16 maggio 2011

Non possiamo più essere complici dei crimini di Israele! Manifestazione oggi pomeriggio a Roma, Piazza S. Marco

Le manifestazioni di protesta in occasione del 63° anniversario della Nakba sono state segnate da un vero e proprio bagno di sangue, con una ventina di Palestinesi uccisi e centinaia di feriti a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan occupato e alle frontiere tra Israele e il Libano.

L’ennesimo crimine di Israele che, con la complicità dei governi occidentali, continua a negare quel diritto al ritorno che è uno dei diritti fondamentali ed inviolabili di ogni essere umano. E al Presidente Napolitano, che così ben conosce la nostra Costituzione, qualcuno dovrebbe regalare una edizione rilegata della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo…

Quello che segue è il comunicato di solidarietà del
Forum Palestina, con l’annuncio di una manifestazione di solidarietà prevista a Roma per oggi pomeriggio.




La repressione israeliana non può fermare la Primavera araba anche in Palestina
Solidarietà con i palestinesi. Basta con la complicità dell’Italia con la politica israeliana



Lunedì 16 maggio ore 17.30 manifestazione a Roma in Piazza San Marco



Il diritto al ritorno e l’autodeterminazione del popolo palestinese non possono continuare ad essere negati da Israele e dalle istituzioni internazionali.


Migliaia di profughi palestinesi dai campi disseminati in Libano, in Siria, a Gaza hanno di nuovo imposto all’agenda politica del Medio Oriente e a livello internazionale la questione palestinese.


La Giornata della rabbia palestinese ha coinciso con l’anniversario della Nakba, l’anniversario della pulizia etnica del’48 da parte del nascente Stato di Israele.


Il bilancio provvisorio è di numerosi palestinesi uccisi e feriti, in parte sul confine libanese, in parte lungo quello sirianio e poi su quello di Gaza. Ma incidenti e scontri sono avvenuti anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Manifestazioni, nonostante i divieti, sono avvenuti anche tra i palestinesi che vivono in Israele. Tutte le Palestine oggi sono tornate ad essere una sola Palestina in lotta per affermare nuovamente il diritto all’autodeterminazione, ad una pace fondata sulla giustizia e dunque anche sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. A Gaza, per la prima volta in quattro anni, i sostenitori di Fatah e Hamas hanno marciato insieme e i leader di tutte le organizzazioni sono intervenuti insieme nelle manifestazioni. E’ il segno che l’accordo di riconciliazione nazionale sta dando i suoi frutti positivi anche in direzione della resistenza comune all’occupazione israeliana.


Non possiamo non denunciare ancora una volta la complicità delle istituzioni italiane con la politica israeliana. Non solo il governo Berlusconi ma anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si trova in visita in Israele, anche in questo caso si è trovato nel posto sbagliato ed ha rilasciato dichiarazioni sbagliate. Il Presidente Napolitano ha affermato di condividere pienamente la politica del governo Berlusconi su Israele e Palestina e proprio in occasione della giornata della Nakba palestinese ha affermato ''non e' accettabile considerare la fondazione dello Stato di Israele un disastro, al di la' delle interpretazioni che nel mondo arabo si danno di quell'evento storico''.


Con le manifestazioni di oggi, la giornata della rabbia palestinese è entrata come protagonista nella Primavera araba e dei movimenti che intendono cambiare l’assetto politico del Medio Oriente. L’occupazione e l’apartheid israeliano non potevano pensare di rimanere immuni al vento che sta cambiando nella regione.


Già domenica pomeriggio attivisti solidali con la Palestina, protagonisti della grande e bella manifestazione di sabato a Roma hanno manifestato davanti all’ambasciata israeliana e chiamano a mobilitarsi nuovamente per lunedì 16 maggio in piazza San Marco alle ore 17.30.


Roma, 15 maggio
Il Forum Palestina

P.S.: Milano 17 Maggio alle ore 17.30 manifestazione in Piazza Duomo per denunciare i crimini sionisti e per denunciare la Regione Lombardia complice di Israele, organizzata dalla Rete Milanese di Solidarietà con il popolo palestinese.

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4 maggio 2011

La svolta storica della riconciliazione palestinese

La notizia è davvero di quelle destinate a lasciare il segno e a mutare profondamente lo scenario politico mediorientale: dopo quattro anni di aspre divisioni (ma anche scontri sanguinosi) Hamas e Fatah, le due principali fazioni palestinesi, hanno firmato ieri un protocollo d’intesa che sancisce la riconciliazione nazionale, facendo seguito all’accordo già raggiunto la scorsa settimana grazie alla mediazione egiziana.

L’accordo, sottoscritto anche dalle altre organizzazioni e partiti minori, prevede tra l’altro la formazione di un nuovo governo di unità nazionale formato da “tecnici”, la liberazione dei prigionieri politici detenuti a Gaza e in Cisgiordania, la convocazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro un anno.

L’articolo che segue, un editoriale della redazione di Medarabnews, sintetizza efficacemente i risvolti di questo accordo, le motivazioni che hanno spinto Abu Mazen e Hamas a sottoscriverlo, le reazioni internazionali, le novità che ne derivano per lo scacchiere mediorientale.

Qui vogliamo solo aggiungere che l’unità del popolo palestinese e dei suoi rappresentanti rappresenta una precondizione essenziale per la soluzione del conflitto israelo-palestinese cd. a due stati, che a parole tutti (o quasi tutti) vorrebbero raggiungere. La notizia dell’accordo tra Fatah e Hamas, dunque, dovrebbe essere salutata unanimemente come un importante passo verso la pace nella regione.

Così, ad esempio, Robert Serry, il Coordinatore Speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, in un comunicato ufficiale ha dichiarato: “La riunificazione è essenziale per il raggiungimento di una soluzione a due stati che dovrebbe essere realizzata attraverso negoziati”. Così, ad esempio, Gush Shalom in un comunicato per la stampa ha accolto favorevolmente l’annuncio della riconciliazione tra Fatah e Hamas, aggiungendo, per bocca di Uri Avnery, che “l’unità dei Palestinesi … non è una minaccia per Israele, ma uno dei suoi massimi interessi”.

Usa e Israele, all’opposto, hanno accolto la notizia quasi come si fosse trattato dell’annuncio di una nuova e incombente minaccia per la pace e la sicurezza israeliana e del mondo. Israele, in particolare, ha parlato di un “errore fatale” (Peres dixit) e, per pronto accomodo, ha immediatamente deciso di sospendere il trasferimento delle entrate fiscali che lo stato israeliano raccoglie per conto dell’Autorità Palestinese, e che rappresentano il 37% circa del budget finanziario annuale dell’Anp.

Negli Usa, d’altra parte, con una indicazione felicemente bipartisan, sono numerosi i membri del Congresso che auspicano – come reazione all’accordo tra Fatah e Hamas – un deciso taglio agli aiuti finanziari fino ad ora garantiti all’Anp di Abu Mazen.

Nel mezzo, la solita posizione pavida e attendista dell’Unione europea che, per bocca di Catherine Ashton, rappresentante Ue per gli affari esteri, dichiara di dover ancora “studiare i dettagli di questo accordo”! Purtroppo, non è una novità…

Riconciliazione palestinese: una nuova variabile nel panorama dei cambiamenti mediorientali.
4.5.2011

La notizia, annunciata mercoledì scorso e sancita dalla cerimonia ufficiale di oggi, ha colto di sorpresa tutti: dopo quattro anni di aspre divisioni, Hamas e Fatah, le due principali fazioni palestinesi che controllano rispettivamente Gaza e la Cisgiordania, hanno sottoscritto un accordo di riconciliazione.

