29 luglio 2010

Israele rade al suolo un intero villaggio e lascia 300 Beduini senza una casa.

Circa 300 Beduini che vivono nel deserto del Negev israeliano sono rimasti senza casa dopo che martedì scorso centinaia di poliziotti hanno fatto irruzione nel loro villaggio, radendolo letteralmente al suolo.

Secondo alcuni attivisti israeliani, che hanno tentato di impedire le demolizioni, un gran numero di poliziotti è piombato sul villaggio di Al-Araqib poco prima dell'alba in decine di veicoli e in almeno 12 autobus.

"Più di 1.500 poliziotti (!) sono arrivati nel villaggio al sorgere del sole - sono venuti con decine di veicoli e hanno cominciato a distruggere ogni struttura", ha detto Chaya Noach, capo del Negev Coexistence Forum for Civil Equality, un gruppo che si batte per tutelare i diritti dei 160.000 Beduini che vivono nel Negev.

Almeno cinque bulldozer si sono messi al lavoro per abbattere tutte le case del villaggio - tra le 30 e le 40 abitazioni di fortuna costruite con argilla e paglia, che però rappresentavano la casa di circa 300 di questi Arabi nomadi.

"Ci sono volute circa tre o quattro ore per distruggere tutte le case", ha raccontato la Noach, descrivendo la scena come "spaventosa". I bulldozer hanno anche sradicato centinaia di alberi di ulivo che appartenevano agli abitanti del villaggio.

"E come se volessero cancellare i beduini del paesaggio", ha detto.

Il portavoce della polizia Mickey Rosenfeld ha confermato l'operazione, affermando che le case erano state "costruite illegalmente", e che erano state distrutte sulla base di una sentenza emessa 11 anni prima che però non era mai stata eseguita.

"Circa 30 baracche sono state rimosse e diverse centinaia di persone sono state riportate nella zona di Rahat, da dove originariamente provenivano", ha proseguito, riferendosi ad una città beduina nei pressi, situata nell’arido sud di Israele.

Siyah Sheikh al-Turi, il capo del villaggio, ha detto che l'operazione ha cancellato ogni traccia del loro insediamento.

"Hanno distrutto le nostre case, hanno sradicato i nostri alberi, hanno preso i nostri generatori, le nostre auto e i nostri trattori. Non c'è rimasto niente, è come se noi non fossimo mai stati qui".

Ibrahim al-Waqili, capo del consiglio regionale dei villaggi non riconosciuti, ha detto che “questa è la prima volta che (gli Israeliani) hanno distrutto le case e tutto ciò che rimaneva nel villaggio". "Di solito distruggono sette o dieci case alla volta, ma questa volta hanno distrutto le strade e tutto ciò che poteva indicare che della gente aveva vissuto qui", ha detto Waqili.

L'operazione rappresenta "un pericoloso precedente", ha ammonito, dicendo che rappresenta una minaccia per i 45 villaggi non riconosciuti nel Negev, in cui risiedono circa 100.000 Arabi.

I Beduini sostengono di possedere centinaia di migliaia di dunam (ciascuno pari a 1.000 metri quadrati) di terra nel Negev, ma lo Stato ebraico non ha mai riconosciuto tale pretesa e vorrebbe che la popolazione si trasferisse altrove, in sette piccole enclavi progettate dal governo.

Una tale mossa, tuttavia, comporterebbe la rinuncia ad ogni rivendicazione sui terreni - un passo che la maggior parte dei Beduini non è disposto a compiere.

Uno dei modi principali in cui le autorità israeliane cercano di costringere i Beduini a lasciare le loro terre è quello di non rilasciare nessuna licenza edilizia, costringendoli a costruire illegalmente.

Tutte le strutture costruite senza permesso vengono poi denunciate e distrutte dalle autorità.

Le cifre fornite dal Negev Coexistence Forum indicano che dal 2005 il numero delle demolizioni delle case è in aumento. L'anno scorso, sono state distrutte 254 abitazioni, ma questa cifra è destinata ad aumentare notevolmente nel 2010, dato che il ministero dell'interno ha deciso di triplicare il tasso di demolizione di case nei villaggi non riconosciuti.

