9 giugno 2011

L'Israele che (non) ti aspetti: rabbini ordinano la lapidazione di un cane!

La notizia è stata pubblicata dal sito B’hadrei Haredim – che a sua volta cita come fonte l’edizione cartacea dello Yedioth Ahronoth – ed è stata riportata in Italia, tra gli altri, dal sito web del Corriere della sera: nel quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim, a Gerusalemme, i giudici di una corte rabbinica hanno ordinato ad alcuni bambini del quartiere di lapidare a morte un cane!

E’ successo che il povero ma incauto animale ha fatto irruzione all’interno dell’aula della Corte rabbinica per gli affari finanziari, ringhiando, spaventando i presenti e rifiutando di allontanarsi. E, soprattutto, è successo che qualcuno si sia reso conto che, in realtà, il cane non era altro che la reincarnazione di un avvocato che, molti anni prima, aveva osato offendere la corte piazzandosi all’interno di quella stessa aula per contestare una decisione dei giudici, e rifiutandosi di abbandonarla per diversi giorni.

Realizzato ciò, i rabbini avrebbero allora ordinato ai bambini di Mea Shearim di uccidere il cane a mezzo della lapidazione, come una sorta di tikkun, o riparazione, per l’anima dell’avvocato.

Il blog Life in Israel, in uno dei commenti all’articolo che tratta la vicenda, racconta che il rabbino capo della beis (o beit) din, Rav Levin, ha sostenuto che nessuno ha mai ordinato ai ragazzi di prendere il povero cane a pietrate.

E così siamo di fronte a una scelta: o credere che i bambini haredi sono crudeli, e hanno lapidato il cane senza alcuna istigazione e per puro divertimento, oppure ritenere che il rabbino ha mentito, che in effetti venne ordinato ai ragazzi di lapidare il cane, che lui e i suoi colleghi sono fanatici crudeli che credono in una teologia primitiva e crudele.

Magari anche questo episodio illuminante potrebbe servire ad illustrare quel volto di Israele “che non ti aspetti” che tra qualche giorno verrà proposto ai cittadini di Milano…

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2 marzo 2011

Morte agli Arabi!

Quei ragazzi ebrei che, verso la fine del 2010, hanno circondato e insolentito un gruppo di anziane donne palestinesi in visita allo Yad Vashem gridando loro “troie” e “puttane” sono solo una esigua minoranza, nient’altro che delle mele marce?

O non si tratta piuttosto di una degna rappresentanza di quella maggioranza ebraica razzista che approva entusiasticamente le regole rabbiniche che vietano di affittare le case agli arabi e proibiscono ogni tipo di rapporto tra arabi ed ebrei?

Purtroppo – e nonostante i media ammaestrati di casa nostra non ne accennino neppure lontanamente – pare proprio che si debba propendere per la seconda ipotesi, se consideriamo che persino il ministro israeliano degli affari sociali Isaac Herzog, in visita agli studenti arabi del Safed College, ha avuto modo di dichiarare: “mi sembrava di essere in Alabama negli anni ‘40”.

A Herzog, tuttavia, bisognerebbe far notare che tra coloro che legittimano il razzismo, divenuto così diffuso tra i giovani israeliani, vi sono proprio dei colleghi della compagine governativa e, in specie, il ministro dell’istruzione Gideon Sa’ar, distintosi recentemente per aver entusiasticamente spalleggiato la campagna criminalizzatrice lanciata dal gruppo studentesco Im Tirtzu contro i professori che appoggiano il boicottaggio accademico contro l’occupazione, e per aver tagliato il budget destinato all’educazione civica in favore di un curriculum di “studi ebraici” che ricomprende anche dei testi religiosi.

