venerdì, novembre 30, 2007

La soluzione a due Stati per salvare Israele.

Un articolo dell'inglese The Guardian del 29 novembre riporta le preoccupazioni del premier israeliano Olmert circa il pericolo di una possibile disintegrazione di Israele qualora non si raggiunga la soluzione a due Stati del conflitto israelo-palestinese.
Da questo, l'amico Mauro Manno prende lo spunto per scrivere questo interessante articolo, che pubblico benché io personalmente non sia un sostenitore dell'opposta soluzione che prevede un unico Stato binazionale per ebrei e palestinesi.
E non perchè non la condivida, bensì perchè non la ritengo - per vari motivi - attuabile nella pratica.
Sono in troppi, di recente, a parlare della possibilità che lo stato di Israele scompaia nei prossimi anni. Il primo è stato Ahmadinejad, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, il quale affermò un paio d’anni fa che Israele ‘scomparirà dalle pagine del tempo’ (e non come malignamente vanno dicendo i sionisti e i loro amici: ‘sarà cancellato dalla carta geografica’) La seconda versione della frase del presidente iraniano offre l’opportunità ai sionisti e loro scribi amici di ripetere la solita solfa che Ahmadinejad, è ‘il nuovo Hitler’, che vuole la bomba atomica per realizzare un ‘nuovo olocausto’ ebraico, e sciocchezze del genere.
Ahmadinejad ha ribadito la sua posizione ancora una volta il 29 novembre di quest’anno. Questa volta le sue parole sembrano siano state “non è possibile che Israele duri” (televideo di Mediaset, 29.11.07, http://www.tgcom.it/). Queste parole sono subito state semplificate dallo stesso televideo Mediaset nella frase “Israele sparirà” e sono state, ovviamente, definite ‘minacce’. Ma questo fa parte del gioco degli scribi amici e ci siamo abituati.
Qualche mese fa, fu la ministra (?) degli esteri israeliana Tzipi Livni che parlò del pericolo di sparizione che corre Israele a causa dei suoi problemi interni: la demografia, le divisioni interne delle varie comunità, l’occupazione.
Successivamente la Livni manifestò la sua preoccupazione che il mondo avrebbe finito per rifiutare il concetto di “legalità di Israele come stato ebraico”. Noi commentammo i suoi timori nell’articolo con questo link: http://www.pasti.org/manno3.html.
Oggi è lo spesso primo ministro Olmert che si dimostra preoccupato.
Un articolo del britannico The Guardian riporta le sue preoccupazioni (The Guardian 29.11.2007, State of Israel could disappear, warns Olmert, di Mark Tran, vedi:
http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,2219066,00.html.)

Cosa dice Olmert? Il primo ministro israeliano evoca lo spettro della disintegrazione dello stato ebraico a meno che non si raggiunga la soluzione dei “due stati” con i palestinesi. Facendo un parallelo con la fine del regime sudafricano dell’apartheid (lo ha fatto lui questa volta non io!), Olmert ha messo in guardia i suoi oppositori che: “Se giunge il giorno in cui la soluzione dei due stati collassa e noi ci troviamo di fronte ad una lotta nello stile di quella del Sudafrica dove i palestinesi ci chiedono lo stesso diritto di voto che abbiamo noi ... allora, non appena ciò accade, lo stato di Israele ha finito di esistere”.
Il pericolo è quello che la lotta dei palestinesi per uguali diritti in un unico stato Israele/Palestina finisca per raccogliere molti più consensi di quanto i palestinesi ne raccolgano adesso con le loro rivendicazioni. Cosa ancora più grave per Olmert sarebbe se molti ebrei della diaspora si schierassero per la democrazia e l’uguaglianza tra ebrei e palestinesi. Egli si dichiara sicuro che “Le organizzazioni ebraiche, che sono la base del nostro potere in America (Oh filosionisti dalla facile accusa di ‘antisemitismo, è Olmert che dice questo, sta parlando della lobby ebraica in America!! Lo avete capito? Nda), saranno i primi a rivolgersi contro di noi,… perché ci diranno che non possono sostenere uno stato che non pratica la democrazia e applica un uguale diritto di voto per tutti i suoi residenti”.
Olmert ha sottolineato che aveva detto cose del genere già in un’intervista di 4 anni fa. “Da allora ho sistematicamente ripetuto queste cose”. Olmert teme che i suoi nemici “diranno che in questo momento ho molti problemi (gli scandali per corruzione ecc, nda) e che questa è la ragione per cui sto cercando di realizzare la soluzione dei due stati. Ma i fatti devono essere affrontati correttamente”.

Uno dei tanti problemi interni che Israele deve affrontare per la propria sopravvivenza è il problema demografico. Oggi all’interno dell’entità sionista, anche detta ‘stato ebraico’ vi è una popolazione mista: da una parte gli ebrei dall’altra i palestinesi. Mentre i palestinesi rappresentano una comunità compatta e omogenea e non potrebbe essere diversamente visto che sono gli abitanti originari del paese, gli ebrei paradossalmente sono divisi e disuniti proprio perché sono una popolazione raccogliticcia proveniente da varie parti del mondo. I palestinesi d’Israele (che gli israeliani continuano a chiamare ‘arabi’ israeliani perché si rifiutano di usare la parola ‘palestinesi’) sono più di un quinto della popolazione e guadagnano posizioni di anno in anno dato che hanno una crescita più veloce di quella degli ebrei di Palestina (ricambiamo il favore). Questi ultimi sono, certamente, oltre il 70% della popolazione ma sono costituiti 1) dagli ebrei askenaziti, i fondatori del movimento sionista e di Israele, i quali provengono dall’est europeo, 2) dagli ebrei sefarditi che gli askenaziti hanno attirato dai paesi arabi, con le buone e le cattive, per fare gli operai agricoli nelle terre che gli askenaziti avevano rubato ai palestinesi, 3) dagli ebrei russi di recente immigrazione, in gran parte de-ebraicizzati e qualche volta convertiti al cristianesimo o atei (quindi non veramente ebrei), visto che sono passati per il regime sovietico. Molti ‘ebrei’ russi sono emigrati in Israele per ragioni economiche e non per amore del sionismo.
Non poche sono le contraddizioni tra queste tre comunità ‘ebraiche’. Non sono per altro le uniche perché vi sono altre minoranze (i falascià, gli ebrei dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, spesso feroci sionisti o coloni, ecc. Vi è poi la grande e pericolosa (per Israele naturalmente) divisione tra ebrei ortodossi e laici.
Ma lasciamo queste divisioni interne agli ebrei d’Israele e torniamo a quello che Olmert, giustamente, considera il pericolo principale oggi. I palestinesi d’Israele. Se non si realizza la separazione tra Israele e uno stato palestinese, c’è il rischio (per lo stato ebraico) che i palestinesi dei territori occupati si impegnino in una lotta per uguali diritti in un unico stato. Gli ebrei della diaspora (non la lobby, non le organizzazioni ebraiche, come dice Olmert) si sentirebbero costretti ad appoggiare la lotta per la democrazia e Israele potrebbe perdere “la base del suo potere in America”. Israele diventerebbe uno stato senza maggioranza ebraica, perché tra palestinesi d’Israele e palestinesi dei territori occupatati, la maggioranza sarebbe palestinese. Addio stato ‘ebraico’! A questo punto anche l’unità artificiale che tiene unite le varie comunità ebraiche d’Israele probabilmente salterebbe e molti ebrei emigrerebbero verso i loro paesi d’origine o verso l’Europa e gli Stati Uniti. Israele ridiventerebbe Palestina, anche se, questa volta, con una forte minoranza ebraica al suo interno. Niente di terribile visto che gli ebrei sono minoranza in tutti i paesi in cui vivono. E non se la cavano poi tanto male, dopo tutto.
Questo il problema e la soluzione, per Olmert, sarebbe …. Annapolis.

