11 settembre 2011

Tre morti e oltre mille feriti al Cairo nell'assalto all'ambasciata israeliana.

Ancora gravi disordini in Egitto per le manifestazioni di protesta popolare contro Israele a seguito dell’uccisione di cinque guardie di frontiera egiziane per opera dell’esercito israeliano, proteste che non accennano minimamente a placarsi.

Anche stavolta, come nel caso della crisi diplomatica con la Turchia, tutto nasce dall’eccesso di forza e dalle uccisioni indiscriminate dell’esercito israeliano, le cinque guardie di frontiera egiziane uccise dal fuoco degli elicotteri e delle truppe di Tsahal durante la caccia agli attentatori di Eilat, i nove attivisti turchi trucidati a bordo della Mavi Marmara, nave che faceva parte della Freedom Flotilla.

E nasce, soprattutto, dallo smisurato orgoglio e dal senso di onnipotenza di Israele, che gli impedisce di avanzare quelle scuse formali che avrebbero riportato la calma e impedito il degenerare della situazione.

Ma anche nel caso dell’uccisione dei soldati egiziani, il massimo che ha saputo fare il governo israeliano, per bocca del ministro Barak, è stato esprimere il proprio “rammarico”, come se a causarne la morte fosse stato un accidente naturale o il destino cinico e baro.

E si dimostra ancora, come se ce ne fosse bisogno, che lasciare mano libera a Israele nel suo uso incontrollato della propria potenza bellica, nei suoi raid, nei suoi crimini, non equivale affatto a fargli un favore o a dimostrargli amicizia, bensì, all’opposto, lo condanna all’odio e all’isolamento, e perpetua nella regione un clima di pericolosa tensione.


IL CAIRO - Si aggrava il bilancio delle violenze di ieri notte nei pressi dell'ambasciata di Israele al Cairo. Secondo fonti del ministero della Sanità ci sono tre vittime, mentre i feriti sono saliti a 1.049. E' intanto rientrato in Israele l'ambasciatore israeliano al Cairo insieme al suo staff, evacuati dall'ambasciata in Egitto dopo l'attacco alla sede da parte di manifestanti. Ora sarà il console israeliano, delegato agli Affari di Stato e rimasto al Cairo, a reggere l'ambasciata.


Respinte dimissioni Sharaf. Il premier egiziano Essam Sharaf ha offerto oggi le sue dimissioni, insieme ai ministri del suo gabinetto, per "l'incapacità mostrata ieri sera nel fronteggiare le proteste di piazza". Le dimissioni sono state comunque respinte dal consiglio militare egiziano, che detiene il potere da quando lo scorso febbraio è stato rovesciato il regime dell'ex presidente Hosni Mubarak.


Nella capitale egiziana intanto continuano gli scontri fra manifestanti e polizia nei pressi della sede diplomatica e dell'università, dove questa mattina si è udita una sparatoria con armi automatiche. I disordini erano iniziati ieri, dopo la preghiera del venerdì, quando è esplosa la protesta per l'uccisione da parte degli israeliani di cinque guardie di frontiera egiziane dopo gli attentati di Eilat 1


La rappresentanza diplomatica è stata assaltata da una folla di manifestanti egiziani, che prima hanno demolito il muro di protezione dell'edificio, poi sono entrati, lanciando documenti dalle finestre e costringendo l'ambasciatore a una precipitosa fuga in aeroporto. Il premier Netanyahu ha chiamato Obama per chiedere aiuto, il presidente americano ha invitato l'Egitto a garantire la sicurezza della sede diplomatica. Il ministro dell'Interno egiziano ha dichiarato lo stato di allerta, decine di blindati sono accorsi sul posto e ci sono stati scontri tra forze di sicurezza e manifestanti.


Per Netanyahu si è trattato di un "incidente serio" e una "grave offesa". Si è "evitato un disastro", ha aggiunto, ringraziando Barack Obama per il sostegno. Nei momenti più tesi dell'assalto, sei membri dello staff della rappresentanza diplomatica sono rimasti intrappolati all'interno dell'edificio e sono stati salvati solo grazie all'intervento delle teste di cuoio egiziane. Lo ha riferito alla Bbc un funzionario del governo israeliano.


In Israele è stata attivata un'unità di crisi, presso la sede del ministero degli Esteri a Gerusalemme, dove è giunto anche il ministro, Avigdor Lieberman. Per la leader di Kadima, il partito di opposizione centrista israeliano, ed ex ministro degli Esteri, Tzipi Livni, l'attacco rappresenta "un grave incidente", ma lo storico trattato di pace del 1979 - il primo sottoscritto dallo Stato ebraico con un Paese arabo - "deve essere mantenuto, a dispetto di una folla rabbiosa di strada".


A scatenare le proteste degli egiziani era stata la decisione delle autorità locali di erigere una protezione a difesa della rappresentanza diplomatica israeliana, oggetto di numerose manifestazioni, soprattutto dopo l'uccisione di cinque guardie di frontiera egiziane dopo gli attentati di Eilat. Secondo i manifestanti, l'Egitto dovrebbe seguire l'esempio della Turchia e del suo premier Recep Tayyeb Erdogan, che ha espulso l'ambasciatore israeliano e ha ritirato il suo in Israele in segno di protesta contro le mancate scuse per l'attacco alla flottiglia delle libertà lo scorso anno. Erdogan è atteso al Cairo lunedì, una visita che sta generando grande attesa.


Cdm Egitto: "Protezione ambasciate e misure severe". L'Egitto esprime il suo impegno "a rispettare tutti gli obblighi e accordi internazionali compresi quelli per la protezione di ambasciate e di missioni diplomatiche sul suo territorio". E' quanto emerge dalla riunione straordinaria del Consiglio dei ministri e del Consiglio supremo militare, che ha anche decretato che "Le forze dell'ordine reagiranno agli episodi di vandalismo con misure "ferme e severe" e utilizzeranno "il loro diritto a difendersi ricorrendo a tutte le regole

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2 maggio 2011

Riapre il valico di Rafah, ma non basta

Ogni tanto, anche per i Palestinesi, c’è una buona notizia. Ed è il caso dei preparativi in corso per la definitiva riapertura del valico di Rafah, il valico di frontiera tra l’Egitto e la Striscia di Gaza.

Il 28 aprile scorso, parlando alla tv araba al-Jazeera, il Ministro degli Esteri egiziano Nabil al-Arabi ha infatti dichiarato che l’Egitto nei prossimi sette-dieci giorni farà i passi necessari per alleggerire il blocco di Gaza, e che ciò porrà finalmente termine alle “sofferenze della popolazione palestinese”.

Sin da quando Israele ha chiuso completamente lo spazio aereo, le acque territoriali e tutti i valichi di frontiera ad eccezione di quello di Erez, il valico di Rafah era rimasta l’unica via di uscita verso il resto del mondo per i Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza. Il passaggio attraverso il valico di Erez, situato alla frontiera con Israele, era infatti limitato a “casi umanitari straordinari, specialmente urgenti casi medici”, mentre era vietato ai Palestinesi di recarsi da Gaza in Cisgiordania e viceversa.

Il valico di Rafah, tuttavia, venne chiuso a seguito della cattura di Gilad Shalit nel giugno del 2006, ed è rimasto quasi sempre chiuso fino al giugno 2010, quando l’Egitto ne decise la riapertura parziale in seguito all’incidente della Flotilla e all’assassinio dei nove attivisti imbarcati sulla Mavi Marmara.

Attualmente, il passaggio attraverso il valico di Rafah è limitato ai cittadini stranieri o ai residenti all’estero, ai titolari di visti (inclusi gli studenti a cui viene consentito di seguire corsi di studio all’estero) e ai pazienti che necessitano di cure mediche in Egitto. Il passaggio dei Palestinesi è limitato a quanti sono iscritti nel registro della popolazione controllato da Israele.

A seguito dei recenti avvenimenti in Egitto e al cambio di regime, il numero delle persone a cui è concesso di lasciare Gaza attraverso il valico di Rafah è stato limitato a 300 giornaliere, e il valico è aperto cinque giorni alla settimana. Inoltre, a partire dal “disengagement plan” del 2005, le merci non possono passare per il valico, fatta eccezione per i carichi di assistenza umanitaria che, di tanto in tanto, l’Egitto ha ammesso occasionalmente.

Dunque la notizia della riapertura totale del valico di Rafah non può che essere accolta favorevolmente, dato che, come abbiamo visto, esso rappresenta l’unica porta di accesso al mondo per i Palestinesi di Gaza.

Restano, tuttavia, irrisolti i nodi legati all’illegale controllo dello spazio aereo e delle acque territoriali di Gaza da parte di Israele e, soprattutto, la perdurante necessità di consentire il passaggio di persone e merci dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e viceversa, poiché entrambe sono riconosciute persino da Israele come una singola unità territoriale, la cui integrità è alla base della soluzione cd. a due stati del conflitto israelo-palestinese.

Sin dal giugno del 2007, Israele impedisce ai residenti di Gaza di vendere la propria merce in Israele o in Cisgiordania, nel quadro di una politica che tende a separare la Striscia di Gaza dalla West Bank, e che ha il suo fulcro nella gestione e nel controllo dei registri della popolazione.

E i problemi legati alla “sicurezza” – sempre tirati in ballo da Israele – non servono a spiegare tale divieto, poiché ai residenti di Gaza è consentito di esportare limitati quantitativi di prodotti agricoli verso i Paesi europei, attraverso Israele e i controlli di sicurezza israeliani.

La notizia della riapertura del valico di Rafah è dunque un’ottima notizia, ma permane intatta la necessità di garantire l’unità dell’economia palestinese e, soprattutto, quella di consentire finalmente la possibilità di potersi spostare dalla Striscia di Gaza verso la Cisgiordania e viceversa.

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2 febbraio 2011

Le masse egiziane non saranno alleate di Israele.

Fa una certa impressione vedere la storia che passa davanti ai nostri occhi incollati agli schermi televisivi, le masse oceaniche di Egiziani inquadrati dalle telecamere di al-Jazeera che sfidano il coprifuoco e rischiano la vita per dare la spallata finale al morente regime di Mubarak.

Nessuno credo si sarebbe potuto aspettare un così repentino precipitare degli eventi in Egitto. Non se lo aspettava il nostro ministro degli esteri Frattini – evidentemente occupato da altre faccende – che sulla sua pagina di Facebook, ancora il 26 gennaio, scriveva “Mubarak continui a governare con saggezza”.

Ma non se lo aspettavano nemmeno i pur solitamente bene informati servizi segreti israeliani che, come ci racconta Gideon Levy di Ha’aretz nell’articolo segue (tradotto a cura di Medarabnews), assicuravano con certezza di come Mubarak fosse saldamente al potere ed avesse la situazione sotto controllo.

