6 giugno 2012

Il PCHR condanna il rinnovo della detenzione amministrativa per otto palestinesi, tra cui un membro del PLC


E’ notizia di questi giorni che i detenuti palestinesi starebbero ipotizzando di riprendere lo sciopero della fame di massa a cui avevano posto fine lo scorso 14 maggio, a seguito del raggiungimento di un accordo in base al quale gli israeliani si erano impegnati a migliorare le condizioni di detenzione e, soprattutto, a cessare l’uso indiscriminato della politica della detenzione amministrativa, una violazione inaudita di ogni minimo standard di equità e di diritto in base al quale i palestinesi possono essere incarcerati sulla base di un semplice ordine dell’autorità militare, senza alcun processo e senza che l’imputato possa nemmeno conoscere le accuse che gli vengono mosse e le prove a sostegno.

In violazione dell’accordo infatti, qualche giorno addietro, gli israeliani avevano proceduto al rinnovo di ben otto ordini di detenzione amministrativa nei confronti di altrettanti palestinesi, tra i quali il deputato del Consiglio legislativo palestinese Mohammed Maher Bader.

Va rilevato, in proposito, che tra gli oltre 300 palestinesi incarcerati in regime di detenzione amministrativa, vi sono 20 componenti e lo stesso Speaker del Consiglio, il Dr. Aziz Dweik, ai quali  viene negato l’esercizio di ogni elementare diritto di difesa e ad avere un giusto processo.

Giova ricordare che i parlamentari attualmente detenuti erano stati eletti nel gennaio del 2006 nelle fila del partito Cambiamento e Riforma, riconducibile ad Hamas, e sono stati arrestati subito dopo la cattura di Gilad Shalit il 25 giugno del 2006, senza alcuna accusa se non quella di appartenere ad una organizzazione “terroristica” e di fornirle supporto attraverso la loro attività parlamentare, dunque come atto di pura e semplice ritorsione.

La detenzione amministrativa, in Cisgiordania, è applicata sulla base dell’Ordine Militare n.1226, che autorizza i comandanti militari a detenere un individuo fino a sei mesi qualora essi ritengano che sussistono ragionevoli motivi ”per presumere che la sicurezza dell’area o la sicurezza pubblica richiedano la detenzione”; tale Ordine, tuttavia, non definisce in alcun modo i termini “sicurezza dell’area” o “sicurezza pubblica”, né stabilisce un periodo massimo cumulativo di detenzione amministrativa, che dunque può essere prorogata all’infinito.

Poiché non vi è obbligo di rendere note le prove a carico degli imputati, inoltre, l’esercizio del diritto di difesa e la possibilità di proporre appello contro un ordine di detenzione amministrativa, pur ammessa, resta del tutto inefficace in quanto l’imputato e il suo avvocato non hanno alcun accesso alle informazioni sulle quali l’accusa viene proposta. In questo senso, la detenzione amministrativa è incompatibile con i fondamentali diritti umani ed è indegna di uno stato di diritto, quale evidentemente non è Israele.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (Palestinian Center for Human Rights - PCHR) condanna il rinnovo degli ordini di detenzione amministrativa nei confronti di otto palestinesi, tra i quali Mohammed Maher Bader, un membro del Consiglio Legislativo Palestinese (Palestinian Legislative Council – PLC) appartenente al blocco Cambiamento e Riforma, da parte delle forze di occupazione israeliane. Il PCHR chiede alla comunità internazionale di fare pressione sulle forze di occupazione israeliane per porre fine alla politica della detenzione amministrativa, poiché essa viola il diritto fondamentale ad un giusto processo.

Le forze di occupazione israeliane hanno preso questa decisione due settimane dopo che era stato raggiunto un accordo tra i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane e il servizio carcerario israeliano. In base a tale accordo, i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno posto fine il 14 maggio 2012 al loro sciopero della fame a tempo indeterminato, in cambio del soddisfacimento di molte delle loro richieste.

Circa 1.600 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato il 17 aprile del 2012, mentre altri avevano iniziato il loro sciopero della fame singolarmente a partire dal 29 febbraio. Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includevano il miglioramento delle condizioni di detenzione all’interno delle carceri e dei centri di detenzione israeliani, il permesso di ricevere visite familiari, specialmente per i detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza, la fine della detenzione in isolamento, la fine della detenzione amministrativa, il permesso ai detenuti di proseguire i loro studi e la fine delle campagne di perquisizioni notturne.