Il Premier israeliano ha dichiarato che la Conferenza di Annapolis “ha soddisfatto le aspettative israeliane più di quanto gli israeliani si aspettassero, ma questo non ci libererà delle difficoltà che ci saranno nelle trattative, che saranno complesse e difficili e richiederanno grande pazienza e sofistificazione”. Eppure, ha riconosciuto Olmert, Abbas “è un partner debole, che non è capace, e, come dice Tony Blair, deve ancora formulare i sui strumenti e potrebbe non saperlo fare”. Ma Olmert si fa rassicurante: “È mio compito fare in modo che egli riesca a procurarsi gli strumenti e comprenda le linee guida per un accordo”.
Quali sono questi benedetti strumenti di cui parlano Blair e Olmert? Credo che i due si riferiscano agli strumenti repressivi per sconfiggere Hamas. In questo gli sforzi israeliani sono già evidenti e in funzione. Olmert libera sostenitori di Abbas a centinaia e imprigiona e uccide membri di Hamas, compresi membri del parlamento palestinese. Senza una parola di Abbas, Fatah e dell’Occidente. Gli strumenti sarebbero pure quelli politici, quelli cioè atti a sconfiggere in elezioni o in un referendum le posizioni di Hamas e far vincere la linea collaborazionista di Abbas. Questi strumenti politici -- Blair ha ragione -- Abbas potrebbe non riuscire a crearseli mai. Soprattutto per colpa di Israele e della lobby ebraica americana, in ultima analisi per colpa della natura del sionismo.
Vediamo perché: Il sionismo ha sempre perseguito la conquista di tutta la Palestina, da riservare esclusivamente a ebrei. Per fare questo era necessaria l’espulsione almeno della maggioranza dei palestinesi. Israele è riuscito ad espellerne 750.000 nel 1948 e altre centinaia di migliaia dopo il 1967. In Palestina però, i palestinesi restano ancora la maggioranza. Che fare? La speranza di espellerli tutti non è mai tramontata e alcuni politici israeliani (Lieberman) la manifestano ancora apertamente. Ma non è facile. Potrebbe diventare però possibile raggiungere un duplice accordo, coi palestinesi e con i paesi arabi. Ai palestinesi bisogna imporre uno ‘stato’ palestinese simile ai bantustans che l’Africa dell’apartheid ha cercato, fallendo, di imporre ai neri. Ai paesi arabi si potrebbe cercare di imporre l’assorbimento di gran parte dei profughi palestinesi (oggi 5 milioni) in modo che essi la smettano di rivendicare il ritorno alle case e ai villaggi da cui sono stati cacciati. Il tutto all’interno di una cooperazione economica e di una ‘integrazione dello stato ebraico’ nel Medio Oriente arabo e musulmano. Abbas potrebbe essere l’uomo giusto per favorire questo duplice accordo che salverebbe Israele. Da una parte gli toglierebbe l’incubo di dover integrare milioni di palestinesi in un unico stato facendo perdere la maggioranza agli ebrei, dall’altra concentrerebbe questi palestinesi in un minimo di territorio (4 riserve o bantustan) proclamato ‘Stato Palestinese’ lasciando agli israeliani l’80% delle terre dei Territori occupati. Infine ridurrebbe il pericolo rappresentato dai profughi, una parte dei quali (quanti?) potrebbe ‘tornare’ nello ‘Stato palestinese’ e parte potrebbe essere assorbita dagli stati arabi, finalmente diventati amici e partner economici di Israele. Ma rimane ancora un’ultimo inconfessato vantaggio. Se nasce lo stato palestinese, che ci sta a fare nello stato ebraico quel milione e 300.000 palestinesi d’Israele? Si potrebbe deportarli (pardon, si deve dire ‘trasferire’) nei loro bantustans, cioè nel loro ‘stato’. I conti tornerebbero. O No?

Il sionismo non ha cambiato la sua natura razzista e deportazionista. Semplicemente ha adattato le sue tattiche alla nuova situazione. Ma il piano fallirà.
Chi lo farà fallire, come abbiamo detto, saranno prima di tutto i coloni, gli ortodossi, i sostenitori del sionismo più intransigente, senza dimenticare la lobby ebraica d’America, più pericolosa e sionista dello stesso Israele. Costoro vogliono tutta la Palestina, tutto Gerusalemme, tutti i territori occupati. Non accettano nessun aggiustamento tattico.
Poi ci sono i palestinesi ed Hamas. Accetteranno i Palestinesi di rinunciare a ulteriori porzioni della loro terra? Accetteranno di farsi concentrare in alcuni grandi campi di concentramento murati e filospinati? E i palestinesi d’Israele accetteranno di farsi deportare? Cosa succederà?

Abbas, il traditore, farà una brutta fine. Già alcuni membri di Fatah stanno passando dalla parte di Hamas e con le elezioni o con altri mezzi, Hamas finirà per conquistare anche la Cisgiordania. I palestinesi saranno allora nella condizione di modificare la lotta passando dall’obiettivo di due stati a quello di una sola Palestina, libera, democratica, non razzista e multietnica. Un solo stato proprio come teme Olmert e i suoi amici della lobby. È chiaro ormai che la politica dei ‘due stati’ è tutta interna alla logica sionista. In particolare la logica sionista dei pragmatici askenaziti d’Israele. Ma essi sono ormai minoranza perché vi sono le logiche dei sionisti ultra-ideologizzati o dei religiosi fanatici messianici, sostenute entrambe dai denari e dalle trame politiche in America della lobby ebraica d’oltreoceano. La politica dei ‘due stati’ deve essere rigettata completamente dai palestinesi perché è la visione del nemico. Se si persegue invece l’obiettivo politico di un solo stato democratico per ebrei e palestinesi, nel modo in cui hanno fatto l’ANC e il popolo nero del Sudafrica, allora si colpisce al cuore proprio l’unica possibilità di salvezza che rimane all’entità sionista, come Tzipi Livni, Shimon Peres, e Olmert hanno capito. Come Sharon, il boia, aveva capito.
La fine del sionismo e di Israele sarebbe un bene per l’umanità intera e un grande aiuto per gli stessi ebrei, che potrebbero cogliere quell’opportunità per farla finita con il loro esclusivismo e senso di razzistica superiorità, diventando liberi cittadini tra i liberi cittadini del mondo

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martedì, novembre 27, 2007

Il muro e la pulizia etnica di Israele.

C’era una volta il villaggio di Khirbet Qasa, a ovest di Hebron, un povero villaggio abitato da 275 Palestinesi – uomini, donne e bambini – che conducevano una vita stentata ma dignitosa, vivendo in tende e in grotte naturali e traendo il proprio sostentamento dall’allevamento di pecore e capre.

Questo piccolo villaggio era stato costruito negli anni ’50, e molti degli abitanti, a loro volta, erano profughi provenienti dal villaggio di Beit Jibrin.

Ora questo villaggio non esiste più, gli Israeliani lo hanno completamente distrutto sostenendo, more solito, che i suoi abitanti si erano insediati senza permesso.

La sfortuna dei Palestinesi di Khirbet Qasa, in realtà, è stata che gli ideatori del muro di “sicurezza” israeliano hanno pensato bene di progettarne il percorso in maniera tale da lasciarli tra la green line e la barriera stessa, separandoli dal resto della West Bank, dai loro campi, dalle infrastrutture necessarie al normale vivere quotidiano.

Il 29 ottobre i soldati israeliani, dopo aver lasciato gli ordini di demolizione - qualche giorno prima - sotto alcune pietre all’ingresso del villaggio (neanche a mano glieli hanno consegnati, questi bravi ragazzi!), si sono presentati con il consueto accompagnamento di veicoli armati e di bulldozer, distruggendo completamente il villaggio e devastando le tende e le grotte, senza neanche dare il tempo ai Palestinesi di recuperare le loro povere cose.
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Uno degli abitanti del villaggio, inoltre, è stato selvaggiamente picchiato dai valorosi soldatini di Tsahal, sol perché aveva tentato di proteggere il suo gregge, rinchiuso in una delle grotte; soltanto l’intervento di un ufficiale gli ha poi permesso di evacuare il suo bestiame.

Alla fine, un camion israeliano ha trasportato i contenitori d’acqua e le masserizie dei Palestinesi al di là della barriera, mentre del villaggio di Khirbet Qasa non è rimasto più nulla, con gran parte dei beni dei suoi abitanti distrutti e sepolti sotto le macerie.

Nel video, l’anziano palestinese che racconta la distruzione e la rovina del suo villaggio si interroga affranto: “come vivremo? dove andremo ad abitare?”.

