20 agosto 2013

Il Muro israeliano e la finzione della sicurezza



Secondo la propaganda degli amici di Israele (che purtroppo sembrano aver infiltrato anche Wikipedia), il Muro di "sicurezza" israeliano avrebbe come unico scopo quello di impedire l'infiltrazione in Israele dei "terroristi" palestinesi, diminuendo così drasticamente la possibilità di nuovi attentati. 

Ma se gli attentati si sono, come è in effetti, azzerati, questo è stato dovuto al cambio di strategia delle organizzazioni palestinesi e alla collaborazione in tema di sicurezza tra Israele e l'ANP, non certo perchè il Muro sia invalicabile.

E questa circostanza la mostra di tutta evidenza il video qui sopra, in cui si vedono alcuni Palestinesi che entrano illegalmente in Israele semplicemente correndo e sfruttando un buco nella recinzione. Solo che vanno a cercare un lavoro, non a commettere attentati...
  
E anche laddove il Muro si presenta non come semplice recinzione, ma come manufatto in cemento armato, è persino possibile scavalcarlo, come mostrano le foto qui sotto.

Il che ci porta a capire che quella della "sicurezza" è una scusa quasi banale: del resto, se quello fosse stato davvero il suo scopo, Israele il Muro avrebbe potuto costruirlo lungo il confine pre-1967 (la cd. green line).

E invece il Muro, attualmente, corre per ben l'85% del suo tracciato all'interno della Cisgiordania, sottraendo alla popolazione palestinese un ulteriore 10% di territorio e mantenendo al sicuro dalla parte israeliana oltre l'85% dei coloni illegalmente stanziati in terra palestinese (cfr. OCHA - The humanitarian impact of the Barrier, luglio 2013).

Ed è questo, infatti, il suo scopo reale. 




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20 agosto 2010

In libreria: Israele, uno stato razzista.


Gli ebrei, vittime degli stermini nazisti, a loro volta divengono feroci persecutori del popolo palestinese. E' questo il paradosso storico, che stupisce e lascia sgomenti, affrontato da Mario Moncada di Monforte nel suo ultimo libro, Israele, uno stato razzista.

Scrive l'autore: "Quello che più sorprende e lascia allibiti è l'accanimento razzista anche verso gli ebrei orientali e verso quegli ebrei che non riconoscono lo stato d'Israele o ne contestano i comportamenti spietati contro i palestinesi. Sorprende, soprattutto, il tradimento dei valori dell'Ebraismo".

Per avvalorare le sue tesi, lo studioso di geopolitica sceglie di avvalersi di studi ed affermazioni di importanti studiosi ebraici, tra i più aspri critici del razzismo sionista.

L'emblema del conflitto israelo-palestinese è il Muro, 720 chilometri per separare Gerusalemme dal resto dei territori palestinesi e difendere le colonie illegali. Muro anch'esso dichiarato illegale dalla Corte Internazionale dell'Aja nel 2004, che richiama alla memoria quel terribile muro di Varsavia dentro il quale i nazisti avevano rinchiuso gli ebrei polacchi.

A volte la storia non ha memoria.

Israele, uno stato razzista
Autore: Mario Moncada di Monforte
Editore: Armando Editore
Data pubblicazione: 2010
Prezzo: 16 euro

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6 luglio 2010

In libreria: Contro il Muro - L'arte della resistenza.

William Parry
Contro il Muro
L'arte della resistenza

Non vedo l'ora di leggere il libro di Parry. Lo spirito di resistenza dei palestinesi è forte, ma c'è bisogno di supporto internazionale. Spero che questo libro possa renderlo possibile. Ken Loach

Uno splendido saggio fotografico. Attraverso le pagine di questo libro, ho potuto capire gli effetti dell'occupazione sul popolo palestinese. Joe Sacco

Alla fine anche questo libro aiuterà a tirare giù il Muro… Damon Albarn

Un libro di foto che cattura graffiti e dipinti che hanno trasformato il Muro eretto da Israele in una sorta di "tela vivente" di resistenza e solidarietà. Attraverso il lavoro di artisti e attivisti palestinesi e di artisti internazionali come Bansky, Ron English, Blu e molti altri, le foto di questo libro raccontano una storia di rabbia, compassione, intelligente ironia.

