni cluster in Kosovo, Afghanistan e Iraq, ma non abbiamo mai osservato un uso di munizioni cluster così massiccio e pericoloso per la popolazione civile”.
Le ricerche di Hrw hanno dimostrato che, nella maggior parte dei casi, il lancio delle cluster-bombs da parte israeliana è avvenuto senza che vi fossero “evidenti obiettivi militari” da colpire.
Si stima che, di tali ordigni, almeno 1 milione sia rimasto inesploso alla fine della guerra, e le operazioni di bonifica continueranno almeno per tutto il 2007: dalla fine della guerra alla fine di gennaio di quest’anno, gli ordigni inesplosi hanno già causato 30 morti e 184 feriti.
Non va dimenticato peraltro che, sempre secondo le stime Onu, il 90% delle cluster-bombs è stato lanciato da Israele durante gli ultimi tre giorni di ostilità, in un’ultima, vigliacca e spietata rappresaglia.
Naturalmente nessuno è chiamato a rispondere di questi crimini, di queste distruzioni ingiustificate, di questi morti innocenti, nessuna incriminazione è stata richiesta, né ciò mai avverrà.
Verso la metà di aprile – durante un incontro con i rappresentanti di Medical Aid for the Third World – il ministro della Difesa belga Andre Flahaut aveva lanciato l’idea di addebitare ad Israele, quanto meno, le spese per la rimozione degli ordigni inesplosi e per la bonifica dei territori, calcolate in circa 13 milioni di dollari.
Pochi spiccioli rispetto alle spese di ricostruzione del Libano, ma che rappresentano l’affermazione di un principio dall’evidente impatto politico, e infatti – per quel che è dato sapere – non se ne è fatto nulla.
Evidentemente, la fine della stagione della totale impunità per i criminali di Israele tarda ancora ad arrivare.
E, altrettanto evidentemente, l’opinione pubblica israeliana non ha ancora compreso come l’unica garanzia per il proprio futuro sia rappresentata non già dall’oppressione, dai crimini di guerra, dalla cieca forza delle armi, ma piuttosto dalla risoluzione pacifica ed equa di tutte le vertenze e i conflitti in corso con il mondo arabo.

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