lunedì, agosto 29, 2011

Palestinese di Nablus ferisce otto israeliani a Tel Aviv

Nelle prime ore di oggi otto israeliani sono rimasti feriti a Tel Aviv, quando un palestinese proveniente da Nablus ha investito dei poliziotti con un taxi rubato ed è uscito poi dal veicolo per accoltellare altre persone.

L'attacco è avvenuto poco dopo l'una e mezza della mattina all'esterno del club Haoman 17 all'incrocio delle vie Salameh e Abarbanel, nella parte sud di Tel Aviv. Al momento dell'attacco, oltre 2.000 giovani affollavano il locale per una festa, e dunque la polizia presidiava in forze la zona.

Degli otto feriti, uno è in condizioni critiche, due hanno riportato ferite definite "moderate"; leggermente ferito anche l'attentatore nelle concitate fasi dell'arresto.

Secondo quanto appurato dalle indagini, il sospettato è salito su un taxi a Yaffo e ha chiesto di essere portato alla vecchia stazione degli autobus di Tel Aviv; all'arrivo, ha ferito il tassista ad una mano e si è impadronito del veicolo, dirigendosi verso il locale.

Giunto in zona, si è lanciato con l'auto contro uno dei posti di blocchi istituiti dalla polizia come parte della routine di sicurezza per vigilare sull'evento organizzato all'Haoman 17; sulle prime, i poliziotti hanno pensato ad un ubriaco al volante, e sono rimasti inizialmente colti di sorpresa quando l'uomo - un giovane sulla ventina - ha iniziato a mulinare il coltello ferendo alcuni di loro.

Secondo la polizia, le indagini - tutt'ora in corso - avrebbero appurato che l'attacco era stato progettato in anticipo.

L'attentato di Tel Aviv arriva dopo un fine settimana che ha visto l'esercito israeliano reprimere varie manifestazioni pacifiche di protesta ad Al Ma'sara, Kafr Qaddoum, Nil'in e Bil'in, con decine di palestinesi rimasti feriti, e a breve distanza da una serie di attacchi aerei contro la Striscia di Gaza, che tra il 18 e il 24 agosto hanno provocato 17 morti e 14 feriti.

(Fonte: Ha'aretz, Imemc e agenzie)

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mercoledì, agosto 24, 2011

Aspettando il cordoglio di Napolitano














Alla fine, come si sospettava fin dall'inizio, gli attentatori di Eilat erano egiziani, non Palestinesi.

Eppure, senza alcuna prova e in spregio ad ogni regola del diritto umanitario, Israele ha cinicamente approfittato degli eventi per decapitare i vertici dei Comitati di Resistenza Popolare, per fare una bella retata di attivisti di Hamas in Cisgiordania e, come è ovvio, per massacrare e mutilare donne, bambini e civili inermi nella Striscia di Gaza.

In almeno 50 raid aerei, Israele ha ucciso (alla data del 20 agosto) 15 Palestinesi e ne ha feriti almeno 45. Tra i morti, due bambini di due anni e un ragazzino di 13, tra i feriti 8 donne, due anziani e dieci bambini.

Come abbiamo visto, il Presidente Napolitano si è precipitato ad inviare un messaggio di cordoglio al Presidente israeliano Peres per le vittime israeliane degli attacchi ad Eilat.

Anche le vittime della furia bestiale di Israele, tuttavia, aspettano il cordoglio e il rammarico di Napolitano, e anche noi siamo in attesa.

Forse dovremmo ricordargli che anche i Palestinesi sono esseri umani, e che la lotta al "terrorismo" non contempla il massacro di bambini innocenti.






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martedì, agosto 23, 2011

Cia e Turchia dietro le rivolte in Siria?

Quanto sono spontanee le manifestazioni di massa che si svolgono quotidianamente in Siria contro il regime di Bashar Al Assad e che vediamo ogni giorno dai teleschermi delle tv? Chi le fomenta e le arma, chi c’è dietro questa inarrestabile ondata di protesta che sta gravemente minando la stabilità del paese?

