28 maggio 2012

Io sono Israele

 
Video di http://www.youtube.com/user/NoOneWorl...
censurato da yt con la seguente motivazione "video dal contenuto non appropriato". Siete invitati tutti quanti a scaricare e ricaricare nei vostri canali questo video.
Traduzione di "I am Israel" scritto da Hashem Said il 25 Febbraio 2002.

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18 maggio 2012

Comunicato del Palestinian Centre for Human Rights nel 64° anniversario della Nakba


Il 15 maggio del 2012 si è celebrato il 64esimo anniversario della Nakba palestinese, l’anniversario dello sradicamento dalle loro terre di centinaia di migliaia di palestinesi. Si è trattato della più dura e brutale pulizia etnica mai vista al mondo, che ha incluso anche deliberati e sistematici omicidi e sfollamenti forzati. Essa è culminata con la proclamazione dello Stato di Israele sulle macerie delle città e dei villaggi palestinesi.

Nel 1948, Israele occupò vaste aree della Palestina, e le invasioni israeliane all’interno delle comunità palestinesi portarono alla cacciata di circa 700.000 palestinesi che persero ogni loro proprietà, e alla distruzione di 418 villaggi.

Dal momento in cui Israele ha assunto il controllo delle terre palestinesi, alla stragrande maggioranza dei palestinesi sfollati al di là della linea armistiziale del 1949 non è stato concesso di far ritorno alle loro case o di essere reintegrati nelle loro proprietà. Questi rifugiati palestinesi, il cui diritto al ritorno alle loro case è garantito dal diritto internazionale, vivono ancora in campi profughi nei Territori palestinesi occupati (Tpo) o in altri paesi, e il loro destino è ancora incerto.

Secondo il Dipartimento Centrale di Statistica palestinese (PCBS), alla fine del 2011, il numero dei palestinesi nel mondo era stimato pari a 11,2 milioni, comprendenti: 4,2 milioni nei Tpo, 1,37 milioni nei territori occupati nel 1948, 4,99 milioni (pari al 44,4% del numero totale dei palestinesi) nei paesi arabi, e 636.000 (il 5,7% del totale dei palestinesi) in paesi esteri. Ciò significa che il 50,1% della popolazione palestinese vive da profugo al di fuori della Palestina. Il PCBS riferisce inoltre che: “A fronte di  5,75 milioni di palestinesi che vivono nella Palestina Storica in un’area di 27.000 chilometri quadrati, gli ebrei rappresentano il 52% dei residenti ed utilizzano più dell’85% della superficie totale delle terre in Palestina. I palestinesi rappresentano il 48% dei residenti e utilizzano meno del 15% della superficie totale. Ciò porta alla conclusione che un singolo palestinese usufruisce di un quarto della superficie utilizzata da un singolo israeliano.”.

Quest’anno, l’anniversario della Nakba coincide con le continue sofferenze dei palestinesi. La situazione dei diritti umani nei Tpo continua a deteriorarsi a causa delle continue violazioni dei diritti umani da parte di Israele, e dei crimini di guerra israeliani commessi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Sin dalla sua creazione e attraverso l’occupazione del resto dei territori palestinesi dal 1967 ad oggi, Israele ha continuato ad adottare una politica volta a impadronirsi di sempre più terre e proprietà palestinesi. Israele ha intensificato le attività di colonizzazione in Cisgiordania e crea “nuovi fatti sul terreno” mediante la creazione di decine di insediamenti, svuotando la terra della popolazione indigena, confiscando ancora altre proprietà, costruendo il muro di annessione su terra palestinese in Cisgiordania, etc. Israele, inoltre, continua a creare una maggioranza ebraica nei Tpo.

Israele continua anche ad adottare politiche di uccisioni, arresti arbitrari, irruzioni nelle abitazioni, distruzione di proprietà e attrezzature civili, restrizioni al diritto di libera circolazione attraverso più di 500 posti di blocco militari eretti agli ingressi delle città e villaggi palestinesi, e di altre violazioni. Nella Striscia di Gaza, nonostante il piano di disimpegno unilaterale del 2005, i fatti dimostrano che Israele occupa ancora la Striscia di Gaza e continua a controllare i valichi di frontiera con Gaza. Israele continua anche a prendere di mira i palestinesi di Gaza, commettendo varie violazioni ai danni della popolazione civile.

Ci sono circa 5.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Questi prigionieri continuano a sopportare sofferenze a causa delle crudeli condizioni di detenzione e delle ingiuste politiche adottate dalle autorità carcerarie israeliane, in violazione del diritto internazionale. Queste politiche includono la detenzione in isolamento, il diniego delle visite familiari, la detenzione amministrativa, e altre misure illegali e degradanti.

Dall’altro lato, i palestinesi continuano a soffrire a causa della scissione in atto. Gli ultimi cinque anni hanno visto diffuse violazioni dei diritti umani e gravi attacchi a diverse libertà, per lo più dovuti alla spaccatura in atto nella struttura politica palestinese e nelle autorità legislative, esecutive e giudiziarie.

Se l’attuale situazione interna rimarrà invariata, essa influenzerà fortemente la causa palestinese. Poiché abbiamo sperimentato molte minacce alla nostra esistenza e ai nostri diritti, principalmente al diritto all’indipendenza, all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese, è preferibile per noi come palestinesi essere uniti al fine di continuare la legittima lotta per il ripristino dei diritti che ci sono stati sottratti.

