30 marzo 2011

In Europa le menzogne israeliane hanno sempre meno presa.

Nell’interessante articolo che segue, scritto da Daud Abdullah per il sito web di al-Jazeera e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews, si da’ conto di un recente sondaggio condotto in vari paesi europei, da cui si evince un sempre crescente distacco tra i cittadini Ue e i rispettivi governi nazionali riguardo a Israele, al suo essere o meno uno stato “democratico”, ai rapporti da tenere con esso.

Nonostante l’aggressività e l’influenza economica e politica della lobby ebraica nei vari paesi europei, e malgrado la disinformazione sparsa a piene mani dai media di regime, nell’opinione pubblica si fa’ strada ogni giorno di più la consapevolezza della brutalità e dell’efferatezza dei crimini commessi da Israele e dell’intollerabilità delle quotidiane violazioni dei diritti umani poste in essere da questo stato-canaglia ai danni del popolo palestinese.

Una spinta in più per proseguire ed intensificare l’opera di informazione sui crimini dell’occupazione israeliana e le campagne di boicottaggio e di disinvestimento nei confronti dello stato ebraico.

Gli Europei divisi su Israele. di Daud Abdullah – 13.3.2011

Il Medio Oriente non è l’unica regione in cui si assiste ad un crescente divario tra i governi e le persone. Un importante sondaggio condotto in Europa ha mostrato come i governi siano sempre meno in sintonia con le opinioni delle loro popolazioni sul conflitto in Palestina.

Questo è uno dei principali risultati di un’indagine effettuata da un istituto di sondaggi con sede a Londra, l’unità di ricerca governativa e sociale dell’ICM, per conto del Centro Studi di Al Jazeera, del Middle East Monitor e del Muslim European Research Centre.

Il sondaggio, il primo del suo genere a concentrarsi esclusivamente sulle percezioni degli europei nei confronti del conflitto, è stato condotto in Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Gran Bretagna.

Dalla sua creazione nel 1948, gli europei hanno sempre simpatizzato con lo Stato di Israele. Gli hanno profuso illimitata assistenza diplomatica, politica e militare, e persino risorse nucleari, gentilmente offerte dai francesi. Il sondaggio rivela che ora gli europei guardano con poca simpatia a pratiche che sono chiaramente illegali, ingiuste e oppressive.

Mentre i governi europei, individualmente e collettivamente, rendono regolarmente omaggio alla democrazia israeliana – affermando che è l’unica democrazia in Medio Oriente – le loro opinioni pubbliche sono riluttanti a farlo. Il 34% delle 7.045 persone intervistate ritiene che Israele non sia una democrazia, mentre meno della metà del campione, ovvero il 45%, crede che lo sia.

In Italia e in Spagna, uno stupefacente 41% ritiene che Israele non sia una democrazia. Esprimendo questo punto di vista, l’opinione pubblica europea sembra voler dire ai governi: la nostra fedeltà va ai principi di democrazia, e non ai politici di carriera che agiscono in modo diverso.

Uno dei motivi più salienti dietro questo atto di accusa contro la democrazia israeliana è rappresentato dalle sue azioni “illegali” e dalla sua indifferenza nei confronti degli standard internazionali di comportamento. Metà degli europei, il 53%, considera illegale l’assedio alla Striscia di Gaza, il 60% ha detto che l’invasione dell’énclave nel 2008-09 è stata illegale, mentre il 64% ha affermato che l’attacco di Israele contro la Freedom Flotilla nel maggio 2010 era anch’esso illegale. Il messaggio che emerge dal sondaggio, a quanto pare, è che il futuro sostegno da parte degli europei deve essere guadagnato, e non va dato per scontato sulla base di menzogne o di un’adesione solo parziale alle norme internazionali.

Similmente, più di un terzo degli intervistati (il 34%) ha detto che gli ebrei che hanno la cittadinanza in un paese europeo non dovrebbero essere autorizzati a servire nell’esercito israeliano, a fronte di un mero 17% che ha affermato il contrario.

Israele come ‘potenza occupante’

Il cambiamento in atto oggi corrisponde al rifiuto del paradigma della «guerra al terrore», cinicamente usato come copertura per negare ai palestinesi il diritto fondamentale alla libertà. Gli europei, dunque, sono tornati alla formula «occupato/occupante». Il sondaggio ha rivelato una migliore comprensione della natura dell’occupazione israeliana.

Ha dimostrato che il 49% degli intervistati riconosce in Israele la potenza occupante, mentre il 22% ha dichiarato di non sapere se lo fosse o meno. Quando l’Università di Glasgow condusse il suo studio in Gran Bretagna nel 2001 scoprì che il 71% non sapeva che fossero gli israeliani ad occupare i territori palestinesi.

Benché il sondaggio dell’ICM riveli un netto miglioramento nella comprensione del conflitto, esso dimostra una chiara mancanza di consapevolezza della situazione, considerando il fatto che ci sono molte risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno esplicito riferimento ad Israele come potenza occupante. In realtà, quindi, più cittadini europei dovrebbero essere consapevoli del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2004, nel quale si afferma che “gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, sono illegali, ed un ostacolo alla pace e allo sviluppo economico e sociale” .

Un’altra rivelazione interessante emersa dal sondaggio riguarda il tema delle critiche rivolte a Israele. Mentre il 50% degli intervistati è d’accordo con l’opinione secondo la quale criticare Israele non rende una persona antisemita, solo il 12% ha detto che criticare Israele significa essere antisemita.

Questo particolare risultato, senza dubbio, colpisce al cuore le affermazioni di lobbisti filo-israeliani e di personaggi del calibro dell’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar, che equiparano il rivolgere critiche contro Israele all’antisemitismo.

Chiaramente sotto le pressioni di un’aggressiva lobby filo-israeliana, molti governi europei, tra cui la Gran Bretagna, hanno preso provvedimenti per cambiare le loro leggi in materia di giurisdizione universale. Il sondaggio, tuttavia, ha mostrato che una chiara maggioranza, il 58%, si oppone all’idea di cambiare le leggi al fine di rendere più facile a persone accusate di crimini di guerra recarsi in Europa, mentre solo il 10% è d’accordo con tali modifiche. In Gran Bretagna, solo il 7% sostiene simili cambiamenti.

Questa è la percentuale più bassa registrata in Europa. Va rilevato che 2.000 persone sono state intervistate in Gran Bretagna con un margine di errore del 2%. Eppure il governo in carica è determinato a portare avanti questa impopolare politica. Il messaggio clamoroso è che la giustizia non è monopolio di un determinato popolo, di una specifica religione o di un dato paese. Si tratta di un valore universale.