In Israele vivono circa 160.000 Beduini, la maggior parte dimora dentro e intorno il deserto del Negev. Più della metà di loro vive in villaggi non riconosciuti, senza servizi comunali come l'acqua e l'elettricità, e molti vivono anche in condizioni di estrema povertà.

Non bastasse questo, devono anche sopportare i comportamenti vessatori e discriminatori – che sconfinano nel razzismo – delle autorità israeliane.

Racconta un abitante del villaggio cancellato: "ho visto i sorrisi dei poliziotti e degli ispettori (che hanno eseguito le demolizioni), semplicemente se la godevano mentre i bambini sono rimasti senza una casa. Facevano segni di vittoria con le mani dopo la distruzione. Sembrava che fossero confusi, convinti di essere in Libano nella guerra contro Hezbollah".

E bisogna capire la gioia di questi poliziotti israeliani, martedì si sono coperti di gloria lasciando 300 persone senza un tetto sotto cui vivere. Donne e bambini compresi.

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10 novembre 2009

Coloni israeliani chiedono la demolizione di una scuola palestinese. Perchè costruita senza permesso...


Continuano senza sosta le demolizioni di strutture abitative palestinesi “illegali” da parte delle autorità israeliane. Il 2 novembre scorso, la municipalità di Gerusalemme ha demolito tre case nei quartieri di Beit Hanina e di Ath Thuri, a Gerusalemme est, causando lo sfollamento di 42 persone, tra cui 23 bambini. L’ulteriore demolizione di un residence a Sur Bahir ha lasciato senza un tetto i sei Palestinesi che lo avevano in affitto, tra i quali due bambini.

Secondo dati forniti dall’Office for The Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA – cfr. The Humanitarian Monitor, settembre 2009), dall’inizio dell’anno e fino al 30 settembre del 2009 gli Israeliani hanno demolito ben 223 strutture di proprietà palestinese, incluse 92 strutture residenziali, tra Gerusalemme est e la cd. Area C, provocando lo sfollamento di ben 515 persone, tra le quali 262 bambini.

Nell’area C – la zona a totale controllo ed amministrazione israeliani che ricomprende gli insediamenti colonici – migliaia di abitazioni palestinesi sono state costruite senza permesso e, dato che nei loro riguardi sono già stati emessi gli ordini di demolizione, sono a rischio di essere buttate giù in ogni momento. La ragione è semplice, e consiste nella circostanza che la Israeli Civil Administration (ICA) porta avanti da anni una politica di pianificazione che rende virtualmente impossibile ai Palestinesi ottenere un permesso di costruzione, costringendo molti di loro a edificare costruzioni “illegali” per far fronte alle proprie esigenze abitative.

In questi giorni, in particolare, sono a rischio di demolizione ben 257 strutture appartenenti ad una comunità di Beduini dislocata nei pressi della colonia (illegale) di Kfar Adumim, la cui rimozione è stata chiesta all’Alta Corte di giustizia israeliana da parte di una organizzazione di coloni denominata “Regavim”.

Tra queste strutture, vi è la scuola di cui parla l’articolo che segue, pubblicato l’8 novembre scorso dal quotidiano Il Manifesto”, a firma di Michele Giorgio. Una scuola indispensabile alla comunità beduina, dato che i bambini, prima, erano costretti ad andare a scuola più lontano, seguendo la superstrada che collega Gerusalemme con il Mar Morto, con la conseguenza che 3 bambini erano morti, travolti dalle macchine, e 5 erano rimasti invalidi.

Ecco come vanno finire gli sforzi umanitari a favore dei Palestinesi da parte di tanti enti e ong, in questo caso italiani. Ecco la giustizia e il diritto assicurati in un territorio in cui, caso unico al mondo, un gruppo di residenti illegali all’interno di un territorio occupato può chiedere e ottenere la distruzione delle case e delle scuole della popolazione nativa, senza che nessuno abbia niente da ridire.