Va rilevato che oltre 300 detenuti amministrativi, tra cui 20 membri ed un Presidente del PLC, il Dr. Aziz Dweik, sono incarcerati in strutture di detenzione israeliane in violazione del diritto ad un giusto processo, che comprende il diritto di ricevere una difesa adeguata e di essere informato delle accuse a proprio carico. La detenzione amministrativa è applicata solamente in base ad un ordine amministrativo, senza ricorrere ad un tribunale, violando in tal modo gli standard di una equa procedura giudiziaria, comprendente il giusto processo.   

In considerazione di quanto precede, il PCHR invita:

1) La comunità internazionale ad esercitare pressioni sulle autorità israeliane affinché adempiano integralmente e rispettino l’accordo, e riconsiderino le loro politiche nei confronti dei prigionieri palestinesi, al fine di assicurare il rispetto delle norme relative agli standard internazionali per il trattamento dei prigionieri; e

2) Le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni di solidarietà internazionali ad unire i loro sforzi per porre fine alla politica della detenzione amministrativa adottata da Israele, una politica che viola il diritto fondamentale ad un giusto processo.

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7 maggio 2012

Respinto il ricorso di due palestinesi in sciopero della fame


La Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso di due prigionieri palestinesi attualmente in sciopero della fame come segno di protesta per la loro detenzione non basata su alcuna accusa.

I due, il 27enne Bilal Diab e il 34enne Thaer Halahleh, in sciopero della fame da 70 giorni, sono tra le centinaia di prigionieri palestinesi che attualmente utilizzano questo mezzo estremo di protesta per chiedere migliori condizioni e la fine della detenzione senza processo in una delle più grandi manifestazioni di protesta di prigionieri degli ultimi anni.

Secondo quanto riferito da Jamil Khatib, il loro avvocato, all’agenzia di stampa AFP, “la Corte Suprema ha respinto entrambi i ricorsi”, aggiungendo che “i tribunali israeliani non trattano la questione della detenzione amministrativa in senso positivo. Ciò dimostra che i servizi segreti hanno l’ultima parola”.

(I due) “continueranno il loro sciopero della fame fino alla fine”, ha concluso.

Intanto dieci prigionieri palestinesi che partecipano allo sciopero della fame di massa sabato sono stati posti sotto controllo medico a seguito del peggioramento delle loro condizioni, secondo quanto comunicato da un portavoce del servizio carcerario israeliano.

I detenuti palestinesi che partecipano allo sciopero della fame sono almeno 1.550, anche se secondo gli attivisti questo numero è pari ad almeno 2.500 su un totale di 4.600 palestinesi in atto detenuti nelle carceri israeliane. La maggior parte dei partecipanti allo sciopero hanno iniziato a rifiutare il cibo 19 giorni fa, ma un nucleo più ristretto è in sciopero della fame ormai da un periodo di tempo che va dai 40 ai 70 giorni.

Diab, la settimana scorsa, è stato trasferito in un ospedale civile. Un team medico indipendente di Physicians for Human Rights-Israel ha affermato che era in imminente pericolo di morte. Secondo i medici di PHR, sia Diab che Halahleh sono comunque in pericolo in quanto il loro battito cardiaco è sceso al di sotto di 48 e la temperatura corporea a 35 gradi; entrambi inoltre soffrono di forti dolori allo stomaco e di ripetuti svenimenti per lunghi periodi, con Halahleh che ha difficoltà nel muoversi e nel parlare.

Halahleh era stato arrestato il 28 giugno del 2010, e da allora si trova incarcerato in regime di detenzione amministrativa, mentre Diab è detenuto dal 17 agosto dello scorso anno. A entrambi, similmente a quanto accaduto per Hana Shalabi, Israele ha offerto il rilascio e la deportazione a Gaza in cambio della cessazione dello sciopero della fame, in quella che costituirebbe una ulteriore violazione dei loro diritti fondamentali.