Da questa premessa, il giornalista israeliano trae lo spunto per una analisi delle conseguenze della fine del regime del rais egiziano riguardanti più da vicino Israele.

La prima, di carattere generale, concerne l’ipocrisia, ma anche l’inutilità, di sostenere regimi dittatoriali e impopolari nella vana speranza che assicurino pace e stabilità e, soprattutto, che facciano da argine al sempre incombente pericolo dell’estremismo islamico.

La seconda, che riguarda più da vicino lo stato israeliano, concerne il fatto che Israele, per essere davvero accettato in medio oriente, non può limitarsi a contare sull’appoggio di qualche ambasciata amica o a dare un frettoloso maquillage alla propria immagine alleviando in misura minima l’assedio di Gaza, ma deve porre termine senza alcun indugio all’occupazione dei territori e all’oppressione del popolo palestinese.

Se davvero l’obiettivo è quello di tagliare le radici che nutrono l’estremismo fanatico di matrice islamista, esso potrà essere perseguito soltanto favorendo in Egitto e nel mondo arabo i processi democratici, la tutela dei diritti civili e politici, lo sviluppo economico.

Gli Usa sembrano aver compreso tutto ciò, laddove si osservi che ieri il presidente Obama ha dichiarato che il processo di transizione che dovrà portare l’Egitto verso la vera democrazia “deve includere un vasto spettro di voci e di partiti dell’opposizione” e “deve portare a elezioni libere e pulite”. Anche se, va detto, anche Hamas nel 2007 aveva vinto elezioni “libere e pulite”, e tutti sanno come poi è andata a finire…

Gli Israeliani, invece, dapprima si sono mostrati scioccati per le prese di posizione di Ue e Usa, che invitavano Mubarak a non reprimere con la forza le manifestazioni popolari, e ora, addirittura, temono che Obama – dopo aver “pugnalato alle spalle” il rais egiziano – possa un giorno abbandonare Israele al suo destino.

Riuscirà questo timore, invero poco fondato, a determinare un significativo cambiamento della politica israeliana, un rinnovato impegno nel processo di pace, l’abbandono dei territori occupati? Ne dubitiamo fortemente.

Finché le masse in Egitto e in tutto il mondo arabo continueranno a vedere le immagini della tirannia e della violenza provenire dai territori occupati, Israele non riuscirà a farsi accettare, anche se viene accettata da un paio di regimi.

di Gideon Levy – 30.1.2011

Tre o quattro giorni fa, l’Egitto era ancora nelle nostre mani. Il nostro esercito di esperti – compreso il nostro massimo esperto di Egitto, Benjamin Ben-Eliezer – aveva detto che “tutto è sotto controllo”, che il Cairo non è Tunisi e che Mubarak è forte. Ben-Eliezer aveva detto di aver parlato al telefono con un alto funzionario egiziano, il quale gli aveva assicurato che non c’è niente di cui preoccuparsi. Potete contare su Hosni, in procinto di diventare l’ex presidente dell’Egitto.

Venerdì notte tutto è cambiato. Si è scoperto che le valutazioni dei servizi segreti israeliani, che erano state recitate fino alla nausea dagli analisti di corte, erano ancora una volta, potremmo dire, non proprio il massimo dell’accuratezza. Il popolo dell’Egitto ha voluto dire la sua, ed ha avuto il coraggio di non mostrarsi in linea con i desideri di Israele. Un attimo prima che il destino di Mubarak sia sancito una volta per tutte, è giunto il momento di trarre le conclusioni israeliane.

Non la piaga delle tenebre in Egitto, ma la luce del Nilo: la fine di un regime sostenuto dalle baionette è una fine annunciata. Esso può andare avanti per anni, e la rovina a volte arriva quando meno la si aspetta, ma alla fine arriva. Non solo Damasco e Amman, Rabat e Tripoli, Teheran e Pyongyang: anche Ramallah e Gaza sono destinate a crollare.

La divisione ipocrita e bigotta, compiuta dagli Stati Uniti e dall’Occidente, tra paesi appartenenti all’ “asse del male” da un lato, e paesi “moderati” dall’altro, è crollata. Se c’è un asse del male, allora comprende tutti i regimi non democratici, compresi i paesi “moderati”, “stabili” e “filo-occidentali”. Oggi l’Egitto, domani la Palestina. Ieri Tunisi, domani Gaza.

Non solo il regime di Fatah a Ramallah e il regime di Hamas a Gaza sono destinati a cadere, ma un giorno forse anche l’occupazione israeliana, che risponde certamente a tutti i criteri della tirannia e di un regime criminale. Essa si basa fin troppo soltanto sulle armi. Anch’essa è odiata da tutte le componenti del popolo dominato, anche se quest’ultimo si trova impotente, non organizzato e non attrezzato, di fronte a un grande esercito. La prima conclusione: meglio porvi fine con buoni modi, con accordi basati sulla giustizia e non sulla potenza, un attimo prima che le masse dicano la loro e riescano a scacciare le tenebre.

Una seconda, non meno importante, conclusione: le alleanze con regimi impopolari possono essere distrutte nel giro di una notte. Finché le masse in Egitto e in tutto il mondo arabo continueranno a vedere le immagini della tirannia e della violenza provenire dai territori occupati, Israele non riuscirà a farsi accettare, anche se viene accettata da un paio di regimi.

Il regime egiziano era divenuto un alleato dell’occupazione israeliana. L’assedio congiunto di Gaza è la prova inconfutabile di ciò. Al popolo egiziano questo non piaceva. Esso non ha mai gradito l’accordo di pace con Israele, nel quale Israele si è impegnata a “rispettare i diritti legittimi del popolo palestinese” senza mai mantenere la parola. Invece, il popolo egiziano ha ricevuto in cambio le immagini dell’operazione Piombo Fuso.

Non è sufficiente avere una manciata di ambasciate al fine di essere accettati nella regione. Devono esserci anche ambasciate di buona volontà, una giusta immagine e uno Stato che non sia uno Stato occupante. Israele deve farsi strada nel cuore dei popoli arabi, i quali non potranno mai accettare la continua repressione dei loro fratelli, anche se i loro capi dell’intelligence continueranno a collaborare con Israele.

Se c’è una cosa condivisa da tutte le fazioni dell’opposizione egiziana, è il loro odio ribollente nei confronti di Israele. Ora i loro rappresentanti saliranno al potere, e Israele si troverà in una situazione difficile. Né rimarrà alcunché del successo virtuale che Netanyahu ha spesso ostentato – l’alleanza con i regimi arabi “moderati” contro l’Iran. Una vera alleanza con l’Egitto e con i paesi suoi fratelli può essere basata solo sulla fine dell’occupazione, così come desidera il popolo egiziano, e non su un nemico comune, come è nell’interesse del suo regime.

Le masse del popolo egiziano – si prega di notare: a tutti i livelli – hanno preso il loro destino nelle loro mani. C’è qualcosa di impressionante e di rasserenante in questo. Nessun potere, nemmeno quello di Mubarak, che a Ben-Eliezer piace tanto, può impedirlo. A Washington la gravità del momento è già stata compresa, e l’amministrazione americana si è affrettata a dissociarsi da Mubarak, cercando di accattivarsi il favore del popolo egiziano. Lo stesso dovrebbe accadere, ad un certo punto, a Gerusalemme.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

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16 dicembre 2010

Il mediatore fasullo.

Il conflitto israelo-palestinese è ancora in cerca di un suo “honest broker” che ne faciliti lo sbocco verso un accordo di pace equo e duraturo.

Non sono da considerarsi un mediatore “onesto” gli Stati Uniti, che ora hanno persino rinunciato a chiedere (rectius, a implorare) uno stop dei lavori di ampliamento delle colonie illegali nella West Bank.

Ma non è nemmeno tale un paese arabo come l’Egitto, più sensibile ai desiderata di Israele e degli Usa piuttosto che ai bisogni e ai diritti del popolo palestinese. Non è un caso che l’Egitto, dopo Israele è ovvio, sia il maggior beneficiario nell’area di trasferimenti monetari da parte degli Stati Uniti.

Tutto questo non è certo una novità, ma le recenti rivelazioni di Wikileaks e i dispacci diplomatici Usa che attestano la cooperazione di intelligence tra l’Egitto e Israele e l’odio di Mubarak verso Hamas appalesano al mondo questa ignobile realtà, e compromettono fortemente quel ruolo di mediatore che l’Egitto cercava di ritagliarsi in Medio Oriente.

Sull’argomento, nella traduzione fornita da Medarabnews, propongo l’articolo scritto da Abigail Hauslohner e apparso il 9 dicembre scorso sul sito web di Time Magazine.

Una parentesi: l’unico stato assolutamente non toccato dalle rivelazioni di Wikileaks è Israele. Ciò ha determinato l’irrefrenabile contentezza di Netanyahu (“se Wikileaks non ci fosse bisognerebbe inventarlo”), ma anche l’insorgere in taluni di dubbi e dietrologie su tale circostanza.

Ma è naturale che i dispacci diplomatici Usa non contengano nulla di negativo su Israele, vista la totale compenetrazione e coincidenza della politica estera israeliana e di quella statunitense nella regione, quali rivelazioni scomode sarebbero dovute scaturire dai dispacci diplomatici americani?

Il diluvio di cablogrammi diplomatici riservati degli Stati Uniti rilasciati a partire da domenica 28 novembre da WikiLeaks rischia di compromettere ulteriormente il già discutibile ruolo dell’Egitto quale mediatore neutrale tra le due fazioni palestinesi, di mettere in imbarazzo gli Stati Uniti con uno dei suoi principali alleati mediorientali, e di esporre l’autocratico regime di Hosni Mubarak ad ulteriori critiche dopo elezioni parlamentari segnate da molteplici denunce di brogli e abusi elettorali.

Per il Cairo, l’interesse del paese rivolto alle elezioni avvenute proprio nel giorno delle prime pubblicazioni di WikiLeaks potrebbe servire a distrarre l’opinione pubblica per il momento. I quotidiani egiziani di lunedì hanno dedicato un po’ di spazio ai cablogrammi, tuttavia si sono concentrati sulle rivelazioni riguardanti i loro vicini ed altri paesi – ma non l’Egitto. Nel frattempo un portavoce del Ministero degli Esteri si è rifiutato di rilasciare commenti riguardo all’impatto dei documenti – sostenendo che non era informato degli eventi e che si trovava in Libia. Ma gli analisti dicono che sia inevitabile che i dettagli sull’intransigenza della posizione egiziana nei confronti di Hamas, e sulla stretta collaborazione del Cairo con Israele, forniscano nuovi argomenti al più grande gruppo di opposizione in Egitto, i Fratelli Musulmani, i quali hanno subito una dura sconfitta nelle elezioni dello scorso fine settimana.