L’accordo, raggiunto grazie al contributo determinante della mediazione egiziana, prevede la costituzione di un governo ad interim di unità nazionale composto da figure di alto profilo non affiliate a nessuna delle due fazioni, la ripresa delle attività del Consiglio legislativo (il parlamento palestinese rimasto paralizzato a causa del dissidio tra i due partiti palestinesi), l’unificazione dei servizi di sicurezza, la liberazione dei prigionieri politici delle due fazioni detenuti nelle carceri di Gaza e della Cisgiordania, la ristrutturazione dell’OLP in modo da permettere l’ingresso di Hamas nell’organizzazione, l’avvio della ricostruzione di Gaza, e la convocazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro un anno.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha tenuto a precisare che il nuovo governo non sarà incaricato dei negoziati con Israele, i quali rimarranno prerogativa esclusiva dell’OLP e sua personale. Questa precisazione, e l’accortezza di voler costituire un esecutivo composto da “figure indipendenti”, hanno l’obiettivo di scongiurare che Israele e la comunità internazionale mettano subito in scacco il nuovo governo di unità nazionale riesumando la sequela di richieste che il Quartetto (USA, ONU, UE e Russia) aveva imposto al governo Hamas nel 2006 all’indomani della vittoria elettorale del movimento islamico palestinese: riconoscimento di Israele, rinuncia alla violenza (cioè alla resistenza armata), e accettazione degli accordi precedentemente firmati dall’ANP con Israele.

Si tratta di condizioni che Hamas ha fermamente ribadito più volte di non voler accettare, in primo luogo perché neanche Israele ha riconosciuto uno Stato palestinese né ha accettato di definire i propri confini, in secondo luogo perché Hamas non vuole rinunciare a quello che dal suo punto di vista è un “legittimo strumento di resistenza”, come precondizione a qualsiasi negoziato e non come conseguenza di un processo negoziale e del raggiungimento di un accordo (e intende in ogni caso continuare a mantenere la tregua a Gaza che in questi anni ha dimostrato di saper rispettare), ed infine poiché ritiene che lo stesso Stato di Israele abbia più volte violato, e tuttora non rispetti, gli accordi firmati con l’ANP.

UN NUOVO BOICOTTAGGIO A DANNO DEI PALESTINESI?

Ribadire che i negoziati rimangono sotto la giurisdizione dell’OLP (di cui Hamas al momento non far parte), e che il governo ad interim di unità nazionale sarà composto da “tecnici indipendenti” rappresenta dunque una manovra da parte palestinese – e di Fatah in particolare – per evitare che il nuovo esecutivo venga sottoposto allo stesso assedio a cui fo sottoposto il governo Hamas.

Tale manovra tuttavia appare probabilmente vana – e Abbas deve essere stato consapevole dei rischi a cui andava incontro – poiché il governo Netanyahu ha subito dichiarato che l’ANP deve scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas. Come ulteriore misura, Tel Aviv ha deciso di sospendere (per ora temporaneamente, ma la misura è candidata a diventare definitiva) il trasferimento di milioni di dollari in entrate fiscali palestinesi all’ANP – una misura che fu già adottata da Israele tra il 2000 e il 2002 in coincidenza con la seconda Intifada, e tra il 2006 e il 2007 quando Hamas era parte integrante del governo palestinese.

Nel frattempo, non solo esponenti dell’estrema destra israeliana, ma anche alcuni membri del governo Netanyahu hanno affermato che Israele dovrebbe minacciare l’annessione della Cisgiordania come rappresaglia contro l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Inoltre, alla sospensione del trasferimento delle entrate fiscali palestinesi – di fatto soldi palestinesi gestiti da Israele – potrebbe presto aggiungersi la sospensione dei finanziamenti americani all’ANP. Infatti, se alcuni membri dell’amministrazione USA hanno adottato un atteggiamento attendista e di cautela nei confronti del nuovo governo palestinese che potrebbe delinearsi, ben diversa è stata la reazione del Congresso. Negli Stati Uniti, Hamas è considerato un’organizzazione terroristica, ed è politicamente e giuridicamente molto difficile che dei soldi americani possano andare ad un governo che, malgrado le manovre palestinesi per renderlo “indipendente”, avrebbe di fatto il sostegno di una tale organizzazione.

Se si tiene conto che Obama si avvia alla sua corsa per la rielezione nel 2012, e che finora le pressioni della lobby israeliana a Washington sono sempre riuscite a piegare la volontà della Casa Bianca (di recente il caso più emblematico si è verificato quando gli USA hanno fatto ricorso al veto – per la prima volta sotto la presidenza Obama – per bloccare una risoluzione ONU di condanna degli insediamenti israeliani la quale ha avuto 14 voti favorevoli su 15, compresi quelli di Gran Bretagna, Francia e Germania), appare probabile che l’ANP dovrà confrontarsi con un nuovo boicottaggio americano qualora l’accordo di riconciliazione dovesse essere realmente implementato.

IL RICORSO ALL’ONU

Tale accordo, ed il conseguente braccio di ferro che già si prefigura tra l’ANP da un lato ed Israele – e probabilmente Washington – dall’altro, sono due fattori emersi all’improvviso mentre l’ANP era nel pieno della propria corsa per ottenere il riconoscimento di uno Stato palestinese in settembre da parte dell’ONU.

Sebbene un simile riconoscimento non si tradurrebbe certamente nella vera creazione di uno Stato, i vertici palestinesi ritengono che esso ridurrebbe lo spazio di manovra di Israele e renderebbe più difficile a Washington appoggiare incondizionatamente le politiche israeliane. In particolare, il presidente Abbas confida nell’appoggio dei paesi europei e delle potenze emergenti, in un contesto di crescente internazionalizzazione della questione palestinese che ha visto recentemente paesi come Brasile e Argentina riconoscere ufficialmente uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967.

Tuttavia, se fino a questo momento a Tel Aviv e Washington i detrattori dell’iniziativa dell’ANP presso le Nazioni Unite affermavano che Abbas non poteva chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese in quanto egli non era rappresentativo del suo popolo, diviso in due entità separate guidate da due governi diversi a Gaza e a Ramallah, ora essi sosterranno che l’ONU non può riconoscere uno Stato governato da un’entità “terroristica”. La battaglia si preannuncia dunque aspra anche al “palazzo di vetro”.

Da quanto fin qui esposto emerge che le sfide che attendono il futuro governo palestinese di unità nazionale – se del tutto esso vedrà la luce – sono enormi. A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa ha spinto le due controparti a stipulare un accordo di riconciliazione, dopo che per anni ogni forma di negoziato tra esse era sembrata inesorabilmente destinata al fallimento, e soprattutto cosa ha convinto il presidente Mahmoud Abbas a scommettere su questo accordo, alla luce dei rischi di boicottaggio con cui l’ANP dovrà confrontarsi in conseguenza di esso.

FALLIMENTO DEL PROCESSO DI PACE E SOLLEVAZIONI POPOLARI

E’ opinione di diversi analisti che a spingere Abbas in questa direzione sia stato il fallimento di tutto ciò su cui egli aveva puntato nel corso dei suoi anni alla presidenza: la scelta del negoziato a oltranza e la cieca fiducia nella mediazione americana, mentre gli insediamenti israeliani continuavano a espandersi senza sosta.

Molti ritengono che Abbas abbia definitivamente perso la fiducia nell’amministrazione Obama, dopo che quest’ultima si è dimostrata incapace di imporre a Israele il congelamento degli insediamenti, e addirittura ha continuato ad appoggiare le posizioni israeliane in sede ONU.

Ma il fallimento dell’amministrazione Obama ha sancito anche il fallimento personale di Abbas e delle sue politiche, e dunque la sua completa delegittimazione agli occhi dei palestinesi – soprattutto se si tiene conto che il suo mandato è ormai scaduto da tempo.

La posizione di Abbas si è ulteriormente complicata a seguito delle rivolte della cosiddetta “primavera araba” che, partendo dalla Tunisia, si è propagata in tutta la regione. L’ANP, ostaggio dei finanziamenti americani ed occidentali, è vista da molti arabi come un esempio della corruzione e dell’inettitudine dei regimi arabi, e del loro asservimento a potenze straniere come gli Stati Uniti.

La caduta di Hosni Mubarak ha poi rappresentato per Abbas la scomparsa del suo più importante alleato in Medio Oriente. Il nuovo regime egiziano non sembra intenzionato a giocare il ruolo di difensore dello status quo, e di partner di Israele e degli USA nell’assedio di Gaza.

Tutti questi elementi hanno convinto il presidente palestinese a giocare il tutto per tutto, puntando quel poco di capitale politico rimastogli su un accordo di riconciliazione con Hamas.