Attualmente, quasi il 12% della Cisgiordania si trova al di là del muro di “sicurezza”, oppure completamente o parzialmente circondato dal suo percorso, in maniera tale da incidere più o meno pesantemente sulla vita, sul lavoro, sulla salute di ben 497.000 Palestinesi; tutto questo, allo scopo di favorire la “sicurezza” e il benessere di circa 438.000 coloni illegalmente insediati in territorio palestinese.

Già, ma a chi interessa tutto questo? A chi interessa la sorte dei 275 Palestinesi di Khirbet Qasa, rimasti senza casa e senza futuro?

La pulizia etnica messa in atto da Israele, purtroppo, non risulta all’ordine del giorno dei lavori di Annapolis.

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Welcome in Israel!

Quella che segue è la testimonianza di una nostra connazionale sul trattamento che viene riservato, anche agli Italiani, da quel meraviglioso e civile Paese che è Israele.
Mi chiamo Birgit Auer, nata e cresciuta a Brunico il 29 settembre 1976. Dal 1997 abito a Vienna (Austria) dove studio antropologia sociale e culturale con specializzazione sul medio oriente.
Il 20 gennaio di quest'anno sono andata (per la seconda volta nella mia vita) da Vienna via Milano a Tel Aviv, dove sono atterrata all'aeroporto Ben Gurion.
Lì venni interrogata per 5 ore dalle forze dell'ordine perché su consiglio della mia facoltà a Vienna ho trascorso diversi mesi nello Yemen per studiare la lingua araba. Dopo lunghe trattative mi è stato concesso il normale permesso di soggiorno turistico di 3 mesi. Sotto stress e pressione psicologica non mi sono accorta che non avevo ricevuto nessun timbro nel mio passaporto né compilato formulari di entrata. Al Consolato Italiano di Gerusalemme - dove andai immediatamente a registrarmi - riferii subito del timbro mancante e l’addetto consolare Domenico Marino confermò il mio sospetto, che sembra essere una pratica comune cercare d'impedire a persone che vogliono viaggiare in Palestina di passare i Checkpoint. Questi non si trovano solamente lungo il „confine“ israeliano con la Palestina, ma anche tra paesi in Palestina distanti solamente qualche centinaio di metri gli uni dagli altri.
Fortunatamente mi fu rilasciato un documento nel quale erano evidenziati i miei dati personali, le motivazioni del mio soggiorno e l'informazione che ero in contatto con il Consolato Italiano di Gerusalemme.
Questo mi evitò molti problemi ed evidenzia come lo stato d’Israele cerchi di levarsi di torno persone sospettate con motivazioni alquanto futili, tali di essere dissidenti o nemici dello stato, in pratica persone dal pensiero critico.
Durante le mie prime settimane di soggiorno abitai da amici israeliani nei dintorni di Tel Aviv. Già all'aeroporto avevo lasciato i loro nomi ed indirizzi alle forze dell'ordine. Furono controllati e ovviamente riconosciuti come „buoni“ patrioti dello stato israeliano, perciò mi fu dato il permesso di entrata.
A febbraio incominciai il mio studio all'Università di Birzeit (poco distante da Ramallah in Cisgiordania), dove nuovamente – grazie al sostegno della mia facoltà a Vienna - fui in grado di partecipare al programma di studi PAS (programma di studi palestinesi ed arabi per studenti internazionali), principalmente per migliorare le mie conoscenze della lingua araba, ma anche per imparare di più sulla società palestinese, e soprattutto per praticare ricerche per la mia tesi di laurea.
Non feci domanda per un visto per studenti perché - visto che lo stato d'Israele non rilascia visti d'ingresso a studenti che vogliono studiare in università palestinesi - l'Università di Birzeit ci comunicò esplicitamente di non farlo.
È opportuno notare che durante il mio intero soggiorno in Palestina non fui mai coinvolta in attività politiche di nessun genere per non provocare problemi al mio fidanzato palestinese (adesso marito) e alla sua famiglia.
Dopo 3 mesi fui costretta a lasciare il paese per farmi rinnovare il visto turistico e così feci come tanti altri: andai in Giordania - e così incominciarono i miei problemi.
Il 20 aprile 2006 varcai il confine israeliano con la Giordania sul ponte Allenby/King Hussein, il ponte sul fiume Giordano assieme (per motivi di costi) al mio fidanzato e a due compagni di studi, un americano ed una svizzera, entrambi di origine palestinese.
Solamente per puro caso ci rincontrammo il 24 aprile sulla via del ritorno sul ponte Allenby, ma sia a me sia al mio compagno di studi americano è stata impedita l'entrata.
Non mi sarei mai immaginata quello che mi poi è successo al confine, pure avendo assistito a fatti che nessuno potrebbe mai immaginare. Quotidiane violazioni di diritti umani, soppressione e disinformazione sono solo la punta dell'iceberg e quello che mi è successo fa parte proprio di ció.
Inizialmente mi fu rilasciato il „famoso“ visto d'ingresso turistico nel quale indicai una mia amica d'infanzia che da qualche anno è residente in Israele. La giovane soldatessa al confine fu molto cordiale fino al momento nel quale vide il mio visto d'ingresso per lo Yemen. Ora so che è stato molto imprudente viaggiare in Israele con un visto yemenita, ma ero sempre stata del parere che Israele fosse uno stato democratico.
Le spiegai che già alla mia prima entrata in Israele fui sottoposta per 5 ore ad interrogatori, ma non sembrò importarle molto e dovetti aspettare le prime ore seduta su una sedia davanti allo sportello con una soldatessa che mi sorvegliava e mi chiedeva ripetutamente informazioni sulla mia famiglia, sui miei amici, su altri contatti e su molte altre cose delle quali non mi ricordo più.
Dopo circa quattro ore un signore mi accompagnò in un ufficio situato dietro ad un portone chiuso a chiave e solamente in questo momento mi fu data la possibilità di bere un sorso d'acqua. Poi fui costretta a spegnere il cellulare.
Ero molto preoccupata per il mio fidanzato e per gli altri amici perché non potevano sapere cosa mi stava succedendo; in quel momento non sapevo che anche il mio compagno di studi americano era nella mia stessa situazione.
Dovetti aspettare un'altra ora, poi fui portata in un'altra stanza, anche questa chiusa a chiave, nella quale mi aspettavano 3 signori. Fui nuovamente interrogata sulla mia famiglia e sui miei amici, ma i 3 erano interessati specialmente su eventuali contatti in Palestina.
Cercai di svelare meno informazioni possibili perché che non volevo creare degli inutili problemi al mio fidanzato, alla sua famiglia e ad altri amici palestinesi di cui avevo fatto conoscenza durante il mio soggiorno all'università. Poi allusi nuovamente alla mia amica d'infanzia come contatto in Israele che avrebbe potuto confermare che ero in costante contatto con lei e che ero una normale studentessa, ma lei non fu mai chiamata.
Mi chiesero di descrivere la città nella quale vive la mia amica, quale fosse la mia relazione nei confronti di vari amici in Israele, ecc...
Raccontai anche che l'anno precedente ero stata a Gerusalemme Est a visitare con un amico austro-palestinese la famiglia di questi. Anche se lui è cittadino austriaco in tutti gli effetti, mi chiesero informazioni varie sulla sua famiglia cercando di comunicare in arabo con me per scoprire come fosse la mia conoscenza della lingua. Mi venne anche chiesto se avessi contatti „interessanti“ per loro e perché studiassi l'arabo e non la lingua ebraica, ecc...
Molto interessante fu anche l'interrogatorio sulla mia origine. Fui provocata sul mio status come membro di un gruppo etnico (sono altoatesina di lingua tedesca) e fui interrogata sulla mia opinione su tendenze separatistiche e sul terrorismo come battaglia per la libertà.
Dal momento che non ci scoprirono niente di sospetto, fui costretta ad aspettare in un'anticamera per un paio d'ore. Poi fui interrogata nuovamente sui temi appena esposti, questa volta da un altro signore. Inizialmente cercò di farlo in modo paterno, poi, visto che non avevo informazioni „utili“ da dargli, incominciò ad insultarmi come prostituta perché intrattenevo una relazione amorosa con un palestinese.
Sono sicura che fummo spiati in Giordania perché io e il mio fidanzato, per ovvi motivi culturali, ci presentavamo ufficialmente come una coppia sposata. Mi venne chiesto almeno 5 volte se fossi sposata, mentre il mio fidanzato era stato interrogato dal servizio segreto giordano il giorno prima e sottoposto alle stesse domande. Dal momento però che allora non eravamo ancora sposati, dicemmo ovviamente di non esserlo, ma chiaramente non venimmo creduti.
I signori che mi sottoposero ai vari interrogatori si mantennero anonimi, ma a giudicare dal loro comportamento si trattava ovviamente di membri del servizio segreto israeliano.
Dopo gli interrogatori dovetti rimanere per ore in una specie di mensa, non fui informata su niente e inizialmente mi fu anche vietato di usare i servizi igienici, dove poi riuscì finalmente a mettermi in contatto con il cellulare con il mio fidanzato ed il Signor Domenico Marino del Consolato Italiano a Gerusalemme. Purtroppo anche loro non poterono intervenire perché un intervento diplomatico sarebbe stato possibile solo se fossi stata maltrattata fisicamente. Dopo 8 ore di permanenza al confine fui poi costretta a riprendere i miei miseri bagagli (uno zainetto con poche cose necessarie per un soggiorno di qualche giorno in Giordania) e a ritornare allo sportello di confine, dove vidi nuovamente il mio compagno di studi americano il quale mi informò che gli era stato impedito di ritornare in Israele. A questo punto non sapevo ancora quali provvedimenti avrebbero preso per la sottoscritta.
Due membri del servizio di sicurezza ci portarono verso una vettura e solamente dopo ripetute domande su che cosa avessero intenzione di fare con noi ricevetti come risposta: „Ritornate in Giordania!“ In sostanza avevano negato pure a me l'entrata in Israele e fui deportata in Giordania.
Non ricevetti nessuna motivazione sul perché, e dopo aver passato il confine ci furono ridati i passaporti con un timbro a grandezza di pagina „entery [sic] denied“. In questo modo il mio passaporto è diventato senza valore per viaggiare all'estero perché con un timbro del genere non é possibile non solo viaggiare in Israele, ma anche in tutti gli stati arabi, gli Stati Uniti d'America e altri stati in generale: quale stato non s'insospettirebbe vedendo il divieto d’entrata in Israele? A parte il fatto che questo timbro ha come implicazione di venire messi su una lista nera per tutta la vita.
Visto che sul confine giordano fui gettata dalla vettura senza un regolare visto d'ingresso per la Giordania (perché il mio precedente visto aveva la validità solamente per una singola entrata) ero in pratica illegalmente in Giordania. Non mi fu chiesto di esibire il passaporto e solamente all'Ambasciata Italiana ad Amman fui informata sulla mia permanenza illegale in Giordania e mandata all’Ufficio Immigrazioni giordano, che mi fece una dichiarazione scritta a mano nel passaporto con la quale mi sarebbe stato possibile un espatrio con meno complicazioni.
Non mi fu nemmeno data la possibilità di andare a prendere le cose lasciate nel mio alloggio nelle vicinanze di Ramallah, così atterrai a Vienna con solo il mio zainetto. Oltre al fatto che dovetti procurarmi un nuovo biglietto aereo da Amman a Vienna, vestiti freschi e pagare l'alloggio ad Amman, dovetti pure cercarmi un nuovo alloggio a Vienna perché fui appunto costretta a ritornare prima del previsto.
Per via di questi imprevisti non ho potuto sposare il mio fidanzato come già progettato, ma abbiamo dovuto superare numerosi ostacoli perché questi potesse venire in Europa. Non posso più andare a visitare la sua famiglia e le nostre vite saranno per sempre segnate da questi fatti avvenuti al posto di confine, che mi hanno tolto la possibilità di essere pieno membro della famiglia di mio marito.
L'Ambasciata Italiana ad Amman e il Consolato Italiano a Gerusalemme mi hanno sostenuta in ogni modo possibile ed immaginabile, e ancora oggi mi commuovo per gli sforzi che hanno intrapreso per alleviare la mia situazione.
Per me è sempre ancora inconcepibile come qualcuno avesse potuto pensare che fossi un nemico pubblico, visto che non fui mai coinvolta in nessuna azione illegale, violenta o perlomeno sospetta.
Ho investito molto tempo, soldi ed impegno per poter studiare all'università di Birzeit, ma purtroppo fu tutto inutile dal momento non ho potuto dare l'esame finale e finire la mia tesi, perché le mie ricerche erano focalizzate sulla società palestinese.
Ancor più grave per me è che non ho potuto congedarmi dai miei amici, sono stata davvero strappata dalla mia vita.
Grazie all’enorme impegno di varie istituzioni, come per esempio il Consolato Italiano a Gerusalemme e l'Ambasciata Italiana a Tel Aviv, che nel nostro caso si sono accorti del trattamento ingiusto che avevamo subito in Israele, ci è stato possibile ottenere il permesso di entrata per il mio fidanzato per l'Europa.
Finalmente in Agosto ci siamo sposati a Vipiteno in Alto Adige, ma purtroppo per ovvi motivi la sua famiglia non ha potuto assistere a questo avvenimento di estrema felicità. E con enorme tristezza devo pensare al fatto di non poter mai più visitare la famiglia e il paese di mio marito, quantomeno di poterci vivere, che è e sarà sempre il nostro sogno.
Le nostre famiglie soffrono per questa situazione – stiamo vivendo una catastrofe umana per la quale non esistono parole.