Il Palestinian Centre for Human Rights ribadisce che i palestinesi, come singoli e collettivamente, hanno il diritto di ritornare nelle loro terre da cui sono stati sfollati nel 1948. e rileva che esistono decine di risoluzioni emanate da svariati organismi internazionali che garantiscono questo diritto, e chiede un risarcimento per questi profughi. Il diritto al ritorno è un diritto inalienabile che resta applicabile in ogni tempo. Il PCHR sottolinea inoltre che Israele deve essere ritenuto responsabile per le violazioni e i crimini internazionali che commette ai danni dei palestinesi e delle loro proprietà.

Il PCHR invita:

1) La comunità internazionale e le Alte Parti Contraenti della IV Convenzione di Ginevra ad adempiere ai loro obblighi giuridici e morali, ad applicare le norme del diritto internazionale, e a porre una giusta fine alle sofferenze del popolo palestinese.

2) I movimenti di Hamas e Fatah a porre fine alla scissione interna in atto, a raggiungere una riconciliazione, e a dare priorità agli interessi generali rispetto alle considerazioni di fazione, al fine di conseguire gli obiettivi nazionali, in primo luogo la fine dell’occupazione.

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16 maggio 2012

Nakba 2012

 
Per ricordare anche quest'anno la ricorrenza della Nakba, ho scelto questo bel video - creato da Sonja Karkar per Australian for Palestine - che mostra immagini e scene di vita familiare e sociale della Palestina pre-1948, prima dell'espulsione di massa di oltre 750.000 palestinesi dalle loro case, dalle loro terre, città, villaggi, una pulizia etnica ben pianificata e posta in essere da cui è nato e che costituisce il peccato originale dello Stato di Israele.

Si tratta di una delle più colossali ingiustizie della storia, a cui ancora oggi non si riesce a porre rimedio attraverso il riconoscimento fattivo di quel diritto al ritorno che pure è scolpito (vanamente pare) nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. E di una pulizia etnica che, in maniera lenta ma ininterrotta, continua ancora ai giorni nostri.

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14 maggio 2011

63 anni di Nakba, 63 anni di pulizia etnica




Come ci ricorda Wikipedia, al-Nakba (la catastrofe) è il termine usato dai Palestinesi per riferirsi alla cacciata di buona parte degli abitanti della Palestina dalle loro case e dalle loro terre, intensificatasi a partire dal 15 maggio 1948 a seguito della nascita dello Stato di Israele (i quali però festeggiano tale evento il 14 maggio). E per rendere più lieta la festa, nel febbraio del 2010 il Parlamento israeliano ha varato un legge per vietare ogni celebrazione della Nakba con manifestazioni di lutto e di dolore da parte della popolazione araba...

La Nakba viene commemorata ogni anno e per questo, che è il 63* anniversario, molte realtà locali, organizzazioni e istituzioni della società civile di Gaza - come ci informa Infopal - hanno chiesto alla popolazione una partecipazione di massa alla campagna per il Ritorno, sostenuta pure da un gruppo di giovani palestinesi che su Facebook ha riscontrato molto successo anche tra gli utenti di altri Paesi arabi e islamici.

Lo Stato di Israele è nato con il peccato originale di una pulizia etnica accuratamente pianificata e portata a termine nel giro di circa sei mesi con deliberata ferocia, una ininterrotta serie di violenze, di crimini e di massacri, da Deir Yassin a Tantura a episodi meno noti come la contaminazione dell'acquedotto di Acri con i microbi del tifo. Al termine, come ci ricorda Ilan Pappe nel suo La Pulizia etnica della Palestina, più di metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone, era stata sradicata, 531 villaggi erano stati distrutti e 11 quartieri urbani interamente svuotati dei loro abitanti.

E la pulizia etnica israeliana continua ancora oggi, in maniera solo più subdola e strisciante, attraverso le violenze e i raid quotidiani - vuoi dei tagliagole di Tsahal vuoi della marmaglia colonica - le umiliazioni ai check-point, la demolizione delle case, la negazione dei diritti più elementari.

Forse oggi non è più possibile punire come meriterebbero quanti pianificarono ed eseguirono i crimini e i massacri del 1948, pochissimi dei quali sono peraltro ancora in vita. E' certamente possibile, ed anzi costituisce un imperativo morale, far sì che oggi si ponga finalmente rimedio alla "catastrofe", garantendo ai Palestinesi uno stato e, soprattutto, quel diritto al ritorno che (purtroppo vanamente) risulta scolpito nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

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23 luglio 2010

La pulizia etnica a Gerusalemme est, un cancro che mina ogni speranza di pace.


Il report dell’UNOCHA relativo alla settimana compresa tra il 7 e il 13 luglio ci informa che sono riprese le demolizioni di abitazioni palestinesi a Gerusalemme est. Le ultime, in ordine di tempo, si sono registrate nei quartieri di Beit Hanina, Jabal Al Mukabber e Al ‘Isawiya, e hanno riguardato tre abitazioni, due case in costruzione, un deposito e le fondamenta di un edificio.

Il risultato è che 25 Palestinesi, inclusi 12 bambini (il più piccolo dei quali di soli due mesi), sono stati sfollati forzatamente.

Le autorità municipali naturalmente sostengono che le demolizioni riguardano soltanto le costruzioni prive dei regolari permessi rilasciati dalle autorità israeliane, ma è noto non solo che ai Palestinesi è consentito costruire solo sul 13% dell’estensione di Gerusalemme est, ma anche che ottenere tali permessi equivale a vincere una lotteria milionaria.


Così nel 2010, per tali motivi, sono state già demolite 24 strutture di proprietà di Palestinesi, lasciando senza un tetto 32 persone, tra le quali 17 bambini.

Di contro le colonie ebraiche a Gerusalemme est coprono già un terzo dell’intera superficie municipale e sono in continua espansione, in quanto ai coloni viene naturalmente consentito di costruire in ogni dove e senza alcun vincolo.