Meglio di qualsiasi saggio, Contro il Muro descrive il prezzo che il Muro sta facendo pagare alla popolazione palestinese, in termini di mancato accesso al lavoro, alle cure mediche, all'educazione, alle relazioni personali. Il commovente e sincero racconto collettivo di un popolo determinato a mantenere la propria dignità di fronte a una profonda ingiustizia. In uscita l'8 luglio in libreria.

Wiliam Parry giornalista e fotografo freelance e vive a Londra. Ha pubblicato con il Guardian e l'Independent. Ha lavorato e viaggiato a lungo in Medio Oriente.

ISBN EDIZIONI
192 pagine 23 euro
traduzione di Francesca Novajra
Ufficio Stampa
Isbn Edizioni
Via Sirtori, 4
20129 Milano
T. 02 36578933

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10 maggio 2010

Anche le istituzioni (a volte) si muovono...

IL COMUNE DI VICENZA - Assessorato alla famiglia e alla pace

nell'ambito delle iniziative assunte con l'adesione al Progetto "Adotta un popolo"e la partecipazione alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi del prossimo 16 maggio 2010

in collaborazione con l'Associazione Salaam Ragazzi dell'olivo - Vicenza propone

TESTIMONI DA BIL'IN
il villaggio resistente nella Palestina occupata
una serata con Iyad Burnat e Raz Bar David Veron
martedì 11 maggio alle ore 20.45
nella Sala dei Chiostri di Santa Corona

Una ragazza israeliana di vent'anni dal viso pulito, Raz Bar David Veron, ha già fatto l'esperienza del carcere per essersi rifiutata di arruolarsi nell'esercito.

Iyad Burnat, coordinatore del Bil'in Popular Committee,una delle principali figure della lotta contro il MURO, anch'egli arrestato più volte.

Il loro punto d'incontro è credere nella pace, nell'azione non violenta.Il loro luogo d'incontro è Bil'In, che da cinque anni resiste contro il MURO ed è diventata la bandiera della resistenza non violenta all'occupazione.

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13 aprile 2010

Fondo pensioni svedese disinveste da azienda israeliana.

Il maggiore fondo pensioni svedese, Forsta AP-Fonden, ha dismesso la sua quota di azioni della Elbit Systems a causa del fatto che questa compagnia partecipa ai lavori di costruzione del muro di separazione tra Israele e la Cisgiordania. La Elbit, in particolare, costruisce e gestisce il sistema di sorveglianza di sicurezza collegato al muro.

Nonostante le doglianze israeliane che si basano sulla nota tesi propagandistica secondo cui il muro ha una semplice funzione difensiva – dimenticando che esso corre per gran parte su territorio occupato e mira piuttosto a consolidare l’illegale annessione di ulteriori terre e risorse palestinesi – il Consiglio etico del sistema pensionistico svedese ha stabilito, all’inizio di questo mese, che la condotta della Elbit viola le linee guida etiche dei fondi.

Quattro fondi pensione su cinque (AP1, AP2, AP3, e AP4), seguendo l’indicazione del loro Consiglio etico, hanno deciso pertanto di disinvestire dalla compagnia israeliana che, con la sua attività, contribuisce alla violazione di fondamentali norme del diritto umanitario.

Così recita il comunicato ufficiale che ha annunciato la decisione: “il Consiglio Etico raccomanda che la Elbit Systems Ltd debba essere esclusa da ogni portafoglio, in quanto ritiene che la compagnia, attraverso la sua attività di sviluppo, fornitura e manutenzione di un sistema di controllo costruito appositamente per alcuni settori della barriera di separazione in corso di costruzione nella West Bank, possa essere ricollegata alla violazione di norme e convenzioni fondamentali”.

Tale decisione si ricollega ad una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia dell’Aja del 2004 – che ha statuito l’illegalità del muro per la parte costruita su territorio occupato e ne ha chiesto la demolizione – e segue ad una analoga iniziativa assunta, lo scorso mese di settembre, dal fondo pensionistico statale norvegese.

E’ un vero peccato che le tante aziende italiane che hanno rapporti d’affari con Israele non abbiano mai istituito al loro interno un Consiglio etico che vieti di avere rapporti commerciali con stati-canaglia che violano quotidianamente i pilastri del diritto umanitario.