Mentre il mondo continua imperterrito a consentire che Israele utilizzi questa autentica barbarie giuridica che è la detenzione amministrativa, che consente la detenzione dei palestinesi – per periodi di 6 mesi prorogabili indefinitamente – sulla base di semplici segnalazioni dei servizi segreti e in violazione dei principi basilari di difesa che spettano a qualsiasi imputato

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19 maggio 2011

Agiamo in sostegno di Ahmad Sa'adat e di tutti i prigionieri palestinesi



Attualmente i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane ammontano a circa 5.500, tra questi 220 sono minori, 37 hanno un’età compresa tra 12 e 15 anni, 217 restano in carcere in regime di detenzione amministrativa, un autentico mostro giuridico che consente alle autorità israeliane di prolungare la prigionia dei Palestinesi a proprio piacimento, senza formalizzare alcuna accusa né tenere alcun processo.

Molti detenuti rimangono in custodia presso strutture carcerarie situate in territorio israeliano, in violazione del diritto umanitario; secondo i dati forniti da Amnesty International, a circa 680 di essi continua ad essere negato il diritto di ricevere visite da parte dei propri familiari. Numerose sono, altresì, le accuse rivolte alle autorità israeliane riguardanti abusi, maltrattamenti, torture.

Uno di questi prigionieri è Ahmad Sa’adat, il Segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Della sua vicenda tratta l’articolo che segue, tratto dal sito web del Campo Antimperialista.

I tribunali dell’occupazione prolungano di nuovo l’isolamento di Ahmad Sa’adat

Il 3 maggio 2011, in un’udienza nella prigione di Beersheba, la corte ha emesso un ordine di isolamento esteso fino al prossimo 3 novembre. Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e leader nazionale palestinese, è stato tenuto in isolamento dal 19 marzo 2009, per oltre due anni e più di 775 giorni.

E’ ben noto che il confino solitario e l’isolamento sono pericolosi e dannosi per la salute fisica e mentale dei prigionieri. E’ una tecnica frequentemente usata contro i prigionieri politici, dalla baia di Guantanamo degli Stati Uniti alle celle di isolamento di Ben Ali in Tunisia, fino alle carceri dell’occupazione. Israele è firmatario della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che statuisce che “Tutte le persone private della loro libertà debbono essere trattate con umanità e nel rispetto della dignità inerente l’essere umano.”

Al contrario, le celle di isolamento privano i prigionieri di contatti umani, distrazione e stimoli mentali. A Sa’adat è regolarmente vietato ricevere visite dei familiari, giornali, libri e informazioni in arabo. Mentre il totale disprezzo di Israele per il diritto internazionale è visibile in ogni aspetto della sua condotta, dai suoi crimini di guerra contro i palestinesi alla negazione del diritto al ritorno fino al suo sistema di apartheid nei confronti dei cittadini palestinesi, la situazione dei prigionieri palestinesi è un esempio lampante dello spregio di Israele verso il diritto internazionale e le norme sui diritti umani.

Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e dei Trattamenti Inumani, Degradanti e dei Maltrattamenti (CPT) – organismo di esperti associato al Consiglio di Europa – ha osservato: “E’ generalmente riconosciuto che tutte le forme di reclusione in isolamento senza appropriati stimoli mentali e fisici a lungo termine producono effetti dannosi con conseguente deterioramento delle facoltà mentali e delle capacità sociali.” Quei prigionieri destinati all’isolamento, compreso Ahmad Sa’adat, sono leader palestinesi di lunga data. Sa’adat è sempre stato un leader fra i suoi compagni di prigionia e una voce della coscienza del popolo palestinese; ed è per questa ragione che è stato destinato, sotto la copertura di prove segrete, all’isolamento e alla privazione.

Sa’adat ha rifiutato di presenziare all’udienza, in quanto illegale manifestazione di un’illegittima occupazione e di un sequestro e per il fatto che faceva affidamento su prove segrete, affermando di negare legittimazione a quella che chiaramente era una beffa alla giustizia.

Questo prolungamento del regime di isolamento arriva perchè i prigionieri palestinesi hanno lanciato uno sciopero della fame per protestare contro l’uso dell’isolamento. Gli scioperi sono iniziati il 3 maggio nelle prigioni di Ramon, Ashkelon e Nafha e si svolgeranno anche il 7, l’11, il 14, il 18, il 21, il 25 e il 28 maggio. I detenuti palestinesi nelle celle dell’occupazione stanno svolgendo azioni contro l’isolamento e rivendicano libertà. E’ imperativo per noi dare eco alle loro voci e esigere la fine dell’isolamento e la libertà per i prigionieri palestinesi.

La Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat osserva poi che il Dr. Ahmad Qatamesh, attivista palestinese di lunga data e scrittore, è stato sottoposto all’imposizione dell’arbitraria detenzione amministrativa e chiede la sua liberazione. Come rivela Addameer (http://www.addameer.info/), l’ordine della detenzione amministrativa non è altro che un arbitrario sequestro di persona e imprigionamento di palestinesi, senza capi d’accusa per un processo, per sei mesi alla volta. La detenzione amministrativa, basata su null’altro che prove segrete, è stata usata per bersagliare e ridurre al silenzio gli attivisti palestinesi, quando neppure le fragili regole dei tribunali militari israeliani possono essere utilizzate per imprigionare scrittori, attivisti e organizzatori palestinesi. La Campagna esige la liberazione di Ahmad Qatamesh e la fine dell’orrore costituito dalla detenzione amministrativa, un meccanismo di terrore contro la popolazione palestinese.

Dalla detenzione amministrativa ai processi militari fino alle celle di isolamento, Israele mostra totale disprezzo per i diritti umani e la dignità dei detenuti palestinesi. In risposta è urgente che i sostenitori della Palestina e della giustizia in tutto il mondo alzino le loro voci per chiedere la fine dell’isolamento, la fine alla detenzione arbitraria, la libertà di Ahmad Sa’adat e di ciascuno delle migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri dell’occupazione, per l’audacia nella lotta di liberazione della loro terra e del loro popolo.

Esortiamo gli attivisti ad includere dichiarazioni e messaggi di solidarietà con i prigionieri palestinesi nei loro eventi. E, dato che l’anniversario della Nakba si avvicina, a caratterizzare il 15 maggio con la richiesta del diritto al ritorno e della liberazione della Palestina, compresa quella dei prigionieri politici. I prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame e alzano le loro voci dietro le sbarre, noi dobbiamo unirci alle loro voci e chiederne la liberazione!

Contattateci all’indirizzo info@freeahmadsaadat.org per comunicarci i vostri eventi e le vostre azioni.
AGIAMO IN SOSTEGNO DI AHMAD SA’ADAT E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI!

1. Chiamate le ambasciate o i consolati israeliani nei vostri luoghi e chiedete l’immediata liberazione di Ahmad Sa’adat e di tutti i prigionieri politici palestinesi.

2. Scrivete al Comitato Internazionale della Croce Rossa e alle altre organizzazioni per i diritti umani perchè esercitino la loro responsabilità e agiscano rapidamente nel pretendere che Israele garantisca che Ahmad Sa’adat e tutti i palestinesi prigionieri siano liberati dall’isolamento punitivo. Inviate email al Comitato della Croce Rossa (jerusalem.jer@icrc.org), la cui missione umanitaria comprende il monitoraggio delle condizioni dei detenuti e mettetelo al corrente della situazione urgente di Ahmad Sa’adat.

3. Mandate email alla Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat con annunci, resoconti e informazioni sugli eventi locali, le attività e la diffusione di volantini.

4 maggio 2001

Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat
http://www.freeahmadsaadat.org/



Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

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24 settembre 2009

Lettera/appello in favore dei prigionieri palestinesi.

La Lista Civica Nazionale Per il Bene Comune ha predisposto una lettera aperta in favore dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, che è stata consegnata giovedì 17 settembre al Presidente del Senato ed ai senatori presenti, tutti gli altri l'hanno poi ricevuta con il servizio postale .

Con questa lettera si è voluto segnalare che – a fronte della mobilitazione internazionale per la liberazione del soldato Shalit – nessuno sembra ricordarsi delle migliaia e migliaia di Palestinesi illegalmente detenuti nelle carceri israeliane, arrestati spesso secondo procedure arbitrarie e sottoposti a quotidiane umiliazioni, a maltrattamenti, a torture.

Ci si dimentica che Gilad Shalit non è un povero cristo qualunque, ma è un soldato appartenente a quelle forze di occupazione che dal giugno del 2007 continuano a strangolare i Palestinesi della Striscia di Gaza, sottoponendoli a una punizione collettiva – vietata dal diritto umanitario – che non ha uguali al mondo.