Per altro verso, il tramonto politico di Hosni Mubarak ha rimosso l’ostacolo più ingombrante nei rapporti tra il Cairo ed il movimento islamico palestinese. Il nuovo regime egiziano, che sembra essere in buoni rapporti con i Fratelli Musulmani egiziani di cui Hamas rappresenta per certi versi una costola, sta cercando di recuperare un ruolo indipendente a livello regionale, anche perché tale ruolo rappresenterebbe un potente fattore di legittimazione agli occhi dell’ancora turbolento fronte egiziano interno.

Non considerando più Hamas come un nemico esistenziale dell’Egitto, il nuovo regime del Cairo è riuscito a sua volta a guadagnarsi la fiducia del movimento islamico palestinese il quale lo ha accettato come garante dell’accordo di riconciliazione – a differenza di quanto aveva fatto con Mubarak.

Anche la scelta di Hamas, del resto, proprio come quella di Mahmoud Abbas, è stata motivata in parte da ragioni di debolezza. Assediato ormai da quattro anni nell’impoverita enclave di Gaza, isolato a livello internazionale ed in crisi di consensi nella Striscia, il movimento ha visto nelle scorse settimane la sua unica retrovia araba – la Siria, che ospita il capo dell’ufficio politico del partito, Khaled Meshaal – travolta dalle proteste popolari e dalla brutale repressione del regime di Damasco.

Hamas, che come detto non è altro che la branca palestinese della Fratellanza Musulmana, è venuto a trovarsi in una posizione imbarazzante dal momento che è ospite di un regime che in questo momento, a causa della sua condotta repressiva, è duramente criticato dai Fratelli Musulmani siriani, da quelli giordani e dallo stesso Yusuf al-Qaradawi, influente leader spirituale sunnita noto per le sue abituali apparizioni sugli schermi di al-Jazeera.

Inoltre, alla luce della destabilizzazione interna della Siria, il futuro della presenza di Hamas nel paese è a rischio, al pari di quella delle altre fazioni palestinesi tradizionalmente ospitate dal regime siriano. Nei giorni scorsi, alcune voci poi smentite (almeno fino a questo momento) avevano addirittura indicato che la leadership di Hamas avrebbe abbandonato Damasco per il Qatar.

Tutto ciò ha avuto un ruolo determinante nel convincere il movimento palestinese ad uscire dal suo isolamento a livello arabo, allacciando contatti con nuovi partner – il nuovo Egitto, e lo stesso Qatar, che ha calorosamente appoggiato l’accordo di riconciliazione – e cercando di rompere l’assedio di Gaza attraverso un accordo con il Cairo e con l’ANP. Tale accordo, anche secondo quanto ribadito dal governo egiziano, dovrebbe spianare la strada all’apertura del valico di Rafah con l’Egitto.

INCOGNITE DELL’ACCORDO E VARIABILI REGIONALI

L’accordo raggiunto tra Fatah e Hamas è dunque il frutto dello stallo del processo di pace, del fallimento della mediazione americana, e delle trasformazioni regionali che hanno visto il divampare delle proteste popolari e delle rivendicazioni di giustizia e democrazia in tutto il Medio Oriente, seguite dall’emergere di un nuovo governo al Cairo e dal pauroso vacillare del regime di Damasco.

La riconciliazione è poi un accordo di necessità, motivato almeno in parte dalle difficoltà in cui versano sia Hamas che Fatah. Pertanto tale accordo – che è stato accolto con favore dalla popolazione palestinese, la quale da anni chiede di essere rappresentata da un unico governo e da istituzioni unitarie – è esposto a numerose incognite e interrogativi.

La vera sfida sarà l’effettiva implementazione dell’accordo, tenuto conto che:

- Esso ha una forma molto vaga e comporta il rischio che la Palestina rimanga di fatto divisa in due entità separate: Gaza e la Cisgiordania.

- Sarà estremamente difficile armonizzare i servizi di sicurezza affiliati a Hamas con quelli dell’ANP addestrati e finanziati dagli USA.

- Fatah e Hamas dovranno accordarsi su un programma politico nazionale comune, che al momento non esiste.
- L’ANP è un’istituzione debole che per funzionare dipende in ogni cosa dalla buona volontà della potenza occupante.

- Non è chiaro fino a che punto l’Egitto, che è il garante dell’accordo, riuscirà a portare avanti la sua nuova politica indipendente qualora dovesse emergere una forte opposizione da parte di Washington.

Al di là di questi interrogativi, vi sono però variabili a livello regionale che, alla luce della situazione estremamente fluida che caratterizza il Medio Oriente in questo momento, potrebbero giocare a favore dell’accordo. Ad esempio:

1) Pur essendo certo che il governo Netanyahu farà di tutto per far fallire la riconciliazione, non è chiaro fino a che punto gli Stati Uniti, pur volendolo, siano in grado di esercitare pressioni realmente efficaci sull’ANP, sul Cairo e in sede ONU, alla luce della loro debolezza interna e del numero e della complessità dei fronti sui cui essi sono già impegnati sia militarmente che diplomaticamente – talvolta per difendere vitali interessi nazionali.

2) Sebbene Tel Aviv e Washington possano certamente imporre un boicottaggio finanziario all’ANP, la determinazione con cui Abbas ha mostrato di voler difendere l’accordo ha spinto diversi osservatori a ipotizzare che alcuni paesi arabi potrebbero essere disposti a coprire almeno in parte le spese dell’ANP (a questo proposito molti guardano all’Arabia Saudita, i cui rapporti con Washington in questo momento non sono idilliaci).

3) La capacità del Cairo di portare avanti una politica estera più assertiva e indipendente, di difendere l’accordo e di porre realmente fine all’insostenibile assedio di Gaza aumenterà se il nuovo regime egiziano riuscirà a stabilizzare la situazione politica ed economica interna, ad assicurarsi una reale legittimazione democratica, ed a trovare finanziatori esteri che aiutino il paese ad uscire dalla crisi che sta attraversando, eventualmente rendendolo meno dipendente dagli aiuti americani (il viaggio del primo ministro egiziano Essam Sharaf in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, la scorsa settimana, aveva anche questo fra i suoi obiettivi).

Certo è che – come ha scritto recentemente il presidente turco Abdullah Gul dalle pagine del New York Times – un accordo di pace israelo-palestinese rappresenterebbe un contributo essenziale a far sì che le rivoluzioni attualmente in corso in Medio Oriente portino a una nuova era di democrazia e di concordia nella regione. Ma è altrettanto vero che – come ha scritto l’ex consigliere dell’ANP Khaled Elgindy – non è pensabile che la pace possa essere raggiunta solo con una parte dei palestinesi, a spese dell’altra; o che i palestinesi debbano essere costretti a scegliere tra l’eventualità di restare in guerra con se stessi e quella di restare in guerra con Israele.

E’ dunque evidente che un accordo di riconciliazione tra i palestinesi è un passo necessario e imprescindibile per il raggiungimento di una pace equa e duratura in Medio Oriente. Nell’interesse della sicurezza, della stabilità e della democrazia nella regione, dunque, questo accordo non dovrebbe essere ostacolato né da Israele né dagli Stati Uniti.

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5 ottobre 2010

La Israel Lobby italiana arruola nuovi adepti.

Giovedì 7 ottobre, alle ore 18:00, gli “Amici di Israele” si raduneranno a Piazza di Pietra a Roma per “dare il proprio contributo contro la campagna di demistificazione” in atto contro lo stato ebraico, con lo slogan “per la verità, per Israele”.

Ma quale “verità” ci racconteranno? Forse elogeranno la moralità e la moderazione dell’esercito israeliano, che in pochi giorni a cavallo tra il 2008 e il 2009 si è limitato a uccidere oltre 1.400 Palestinesi, di cui ben
352 bambini. Oppure esalteranno il carattere civile e democratico di un Paese che, unico al mondo, conduce una occupazione militare diretta di territori altrui, che si concede di tenere in carcere un Premio Nobel per la Pace, e il cui esercito non arretra nemmeno davanti all’infamia di usare bambini come scudi umani.

Come nota la lettera aperta del Forum Palestina sull’argomento, che riportiamo qui sotto, la Israel Lobby italiana è ben rappresentata, in modo bipartisan, in tutto l’arco costituzionale, ma ha ben poca influenza sulla società civile, all’interno della quale, pur se faticosamente (a causa della manipolazione e dell’occultamento delle notizie da parte dei media di regime), si fa sempre più strada la consapevolezza dell’iniquità e della ferocia dell’occupazione israeliana.