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9 luglio 2009

Il muro dell'illegalità e della vergogna.


Esattamente cinque anni fa, il nove luglio del 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ) rilasciava il proprio parere consultivo (successivamente fatto proprio da un voto dell’Assemblea generale dell’Onu) sulle “Conseguenze legali della Costruzione di un Muro nel Territorio Palestinese Occupato”.

Il pronunciamento dell’Icj, in particolare, si articolava in cinque punti salienti:

1) la costruzione del muro da parte di Israele all’interno dei Territori occupati (e cioè non seguendo la linea armistiziale del 1949, la cd. green line) – ivi inclusa Gerusalemme est – e il regime amministrativo associato a detto muro sono da considerarsi contrari al diritto internazionale;

2) Israele conseguentemente ha l’obbligo di porre fine a tali violazioni, cessando immediatamente la costruzione del muro all’interno dei Territori occupati (e di Gerusalemme est) e smantellando le porzioni di muro già costruite che oltrepassano la green line, nonché abrogando o rendendo ineffettivi tutti gli atti legislativi e amministrativi connessi;

3) Israele ha l’obbligo, inoltre, di risarcire i Palestinesi rimasti danneggiati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati;

4) tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione di illegalità venutasi a creare con la costruzione del muro e di non fornire in alcun modo aiuto o assistenza ad Israele nel mantenere in essere detta situazione; gli Stati firmatari della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 hanno, altresì, l’ulteriore obbligo di far sì che Israele si conformi alle norme di diritto umanitario internazionale contenute nella IV Convenzione;

5) le Nazioni Unite, e in special modo l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare quali azioni intraprendere per porre fine alla situazione di illegalità determinata dalla costruzione del muro e dal regime ad esso associato.

Cinque anni sono passati da questa importante pronuncia dell’Icj, eppure nulla è cambiato, Israele continua a costruire il muro dell’apartheid in aperta violazione della legalità internazionale, e gli Stati parti contraenti della IV Convenzione di Ginevra permangono in uno stato di incredibile e ingiustificata inerzia, omettendo di adempiere al preciso obbligo loro imposto di non riconoscere il tracciato illegale del muro e di far rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani dei Palestinesi.

Israele si è sempre giustificato asserendo la temporaneità dei confini delineati dal muro, e la necessità della sua costruzione per motivi di sicurezza, ma la ICJ ha correttamente rilevato che lo specifico percorso scelto da Israele per la costruzione del muro non era affatto necessitato dai pretesi “motivi di sicurezza”.

La stragrande maggioranza del percorso del muro – esattamente l’86% del totale – è situata, infatti, all’interno della West Bank e non lungo la green line; ciò mostra, di tutta evidenza, come il percorso del muro sia stato ideato e pianificato con il fine preciso di includere al suo interno la gran parte degli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, insediamenti che sono da considerarsi illegali alla luce del diritto internazionale.

Ad oggi, il percorso del muro è stato completato per circa 413 km. (58,3% del totale), mentre risultano in corso di costruzione ulteriori 73 km. del tracciato (cfr. OCHA, West Bank Barrier Route Projections, luglio 2009); quando il muro sarà stato completato, esso servirà ad annettere ad Israele un ulteriore 9,5% della Cisgiordania, ovvero quelle porzioni di territorio comprese tra la green line ed il muro stesso.

Il numero totale dei Palestinesi che resterà confinato tra il muro e la green line è pari a circa 267.000; di questi, 125.000 saranno circondati dal muro da tre lati (28 comunità, tra cui le aree di Biddya, Biddu e la città di Qalqilya), mentre 28.000 si troveranno a dover vivere in enclavi circondate dal muro da quattro lari (8 comunità, tra cui Az Zawiya e Bir Nabala).

Ma il caso più eclatante della violazione dei diritti umani dei Palestinesi operata dal muro è probabilmente quello relativo a Gerusalemme est.

L’accesso a Gerusalemme est è di primaria importanza per gli abitanti dell’intera Cisgiordania, vuoi per motivi religiosi, per la necessità di cure mediche, per il lavoro, l’istruzione, i rapporti familiari, etc. Eppure, per la maggior parte dei Palestinesi, questo accesso è proibito, a meno che non si possieda uno speciale permesso, molto difficile da ottenere, rilasciato dalle autorità israeliane. Da quando il muro è stato completato in quest’area, i possessori di permessi possono entrare a Gerusalemme solo da 4 dei 16 check point esistenti, e solo a piedi! Questo senza considerare che i permessi perdono validità in caso di chiusura generale, usualmente in occasione delle festività ebraiche o di allarmi per la sicurezza.