Coinvolgere Hamas

Un’importante risultato del sondaggio riguarda infine l’inclusione o l’esclusione di Hamas dai colloqui di pace. Sebbene l’Unione Europea abbia deciso nel 2003 di includere Hamas nella lista delle organizzazioni “terroristiche” e di escluderlo da qualsiasi negoziato, il 45% degli intervistati ha detto che Hamas dovrebbe essere coinvolto.

In Gran Bretagna, dove l’ex ministro degli esteri Jack Straw aveva svolto un ruolo fondamentale nell’inserire Hamas in questa lista, il 44% ritiene che Hamas dovrebbe essere incluso nel processo politico, e solo il 19% afferma che il movimento dovrebbe esserne escluso. Ancora una volta, su un tema tanto importante, i governi europei sembrano essere da una parte e le loro popolazioni da un’altra.

Negli ultimi anni Israele ha investito enormi risorse umane e materiali per migliorare la sua immagine pubblica in Europa. Mentre il sondaggio dell’ICM ha dimostrato che la sua lobby europea ha influito sulla politica così come sui mass media, tale azione di lobby non si è trasformata in sostegno pubblico.

La causa di questa sconfitta è la percezione crescente dell’opinione pubblica che Israele sia uno Stato che cerca di progredire e prosperare attraverso la sottomissione di un altro popolo. Oggi il pubblico europeo vede le cose diversamente. A differenza dei suoi governi, ritiene che la realizzazione di ciascuno potrà essere ottenuta soltanto attraverso il riconoscimento della dignità umana fondamentale e della libertà di tutte le altre persone, compresi i palestinesi.

Daud Abdullah è direttore del Middle East Monitor (MEMO)

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2 marzo 2011

Non è possibile delegittimare ciò che non è mai stato legittimo


Come abbiamo avuto modo di osservare, il termine “delegittimazione” è quello più usato dai politici israeliani e dai tanti amici che Israele ha nel mondo per tacitare quanti osano criticarne le politiche genocidarie, la pulizia etnica e l’occupazione dei territori palestinesi. Accade così che coloro i quali perorano la causa palestinese vengano accusati di negare subdolamente il diritto di Israele ad esistere e la legittimità stessa della sua esistenza.

In questa falsariga si pone l’articolo di Elena Loewenthal su La Stampa del 21 gennaio scorso, dove viene recensita l’ultima fatica letteraria di Pierluigi Battista, “Lettera a un amico antisionista”

La Loewenthal, dopo aver indugiato sui soliti temi cari alla propaganda sionista e aver citato niente meno che Martin Luther King, ripropone il mito del fronte arabo che “rifiutò” la risoluzione Onu del novembre del 1947 e fu causa della attuale tragedia palestinese.

Ma, come ci ricorda Massimo Mandolini-Pesaresi nell’articolo che segue, proprio i due capisaldi fondanti della “legittimità” di Israele, la Dichiarazione Balfour e la Risoluzione 181 dell’Onu, in realtà non sono in grado di legittimare alcunché.

La contradizion che nol consente”, ovvero la supposta “legittimità” dello stato d’Israele.
Massimo Mandolini-Pesaresi, 30.1.2011

“Ognuno è ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.” (Primo Levi)

‘Lettera a un amico antisionista’ non è ancora arrivato in libreria e già se ne parla. In una recente puntata di Linea Notte (Rai 3, 19 gennaio scorso), l’autore, Pierluigi Battista, ha presentato la sua opera, sostenendo tesi discutibili, che non hanno suscitato confutazioni da parte dei giornalisti presenti. Il 21 gennaio, è stata la volta di Elena Loewenthal, che su La Stampa ha recensito il libro, battendo su temi consueti della propaganda sionista, con qualche vistoso errore. Mi sembra doveroso quindi articolare qui un punto essenziale della questione, su cui sembra che la disinformazione e mistificazione siano ormai endemiche. Mi soffermerò sul tema della “legittimità” dello Stato d’Israele.

Come ha acutamente osservato Alan Hart nel suo articolo del 5 aprile 2010, “The oxymoron of the de-legitimization of Israel”, non è possibile de-legittimare ciò che legittimo non è mai stato. Dopo questa perentoria dichiarazione, l’autore procede a valutare la portata dei due tradizionali fondamenti della “legittimità” dello Stato d’Israele: la Balfour Declaration del 1917 e la Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 29 novembre 1947.

Datata 2 novembre 1917, la Declaration, inviata in una missiva di Arthur Balfour a Lionel Walter 2nd Baron Rothchild (of Tring), costituiva il risultato dell’incessante sforzo di Chaim Weizmann, futuro primo presidente dello Stato d’Israele, e Nahum Sokolow, i due maggiori leader sionisti a Londra. Si noti che nel testo è chiaramente espresso il concetto che la creazione di una patria per il popolo ebraico non deve in alcun modo pregiudicare i diritti delle comunità non ebraiche residenti in Palestina (“nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine.”).

Va osservato che Arthur Balfour, allora Segretario di Stato per gli Affari Esteri, aveva, dodici anni prima, nel suo ruolo di Primo Ministro, introdotto una legge volta a limitare l’immigrazione ebraica nel Regno Unito. Inoltre, come Chaim Weizmann nota nei suoi diari: “Egli mi disse che un giorno aveva avuto occasione di conversare a lungo con Cosima Wagner, di cui condivideva molte idee antisemitiche” (He told me how he had once had a long talk with Cosima Wagner at Bayreuth and that he shared many of her anti-Semitic postulates). Tale collusione di sionismo e antisemitismo non dovrebbe sorprenderci, dato che lo stesso Theodor Herzl nei suoi Diari osservava: “Gli antisemiti diverrano i nostri migliori amici, i paesi antisemiti i nostri alleati.” (Anti-Semites will become our surest friends, anti-Semitic countries our allies).

Sempre sul carattere antisemitico della Declaration si espresse, nel suo celebre Memorandum, On the Anti-Semitism of the Present Government, Lord Edwin Samuel Montague, allora Segretario di Stato per l’India, e unico ebreo del gabinetto britannico: “Il Sionismo mi è sempre sembrato un’idea malvagia, incompatibile con lo spirito patriottico di un cittadino del Regno Unito” (Zionism has always seemed to me to be a mischievous political creed, untenable by any patriotic citizen of the United Kingdom).