E così, per dare un maggior appeal alla manifestazione e per cercare di migliorare l’immagine di Israele (impresa, a dire il vero, titanica…), gli organizzatori della manifestazione, e in primis il colono israeliano illegale On. Nirenstein, accanto ai soliti Veltroni, Ferrara, Cicchitto, Buttiglione e compagnia, hanno cercato di arruolare alcuni volti nuovi che si suppone possano riverberare la simpatia e la popolarità di cui godono sullo stato-canaglia israeliano.

Spiace, dunque, che a questa operazione propagandistica si siano prestati personaggi di chiara fama come Roberto Saviano e Umberto Veronesi, nonché vari musicisti tra i quali Lucio Dalla, Massimo Ranieri e Raiz (ex Almamegretta).

Non si riesce davvero a capire come, ancora oggi, vi sia gente disposta ad arruolarsi sotto le bandiere del sionismo, a difesa di uno stato-canaglia i cui crimini sono facilmente conoscibili da chiunque attraverso le pagine web non di siti di ispirazione antisemita, ma di quelle di ong di chiara fama e sicura imparzialità come B’tselem o Human Rights Watch, o attraverso i documenti ufficiali dell’ONU e dell’OCHA.

P.S. Sullo stesso argomento, come segnalatomi in un commento dall’amica arial, si veda anche la ferma
presa di posizione degli Ebrei contro l’occupazione (Rete Eco).

Giovedi 7 ottobre a Roma, la Israel Lobby italiana, resa più attiva dalla presenza in Parlamento dell’on. Fiamma Nirenstein, (che in Israele vive nella colonia illegale di Gilo a Gerusalemme), ha organizzato un evento apertamente a sostegno dello Stato di Israele e della sua politica.

Che l’establishment israeliano si senta con l’acqua alla gola nelle sue relazioni internazionali e con il comune senso della giustizia che fortunatamente ancora agisce nell’umanità, era evidente da tempo. Ma gli "amici di Israele" in Italia non possono sottrarsi al senso di realtà che mette in contraddizione la politica israeliana con i più elementari criteri di giustizia.

La narrazione sionista sulla nascita e l’esistenza dello Stato di Israele si è retta fino a ieri su alcuni punti di forza che stanno però cedendo di fronte all’evidenza dei fatti:
1) La nascita di Israele come risarcimento del debito di sangue verso le comunità ebraiche perseguitate e sterminate dal nazifascismo e dal milieu reazionario e antiebraico esistente e agente in Europa;
2) La continua espansione territoriale di Israele rispetto ai confini stabiliti dall’ONU nel 1948 presentata come necessità vitale di “autodifesa” di un baluardo del modello occidentale dentro al “mare della barbarie arabo-islamica”.
3) Il rifiuto di Israele di ottemperare alle risoluzioni dell’ONU come esercizio della “specificità israeliana” nel contesto delle relazioni e della comunità internazionale
4) Israele presentato come paese perennemente minacciato e messo in pericolo dentro e fuori i suoi confini.

Questi quattro punti hanno agito per anni cercando di costruire intorno ad Israele una legittimità morale e internazionale che i fatti hanno però sistematicamente logorato e sgretolato. Per verificarlo è sufficiente guardare una mappa della regione, rammentare il massacro dei palestinesi a Gaza, il sanguinoso raid sulla nave Mavi Marmara, i bombardamenti sul Libano, la pulizia etnica dei palestinesi in corso a Gerusalemme etc. etc. etc. etc. etc.

In questa narrazione su Israele mancano sempre e completamente gli abitanti esistenti nella Palestina storica, cioè i palestinesi, i quali – come minimo – avrebbero tutto il diritto di vivere ed avere un proprio Stato almeno sui confini decisi dall’ONU nel ’48 oppure in un solo Stato in cui convivano democraticamente tutti coloro che abitano in quel territorio senza discriminazioni religiose, etniche, politiche.

La legittima terra palestinese in questi sessanta anni è stata sottratta quasi completamente da Israele riducendola a qualche agglomerato urbano in mezzo al territorio israeliano. Non solo. I palestinesi dovrebbero anche rinunciare a qualsiasi ambizione di sovranità e indipendenza per ridursi alla condizione di eterni profughi da affidare alle agenzie delle Nazioni Unite e al business delle ONG. Nella migliore delle ipotesi dovrebbero scomparire come istanza nazionale e finire assimilati dagli stati arabi confinanti.

Il risarcimento dell’Europa verso le comunità ebraiche è stato dunque pagato da un altro popolo – quello palestinese – e da una complicità che ha consentito ad Israele di agire e usufruire sistematicamente di un doppio standard nel rispetto della legalità internazionale e dei diritti umani.

Questi dati di fatto – che sono e potrebbero essere conosciuti e documentati in modo più che inoppugnabile – hanno via via logorato la narrazione colonialista e sionista delle leadership israeliane e dei loro apparati ideologici di stato. Risultato? La comunità internazionale e l’umanità non riconosce più ad Israele la condizione di sentirsi uno “Stato più uguale degli altri”. La complicità o l’inerzia dei governi europei – e ovviamente degli USA – o l’attivismo aggressivo delle lobby filo-israeliane nei vari paesi, non basta più a permettere che, come ha detto lo storico israeliano Ilan Pappe, Israele possa continuare a fare quello che fa.

Ecco dunque che anche nel paese “migliore alleato di Israele in Europa” come l’Italia, la lobby filo-israeliana deve tentare il tutto per tutto per opporre al crescente, elementare e comune senso della giustizia verso i palestinesi, una propria dottrina ufficiale alla quale va piegata la politica, la cultura, l’informazione, la diplomazia.

Chi sono gli amici di Israele?

Sta qui la natura dell’evento del 7 ottobre messo in piedi dall’on. Nirestein e dal ristretto gruppo di "amici di Israele", un gruppo che da anni cerca di agire con la stessa efficacia della “Israel Lobby” negli Stati Uniti. Il problema è che la sua influenza è forte nel ceto politico e nei giornali patinati ma è debolissima nella società anche e proprio a causa della crescente divaricazione tra ceto politico, sistema dei mass media e la gente normale.

L’on. Nirestein e le autorità israeliane hanno dunque ritenuto opportuno cercare di arruolare in una narrazione ingestibile nuove personalità che possano godere di maggiore simpatia nella società di quanta ne ispirino e raccolgano i soliti Veltroni, Rutelli, Ferrara, Cicchitto, Buttiglione, Battista, Mieli etc.

Ed ecco che alcune personalità si prestano a questo arruolamento nel fronte di coloro che sistematicamente tacciono sulle sofferenze e le ingiustizie contro il popolo palestinese.

Dobbiamo ammettere che non ci meraviglia affatto l’adesione di quello che è stato giustamente e recentemente definito “un eroe di carta” come Roberto Saviano in questa armata dei silenti (ma sensibili ai potenti), o di un artista incline ormai al fascino della "potenza temporale" dello spirito come Lucio Dalla. Decisamente incomprensibili appaiono le adesioni di musicisti come Raiz (ex Almamegretta) e Massimo Ranieri o del prof. Veronesi.

Né può soprendere che ad aprire i lavori dell’evento “degli amici di Israele” sia un aperto erede del franchismo spagnolo come l’ex premier iberico Josè Aznar, autore di un recente pamphlet contro l’indigenismo in America Latina che riafferma tutta la narrazione razzista e colonialista nel rapporto tra occidente e latinoamerica.

I nuovi amici di Israele che accettano di arruolarsi in questa compagine, devono convivere con la propria coscienza e la propria complicità con il silenzio sulle ingiustizie tuttora subite dai palestinesi o espellerle dalla propria visione del mondo…esattamente come hanno fatto e stanno facendo i protagonisti della politica israeliana, anche nel nostro paese.