L’articolo che segue – scritto il 15 luglio da Seth Freedman per il Guardian e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews – ci ricorda che il cancro della giudaizzazione di Gerusalemme est e la strisciante pulizia etnica in atto ai danni della popolazione palestinese residente impone un fermo intervento della comunità internazionale, per impedire la fine di ogni possibilità di accordi di pace e una inevitabile ripresa della violenza e degli scontri.

Impedire le demolizioni di abitazioni palestinesi da parte di Israele.

In teoria, un comune che demolisce delle strutture abusive sul proprio territorio non dovrebbe sorprendere nessuno. In pratica, tuttavia, tale misura deve essere considerata nel contesto della più ampia politica del luogo – e quando si tratta della polveriera israelo-palestinese, le azioni delle autorità israeliane dovrebbero essere considerate per quello che sono: un comportamento provocatorio e pieno di astio.

Mettendo fine al congelamento delle demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme Est, durato nove mesi, questa settimana gli operai comunali hanno raso al suolo tre case della zona, provocando una tempesta di polemiche sia in patria che all’estero. Il congelamento fu introdotto in seguito al caso diplomatico sorto durante le ultime demolizioni a Gerusalemme Est, in occasione della visita di Hillary Clinton nel marzo 2009 – demolizioni descritte dalla Clinton come “inutili” e come una violazione degli impegni assunti da Israele nel contesto della Road Map.

Da allora, Israele ha continuato ad ignorare gli accordi che sancivano una moratoria sulle costruzioni illegali nelle colonie israeliane, pur continuando a perseguire una linea dura nei confronti dei residenti palestinesi di Gerusalemme Est. L’espulsione di famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah continua a ritmo sostenuto, per far posto a nuovi coloni; a Silwan è in programma la demolizione di 22 case per la costruzione di un giardino pubblico, e in tutta la zona orientale della città viene esercitata una pressione incessante come parte di quella che gli attivisti chiamano la politica del “trasferimento silenzioso”.

Secondo Angela Godfrey-Goldstein dell’ Israeli Committee Against House Demolitions, il “trasferimento silenzioso” denota la pratica di esasperare gradualmente i palestinesi, finché essi si arrendono per la disperazione, abbandonano l’area e si spostano verso est. La politica dei permessi edilizi fa parte del trasferimento silenzioso – sostiene.

La maggior parte di Gerusalemme Est è stata dichiarata “area verde”, il che impedisce la costruzione di case, cosa che a sua volta porta ad una grave carenza di alloggi nella città. La presenza di un numero insufficiente di unità abitative rispetto ai bisogni dei residenti significa che il costo delle proprietà sale alle stelle e che le persone del posto vengono escluse dal mercato, e costrette a cercare un alloggio meno costoso dall’altro lato del muro di separazione. Una volta che hanno abbandonato la città, viene loro sottratto il diritto al possesso di documenti di identità di Gerusalemme, distruggendo in questo modo ogni loro speranza di trovare impiego in Israele; e così esse vengono efficacemente intrappolate per sempre nella povertà della Cisgiordania.

Nel frattempo, viene dato il via libera ai coloni perché costruiscano in ogni direzione – un evidente caso di discriminazione, fa notare Godfrey-Goldstein. Nei rari casi in cui i tribunali israeliani dichiarano come abusivi degli edifici di coloni – come nel caso di Bet Yehonatan a Silwan – gli ordini di sfratto sono ignorati dai coloni e non vengono fatti rispettare dalle autorità, dimostrando l’uso di due pesi e due misure da parte del comune di Gerusalemme per quanto riguarda le violazioni abitative.

Al di là delle terribili implicazioni per quelle famiglie che i bulldozer hanno lasciato senza casa questa settimana, le demolizioni rappresentano un altro duro colpo per le relazioni israelo-palestinesi. La distruzione delle case a Beit Hanina e Issawiya è un chiaro segnale di quanto poco importino ai leader israeliani le concessioni e i compromessi, e di quanto essi preferiscano accumulare capitale politico sul fronte interno inchinandosi agli ultra-nazionalisti.

I politici israeliani stanno seguendo questo atteggiamento da mesi, e la loro risolutezza è rafforzata dalla debole reazione internazionale, dopo che essi si sono fatti beffe del diritto internazionale e dei codici morali più elementari.

Nir Barkat, storico sindaco di Gerusalemme, è noto per aver respinto le critiche di Hillary Clinton riguardo alle demolizioni di case, l’anno scorso, definendole “aria fritta”, riassumendo così l’atteggiamento beffardo e sicuro di sé tipico della gran parte di coloro che sono al timone della politica israeliana.

Purtroppo, non è difficile capire da dove derivi la loro arroganza: da anni nessun leader americano o europeo ha osato accompagnare le proprie parole di rabbia con azioni concrete, quali per esempio l’applicazione di sanzioni contro Israele.

Malgrado il grande clamore che ha accompagnato l’ascesa di Barack Obama al vertice della politica americana, nulla è cambiato nel rapporto tra gli Stati Uniti e il loro alleato in Medio Oriente. Gli sforzi di trattare in maniera ragionevole e seria la questione della divisione di Gerusalemme si sono arenati, insieme ad altre questioni controverse – come la questione degli insediamenti illegali, dei diritti idrici in Cisgiordania, e dei profughi palestinesi.

In un tale scenario, la ripresa delle demolizioni a Gerusalemme Est deve essere vista per quello che è: una sfacciata dichiarazione d’intenti, sia a livello locale che internazionale.

La “giudaizzazione” di Gerusalemme Est è una politica dichiarata, da parte di numerosi gruppi di coloni e di loro sostenitori a livello economico e politico, e ogni casa demolita ed ogni famiglia espulsa dalla propria abitazione accelera il processo di pulizia etnica già intrapreso.