In conclusione, la Balfour Declaration costituiva la formulazione di un progetto imperialistico all’interno della logica coloniale britannica. Con essa il Regno Unito si autoassegnava un Mandato su una regione, che era ancora – sia de iure che de facto – sotto la sovranità dell’Impero Ottomano. Si trattò pertanto di un progetto puramente politico, non di un’operazione ideologica o umanitaria a favore degli Ebrei.

Se un antisemita (Balfour) aveva posto le premesse per la creazione di uno stato ebraico in Palestina, furono le azioni militari e terroristiche della Haganah e della Stern Gang a rendere quel progetto coloniale una realtà. E così arriviamo alla seconda garanzia di “legittimità” per lo stato sionista: la Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU riguardo alla costituzione in Palestina di due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico.

Anche in questo caso è facile osservare che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non aveva alcun diritto di prendere decisioni senza l’approvazione dei suoi legittimi abitanti, e proprio su questo punto si fondava la mozione dei paesi arabi alla Corte Internazionale, perché l’Assemblea Generale fosse dichiarata non competente a dividere un paese contro la volontà della maggioranza dei suoi abitanti (nel 1946 vivevano in Palestina 1.269.000 Arabi di contro a 678.000 Ebrei). In ogni caso solo il Consiglio di Sicurezza aveva il potere di rendere tali risoluzioni vincolanti. Non è un caso infatti che la risoluzione non sia mai stata approvata dal Consiglio di Sicurezza: mentre l’Assemblea Generale era ancora impegnata in ulteriori deliberazioni, David Ben-Gurion proclamò unilateralmente l’indipendenza dello Stato d’Israele, il 15 maggio 1948. Fu quello un giorno di lutto non solo per il sionismo socialista, che aspirava alla creazione di uno stato binazionale, fondato sulla collaborazione con i lavoratori arabi, ma anche per tutti gli Ebrei, che avevano fino allora osteggiato l’idea di uno stato ebraico.

Un emblematico esempio di quest’ultima opposizione fu la dichiarazione presentata da Rav Yosef Zvi Dushinsky e Rav Zelig Ruven Bengis, , mercoledì 16 luglio 1947, presso il Comitato Speciale per la Palestina (United Nations Special Committee on Palestine (UNSCOP)), al fine di fermare il progetto di creazione di uno stato ebraico in Terra Santa.

Dopo un lucido excursus storico, dal regno di Salomone fino alla situazione presente, il Rav cosí si esprime sul Mandato britannico:

“Molti travagli e massacri senza fine sarebbero stati risparmiati, se il Mandato fosse stato applicato nei modi auspicati dal mondo ebraico ortodosso” (Much trouble and endless bloodshed might have been avoided if the Mandate were to have been applied in the manner hoped for by Orthodox Jewry).

La sua denuncia poi del ruolo deleterio delle organizzazioni sioniste nel controllo dell’immigrazione ebraica in Palestina non è meno vibrante:

“Resta comunque un fatto deplorevole che un serio errore sia stato allora commesso, riconoscendo prima i leader sionisti e poi la Jewish Agency come rappresentanti ufficiali della popolazione ebraica” (However, it is a regrettable fact that a serious blunder was committed at the time by recognising first the leaders of Zionism and then the Jewish Agency as official representation of the Jewish population). La loro insistenza a voler costituire uno stato ebraico in Palestina “ha suscitato timore negli Arabi nostri vicini in merito a ulteriori immigrazioni ebraiche ed ha cosí dato inizio a una loro fiera opposizione” (This aroused the fear of our Arab neighbors in connection with further Jewish immigration and thus started the determined opposition on the part of the Arabs against Jewish immigration).

Come Rav Dushinsky ribadisce con fermezza nella conclusione del suo appello:

“Gli Ebrei ortodossi non hanno la minima intenzione di soggiogare alcun settore della popolazione della Terra Santa. Noi semplicemente chiediamo che le porte della Palestina siano aperte a tutti quegli Ebrei che non hanno una loro dimora …Vogliamo inoltre esprimere la nostra ferma opposizione alla creazione di uno stato ebraico in una qualsiasi parte della Palestina” (Orthodox Jewry has not the slightest intention of subjugating any section of the population of the Holy Land. We merely demand that the gates of Palestine be opened to all those Jews who have no home […] We furthermore wish to express our definite opposition to a Jewish state in any part of Palestine).

Non si poteva desiderare una dichiarazione più scevra di ambiguità ed esitazioni.

Quando, quattro mesi dopo, appariva ormai certo che si stava procedendo verso la spartizione della Palestina, Rav Dushinsky vergò un telegramma, datato 19 novembre 1947 (a cui fece seguito un memorandum, The Question of Jerusalem), in cui, a nome di 60.000 Ebrei residenti in Palestina, pregava l’Assemblea Generale dell’ ONU che la città di Gerusalemme fosse esente dalla sovranità dello Stato sionista e fosse posta sotto giurisdizione internazionale.

Alla luce dei fatti su presentati, appare sconcertante che al giorno d’oggi si cerchi ancora di distorcere la realtà storica in nome di un mito: la favola della fondazione dello Stato d’Israele, dotato di tutti i crismi della legalità e rappresentante esclusivo del mondo ebraico.

Se anche lo Stato sionista è riuscito a rubare la terra ai Palestinesi e il nome al popolo ebraico, non riuscirà mai a ottenere da nessuno la legittimità della propria nascita.

2011 © Massimo Mandolini-Pesaresi

Massimo Mandolini-Pesaresi è un professore italiano, che vive da anni negli USA. E’ autore di numerosi articoli e di due libri di critica letteraria. Attualmente è impegnato in varie iniziative a sostegno della causa palestinese.

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2 febbraio 2011

Le masse egiziane non saranno alleate di Israele.

Fa una certa impressione vedere la storia che passa davanti ai nostri occhi incollati agli schermi televisivi, le masse oceaniche di Egiziani inquadrati dalle telecamere di al-Jazeera che sfidano il coprifuoco e rischiano la vita per dare la spallata finale al morente regime di Mubarak.

Nessuno credo si sarebbe potuto aspettare un così repentino precipitare degli eventi in Egitto. Non se lo aspettava il nostro ministro degli esteri Frattini – evidentemente occupato da altre faccende – che sulla sua pagina di Facebook, ancora il 26 gennaio, scriveva “Mubarak continui a governare con saggezza”.