Nessuna complicità con il silenzio e l'apartheid

In Italia, fortunatamente, non esistono e agiscono solo i chierici e i soldati del silenzio. Esiste ed agisce un tessuto associativo e reti di solidarietà che hanno fatto della battaglia di giustizia e verità sulla questione palestinese un terreno non residuale né minoritario. Sono stati in grado di riempire intere piazze nelle città italiane e non solo esclusive sale convegni; sono attivi nella crescente campagna internazionale di boicottaggio, sanzioni, disinvestimento dell’economia di guerra israeliana; leggono e sanno scegliere autori di libri o produzioni artistiche giudicandone la coerenza morale oltre che le capacità; partecipano alla vita politica e culturale del paese; visitano spesso, documentano e raccontano quello che vedono nei territori palestinesi sottoposti all’occupazione militare e all’apartheid israeliani o nei campi profughi palestinesi; utilizzano efficacemente il mainstream annullando il ferreo controllo sull’informazione ufficiale; si muovono in Europa e nel mondo moltiplicando e amplificando le singole iniziative di protesta; espongono e ostentano la kefijah o la bandiera palestinese perchè sono vissute nella società come una emblemi di giustizia e di libertà e non di oppressione come quella israeliana. La forza dei loro argomenti è immensamente superiore a quella degli "amici di Israele". Costoro se ne facciano una ragione e chi ha un minimo di coscienza scelga di disertare l’esercito del silenzio, dell'occupazione e dell'apartheid.

Il Forum Palestina

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30 giugno 2010

Roma-Milano: una voce da Gaza assediata.

Roma, venerdi 2 luglio
UNA VOCE DA GAZA ASSEDIATA

Un'occasione di informazione e di confronto sulla situazione della Striscia di Gaza assediata, sulle condizioni della popolazione, sullo scenario politico e sociale, sull'attualità e le prospettive del popolo palestinese.

Venerdì 2 luglio, alle 18.00, in Via B. Orero n. 61,
Incontro pubblico con il Dott. Rabah Muhanna, fondatore dell'ospedale Al Awda di Gaza ed esponente della sinistra palestinese.

A seguire, cena sociale

Il Forum Palestina

Milano, sabato 3 luglio
Quali prospettive?

Dopo le elezioni in Palestina, dopo la legittima vittoria di Hamas, la situazione è cambiata: la Cisgiordania di Fayyad, il Muro della Vergogna, l'embargo internazionale, l'operazione Piombo Fuso, il massacro dei pacifisti della Freedom Flotilla, il nuovo muro alla frontiera con l'Egitto... Gaza è stata trasformata in una "prigione a cielo aperto"!

Incontro con Rabah Mohanna
Sabato 3 luglio 2010, ore 16.00
presso il Centro Sociale Vittoria
(via Muratori 43)

Organizzano: l'associazione culturale Wael Zwaiter, la rete milanese di solidarietà con il popolo palestinese e il CSA Vittoria
Introduce: Francesco Giordano del Forum Palestina

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10 febbraio 2010

Non in nostro nome!

La recente visita di tre giorni di Berlusconi in Israele, assolutamente irrilevante sul piano internazionale, verrà senz'altro ricordata per le sbalorditive affermazioni pronunciate dal nostro premier con sconcertante leggerezza.

Ieri centinaia di manifestanti hanno inscenato una protesta davanti all'ambasciata italiana a Teheran, al grido di "a morte l'Italia, a morte Berlusconi". Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ha vivacemente protestato, definendo l'accaduto "inaccettabile".

E' vero, ma è parimenti inaccettabile che un capo di governo paragoni il Presidente di uno Stato sovrano niente meno che ad Adolf Hitler, affermando nel contempo che è un dovere "sostenere ed aiutare l'opposizione" interna iraniana. Ciò rappresenta una chiara interferenza negli affari interni di questo Stato, e infatti l'Iran ha consegnato una nota di protesta ufficiale all'ambasciatore italiano.

Ma, soprattutto, è sbalorditivo e inaccettabile che il nostro premier abbia ritenuto di pronunciare un vero e proprio elogio dei crimini di guerra, definendo "giusta" l'operazione israeliana "Piombo Fuso", il massacro di oltre 1.400 Palestinesi, la devastazione insieme del diritto umanitario e della vita di un milione e mezzo di abitanti di Gaza.

Invito pertanto chi legge a sottoscrivere e diffondere l'appello di indignazione riportato qui sotto, pubblicato sul sito del Forum Palestina.

Non in nostro nome

Il governo italiano, con la recente visita del premier Berlusconi in Israele, ha reso il nostro paese complice dell’oppressione del popolo palestinese e delle possibili escalation di guerra israeliana in Medio Oriente.

L’Italia sta fornendo ufficialmente armamenti, investimenti economici, collaborazioni scientifiche al governo israeliano condannato dalle istituzioni internazionali per la costruzione del Muro di segregazione, per i crimini di guerra a Gaza e l’occupazione coloniale dei Territori Palestinesi.

Noi, in quanto cittadini italiani, non accettiamo di essere considerati complici di questa politica di oppressione e di guerra.

Per questi motivi

Chiediamo la revoca degli accordi militari, commerciali, scientifici, culturali tra le istituzioni italiane e quelle israeliane

Chiediamo la revoca della partecipazione italiana ed europea al vergognoso embargo contro la popolazione palestinese di Gaza ormai da quattro anni sotto assedio

Non c’è pace duratura senza giustizia.

Per le adesioni all’appello “Non in nostro nome” scrivete a: noninostronome@libero.it

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16 gennaio 2010

La Gaza Freedom March: cronaca e bilancio.

Ricevo dalla lista conflitti di Peacelink e pubblico questo bel resoconto degli eventi e delle prospettive legate alla Gaza Freedom March, scritto a cura del Forum Palestina.

Posso solo aggiungere lo sgomento personale per il pressocché totale silenzio dei maggiori media italiani sull'argomento, non solo sulle violenze a danno dei manifestanti ma anche e soprattutto sulla sempre più disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

E l'amarezza e lo sdegno per il comportamento dell'Egitto, sempre più schiavo degli interessi sionisti e dei desiderata del generoso finanziatore Usa. Ci sarebbe da chiedere al fresco premio Nobel Obama come si sentirebbe e cosa farebbe se i suoi figli fossero costretti a vivere nel disumano ghetto di Gaza.

Ma già è più che chiaro il fatto che i comportamenti e le prese di posizione dell'attuale amministrazione targata Obama non si discostano in nulla, per quanto riguarda la questione palestinese, dalla precedente amministrazione Bush.

LA GAZA FREEDOM MARCH: CRONACA E BILANCIO DI UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI LOTTA INTERNAZIONALISTA
A cura del Forum Palestina

“Israele controlla soltanto tre lati della Striscia. I confini settentrionale e orientale sono bloccati dall’esercito israeliano, quello occidentale dalla flotta israeliana. Il quarto, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Perciò l’intero blocco sarebbe inefficace senza la partecipazione dell’Egitto”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti, la Gaza Freedom March avrebbe dovuto essere una manifestazione storica, probabilmente la più grande manifestazione internazionale della storia recente. Promossa dalla rete statunitense Code Pink, la Gaza Freedom March, nel primo anniversario dell’operazione “Piombo Fuso”, avrebbe portato quasi 1.500 attivisti, provenienti da tutto il mondo, a spezzare l’assedio cui è sottoposta da più di tre anni la Striscia di Gaza, dove un milione e mezzo di Palestinesi vivono in poco più di 350 km. quadrati, chiusi ad est dal mare, a nord ed ovest dai carri armati israeliani ed a sud dal confine con l’Egitto. E’ proprio attraverso quest’ultimo confine che gli attivisti internazionali intendevano entrare nella Striscia, avendo concordato con il governo del Cairo l’ingresso per il 28 dicembre e l’uscita per il 2 gennaio, con l’opportunità, per chi lo avesse desiderato, di poter rimanere a Gaza fino al 9 gennaio.

Nei mesi precedenti la fine del 2009, decine di organizzazioni di 42 Paesi si sono dunque attivate per partecipare alla Gaza Freedom March, ed a pochi giorni dalla partenza i numeri parlavano di 350 partecipanti dagli U.S.A., 300 dalla Francia, 150 dall’Italia e molti altri da Belgio, Spagna, Svizzera, Germania, Inghilterra, Scozia, Canada, Sud Africa, India, ecc., cui si aggiungevano delegazioni simboliche da molti Paesi arabi, come la Libia e la Siria.