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giovedì, novembre 22, 2007

Uno spogliarello per il disarmo nucleare.


Stamattina alcuni attivisti di Greenpeace, per manifestare in favore del disarmo nucleare, hanno inscenato una singolare forma di protesta in occasione di una conferenza sulle armi nucleari tenutasi all’Università di Tel Aviv.
Seduti tranquillamente tra il pubblico, nel momento in cui è entrato il Presidente israeliano Shimon Peres per tenere il suo discorso, i membri di Greenpeace si sono alzati all’improvviso e si sono spogliati, tenendo indosso soltanto l’abbigliamento intimo; tutti avevano disegnato sullo stomaco il simbolo delle radiazioni, e alcuni recavano cartelli con sopra scritto “spogliate il Medio Oriente dalle armi di distruzione di massa”.
Mentre la sicurezza accompagnava gentilmente i dimostranti fuori dell’aula, il Presidente Peres, alquanto divertito, pare abbia detto “penso che avrebbero dovuto spegnere l’aria condizionata qui dentro, sono un po’ preoccupato per la loro salute”.
Poi, più seriamente, ha affermato: “Abbiamo bisogno di spogliare il Medio oriente dalle guerre, non dalle armi; oltre a ciò, dovrebbero protestare a Teheran, non a Tel Aviv”!
Protestare a Teheran? A 84 anni il buon Peres non ha perso la sua abituale faccia di bronzo.
L’Iran non ha ancora nemmeno un ordigno nucleare, e non è nemmeno chiaro come e se stia effettivamente tentando di dotarsi dell’arma atomica.
Israele, al contrario, può vantare un numero imprecisato – pare alcune centinaia - di testate nucleari, tanto che gli esperti del settore lo collocano al sesto posto nel mondo per grandezza dell’arsenale atomico.
Logica vorrebbe che fosse Israele – con l’obiettivo di giungere ad un Medio Oriente pacificato e denuclearizzato – a dare per primo il buon esempio e ad iniziare a smantellare quest’inutile e pericoloso arsenale.
Ma, quando si ha a che fare con le questioni che riguardano Israele, il buon senso e la logica difficilmente possono trovare applicazione.

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martedì, novembre 20, 2007

Come vogliamo definire Gaza?

Ai cantori della propaganda sionista, i quali protestano vivacemente contro chi si spinge a definire la Striscia di Gaza come un enorme campo di concentramento, vogliamo proporre la visione di questo filmato tratto da YouTube, che mostra la miseria, il terrore, la devastazione che regnano incontrastate nella Striscia di Gaza, la cui situazione peggiora ogni giorno di più a causa dell’inaudita punizione collettiva inflitta al milione e mezzo di Palestinesi che la abitano.