Uno degli argomenti più forti dei Fratelli Musulmani contro l’impopolare regime di Mubarak è la presunta vicinanza di quest’ultimo a Israele – un vicino ancora largamente malvisto dalla maggioranza degli Egiziani. A seguito della rivelazione dei dispacci diplomatici, l’Egitto dovrà ora rendere conto di nuovi dettagli che riguardano la sua cooperazione con lo Stato ebraico e il suo ruolo di mediatore per la pace. “Credo che la cosa più importante sia il nesso che esiste tra questi documenti che spiegano tutto, e l’imbavagliamento della democrazia e dei Fratelli Musulmani”, dice Essam al-Erian, un membro dell’ufficio direttivo della Fratellanza. “Se in Egitto ci fosse una democrazia e i Fratelli Musulmani diventassero più forti, questo minaccerebbe il buon rapporto che c’è tra l’Egitto gli Israeliani”.

La Fratellanza ora ha una miniera di informazioni a cui attingere. Per esempio, una comunicazione del febbraio 2009 a firma di Margaret Scobey, l’ambasciatrice statunitense al Cairo, e diretta al Segretario di Stato Hillary Clinton, descrive una condivisione di informazioni di intelligence fra l’Egitto e Israele che rischia di aggiungere ulteriore credito alle accuse secondo cui la cooperazione fra i due Stati avrebbe portato all’attacco a Gaza avvenuto il mese prima — un’accusa veementemente negata dall’Egitto. Potenzialmente ancora più incriminante è un comunicato dell’ambasciata americana di Tel Aviv risalente al gennaio 2009, che rivela che l’Egitto era stato consultato riguardo agli attacchi aerei e terrestri di Israele a Gaza prima dell’aggressione.

Quello che dovrebbe preoccupare di più il governo egiziano, però, è il colpo subito come mediatore regionale per la pace. Per anni il governo Mubarak si è presentato come l’unico attore diplomatico capace di ricucire la spaccatura del 2007 fra le due fazioni palestinesi Fatah e Hamas, la quale aveva lasciato a Hamas il controllo di Gaza e a Fatah quello della West Bank. I Palestinesi ritengono che la riconciliazione fra le due fazioni sia un requisito necessario per il successo di qualsiasi accordo di pace con Israele, ma molti accusano l’Egitto di essere un mediatore di parte e quindi inadatto al ruolo. I documenti rivelati lasciano ora pochi dubbi sulla posizione egiziana.

“Mubarak odia Hamas e lo considera alla stregua dei Fratelli Musulmani in Egitto, che lui considera come la sua più grande minaccia politica”, scrisse Scobey nel cablogramma del Febbraio 2009. Un altro comunicato che descrive l’incontro fra il capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman e il Generale David Petraeus del CENTCOM statunitense, sempre nel 2009, rivela che Suleiman era pessimista sulle possibilità di raggiungere un accordo. “Mi considero un uomo paziente, ma sto perdendo la pazienza”, disse Suleiman a Petraeus. Lo stesso cablogramma sottolinea anche che l’Egitto era determinato a indebolire Hamas e a rafforzare l’appoggio popolare al Presidente palestinese Mahmoud Abbas in Occidente.

“Hamas userà quel comunicato per lanciare una campagna contro la diplomazia egiziana e accusare l’Egitto di avere un ruolo destabilizzante nel processo di riconciliazione”, prevede Emad Gad, un analista di relazioni internazionali presso l’al-Ahram Center for Political and Strategic Studies al Cairo. “Possono danneggiare il ruolo di mediatore dell’Egitto”.

Allo stesso tempo questa fuga di notizie rivela una relazione a volte alquanto tesa tra gli Stati Uniti e uno dei suoi più fedeli alleati regionali. “Gli Egiziani da tempo sentono che nel migliore dei casi diamo per scontata la loro amicizia, e nel peggiore che ignoriamo deliberatamente i loro consigli mentre cerchiamo di obbligarli ad accettare le nostre posizioni”, Scobey informò la Clinton nel comunicato del Febbraio 2009. L’ambasciatrice descrive il secondo maggiore beneficiario di aiuti militari statunitensi come “un alleato spesso ostinato e recalcitrante. Inoltre, la percezione che l’Egitto ha di sé come dell’ ‘indispensabile Stato Arabo’ è condizionata dalla sua reale efficacia nelle questioni regionali, tra cui il Sudan, il Libano e l’Iraq”. Poi Scobey suggerisce che la Clinton esalti pubblicamente l’importanza dell’Egitto negli affari regionali.

Altri dettagli, come una descrizione negativa del Ministro degli Esteri egiziano, potrebbero solo essere imbarazzanti. Quest’ultimo ha dichiarato lunedì al TIME che stava ancora vagliando i documenti e non era pronto a dare una risposta. Ma in un discorso pronunciato a Washington, la Clinton ha detto che, anche se in alcuni casi i comunicati sono dannosi e mettono a rischio la vita di vari operatori, la politica estera statunitense non è dettata dai cablogrammi e non sarebbe stata seriamente influenzata dalla mega-fuga di notizie. In risposta alla domanda di un giornalista, ha detto: “Sono sicura che il partenariato e le relazioni che abbiamo costruito all’interno di questo governo supereranno questa sfida.”

Abigail Hauslohner è corrispondente dal Cairo per il Time Magazine; ha trascorso lunghi periodi in Medio Oriente a partire dal 2006, seguendo l’Iraq, l’Afghanistan, il Sudan, lo Yemen, Gaza e l’Egitto

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11 ottobre 2010

Aggiornamento sul convoglio VivaPalestina5.

Chi ha avuto l’occasione di visitare la Palestina occupata conosce bene la tecnica dei check-point israeliani, quelli fissi e quelli mobili: una tecnica per controllare, umiliare, infliggere illegali punizioni collettive, fiaccare la resistenza della popolazione civile palestinese. Una tecnica che si è evoluta in forme sempre più sofisticate e disumane. Il check-point di Kalandia tra Gerusalemme e Ramallah, alcuni anni fa manteneva ancora qualche cosa di umano: la possibilità almeno di vedere in faccia l’oppressore; ora è stato aggiornato in un dispositivo tutto automatizzato e completamente anonimo che tratta i palestinesi come fossero dei sub-humans.

Dell’oppressore si possono ascoltare solo gli ordini.

Anche l’Egitto evidentemente si sta esercitando nella tecnica del check-.point con il convoglio VivaPalestina. Se è vero che la trattativa di Damasco si è conclusa con un accordo in cui il prezzo da pagare è stata la rinuncia di Galloway a entrare in Gaza, ora il governo egiziano continua a giocare sui tempi e sui modi dell’ingresso, sperando forse di fiaccare la resistenza dei 380 attivisti accampati nel campo profughi di Lattakya. Miserabili ritorsioni e intimidazioni da parte di un governo e di un potere che è avviato irrimediabilmente verso il tramonto. Ma non per questo si tratta di comportamenti tollerabili. Kevin Ovenden, direttore del convoglio, nella press conference di sabato 9, di fronte ai media mediorientali e internazionali, ha mostrato campioni delle armi di distruzione di massa di cui è dotato il convoglio: carte, penne, album da disegno, zainetti per gli studenti, medicinali, carrozzine per disabili e via enumerando. Evidentemente il governo egiziano non si rende conto del ridicolo di cui si rende responsabile. Ma non per questo tale atteggiamento è tollerabile e da parte del Convoglio parte l’invito di rivolgere proteste e pressioni ai governi, ai ministeri degli esteri e alle ambasciate dei 27 paesi partecipanti, affinché tale comportamento abbia immediatamente fine e il convoglio, fermo e in un certo senso sequestrato nel porto di Lattakya, possa partire per El Arish e da lì, senza ulteriori ostacoli, entrare a Gaza.

Press conferente di domenica 10 ottobre, ore 18: Kevin Ovenden fa il punto della situazione, annuncia che alle 11 di lunedì un gruppo di 30 veicoli algerini si sposterà dal campo profughi direttamente al porto di Lattakya , come forma di protesta e di pressione nei confronti delle autorità egiziane. Il convoglio ha già ottemperato a tutte le condizioni poste dai funzionari egiziani e sono stati forniti tutti i dati richiesti su attivisti, veicoli e aiuti; ma l’atteso via libera alla partenza ancora non arriva. In nessuno dei precedenti convogli le richieste egiziane erano state così assurde e particolareggiate.

Nella serata di domenica 10, tutte le nazioni presenti partecipano a un concerto-happening. Il gruppo italiano propone prima la lettura di un estratto da Stato d’Assedio di Mahmoud Darwish e poi si produce in una applauditissima esecuzione di Bella ciao, un simbolico collegamento fra la resistenza palestinese e la resistenza italiana nella lotta al nazifascismo.

Ism italia
Lunedì 11 ottobre 2010

Palestina News - voce di ISM (International Solidarity Movement) Italia http://www.ism-italia.org

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21 gennaio 2010

Una terra di muri.


Il quadro della situazione israelo-palestinese, in questo inizio del 2010, presenta diverse e sostanziali novità.


La principale consiste nel fatto che la regione sta diventando una vera e propria “terra di muri”, considerato che lo scorso 10 gennaio il primo ministro israeliano ha manifestato la volontà israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto, mentre prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, muro che mira a strangolare ancor più di quanto non sia adesso i Palestinesi della Striscia e la cui costruzione gode del finanziamento e della supervisione tecnica americani.


A ciò, ma non solo, è legato il netto peggioramento dei rapporti esistenti tra Hamas e il governo egiziano, mentre parallelamente un analogo peggioramento segnano le relazioni tra lo stato israeliano e la Turchia.


Nel frattempo in Israele, non contenti dei massacri dell’operazione “Piombo Fuso”, i vertici militari meditano di sferrare nuovi e pesanti attacchi contro la Striscia di Gaza nell’illusione di distruggere definitivamente Hamas. Tutto questo nell’ottimo editoriale della redazione di Medarabnews qui riportato.


Israele-Palestina: una terra di muri … sull’orlo della guerra?