Ma non se lo aspettavano nemmeno i pur solitamente bene informati servizi segreti israeliani che, come ci racconta Gideon Levy di Ha’aretz nell’articolo segue (tradotto a cura di Medarabnews), assicuravano con certezza di come Mubarak fosse saldamente al potere ed avesse la situazione sotto controllo.

Da questa premessa, il giornalista israeliano trae lo spunto per una analisi delle conseguenze della fine del regime del rais egiziano riguardanti più da vicino Israele.

La prima, di carattere generale, concerne l’ipocrisia, ma anche l’inutilità, di sostenere regimi dittatoriali e impopolari nella vana speranza che assicurino pace e stabilità e, soprattutto, che facciano da argine al sempre incombente pericolo dell’estremismo islamico.

La seconda, che riguarda più da vicino lo stato israeliano, concerne il fatto che Israele, per essere davvero accettato in medio oriente, non può limitarsi a contare sull’appoggio di qualche ambasciata amica o a dare un frettoloso maquillage alla propria immagine alleviando in misura minima l’assedio di Gaza, ma deve porre termine senza alcun indugio all’occupazione dei territori e all’oppressione del popolo palestinese.

Se davvero l’obiettivo è quello di tagliare le radici che nutrono l’estremismo fanatico di matrice islamista, esso potrà essere perseguito soltanto favorendo in Egitto e nel mondo arabo i processi democratici, la tutela dei diritti civili e politici, lo sviluppo economico.

Gli Usa sembrano aver compreso tutto ciò, laddove si osservi che ieri il presidente Obama ha dichiarato che il processo di transizione che dovrà portare l’Egitto verso la vera democrazia “deve includere un vasto spettro di voci e di partiti dell’opposizione” e “deve portare a elezioni libere e pulite”. Anche se, va detto, anche Hamas nel 2007 aveva vinto elezioni “libere e pulite”, e tutti sanno come poi è andata a finire…

Gli Israeliani, invece, dapprima si sono mostrati scioccati per le prese di posizione di Ue e Usa, che invitavano Mubarak a non reprimere con la forza le manifestazioni popolari, e ora, addirittura, temono che Obama – dopo aver “pugnalato alle spalle” il rais egiziano – possa un giorno abbandonare Israele al suo destino.

Riuscirà questo timore, invero poco fondato, a determinare un significativo cambiamento della politica israeliana, un rinnovato impegno nel processo di pace, l’abbandono dei territori occupati? Ne dubitiamo fortemente.

Finché le masse in Egitto e in tutto il mondo arabo continueranno a vedere le immagini della tirannia e della violenza provenire dai territori occupati, Israele non riuscirà a farsi accettare, anche se viene accettata da un paio di regimi.

di Gideon Levy – 30.1.2011

Tre o quattro giorni fa, l’Egitto era ancora nelle nostre mani. Il nostro esercito di esperti – compreso il nostro massimo esperto di Egitto, Benjamin Ben-Eliezer – aveva detto che “tutto è sotto controllo”, che il Cairo non è Tunisi e che Mubarak è forte. Ben-Eliezer aveva detto di aver parlato al telefono con un alto funzionario egiziano, il quale gli aveva assicurato che non c’è niente di cui preoccuparsi. Potete contare su Hosni, in procinto di diventare l’ex presidente dell’Egitto.

Venerdì notte tutto è cambiato. Si è scoperto che le valutazioni dei servizi segreti israeliani, che erano state recitate fino alla nausea dagli analisti di corte, erano ancora una volta, potremmo dire, non proprio il massimo dell’accuratezza. Il popolo dell’Egitto ha voluto dire la sua, ed ha avuto il coraggio di non mostrarsi in linea con i desideri di Israele. Un attimo prima che il destino di Mubarak sia sancito una volta per tutte, è giunto il momento di trarre le conclusioni israeliane.

Non la piaga delle tenebre in Egitto, ma la luce del Nilo: la fine di un regime sostenuto dalle baionette è una fine annunciata. Esso può andare avanti per anni, e la rovina a volte arriva quando meno la si aspetta, ma alla fine arriva. Non solo Damasco e Amman, Rabat e Tripoli, Teheran e Pyongyang: anche Ramallah e Gaza sono destinate a crollare.

La divisione ipocrita e bigotta, compiuta dagli Stati Uniti e dall’Occidente, tra paesi appartenenti all’ “asse del male” da un lato, e paesi “moderati” dall’altro, è crollata. Se c’è un asse del male, allora comprende tutti i regimi non democratici, compresi i paesi “moderati”, “stabili” e “filo-occidentali”. Oggi l’Egitto, domani la Palestina. Ieri Tunisi, domani Gaza.

Non solo il regime di Fatah a Ramallah e il regime di Hamas a Gaza sono destinati a cadere, ma un giorno forse anche l’occupazione israeliana, che risponde certamente a tutti i criteri della tirannia e di un regime criminale. Essa si basa fin troppo soltanto sulle armi. Anch’essa è odiata da tutte le componenti del popolo dominato, anche se quest’ultimo si trova impotente, non organizzato e non attrezzato, di fronte a un grande esercito. La prima conclusione: meglio porvi fine con buoni modi, con accordi basati sulla giustizia e non sulla potenza, un attimo prima che le masse dicano la loro e riescano a scacciare le tenebre.

Una seconda, non meno importante, conclusione: le alleanze con regimi impopolari possono essere distrutte nel giro di una notte. Finché le masse in Egitto e in tutto il mondo arabo continueranno a vedere le immagini della tirannia e della violenza provenire dai territori occupati, Israele non riuscirà a farsi accettare, anche se viene accettata da un paio di regimi.

Il regime egiziano era divenuto un alleato dell’occupazione israeliana. L’assedio congiunto di Gaza è la prova inconfutabile di ciò. Al popolo egiziano questo non piaceva. Esso non ha mai gradito l’accordo di pace con Israele, nel quale Israele si è impegnata a “rispettare i diritti legittimi del popolo palestinese” senza mai mantenere la parola. Invece, il popolo egiziano ha ricevuto in cambio le immagini dell’operazione Piombo Fuso.

Non è sufficiente avere una manciata di ambasciate al fine di essere accettati nella regione. Devono esserci anche ambasciate di buona volontà, una giusta immagine e uno Stato che non sia uno Stato occupante. Israele deve farsi strada nel cuore dei popoli arabi, i quali non potranno mai accettare la continua repressione dei loro fratelli, anche se i loro capi dell’intelligence continueranno a collaborare con Israele.