Secondo l’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (vedi Gaza Humanitarian Situation Report, 1-31 ottobre 2007), la chiusura dei valichi di Karni e di Sufa ha determinato una contrazione nell’ammontare delle merci e dei generi alimentari che entrano nella Striscia di Gaza pari al 71% rispetto al mese di aprile, e molti prodotti sono ormai introvabili o hanno un costo inaccessibile; l’assedio a Gaza continua, inoltre, a determinare un continuo decadimento dello stato dell’economia locale, con il settore privato che denuncia perdite per 60 milioni di dollari negli ultimi quattro mesi.

Rafah, l’unico ingresso/uscita per gli abitanti di Gaza verso il resto del mondo, continua ad essere chiuso, e solo in limitatissimi casi – riguardanti malati gravi o personale delle agenzie umanitarie – è permesso di attraversarlo. Sono ormai decine, peraltro, i casi di pazienti palestinesi deceduti perché le autorità israeliane hanno negato o ritardato il permesso di uscita per ragioni di “sicurezza”: l’ultimo, recentissimo caso, è quello di Amir Saher al-Yazji, 9 anni, malato di meningite e morto perché a Gaza non ha potuto ricevere le cure adatte al caso. I suoi genitori avevano più volte richiesto il permesso di portarlo in Israele per farla curare, purtroppo invano.

La morte del piccolo Amir – e quella di altri Palestinesi – è legata anche alla crescente carenza di medicinali disponibili nella Striscia. Il numero di medicinali con riserve pari a zero è aumentato da 61 a 91 nel solo mese di ottobre; l’OCHA segnala, in particolare, la totale mancanza di farmaci pediatrici, inclusi gli antibiotici e le vitamine A e D, e una preoccupante carenza di medicinali per i malati cronici.

Naturalmente a Gaza, tra le altre cose, si continua a morire. Sempre secondo le statistiche dell’OCHA, dei 269 Palestinesi uccisi da Tsahal nel periodo 1 gennaio – 31 ottobre di quest’anno (tra i quali 44 bambini), ben 191 (25 bambini) sono stati uccisi nella Striscia: si tratta del 71% del totale. Analogamente, dei 2.396 feriti registratisi alla stessa data (209 bambini), quasi il 60% è rappresentato da Palestinesi residenti a Gaza.

E’ interessante notare come, secondo l’ong israeliana B’tselem, soltanto meno della metà dei Palestinesi uccisi dall’esercito israeliano (esattamente il 47,5%) è morta prendendo parte ai combattimenti contro i soldati di Tsahal, e questo senza contare le vittime di quell’abominio legale e morale costituito dalle cd. esecuzioni “mirate”, e tale circostanza rende alquanto difficile continuare a parlare – come pure qualcuno fa – di “autodifesa” di Israele.

Davanti a questi dati, davanti a queste immagini, che termini vogliamo utilizzare per descrivere efficacemente, e in maniera aderente alla realtà dei fatti, la situazione dei Palestinesi di Gaza?

Qualche tempo addietro, il vice direttore del quotidiano italiano a maggiore diffusione si è scagliato aspramente contro i firmatari dell’appello "Gaza vivrà", e soprattutto contro questa affermazione: “ Un milione e mezzo di esseri umani restano dunque sotto assedio, accerchiati dal filo spinato, senza possibilità né di uscire né di entrare. Come nei campi di concentramento nazisti essi sopravvivono in condizioni miserabili, senza cibo né acqua, senza elettricità né servizi sanitari essenziali. Come se non bastasse l’esercito israeliano continua a martellare Gaza con bombardamenti e incursioni terrestri pressoché quotidiani in cui periscono quasi sempre cittadini inermi”.

Come abbiamo visto, questa affermazione è incontestabile, dati statistici alla mano.

Nessuno sostiene l’equazione ebrei=nazisti, chiaramente assurda e improponibile – ma ogni persona di buona fede e imparziale non potrà negare l’evidenza delle miserevoli condizioni di vita dei Palestinesi di Gaza, e la barbarie e la disumanità di chi li costringe a vivere in questo modo bestiale, e di chi si volta dall’altra parte per non guardare.

I nazisti, peraltro, sono stati condannati dai tribunali e dalla storia. Israele non è certo il Terzo Reich, ma da qui a pretendere che noi tutti si applauda e si sostenga la sua brutalità, la sua pratica dell’apartheid, la sua politica della violenza e dell’assassinio quotidiani, beh, direi che ce ne corre!

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lunedì, novembre 19, 2007

Notizie in breve da Israele.

Carlo non va a Gerusalemme.
Stando a quanto riportato dal The Jewish Chronicle, è molto difficile che il principe di Galles si rechi a Gerusalemme, dove era stato recentemente invitato dal governo israeliano, né appare probabile che vi si rechi in futuro, quanto meno in veste ufficiale.
Ciò emerge da alcune email riservate tra due stretti collaboratori del principe, Sir Michael Peat e Clive Alderton, pubblicate dal periodico londinese, dalle quali emerge il timore che Carlo d’Inghilterra possa essere strumentalizzato da Israele al fine di “dare lustro alla sua immagine internazionale”.
Carlo dunque non andrà a Gerusalemme, e gli Israeliani ci sono rimasti un po’ male.
Ma la colpa è loro, ancora non hanno capito che il “brand” Israele – attualmente il peggiore al mondo – non può essere migliorato con qualche make-up puramente estetico, servono invece gesti concreti e miglioramenti sostanziali nelle condizioni di vita dei Palestinesi.

La penna “sabbatica”.
Un aiuto concreto della tecnologia a favore degli ebrei per i quali il riposo sabbatico è sacro.
Pare sia stata ideata una penna stilografica (esaminata ed approvata da alcuni autorevoli rabbini) che consentirà di scrivere anche di sabato: l’inchiostro di questa penna “miracolosa” ha infatti la peculiare caratteristica di scomparire dopo due giorni.
Chi scrive, dunque, compone “lettere inesistenti” e non infrange il divieto di compiere alcun lavoro il sabato.
Un gadget molto utile, di tutta evidenza, anche per firmare assegni.
La notizia, tuttavia, è parzialmente falsa.
L’idea, infatti, non è nuova, e questa penna è già in dotazione da molti anni ai governanti di Israele che la usano per firmare gli accordi con i Palestinesi e per sottoscrivere i propri impegni internazionali, tipo la promessa di eliminare vari posti di blocco nella West Bank, l’impegno a non espandere gli insediamenti colonici e di smantellare gli avamposti illegali…

Una ferma presa di posizione del Vaticano.
Monsignor Pietro Sambi non è un nunzio qualsiasi, rappresenta il Papa presso l’amministrazione Bush ed è stato ambasciatore in Israele.
Pesano come macigni, dunque, le sue aspre affermazioni contro il governo israeliano, accusato apertamente di malafede per non aver mantenuto gli impegni presi solennemente 14 anni fa.
“La fiducia non si compra al mercato. Si consolida con il rispetto degli accordi firmati e con la fedeltà alla parola data”.
E ancora: “La ragione spesso fornita da Israele per giustificare le lungaggini è stata la priorità da dare alla sicurezza. Ma la sicurezza, dice la logica, si accresce aumentando il numero dei Paesi amici e diminuendo quello dei nemici”.
Accidenti, viene da pensare, finalmente il Vaticano spende parole chiare ed inequivoche per denunciare la malafede degli Israeliani nelle loro trattative di pace con i Palestinesi, il mancato rispetto degli accordi sottoscritti, le lungaggini e gli ostacoli frapposti dal governo israeliano nell’arrivare finalmente alla nascita di uno Stato palestinese.
Ma poi leggi meglio e ti accorgi che si sta discutendo delle trattative inerenti allo status fiscale della Chiesa cattolica e dei suoi beni in Israele, e dei problemi esistenti circa l’arrivo di personale cattolico dall’estero.
Evidentemente la scala dei valori delle gerarchie ecclesiastiche è diversa dalla nostra…

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martedì, novembre 13, 2007

Campagna internazionale "End the siege on Gaza".

Il 25 ottobre scorso, un paziente palestinese è morto al valico di Erez mentre aspettava di avere il permesso di attraversarlo per arrivare ad un ospedale israeliano.

Una settimana fa, una donna è morta nell'ospedale di Gaza con il suo bambino appena nato, mentre era in attesa del permesso di trasferimento in Israele per cure mediche.