Improvvisamente, a due giorni dalla partenza per il Cairo delle prime delegazioni, il governo egiziano ha comunicato agli ambasciatori dei 42 Paesi di provenienza degli Internazionali che la Marcia a Gaza non era autorizzata e che ogni manifestazione in territorio egiziano sarebbe stata repressa. In un primo momento, gli organizzatori non si sono lasciati impressionare, anche perché nessuna delle delegazioni che nei mesi precedenti avevano raggiunto Gaza dal confine egiziano (compresa quella del Forum Palestina del marzo scorso) aveva ottenuto l’autorizzazione ad attraversare il confine di Rafah prima di arrivare sul confine stesso; le delegazioni, quindi, hanno raggiunto il Cairo fra il 25 ed il 28 dicembre, data in cui sia noi che la delegazione francese, belga e svizzera avevamo programmato la partenza in pullman per Gaza, notificandola al governo egiziano. Fra l’altro, il divieto egiziano di manifestare a Gaza appariva surreale, perché un governo non può vietare una manifestazione che non si svolge sul suo territorio, ma su quello di un altro Paese, come se l’Italia vietasse una manifestazione prevista a Zurigo.

In realtà, i primi Internazionali giunti al Cairo si sono subito resi conto che l’intenzione del regime di Mubarak era quella di impedire l’accesso alla Striscia, in ossequio agli ordini arrivati da Tel Aviv e da Washington. La mattina del 28 dicembre, infatti, la polizia ed i servizi segreti di Mubarak hanno sequestrato i pullman prenotati per Rafah ed abbiamo avuto la sgradita sorpresa di trovarci bloccati in albergo, fra l’altro a più di venti chilometri dal centro del Cairo. Sentite le altre delegazioni, la decisione è stata quella di raggiungere le rispettive ambasciate, per costringerle a prendere posizione su quello che stava accadendo.

La delegazione del Forum Palestina ha quindi forzato, più o meno pacificamente, il blocco della polizia egiziana, avviandosi, con tutti i bagagli, verso il centro dell’immensa metropoli (che conta più di 20 milioni di abitanti), con i poliziotti che impedivano ai taxi di prenderci a bordo. Quella “passeggiata” è durata quasi due ore, quando gli agenti hanno finalmente smesso di allontanare i taxi ed abbiamo potuto prenderne alcuni e raggiungere l’ambasciata italiana. Naturalmente, abbiamo trovato l’ambasciata massicciamente presidiata dalla polizia egiziana, anche se non con l’atteggiamento minaccioso ostentato alle ambasciate francese, inglese, canadese e, soprattutto, statunitense. Per la verità, va detto che i diplomatici italiani hanno avuto un comportamento molto diverso da quello dei loro colleghi, adoperandosi per trovarci una sistemazione al Cairo, mentre – per esempio – l’ostilità dei rappresentanti francesi induceva la delegazione di Europalestine ad occupare con tende e sacchi a pelo il marciapiede di fronte alla loro ambasciata (ribattezzato la Striscia di Ghiza, dal nome del quartiere dove si trova l’edificio), occupazione che sarebbe durata per tutti i giorni successivi, diventando un importante punto di riferimento per tutti gli Internazionali.

Il giorno successivo, 29 dicembre, gli Internazionali raccolgono l’invito dei sindacati egiziani degli avvocati e dei giornalisti a manifestare davanti alle loro sedi, per protestare sia contro il divieto imposto alla Marcia che contro le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Mubarak. Di queste violazioni nessuno chiede conto, essendo il regime egiziano il più importante alleato di Stati Uniti ed Israele nell’area, il che fa chiudere tutti e due gli occhi a governi e mass media occidentali sulla repressione, sulle torture e sulle uccisioni degli oppositori, per non parlare dei brogli elettorali che da trent’anni garantiscono al “Faraone” Hosni Mubarak ed alla sua corte di corrotti la maggioranza in un Parlamento peraltro privo di ogni potere reale.
La manifestazione viene controllata dai reparti antisommossa egiziani, che mantengono un atteggiamento tranquillo e non aggressivo, anche rispetto a quello adottato il giorno precedente di fronte a quasi tutte le ambasciate ed alla sede dell’ONU, anch’essa obiettivo di una manifestazione della Gaza Freedom March. Verso la fine della manifestazione, intorno alle 17.30, i rappresentati delle delegazioni vengono contattati da esponenti di Code Pink, che gli comunicano una notizia assolutamente imprevista, accompagnata da una sorta di ultimatum: attraverso una trattativa condotta segretamente dalla stessa Code Pink, in virtù del rapporto esistente fra alcune esponenti statunitensi e la moglie del presidente Mubarak, l’Egitto aveva accettato di consentire l’ingresso a Gaza, il giorno successivo, di un centinaio di delegati della Marcia e di tutti gli aiuti umanitari al seguito della delegazione stessa. Le condizioni sono drastiche, perché la risposta di tutte le delegazioni, compreso il nome del rappresentante scelto – solo uno per delegazione – deve pervenire entro le 19.00 ad una mail prestabilita. Le delegazioni possono inviare solo un delegato ciascuna perché la metà del gruppo è stata “occupata” dagli statunitensi.

Naturalmente, la proposta di Code Pink e del governo egiziano apre subito una drammatica discussione nella delegazione italiana, anzi in tutte e due le delegazioni italiane (la nostra e quella di Action for Peace), così come in tutte le altre. I tempi ristrettissimi e l’assenza di ulteriori informazioni credibili – perché alla storiella dell’intercessione della moglie di Mubarak non ci crede nessuno – rendono le discussioni ancora più tese. Esiste la consapevolezza che la proposta egiziana punta a dividere il fronte degli Internazionali, ma si fatica a capire come rispondere ad una mossa senza dubbio abile e cinica: infatti, se solo una parte delle delegazioni accettasse la proposta, l’obiettivo egiziano sarebbe raggiunto, ma il discorso vale anche all’inverso. Ci si misura con il rischio concreto che il giorno successivo possa segnare la fine prematura della Gaza Freedom March, anche perché non si riesce ad avere un’informazione completa e credibile delle caratteristiche dell’accordo raggiunto, oltre al fatto che della trattativa intercorsa la stragrande maggioranza degli Internazionali, compresi gli Statunitensi, erano completamente all’oscuro.

E’ necessario attendere le due del mattino, quando i compagni italiani che hanno partecipato alla riunione di tutte le delegazioni tornano a riferire, e quello che dicono spazza via ogni dubbio: tutte le delegazioni, compresa la maggioranza di quella statunitense, respingono la mossa egiziana e rifiutano di ridurre la Gaza Freedom March ad un’iniziativa meramente umanitaria. Sono risuonate durissime le parole di un compagno sudafricano, rivolte a quegli esponenti di Code Pink che avevano condotto i negoziati “riservati” con il governo egiziano: “Se ci fossimo comportati come voi, nel nostro Paese avremmo ancora l’apartheid”.

La situazione è divenuta talmente chiara che, dopo ore di discussioni e contrapposizioni, si decide in pochi minuti il comunicato stampa italiano e, soprattutto, di andare a contestare la partenza, di lì a quattro ore, dei due pullman che partiranno comunque per Gaza, con a bordo quei delegati che hanno accettato il ruolo impostogli dal governo egiziano e – bisogna dirlo – dalla gestione scellerata di una parte del gruppo dirigente di Code Pink. E’ ormai evidente, infatti, non solo la gravità dell’errore commesso dall’organizzazione che aveva promosso la Gaza Freedom March, ma pure la necessità di imprimere una svolta ad una situazione sull’orlo della disgregazione.

La partenza dei due pullman, prevista per le sette del mattino, si trasforma in una nuova manifestazione contro il regime egiziano, resa ancora più determinata dalla notizia che anche i referenti palestinesi della Marcia hanno respinto con sdegno la manovra egiziana. Centinaia di Internazionali, Statunitensi compresi, lanciano slogan e parlano con quelli che vorrebbero comunque partire, convincendoli a desistere ed a scendere dai pullman. Anche Walden Bello, che dal pullman salutava sorridendo i manifestanti, viene indotto a scendere da un poderoso coro di “Shame!” (Vergogna!) gridato dagli Internazionali. Alla fine, i due pullman partiranno mezzi vuoti, con a bordo soltanto alcuni Palestinesi – che ne approfittano per tornare a casa – e qualche delegato della Corea del Sud. Questa realtà ridicolizza la dichiarazione del Ministro degli Esteri egiziano, che definisce “buoni e onesti” quelli che hanno accettato di partire, e “hooligans” quelli che hanno deciso di rimanere al Cairo e continuare la protesta.