Se non si fa nulla per fermare questo cancro, l’inevitabile risultato sarà una rottura totale dei colloqui tra le due parti, che a sua volta probabilmente scatenerà un’ondata di violenti scontri.
L’unico modo per evitare una simile svolta disastrosa è che gli Stati Uniti, l’Unione Europea ed altri esercitino pressioni su Israele – perché è Israele che ha in mano tutte le carte da giocare, quando si parla di negoziati. Qualsiasi misura più blanda non funzionerebbe: ormai non c’è quasi più tempo per portare le due parti al tavolo negoziale, e i soli vincitori dello status quo attuale sono gli estremisti. Né gli israeliani né i palestinesi meritano, né possono permettersi, le conseguenze di un’altra intifada, e quindi è necessario un intervento risoluto.

La demolizione delle abitazioni è solo la punta dell’iceberg, ma è uno dei tanti fattori incendiari in termini delle implicazioni politiche che comportano. Se i leader israeliani hanno dimostrato che a loro importa ben poco del danno che stanno arrecando sia in termini fisici che emotivi, è giunto il momento che qualcuno li costringa a tenere in maggior conto tali danni, per il bene di tutte le parti interessate.

Seth Freedman è un giornalista e scrittore britannico che risiede a Gerusalemme

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25 giugno 2010

"Palestina", un libro dalla parte della verità.


"Palestina" è una documentazione testimoniale e fotografica, che si propone di offrire un quadro realistico degli avvenimenti noti come "conflitto israelo-palestinese". Accanto alle testimonianze dei profughi palestinesi costretti a fuggire dalla loro terra, vengono proposte quelle dei soldati israeliani che li hanno cacciati con la forza delle armi e le dichiarazioni dei dirigenti sionisti che hanno pianificato e diretto le operazioni di pulizia etnica.

Come scrive Ugo Giannangeli sul sito web del Campo Antimperialista, “abbiamo iniziato a scrivere il libro 5 anni fa, poco prima della aggressione del 2006 al Libano.

In realtà l’editore Zambon aveva in mente un libro sulla Palestina già quando ha pubblicato il primo libro della collana “Crimini contro l’umanità”. Questa collana è formata da 5 libri dedicati, nell’ordine, ad Auschwitz, ad Hiroshima e Nagasaki, al Vietnam e all’America latina. Non è un caso che l’editore, ebreo, abbia dedicato il primo libro ad Auschwitz e l’ultimo alla Palestina a chiusura del percorso: da vittime a carnefici, speculando sulla passata condizione di vittime.

E’ stato un lavoro a molte mani; di alcuni autori non compare il nome (due palestinesi e un docente universitario italiano che ha svolto un immane lavoro di ricerca in archivio del materiale iconografico, rinvenendo foto rarissime). Il libro è sicuramente di parte: dalla parte della verità.

Ha il pregio (gli è stato riconosciuto dai primi lettori) di ricostruire la storia della Palestina dai primordi all’eccidio di Gaza con necessaria sintesi ma mai superficialmente. Le foto sono numerose e documentano quanto narrato.

Il libro vuole essere un tassello contro la mistificazione e la revisione storica portata avanti da Israele con una campagna mediatica battente, micidiale quanto i bombardamenti. Vorrei ricordare due compagni morti durante i lavori: Stefano Chiarini che si stava occupando della parte sul Libano e i campi profughi e Gian Luigi Nespoli che fungeva da coordinatore.

Nel frattempo sono stati uccisi migliaia di palestinesi, in massa o nello stillicidio quotidiano.Il sottotitolo recita: pulizia etnica e resistenza: prosegue ostinatamente la prima avviata nel 1948, prosegue tenacemente la seconda. Si può dare un contributo anche con un libro.

PALESTINA – Pulizia Etnica e resistenza
Pubblicazione: 05/2010
Numero di pagine: 228
Prezzo: € 35,00

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14 aprile 2010

Le statue di Palermo si schierano con i Palestinesi.


Ogni giorno ha la sua pena, e questo è vero soprattutto in Palestina.

E’ di questi giorni la notizia secondo cui un nuovo ordine militare, che ha lo scopo di evitare ogni “infiltrazione”, entrerà in vigore questa settimana, rendendo possibile la deportazione di decine di migliaia di Palestinesi residenti in Cisgiordania, o la loro incriminazione con accuse che comportano il carcere fino ad un massimo di 7 anni: i Palestinesi diventano dunque degli “infiltrati” persino in quel poco di terra che Israele si è degnato di lasciar loro!

A Gaza, intanto, non contenti del massacro dell’operazione “Piombo Fuso”, i soldati israeliani continuano a compiere raid e incursioni militari, e ieri mattina hanno ucciso altri quattro Palestinesi in uno scontro nei pressi del valico di Kissufim.

Tutto questo nel silenzio più assoluto dei media e nell’indifferenza dei governi occidentali, ancora una volta tristemente complici del progetto sionista di pulizia etnica e di annientamento di ogni resistenza alla colonizzazione da parte del popolo palestinese.

Ma c’è ancora, per fortuna, chi non si rassegna al prevalere dell’ingiustizia e della cieca barbarie, e si inventa nuove e singolari iniziative per tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla tragedia di un popolo che, ancora oggi, non riesce a vedere riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione e a vivere in un proprio Stato internazionalmente riconosciuto.

Si tratta, ad esempio, dei militanti di Forza Nuova e degli aderenti ai circoli “L’Avamposto” e “Ordine Futuro” di Palermo, che ieri notte hanno rivestito molte delle statue di Palermo con la caratteristica kefiah palestinese.