Se c’è una cosa condivisa da tutte le fazioni dell’opposizione egiziana, è il loro odio ribollente nei confronti di Israele. Ora i loro rappresentanti saliranno al potere, e Israele si troverà in una situazione difficile. Né rimarrà alcunché del successo virtuale che Netanyahu ha spesso ostentato – l’alleanza con i regimi arabi “moderati” contro l’Iran. Una vera alleanza con l’Egitto e con i paesi suoi fratelli può essere basata solo sulla fine dell’occupazione, così come desidera il popolo egiziano, e non su un nemico comune, come è nell’interesse del suo regime.

Le masse del popolo egiziano – si prega di notare: a tutti i livelli – hanno preso il loro destino nelle loro mani. C’è qualcosa di impressionante e di rasserenante in questo. Nessun potere, nemmeno quello di Mubarak, che a Ben-Eliezer piace tanto, può impedirlo. A Washington la gravità del momento è già stata compresa, e l’amministrazione americana si è affrettata a dissociarsi da Mubarak, cercando di accattivarsi il favore del popolo egiziano. Lo stesso dovrebbe accadere, ad un certo punto, a Gerusalemme.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

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26 gennaio 2011

Le cattive amicizie israeliane sono amici ancora peggiori del popolo ebraico.

Vi è una contraddizione – come vedremo in realtà solo apparente – tra il fatto che diverse figure di spicco dell’estrema destra europea si professano grandi amiche di Israele e la loro militanza all’interno di formazioni politiche talvolta influenzate da ideologie antisemite.

Ci spiega perché Ian Buruma in questo articolo pubblicato sul Daily Star lo scorso 13 gennaio, e qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Ultimamente Israele ha ricevuto delle visite piuttosto particolari. Il populista olandese Geert Wilders è un frequente visitatore, il quale non perde occasione per ricordare ad un pubblico bendisposto che Israele è in prima linea nella guerra dell’Occidente contro l’Islam. E a dicembre una delegazione di politici europei di estrema destra ha intrapreso un tour per gli insediamenti ebraici della Cisgiordania occupata, e ha compiaciuto i suoi ospiti rassicurandoli sul fatto che quella sarebbe “terra ebraica”.

Alcuni di questi “amici di Israele” rappresentano partiti politici i cui sostenitori non sono tradizionalmente noti – per usare un eufemismo – per i loro sentimenti fraterni nei confronti degli ebrei. Heinz-Christian Strache, per esempio, è a capo del Partito della Libertà in Austria, il quale ha iniziato le sue attività politiche, con il defunto fondatore e leader Jorg Haider, adulando degli ex nazisti. “Più forza per il nostro sangue viennese”, tanto per citare uno dei suoi slogan elettorali, dà un’idea del tono usato da Strache. Il suo collega belga, Filip Dewinter, rappresenta un partito nazionalista fiammingo che si macchiò di collaborazionismo con i nazisti ai tempi della guerra.

Sicuramente al giorno d’oggi anche i politici di destra in Europa sono attenti a non sembrare apertamente antisemiti. Wilders, per esempio, è ostentatamente filosemita, e tutti i membri della nuova destra tengono a sottolineare l’importanza di quelli che essi chiamano “valori giudaico-cristiani”, i quali dovrebbero essere difesi contro l’”islamofascismo”.

I critici liberali e di sinistra della politica israeliana tengono a precisare che l’anti-sionismo e l’antisemitismo sono due cose distinte. Ma è altrettanto vero che essere amico di Israele non è necessariamente la stessa cosa che essere amico degli ebrei.

Richard Nixon, ad esempio, degli ebrei disse che “non ci si può fidare dei bastardi”, ma era un grande ammiratore di Israele. E, naturalmente, gli ultimi 2.000 anni hanno dimostrato che l’antisemitismo è perfettamente compatibile con l’adorazione di un ebreo chiamato Gesù di Nazareth. Negli Stati Uniti, alcuni dei più accaniti difensori del sionismo intransigente sono cristiani evangelici che credono fermamente che agli ebrei che rifiutano di convertirsi al cristianesimo un giorno verrà inflitta una terribile punizione.

A volte, le “cattive compagnie” possono rivelarsi utili. Quando Theodor Herzl fece il giro dell’Europa alla fine del XIX secolo, in cerca di sostegno per la creazione di uno Stato per gli ebrei, venne spesso respinto da ricchi e potenti notabili ebrei che lo vedevano come un piantagrane. Invece, trovò dei ferventi sostenitori tra i devoti protestanti, per i quali gli ebrei appartenevano alla loro Terra Santa piuttosto che all’Europa.

Dopo che fu istituito lo stato ebraico, i primi amici europei di Israele erano spesso persone di sinistra, le quali ammiravano la vita comunitaria dei kibbutz e vedevano in Israele un grande esperimento socialista, guidato da vecchi e saggi idealisti di sinistra, come David Ben Gurion. Il residuo senso di colpa per l’Olocausto rafforzò questo atteggiamento.

Le cose cominciarono a cambiare dopo la guerra del 1967, e ancor più dopo la guerra dello “Yom Kippur” dell’ottobre del 1973, quando ormai divenne chiaro che Israele non aveva alcuna intenzione di rinunciare ai territori palestinesi che aveva conquistato. Più tardi, quando Israele iniziò a costruire insediamenti in tutti i territori occupati, l’ammirazione si trasformò addirittura in ostilità attiva tra la sinistra europea.

Per molte persone di destra, tuttavia, ciò che veniva deplorato dalla sinistra europea (e israeliana) diventò motivo di ammirazione nei confronti di Israele. A questi nuovi “amici” piacque l’uso spietato della forza, il nazionalismo etnico, la continua umiliazione dei palestinesi. Spinti dalla necessità di rilanciare una forma più militante di nazionalismo nei loro paesi, politici come Strache, Wilders, e Dewinter trovarono in Israele una sorta di modello – un modello che era screditato ormai da lungo tempo in Europa, a causa dei brutti ricordi del fascismo e del nazismo.

In realtà, la sinistra anti-sionista cerca spesso di screditare Israele paragonando le sue azioni a Gaza e in Cisgiordania alle atrocità naziste. Questo è un facile e dubbio modo per produrre la più grande offesa. Contrariamente a quanto l’autore Jose Saramago, vincitore del Premio Nobel, affermò una volta, gli attacchi dell’esercito israeliano su Gaza non sono paragonabili in alcun modo ad Auschwitz. Ma la posizione, abbracciata dai nuovi “amici” di Israele appartenenti all’estrema destra, secondo la quale Israele si troverebbe in prima linea nella guerra contro il fascismo islamico, è altrettanto mendace.