Recentemente un gruppo di giovani insegnanti ha inviato una petizione al ministro dell'istruzione, chiedendogli di “prendere chiaramente posizione contro le espressioni di razzismo che sono presenti ovunque”. Nella petizione, di cui ha dato notizia (soltanto in ebraico) lo Yedioth Ahronoth, i firmatari dichiarano: “Non possiamo rimanere in silenzio alla luce della crescente presenza all'interno degli edifici scolastici di espressioni di razzismo, verso chiunque sia diretto – contro gli Arabi, gli immigrati dall'Etiopia e dalla Russia, gli omosessuali e i lavoratori migranti. Vediamo noi stessi come degli educatori che devono lanciare un allarme. Una serie di studi e di sondaggi riflettono la realtà quotidiana che tutti noi sperimentiamo negli incontri con gli studenti: la prevalenza di razzismo e di crudeltà è in aumento tra i giovani israeliani. Noi siamo testimoni nel mondo dell’istruzione di questo crescente razzismo”.

Gli educatori israeliani mettono sotto accusa, in particolare, i rabbini che ricevono finanziamenti statali, i membri della Knesset e i sindaci per le loro “idee offensive e razziste” che “forniscono legittimazione a queste espressioni” degli studenti israeliani, “un fenomeno che rende ancor più difficile il tentativo degli insegnanti di affrontare il razzismo”.

A distanza di tre settimane dalla petizione, il sito in lingua inglese dello Yedioth Ahronoth accoglie ancora una volta il grido di allarme degli insegnanti israeliani, nell’articolo che segue.

La risposta di uno studente ad un test di educazione civica: Morte agli Arabi
di Tomer Velmer – 19.1.2011

Tre settimane dopo la pubblicazione di una petizione in cui si chiedeva al Ministro dell’Istruzione Gideon Sa’ar di adottare misure contro il razzismo che si va diffondendo all’interno delle scuole e nella popolazione, gli insegnanti hanno parlato a Ynet della dura realtà che sono costretti ad affrontare quotidianamente.

In un caso, uno studente liceale in una scuola nel nord di Israele ha scritto “morte agli Arabi” in un test di un corso di educazione civica. In un altro caso, uno studente di un liceo di Tel Aviv si è alzato in piedi durante la lezione e, con orrore del suo professore, ha dichiarato che il suo sogno è quello di arruolarsi come volontario della Guardia di Frontiera, “per poter crivellare a morte gli Arabi”. I suoi amici hanno accolto l’annuncio con un applauso.

Inoltre, dappertutto nel paese insegnanti di educazione civica trovano sui muri delle loro aule dei graffiti recanti slogan che vanno da “Kahane aveva ragione” a “un Arabo buono è un Arabo morto”. Altre espressioni incitano contro gli ultra-ortodossi e contro i profughi.

“Il dibattito politico è da biasimare per l’istigazione”

Secondo una fonte del Ministero dell’Istruzione, i recenti incidenti riflettono una escalation del razzismo tra gli studenti israeliani. E, in primo luogo, essa incolpa i politici di promuovere l’odio.

“Non stiamo parlando di una minoranza, o di ragazzi che provengono da famiglie con idee politiche estremiste, ma di ragazzi normali afflitti da ignoranza”, sostiene. “Il dibattito politico in questi ultimi anni ha dato legittimazione ai loro pregiudizi”.

La fonte ha anche osservato che lo studente che ha scritto “morte agli Arabi” nel suo test è uno studente con il massimo dei voti che conosce bene la materia – una circostanza che suscita allarme.

Ha raccontato che la scuola in questione ha trattato in modo intransigente lo studente, che ha espresso profondo rammarico per la sua azione. Ciò nonostante, la fonte ha affermato che non si è trattato solo di uno scherzo isolato, ma di una tendenza diffusa nella gioventù israeliana.

Una insegnante di educazione civica nella parte centrale di Israele ha raccontato che si trova costantemente di fronte al razzismo che scaturisce dal comportamento dei suoi allievi.

“Quando abbiamo una discussione in classe sull’eguaglianza dei diritti, la lezione diviene immediatamente fuori controllo”, ha detto. “Gli studenti ci attaccano, noi insegnanti, perché siamo di sinistra e antisemiti, e affermano che tutti i cittadini arabi che vogliono distruggere Israele dovrebbero essere deportati”.