La domanda sorge spontanea anche in un osservatore distratto delle vicende siriane, stante che non è facile spiegarsi come delle manifestazioni di protesta “pacifiche” risultino, in realtà, pesantemente armate, e posto che molte delle marce di “protesta” – a detta degli stessi partecipanti – vengono organizzate semplicemente per essere oggetto di video da inserire su YouTube.

A questo interrogativo cerca di rispondere Michel Chossudovsky in questo interessante articolo tratto dal sito web di
Arcoiris.tv, soffermandosi in particolare sul ruolo svolto dall’attuale ambasciatore Usa in Siria, Robert Stephen Ford.

Non a tutti è noto, infatti, che Ford – il quale peraltro ha avuto contatti diretti con il movimento di protesta anti-Assad suscitando le proteste ufficiali siriane - è stato il numero due dell’ambasciata Usa a Baghdad a partire dal 2004 e, in quanto tale, coinvolto nelle operazioni di sostegno segreto agli squadroni della morte e ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza settaria e indebolire il movimento di resistenza.

Viene così a delinearsi uno scenario inquietante, che vedrebbe l’alleanza occidentale – così come
denunciato recentemente dall’inviato russo presso la Nato Dmitry Rogozin – pianificare una campagna militare contro la Siria per aiutare iul sovvertimento del regime di Assad, con l’obiettivo di più lungo periodo di “preparare una testa di ponte per un attacco all’Iran”.

Uno scenario da incubo, che purtroppo non appare inverosimile.

Non è che Cia e Turchia stiano armando la rivolta di chi non sopporta la dittatura di Assad?
di Michel Chossudovsky - 22.8.2011

I media hanno giocato un ruolo centrale nell’offuscare la natura delle interferenze straniere in Siria, incluso il supporto esterno agli insorti armati. In coro hanno descritto i recenti avvenimenti in Siria come un “movimento di protesta pacifico” rivolto contro il governo di Bashar Al Assad, quando le prove confermano ampiamente che gruppi paramilitari islamisti si sono infiltrati nelle manifestazioni.

Il notiziario d’intelligence d’Israele, Debka, evitando la questione della rivolta armata, riconosce tacitamente che le forze siriane stanno affrontando organizzazioni paramilitari: “[Le forze siriane] affrontano ora una forte resistenza: In attesa di esse vi sono trappole anti-carro e barriere fortificate presidiate da manifestanti armati di mitragliatrici pesanti.”

Da quando sono pacifici dei manifestanti civili armati di “mitragliatrici pesanti” e “trappole anti-carro”? I recenti sviluppi in Siria puntano a una vera e propria insurrezione armata, integrata da “combattenti per la libertà” islamisti, sostenuti, addestrati ed equipaggiati dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti dell’intelligence israeliana: “Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.”.

La consegna di armi ai ribelli è attuata “via terra, in particolare attraverso la Turchia e sotto la protezione dell’esercito turco… In alternativa, le armi sarebbero trasportate in Siria sotto sorveglianza militare turca e trasferiti ai leader ribelli nei rendez-vous pre-organizzati.” Secondo fonti israeliane, che rimangono da verificare, la NATO e il comando supremo turco, contemplano anche lo sviluppo di un “jihad” diretto al reclutamento di migliaia di ”combattenti per la libertà” islamisti, che ricorda l’arruolamento di mujahidin per il jihad (guerra santa) pagato dalla CIA, nel periodo di massimo splendore della guerra in Afghanistan: “Sarebbe anche stato discusso, a Bruxelles e Ankara, dicono le nostre fonti, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e del mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, e curato il loro addestramento e il loro passaggio sicuro in Siria.”

Questi diversi punti portano verso il possibile coinvolgimento di truppe turche in territorio siriano, che potrebbe potenzialmente portare a un più ampio confronto militare tra Siria e Turchia, nonché a un vero e proprio intervento “umanitario” militare dalla NATO. Recentemente, gli squadroni della morte dei fondamentalisti islamici sono penetrati nel quartiere Ramleh della città portuale di Latakia, che comprende un campo profughi palestinese di circa 10.000 residenti. Questi uomini armati, che includevano cecchini sui tetti, stanno terrorizzando la popolazione locale.