Lo scopo era quello di promuovere la Conferenza che si svolgerà il prossimo 16 aprile alle 18:30 in via Villa Florio 62 (con la collaborazione dell'Associazione "Terra Santa Libera"), e che si propone di fare il punto sulla questione palestinese con l'ausilio di un nutrito e qualificato numero di relatori, fra cui spicca il nome del sacerdote don Curzio Nitoglia.

Ma si tratta anche, a ben vedere, di un garbato rimprovero alla municipalità di Palermo che è sì gemellata con la città di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, ma solo formalmente. Perché, ad oggi, ancora aspettiamo che questo gemellaggio si riempia di contenuti concreti.

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13 aprile 2010

I massimi esperti di pulizia etnica.


(vignetta di Carlos Latuff)

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2 maggio 2008

Perchè non possiamo celebrare l'anniversario di Israele.

Qui di seguito riporto la traduzione di un lettera-appello di un gruppo di ebrei inglesi, pubblicata sul quotidiano The Guardian il 30 aprile scorso, dove si elencano le ragioni che non permettono a queste persone – né dovrebbero permetterlo ad alcuno - di festeggiare il 60° anno dalla fondazione dello Stato di Israele.

Si tratta di argomentazioni già note e storicamente accertate.

Come abbiamo avuto modo di osservare, la politica della durezza è stata ritenuta l’unico modo adatto ad affrontare il dilemma della legittimità di Israele in relazione ai suoi vicini, e la violenza sistematica è stata essenziale per consolidare lo Stato israeliano nel periodo 1947-1948, nonché per sostenerlo nei periodi di crisi successivi.

Secondo lo storico israeliano Ilan Pappe, intervistato dall’Unità il 1°maggio, “il sistema di valori su cui si fonda lo Stato di Israele” è stato strutturato “attorno a una ideologia etnocentrica che pone come prioritaria la necessità di avere uno Stato ebraico con una solida maggioranza ebraica che controlli larga parte dei Territori palestinesi. Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento sionista non condusse una guerra che portò all’espulsione di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato. Questa visione non è cambiata affatto dal 1948 ad oggi. Il valore di uno Stato a base etnica è ancora al di sopra di qualunque diritto umano o civile”.

E allora, come celebrare oggi i 60 anni di Israele senza nel contempo ricordare che la nascita di questo Stato coincide con la Naqba palestinese?

E, soprattutto, come festeggiare uno Stato che mantiene un’intera popolazione di un milione e mezzo di Palestinesi sotto assedio e in condizioni pietose, con scarsi rifornimenti di cibo e altri beni, con poca elettricità, con un sistema di trattamento di rifiuti devastato, con una sanità in condizioni definite miserevoli; in una parola, uno Stato che pone in atto una gigantesca punizione collettiva, un crimine contro l’umanità che è una vergogna tanto per Israele quanto per gli Stati che la consentono.

Come festeggiare uno Stato le cui truppe massacrano quotidianamente la popolazione civile inerme ed innocente, ivi inclusi i bambini di pochi mesi, utilizzando armamenti il cui uso in aree densamente popolate è proibito dal diritto umanitario.

Come festeggiare uno Stato che, mentre a parole sostiene di volere la “pace”, nei fatti continua ad operare nel senso esattamente opposto, espandendo i propri insediamenti colonici illegali, rifiutando di affrontare il problema dei profughi palestinesi persino nel senso di ammettere la propria responsabilità, proponendo all’Anp piani di “pace” che, come ancora qualche giorno fa riportava il quotidiano Yedioth Ahronoth, prevedono che Israele mantenga il controllo dei blocchi di insediamenti, della Valle del Giordano, di Gerusalemme?

No, non c’è assolutamente motivo di festeggiare alcunché se la festa di alcuni coincide con la rovina, la distruzione e la morte dei nostri fratelli, e spiace che anche il nostro Presidente si presti a fornire il proprio autorevole avallo ad una iniziativa che non unisce ma divide profondamente, sia in Italia che nel resto del mondo.

Noi non celebriamo l’anniversario di Israele.
(The Guardian, mercoledì 30 aprile 2008)

A maggio, le organizzazioni ebraiche celebreranno il 60° anniversario della fondazione dello stato di Israele. Ciò è comprensibile nel contesto di secoli di persecuzione culminati nell’Olocausto. Tuttavia, noi siamo Ebrei che non celebreranno. Sicuramente ora è tempo di riconoscere la storia degli altri, il prezzo pagato da un altro popolo per l’antisemitismo europeo e le politiche di genocidio di Hitler. Come ha messo in evidenza Edward Said, ciò che l’Olocausto è per gli Ebrei, lo è la Naqba per i Palestinesi.

Nell’aprile 1948, lo stesso mese dell’infame massacro di Deir Yassin e dell’attacco di mortai contro i civili palestinesi nella piazza del mercato di Haifa, il Piano Dalet entrò in funzione. Ciò autorizzò la distruzione di villaggi palestinesi e l’espulsione della popolazione indigena dai confini dello Stato. Non non celebreremo.

Nel luglio 1948, 70.000 Palestinesi furono cacciati dalle loro case a Lydda e a Ramleh nel periodo più caldo dell’estate senza cibo né acqua. Morirono a centinaia. E’ nota come la Marcia della Morte. Noi non celebreremo.

In tutto, 750.000 Palestinesi divennero rifugiati. Circa 400 villaggi vennero cancellati dalle mappe. La pulizia etnica non termino lì. Migliaia di Palestinesi (cittadini israeliani) furono espulsi dalla Galilea nel 1956. Molte migliaia in più quando Israele occupò la Cisgiordania e Gaza. Secondo il diritto internazionale e sulla base della risoluzione Onu 194, i rifugiati di guerra hanno il diritto al ritorno o alla compensazione. Israele non ha mai riconosciuto tale diritto. Noi non celebreremo.