Gli hooligans hanno però il problema di riorganizzarsi, perché il ruolo dirigente di Code Pink si è oggettivamente sgretolato e c’è il rischio concreto di una dispersione delle energie e della disgregazione delle delegazioni, anche perché c’è chi, con una buona dose di immaturità e irresponsabilità, si inventa di ora in ora nuovi coordinamenti, gruppi di affinità e quant’altro. E’ qui che la “Striscia di Ghiza” assume un ruolo decisivo, perché è lì che si forma il coordinamento dei rappresentanti delle diverse delegazioni, costituito dalle compagne e dai compagni che per mesi hanno costruito la Gaza Freedom March nei rispettivi Paesi: Forum Palestina ed Action for Peace per l’Italia, Europalestine per la Francia, quattro diversi rappresentanti per le diverse associazioni U.S.A. non più unificate dall’ombrello di Code Pink e i delegati di Spagna, Germania, Svizzera, Inghilterra, Scozia, Canada, India, Sud Africa e Libia. La prima decisione del nuovo coordinamento è quella di tenere la Marcia nel pieno centro del Cairo la mattina del giorno successivo, ultimo dell’anno 2009.

L’appuntamento è al Museo Egizio, scelto perché è un luogo conosciuto visivamente in tutto il mondo, immediatamente identificabile nelle immagini che, si presume, documenteranno l’evento. La tattica scelta è quella detta “swarm of bees” (sciame di api), cioè la concentrazione improvvisa e il movimento veloce, che si pensa saranno favoriti dal fatto che l’area antistante il museo è sempre affollata di turisti e relativamente libera da poliziotti. In effetti, alle 10.00 in punto, i primi gruppi di manifestanti arrivati alla spicciolata riescono a concentrarsi, ma nel giro di pochissimi minuti affluiscono sul posto centinaia e centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa ed agenti in borghese dei servizi di sicurezza, che iniziano subito a picchiare selvaggiamente i dimostranti. In precedenza, quasi tutta la delegazione nordamericana era stata sequestrata nell’hotel Lotus, da cui era difficilissimo uscire.

Mentre i poliziotti in uniforme – perlopiù giovanissimi contadini analfabeti e privi di addestramento – vengono usati come massa di contenimento, i funzionari in borghese picchiano come fabbri, accanendosi in particolare contro le donne. Dopo una buona mezz’ora di tafferugli e pestaggi, non riuscendo a disperdere la manifestazione, la polizia costringe centinaia di Internazionali in un angolo dell’immensa piazza Tahrir, circondandoli con un triplo cordone di agenti. Da quell’angolo, continuano canti e slogan per la libertà di Gaza e della Palestina, contro il regime corrotto e collaborazionista di Mubarak.

Noi abbiamo due feriti: una compagna di Varese colpita al volto, probabilmente con un tirapugni, che perde molto sangue dal naso, ed un compagno di Roma, che in un primo momento sembra avere una gamba rotta. I medici della delegazione italiana, protetti da un cordone di compagne e compagni, allestiscono fulmineamente un punto di primo soccorso, che si prenderà cura degli Internazionali feriti dagli sgherri di Mubarak. Fra l’altro, le autorità egiziane bloccano le ambulanze, per cui un’altra volontaria italiana, colpita da un collasso, potrà essere portata via soltanto dopo l’intervento dell’ambasciata italiana, che invia una propria auto con i contrassegni diplomatici per prelevarla. Complessivamente, i feriti bisognosi di cure saranno una decina.

Gli Internazionali tengono la piazza per circa sei ore, mentre la notizia degli scontri fa il giro del mondo. Nonostante sia l’ultimo dell’anno, manifestazioni di protesta si materializzano di fronte alle ambasciate egiziane di Roma, Parigi, Londra ed altre capitali. Non siamo riusciti a raggiungere Gaza, ma siamo consapevoli di aver infranto il muro del silenzio sull’assedio e sulla rinnovata complicità del regime egiziano con lo Stato sionista e con i suoi sponsor a Washington ed in Europa, e questo ci ripaga di ogni stanchezza ed ogni tensione. Tuttavia, quando il coordinamento delle delegazioni decide che l’obiettivo della manifestazione è stato raggiunto e che si può abbandonare la piazza, sappiamo anche che non è finita, che abbiamo il dovere di aggiungere un altro elemento di lotta alla nostra forzata permanenza al Cairo. Per i delegati del coordinamento, la festa di Capodanno deve attendere: ci dobbiamo incontrare ancora nella Striscia di Ghiza, al riparo dei 300 irriducibili francesi e delle loro tende sul marciapiede.

L’elemento che ancora manca è la contestazione visibile del rapporto servile che lega il regime egiziano all’entità sionista, rappresentato dall’ambasciata di Tel Aviv, che ha sede in un grattacielo esattamente di fronte l’entrata del grande zoo del Cairo, non lontano dalla Striscia di Ghiza. Intorno al tavolo di un fast food, si mettono a punto i particolari: ricorreremo ancora allo “swarm of bees”, dislocandoci a piccoli gruppi vicino all’ingresso dello zoo per concentrarci all’improvviso davanti l’ambasciata, contando sul fatto che dovremmo essere centinaia, rispetto a non più di un paio di decine di poliziotti egiziani. Condizione fondamentale per la riuscita del blitz è il mantenimento del segreto, piuttosto improbabile, visto che dell’azione devono essere informate centinaia di persone, e che le stesse persone dovranno comunque muoversi da alberghi sottoposti a strettissima sorveglianza, per non parlare dei Francesi, che dovranno percorrere i cinquecento metri che separano la Striscia di Ghiza, presidiata da un numero impressionante di agenti, dalla piazza dello zoo.

Il blitz del primo giorno del nuovo anno funziona alla perfezione. All’orario convenuto, centinaia di api sciamano fino all’ambasciata israeliana, travolgendo pacificamente i pochi agenti egiziani presenti. Dalle auto e dagli autobus, i cittadini del Cairo assistono – stupefatti ed entusiasti – allo spettacolo straordinario delle bandiere palestinesi alzate davanti al simbolo dell’oppressione e del tradimento dei propri governanti, quelli che ricevevano con tutti gli onori il primo ministro israeliano, nelle stesse ore in cui facevano reprimere e picchiare gli amici della Palestina arrivati da ogni parte del mondo.

I reparti antisommossa impiegano almeno venti minuti per raggiungere l’ambasciata e schierarsi intorno agli Internazionali, stavolta senza ricorrere a violenze. Appare evidente che le reazioni nel mondo alle brutalità del giorno precedente pesano sull’immagine dell’Egitto, e poi persino un regime corrotto e screditato come quello di Mubarak avrebbe difficoltà a gestire con la propria opinione pubblica la repressione di una pacifica protesta contro lo Stato di Israele, il cui ambasciatore, infatti, chiede senza successo l’arresto immediato di tutti i manifestanti, mentre le cancellerie occidentali, stavolta, fanno sapere al governo egiziano di non gradire altri interventi repressivi contro i propri cittadini. La manifestazione si scioglie, come previsto, dopo un paio d’ore.

Nella serata, un grande saluto collettivo nella piazza Tahrir segna l’ultimo momento della Gaza Freedom March: un attivista legge la Cairo Declaration, elaborata – non a caso – dai delegati del Sud Africa, dove vengono riaffermati i punti fondamentali della solidarietà con i diritti del popolo palestinese e rilanciata la campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e sanzioni contro l’Apartheid israeliano. La Dichiarazione viene acclamata da tutti gli Internazionali, e si avvia a diventare la piattaforma comune di lotta del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

La Gaza Freedom March conclude così il suo percorso in Egitto. Inizia quello lungo tutte le strade del mondo.

“In quanto israeliano, protesto contro il blocco israeliano. Se fossi egiziano protesterei contro il blocco egiziano. Come cittadino di questo pianeta, protesto contro entrambi”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Il bilancio sul risultato dell’adesione e della partecipazione del Forum Palestina alla Gaza Freedom March è più che positivo per almeno due aspetti: il primo è relativo all’obiettivo politico raggiunto nella settimana di mobilitazioni organizzate al Cairo insieme alle altre delegazioni, il secondo riguarda più direttamente la piattaforma politica e i progetti di lavoro su cui insistere nei prossimi mesi.