Ma il muro è soltanto uno degli elementi di un più esteso sistema di restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania. Accanto ad esso, infatti, convivono ben 613 check point ed ostacoli vari situati lungo le principali strade ed accessi, a cui vanno aggiunti gli ulteriori 84 ostacoli presenti nella zona di Hebron controllata da Israele (cfr. OCHA, West Bank Movement and Access Update, giugno 2009).

In aggiunta, il sistema delle strade è sempre più caratterizzato dalla segregazione e dalla discriminazione su base razziale: centinaia di chilometri delle strade della West Bank (le migliori…) sono ristrette o del tutto vietate ai Palestinesi, mentre gli Israeliani possono percorrerle liberamente. Si calcola che circa un terzo dell’intera Cisgiordania – inclusa Gerusalemme est – sia vietata ai Palestinesi sprovvisti di speciale permesso rilasciato dalle autorità militari israeliane.

Queste inaudite restrizioni, che non a caso per molti configurano un vero e proprio regime di apartheid, non violano soltanto la libertà di movimento dei Palestinesi, ma impediscono loro di esercitare pienamente tutta un’ampia gamma di diritti umani fondamentali quali il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, ad un adeguato standard di vita.

Nonostante la decisione dell’ICJ, dunque, la costruzione del muro dell’illegalità continua, e Israele continua ad annettersi terra palestinese e a vessare in ogni modo la vita dei residenti della West Bank. Ma questo muro è anche il muro della vergogna, quella rappresentata dalla inaudita e complice inerzia della comunità internazionale di fronte ai crimini e ai misfatti posti in essere da Israele.

Nonostante l’art.1 della IV Convenzione di Ginevra imponga agli Stati che l’hanno sottoscritta l’impegno a farne rispettare le previsioni, Israele non solo non viene chiamata a rispondere delle sue sistematiche e spudorate violazioni del diritto umanitario, ma gli aiuti internazionali continuano ad affluire, come se niente fosse, nelle casse dello Stato ebraico.

Così, per esempio, gli Stati Uniti continuano a fornire ingenti aiuti economici e militari allo Stato di Israele, senza condizionarli in alcun modo al rispetto dei diritti umani; così, ad esempio, l’Unione Europea ancor oggi non ha la voglia o il coraggio di far valere quella clausola del rispetto dei diritti umani, all’interno e all’esterno di Israele, contenuta all’art.2 dell’accordo di associazione Eu-Israele.

E il permanere del sostegno internazionale ad Israele non solo significa venir meno all’obbligo degli Stati di assicurare il rispetto del diritto internazionale, ma rappresenta una vera e propria complicità nei crimini commessi a danno del popolo palestinese, contribuendo a creare un clima di sostanziale impunità per lo Stato ebraico.

Finché permarrà questo discutibile atteggiamento della comunità internazionale e finché verrà adottato il solito doppio standard di giudizio, consentendo se non giustificando ogni crimine, per quanto efferato, se commesso da Israele, la pace in medio oriente sarà soltanto un traguardo irraggiungibile.

E non è detto che a pagarne il prezzo saranno sempre e solo i Palestinesi.

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7 giugno 2007

Viva gli assassini!