Il nuovo anno non si è aperto con delle buone notizie in Israele e Palestina. Il 10 gennaio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costruzione di una barriera tecnologicamente avanzata per chiudere il confine tra Israele e l’Egitto. Nel frattempo, prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, voluto dalle autorità egiziane per bloccare i tunnel sotterranei che permettono di far giungere nella Striscia beni di prima necessità, materiali da costruzione, ma anche armi. Le manifestazioni di attivisti e organizzazioni umanitarie finalizzate a rompere l’embargo internazionale imposto a Gaza sono state in gran bloccate in Egitto, ma soprattutto sono state coronate da scontri tra sostenitori di Hamas e l’esercito egiziano in prossimità del confine. Nel corso di tali scontri è stato ucciso un soldato egiziano e diversi palestinesi sono rimasti feriti, anche gravemente. La tensione fra Hamas e il Cairo ha raggiunto livelli senza precedenti. Ed infine un nuovo incidente diplomatico tra Israele e la Turchia, a seguito di un incontro fra il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon e l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, ha segnato una nuova crisi nei rapporti fra i due paesi, rendendo ancora più difficile una mediazione della Turchia nel conflitto arabo-israeliano.


La decisione israeliana del 10 gennaio era certamente attesa, e la ragione che l’ha determinata non è in primo luogo la questione palestinese, bensì l’esigenza di bloccare l’immigrazione clandestina ed il contrabbando che provengono dal Sinai, una regione scarsamente popolata sulla quale il Cairo non è in grado di esercitare un pieno controllo. A causa delle misure imposte dagli accordi di Camp David, che siglarono la pace fra Israele e l’Egitto nel 1978, il Sinai deve essere una regione smilitarizzata [1], sottoposta alla supervisione di una forza multinazionale. L’Egitto può mantenere nella regione soltanto una presenza militare e di polizia estremamente ridotta. Nel Sinai vivono inoltre popolazioni nomadi che sono state spesso maltrattate e discriminate dal governo centrale. Queste ad altre ragioni fanno sì che nell’area fioriscano traffici illeciti di vario genere, e che essa sia attraversata dalle rotte dell’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa.


Tuttavia, se è vero che questi problemi esistono, la decisione di costruire un nuovo “muro” nel Vicino Oriente ha destato la preoccupazione di numerosi osservatori. Secondo molti, la soluzione prospettata cura i sintomi, e non le ragioni profonde del problema. Sotto questo profilo, la decisione israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto si pone in linea di continuità con la decisione statunitense di costruire una barriera al confine con il Messico, o anche con le recinzioni che esistono nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla in territorio marocchino. Israele, da questo punto di vista, si allinea a un Occidente “ricco” che si chiude di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo, ritenendo di poter vivere come una “cittadella fortificata” [2] del benessere in mezzo a un oceano di povertà. Alcuni commentatori della stampa araba hanno anche criticato le particolari motivazioni addotte dal primo ministro israeliano Netanyahu, il quale ha dichiarato che questa decisione ha lo scopo di “assicurare il carattere ebraico e democratico di Israele”, aggiungendo che i confini israeliani rimarranno aperti ai richiedenti asilo, ma che non si può permettere a migliaia di lavoratori clandestini di invadere il paese.


Vi è però un altro aspetto, in questa recente decisione del governo di Gerusalemme, che è stato messo in evidenza anche da alcuni commentatori israeliani. La barriera al confine con l’Egitto giunge a coronamento di una serie di altre opere ingegneristiche che hanno completamente recintato ed isolato Israele dalla regione che la circonda. Il muro di separazione, costruito per ampi tratti con lastre di cemento alte fino a 8 metri, separa Israele dalla Cisgiordania. La Striscia di Gaza è completamente isolata da una recinzione che corre lungo tutto il confine con Israele, e da una barriera che la separa dall’Egitto lungo il confine meridionale (a cui bisogna aggiungere il muro d’acciaio sotterraneo attualmente in costruzione per volere del Cairo, che ha scatenato rabbia e indignazione in tutto il mondo arabo). Anche i confini israeliani con la Siria e con il Libano sono percorsi da recinzioni e da sistemi di sorveglianza. Lo stesso vale per il confine fra la Giordania e la Cisgiordania.


Sui giornali israeliani, vi è chi ha osservato che queste barriere che isolano fisicamente Israele dal resto del mondo sono solo il risultato esteriore di un isolamento che è già in atto da tempo a livello psicologico, culturale e politico, e che nasce in gran parte dalla convinzione di vivere in un mondo ostile, di essere circondati, e di non avere alcun altro posto dove andare. Ma questo isolamento, secondo altri, è anche la conseguenza di un malriposto senso di superiorità, e dell’incapacità di pensare alle popolazioni vicine in termini positivi. Il risultato è spaventoso e tragico allo stesso tempo: il primo ghetto ebraico autoimposto [3] della storia.


Però, come abbiamo visto, Israele non è l’unica a costruire muri e barriere nella regione. Il muro d’acciaio che il governo egiziano ha deciso di costruire al confine con Gaza sta suscitando aspre polemiche in Egitto e in tutti i paesi arabi. Temendo di macchiare irreparabilmente la propria immagine nel mondo arabo, le autorità egiziane avevano cercato di tenere nascosti i lavori in prossimità della frontiera, ma inutilmente. I sostenitori di Hamas, e canali satellitari come al-Jazeera, hanno dipinto gli egiziani come pedine di una congiura israelo-americana volta a strangolare la Striscia di Gaza. E in effetti, diverse fonti hanno confermato che i lavori proseguono sotto la supervisione di esperti americani, e con attrezzature tecnologiche fornite da Washington.


Se il muro dovesse essere completato, il rischio concreto è che davvero la popolazione di Gaza rimanga schiacciata sotto il peso di un embargo totale. Se è vero che attraverso i tunnel passano anche le armi, è altrettanto vero che essi permettono l’ingresso a Gaza di medicinali, cibo, ed altri beni di prima necessità, senza i quali la situazione umanitaria della Striscia, già spaventosa in queste condizioni, si tradurrebbe rapidamente in una vera e propria catastrofe. L’embargo israeliano ed internazionale proibisce l’ingresso a Gaza di molti generi alimentari, di tutti i materiali da costruzione (dal cemento al vetro, al legno e all’alluminio), delle forniture scolastiche, come libri e quaderni, del carburante, del materiale sanitario e dei farmaci (ad esclusione dei cosiddetti farmaci essenziali), ecc.. Per poter sopravvivere, i palestinesi di Gaza hanno creato al confine con l’Egitto un vero e proprio mondo sotterraneo [4] fatto di centinaia di tunnel, i quali rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno per gli abitanti della Striscia, tenuto conto che anche le coste sono pattugliate dalle motovedette israeliane, le quali impediscono ai palestinesi perfino di contare sulla tradizionale risorsa della pesca. Però, questa rete di tunnel è anche una rete di morte: a causa delle precarie condizioni lavorative, i tunnel sono soggetti a frequenti crolli. Inoltre l’aviazione militare israeliana li ha più volte bombardati. Ora il muro egiziano potrebbe sottrarre definitivamente a Gaza anche quest’ultima risorsa.


Ma i rapporti fra l’Egitto e Hamas si sono deteriorati non soltanto in conseguenza della costruzione del muro sotterraneo. Il regime egiziano è sempre stato desideroso di riaffermare il proprio ruolo nel mondo arabo, e di risolvere il più rapidamente possibile la questione palestinese al fine di sbarazzarsi di un focolaio di instabilità ai propri confini. A tale scopo, esso ha a lungo cercato di mediare un accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, chiedendo però delle condizioni ritenute inaccettabili da quest’ultimo. Il Cairo ha anche cercato di negoziare la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal giugno del 2006, ma senza successo. Questa mediazione è ora passata in mani tedesche.


Il regime egiziano accusa ora Hamas di rappresentare una minaccia per la propria sicurezza nazionale. Il movimento islamico palestinese è accusato di aver concentrato le proprie proteste sulla chiusura del valico di Rafah, sul confine meridionale di Gaza controllato dall’Egitto, invece che sull’embargo israeliano, compromettendo in questo modo l’immagine dell’Egitto nel mondo arabo. Inoltre, ricevendo finanziamenti da Teheran, Hamas viene tacciato di essere una pedina nelle mani del regime iraniano ostile al fronte dei cosiddetti paesi arabi “moderati”, di cui l’Egitto fa parte. Molti giornalisti vicini al regime egiziano danno grande risalto a questa accusa. Vi è però chi ha ricordato che Hamas fu gettato tra le braccia dell’Iran dagli stessi paesi arabi moderati, i quali all’indomani della vittoria elettorale del movimento islamico palestinese (avvenuta a seguito di consultazioni ritenute ampiamente democratiche), lo hanno boicottato non meno di quanto hanno fatto Israele, l’Europa e gli Stati Uniti.


Secondo alcuni, la retorica anti-iraniana adottata dal Cairo, in relazione alla sua ostilità nei confronti di Hamas, è da un lato indice dell’asprezza della contrapposizione che vede paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania schierati contro l’Iran; ma, dall’altro, è un tentativo del regime egiziano di dissimulare le vere ragioni che lo spingono a considerare Hamas come un nemico. Quest’ultimo è infatti un esponente di quell’Islam politico che ha sempre spaventato i regimi arabi, ed ha uno stretto legame con i Fratelli Musulmani, il principale movimento di opposizione in Egitto, sebbene non riconosciuto a livello ufficiale. Il Cairo teme inoltre – secondo molti analisti, a ragione – che Israele stia cercando di sbarazzarsi delle sue responsabilità di potenza occupante, che la obbligano ad assicurare il benessere della popolazione di Gaza, scaricando il fardello di questa popolazione sulle spalle dell’Egitto.


Il regime egiziano si vede dunque minacciato da questi potenziali pericoli [5], in un momento particolare della sua evoluzione. E’ ormai opinione largamente condivisa che il presidente Hosni Mubarak stia preparando le condizioni per permettere la trasmissione ereditaria del potere al figlio Gamal. Questo delicato passaggio si preannuncia però tutt’altro che scontato, poiché stanno emergendo in Egitto diverse forze che vi si oppongono. In un momento così critico, il regime egiziano vede sminuito il proprio ruolo regionale a causa dell’insuccesso della sua mediazione sul fronte palestinese, e vede gravemente macchiata la sua reputazione agli occhi del proprio popolo, e degli arabi in generale, a causa della costruzione di un muro sotterraneo che ha l’obiettivo di strangolare i fratelli palestinesi di Gaza. D’altra parte, secondo gli oppositori del regime [1], è proprio il carattere non democratico di quest’ultimo, e dunque il fatto che esso non ha una legittimazione popolare, che lo obbliga a sottostare ai diktat di Israele e degli USA per garantirsi dei protettori, anche al prezzo di sacrificare la questione palestinese.