Queste non sono le prime vittime e non saranno certamente neanche le ultime se l'attuale situazione continuerà a prevalere.

La scorsa settimana, le sale operatorie dell'ospedale principale di Gaza erano chiuse a causa della mancanza di gas medici, che le autorità israeliane non consentono di importare. Oggi Israele dà licenza a soli 12 articoli di bisogni basici, su oltre 9.000 merci. Dal sapone al caffé, dall'acqua alle bevande analcoliche, dal carburante al gas, dai computer ai pezzi di ricambio, dal cemento alle materie prime per l'industria, ognuna di queste e centinaia di altre merci non hanno oggi il permesso di entrare a Gaza.

Il governo israeliano ha dichiarato Gaza un'entità ostile e ha rivelato le sue intenzioni di intensificare ulteriormente la punizione collettiva tagliando l'energia elettrica e il carburante. Anche le banche in Israele stanno minacciando di tagliare fuori da qualsiasi cooperazione finanziaria le banche palestinesi di Gaza.

In seguito a tutto ciò, abbiamo aderito all'iniziativa del Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza per lanciare la campagna palestinese e internazionale per rompere l'assedio di Gaza, un assedio che è stato intensificato ultimamente dal duro embargo alla Striscia di Gaza a partire dal giugno 2007.

Lo scopo di questa campagna umanitaria e "non di parte" è di fare pressioni sul Governo Israeliano al fine di abolire l'assedio imposto alla popolazione di Gaza. Accrescendo la consapevolezza della Comunità Internazionale sul deteriorarsi delle condizioni di vita causate dall'assedio, vogliamo mobilitare gli sforzi di varie organizzazioni della comunità internazionale e dei governi per fermare il boicottaggio di Gaza. Chiediamo l'applicazione della recente risoluzione del Parlamento Europeo che chiedeva al Governo israeliano di porre fine all'assedio.

E' importante dichiarare che "la Fine dell'Assedio" è una campagna "non di parte", iniziata e gestita da rappresentanti della società civile, comunità di imprenditori, intellettuali, accademici, donne attiviste, in difesa dei diritti umani e della pace dalla Cisgiordania e da Gaza. Siamo tutti guidati dal nostro impegno per la pace e dal nostro rispetto della dignità umana.

Crediamo che sia un dovere morale ed etico di salvare le vite di esseri umani le cui dure condizioni di vita distruggono il loro diritto all'esistenza. La popolazione di Gaza è privata delle più basilari necessità per una vita decente. Siamo determinati a muoverci mano nella mano, fianco a fianco con tutte le persone che credono nella libertà, nella dignità umana e nella pace.

Abbiamo bisogno del sostegno di tutte quelle persone che credono nella giustizia ovunque nel mondo, per contribuire al successo di questa campagna. Chiediamo anche ai Palestinesi, sia a Gaza, in Cisgiordania, all'interno della linea verde o in qualunque altro luogo della diaspora di sostenere i nostri sforzi e unirsi alle nostre azioni. Si tratta di una richiesta sincera per salvare la gente, non i governi o i partiti politici. E' tempo di mettere da parte ogni conflitto di parte e di unire il popolo nel perseguimento di libertà, giustizia e pace. In particolare ci rivolgiamo agli ebrei perché il loro passato di traumi, discriminazione e sofferenza dovrebbe portarli ad alzarsi oggi contro la sofferenza degli altri.

Attività previste della campagna:

La campagna inizierà a partire da novembre 2007 fino a quando l'assedio non sarà interrotto. Una conferenza stampa annuncerà il lancio della campagna.
Media e metodi di tecnologia dell'informazione saranno i nostri strumenti principali per mettere insieme e rafforzare i sostenitori e i partecipanti da tutto il mondo.
Il primo rilevante evento della campagna sarà di organizzare un meeting internazionale intitolato "Rompere l'assedio a Gaza: Insieme per un Fronte Unito per la Pace" a Gaza.
La campagna includerà anche l'invito di amici da tutto il mondo per visite continue individuali e di gruppo a Gaza. I visitatori avranno informazioni di prima mano sulla vita dei Palestinesi al fine di diffondere tali informazioni nei rispettivi paesi. I visitatori saranno ospitati nelle case dei Palestinesi per apprendere da vicino la durezza delle realtà palestinesi e delle loro condizioni di vita. La copertura delle attività a Gaza saranno documentate dai media.
Contiamo sui nostri amici israeliani affinché ospitino e aiutino gli amici dall'estero che se non avranno il permesso di entrare a Gaza, organizzeranno manifestazioni di protesta non-violente.
Organizzeremo una Marcia pacifica al check-point di Erez da entrambi i suoi lati, palestinese e israeliano. Saranno presenti attivisti per la pace da tutto il mondo.
Ovunque la campagna, gli incontri di solidarietà, le attività culturali e le discussioni avranno luogo non solo a Gaza, ma anche a Tel Aviv, Ramallah e diverse città nel mondo.
La campagna prevede un evento rilevante a maggio, con l'arrivo a Gaza di 120 attivisti per i diritti umani inclusi i vincitori del Premio Nobel per la Pace su una nave proveniente da Cipro. Questa iniziativa sarà intitolata "Giornata per la libertà di movimento di Gaza" ed è organizzata dal gruppo "Free Gaza" negli Stati Uniti.
La campagna avrà poster specifici e un sito web su cui sarà pubblicato tutto il materiale più importante. Il sito darà l'opportunità alle persone di scambiare informazioni, fare domande e prendere gli impegni.
Costantemente la campagna, a stretto contatto con i media, sarà arricchita con continui approfondimenti e aggiornamenti.

L'impatto dell'assedio su Gaza:

La Striscia di Gaza ha due valichi principali che la connettono al mondo intero, Rafah a sud (verso l'Egitto) e Erez a nord (verso Israele). Ci sono altri tre valichi che sono usati per scambiare le merci e far entrare il cibo nella Striscia di Gaza. Oggi tutti sono chiusi parzialmente o completamente.
Dalla vittoria di Hamas alle elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese nel 2006, il Governo Israeliano, con il sostegno dell'amministrazione degli Stati Uniti, ha imposto un assedio su tutti i Territori Occupati Palestinesi, ha dichiarato il suo boicottaggio nei confronti del nuovo Governo Palestinese e si è rifiutato di trasferire le entrate doganali al Governo Palestinese. Dopo aver preso queste misure, molti paesi donatori inclusi i più rilevanti come l'Europa hanno rigorosamente tagliato la loro assistenza allo sviluppo offerta al popolo palestinese. Il risultato di questa forma di punizione collettiva è stato un graduale deteriorarsi della vita nei Territori Occupati Palestinesi (OPT).
In seguito alla vittoria militare di Hamas nella Striscia di Gaza nel giugno del 2007, l'assedio imposto da Israele è stato ulteriormente stretto fino ad arrivare ad un livello senza precedenti.
Citando di continuo i razzi fatti in casa dall'interno di Gaza, il Governo israeliano ha recentemente dichiarato Gaza un'entità ostile e minacciato di tagliare l'energia elettrica, i rifornimenti di carburante e di far diminuire sostanzialmente il numero di persone ammesse ad entrare e uscire, così come quello relativo all'ammontare delle merci, dei generi alimentari e dei soldi necessari alla vita quotidiana della popolazione di Gaza.

La politica israeliana di illegale punizione collettiva ha sempre avuto il suo grave impatto sulle vite dei civili Palestinesi. La punizione collettiva è espressamente vietata dalla legge umanitaria internazionale. Secondo questo principio, le persone non possono essere punite per reati che non hanno personalmente commesso. Nel suo autorevole commento all'Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha chiarito che il divieto di punizioni collettive non si riferisce solo a reati penali criminali, " ma a reati penali di ogni tipo inflitte a persone e gruppi interi di persone, in contrasto con i più elementari principi di umanità, per atti che queste persone non hanno commesso".

L'assedio che è stato imposto alla Striscia di Gaza ha creato enormi perdite e danni in differenti aspetti della vita dei Palestinesi. La Striscia di Gaza è diventata una grande prigione senza accesso al mondo esterno.