Un fine umorista di origine egiziana ha di recente pubblicato un libro in cui, partendo dalla propria esperienza autobiografica, arriva a maturare il convincimento che “la difesa della sacralità della vita coincide con la difesa del diritto all’esistenza da parte di Israele”.
Peccato che di questa equivalenza non fossero informati i soldati israeliani, e in particolare quelli posizionati nei pressi dell’ex insediamento colonico di Dugit, che per difendere in concreto il diritto di Israele ad esistere e a proteggersi non hanno esitato a uccidere due ragazzini incolpevoli ed innocenti.
O forse, per meglio dire, peccato che il valore e la “sacralità” della vita non vengano in considerazione quando le vite in questione sono quelle di qualche arabo cencioso.
Secondo la ricostruzione dell’Ong palestinese Pchr, venerdì 1 giugno, intorno a mezzogiorno, quattro ragazzini palestinesi stavano tranquillamente giocando con i loro aquiloni vicino alla spiaggia; ad un certo punto, uno degli aquiloni è caduto vicino alla zona in cui era posizionata una unità di fanteria di Tsahal, i cui soldati non hanno esitato ad aprire il fuoco contro un così ghiotto bersaglio.
In questa maniera assurda hanno trovato la morte Ahmad Abu Zubeida e Zaher al-Majdalawi, entrambi 14enni ed entrambi provenienti dal vicino campo profughi di Jabalya, mentre il terzo componente del gruppo, il 16enne Mohammed al-Atawna, è rimasto lievemente ferito alla schiena ed il quarto è riuscito a scappare.
La versione israeliana, naturalmente, diverge leggermente e racconta che “figure sospette” stavano cercando di piazzare un ordigno esplosivo nei pressi della barriera di “sicurezza” e che i soldati, prima di sparare, hanno intimato regolarmente l’alt.
Va’ da sé che si tratta di una versione poco credibile, tanto è vero che il giovane al-Atawna, trasportato in Israele per le prime cure, è stato successivamente trasferito in un ospedale di Beit Lahia senza alcuna accusa a suo carico: naturalmente era disarmato, come gli altri suoi due, più sfortunati, amici.
Appare incredibile come, in pieno giorno, un esercito ben addestrato e, si suppone, dotato di binocoli e di altri dispositivi di avvistamento possa scambiare dei ragazzini per dei “terroristi” e un aquilone per un ordigno esplosivo.
Appare incredibile che - ogni volta che un Palestinese muore nei pressi della barriera di “sicurezza” o in prossimità degli insediamenti smantellati - ciò accada perché stava cercando di piazzare una bomba sotto le recinzioni.
Una bomba sotto la barriera, e perché? Per immigrare clandestinamente in Israele senza farsi notare? Per distruggere una porzione di muro o di reticolato? Per aprire la strada alle agguerritissime truppe palestinesi e permettere loro di invadere Israele?
Il vero è che le aree di territorio (palestinese) immediatamente adiacenti al muro di “sicurezza” – dichiarate unilateralmente da Israele “no-go zones” per i Palestinesi – si sono in realtà trasformate in vere e proprie “zone della morte”, in cui entrare equivale ad andare incontro ad una morte pressoché certa (per alcuni casi precedenti vedi qui e qui).
Ed in verità, se ai Palestinesi bastasse evitare le zone con vista sul muro per evitare danni, andrebbe ancora bene; il problema, purtroppo, è che in Palestina non si è sicuri della propria incolumità nemmeno restando chiusi in casa.
Così ieri mattina - verso le prime luci dell’alba – alcuni soldati israeliani, nel corso di un’operazione di arresto, hanno fatto irruzione in una casa di Hebron sparando all’impazzata, uccidendo il 67enne Yehia al-Jabari e ferendo altri sette componenti della sua famiglia, compresa la moglie 65enne che versa in gravi condizioni in ospedale per una ferita alla testa.
Naturalmente, anche qui, le versioni delle due parti divergono lievemente, con i Palestinesi che sostengono che i soldati israeliani hanno aperto il fuoco senza motivo, mentre fonti di Tsahal affermano, invece, che i soldati hanno aperto il fuoco solo dopo essere stati attaccati dai padroni di casa con lanci di oggetti (persino di una bombola di gas) e a seguito del tentativo di un familiare di al-Jabari di strappare il fucile ad un israeliano.
E già, sembra di vederla la scena, un anziano 67enne che si scaglia contro i soldati israeliani brandendo sopra il capo una bombola di gas, mentre la moglie, più giovane ed arzilla, cerca di strappare il fucile dalle mani del soldato che glielo punta contro.