In questo clima così teso, i rapporti tra Hamas ed il Cairo sono ormai ai limiti della rottura definitiva. Ciò lascia ben poche speranze per una futura riconciliazione tra Fatah e Hamas attraverso la mediazione egiziana, ma anche per un ruolo egiziano in grado di favorire la ripresa dei negoziati con Israele. D’altra parte, L’Egitto non è l’unico mediatore che sembra in questo momento uscire dall’orizzonte del negoziato arabo-israeliano. L’amministrazione Obama ha già fallito una volta, non riuscendo ad imporre al governo Netanyahu un congelamento totale degli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, e non sembra in grado, in questo momento, di avviare una nuova offensiva diplomatica sulla base di un approccio rinnovato ed efficace. L’altro mediatore che sembra aver perso il proprio ruolo negoziale è la Turchia, a seguito del raffreddamento dei rapporti fra Ankara e Gerusalemme.


Dopo le ripetute condanne rivolte dal primo ministro turco Erdogan ad Israele per l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi nella guerra di Gaza dello scorso anno, un nuovo episodio negli ultimi giorni ha inferto un altro duro colpo alle relazioni fra i due paesi [6]. Dopo aver ripetutamente protestato per una serie televisiva turca che ritraeva gli agenti segreti israeliani come sadici rapitori di bambini, il viceministro israeliano Danny Ayalon ha convocato l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, facendolo dapprima attendere in maniera umiliante, e poi facendolo sedere su una poltrona più bassa della sua, in una stanza dove c’era solo la bandiera israeliana, e non quella turca, e facendo filmare tutto quanto dalle troupe televisive convocate appositamente per documentare il fatto. La dura reazione di Ankara è stata smorzata solo in parte dalle successive scuse presentate dal governo israeliano.


L’episodio, al di là del suo contenuto spicciolo, è un altro segnale della perdurante incomprensione fra Gerusalemme ed Ankara. Quest’ultima fino a pochi giorni prima della guerra di Gaza aveva mediato colloqui indiretti fra Israele e la Siria. Il raffreddamento dei rapporti turco-israeliani successivo alla guerra di Gaza ha spinto Gerusalemme ad affermare che il governo turco non è più un mediatore credibile nel conflitto arabo-israeliano. Dal canto suo, Ankara ha ripetutamente condannato Israele per il trattamento disumano riservato alla popolazione di Gaza.


Al di là di questo, tuttavia, molti analisti turchi hanno affermato di essere rimasti sorpresi dall’incapacità degli israeliani di comprendere le dinamiche in atto in Turchia e di orientare di conseguenza il loro rapporto con Ankara. Invece di focalizzare le proprie critiche contro il governo, Israele ha replicato duramente contro la nazione turca nel suo complesso, rischiando di alienarsi irreparabilmente le simpatie del popolo turco, al cui interno le tendenze anti-israeliane sono effettivamente in aumento. E’ opinione diffusa, in Turchia, che Gerusalemme continui a rapportarsi con Ankara così come faceva negli anni ’90, quando era sufficiente assicurarsi l’amicizia dell’establishment militare turco per garantirsi un atteggiamento benevolo da parte dello stato turco in generale. Ma in Turchia, a prendere le decisioni è sempre più un governo che è espressione della volontà popolare, in un paese a maggioranza musulmana. Di conseguenza, secondo molti osservatori turchi, Israele deve rivedere il proprio approccio nei confronti di Ankara, se vuole continuare ad avere rapporti amichevoli con la Turchia.


D’altro canto, questa scarsa capacità di interpretazione da parte di Israele sarebbe, secondo altri, proprio il risultato della tendenza israeliana a chiudersi di fronte al mondo esterno, a isolarsi per mezzo di barriere fisiche e psicologiche, le quali a loro volta impediscono agli israeliani di pervenire a una corretta lettura della realtà che li circonda.


Se questa analisi è esatta, costituisce un dato estremamente allarmante per il futuro della regione. Uno stato ricco e militarmente potente, ma isolato dietro muri e barriere, tormentato dall’ossessione di essere accerchiato, di vivere in un ambiente ostile, e sempre più propenso ad adottare soluzioni esclusivamente militari, vive fianco a fianco ad una popolazione di un milione e mezzo di palestinesi assediati in un esile lembo di terra privo di tutto, ed anch’esso segregato dietro recinti e muri, anche sotterranei. Questo lembo di terra è governato da un movimento islamico che rischia ormai di diventare, agli occhi del vicino regime egiziano, uno dei suoi peggiori nemici. Tale regime a sua volta sta attraversando una fase di grave delegittimazione agli occhi delle masse arabe, e sta vivendo una delicata crisi di successione. A ciò si può aggiungere il sempre instabile confine tra Israele e Libano, dove si sta assistendo a una corsa al riarmo che vede contrapposte le forze armate israeliane al movimento sciita libanese Hezbollah, e una Cisgiordania che, sebbene economicamente meno sofferente di Gaza, continua a subire la repressione dell’occupazione militare e ad assistere all’espansione delle colonie israeliane (malgrado il parziale congelamento imposto da Netanyahu). Questo sconfortante panorama si completa con il ridimensionamento del ruolo di mediazione di paesi come gli Stati Uniti, l’Egitto e la Turchia.


Proprio in questi giorni, in Israele si sono rincorse voci secondo le quali i vertici militari del paese riterrebbero inevitabile un secondo (e ancora più letale) round di combattimenti [7]contro Hamas nella Striscia di Gaza. L’area del Vicino Oriente è un vulcano sottoposto a incredibili pressioni e tensioni sotterranee. Se questa pressione non verrà ridotta, ad esempio togliendo l’assedio a Gaza, ed aprendo una nuova fase negoziale in grado di dare delle speranze reali, essa prima o poi esploderà (che questo avvenga fra un mese o fra un anno, non ha molta importanza). Se ciò accadrà, nessuno è in grado di predire quale dei fragili equilibri della regione sarà in grado di resistere all’onda d’urto, e quale invece sarà destinato a soccombere.

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16 gennaio 2010

La Gaza Freedom March: cronaca e bilancio.

Ricevo dalla lista conflitti di Peacelink e pubblico questo bel resoconto degli eventi e delle prospettive legate alla Gaza Freedom March, scritto a cura del Forum Palestina.

Posso solo aggiungere lo sgomento personale per il pressocché totale silenzio dei maggiori media italiani sull'argomento, non solo sulle violenze a danno dei manifestanti ma anche e soprattutto sulla sempre più disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

E l'amarezza e lo sdegno per il comportamento dell'Egitto, sempre più schiavo degli interessi sionisti e dei desiderata del generoso finanziatore Usa. Ci sarebbe da chiedere al fresco premio Nobel Obama come si sentirebbe e cosa farebbe se i suoi figli fossero costretti a vivere nel disumano ghetto di Gaza.

Ma già è più che chiaro il fatto che i comportamenti e le prese di posizione dell'attuale amministrazione targata Obama non si discostano in nulla, per quanto riguarda la questione palestinese, dalla precedente amministrazione Bush.

LA GAZA FREEDOM MARCH: CRONACA E BILANCIO DI UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI LOTTA INTERNAZIONALISTA
A cura del Forum Palestina

“Israele controlla soltanto tre lati della Striscia. I confini settentrionale e orientale sono bloccati dall’esercito israeliano, quello occidentale dalla flotta israeliana. Il quarto, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Perciò l’intero blocco sarebbe inefficace senza la partecipazione dell’Egitto”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti, la Gaza Freedom March avrebbe dovuto essere una manifestazione storica, probabilmente la più grande manifestazione internazionale della storia recente. Promossa dalla rete statunitense Code Pink, la Gaza Freedom March, nel primo anniversario dell’operazione “Piombo Fuso”, avrebbe portato quasi 1.500 attivisti, provenienti da tutto il mondo, a spezzare l’assedio cui è sottoposta da più di tre anni la Striscia di Gaza, dove un milione e mezzo di Palestinesi vivono in poco più di 350 km. quadrati, chiusi ad est dal mare, a nord ed ovest dai carri armati israeliani ed a sud dal confine con l’Egitto. E’ proprio attraverso quest’ultimo confine che gli attivisti internazionali intendevano entrare nella Striscia, avendo concordato con il governo del Cairo l’ingresso per il 28 dicembre e l’uscita per il 2 gennaio, con l’opportunità, per chi lo avesse desiderato, di poter rimanere a Gaza fino al 9 gennaio.

Nei mesi precedenti la fine del 2009, decine di organizzazioni di 42 Paesi si sono dunque attivate per partecipare alla Gaza Freedom March, ed a pochi giorni dalla partenza i numeri parlavano di 350 partecipanti dagli U.S.A., 300 dalla Francia, 150 dall’Italia e molti altri da Belgio, Spagna, Svizzera, Germania, Inghilterra, Scozia, Canada, Sud Africa, India, ecc., cui si aggiungevano delegazioni simboliche da molti Paesi arabi, come la Libia e la Siria.

Improvvisamente, a due giorni dalla partenza per il Cairo delle prime delegazioni, il governo egiziano ha comunicato agli ambasciatori dei 42 Paesi di provenienza degli Internazionali che la Marcia a Gaza non era autorizzata e che ogni manifestazione in territorio egiziano sarebbe stata repressa. In un primo momento, gli organizzatori non si sono lasciati impressionare, anche perché nessuna delle delegazioni che nei mesi precedenti avevano raggiunto Gaza dal confine egiziano (compresa quella del Forum Palestina del marzo scorso) aveva ottenuto l’autorizzazione ad attraversare il confine di Rafah prima di arrivare sul confine stesso; le delegazioni, quindi, hanno raggiunto il Cairo fra il 25 ed il 28 dicembre, data in cui sia noi che la delegazione francese, belga e svizzera avevamo programmato la partenza in pullman per Gaza, notificandola al governo egiziano. Fra l’altro, il divieto egiziano di manifestare a Gaza appariva surreale, perché un governo non può vietare una manifestazione che non si svolge sul suo territorio, ma su quello di un altro Paese, come se l’Italia vietasse una manifestazione prevista a Zurigo.

In realtà, i primi Internazionali giunti al Cairo si sono subito resi conto che l’intenzione del regime di Mubarak era quella di impedire l’accesso alla Striscia, in ossequio agli ordini arrivati da Tel Aviv e da Washington. La mattina del 28 dicembre, infatti, la polizia ed i servizi segreti di Mubarak hanno sequestrato i pullman prenotati per Rafah ed abbiamo avuto la sgradita sorpresa di trovarci bloccati in albergo, fra l’altro a più di venti chilometri dal centro del Cairo. Sentite le altre delegazioni, la decisione è stata quella di raggiungere le rispettive ambasciate, per costringerle a prendere posizione su quello che stava accadendo.