L’insegnante ha osservato che le espressioni di odio aumentano specialmente quando lei discute del massacro di Kfar Kassem, vale a dire del significato di “Ordine Chiaramente Illegale”, un comando militare che espressamente viola la legge e a cui non si deve obbedire.

“E’ molto triste, ma gli studenti giustificano il massacro e dicono: “un Arabo buono è un Arabo morto”, racconta. “Spesso gli studenti che vogliono parlare a favore dei diritti umani o hanno paura di farlo temendo le reazioni dei loro amici, o per scusarsi mettono in chiaro che a loro gli Arabi non piacciono”.

“Dobbiamo crescere una generazione libera dall’odio”

Myriam Darmoni-Sharvit, che dirige la facoltà di educazione civica presso il Centro per le Tecnologie Didattiche, sente spesso i suoi colleghi lamentarsi che la situazione nelle classi è divenuta insopportabile.

“Gli insegnanti sono veramente disperati, sono esausti, e alcuni di loro ritengono che, da un punto di vista mentale, avere a che fare con gli studenti è difficile” afferma. “Quando sono in classe, si sentono come su un campo di battaglia, ed è per questo che spesso agiscono per ‘sopravvivere’ e scelgono di saltare dei capitoli o di insegnare la materia attraverso noiosi dettati per mantenere la calma”.

Il Ministero dell’Istruzione, in risposta, ha affermato che gli insegnanti dovrebbero spiegare agli studenti la differenza tra un disaccordo o una disputa e l’odio, la stereotipizzazione e la delegittimazione dell’umanità.

Il ministero ha inoltre sottolineato che l’obiettivo del sistema educativo è quello di “crescere una generazione libera da atteggiamenti razzisti, in grado di gestire tensioni sociali e differenze in una maniera che rispetti i valori dell’ebraismo e della democrazia , sui quali si fonda il nostro stato”.

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17 settembre 2010

Tribunale rabbinico condanna cantante a ricevere 39 frustate.

Dal sito web di arcoiris.tv, la lettera che segue ancora una volta sottolinea il doppio standard utilizzato dai politici e dai media di casa nostra, sempre pronti a mobilitarsi contro il fondamentalismo islamico, ma distratti e silenti quando si tratta di denunciare quello di matrice ebraica. In questo come nel caso dell’istigazione all’assassinio da parte di certi pii rabbini delle colonie.

“Tutta questa gente malvagia deve sparire da questo mondo… Dio deve colpirli con una peste”. Se pensate che un fondamentalista islamico abbia pronunciato questa frase, vi sbagliate (si tratta infatti di una invettiva scagliata contro i Palestinesi da un rabbino, leader spirituale dello Shas, n.d.r.).

In Israele è stato dato il sacro compito di “riportare gli ebrei alla religione”. Il fenomeno è così travolgente da allarmare gli israeliani secolarizzati da quando è giunto “il tempo di una ‘rivoluzione di fede’” a suon di fustigate (si attende la prima lapidazione pubblica).

Grande, indignata mobilitazione di media, partiti e politici in tutto l’Occidente per salvare una iraniana di nome Sakineh Ashtiani dalla lapidazione per adulterio. I media progressisti in prima linea contro l’oscurantismo. Giusto.

Ma nessuna indignata mobilitazione progressista si intravvede per il seguente fatto, avvenuto nella sola democrazia del Medio Oriente, e descritto dal Jerusalem Post.

Un cantante di nome Erez Yechiel ha subìto 39 nerbate da un tribunale rabbinico auto-costituitosi. La sua colpa: aver cantato davanti a un pubblico misto di uomini e donne. Il tribunale era composto da rabbini del gruppo Shofar,che si è dato il sacro compito di “riportare gli ebrei alla religione” (hazara betshuva). Il gruppo Shofar si dedica con zelo speciale a combattere gli spettacoli in cui donne e uomini ballano assieme.