Voi ci credereste? Io non penso proprio (naturalmente la domanda non è rivolta né agli amici di Israele né alla cricca di informazione corretta e similari).
L’alibi menzognero di Israele a giustificazione della recente ondata di omicidi - purtroppo preso per buono dalla comunità internazionale – è rappresentato, come è noto, dal lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza contro la cittadina di Sderot.
A partire dal 16 maggio e fino al 1° giugno di quest’anno, secondo i dati dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), 321 Qassam sono stati sparati contro Sderot e le aree circostanti, causando due vittime civili e 18 feriti; di contro, nello stesso periodo, 68 incursioni aeree della Iaf e vari raid terrestri dell’esercito israeliano sono costati ai Palestinesi ben 53 vittime, inclusi 7 bambini, e oltre 185 feriti (tra cui 10 bambini).
Questo basterebbe a dar conto della “moderazione” mostrata da Israele e della sproporzione e della disumanità della sua “risposta”.
Ma questi ultimi delitti di cui si è macchiato Tsahal, e di cui abbiamo parlato sopra, possono giustificarsi come “reazione” al lancio dei Qassam? E cosa c’entrano due vecchietti di Hebron con i razzi che partono dalla Striscia di Gaza?
Ma è il concetto stesso di “risposta” da parte dell’esercito israeliano che rappresenta una totale falsità, una menzogna propagandistica che riesce a passare solo grazie all’appoggio pressoché incondizionato dei media e dei politici di casa nostra, e per dimostrarlo basta andare a guardare le statistiche dei morti e dei feriti delle due parti nei primi quattro mesi dell’anno, quando cioè Israele non aveva ancora la necessità di “rispondere” ad alcunché.
Ebbene, nel periodo gennaio – aprile 2007, l’esercito israeliano aveva già assassinato ben 52 Palestinesi, di cui 35 nel West Bank (5 bambini) e 17 nella Striscia di Gaza (4 bambini), mentre i Palestinesi feriti ammontavano a 628, di cui 590 nel West Bank (87 bambini) e 38 nella Striscia di Gaza (10 bambini).
Nello stesso periodo, gli Israeliani uccisi sono stati 4 (tutti soldati dell’esercito di occupazione) e i feriti sono stati 84, di cui 42 civili, quasi esclusivamente coloni (vedi OCHA-oPT Protection of civilians – Report to the end of April 2007).
Come ben si vede, dunque, prima che iniziasse il massiccio lancio di razzi Qassam contro Sderot non vi era certo una tregua in corso; al contrario, Israele non aveva mai cessato la sua lenta ma indefessa opera di massacro di una popolazione innocente e pressoché inerme.
Come ben si vede, piuttosto, sono stati i Palestinesi con i loro Qassam a rispondere, in maniera certo contraria al diritto umanitario ma disperata e comprensibile, allo strapotere militare, alle devastazioni e ai crimini impunemente perpetrati dall’esercito israeliano.
Si aggiunga, peraltro, che le statistiche mostrano come l’azione di Tsahal, nel periodo considerato ma anche successivamente, si sia concentrata soprattutto sul West Bank, da cui non risulta che sia stato mai lanciato un bel niente verso il territorio israeliano, neanche qualche pietra.
Come possa Magdi Allam - e purtroppo tanti al pari di lui in Italia e in Europa – definire Israele come un “faro di civiltà” nel Medio Oriente resta dunque un mistero, considerato che l’unica cosa che Israele riesce ad esportare nella regione è la cieca e brutale forza delle armi, l’oppressione, la devastazione, il furto delle risorse naturali, la morte.
Israele, piuttosto, assomiglia con molta maggiore verosimiglianza al portatore di una grave malattia infettiva, che già devasta e uccide il popolo palestinese e rischia di contagiare l’intera regione, mentre la comunità internazionale dei medici, accorsa al capezzale del paziente palestinese, si limita a nutrirlo e a mantenerlo in vita, rifiutandosi però di adottare le necessarie cure per combattere la malattia e isolarne il portatore, ed anzi rimproverando aspramente il paziente se solo osa cercare di curarsi da sé, al di fuori delle misure previste dai protocolli medici e con mezzi artigianali che risultano essere troppo “aggressivi” per il portatore stesso.
Capisco bene come oggi sia vantaggioso schierarsi al fianco di Israele, vuoi per motivi di immagine e di visibilità, vuoi per motivi di opportunità politica, vuoi magari per motivi più terra terra, legati alla vile pecunia.
Capisco, dunque, ma davvero ne resto stupito ed amareggiato perché, mai come oggi, gridare “viva Israele!” equivale a gridare “viva gli assassini!”.

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