La delegazione del Forum Palestina ha quindi forzato, più o meno pacificamente, il blocco della polizia egiziana, avviandosi, con tutti i bagagli, verso il centro dell’immensa metropoli (che conta più di 20 milioni di abitanti), con i poliziotti che impedivano ai taxi di prenderci a bordo. Quella “passeggiata” è durata quasi due ore, quando gli agenti hanno finalmente smesso di allontanare i taxi ed abbiamo potuto prenderne alcuni e raggiungere l’ambasciata italiana. Naturalmente, abbiamo trovato l’ambasciata massicciamente presidiata dalla polizia egiziana, anche se non con l’atteggiamento minaccioso ostentato alle ambasciate francese, inglese, canadese e, soprattutto, statunitense. Per la verità, va detto che i diplomatici italiani hanno avuto un comportamento molto diverso da quello dei loro colleghi, adoperandosi per trovarci una sistemazione al Cairo, mentre – per esempio – l’ostilità dei rappresentanti francesi induceva la delegazione di Europalestine ad occupare con tende e sacchi a pelo il marciapiede di fronte alla loro ambasciata (ribattezzato la Striscia di Ghiza, dal nome del quartiere dove si trova l’edificio), occupazione che sarebbe durata per tutti i giorni successivi, diventando un importante punto di riferimento per tutti gli Internazionali.

Il giorno successivo, 29 dicembre, gli Internazionali raccolgono l’invito dei sindacati egiziani degli avvocati e dei giornalisti a manifestare davanti alle loro sedi, per protestare sia contro il divieto imposto alla Marcia che contro le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Mubarak. Di queste violazioni nessuno chiede conto, essendo il regime egiziano il più importante alleato di Stati Uniti ed Israele nell’area, il che fa chiudere tutti e due gli occhi a governi e mass media occidentali sulla repressione, sulle torture e sulle uccisioni degli oppositori, per non parlare dei brogli elettorali che da trent’anni garantiscono al “Faraone” Hosni Mubarak ed alla sua corte di corrotti la maggioranza in un Parlamento peraltro privo di ogni potere reale.
La manifestazione viene controllata dai reparti antisommossa egiziani, che mantengono un atteggiamento tranquillo e non aggressivo, anche rispetto a quello adottato il giorno precedente di fronte a quasi tutte le ambasciate ed alla sede dell’ONU, anch’essa obiettivo di una manifestazione della Gaza Freedom March. Verso la fine della manifestazione, intorno alle 17.30, i rappresentati delle delegazioni vengono contattati da esponenti di Code Pink, che gli comunicano una notizia assolutamente imprevista, accompagnata da una sorta di ultimatum: attraverso una trattativa condotta segretamente dalla stessa Code Pink, in virtù del rapporto esistente fra alcune esponenti statunitensi e la moglie del presidente Mubarak, l’Egitto aveva accettato di consentire l’ingresso a Gaza, il giorno successivo, di un centinaio di delegati della Marcia e di tutti gli aiuti umanitari al seguito della delegazione stessa. Le condizioni sono drastiche, perché la risposta di tutte le delegazioni, compreso il nome del rappresentante scelto – solo uno per delegazione – deve pervenire entro le 19.00 ad una mail prestabilita. Le delegazioni possono inviare solo un delegato ciascuna perché la metà del gruppo è stata “occupata” dagli statunitensi.

Naturalmente, la proposta di Code Pink e del governo egiziano apre subito una drammatica discussione nella delegazione italiana, anzi in tutte e due le delegazioni italiane (la nostra e quella di Action for Peace), così come in tutte le altre. I tempi ristrettissimi e l’assenza di ulteriori informazioni credibili – perché alla storiella dell’intercessione della moglie di Mubarak non ci crede nessuno – rendono le discussioni ancora più tese. Esiste la consapevolezza che la proposta egiziana punta a dividere il fronte degli Internazionali, ma si fatica a capire come rispondere ad una mossa senza dubbio abile e cinica: infatti, se solo una parte delle delegazioni accettasse la proposta, l’obiettivo egiziano sarebbe raggiunto, ma il discorso vale anche all’inverso. Ci si misura con il rischio concreto che il giorno successivo possa segnare la fine prematura della Gaza Freedom March, anche perché non si riesce ad avere un’informazione completa e credibile delle caratteristiche dell’accordo raggiunto, oltre al fatto che della trattativa intercorsa la stragrande maggioranza degli Internazionali, compresi gli Statunitensi, erano completamente all’oscuro.

E’ necessario attendere le due del mattino, quando i compagni italiani che hanno partecipato alla riunione di tutte le delegazioni tornano a riferire, e quello che dicono spazza via ogni dubbio: tutte le delegazioni, compresa la maggioranza di quella statunitense, respingono la mossa egiziana e rifiutano di ridurre la Gaza Freedom March ad un’iniziativa meramente umanitaria. Sono risuonate durissime le parole di un compagno sudafricano, rivolte a quegli esponenti di Code Pink che avevano condotto i negoziati “riservati” con il governo egiziano: “Se ci fossimo comportati come voi, nel nostro Paese avremmo ancora l’apartheid”.

La situazione è divenuta talmente chiara che, dopo ore di discussioni e contrapposizioni, si decide in pochi minuti il comunicato stampa italiano e, soprattutto, di andare a contestare la partenza, di lì a quattro ore, dei due pullman che partiranno comunque per Gaza, con a bordo quei delegati che hanno accettato il ruolo impostogli dal governo egiziano e – bisogna dirlo – dalla gestione scellerata di una parte del gruppo dirigente di Code Pink. E’ ormai evidente, infatti, non solo la gravità dell’errore commesso dall’organizzazione che aveva promosso la Gaza Freedom March, ma pure la necessità di imprimere una svolta ad una situazione sull’orlo della disgregazione.

La partenza dei due pullman, prevista per le sette del mattino, si trasforma in una nuova manifestazione contro il regime egiziano, resa ancora più determinata dalla notizia che anche i referenti palestinesi della Marcia hanno respinto con sdegno la manovra egiziana. Centinaia di Internazionali, Statunitensi compresi, lanciano slogan e parlano con quelli che vorrebbero comunque partire, convincendoli a desistere ed a scendere dai pullman. Anche Walden Bello, che dal pullman salutava sorridendo i manifestanti, viene indotto a scendere da un poderoso coro di “Shame!” (Vergogna!) gridato dagli Internazionali. Alla fine, i due pullman partiranno mezzi vuoti, con a bordo soltanto alcuni Palestinesi – che ne approfittano per tornare a casa – e qualche delegato della Corea del Sud. Questa realtà ridicolizza la dichiarazione del Ministro degli Esteri egiziano, che definisce “buoni e onesti” quelli che hanno accettato di partire, e “hooligans” quelli che hanno deciso di rimanere al Cairo e continuare la protesta.

Gli hooligans hanno però il problema di riorganizzarsi, perché il ruolo dirigente di Code Pink si è oggettivamente sgretolato e c’è il rischio concreto di una dispersione delle energie e della disgregazione delle delegazioni, anche perché c’è chi, con una buona dose di immaturità e irresponsabilità, si inventa di ora in ora nuovi coordinamenti, gruppi di affinità e quant’altro. E’ qui che la “Striscia di Ghiza” assume un ruolo decisivo, perché è lì che si forma il coordinamento dei rappresentanti delle diverse delegazioni, costituito dalle compagne e dai compagni che per mesi hanno costruito la Gaza Freedom March nei rispettivi Paesi: Forum Palestina ed Action for Peace per l’Italia, Europalestine per la Francia, quattro diversi rappresentanti per le diverse associazioni U.S.A. non più unificate dall’ombrello di Code Pink e i delegati di Spagna, Germania, Svizzera, Inghilterra, Scozia, Canada, India, Sud Africa e Libia. La prima decisione del nuovo coordinamento è quella di tenere la Marcia nel pieno centro del Cairo la mattina del giorno successivo, ultimo dell’anno 2009.

L’appuntamento è al Museo Egizio, scelto perché è un luogo conosciuto visivamente in tutto il mondo, immediatamente identificabile nelle immagini che, si presume, documenteranno l’evento. La tattica scelta è quella detta “swarm of bees” (sciame di api), cioè la concentrazione improvvisa e il movimento veloce, che si pensa saranno favoriti dal fatto che l’area antistante il museo è sempre affollata di turisti e relativamente libera da poliziotti. In effetti, alle 10.00 in punto, i primi gruppi di manifestanti arrivati alla spicciolata riescono a concentrarsi, ma nel giro di pochissimi minuti affluiscono sul posto centinaia e centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa ed agenti in borghese dei servizi di sicurezza, che iniziano subito a picchiare selvaggiamente i dimostranti. In precedenza, quasi tutta la delegazione nordamericana era stata sequestrata nell’hotel Lotus, da cui era difficilissimo uscire.

Mentre i poliziotti in uniforme – perlopiù giovanissimi contadini analfabeti e privi di addestramento – vengono usati come massa di contenimento, i funzionari in borghese picchiano come fabbri, accanendosi in particolare contro le donne. Dopo una buona mezz’ora di tafferugli e pestaggi, non riuscendo a disperdere la manifestazione, la polizia costringe centinaia di Internazionali in un angolo dell’immensa piazza Tahrir, circondandoli con un triplo cordone di agenti. Da quell’angolo, continuano canti e slogan per la libertà di Gaza e della Palestina, contro il regime corrotto e collaborazionista di Mubarak.

Noi abbiamo due feriti: una compagna di Varese colpita al volto, probabilmente con un tirapugni, che perde molto sangue dal naso, ed un compagno di Roma, che in un primo momento sembra avere una gamba rotta. I medici della delegazione italiana, protetti da un cordone di compagne e compagni, allestiscono fulmineamente un punto di primo soccorso, che si prenderà cura degli Internazionali feriti dagli sgherri di Mubarak. Fra l’altro, le autorità egiziane bloccano le ambulanze, per cui un’altra volontaria italiana, colpita da un collasso, potrà essere portata via soltanto dopo l’intervento dell’ambasciata italiana, che invia una propria auto con i contrassegni diplomatici per prelevarla. Complessivamente, i feriti bisognosi di cure saranno una decina.

Gli Internazionali tengono la piazza per circa sei ore, mentre la notizia degli scontri fa il giro del mondo. Nonostante sia l’ultimo dell’anno, manifestazioni di protesta si materializzano di fronte alle ambasciate egiziane di Roma, Parigi, Londra ed altre capitali. Non siamo riusciti a raggiungere Gaza, ma siamo consapevoli di aver infranto il muro del silenzio sull’assedio e sulla rinnovata complicità del regime egiziano con lo Stato sionista e con i suoi sponsor a Washington ed in Europa, e questo ci ripaga di ogni stanchezza ed ogni tensione. Tuttavia, quando il coordinamento delle delegazioni decide che l’obiettivo della manifestazione è stato raggiunto e che si può abbandonare la piazza, sappiamo anche che non è finita, che abbiamo il dovere di aggiungere un altro elemento di lotta alla nostra forzata permanenza al Cairo. Per i delegati del coordinamento, la festa di Capodanno deve attendere: ci dobbiamo incontrare ancora nella Striscia di Ghiza, al riparo dei 300 irriducibili francesi e delle loro tende sul marciapiede.