In una distorsione cinica, i media occidentali hanno presentato i gruppi paramilitari islamisti a Latakia, come “dissidenti palestinesi” e “attivisti” che si difendono contro le forze armate siriane. A questo proposito, le azioni di bande armate dirette contro la comunità palestinese a Ramleh, cercano visibilmente di fomentare il conflitto politico tra la Palestina e la Siria. Diverse personalità palestinesi si sono schierate con il “movimento di protesta” in Siria, mentre casualmente ignorano il fatto che gli squadroni della morte “pro-democrazia” sono segretamente sostenuti da Israele e Turchia.

Il ministro degli esteri della Turchia, Ahmet Davutoglu, ha lasciato intendere che Ankara potrebbe prendere in considerazione un’azione militare contro la Siria, se il governo al-Assad non cessa “immediatamente e senza condizioni” le sue azioni contro i “contestatori”. Con amara ironia, i combattenti islamisti che operano all’interno della Siria, e che stanno terrorizzando la popolazione civile, sono addestrati e finanziati dal governo turco di Erdogan. Nel frattempo, i pianificatori militari di Stati Uniti, NATO e Israele hanno delineato i contorni di una campagna militare umanitaria, in cui la Turchia (la secondo più grande forza militare della NATO), giocherebbe un ruolo centrale.

Il 15 agosto, Teheran ha reagito alla crisi in Siria, affermando che “gli eventi in Siria dovrebbero essere considerate solo affari interni di quel paese, e ha accusato l’Occidente e i suoi alleati, del tentativo di destabilizzare la Siria, al fine di avere la scusa per la sua conseguente occupazione”. (Dichiarazione del Ministero degli Esteri iraniano, citato in Iran urges West to stay out of Syria’s ‘internal matters’ , Todayszaman.com, 15 agosto 2011).

Siamo ad un bivio pericoloso: “Se un’operazione militare sarà lanciata contro la Siria, nella grande regione del Medio Oriente e dell’Asia centrale, che si estende dal Nord Africa e dal Mediterraneo orientale al confine di Afghanistan-Pakistan con la Cina, verrebbe inghiottita nel turbine di una guerra prolungata. Una guerra contro la Siria potrebbe evolvere verso una campagna militare USA-NATO diretta contro l’Iran, in cui Turchia e Israele sarebbero direttamente coinvolti. E’ fondamentale diffondere la notizia e spezzare i canali di disinformazione dei media.” Una comprensione critica e imparziale di ciò che accade in Siria è di cruciale importanza per invertire la marea dell’escalation militare verso una grande guerra regionale.

Michel Chossudovsky

Background: l’ambasciatore americano Robert S. Ford arriva a Damasco (gennaio 2011)

L’ambasciatore statunitense Robert Ford è arrivato a Damasco alla fine di gennaio 2011, al culmine del movimento di protesta in Egitto. Il precedente a ambasciatore degli USA in Siria fu richiamato da Washington dopo l’assassinio, nel 2005, dell’ex primo ministro Rafik Hariri, di cui era stato accusato, senza prove, il governo di Bashar al-Assad. L’autore è stato a Damasco il 27 gennaio 2011, quando l’inviato di Washington ha presentato le sue credenziali al governo al Assad.

All’inizio della mia visita in Siria, nel gennaio 2011, ho riflettuto sul significato di questo appuntamento diplomatico e il ruolo che potrebbe svolgere in un processo segreto di destabilizzazione politica. Non ho, tuttavia, previsto che questo processo sarebbe stato attuato in meno di due mesi dalla nomina di Robert S. Ford ad ambasciatore USA in Siria. Il ripristino di un ambasciatore statunitense a Damasco, ma più specificamente la scelta di Robert S. Ford come ambasciatore degli Stati Uniti, ha un rapporto diretto coll’inizio del movimento di protesta di metà marzo, contro il governo di Bashar al-Assad. Come “Numero Due“, presso l’ambasciata USA di Baghdad (2004-2005) sotto la guida dell’ambasciatore John D. Negroponte, ha giocato un ruolo chiave nell’attuazione dell’"Opzione Salvador in Iraq” del Pentagono. Quest’ultimo consisteva nel sostenere gli squadroni della morte iracheni e le forze paramilitari modellate sull’esperienza del Centro America.