Ibrahim Ashur, Haifa

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25 agosto 2010

Quei rabbini che istigano all'assassinio.

Nei media occidentali si fa’ un gran parlare del fondamentalismo islamico e del pericolo rappresentato dalle prediche incendiarie degli imam che incitano i propri fedeli alla “guerra santa” contro gli infedeli, fomentando paure e innescando una repulsione generalizzata del mondo islamico.

Curiosamente, non altrettanta attenzione viene concessa al fondamentalismo ebraico e a quella tendenza rabbinica, sempre più dominante, che incita al razzismo, alla sottrazione illegale delle terre, all’assassinio.

Non si tratta certo di una novità. L'ex rabbino capo militare Avihai Rontzki – citato nell’articolo che segue – era noto per lo slogan “colui che è misericordioso con il crudele finirà per essere crudele con il misericordioso”, e in passato è stato accusato da Avshalom Vilan, deputato della sinistra israeliana, di avere “trasformato le attività dell’esercito israeliano da un combattimento di necessità in una guerra santa”.

Le testimonianze dei soldati israeliani che hanno partecipato all’operazione “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, raccolte da Breaking the Silence, sono concordi nel ricordare gli sforzi delle unità del rabbinato militare per trasformare l’attacco in una guerra santa tra i “figli dell’oscurità” e i “figli della luce”. Raccontano: “(Ci dissero) Nessuna pietà, Dio vi protegge, qualunque cosa facciate è santificata”.

Ma ora, come racconta Zvi Bar’el per il quotidiano Ha’aretz, non si tratta più di casi isolati, ma di una sorta di “wahabismo” giudaico che sta diventando la tendenza religiosa dominante in Israele, senza che alcuno – né tra i laici né tra gli uomini di fede – abbia la forza e/o la volontà di opporsi.

E, purtroppo, questi fondamentalisti sono responsabili della formazione di decine di migliaia di studenti delle yeshiva che diventeranno soldati, pronti a seguire gli insegnamenti dei loro rabbini e a macchiarsi dei crimini più orrendi.

Ora è più facile comprendere come, delle oltre 1.400 vittime palestinesi di “Piombo Fuso”, l’83% fosse rappresentato da civili non combattenti, e perché durante le operazioni siano stati massacrati ben 352 bambini.

Semplicemente i soldati hanno seguito le regole della legge religiosa ebraica.


Rabbini fondamentalisti hanno approvato l'assassinio, gli attacchi contro gli Arabi, l’occupazione illegale della terra, la segregazione razziale, ed hanno sorvolato sull'omicidio di un primo ministro.

di Zvi Bar'el – 22.8.2010

In primo luogo, la lezione quotidiana: "Un soldato che prende parte alla guerra contro di noi , ma lo fa solo perché costretto con le minacce, è certamente un malvagio .... Ci riferiamo a qualsiasi tipo di partecipazione alla guerra: un soldato che combatte, un soldato di supporto, assistenza civile o qualsiasi forma di incoraggiamento e di sostegno." E ancora: "Anche se i civili sono legati o imprigionati e non hanno altra scelta di rimanere e servire come ostaggi, è ammissibile ucciderli."

Inoltre: "Nel dibattito sulla uccisione di neonati e bambini ... è ragionevole fare del male ai bambini se è chiaro che cresceranno per farci del male. In tali circostanze dovrebbero essere quelli da colpire." E infine: "Non c'è alcun bisogno di discutere la questione di chi è o non è innocente, proprio come quando ci difendiamo contro il male non esitiamo a colpire gli arti che non sono stati effettivamente utilizzati in azioni contro di noi".

Queste citazioni sono tratte dal libro "The King's Torah” (Torat Hamelech") dei rabbini Yitzhak Shapira e Yosef Elitzur, pubblicato da Hamercaz Hatorani, nei pressi della Yeshiva di Od Yosef Hai. Molti importanti rabbini hanno sostenuto i due, e queste citazioni sono parte dei motivi per i quali sono indagati per sospetta istigazione e razzismo. Il loro rifiuto ad essere interrogati si è basato presumibilmente sul fatto che nessuno dovrebbe essere interrogato o processato per le proprie opinioni.