Ci si dimentica che in media, tra i Palestinesi incarcerati in Israele, vi sono ogni mese almeno 375 minori, 39 dei quali di età compresa tra i 12 e i 15 anni, in chiara violazione delle norme contenute nella Convenzione Onu sui diriti del fanciullo del 1989, che pure Israele risulta avere sottoscritto.

Ci si dimentica dei quasi 400 Palestinesi incarcerati in regime di detenzione amministrativa, quella vera e propria mostruosità giuridica che consente ad Israele di trattenere in carcere civili palestinesi senza alcuna accusa o processo, sulla base di qualche soffiata o invenzione prezzolata proveniente dagli scantinati dei servizi segreti israeliani.

Detenzione che può durare fino a sei mesi, ma che può essere prorogata per ulteriori sei mesi e poi sei mesi e così via all’infinito: il risultato è che almeno 218 Palestinesi – secondo i dati dell’ong B’tselem - sono detenuti in carcere da più di un anno senza che a loro carico sia stata formulata alcuna precisa accusa, senza conoscere il perché dell’arresto, senza essere stati sottoposti ad alcun processo.

Ci si dimentica, infine, che la grande maggioranza dei prigionieri palestinesi è detenuta in territorio israeliano, in chiara violazione della IV Convenzione di Ginevra.

Ritengo, dunque, importante promuovere e sottoscrivere l’appello che segue, chi vuole potrà farlo inviando una mail a: presidente@perilbenecomune.net oppure scrivendo a: Per il Bene Comune, Piaz.le Stazione 15, 44100 Ferrara – tel./fax. 0532.52.148

IL TESTO DELLA LETTERA

Signor Presidente del Senato, Signori Senatori della Repubblica,

abbiamo registrato con sorpresa la notizia che il Senato ha approvato una risoluzione che chiede il rilascio di un soldato di Israele, catturato mentre partecipava ad una operazione militare ordinata per “perlustrare” un villaggio della striscia di Gaza.

Sorprende che tale presa di posizione non abbia nemmeno accennato agli oltre 11.000 (undicimila) palestinesi rapiti e illegalmente imprigionati dall’esercito e dalle autorità d’occupazione israeliane, ben sapendo che tra queste ci sono anche il Presidente della Assemblea Nazionale (Parlamento) e oltre cinquanta sindaci e dirigenti politici palestinesi, tra cui 21 parlamentari.

Confidando sulla adesione del Senato della Repubblica alla Carta Universale dei diritti dell’Uomo e sull’indipendenza sua e degli attuali senatori dalle pressioni della lobby filo sionista, noi facciamo appello a lei ed a tutti i senatori affinché venga posto un rimedio a tale “dimenticanza”, assumendo una posizione più giusta, equilibrata e dignitosa, in cui venga chiesto alle autorità civili e militari di Israele:

di rispettare le 72 (settantadue) risoluzioni e le deliberazioni dell’ONU sin qui ignorate;

di porre fine alla occupazione militare e alla colonizzazione della Palestina e del Golan;

di liberare i colleghi parlamentari palestinesi che sono stati rapiti;

di liberare tutti i prigionieri da anni in carcere senza processo e colpevoli unicamente di non gradire l’occupazione militare della propria terra;

di fare piena luce sul traffico d’organi che avviene dopo le morti “accidentali” dei prigionieri.

Fernando Rossi

Senatore della XV Legislatura

Lista Civica Nazionale Per il Bene Comune (www.perilbenecomune.net)

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15 settembre 2009

Nelle galere israeliane c'è sempre posto per i ragazzi palestinesi!

Sono passato da una vita normale a casa ad una fatta di manette, privazione del sonno, urla, minacce, cicli di interrogatori e gravi accuse. In queste circostanze, la vita diventa cupa, piena di paura e di pessimismo, giorni così duri che le parole non possono descriverli (testimonianza di Mahmoud D., 17 anni).

Secondo gli ultimi dati forniti dalla sezione palestinese di Defence for Children International, il numero dei Palestinesi minori di 18 anni detenuti all’interno delle prigioni dell’Israeli Prison Service (IPS) o nelle strutture di detenzione dell’esercito israeliano – all’interno di Israele e nei Territori occupati – nel mese di agosto è stato pari a 339.