Paragonare l’Islam in generale – non solo il terrorismo islamista – al fascismo, come fanno i populisti di destra, e affermare che l’Europa deve far fronte ad una minaccia paragonabile a quella nazista, non è solo sbagliato, ma pericoloso. Perché, se fosse vero, tutte le misure prese contro i musulmani, per quanto brutali, sarebbero giustificate, e Israele sarebbe in effetti uno stato in prima linea che si oppone all’ “islamofascismo” per prevenire un’altra Auschwitz. Questo è certamente il modo in cui un certo gruppo di politici israeliani di estrema destra spiega la realtà. E trova dei ferventi pappagalli tra alcune delle forze politiche europee più retrograde.

Si tratta di una visione che contiene la grave implicazione che una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese è quasi impossibile. Quanto più Israele, applaudito dai suoi “amici” europei, continua ad umiliare i palestinesi e ad occupare le loro terre, tanto più l’odio e la violenza ostacoleranno il compromesso, senza il quale non ci può essere pace.

Tuttavia, vi è un’altra potenziale conseguenza. Le false analogie con il passato banalizzano la storia. Se gli israeliani o i palestinesi sono come i nazisti, l’orrore creato da ciò che i veri nazisti fecero è notevolmente diminuito.

Ma usare la storia per giustificare la violenza attuale non funziona sempre. Quando le persone smetteranno di credere che Israele difende l’Occidente contro il fascismo, Israele verrà accusato di tutte le violenze in Medio Oriente. E, per associazione, tutti gli ebrei nel mondo ne saranno ritenuti responsabili. In conclusione, le “cattive compagnie” di Israele sono amici ancora peggiori per il popolo ebraico.

Ian Buruma è professore di Democrazia, Diritti Umani e Giornalismo al Bard College di New York; il suo ultimo libro è ““Taming the Gods: Religion and Democracy on Three Continents”

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1 agosto 2010

I trucchi e gli inganni di chi non vuole la pace.

Questo video, mandato in onda in Israele da Channel 10 News, mostra l’attuale primo ministro israeliano Netanyahu che, nel 2001, si trova a casa di un suo elettore e, non sapendo di essere ripreso, getta la maschera della menzogna e parla liberamente degli Accordi di Oslo, del processo di pace, degli Usa.

Così veniamo a sapere chi veramente ha fatto fallire gli Accordi di Oslo – Israele e non i Palestinesi – e conosciamo da un assoluto protagonista quella che è l’attitudine menzognera degli Israeliani, che siglano gli accordi e subito dopo li piegano a loro favore con l’inganno o semplicemente li disattendono.

Veniamo a sapere quale è il modo in cui gli Israeliani intendono tenere i rapporti con i Palestinesi, bisogna “colpirli duramente” in modo da piegarne la resistenza facendo pagar loro “un prezzo insostenibile”, tanto la comunità internazionale, e in special modo l’America, si berrà la favola dell’autodifesa. Quell’America che può essere facilmente” manovrata” e piegata ai voleri dello stato sionista.

E, alla fine, ci rendiamo conto che la tattica israeliana è, è sempre stata e sempre sarà – a meno che gli Usa e gli altri stati che contano non rinsaviscano – una ed una soltanto: restare in possesso dei territori palestinesi occupati e delle loro risorse limitandosi a pagare “un prezzo minimo”. E utilizzando, a tal fine, ogni possibile inganno e ogni manovra dilatoria.

E poi, magari, qualcuno ha anche il coraggio di criticare Abu Mazen perché non vuole avviare negoziati diretti con Israele e il suo leader infido e menzognero senza aver prima ricevuto l’assicurazione scritta che la base dell’accordo di pace sarà costituita dai confini del 1967 e che, durante i colloqui, la moratoria della costruzione negli insediamenti sarà prorogata.

Non aveva certo bisogno di guardare questo video per diffidare di Bibi e degli Israeliani!

Sull’argomento, Gideon Levy ha scritto per Ha’aretz l’articolo che segue, qui riportato nella traduzione offerta dal sito dell’API (Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus).

Infido Bibi

Israele ha avuto molti leader di destra dall’epoca in cui Menachem Begin promise “molte Elon Moreh”, ma non c’è mai stato nessuno come Netanyahu, che vuole farlo con l’inganno

di Gideon Levy – 15.7.2010

Questo video avrebbe dovuto essere proibito ai minori. Questo video avrebbe dovuto essere visto in tutte le case di Israele e poi mandato a Washington e a Ramallah. Proibito ai bambini, per non corromperli e distribuito in tutto il paese e nel mondo perché ognuno sapesse chi è alla testa del governo di Israele. Canale 10 ha presentato: Il vero (e infido) volto di Binyamin Netanyahu. Trasmesso venerdì sera in “Questa settimana con Miki Rosenthal”, è stato girato in segreto nel 2001, durante la visita del cittadino Netanyahu a una famiglia in lutto della colonia di Ofra e, sorprendentemente, non ha creato scompiglio.

La scena era a un tempo patetica e scandalosa. L’ultimo dei devoti seguaci di Netanyahu, convinto che questi porti la pace, se l’ha vista ha cambiato subito opinione. Il Presidente Barack Obama e Shimon Peres, che continuano a credere che Netanyahu porterà la pace, parlerebbero un altro linguaggio se avessero visto questo video girato in segreto. Se il Presidente dell’Autorità palestinese obiettasse a prender parte a negoziati diretti con l’uomo del video sarebbe comprensibile. Cosa c’è da discutere con un piccolo mercante il cui solo scopo è di “dare il 2 per cento per evitare il 100 per cento”, come il padre gli diceva, citando il nonno?

Israele ha avuto molti leader di destra dacché Menachem Begin promise “molte Elon Moreh”, ma nessuno come Netanyahu, che vuole farlo con l’inganno, prendersi gioco dell’America, turlupinare i palestinesi e portare noi chissà dove. Le stesse parole dell’uomo del video tradiscono l’imbroglione, e adesso è di nuovo primo ministro di Israele. Nessuno mi dica che da allora è cambiato. Un modo di pensare così truffaldino non cambia con gli anni.

Lasciamo perdere il discorso all’Università Bar-Ilan, lasciamo stare i potenziali successi della sua ultima visita negli USA; il vero Netanyahu è questo qui. Nessuno pretenda più che gli Accordi di Oslo sono falliti per colpa dei Palestinesi. Netanyahu ha esposto la nuda verità ai suoi ospiti di Ofra: ha distrutto gli Accordi di Oslo con le sue mani, e ne è pure orgoglioso. Dopo anni che ci sentivamo dire che la colpa era dei Palestinesi, la verità è venuta dall’alto.