In sostanza, il loro rifiuto pone la legge della Torah al di sopra della legge dello stato. Il rabbino Dov Lior (rabbino capo di Kiryat Arba ed Hebron, n.d.t.), che ha appoggiato il libro, ha spiegato la sua opposizione al loro interrogatorio nel modo che segue: "Le vessazioni dei rabbini a causa delle loro interpretazioni della halakha (il complesso delle leggi religiose ebraiche, che include le leggi bibliche, talmudiche e rabbiniche, ma anche quelle consuetudinarie, n.d.t.) è in diretto contrasto con i principi della libertà di religione e di espressione che sono accettati dallo Stato." Infatti, è possibile accusare qualcuno di odiare i gentili? In uno stato ebraico?

Niente di nuovo, finora. Rabbini fondamentalisti hanno approvato l'assassinio, gli attacchi contro gli Arabi e le loro proprietà, l'occupazione illegale della terra, la segregazione razziale tra gli Ashkenaziti e le alunne Mizrahi, ed hanno sorvolato (come minimo) sull'omicidio di un primo ministro. Dopo tutto, la fonte dell’autorità di quegli stessi rabbini, il libro dei libri, è pieno di descrizioni da far rizzare i capelli delle vendette pretese dai Figli di Israele sui popoli di questa terra.

Quanto all'umanità del "Signore tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri sui figli, e sulla terza e la quarta generazione di coloro che mi odiano," assassino dei primogeniti egiziani, potremmo tenere un seminario o due. Fare marameo alle leggi dello stato non è un'invenzione di Lior o di rabbini di tal fatta. Per quanto riguarda il mancato rispetto della legge, Lior è un eccellente allievo del rabbino Moshe Levinger. Solo l’ingenuità o la finzione possono spiegare la sorpresa per gli sputi in faccia alla polizia che cercava di indagare i rabbini che hanno fornito un muro di difesa all’abominio.

La novità è che questi non sono più "rabbini della collina", "erbacce selvatiche" o "scavalcatori del recinto" che voltano le spalle agli insegnamenti delle grandi figure rabbiniche e alla legge. Essi e i loro sostenitori stanno trasformando il fondamentalismo zelante e il vergognoso "The King's Torah” nella corrente dominante.

Dopo tutto, da cosa sono stati turbati i critici? Non dal contenuto del libro, a cui alcuni dicono di opporsi (“certo che non lo sostengo"), quanto piuttosto dall’audacia dello stato di minare la libertà di espressione dell’autore. Nessun movimento di protesta religioso ha preso posizione contro il contenuto del libro, nessuno ha scritto un testo per opporsi a questo wahabismo giudaico. Improvvisamente, quella stessa comunità che santifica la gerarchia rabbinica, l'obbedienza assoluta ai rabbini, è sconvolta da questo affronto alla libertà di espressione.

Ma questi fondamentalisti, responsabili della formazione di decine di migliaia di studenti delle yeshiva che diventeranno soldati, si lavano le mani quando i loro seguaci e gli studenti eseguono gli ordini dei rabbini. Nessun rabbino è stato mai processato per un atto illegale commesso da un civile o da un soldato a causa dei suoi insegnamenti. Dopo tutto, essi sono solo insegnanti, e poi "l'autorizzazione è stata concessa". In stati "correttamente funzionanti" come l'Arabia Saudita o l'Egitto si è da tempo capito che la responsabilità di una figura religiosa non è inferiore a quella di un terrorista. Essi arrestano e imprigionano, esiliano o fanno tacere in vari modi i predicatori che hanno allevato generazioni di fanatici assassini. La Turchia rimuove dall’esercito chiunque esprima eccessivo fervore religioso.