I media occidentali hanno ingannato l’opinione pubblica sulla natura del movimento di protesta araba, omettendo di parlare del sostegno fornito dal Dipartimento di Stato USA e dalle fondazioni statunitensi (tra cui il National Endowment for Democracy (NED)) verso prescelti gruppi di opposizione pro-USA. Noto e documentato, il Dipartimento di Stato “ha finanziato gli oppositori del presidente siriano Bashar Assad dal 2006“. (US admits funding Syrian opposition – World – CBC News, 18 aprile 2011).

Il movimento di protesta in Siria è stato presentato dai media come parte della “primavera araba“, e presentato all’opinione pubblica come un movimento di protesta democratico che si diffonde spontaneamente dall’Egitto e Maghreb al Mashriq. Il nocciolo della questione è che queste iniziative nei vari paesi, sono strettamente cronometrate e coordinate. (Michel Chossudovsky, Il movimento di protesta in Egitto: “I dittatori” non dettano, ma obbediscono agli ordini, Global Research, 29 gennaio 2011).

C’è ragione di credere che gli eventi in Siria, tuttavia, siano stati pianificati con largo anticipo, in coordinamento con il processo di cambiamento di regime in altri paesi arabi, tra cui Egitto e Tunisia. Lo scoppio del movimento di protesta nella città al confine meridionale di Daraa, è stato accuratamente programmato per far seguito agli eventi in Tunisia ed Egitto. Vale la pena notare che l’ambasciata degli Stati Uniti in diversi Paesi, ha svolto un ruolo centrale nel sostenere i gruppi di opposizione. In Egitto, per esempio, il Movimento Giovanile 6 Aprile è stato sostenuto direttamente dall’ambasciata degli Stati Uniti a Cairo.

Chi è l’Ambasciatore Robert Stephen Ford?

Fin dal suo arrivo a Damasco, alla fine di gennaio 2011, l’ambasciatore Robert S. Ford ha svolto un ruolo centrale nel gettare le basi, così come stabilire contatti, con i gruppi di opposizione. Una ambasciata USA a Damasco operativa, era vista come una precondizione per lo svolgimento di un processo di destabilizzazione politica che porti al “cambio di regime“. L’ambasciatore Robert S. Ford non è un diplomatico qualsiasi. E’ stato rappresentante degli Stati Uniti nella città sciita di Najaf, in Iraq, nel gennaio 2004. Najaf era la roccaforte dell’esercito del Mahdi. Pochi mesi dopo è stato nominato “numero due” (Ministro Consigliere per gli Affari Politici), presso l’ambasciata USA a Baghdad, all’inizio del mandato di John Negroponte come ambasciatore in Iraq (giugno 2004 – aprile 2005). Ford successivamente ha lavorato sotto il successore di Negroponte, Zalmay Khalilzad, prima della sua nomina ad ambasciatore in Algeria nel 2006.Il mandato di Negroponte come ambasciatore USA in Iraq (insieme a Robert S. Ford) era coordinare, dall’ambasciata degli Stati Uniti, il sostegno segreto agli squadroni della morte e ai gruppi paramilitari in Iraq, al fine di fomentare la violenza settaria e indebolire il movimento di resistenza. Robert Robert S. Ford come “Numero Due” (Ministro Consigliere per gli Affari Politici) presso l’Ambasciata degli Stati Uniti ha giocato un ruolo centrale in questa operazione. Per capire il mandato di Robert Ford, sia a Baghdad che poi a Damasco, è importante riflettere brevemente sulla storia delle operazioni segrete degli Stati Uniti e il ruolo centrale svoltovi da John D. Negroponte.

Negroponte e l’”Opzione Salvador

John Negroponte aveva prestato servizio come ambasciatore USA in Honduras dal 1981 al 1985. Come ambasciatore a Tegucigalpa, ha giocato un ruolo fondamentale nel sostenere e supervisionare i mercenari Contras nicaraguensi che avevano sede in Honduras. Gli attacchi transfrontalieri dei Contra in Nicaragua avrebbero causato circa 50000 vittime civili. Nello stesso periodo, Negroponte è stato determinante nella creazione degli squadroni della morte militari honduregni, “operando con il sostegno di Washington, [essi] assassinarono centinaia di oppositori del regime appoggiato dagli USA.” (Vedasi Bill Vann, Bush Nominee linked to Latin American Terrorism, Global Research, novembre 2001).