L’elemento che ancora manca è la contestazione visibile del rapporto servile che lega il regime egiziano all’entità sionista, rappresentato dall’ambasciata di Tel Aviv, che ha sede in un grattacielo esattamente di fronte l’entrata del grande zoo del Cairo, non lontano dalla Striscia di Ghiza. Intorno al tavolo di un fast food, si mettono a punto i particolari: ricorreremo ancora allo “swarm of bees”, dislocandoci a piccoli gruppi vicino all’ingresso dello zoo per concentrarci all’improvviso davanti l’ambasciata, contando sul fatto che dovremmo essere centinaia, rispetto a non più di un paio di decine di poliziotti egiziani. Condizione fondamentale per la riuscita del blitz è il mantenimento del segreto, piuttosto improbabile, visto che dell’azione devono essere informate centinaia di persone, e che le stesse persone dovranno comunque muoversi da alberghi sottoposti a strettissima sorveglianza, per non parlare dei Francesi, che dovranno percorrere i cinquecento metri che separano la Striscia di Ghiza, presidiata da un numero impressionante di agenti, dalla piazza dello zoo.

Il blitz del primo giorno del nuovo anno funziona alla perfezione. All’orario convenuto, centinaia di api sciamano fino all’ambasciata israeliana, travolgendo pacificamente i pochi agenti egiziani presenti. Dalle auto e dagli autobus, i cittadini del Cairo assistono – stupefatti ed entusiasti – allo spettacolo straordinario delle bandiere palestinesi alzate davanti al simbolo dell’oppressione e del tradimento dei propri governanti, quelli che ricevevano con tutti gli onori il primo ministro israeliano, nelle stesse ore in cui facevano reprimere e picchiare gli amici della Palestina arrivati da ogni parte del mondo.

I reparti antisommossa impiegano almeno venti minuti per raggiungere l’ambasciata e schierarsi intorno agli Internazionali, stavolta senza ricorrere a violenze. Appare evidente che le reazioni nel mondo alle brutalità del giorno precedente pesano sull’immagine dell’Egitto, e poi persino un regime corrotto e screditato come quello di Mubarak avrebbe difficoltà a gestire con la propria opinione pubblica la repressione di una pacifica protesta contro lo Stato di Israele, il cui ambasciatore, infatti, chiede senza successo l’arresto immediato di tutti i manifestanti, mentre le cancellerie occidentali, stavolta, fanno sapere al governo egiziano di non gradire altri interventi repressivi contro i propri cittadini. La manifestazione si scioglie, come previsto, dopo un paio d’ore.

Nella serata, un grande saluto collettivo nella piazza Tahrir segna l’ultimo momento della Gaza Freedom March: un attivista legge la Cairo Declaration, elaborata – non a caso – dai delegati del Sud Africa, dove vengono riaffermati i punti fondamentali della solidarietà con i diritti del popolo palestinese e rilanciata la campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e sanzioni contro l’Apartheid israeliano. La Dichiarazione viene acclamata da tutti gli Internazionali, e si avvia a diventare la piattaforma comune di lotta del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

La Gaza Freedom March conclude così il suo percorso in Egitto. Inizia quello lungo tutte le strade del mondo.

“In quanto israeliano, protesto contro il blocco israeliano. Se fossi egiziano protesterei contro il blocco egiziano. Come cittadino di questo pianeta, protesto contro entrambi”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Il bilancio sul risultato dell’adesione e della partecipazione del Forum Palestina alla Gaza Freedom March è più che positivo per almeno due aspetti: il primo è relativo all’obiettivo politico raggiunto nella settimana di mobilitazioni organizzate al Cairo insieme alle altre delegazioni, il secondo riguarda più direttamente la piattaforma politica e i progetti di lavoro su cui insistere nei prossimi mesi.

Nel primo anniversario del massacro di circa 1.400 palestinesi (con oltre 5.000 feriti) compiuto da Israele con l’operazione militare cosiddetta “Piombo Fuso”, il primo obiettivo della Gaza Freedom March era quello di manifestare insieme ai Palestinesi di Gaza nel corteo che il 31 dicembre dal nord di Gaza City avrebbe raggiunto il valico di Eretz, sostenendo il tal modo la loro resistenza e la loro lotta di liberazione, dopo aver concretamente rotto l’assedio cui è sottoposta la Striscia di Gaza dal giugno del 2007. Le nostre intenzioni hanno dovuto scontrarsi contro il muro che, come quello che materialmente l’Egitto sta costruendo al confine con Gaza, Israele - con la complicità della comunità internazionale - da quasi tre anni ha eretto attorno al milione e mezzo di palestinesi della Striscia.

Ci siamo confrontati direttamente con le politiche del regime di Mubarak, che ha dimostrato, ancora una volta, quanto l’Egitto assecondi il sistema dell’oppressione israeliana della Palestina, tenendo chiuso il valico di Rafah, costruendo un muro di acciaio (finanziato dagli U.S.A.) che scenderà per 18 metri sotto il suolo al confine, ma anche impedendo alle delegazioni internazionali di portare solidarietà all’interno della Striscia di Gaza. La mancata autorizzazione delle autorità egiziane all’ingresso della Gaza Freedom March, annunciata pochi giorni prima che tutte le delegazioni raggiungessero l’Egitto, è stata ribadita nei giorni successivi attraverso il divieto a lasciare il Cairo, il costante controllo cui erano sottoposti i delegati da parte della polizia e della sicurezza egiziane e la violenza con cui la polizia egiziana ha tentato di reprimere la manifestazione del 31 gennaio in piazza Taharir, di fronte al Museo Egizio, provocando diversi feriti tra i manifestanti.

Era ben chiaro che la nostra presenza aveva un fine tutto politico, ed era chiaro a noi che, pur senza entrare a Gaza, avremmo potuto esercitare delle pressioni e raggiungere, come abbiamo fatto, un obiettivo importante: quello di rendere note all’opinione pubblica mondiale, ai media occidentali e arabi, le motivazioni della nostra presenza in Egitto, la nostra condanna dell’infame politica coloniale di occupazione della Palestina, del crudele isolamento della Striscia di Gaza, e del sistema di complicità internazionale che garantisce tutta l’agibilità e l’impunità alle politiche israeliane. La consideriamo come una vittoria all’interno della nostra costante battaglia sull’informazione, che in Italia come in altri Paesi serve quotidianamente la propaganda israeliana attraverso il silenzio o la distorsione della realtà. Questa soddisfazione, naturalmente, non vuole nascondere la nostra amarezza per non aver potuto consegnare gli aiuti raccolti per la popolazione di Gaza, a partire dalla sottoscrizione per l’ospedale Al Awda (che ha superato i 30.000 euro). Ma non ci arrendiamo nemmeno su questo punto: sapremo trovare il modo per portare a termine anche questo compito.
Con un accordo inizialmente siglato tra l’Egitto e gli organizzatori statunitensi, ma poi respinto da tutte le delegazioni, il regime di Mubarak ha evidentemente tentato di depotenziare politicamente la Gaza Freedom March, proponendo l’invio di una delegazione ristretta di cento attivisti delle organizzazioni più «buone e sincere nella loro solidarietà con Gaza come noi [il regime]», come ha detto il Ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit, con il fine di consegnare gli aiuti. Un accordo considerato come una trappola, dopo un lungo e a volte aspro confronto interno e tra le delegazioni. La decisione di rifiutare quell’accordo, condivisa in un secondo tempo anche dalla maggior parte degli statunitensi di Codepink, che l’avevano inizialmente accettato, ha evitato di concedere un’occasione d’oro al regime di Mubarak per “togliersi facilmente dall’imbarazzo”, come hanno scritto da Gaza Haidar Eid e Omar Barghouti, rispetto ad una posizione sempre più fedele agli Stati Uniti e a Israele, e di garante degli attuali equilibri nell’area mediorientale, tesi all’isolamento del’Iran, della Siria e di Hamas, e quindi della Striscia di Gaza. Una politica avallata anche da un’ANP consenziente, come hanno dimostrato le parole di Abu Mazen, che ha rigettato su Hamas la responsabilità dell’assedio cui è sottoposta Gaza e “giustificato” la costruzione del Muro di Ferro al confine con l’Egitto, come peraltro ha fatto anche il Clero Islamico egiziano legato al regime di Mubarak.

A partire dal 27 dicembre, nei giorni in cui Mubarak teneva “colloqui amichevoli” con il primo ministro israeliano Netanyahu e con il presidente del’ANP Abu Mazen, le delegazioni internazionali della Gaza Freedom March hanno, di fatto, “assediato” il Cairo: i delegati del Forum Palestina hanno manifestato insieme ai compagni delle altre delegazioni nelle vie centrali del Cairo, lungo il Nilo, davanti alla sede delle Nazioni Unite, insieme agli egiziani davanti alla sede del Sindacato dei Giornalisti, nella piazza del Museo Egizio dove passano migliaia di turisti, e di fronte alla sede dell’Ambasciata Israeliana. Dopo la spaccatura interna a Code Pink, le delegazioni hanno tenuto sulla gestione delle iniziative, costituendosi in un coordinamento strategicamente omogeneo e propositivo.

Qui veniamo al secondo importante risultato raggiunto nei giorni della Gaza Freedom March: il consolidamento di un grande movimento internazionale di sostegno al popolo palestinese che si è dato un’agenda su cui lavorare e una piattaforma su cui basare l’attività politica internazionale e interna ai diversi paesi di provenienza. Il documento finale (Cairo Declaration), redatto su iniziativa della delegazione sudafricana, in nome della passata esperienza storica vissuta da un Paese per anni sotto il regime dell’apartheid, rilancia la Campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele, sulla base di una piattaforma condivisa da tutti: l’autodeterminazione per il popolo palestinese, la fine dell’occupazione della Palestina, pari diritti per tutti all’interno della Palestina storica, il rispetto del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Tutto questo, senza dimenticare che l’“oppressione della Palestina trova fondamentalmente origine nell'ideologia sionista”, e che Israele rimane il primo responsabile di quanto da più di 60 anni avviene in Palestina.