Noi non possiamo celebrare l’anniversario della nascita di uno Stato fondato sul terrorismo, sui massacri e sulla spoliazione della terra di un altro popolo. Non possiamo celebrare l’anniversario della nascita di uno Stato che ancora adesso è impegnato nella pulizia etnica, che viola il diritto internazionale, che infligge una mostruosa punizione collettiva alla popolazione civile di Gaza e che continua a negare ai Palestinesi i diritti umani e le aspirazioni nazionali.

Noi celebreremo quando Arabi ed Ebrei vivranno da eguali in un pacifico Medio Oriente.

Seymour Alexander
Ruth Appleton
Steve Arloff
(seguono altre 102 firme)

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28 aprile 2008

Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina - Seminario

Il seminario inizialmente previsto presso l'Oasi di Cavoretto (Torino) si terrà invece presso la Università di Torino - Sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche Palazzo Lionello Venturi, Via Verdi 25 - Torino

ISM-Italia
International Solidarity Movement – Italia

Seminario internazionale
Le democrazie occidentali e la pulizia etnica della Palestina
Torino 5 maggio pomeriggio e 6 maggio 2008
Sede del seminario: Università di Torino – Sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche Palazzo Lionello Venturi, Via Verdi 25 - Torino

Indice
Perché questo seminario
Il programma del seminario
Come arrivare alla sede del seminario
Indicazioni logistiche
Organizzazione

Iscrizione al seminario
Per partecipare al seminario, anche in relazione al numero di posti limitato, è necessario iscriversi inviando una email a: piemonte@ism-italia.it con nome, cognome, eventuale organizzazione o associazione di appartenenza. Agli iscritti saranno riservati posti in sala.

"Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l'umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d'epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l'opportunismo."
a cura di ISM-Italia
Torino, 26 aprile 2008

1. Perché questo seminario
Il 12 e il 13 maggio del 2006 si è tenuto a Biella il seminario "La dimensione della parola condivisa - Quale futuro per Palestina/Israele?" (http://www.frammenti.it/).

Al centro di quell'incontro la situazione in Palestina/Israele dopo la morte di Yasser Arafat e la scomparsa dalla scena politica di Ariel Sharon e dopo le elezioni palestinesi e israeliane dell'inizio del 2006. Ma più in particolare i temi della fine della soluzione "due popoli-due stati", della pulizia etnica della Palestina e dell'appello palestinese al boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni (BDS) dello stato di Israele.

A due anni di distanza un momento di ulteriore riflessione è stato suggerito non solo dall'incalzare degli eventi, la guerra in Libano, il genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica che prosegue in Cisgiordania, il fallimento, prevedibile e previsto, di ogni tentativo di soluzione (come ha confermato l'ultima conferenza di Annapolis), ma anche dalla ricorrenza dei 60 anni della Nakba (Catastrofe) palestinese e della costituzione dello stato di Israele.

Questo nuovo seminario ha come principale obiettivo quello di esaminare le responsabilità del mondo occidentale per tutto quello che è accaduto e accade in Palestina/Israele, di rispondere, almeno in parte, alla domanda posta da Ilan Pappe al termine di una sua conferenza: "Perché il mondo occidentale permette a Israele di fare tutto quello che fa?".

Due dei temi trattati nel seminario del 2006 hanno avuto un seguito con la pubblicazione in Italia del saggio "Palestina quale futuro? – La fine della soluzione dei due Stati", curato da Jamil Hilal con la collaborazione di Ilan Pappe e altri studiosi per i tipi della Jaca Book nel novembre 2007 e del saggio di Ilan Pappe "La Pulizia Etnica della Palestina", Fazi editore 2008, in arrivo nelle librerie.

Tra la fine di aprile e l'inizio di maggio saranno in libreria anche:
· il saggio di Yitzhak Laor "Il nuovo filosemitismo europeo e il 'campo della pace' in Israele", "Le Nuove Muse" 2008
· "Politica" (Poesie scelte 1997 – 2008) di Aharon Shabtai, Multimedia edizioni 2008

Il saggio di Laor oltre a esaminare il nuovo filosionismo europeo (di destra, di centro e di sinistra) analizza il ruolo che nel "campo della pace" israeliano esercita il trio Oz-Grossman-Yehoshua, considerati, completamente a torto, dall'opinione pubblica europea, anche secondo Tom Segev, tre scrittori "pacifisti" doc.

Le poesie di Aharon Shabtai indicano il retroterra del suo rifiuto a partecipare al Salone del Libro di Parigi: "Io non ritengo che uno Stato che mantiene un'occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l'occupazione. Ed io non vi voglio partecipare."

Un altro testo importante è "Il mondo moderno e la questione ebraica" di Edgar Morin, Raffaello Cortina editore 2007.

Nel 2007 si è inoltre riaperto il dibattito sulla proposta di uno stato unico, laico e democratico, nella Palestina storica (Corso estivo a El Escorial, luglio 2007 e Conferenza di Londra, 17-18 novembre 2007).

Il seminario del 5 – 6 maggio è stato preceduto a Torino da molte iniziative tra le quali la presentazione di saggi come "Disonesto ma non criminale" di Amedeo Cottino (Carocci 2005), "Politicidio – Sharon e i Palestinesi" di Baruch Kimmerling (Fazi editore 2003) e "Il Muro di Ferro" di Avi Shlaim (Casa editrice il Ponte 2003).