Resta dunque ancora alto, nel corso del 2009, il numero dei giovani palestinesi incarcerati nelle galere israeliane, con una media di 375 detenuti per mese che, rispetto al 2008, fa segnare un aumento di ben 56 unità (+ 17,5%).

Il dato che più preoccupa e disturba, tuttavia, consiste nel fatto che ben 39 degli adolescenti che languono nelle carceri di Israele sono di età compresa tra i 12 e i 15 anni, con un aumento dell’85% rispetto allo stesso dato fatto registrare nel 2008.

Israele risulta tra le nazioni firmatarie della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo del 1989, che all’articolo 37 prevede che nessun fanciullo possa essere privato della libertà in maniera illegale o arbitraria e testualmente recita: “l’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa e avere la durata più breve possibile”.

Niente di ciò viene rispettato da Israele.

Le retate e gli arresti di Palestinesi minorenni costituiscono una routine per i lanzichenecchi di Tsahal, e vengono condotti in maniera brutale e spietata. Ragazzini indifesi vengono tirati giù dal letto alle prime ore dell’alba, buttati dentro un veicolo militare bendati e ammanettati, portati via senza alcuna indicazione alle famiglie su dove siano portati e per quali accuse siano stati arrestati.

Durante gli “interrogatori”, a questi ragazzini – a volte solo dodicenni – viene negato il permesso di vedere un avvocato o di ricevere visite dalle famiglie. Questi “interrogatori”, in realtà, confinano assai da vicino con la tortura e si avvalgono anche di tecniche proibite quali l’uso eccessivo di manette e bende sugli occhi, l’uso di calci e schiaffi, il mantenere a lungo posizioni dolorose, l’isolamento e la privazione del sonno.

Con queste gentilezze, la maggior parte dei ragazzini cedono e firmano confessioni scritte in ebraico, lingua che conoscono poco o per nulla. Gli “interrogatori” non sono mai videoregistrati, come prevede invece la legge israeliana per i propri cittadini.

Tutto questo per non parlare di quell’assoluta mostruosità giuridica che è la cd. “detenzione amministrativa”, una detenzione che avviene senza accusa o processo, ed è spesso basata su qualche soffiata o invenzione prezzolata proveniente dagli scantinati dei servizi segreti israeliani. La detenzione amministrativa può durare fino a sei mesi, ma questo iniziale periodo può essere prorogato per ulteriori sei mesi indefinitamente.

Sei mesi, e poi sei mesi, e chissà quanto tempo ancora, con una chiara e stupefacente violazione di diritti basilari quali quello di essere portati a conoscenza delle accuse che vengono rivolte, ad un giusto processo, a controbattere e a confutare i motivi della detenzione.

Due casi per tutti, e solo tra i più recenti.

Hamdi al-Ta’mari è stato arrestato per la prima volta il 25 luglio 2008, prelevato alle quattro del mattino dai soldati israeliani nella sua casa di Betlemme. Liberato il 13 novembre 2008 e successivamente arrestato di nuovo dopo un mese, Hamdi è attualmente al suo quarto ordine di detenzione amministrativa, confermato da una corte militare israeliana il 20 agosto di quest’anno. Durante un interrogatorio svoltosi nel dicembre 2008, Hamdi è stato accusato di appartenere ad un’organizzazione vietata, e tuttavia non è stato incriminato per alcun reato, non ha subito alcun processo, né alcuna prova a supporto di tale allegata appartenenza è stata mostrata ad Hamdi o al suo avvocato. Hamdi, al momento del suo primo arresto, aveva solo 15 anni.

Il 14 agosto, Rami Shilbayieh ha ricevuto il suo terzo ordine di detenzione amministrativa, successivamente confermato lo scorso 2 settembre. Quando è stato arrestato ed è stato emesso il primo ordine di detenzione amministrativa, Rami aveva 17 anni, e adesso si trova in carcere – senza alcuna accusa e senza aver subito alcun processo – dal 15 dicembre del 2008.

Una volta pronunciata la sentenza – o emesso l’ordine di detenzione – la stragrande maggioranza dei ragazzi palestinesi viene detenuta all’interno del territorio israeliano, in palese violazione della IV Convenzione di Ginevra. Molti bambini non ricevono visite dai loro familiari, ed è garantita loro un’istruzione molto limitata in due sole delle cinque strutture utilizzate per la detenzione dei minori palestinesi.