Nel primo anniversario del massacro di circa 1.400 palestinesi (con oltre 5.000 feriti) compiuto da Israele con l’operazione militare cosiddetta “Piombo Fuso”, il primo obiettivo della Gaza Freedom March era quello di manifestare insieme ai Palestinesi di Gaza nel corteo che il 31 dicembre dal nord di Gaza City avrebbe raggiunto il valico di Eretz, sostenendo il tal modo la loro resistenza e la loro lotta di liberazione, dopo aver concretamente rotto l’assedio cui è sottoposta la Striscia di Gaza dal giugno del 2007. Le nostre intenzioni hanno dovuto scontrarsi contro il muro che, come quello che materialmente l’Egitto sta costruendo al confine con Gaza, Israele - con la complicità della comunità internazionale - da quasi tre anni ha eretto attorno al milione e mezzo di palestinesi della Striscia.

Ci siamo confrontati direttamente con le politiche del regime di Mubarak, che ha dimostrato, ancora una volta, quanto l’Egitto assecondi il sistema dell’oppressione israeliana della Palestina, tenendo chiuso il valico di Rafah, costruendo un muro di acciaio (finanziato dagli U.S.A.) che scenderà per 18 metri sotto il suolo al confine, ma anche impedendo alle delegazioni internazionali di portare solidarietà all’interno della Striscia di Gaza. La mancata autorizzazione delle autorità egiziane all’ingresso della Gaza Freedom March, annunciata pochi giorni prima che tutte le delegazioni raggiungessero l’Egitto, è stata ribadita nei giorni successivi attraverso il divieto a lasciare il Cairo, il costante controllo cui erano sottoposti i delegati da parte della polizia e della sicurezza egiziane e la violenza con cui la polizia egiziana ha tentato di reprimere la manifestazione del 31 gennaio in piazza Taharir, di fronte al Museo Egizio, provocando diversi feriti tra i manifestanti.

Era ben chiaro che la nostra presenza aveva un fine tutto politico, ed era chiaro a noi che, pur senza entrare a Gaza, avremmo potuto esercitare delle pressioni e raggiungere, come abbiamo fatto, un obiettivo importante: quello di rendere note all’opinione pubblica mondiale, ai media occidentali e arabi, le motivazioni della nostra presenza in Egitto, la nostra condanna dell’infame politica coloniale di occupazione della Palestina, del crudele isolamento della Striscia di Gaza, e del sistema di complicità internazionale che garantisce tutta l’agibilità e l’impunità alle politiche israeliane. La consideriamo come una vittoria all’interno della nostra costante battaglia sull’informazione, che in Italia come in altri Paesi serve quotidianamente la propaganda israeliana attraverso il silenzio o la distorsione della realtà. Questa soddisfazione, naturalmente, non vuole nascondere la nostra amarezza per non aver potuto consegnare gli aiuti raccolti per la popolazione di Gaza, a partire dalla sottoscrizione per l’ospedale Al Awda (che ha superato i 30.000 euro). Ma non ci arrendiamo nemmeno su questo punto: sapremo trovare il modo per portare a termine anche questo compito.
Con un accordo inizialmente siglato tra l’Egitto e gli organizzatori statunitensi, ma poi respinto da tutte le delegazioni, il regime di Mubarak ha evidentemente tentato di depotenziare politicamente la Gaza Freedom March, proponendo l’invio di una delegazione ristretta di cento attivisti delle organizzazioni più «buone e sincere nella loro solidarietà con Gaza come noi [il regime]», come ha detto il Ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit, con il fine di consegnare gli aiuti. Un accordo considerato come una trappola, dopo un lungo e a volte aspro confronto interno e tra le delegazioni. La decisione di rifiutare quell’accordo, condivisa in un secondo tempo anche dalla maggior parte degli statunitensi di Codepink, che l’avevano inizialmente accettato, ha evitato di concedere un’occasione d’oro al regime di Mubarak per “togliersi facilmente dall’imbarazzo”, come hanno scritto da Gaza Haidar Eid e Omar Barghouti, rispetto ad una posizione sempre più fedele agli Stati Uniti e a Israele, e di garante degli attuali equilibri nell’area mediorientale, tesi all’isolamento del’Iran, della Siria e di Hamas, e quindi della Striscia di Gaza. Una politica avallata anche da un’ANP consenziente, come hanno dimostrato le parole di Abu Mazen, che ha rigettato su Hamas la responsabilità dell’assedio cui è sottoposta Gaza e “giustificato” la costruzione del Muro di Ferro al confine con l’Egitto, come peraltro ha fatto anche il Clero Islamico egiziano legato al regime di Mubarak.

A partire dal 27 dicembre, nei giorni in cui Mubarak teneva “colloqui amichevoli” con il primo ministro israeliano Netanyahu e con il presidente del’ANP Abu Mazen, le delegazioni internazionali della Gaza Freedom March hanno, di fatto, “assediato” il Cairo: i delegati del Forum Palestina hanno manifestato insieme ai compagni delle altre delegazioni nelle vie centrali del Cairo, lungo il Nilo, davanti alla sede delle Nazioni Unite, insieme agli egiziani davanti alla sede del Sindacato dei Giornalisti, nella piazza del Museo Egizio dove passano migliaia di turisti, e di fronte alla sede dell’Ambasciata Israeliana. Dopo la spaccatura interna a Code Pink, le delegazioni hanno tenuto sulla gestione delle iniziative, costituendosi in un coordinamento strategicamente omogeneo e propositivo.

Qui veniamo al secondo importante risultato raggiunto nei giorni della Gaza Freedom March: il consolidamento di un grande movimento internazionale di sostegno al popolo palestinese che si è dato un’agenda su cui lavorare e una piattaforma su cui basare l’attività politica internazionale e interna ai diversi paesi di provenienza. Il documento finale (Cairo Declaration), redatto su iniziativa della delegazione sudafricana, in nome della passata esperienza storica vissuta da un Paese per anni sotto il regime dell’apartheid, rilancia la Campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele, sulla base di una piattaforma condivisa da tutti: l’autodeterminazione per il popolo palestinese, la fine dell’occupazione della Palestina, pari diritti per tutti all’interno della Palestina storica, il rispetto del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Tutto questo, senza dimenticare che l’“oppressione della Palestina trova fondamentalmente origine nell'ideologia sionista”, e che Israele rimane il primo responsabile di quanto da più di 60 anni avviene in Palestina.

Gli eventi immediatamente successivi alla partenza dal Cairo delle delegazioni della Gaza Freedom March non hanno fatto che confermare l’analisi sul livello di complicità dell’Egitto con le politiche israeliane: di fronte al violento tentativo di reprimere anche l’iniziativa della Carovana Viva Palestina, riuscita in parte ad entrare a Gaza ma subito dopo espulsa dall’Egitto, di fronte alla dichiarazione del ministro degli esteri Gheit che ha ribadito il divieto a future carovane di entrare attraverso il valico di Rafah, di fronte a un territorio di confine sempre più incandescente, vista la protesta dei cittadini di Gaza contro la costruzione del muro, e alla ripresa di un livello di tensione militare che può esplodere di nuovo, l’Egitto si riconferma come un obiettivo su cui continuare a esercitare la nostra pressione e la nostra mobilitazione.

Siamo tornati in Italia con un enorme carico di lavoro da portare avanti, a livello nazionale e internazionale. La morsa intorno alla Striscia di Gaza si sta chiudendo, la costruzione del Muro d’Acciaio da parte dell’Egitto e il divieto anche per le delegazioni umanitarie dimostrano che Israele – con la complicità dei suoi servi nell'area - punta al collasso dell’anomalia rappresentata dal solo lembo di terra palestinese che sfugge al suo dominio. La mobilitazione contro questo nuovo crimine è il primo impegno di tutti gli amici del popolo palestinese nel mondo. Possiamo dire che la Gaza Freedom March non è finita, ma continuerà il suo percorso. Sembra proprio che si sia messa sulla giusta strada.

Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.

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