Il seminario si svolgerà pochi giorni prima dell'apertura della Fiera del Libro di Torino (8 – 12 maggio) e vuole essere una risposta critica alla decisione presa dalle autorità politiche locali, con il pieno appoggio di quelle nazionali, di invitare Israele come ospite d'onore dell'edizione 2008. Un invito di natura politico-propagandistica che nulla ha a che fare con la cultura, che costituisce un vulnus gravissimo del principio dell'autonomia della cultura e un passo emblematico verso la sua "militarizzazione". Come afferma un appello palestinese "dopo 60 anni di espropriazione e di pulizia etnica, non c'è nessuna ragione per celebrare "i 60 anni di Israele! Ma vi sono miriadi di ragioni per riflettere, impegnarsi e lavorare per la pace e la giustizia."

Un invito a favore del quale si sono schierati tutti, o quasi tutti, politici, media, intellettuali e accademici, i "chierici" sempre pronti 'al tradire e al servire', a conferma del livello di ipocrisia, di menzogna e di cinismo del mondo occidentale, denunciato, tra gli altri, da alcuni giornalisti indipendenti (David Rose) e da alcuni importanti diplomatici dell'ONU (Alvaro de Soto, John Dugard e James Wolfensohn).

Il seminario vuole essere una occasione "per riflettere, impegnarsi e lavorare per la pace e la giustizia".

2. Il programma del seminario
Lunedì 5 maggio
14.00/15.00 Welcome e registrazione
15.00/15.30 Sessione di apertura
Alfredo Tradardi In memoria di Tanya Reinhart
Gianni Vattimo Le ragioni del seminario

15.30/17.30 Panel 1 La pulizia etnica della Palestina
Coordina Diana Carminati
Ilan Pappe Intervento video-registrato
Wasim Dahmash Fonti documentarie arabe della pulizia etnica della Palestina
Angelo D'Orsi La pulizia etnica della Palestina di Ilan Pappe
Giorgio S. Frankel I territori occupati: obiettivi irrinunciabili della politica israeliana
Intervento di Tariq Ramadan

Coffee break
17.45/20.00 Tavola rotonda
Dopo sessanta anni di espropriazione e di pulizia etnica boicottare le celebrazioni dei "60 anni di Israele" a Torino e in ogni altro luogo
Coordina Alfredo Tradardi
Jonathan Rosenhead Le ragioni generali del boicottaggio accademico e culturale di Israele
interventi di Wasim Dahmash, Tariq Ramadan, Aharon Shabtai, Gianni Vattimo

Martedì 6 maggio

9.00/11.00 Panel 2 Oltre le cortine di fumo mediatiche
Coordina Wasim Dahmash
Domenico Losurdo Il linguaggio dell'impero
Giorgio S. Frankel Gli interessi occidentali nella guerra infinita di Israele
Diana Carminati Le verità scomode di A. De Soto, J. Dugard, D. Rose e J. Wolfensohn
Massimo Zucchetti L'accordo di cooperazione militare Italia-Israele

Coffee Break
11.15/13.00 Panel 3 Necessità di visioni nuove
Coordina Giorgio S. Frankel
Wasim Dahmash Cenni sulla storia delle proposte di soluzione del conflitto in M.O.
Ghada Karmi Le radici storiche dell'idea dello stato unico

14.00/15.00 Panel 4 Il ruolo dell'arte e della cultura
Coordina Angelo d'Orsi
Piero Gilardi L'arte dopo l'11 settembre
Aharon Shabtai La cultura in Israele in tempo di occupazione

Coffee Break
15.15/17.00 Tavola rotonda e dibattito conclusivo
I compiti dei movimenti no-war contro la guerra globale permanente
Coordina Gianni Vattimo

Traduzione simultanea a cura di Luisa Corbetta e Bianca Maria Petitti.

3. Come arrivare alla sede del seminario

Sede del seminario: Università di Torino – Sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche Palazzo Lionello Venturi, Via Verdi 25
Nei pressi della Mole Antonelliana, di Piazza Castello, di Piazza Vittorio, di via Po.
Dalla stazione di Porta Nuova prendere la linea 68 in direzione Casale per 5 fermate e scendere in via Po.
In auto arrivare in Piazza Vittorio e utilizzare il parcheggio sotterraneo.

4. Indicazioni logistiche
Presso l'Oasi di Cavoretto sono state riservate camere singole e doppie al prezzo di lire 35 euro per persona per notte compreso il breakfast che si possono prenotare telefonando allo 011 6612300. Dalla sede del seminario all'Oasi di Cavoretto, ad ore indicate e su prenotazione al momento della registrazione, funzionerà un servizio navetta.
L'Oasi di Cavoretto è un complesso residenziale del Gruppo Abele situato nelle colline di Torino.

Come arrivare all'Oasi di Cavoretto:
Dalla stazione di Porta Nuova: prendere la linea 1 e scendere alla fermata CARDUCCI – recarsi alla fermata CARDUCCI CAPOLINEA prendere la linea 47 e scendere alla fermata FREGUGLIA CAPOLINEA. Seguire a piedi le indicazioni speciali per arrivare all'Oasi di Cavoretto.
Arrivo in auto: da piazza Gran Madre di Dio al termine di corso Casale proseguire per corso Moncalieri, superare piazza Zara, girare a sinistra in via Sabaudia. Seguire le indicazioni speciali per arrivare all'Oasi di Cavoretto.

Per informazioni info@ism-italia.it.

5. Organizzazione
L'organizzazione del seminario è stata curata da Ugo Barbero, Rosario Citriniti, Caterina Mollura, Grazia Raffaelli e Alfredo Tradardi.

Palestina News - voce di ISM (International Solidarity Movement) Italia http://www.ism-italia.it/

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28 giugno 2007

Un problema particolare.