I maltrattamenti e le torture nei confronti dei ragazzini e degli adolescenti palestinesi sono istituzionalizzati e si svolgono in un clima di totale impunità. Tra il 2001 e il 2008, oltre 600 denunce sono state presentate in relazione ai pestaggi e alle torture praticate durante gli interrogatori della Israeli Security Agency (ISA) ma, ad oggi, nessun indagine è stata condotta su questi fatti.

E’ sempre fonte di stupore, per me, il considerare come Israele possa tranquillamente violare leggi, convenzioni e trattati internazionali senza che alcuno abbia niente da ridire. Eppure qui siamo in presenza di gravi e reiterate violazioni della IV Convenzione di Ginevra, della Convenzione Onu contro la tortura, della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo.

Ma gli ebrei d’Israele, in quanto popolo eletto, sono evidentemente al di sopra di ogni legge terrena.

Un soldato mi puntava contro il fucile. La canna del fucile era a pochi centimetri dal mio viso. Ero così terrorizzato che cominciai a tremare. Egli si prese gioco di me e disse: ‘stai tremando? Dimmi dov’è la pistola prima che ti spari’! (testimonianza di Ezzat H., 10 anni).

Ecco come si comporta il più valoroso e “morale” esercito al mondo, orgoglio di questo “faro di civiltà” che – piuttosto che la luce – sa diffondere solo la tenebra dell’odio, della brutalità e dell’insensata violenza.

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28 maggio 2008

L'infame trattamento dei prigionieri palestinesi.


Il sito Palestine Think Tank ci informa del caso incredibile di un prigioniero palestinese, Mahmoud Saeed Azzam, attualmente detenuto nella prigione di Shatta.

Azzam venne prelevato dagli Israeliani nel 1997 dalla sua casa nella città di Seelet Al Harthiya (Jenin) e portato nella prigione di Jalamah; durante la sua permanenza in questo centro di detenzione egli venne dapprima legato per le mani e le gambe ad una sedia molto piccola, con la testa coperta da un sacchetto puzzolente, ripetutamente minacciato che non avrebbe mai più rivisto la sua casa.

Successivamente, Azzam venne trasferito in una cella d’isolamento per 50 giorni, privo del diritto di rivolgersi ad un legale per ben tre settimane. Dopo due mesi, un ufficiale dell’intelligence gli comunicò l’intenzione israeliana di deportarlo in Giordania; all’inizio Azzam rifiutò ma, messo sotto pressione, il 28 dicembre del 1997 accettò di essere deportato, sebbene contro la sua volontà

Tuttavia, le autorità giordane rifiutarono di riceverlo, e così Azzam dovette tornare nelle prigioni israeliane, là dove langue da ben dieci anni senza aver subito alcun processo, con una gravissima violazione dei suoi diritti umani.

Naturalmente, quello di Mahmoud Azzam è un caso limite, ma la realtà delle carceri israeliane e il trattamento dei prigionieri palestinesi mostra una quotidianità fatta di maltrattamenti, abusi, degradazione, pessimo o nullo trattamento sanitario, violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo.

Secondo l’ultimo rapporto del Ministro della Sanità palestinese – presentato alla 61a Assemblea Generale della World Health Organization (WHO) – il numero dei detenuti arabi attualmente rinchiusi nelle carceri israeliane è pari a circa 11.500, distribuiti in 28 prigioni, campi, centri di detenzione e quant’altro; solamente in questi primi mesi del 2008 i Palestinesi arrestati ammontano a ben 2.700, tra cui 255 minori e 14 donne.

Di questi prigionieri, ben 920 si trovano nelle stesse condizioni di Mahmoud Azzam, e cioè sono incarcerati in regime di detenzione amministrativa, una autentica infamia israeliana che consente di trattenere le persone in carcere per diversi mesi – e come abbiamo visto anche per anni – sulla base di una procedura di sicurezza che prevede la detenzione senza comunicazione dei capi d’accusa e senza la possibilità di avere contatti con l’esterno, semplicemente sulla base di una segnalazione proveniente da qualche sottoscala dello Shin Bet.

Non v’è chi non veda, naturalmente, che detenere in carcere una persona sulla base di files segreti e senza che l’imputato compaia davanti ad un tribunale costituisce un’autentica negazione del diritto e una flagrante violazione dei diritti umani degli interessati.