E come l’ha fatto? Ha ricordato di aver posto condizioni alla sua firma dell’accordo di Hebron del 1997 con il consenso degli americani, secondo cui non ci sarebbe stato alcun ritiro di truppe da “siti militari specifici” e ha insistito di aver scelto lui quei luoghi, come per esempio l’intera valle del Giordano. “Perché la cosa è tanto importante? Perché da quel momento bloccai gli Accordi di Oslo”, si vanta. Il vero Netanyahu millanta anche la sua conoscenza dell’America:”Io so che cos’è l’America. L’America è qualcosa che si può facilmente manovrare”. Per informazione della Casa Bianca.

Chiama l’ex presidente USA Bill Clinton “estremamente filopalestinese” e dice che i Palestinesi vogliono buttarci in mare. Di fronte a idee così retrograde, nessuno può sostenere in modo convincente che egli voglia un accordo.

Queste osservazioni sono profondamente deprimenti. Confermano tutte le nostre paure e sospetti: che il governo di Israele è guidato da un uomo che non crede ai palestinesi né crede alla possibilità di un accordo con loro, il quale pensa di avere Washington in tasca e di poter gettare fumo nei suoi occhi. Non c’è ragione di attribuire all’impossibile coalizione di destra di Netanyahu la responsabilità dello stallo. D’ora in poi, dobbiamo dire che Netanyahu non vuole.

E se Kadima entrasse nel governo e Yisrael Beiteinu se ne andasse? Nulla cambierebbe. E se Danny Danon diventasse di sinistra e Tzipi Hotovely entrasse in La pace adesso? Netanyahu non vuole l’accordo di pace.

Se l’avesse detto onestamente, come ha fatto quando credeva che la macchina da presa fosse spenta, avrebbe potuto essere perdonato per le sue posizioni estremiste. E’ suo diritto pensarla in quel modo ed essere eletto in base a quello. La gente avrebbe quel che ha voluto. Ma quando Netanyahu nasconde le sue vere posizioni tessendo inganni e raggiri, non solo riduce le possibilità di raggiungere un accordo, ma nuoce alla cultura politica di Israele. Molti possono volere un primo ministro di destra, nazionalista, ma un primo ministro che è un imbroglione? E’ esagerato aspettarsi che Netanyahu ci parli esattamente come ha parlato a Ofra? Perché una manciata di coloni meritano di sapere la verità, e noi no? Dicci la verità, Netanyahu. Parla con noi come se le macchine da presa fossero spente, proprio come cedevi allora, nel 2001 a Ofra.

(tradotto da Marilla)

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11 aprile 2008

L'interpretazione del fenomeno terroristico e le politiche Usa in medio oriente.

In questi ultimi anni, all’interno del mondo arabo, si è assistito ad una impennata dei sentimenti anti-americani, in conseguenza soprattutto delle scelte operate dall’amministrazione Usa a partire dall’11 settembre 2001.

In questo, il motivo preponderante è rappresentato dalla tragedia irachena, cinque anni di guerra devastanti che hanno portato morte e distruzione, favorito l’ascesa dell’Iran, provocato ulteriori lacerazioni nel mondo arabo.

Ma a ciò deve aggiungersi, come elemento non secondario, il perseverare di una errata interpretazione del fenomeno del terrorismo internazionale, che impedisce agli Usa di trovare una soluzione a questo spinoso problema e, nel contempo, di individuare una politica estera efficace per il medio oriente.

Su questo argomento, da segnalare l’articolo di Ammar Ali Hassan, pubblicato il 15 febbraio sul quotidiano degli Emirati Arabi Uniti al-Bayan, qui proposto nella traduzione offerta dal sito arabnews.

L’interpretazione americana ristretta del fenomeno terroristico.

Recentemente il Pentagono ha formulato le accuse nei confronti di 6 prigionieri di Guantanamo sospettati di essere direttamente coinvolti negli attacchi dell’11 settembre. Ciò significa che ad attenderli c’è la pena di morte.

Fin qui non vi è nulla di nuovo, malgrado le aspre critiche rivolte contro i tribunali militari di Guantanamo che hanno formulato le accuse. Essi rappresentano i primi tribunali americani per crimini di guerra dai tempi della seconda guerra mondiale, ed operano in base ad una legge approvata dal Congresso nel 2006, dopo che la Suprema Corte americana li aveva abrogati nella loro forma iniziale.

A destare stupore è invece ciò che è emerso dalle motivazioni dell’accusa, dalle dichiarazioni di alcuni responsabili americani a margine di questo evento, e dalla copertura che di esso hanno dato i mezzi di informazione. Tutte queste reazioni hanno messo in evidenza che la visione americana del fenomeno terroristico internazionale – imprescindibilmente legato, secondo Washington, al “revival islamico” – non è cambiata, malgrado i difetti e le lacune che questa visione unilaterale ha dimostrato nella realtà dei fatti.

Dopo la svolta rappresentata dall’11 settembre, tre diverse versioni dell’interpretazione – occidentale in generale, ed americana in particolare – dell’ascesa del “fenomeno islamico” in Medio Oriente hanno reciprocamente lottato per affermarsi. Queste tre versioni, ciascuna caratterizzata da numerose lacune, riguardavano essenzialmente l’aspetto internazionale del fenomeno islamico, e delle sue manifestazioni distribuite più o meno su tutti e cinque i continenti sotto forma di una sfida alla più grande potenza economica e militare del mondo: gli Stati Uniti. Tale sfida era lanciata a più livelli, che si estendevano dal piano dei valori a quello delle politiche, e dal comportamento quotidiano alle strategie di lungo periodo.

La prima di queste tre versioni interpretative guardava al fenomeno terroristico di matrice islamica come ad una reazione alle esplicite politiche di Washington a sostegno di Israele – politiche che allo stesso tempo continuavano ad erodere i diritti degli arabi, se non addirittura ad umiliarli. Noam Chomsky era alla testa di coloro che avevano abbracciato questa visione.

La seconda versione parlava del “revival islamico” come del nocciolo di uno “scontro di civiltà” fra musulmani e Occidente. Samuel Huntington guidava coloro che seguivano questo orientamento, le cui “quotazioni” crebbero enormemente dopo gli attacchi terroristici di New York e Washington. Tale orientamento si fondava largamente sulla teoria dei due avversari irriducibili, gli Stati Uniti ed al-Qaeda, i quali dopo l’11 settembre sembravano corrispondersi perfettamente, nel momento in cui Bush parlava di “crociata” e Osama bin Laden ripeteva il suo discorso abituale sulla “guerra ai crociati”.