La lenta ma costante opera di annessione di buona parte della West Bank da parte di Israele si accompagna ad un’altrettanta inesausta opera di “pulizia etnica” dei territori interessati, una tecnica subdola e strisciante che si attua soprattutto, come osservava recentemente Ilan Pappe, attraverso un meccanismo giornaliero di deumanizzazione e di abusi, sia burocratici sia militari, piuttosto che attraverso un vero e proprio trasferimento forzato, il cui principale propugnatore resta Avigdor Lieberman.
Ciò è particolarmente evidente a Gerusalemme est, in cui l’opera di alterazione degli equilibri demografici e di giudaizzazione della città si attua attraverso quattro strumenti principali:
1) l’isolamento fisico di Gerusalemme est dal resto della West Bank, attuata principalmente a mezzo del muro di “sicurezza”, che rende oltremodo difficile e penoso l’accesso ai servizi più basilari quali la sanità e l’educazione, nonché il raggiungimento del posto di lavoro per molti residenti palestinesi;
2) la palese discriminazione tra arabi ed ebrei per quanto attiene le espropriazioni, i permessi per costruire nuove abitazioni, le demolizioni;
3) la diseguale distribuzione del budget municipale tra le due parti della città, con negative conseguenze per i servizi e le infrastrutture destinate alla fruizione della popolazione araba;
4) la revoca della cittadinanza, e dei benefici sociali collegati, per i Palestinesi che restano all’estero per almeno 7 anni o che non riescono a provare che il centro della loro vita e dei loro interessi è a Gerusalemme.
Quest’ultimo strumento è applicato in un sempre crescente numero di casi, come segnalato recentemente da B’tselem, secondo cui, solo nel 2006, i Palestinesi a cui è stato revocato il permesso di residenza e che sono stati espulsi effettivamente dalla città sono stati ben 1.363.
Il pretesto più comune usato a tal fine – secondo l’ong israeliana – consiste nel denunciare il possesso da parte dei Palestinesi di un passaporto straniero, il che permette la revoca del loro status di “residenti permanenti” in Israele.
Ciò segnala una palese discriminazione razziale a danno dei Palestinesi, dato che un cittadino israeliano normalmente può possedere diversi passaporti e trascorrere la sua vita all’estero senza che alcuno si sogni di mettere in discussione il suo status di cittadino di Israele.
E questo è quello che sappiamo (dalle ong e/o dalla stampa estera, perché in Italia i media si occupano di tutt’altro).
Quello che è meno noto, potremmo dire sconosciuto ai più, è il fenomeno della pulizia etnica all’interno dello Stato di Israele, di cui non si occupano nemmeno quei fenomenali difensori dei diritti umani quali Amnesty o, soprattutto, Human Rights Watch, così intenti a bastonare il mondo arabo (ed anche giustamente) per le numerosi violazioni dei diritti ma, di tutta evidenza, un po’ distratti quando si discute di quel bastione di civiltà che è lo Stato israeliano.
Così può accadere, quietamente e tranquillamente, che uno schieramento inusitato di 1.500 poliziotti e addetti vari, con l’ausilio di cinque bulldozer, procedano (come è accaduto lunedì scorso) alla demolizione di 25 casupole e baracche di alluminio nei villaggi beduini di Um Al-Hiran e di A-Tir, nel deserto del Negev, lasciando senza un tetto circa 150 persone.
Succede infatti che la Israel Land Administration (ILA) abbia deciso di distruggere i due villaggi (ufficialmente non riconosciuti) e di trasferirne gli abitanti, per far posto ad una comunità ebraica denominata Hiran, che dovrà essere stabilita sull’area.
E, tanto per aggiungere alla vicenda già triste un ulteriore tocco di brutalità (cosa di cui gli ebrei israeliani sono maestri), i poliziotti, al fine di accelerare le operazioni, hanno impedito alle donne del villaggio di portar fuori da sé i loro bambini, ma hanno afferrato i box con i bimbi dentro e hanno provveduto personalmente alla bisogna (vedi foto).
E già, non perdiamo tempo con dei pezzenti e i loro bambini piagnucolosi, svegliati all’improvviso, terrorizzati, e trascinati fuori dalla loro casa, cerchiamo di sbrigarci!
Secondo Adalah, un’organizzazione per la tutela dei diritti delle minoranze arabe in Israele, i residenti del villaggio erano lì da ben 51 anni; correva l’anno 1956, infatti, quando questi poveri Beduini furono trasferiti in quel sito, mentre la terra che originariamente possedevano veniva trasferita al kibbutz Shoval.
La ILA, nell’agosto del 2001, predispose un rapporto sulla creazione di nuove comunità, e tra queste vi era per l’appunto Hiran, la cui istituzione fu approvata dal governo israeliano nel 2002; successivamente, nel 2004, lo Stato richiese un’ordinanza giudiziale di sgombero, sostenendo che i Beduini di Um Al-Hiran e di A-Tir occupavano la terra di proprietà statale senza alcun permesso.
Ma non erano stati loro a trasferirli là?
Il rapporto ILA del 2001 faceva riferimento ai Beduini residenti nell’area, rubricandoli alla voce “problemi particolari”, che avrebbero potuto pregiudicare il sorgere della nuova comunità ebraica.
Ma non è stato poi un problema così “particolare” e difficile da risolvere, è bastato schierare un numero sufficiente di addetti allo sgombero e di poliziotti (1.500!), è bastato afferrare e buttare fuori dalle case gli effetti personali dei residenti, ivi compresi i box con i bambini dentro.
Benvenuti in Israele, il focolare domestico degli ebrei, della pulizia etnica, del razzismo, della disumanità.

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