E questo accade solo quando di mezzo c'è quello Stato-canaglia e razzista che ha per nome Israele.

La bio-scuola italiana per i beduini minacciata dai coloni

Una scuola per 60 bambini delle famiglie beduine dei Jahalin, tra Gerusalemme e Gerico, senza fondamenta ma ugualmente stabile e resistente, fatta di 2.200 pneumatici, fango, travi di legno, lamiere e isolante. È costata appena 35mila euro ed è stata realizzata della onlus Vento di Terra con l'aiuto economico di tre comuni lombardi, delle suore comboniane e della Cei.

Ad inaugurarla c'erano giovedì scorso il console generale d'Italia Luciano Pezzotti, i sindaci di Corsico, Cesano Boscone e Rozzano, le autorità palestinesi, i responsabili di Vento di Terra e i rappresentanti delle famiglie Jahalin. Presente anche l'ingegnere 29enne Diego Torriani che, assieme a quattro colleghi, ha progettato i tre fabbricati speciali che accolgono decine di bambini prima costretti ad andare a scuola a Gerico.

Eppure questa iniziativa, senza precedenti nei Territori occupati, che si fonda su costi bassi e il riciclaggio di materiali, è destinata a interrompersi presto. I coloni israeliani del vicino insediamento di Kfar Adumim, illegale per le leggi internazionali, hanno presentato all'Alta Corte di Giustizia una richiesta di demolizione della scuola (e di tutte le casette di lamiera dei beduini) perché costruita «senza permesso». Ma i pericoli non si fermano qui.

«Le prospettive sono nere - spiega l'avvocato israeliano Shlomo Lecker, che assiste legalmente i Jahalin - accanto alla denuncia dei coloni c'è anche una richiesta di demolizione immediata fatta dalla società pubblica per lo sviluppo della rete stradale che, proprio nell'area della scuola, intende allargare la superstrada tra Gerico e Gerusalemme».

I bambini di Jahalin e i loro genitori, che a metà settimana festeggiavano assieme agli ospiti internazionali, rischiano perciò di rimanere senza la loro scuola se, lunedì prossimo, i giudici dell'Alta Corte daranno ragione ai coloni residenti nell'illegale Kfar Adumim. Per i Jahalin sarebbe un nuovo duro colpo. Questa comunità beduina, già costretta nel 1948 a lasciare il Neghev, da anni subisce evacuazioni forzate e demolizioni.

«Questa scuola rappresenta l'attaccamento allo nostra terra e la volontà di continuare a viverci» ha spiegato un rappresentante dei Jahalin durante la cerimonia di inaugurazione. E in questi giorni tremano anche i beduini di Kissan, a qualche km da Betlemme, dove l'esercito israeliano minaccia di demolire l'ambulatorio medico, l'unico a disposizione di centinaia di persone, aperto di recente dalla Ong italiana Disvi in collaborazione con il ministero della sanità palestinese. Anche in questo caso si parla di «costruzione illegale».

La «scuola di gomma» dei Jahalin, secondo l'avvocato Lecker, potrebbe essere abbattuta dalle ruspe nel giro di qualche settimana. Con essa verrà distrutto anche un progetto che ha destato molto interesse. Il pneumatico, lo confermano studi internazionali, è un materiale resistente nelle costruzioni. Le gomme riempite di terra e pietre, posizionate a file sfalsate, assicurano una elevata elasticità. L'intonacatura esterna inoltre garantisce la protezione dei pneumatici ai raggi solari, evitandone il deterioramento o il rilascio di sostanze nocive. L'utilizzo dei materiali riciclati nei fabbricati ha avuto successo in varie parti del mondo e potrebbe rivelarsi un vero e proprio investimento per i palestinesi privi di risorse. E il presidente di Vento di Terra, Massimo Rossi, già pensa a Gaza. «Questo tipo di edifici - ci spiega - potrebbero essere una valida alternativa alle costruzioni ordinarie, visto che Israele non lascia entrare il cemento in quel territorio».