I centri di detenzione peraltro, ad eccezione di uno, sono tutti situati all’interno del territorio israeliano, e tale circostanza costituisce anch’essa una violazione del diritto internazionale. Gli artt.49 e 76 della IV Convenzione di Ginevra, infatti, stabiliscono che i detenuti provenienti da territori occupati debbano essere ristretti in carcere all’interno dello stesso territorio occupato, e non possono essere trasferiti in centri di detenzione situati all’interno del territorio della potenza occupante.

Questa (ennesima) violazione del diritto internazionale da parte di Israele ha pesanti conseguenze per quanto riguarda il diritto dei detenuti di ricevere visite, e quello correlativo dei familiari ad andarli a trovare.

Spesso, infatti, alle migliaia di familiari, coniugi, parenti di Palestinesi incarcerati in Israele viene negato il permesso di entrare in Israele e recarsi nei luoghi di detenzione, naturalmente per le solite, ovvie ragioni di “sicurezza”: naturalmente, se Israele rispettasse le norme, un simile problema neppure si porrebbe.

Si arriva così ai casi limite quale è quello riportato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), il caso di una moglie il cui marito è in prigione da ben 23 anni, costringendola tra l’altro a crescere da sola ben sei figli. Thanai, è questo il nome della donna, fino a qualche tempo fa poteva visitare il marito due volte al mese, grazie ai programmi di visita gestiti dall’ICRC ma, a partire dal giugno del 2007, le autorità israeliane non le hanno più concesso di effettuare nemmeno una visita.

Per motivi di sicurezza…

Sono più di 900 i soli detenuti originari di Gaza che non ricevono visite dei loro parenti e familiari da circa un anno, come ha recentemente denunciato Christoph Harnisch, il capo della delegazione dell’ICRC in Israele e nei Territori palestinesi.

A ciò aggiungasi la totale mancanza e/o la pessima qualità del trattamento sanitario fornito agli oltre 1.300 Palestinesi detenuti, uomini e donne, che necessiterebbero di cure mediche e di assistenza.

I dottori che lavorano nelle prigioni israeliane sono gli unici al mondo che curano ogni malattia con una pastiglia di paracetamolo e un bicchiere d’acqua: il risultato, facilmente prevedibile, è che tra il 1967 e il 2007 ben 192 Palestinesi sono morti nelle carceri israeliane a causa di negligenza o di ritardate cure mediche, sei solo nel 2007.

Ma l’aspetto forse più scioccante e vergognoso della condizione dei Palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è quello relativo ai minori.

Attualmente i Palestinesi minori di 18 anni detenuti nelle strutture dell’Idf o dell’Israel Prison Service sono ben 340 e, tra questi, 28 sono incarcerati in regime di detenzione amministrativa e 45 hanno un’età inferiore a 16 anni; in media, ogni anno, Israele arresta circa 700 Palestinesi di età inferiore a 18 anni, seimila sono stati arrestati dal 2000 ad oggi.

Il trattamento che gli Israeliani riservano a questi adolescenti, a volte poco più che bambini, viola sistematicamente ogni norma di diritto internazionale, incluse la IV Convenzione di Ginevra e la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia del 1989.

Secondo Defence for Children International, spesso i bambini arrestati subiscono lo stesso trattamento degli adulti, e ciò significa violenze durante la cattura e nel corso degli interrogatori, intimidazioni, isolamento.

Gli ordini militari fissano a 16 anni l’età adulta per i bambini palestinesi, mentre la legge israeliana fissa la responsabilità penale a 18 anni; è prassi, inoltre, determinare l’età del minore accusato al momento della sentenza invece che a quello dell’arresto, uno stratagemma che serve a processare come adulti dei ragazzini che, magari, avevano semplicemente tirato un sasso quando non avevano ancora 16 anni.

Questa è la qualità del regime carcerario e il rispetto dei diritti umani che Israele riserva ai Palestinesi catturati nel corso delle gite quotidiane di Tsahal nei Territori occupati.

Se consideriamo che almeno 650.000 Palestinesi, dal 1967 ad oggi, ha trascorso parte della sua vita nelle carceri israeliane (si tratta del 20% della popolazione palestinese), non riesce davvero difficile capire da dove nasca l’odio e il risentimento nei confronti di Israele.

E non solo da parte dei Palestinesi.

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