Il settore sanitario è stato drammaticamente colpito dall'assedio. Secondo l'ultimo Rapporto sulla Situazione Umanitaria dell'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) diffuso il 9 ottobre 2007, meno di cinque pazienti sono passati in Israele/Cisgiordania ogni giorno per cure mediche, rispetto ad una media di 40 pazienti al giorno, nel mese di luglio. L'Organizzazione Mondiale della Salute ha indicato che una media di 1000 pazienti uscivano da Gaza per cure mediche ogni mese prima delle chiusure di metà giugno.

Come effetti delle continue chiusure, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (United Nations World Food Programme -WFP) ha riportato aumenti significativi dei prezzi per alcuni articoli di cibo. Il prezzo di 1 kg di carne fresca è aumentato da 32 NIS a 40 NIS (20%) mentre il prezzo del pollo è salito da 8 NIS a 12 NIS (33%).

Secondo il Rapporto OCHA del 9 ottobre, durante il mese di settembre un totale di 1.508 carichi di autocarri di merci sono entrati a Gaza, contro i 2.468 carichi del mese di agosto e i 3.190 di luglio. Non ci sono più scorte di cibo e questo contribuisce a far aumentare i prezzi.

Anche il sistema educativo a Gaza è stato colpito dagli effetti dell'assedio. Con l'inizio del nuovo anno scolastico c'è stata una grave mancanza di libri e carenza di materie prime per la stampa. Secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite per l'Assistenza e l'impiego per i rifugiati (United Nations Relief and Works Agency - UNRWA) un terzo degli studenti hanno iniziato l'anno scolastico senza i necessari libri di testo. Le chiusure hanno anche impedito a migliaia di studenti di raggiungere le loro università fuori della Striscia di Gaza. Migliaia di studenti non hanno avuto il permesso di raggiungere le loro università in Cisgiordania e all'estero a causa dell'assedio.

A livello industriale, impedire le importazioni di materie prime essenziali per l'economia di Gaza e l'industria e anche le esportazioni di merci finite, ha causato la chiusura di molte attività di produzione. Secondo le stime di Paltrade del 12 settembre 2007, più di 75.000 impiegati del settore privato (circa il 60% della forza lavoro totale del settore privato) sono stati licenziati negli ultimi tre mesi, ricordando che gli impiegati del settore privato rappresentano circa il 36% del totale della forza lavoro a Gaza. Secondo il Consiglio Palestinese per il Coordinamento del Settore Privato (Palestinian Private Sector Coordination Council -PSCC), le attuali restrizioni hanno portato alla dismissione del 90% delle operazioni industriali di Gaza.

Anche il settore agricolo è a rischio. Secondo il rapporto OCHA, la stagione delle esportazioni per gli incassi agricoli di Gaza (fragole, garofani e pomodorini ciliegia) è prevista per metà novembre. Quest'anno, 2.500 dunum di fragole sono state piantate con una produzione prevista di circa 6.250 tonnellate di fragole incluse 2.500 destinate ai mercati europei. Si prevede anche la produzione di 490 tonnellate di pomodori ciliegia. Se le esportazioni non sono consentite entro quel periodo, gli agricoltori saranno esposti a perdite tremende in termini di costi di produzione e vendite mancate.

Secondo la Banca Mondiale, il 67% della popolazione di Gaza vive sotto il livello della povertà che è stimato sempre dalla Banca Mondiale in 2 dollari al giorno. Poiché gli esseri umani sono i prodotti dell'ambiente in cui vivono, l'ambiente palestinese oggi è una combinazione di privazioni, povertà, rabbia, sentimenti di impotenza e disperazione. Simili sentimenti condurranno inevitabilmente a una rabbia crescente che alla fine rischia di sfociare in una maggiore violenza e conflitti.

I palestinesi sono passati attraverso ripetuti traumi di morte e distruzione di case e vite nel corso dei decenni passati. L'assedio attuale rievoca i precedenti traumi facendo rivivere alla popolazione quei sentimenti negativi in cui si sono imbattuti in precedenza e che hanno attraversato.

E' prevedibile che in tale ambiente le ideologie estremiste fioriranno. Questo avrà un impatto sulla situazione interna della società palestinese ma anche sull'ambiente politico dell'intera regione, distruggendo ogni possibilità di pace e sicurezza.

In poche parole, con questo assedio immorale, Gaza diventerà la città di morte dove ogni cosa sarà distrutta. E' nostro dovere salvare la vita.
Campagna palestinese e internazionale per la fine dell'assedio di Gaza
Chi siamo:
(in ordine alfabetico)

Mr. Khaled Abdelshafi, Direttore, UNDP
Mr. Sami Abdelshafi, Direttore, Emergeconsultants
Mr. Mohsen Abu Ramadan, Direttore, Centro Arabo per lo Sviluppo dell'Agricoltura
Mr. Ma'moun Abu Shahla, Vice-Presidente, Consiglio Amministrativo, Bank of Palestine
Dr. Fawaz Abu Sitta, Lettore Universitario, Università Al Azhar
Dr. Ali Abu Zuhri, Presidente, Università Al Aqsa
Dr. Mamdouh Aker, Commissario Generale, Commissione Indipendente Palestinese per i diritti dei cittadini-PICCR
Mr. Abdel Karim Ashour, Direttore, Associazione per lo Sviluppo dell'Agricoltura
Dr. Laila Atshan, Consulente Psico-sociale
Ms. Nebras Bseiso, Direttore, Associazione Banche Palestinesi nella Striscia di Gaza
Mr. Constantine Dabbagh, Segretario Esecutivo, Consiglio delle Chiese del Vicino Oriente
Ms. Mona El Farra
Ms. Rania Kharma, Coordinatore Principale
Mr. Ibrahim Khashan
Mr. Jawdat Khoudari, Imprenditore, Associazione di Imprenditori
Mr. Mustafa Mas'oud, Ufficio Affari Esteri, Associazione di Imprenditori
Mr. Hani Masri, Direttore Generale, Badael, Centro per i Media e Ricerca
Mr. Hasib Nashashibi, Ensan Center, Gerusalemme
Dr. Jumana Odeh, Direttore del Centro Palestinese Happy Child, Ramallah
Mr. Tala Okal, Scrittore e Analista Politico
Dr. Eyad Sarraj, Presidente, Board di Direttori della Scuola Internazionale Americana a Gaza
Dr. Kamalein Shaath, Presidente, Università Islamica
Mr. Omar Shaban, Presidente, PalThink per gli Studi Strategici
Mr. Hashem Shawwa, Presidente, Consiglio Amministrativo, Bank of Palestine
Mr. Nader Shurafa, Direttore Amministrativo, Ramattan Media Agency
Mr. Raji Sourani, Direttore, Centro Palestinese per i Diritti Umani
Ms. Hanan Taha, Direttore, PalTrade
Dr. Jawad Wadi, Presidente, Università Al Azhar
Mr. Issam Younis, Direttore, Al Mizan Centro per I Diritti Umani
Dr. Riyad Za'noun, Ex Presidente del Programma per la Salute Mentale della Comunità di Gaza

For contact: end.gaza.siege@gmail.com
Link: http://electronicintifada.net/v2/article9090.shtml
Traduzione tratta dal sito Gerusalemme Terra Santa

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giovedì, novembre 08, 2007

Mentre il mondo dimentica Gaza.

Tratta dal sito Arabnews, riporto la traduzione di un articolo pubblicato il 1° novembre dal settimanale egiziano al-Ahram Weekly, sulla drammatica situazione della Striscia di Gaza, caratterizzata dall'emergenza sanitaria, dalla scarsità e/o dal costo sempre crescente dei generi alimentari, anche di prima necessità, e dalla crisi negli approvvigionamenti di combustibile.
Si tratta dei risultati della disumana e vergognosa punizione collettiva messa in atto da Israele contro un milione e mezzo di Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza, una vera e propria barbarie che il mondo continua incredibilmente a tollerare e di cui continua a essere negata, soprattutto qui in Italia, persino ogni minima informazione.
Vorrei ricordare che le "punizioni collettive" sono espressamente vietate dal diritto umanitario internazionale e, in specie, dall'art.33 della IV Convenzione di Ginevra, intendendosi per punizione collettiva quelle "punizioni di qualsiasi tipo inflitte a persone o a interi gruppi di persone, in sprezzo ai più elementari principi umanitari, per atti che queste persone non hanno commesso".
Ma parlare di diritto umanitario non ha alcun senso se ci si riferisce a esseri umani, come sono i Palestinesi di Gaza, per i quali viene financo messo in discussione il diritto all'esistenza.