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13 agosto 2009

In carcere per aver turbato la quiete delle demolizioni.

Abbiamo già parlato della vicenda di Ezra Nawi, un ebreo israeliano di origini irachene attivista dell’organizzazione pacifista Ta’ayush, arrestato a giugno per aver tentato di impedire che i bulldozer dell’esercito israeliano demolissero alcune povere baracche che costituivano la casa di alcuni Beduini nel villaggio di Um El Hir, nel sud della Cisgiordania.

Domenica prossima verrà pronunciata la sentenza relativa al suo caso, che tuttavia appare già segnato.

Ezra, infatti, si sarebbe macchiato del gravissimo crimine di aver spinto le persone dentro la casa incoraggiandole alla resistenza, di aver rimproverato la polizia, di essersi sdraiato davanti al bulldozer insieme ad altri e di aver fatto irruzione nella baracca dopo che il bulldozer aveva già iniziato a demolirla. Secondo il giudice, “gli atti e la condotta dell’imputato costituiscono gravi interferenze volte a turbare la quiete pubblica”.

Quale “quiete”, quella in cui le case dei Palestinesi possono essere demolite impunemente, lasciando centinaia di persone, donne, bambini e anziani compresi, senza un tetto sotto cui vivere? Quale “quiete”, quella in cui la disobbedienza civile viene definita “rivolta”?

Il quotidiano israeliano Ha’aretz ha paragonato la resistenza non violenta di Ezra Nawi a quelle del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King, entrambi imprigionati per le loro convinzioni e le loro idee. Il giudice israeliano, evidentemente, vuole essere sicuro che Ezra segua lo stesso destino.

E tutti noi siamo chiamati a impedire che ciò accada.

Già 19.000 persone (io tra questi) hanno inviato le loro email di protesta per chiedere a Israele di non condannare Ezra Nawi alla detenzione. Continuiamo a sostenere Ezra Nawi, un uomo buono e gentile che ha scelto di dedicare la sua vita alla difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi, e che per ciò stesso dovrebbe essere oggetto di ammirazione e di gratitudine, non certo buttato nella cella di un carcere israeliano.

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28 giugno 2007

Un problema particolare.