In Israele, dall'altro lato, l'ex rabbino capo militare Avihai Rontzki ha avviato incontri dei soldati dell’intelligence con il rabbino Lior, la colonna della "King’s Torah". Ciò che segue è stato detto a proposito del codice etico dell’esercito israeliano: "Quando c'è un conflitto tra gli ordini che si basano sul codice etico ed una istruzione della halakha, ognuno dovrà ovviamente attenersi alla halakhà" - la legge ebraica. Non è l'istigazione ad essere pericolosa, ma piuttosto la sua trasformazione nella forma accettata e centrale del discorso.

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27 marzo 2008

Notizie in breve.

Un uomo di fede.
E’ lecito presumere che anche un rabbino, in quanto uomo di fede, sia persona mite e pia, ben disposta verso il suo prossimo, ma non sempre è così.

E allora accade che il rabbino capo di Safed, Shmuel Eliyahu, inviti il proprio governo ad una “orribile vendetta” contro gli Arabi a seguito del recente attacco alla scuola rabbinica Mercaz Harav, al fine di ristabilire il potere di deterrenza israeliano.

E cosa propone il buon rabbino, in un articolo scritto per una newsletter distribuita nelle sinagoghe di tutto il Paese?

E’ molto semplice: “appendere ad un albero i figli del terrorista che ha compiuto l’attacco alla yeshiva Mercaz Harav”.

Magari con un cartello al collo con la scritta “banditi”, come si usava ai bei tempi andati…

Qualcuno di recente ha dichiarato – in una lettera in cui si spiegavano i motivi della propria conversione al cattolicesimo – che l’Islam è una religione “fisiologicamente” violenta.

Beh, alla luce delle dichiarazioni di certi rabbini, forse poteva dare uno sguardo anche all’ebraismo!

Le incredibili dichiarazioni di Tzipi Livni.
Nel corso di una conferenza organizzata ieri a Gerusalemme, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha avuto modo di dichiarare che le operazioni dell’esercito israeliano a Gaza non ostacolano il processo di pace ma, al contrario, aiutano a farlo progredire.

Ne saranno senz’altro lieti i familiari e gli amici dei 124 Palestinesi uccisi durante l’operazione “Hot Winter”, e in particolare i 31 bambini massacrati dai macellai di Tsahal tra il 27 febbraio e il 2 marzo di quest’anno: il loro sacrificio non è stato vano, ma è servito a far “progredire” il processo di pace!

La Livni si è anche lamentata del fatto che esiste “un enorme e intollerabile divario” tra chi sono gli Israeliani e quali sono i loro valori, e l’immagine di Israele nel mondo.

Chissà mai perché!

La centodiciottesima vittima.
A proposito di vittime innocenti, martedì notte è morta a Gaza Jazyiah Abu Hilal, una Palestinese di 65 anni da tempo ammalata di cancro, a cui le autorità israeliane hanno negato il permesso di recarsi all’estero per ricevere le cure mediche adeguate al caso, non disponibili nella Striscia.

Si tratta della centodiciottesima vittima innocente dell’inammissibile blocco imposto alla Striscia di Gaza a partire dal giugno dell’anno scorso, che impedisce ai Palestinesi di poter uscire da Gaza persino per ricevere trattamenti sanitari urgenti e indifferibili.

Si tratta di un bilancio senz’altro incompleto, in quanto, come riferisce l’organizzazione Physicians for Human Rights, molti Palestinesi che conoscono l’attuale situazione ai valichi di frontiera rinunciano a un’attesa estenuante e spesso senza speranza, e preferiscono morire a casa loro.
Non riusciamo a immaginare una forma di punizione collettiva più barbara e disumana di quella di negare ad un malato la possibilità di ricevere le cure mediche che potrebbero salvargli la vita, metterlo di fronte all’angosciante alternativa di un permesso o di una reiezione (ovvero alla possibilità di non ricevere affatto risposta), alternativa che può rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

Ma parlare di diritti umani quando si ha a che fare con Israele ormai non ha più alcun significato.

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