"E’ stata una scena emozionante. Il sollievo era evidente sui volti di Mohamed al-Masri e di sua moglie Rania, mentre seguivano l’infermiera che trasferiva il loro primogenito, il dodicenne Ahmed, dalla sala operatoria dell’ospedale “Dar al-Shifa” di Gaza. L’equipe medica è finalmente riuscita a compiere l’intervento all’orecchio di Ahmed per fargli recuperare l’udito, dopo che Israele aveva temporaneamente proibito l’importazione di ossido di diazoto (più noto come gas esilarante, n.d.r.), che viene utilizzato come anestetico ed è necessario per poter operare. Israele ha dato il permesso di importare questo gas vitale negli ospedali della Striscia di Gaza solo il giorno prima che Ahmed fosse operato, la scorsa settimana.

La sospensione delle importazioni di ossido di diazoto agli ospedali della Striscia di Gaza aveva obbligato i loro dirigenti a chiudere i reparti di chirurgia ed a sospendere gli interventi, eccetto quelli assolutamente vitali. A seguito della ripresa delle importazioni di questo gas, il personale medico ha fatto gli straordinari per compiere quegli interventi che erano stati rinviati a causa di questa penuria. Tuttavia Bassem Naim, ministro della salute del destituito governo di Ismail Haniyeh, afferma che il pericolo che Israele blocchi le importazioni di ossido di diazoto rimane tuttora. “C’è l’eventualità che si verifichi di nuovo un disastro sanitario, con i pazienti che muoiono perché i nostri ospedali non sono in grado di compiere gli interventi”, ha affermato ad ‘al-Ahram Weekly’. “C’è bisogno di un intervento internazionale per impedire che questa catastrofe avvenga”.

Naim aggiunge che la crisi che sta attraversando il settore sanitario della Striscia di Gaza non si riduce all’eventualità che l’ossido di diazoto si esaurisca. Essa si estende, piuttosto, al deterioramento di una serie di farmaci utilizzati nel trattamento dei malati cronici. Secondo Naim, circa 30-50 tipi di farmaci sono quasi interamente esauriti. Forse quelli più importanti sono i farmaci usati dai cardiopatici (...).
Uno dei segni più vistosi del grave deterioramento delle condizioni sanitarie nella Striscia di Gaza è il fatto che l’ospedale “al-Wafa”, specializzato nella riabilitazione dei pazienti affetti da handicap motori, ha sospeso la maggior parte dei suoi programmi di riabilitazione. Secondo una dichiarazione rilasciata dall’ospedale, l’assedio, che include la chiusura dei valichi commerciali, ha “contribuito in maniera significativa ad ostacolare ed a impedire una serie di programmi sanitari rivolti ai feriti ed ai disabili. Esso ha anche impedito che i farmaci necessari ed il materiale medico giungessero negli ospedali, ed ha impedito ai pazienti di recarsi all’estero per ricevere cure” (...).

L’assedio e la contrazione delle transazioni commerciali fra Gaza ed il mondo esterno hanno anche portato ad un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari. Per fare qualche esempio, il prezzo di un sacco di farina è cresciuto dell’80%; perché delle 680.000 tonnellate di farina di cui la Striscia di Gaza necessita giornalmente, solo 90 tonnellate vengono fatte entrare. Similmente, il prezzo dello zucchero è cresciuto del 60%, in aggiunta a diversi aumenti nei prezzi di altri generi alimentari di prima necessità. I palestinesi di Gaza non possono neanche sognarsi altri prodotti, come le bibite analcoliche che non sono più importate. Anche il costo del tabacco è cresciuto drasticamente: il suo prezzo è aumentato del 150%.

Quanto ai materiali da costruzione, il loro prezzo è salito in maniera astronomica dopo che Israele ha bloccato la loro importazione. Un sacco di cemento, ad esempio, costa 10 volte di più. In termini pratici, la scarsità di materiali da costruzione dovuta all’assedio ha esacerbato il problema della disoccupazione a livelli senza precedenti. La disoccupazione è cresciuta fino all’80% della forza lavoro, e non è più possibile esercitare molte professioni che dipendono dalla presenza di materiali da costruzione. Anche l’industria si è fermata a causa della mancanza di materie prime.

Ma il peggio per i palestinesi di Gaza deve ancora venire. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha approvato una serie di punizioni collettive, apparentemente per obbligare i movimenti della resistenza palestinese a sospendere il lancio dei loro razzi artigianali contro gli insediamenti israeliani che circondano la Striscia. Il vice ministro della difesa israeliano Matan Vilnai, il quale ha presieduto la commissione di sicurezza che ha raccomandato l’imposizione della punizione collettiva, ha dichiarato lo scorso venerdì sul primo canale della televisione israeliana che questa forma di comportamento statale bandito a livello internazionale è “un mezzo legittimo per fare pressione sui civili palestinesi affinché si mobilitino contro le fazioni che prendono di mira Israele”. Il governo israeliano ha approvato le raccomandazioni di Vilnai, il che significa che la situazione umanitaria a Gaza verrà, a breve, di nuovo intenzionalmente aggravata da Israele.

Tra le punizioni collettive che il governo israeliano ha approvato vi è una clausola legata alla riduzione della fornitura di elettricità a Gaza. Questo significa che parti di Gaza verranno gettate nell’oscurità con l’inizio dell’inverno. Il governo israeliano ha anche deciso di ridurre la quantità di combustibile che la centrale elettrica di Gaza può importare. In base a statistiche fornite dal Comitato Popolare per la Resistenza all’Assedio (PCRS), il taglio dell’elettricità avrà un impatto negativo sulle stazioni di pompaggio dell’acqua, il ché significa che l’acqua corrente all’interno delle case sarà anch’essa tagliata per molte ore al giorno. La quantità di combustibile utilizzata per il trasporto e la distribuzione del gas per uso domestico sarà anch’essa limitata. Ampie fasce della popolazione palestinese a Gaza sono in stato di allarme, ed i centri di distribuzione del gas sono estremamente affollati di gente che riempie le bombole del gas prevedendo che le forniture saranno tagliate.

Inoltre, fra le sanzioni collettive approvate dal governo israeliano vi è l’imposizione di ulteriori restrizioni ai movimenti dei cittadini palestinesi in ingresso ed in uscita dalla Striscia di Gaza.
Jamal al-Khadri, che dirige il PCRS, considera le sanzioni israeliane come “una violazione dei più elementari diritti umani e di tutte le convenzioni internazionali che permettono agli esseri umani di vivere in condizioni di libertà e dignità”. Egli ha dichiarato ad ‘al-Ahram Weekly’ che “queste misure aggraveranno le sofferenze del popolo palestinese, e soprattutto quelle dei malati e dei bambini. Esse avranno conseguenze negative su tutti i fronti”. Al-Khadri ha sottolineato che punire la Striscia di Gaza “non contribuirà alla stabilità della regione o ad una vita in pace e sicurezza, ma aumenterà le sofferenze, ed aggraverà la situazione” (...).

Lo scrittore ed analista politico israeliano Uzi Benziman ha pubblicato un articolo sul quotidiano ‘Haaretz’ affermando che, oltre al fatto che simili punizioni sono immorali, esse certamente otterranno risultati opposti, alimentando fra i palestinesi la spirale dell’odio contro Israele, e facilitando l’arruolamento di giovani palestinesi nelle attività della resistenza. Benziman sostiene che l’esperienza ha dimostrato che le punizioni collettive imposte da Israele ai palestinesi hanno fallito. “Al contrario, questo approccio ha rafforzato la determinazione delle organizzazioni palestinesi a colpire Israele, ed accresce il numero degli attentatori suicidi che vogliono vendicarsi”, ha scritto su ‘Haaretz’ la scorsa domenica".

Saleh al-Naami è un giornalista palestinese; è corrispondente da Gaza per il settimanale egiziano “al-Ahram Weekly”

Titolo originale:
As the world forgets Gaza

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