La lenta ma costante opera di annessione di buona parte della West Bank da parte di Israele si accompagna ad un’altrettanta inesausta opera di “pulizia etnica” dei territori interessati, una tecnica subdola e strisciante che si attua soprattutto, come osservava recentemente Ilan Pappe, attraverso un meccanismo giornaliero di deumanizzazione e di abusi, sia burocratici sia militari, piuttosto che attraverso un vero e proprio trasferimento forzato, il cui principale propugnatore resta Avigdor Lieberman.
Ciò è particolarmente evidente a Gerusalemme est, in cui l’opera di alterazione degli equilibri demografici e di giudaizzazione della città si attua attraverso quattro strumenti principali:
1) l’isolamento fisico di Gerusalemme est dal resto della West Bank, attuata principalmente a mezzo del muro di “sicurezza”, che rende oltremodo difficile e penoso l’accesso ai servizi più basilari quali la sanità e l’educazione, nonché il raggiungimento del posto di lavoro per molti residenti palestinesi;
2) la palese discriminazione tra arabi ed ebrei per quanto attiene le espropriazioni, i permessi per costruire nuove abitazioni, le demolizioni;
3) la diseguale distribuzione del budget municipale tra le due parti della città, con negative conseguenze per i servizi e le infrastrutture destinate alla fruizione della popolazione araba;
4) la revoca della cittadinanza, e dei benefici sociali collegati, per i Palestinesi che restano all’estero per almeno 7 anni o che non riescono a provare che il centro della loro vita e dei loro interessi è a Gerusalemme.
Quest’ultimo strumento è applicato in un sempre crescente numero di casi, come segnalato recentemente da B’tselem, secondo cui, solo nel 2006, i Palestinesi a cui è stato revocato il permesso di residenza e che sono stati espulsi effettivamente dalla città sono stati ben 1.363.
Il pretesto più comune usato a tal fine – secondo l’ong israeliana – consiste nel denunciare il possesso da parte dei Palestinesi di un passaporto straniero, il che permette la revoca del loro status di “residenti permanenti” in Israele.
Ciò segnala una palese discriminazione razziale a danno dei Palestinesi, dato che un cittadino israeliano normalmente può possedere diversi passaporti e trascorrere la sua vita all’estero senza che alcuno si sogni di mettere in discussione il suo status di cittadino di Israele.
E questo è quello che sappiamo (dalle ong e/o dalla stampa estera, perché in Italia i media si occupano di tutt’altro).
Quello che è meno noto, potremmo dire sconosciuto ai più, è il fenomeno della pulizia etnica all’interno dello Stato di Israele, di cui non si occupano nemmeno quei fenomenali difensori dei diritti umani quali Amnesty o, soprattutto, Human Rights Watch, così intenti a bastonare il mondo arabo (ed anche giustamente) per le numerosi violazioni dei diritti ma, di tutta evidenza, un po’ distratti quando si discute di quel bastione di civiltà che è lo Stato israeliano.
Così può accadere, quietamente e tranquillamente, che uno schieramento inusitato di 1.500 poliziotti e addetti vari, con l’ausilio di cinque bulldozer, procedano (come è accaduto lunedì scorso) alla demolizione di 25 casupole e baracche di alluminio nei villaggi beduini di Um Al-Hiran e di A-Tir, nel deserto del Negev, lasciando senza un tetto circa 150 persone.
Succede infatti che la Israel Land Administration (ILA) abbia deciso di distruggere i due villaggi (ufficialmente non riconosciuti) e di trasferirne gli abitanti, per far posto ad una comunità ebraica denominata Hiran, che dovrà essere stabilita sull’area.
E, tanto per aggiungere alla vicenda già triste un ulteriore tocco di brutalità (cosa di cui gli ebrei israeliani sono maestri), i poliziotti, al fine di accelerare le operazioni, hanno impedito alle donne del villaggio di portar fuori da sé i loro bambini, ma hanno afferrato i box con i bimbi dentro e hanno provveduto personalmente alla bisogna (vedi foto).
E già, non perdiamo tempo con dei pezzenti e i loro bambini piagnucolosi, svegliati all’improvviso, terrorizzati, e trascinati fuori dalla loro casa, cerchiamo di sbrigarci!
Secondo Adalah, un’organizzazione per la tutela dei diritti delle minoranze arabe in Israele, i residenti del villaggio erano lì da ben 51 anni; correva l’anno 1956, infatti, quando questi poveri Beduini furono trasferiti in quel sito, mentre la terra che originariamente possedevano veniva trasferita al kibbutz Shoval.
La ILA, nell’agosto del 2001, predispose un rapporto sulla creazione di nuove comunità, e tra queste vi era per l’appunto Hiran, la cui istituzione fu approvata dal governo israeliano nel 2002; successivamente, nel 2004, lo Stato richiese un’ordinanza giudiziale di sgombero, sostenendo che i Beduini di Um Al-Hiran e di A-Tir occupavano la terra di proprietà statale senza alcun permesso.
Ma non erano stati loro a trasferirli là?
Il rapporto ILA del 2001 faceva riferimento ai Beduini residenti nell’area, rubricandoli alla voce “problemi particolari”, che avrebbero potuto pregiudicare il sorgere della nuova comunità ebraica.
Ma non è stato poi un problema così “particolare” e difficile da risolvere, è bastato schierare un numero sufficiente di addetti allo sgombero e di poliziotti (1.500!), è bastato afferrare e buttare fuori dalle case gli effetti personali dei residenti, ivi compresi i box con i bambini dentro.
Benvenuti in Israele, il focolare domestico degli ebrei, della pulizia etnica, del razzismo, della disumanità.

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