Gli eventi immediatamente successivi alla partenza dal Cairo delle delegazioni della Gaza Freedom March non hanno fatto che confermare l’analisi sul livello di complicità dell’Egitto con le politiche israeliane: di fronte al violento tentativo di reprimere anche l’iniziativa della Carovana Viva Palestina, riuscita in parte ad entrare a Gaza ma subito dopo espulsa dall’Egitto, di fronte alla dichiarazione del ministro degli esteri Gheit che ha ribadito il divieto a future carovane di entrare attraverso il valico di Rafah, di fronte a un territorio di confine sempre più incandescente, vista la protesta dei cittadini di Gaza contro la costruzione del muro, e alla ripresa di un livello di tensione militare che può esplodere di nuovo, l’Egitto si riconferma come un obiettivo su cui continuare a esercitare la nostra pressione e la nostra mobilitazione.

Siamo tornati in Italia con un enorme carico di lavoro da portare avanti, a livello nazionale e internazionale. La morsa intorno alla Striscia di Gaza si sta chiudendo, la costruzione del Muro d’Acciaio da parte dell’Egitto e il divieto anche per le delegazioni umanitarie dimostrano che Israele – con la complicità dei suoi servi nell'area - punta al collasso dell’anomalia rappresentata dal solo lembo di terra palestinese che sfugge al suo dominio. La mobilitazione contro questo nuovo crimine è il primo impegno di tutti gli amici del popolo palestinese nel mondo. Possiamo dire che la Gaza Freedom March non è finita, ma continuerà il suo percorso. Sembra proprio che si sia messa sulla giusta strada.

Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.

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25 febbraio 2009

La guerra di Gaza non è finita.

Ad oggi non è ancora chiara la responsabilità dell’attentato avvenuto domenica sera nel suk di Khan el-Khalili in Egitto, che la provocato la morte di una studentessa francese di 17 anni e il ferimento di altre 25 persone.

I tre arrestati delle prime ore – un uomo e due donne – sono già stati rilasciati, mentre rimangono in stato di fermo altre 14 persone, tra le quali la tv araba “al-Arabiya” afferma esservi anche tre uomini di origine pachistana.

Con tutte le cautele del caso, il giornalista Guido Rampoldi, nell’articolo che segue, ritiene che l’attentato sia in qualche modo legato ai recenti accadimenti nella Striscia di Gaza e, in particolare, al difficile ruolo di mediazione di cui si è fatto carico l’Egitto. Rampoldi, con una chiara esposizione, mette in luce la reale posta in gioco tra Israele e il Cairo riguardo a Gaza, e mostra come il ruolo di mediatore, per forza di cose neutrale, abbia attirato su Mubarak le ire del mondo islamico.

Qui voglio solo aggiungere che tutte le risoluzioni e i documenti ufficiali che riguardano la questione palestinese hanno sempre perfettamente chiarito che la Striscia di Gaza rappresenta un tutt’uno con la Cisgiordania, e che il futuro stato palestinese dovrà ricomprendere entrambe le aree. L’ opzione “egiziana” per Gaza, dunque, al pari dell’opzione “giordana” per la West Bank, non ha nessun aggancio di legittimità che ne supporti l’implementazione e, del resto, entrambe sono fieramente avversate dagli stati interessati.

Sembra un secolo fa, ma il 15 novembre del 2005 Israeliani e Palestinesi firmavano un accordo che regolava l’accesso e il movimento da e per la Striscia di Gaza delle persone e delle merci (Agreement on Movement and Access), un accordo fortemente voluto e sponsorizzato da Condoleezza Rice e (quasi subito) sabotato da Israele, al pari degli innumerevoli accordi e intese di questi anni.

L’intenzione dell’AMA era quella di “facilitare il movimento di beni e persone all’interno dei Territori palestinesi, di aprire “…un valico internazionale sul confine tra Gaza e l’Egitto” che avrebbe permesso ai Palestinesi di controllare “l’entrata e l’uscita delle persone” e, in definitiva, “di promuovere un pacifico sviluppo economico e di migliorare la situazione umanitaria sul campo”; a tal fine, oltre a prevedere che i valichi tra Israele e la Striscia restassero aperti in via continuativa, l’accordo ipotizzava che Gaza e la West Bank fossero collegati a mezzo di convogli di autobus (per le persone) e di camion (per le merci), che la costruzione del porto a Gaza potesse iniziare da subito e che si cominciasse a discutere anche della costruzione di un aeroporto.

Come è andata a finire, è noto.

Ora è il momento di riprovare, tenendo presente tre fatti: a) che, come afferma Rampoldi, occorre trovare una soluzione per Gaza, e bisogna farlo in fretta; b) che la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese è l’unica a poter essere accettata da tutte le parti in causa e ad essere concretamente attuabile; c) che la Striscia di Gaza e la Cisgiordania devono costituire un tutt’uno inseparabile.

La causa palestinese, come è noto, costituisce un richiamo formidabile per ogni gruppo terroristico di matrice islamica, sia strutturato sia”amatoriale” come sembra essere quello entrato in azione in Egitto, e lo dimostrano anche i tragici fatti di Mumbai così come i recenti proclami di al-Zawahiri.

Trovare una soluzione per Gaza e, più in generale, una pacifica ed equa composizione del conflitto israelo-palestinese è dunque urgente ed indispensabile per assicurare la pace nella regione, ma non solo; e questa soluzione va trovata ed attuata anche ove non coincida perfettamente con le aspettative di Israele.

LA GUERRA DI GAZA NON E’ FINITA
Guido Rampoldi (La Repubblica, 23 febbraio 2009)

La bomba esplosa ieri in un caffè del Cairo prossimo al mercato più frequentato dai turisti, Khan el Khalili, sembra ricordarci che la guerra di Gaza non è definitivamente finita con il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia.

L`attentato ha ancora contorni confusi e converrà attendere di saperne di più, senza dimenticare quel che accadde a proposito delle stragi di turisti nel Sinai, che attribuite dalla polizia ad AlQaeda, si rivelarono la vendetta di tribù beduine contro il governo.

Ma premesso quest`obbligo alla cautela, è difficile sottrarsi al sospetto che questa riapparizione del terrorismo al Cairo sia connessa con quanto avvenuto nella Striscia, e con la parte complicata imposta dalle circostanze al regime di Mubarak, costretto a districarsi tra Hamas e Israele, mediatore e possibile vittima di una partita da cui ha molto da perdere.

Converrà ricordare che vista dal Cairo l`offensiva israeliana aveva obiettivi molteplici, tra elettorali e tattici, ma innanzitutto uno scopo strategico: scaricare Gaza e i suoi abitanti all`Egitto.

Non era tanto la seconda guerra di Ehud Olmert, quanto l`ultima di Ariel Sharon. Era stato infatti Sharon a varare nel 2006 quel Disengagement Plan, o Piano di disimpegno, che portò l`esercito israeliano a sgomberare con la forza tutti gli insediamenti colonici nella Striscia. Ma Israele si proponeva di liberarsi non soltanto del peso di quei villaggi, troppo costosi da difendere e ormai d`impaccio, ma anche delle responsabilità legali verso i palestinesi che derivavano ad Israele dal suo ruolo di potenza occupante (come afferma il Piano al capitolo 1, paragrafo 6, dove si legge: «The completion of the planwill serve to dispel the claims regarding Israel`s responsibility for the Palestinians in the Gaza Strip»). Allo stesso tempo il governo israeliano non voleva che Gaza diventasse Stato palestinese. O perlomeno non lo voleva dopo la vittoria di Hamas nella Striscia, giacché a quel punto avrebbe avuto un alleato di Teheran quasi in casa. L`unica soluzione che assecondasse i desideri israeliani era il ritorno di Gaza all`Egitto. Ma l`Egitto, che fino al 1967 aveva esercitato sulla Striscia un mandato fiduciario, non aveva alcuna intenzione di prendersi un milione e mezzo di palestinesi, per giunta affacciati sul Sinai.

Sarebbe stato come spingere un popolo senza terra verso una terra senza popolo, con tutto quel che ne poteva derivare. Per esempio, che la diaspora palestinese tentasse di ritagliarsi una patria nel Sinai, come già aveva fatto in Giordania e in Libano.

Secondo diplomatici egiziani, a più riprese gli israeliani tentarono di convincere Muharak che Gaza all`Egitto sarebbe stato un buon affare. Invano. Il Cairo non ne voleva sapere. E perché non si creassero equivoci, teneva chiuso il confine con la Striscia. La polizia chiudeva gli occhi, questo sì, sul via vai sotterraneo di merci che raggiungevano i palestinesi attraverso i tunnel di Rafah. Ma formalmente la frontiera era sigillata, proprio come lo era, anche nei fatti, la frontiera israeliana.

Vittime di quel braccio di ferro, i palestinesi restavano totalmente isolati. E Hamas minacciava di vendicarsi ricominciando a sparare razzi sulle città israeliane.

Tutto è precipitato poco prima che si insediasse Obama. Diviso e forse incapace di sottrarsi agli ordini di Teheran, Hamas non ha rinnovato la tregua, sapendo perfettamente cosa ne sarebbe seguito.

E Israele ha lanciato l`offensiva che preparava da mesi.

Che questo fosse o no da subito il principale obiettivo, l`aviazione ha raso al suolo tutti i palazzi che rappresentavano la statualità palestinese e bombardando depositi alimentari o mulini, ha costruito le premesse perché i palestinesi dipendessero dagli aiuti egiziani. Ma tutto questo, così come la morte di 1300 persone, è stato inutile. L`Egitto non ha ceduto e Mubarak ha messo in chiaro che non si sarebbe fatto imbrogliare dagli israeliani. Hamas conserva i suoi arsenali e non ha perso la presa su Gaza. Israele è più isolata, e le ultime elezioni non hanno certo contribuito alla sua immagine.

Ma la partita non è finita. Così come hanno voluto la guerra, paradossalmente Hamas e Israele vogliono anche che il conflitto si concluda, almeno sul momento, con la stessa soluzione tecnica: che l`Egitto apra il confine. Mubarak si rifiuta e la sua diplomazia continua a lavorare, per ora inutilmente, ad un compromesso che costringa Israele a riconoscere la propria responsabilità su Gaza, e Hamas a riconoscere un qualche ruolo istituzionale al presidente Abu Mazen, legittima Autorità palestinese. Ma questo ruolo di mediatore, per forza di cose neutrale, espone Mubarak all`ira di tutto l`estremismo islamico.

Lo si considera un complice di Israele, un traditore della causa araba e un nemico dei palestinesi, per aver tenuto chiuso il confine prima e durante l`offensiva israeliana. In Egitto i suoi accusatori più tenaci sono quelle frange dei Fratelli musulmani forse sfuggiti di mano al vertice dell`organizzazione fondamentalista, un consesso di vecchioni molto più inclini al compromesso della base giovanile.

E` quest`area fuori controllo, oppure il terrorismo palestinese, che potrebbero aver prodotto l`attentato di ieri. Che ci ricorda come lo status quo di Gaza non sia sostenibile a lungo. Occorre trovare una soluzione, e trovarla in fretta.

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