La terza versione considerava il “revival islamico” come una reazione culturale e psicologica – collegata ad ambienti politici, sociali, ed economici molto ampi – alla “modernità”, di cui l’Occidente era portatore e con cui aveva scosso gli ultimi residui del passato, in Medio Oriente e non solo. Paul Berman difese questa interpretazione delle presunte ragioni alla base del livello di tensione raggiunto fra l’ala violenta del “risveglio islamico” da un lato, e l’Occidente – ed in particolare gli Stati Uniti – dall’altro.

Queste interpretazioni erano state costruite essenzialmente sulla base dell’analisi dei discorsi dei leader di al-Qaeda prima e dopo l’11 settembre, e, pur dando spazio ad ipotesi stravaganti, facevano ogni sforzo per cercare di spiegare le cause dell’ascesa del fenomeno islamico, nei suoi due aspetti moderato e estremistico. Tali interpretazioni, tuttavia, non sono riuscite ad offrire delle risposte complessive e soddisfacenti a questo proposito.

In realtà, lo “shock della modernità”, lo “scontro di civiltà”, e la “vendetta contro gli Stati Uniti” non sono sufficienti a spiegare le reali motivazioni che hanno spinto Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri, ed i loro seguaci ad incamminarsi sulla strada dello scontro con gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda bin Laden, in particolare, questa terna di condizioni esisteva già quando egli era apparentemente un alleato degli Stati Uniti ai tempi del “jihad” contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Al-Zawahiri, dal canto suo, rimase impegnato per decenni a combattere il “nemico vicino”, ovvero il regime al potere in Egitto, e la sua posizione riguardo agli Stati Uniti non andava al di là di un forte risentimento psicologico derivante dall’aperto sostegno dato da Washington ad Israele da un lato, ed al regime egiziano dall’altro.

Senza dubbio, le politiche americane nettamente favorevoli ad Israele, ed ingiuste nei confronti degli arabi, hanno alimentato sentimenti di rancore in molti gruppi islamici di orientamento radicale o conservatore, ed hanno contribuito, insieme all’oppressione ed alla tirannia dei regimi arabi al potere, a spingere alcune fazioni del movimento islamico verso l’adozione della violenza, e poi verso la sua esportazione “all’estero” anche per quanto riguarda la definizione degli obiettivi, o – per essere più precisi – l’individuazione del “nemico”.

Ma vi è anche chi ha parlato di alcune caratteristiche strutturali che avrebbero spinto il settore più ampio del movimento islamico – soprattutto quello che assunse una dimensione internazionale – a proporsi come “alternativa strategica” ai poteri dominanti, sia a livello di ciascun paese arabo-islamico, sia a livello internazionale in qualità di forza mondiale alternativa e contrapposta.

L’Islam è infatti una “religione mondiale”, ed il suo testo fondante – il Corano – stabilisce dei concetti di natura “sovranazionale”, che vanno al di là dei confini rappresentati dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua, dal tempo e dallo spazio, facendo sì che l’unico criterio di distinzione fra gli uomini sia la “devozione a Dio”. L’Islam esorta alla “predicazione” – ovvero all’annuncio ed alla diffusione della religione islamica – ed al “jihad”, ovvero a resistere a qualsiasi aggressione rivolta contro i musulmani ovunque si trovino ed a proteggere le frontiere degli stati islamici.

Tale caratteristica strutturale ha determinato, nelle circostanze attualmente esistenti a livello mondiale, le condizioni che hanno spinto al-Qaeda a combattere il “nemico lontano”, ovvero gli Stati Uniti. Tale caratteristica, tuttavia, non produce di per sé – come invece ritengono alcuni ricercatori ed alcuni politici in Occidente – una violenza spontanea o organizzata.

Questa stessa caratteristica è infatti radicata nelle menti e nei cuori di tutti i musulmani, ma la stragrande maggioranza di essi non ha seguito la strada di al-Qaeda e dei gruppi estremisti che hanno fatto dell’Islam il loro slogan politico. Dunque, le tesi dello “scontro di civiltà”, che equivalgono ad identificare l’intero mondo islamico, senza alcun fondamento o giustificazione, come il “nemico”, non offriranno una soluzione efficace al problema del terrorismo, e non garantiranno la sicurezza degli Stati Uniti, né permetteranno a Washington di convincere il mondo che gli Stati Uniti sono il “timoniere della globalizzazione”.

La soluzione efficace consiste invece in un insieme di provvedimenti integrati, il primo dei quali deve essere la rinuncia degli Stati Uniti ad appoggiare l’aggressione israeliana al popolo palestinese, ed un impegno serio a dare soluzione all’annosa questione che riguarda questo popolo. Il secondo passo deve consistere nella rinuncia di Washington a sostenere regimi di governo non democratici nel mondo arabo, permettendo così un cambiamento politico ed un rinnovamento sociale dall’interno, che ponga fine all’impasse causata da questi regimi. Tale impasse ha suscitato, fra l’altro, un odio crescente nei confronti degli Stati Uniti, i quali sono stati considerati, nella letteratura delle avanguardie del movimento islamico, come i sostenitori e gli alleati di quei governi che reprimevano e schiacciavano tale movimento – una visione, questa, che è tuttora predominante.

Da ciò segue la necessità di aprire la strada ad un coinvolgimento e ad un’inclusione del movimento islamico, e non al suo allontanamento ed alla sua condanna, come invece accade ora. E’ questa la condizione per far sì che esso rinunci del tutto alla violenza, sia sul fronte interno che all’estero, e che riconosca e accetti le regole di un governo di carattere civile, fondato sull’alternanza al potere e sul rispetto della libertà di espressione.

Il terzo passo da compiere è quello di “approfondire la conoscenza della religione islamica”, invece di emarginarla o di combatterla – scelta, quest’ultima, che significherebbe andare incontro ad una furiosa resistenza. L’approfondimento di questa conoscenza deve essere affidato a religiosi e giurisperiti musulmani moderati che godano del sostegno della gente, e che siano all’altezza delle sfide del nostro tempo, e non da figure imposte dall’estero con la richiesta implicita di modificare i metodi dell’insegnamento religioso.

Ammar Ali Hassan è direttore del Centro di Studi e Ricerche sul Medio Oriente, con sede al Cairo

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