“Sotto il dominio del generale Gustavo Alvarez Martinez, il governo militare dell’Honduras fu uno stretto alleato dell’amministrazione Reagan che fece “sparire “decine di oppositori politici nel modo classico degli squadroni della morte”. In una lettera del 1982 a The Economist, Negroponte scrisse che era “semplicemente falso affermare che le squadre della morte avessero fatto la loro comparsa in Honduras“. Il Country Report on Human Rights Practices che la sua ambasciata aveva inviato alla Commissione Esteri del Senato prese la stessa linea, insistendo sul fatto che non vi erano “prigionieri politici in Honduras” e che “il governo honduregno non giustifica, né permette consapevolmente omicidi di natura politica o non politica“. Eppure, secondo una serie di quattro articoli del Baltimore Sun nel 1995, nel 1982 solo la stampa honduregna coprì 318 storie di omicidi e rapimenti da parte dei militari honduregni. Il Sun ha descritto le attività di una unità segreto dell’esercito honduregno addestrata dalla CIA, il Battaglione 316, che usava “dispositivi di shock e soffocamento durante gli interrogatori. Prigionieri spesso venivano tenuti nudi e, quando non più utili, uccisi e sepolti in tombe senza nome.”

Il 27 agosto 1997, l’ispettore generale della CIA Frederick P. Hitz, aveva pubblicato un rapporto classificato di 211 pagine, dal titolo “Questioni specifiche relative alle attività della CIA in Honduras negli ’80.” Questo rapporto è stato parzialmente declassificato il 22 ottobre 1998, in risposta alle richieste del difensore civico dei diritti umani in Honduras. Gli oppositori di Negroponte chiedevano che tutti i senatori leggano il rapporto completo, prima di votare la sua nomina alla carica di rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite).”(Peter Roff e James Chapin, Face-off: Bush’s Foreign Policy Warriors, Global Research, Global Research novembre 2001).

John Negroponte – Robert S. Ford. L’”Opzione Salvador” in Iraq

Nel gennaio 2005, a seguito della nomina di Negroponte ad ambasciatore USA in Iraq, il Pentagono ha confermato, in una articolo trapelata al Newsweek, che “stava considerando la creazione di squadre d’assalto di combattenti curdi e sciiti, da indirizzare contro i leader della rivolta irachena, in un cambiamento strategico preso a prestito dalla contro-guerrigliera statunitense in America Centrale di 20 anni fa“. (El Salvador-style ‘death squads’ to be deployed by US against Iraq militants – Times Online, 10 gennaio 2005).

John Negroponte e Robert S. Ford presso l’Ambasciata degli Stati Uniti hanno lavorato a stretto contatto sul progetto del Pentagono. Due altri funzionari dell’ambasciata, e cioè Henry Ensher (Vice di Ford) e un funzionario più giovane nella sezione politica, Jeffrey Beals, svolsero un ruolo importante nella squadra che “parlava ad una serie di iracheni, compresi gli estremisti“. (Vedasi The New Yorker, 26 marzo 2007). Un altro individuo chiave nella squadra di Negroponte è stato Franklin James Jeffrey, ambasciatore statunitense in Albania (2002-2004). Jeffrey è attualmente l’ambasciatore statunitense in Iraq. Negroponte ha anche portato nel gruppo uno dei suoi collaboratori, l’ex colonnello James Steele (in pensione) del suo periodo di massimo splendore in Honduras: “Sotto l’”Opzione Salvador”, Negroponte aveva l’appoggio del suo collega dai giorni in America Centrale, durante gli anni ’80, il Col. in pensione James Steele. Steele, la cui carica a Baghdad era Consigliere per le forze di sicurezza irachene, aveva curato la selezione e l’addestramento dei membri del l’Organizzazione Badr e dell’Esercito del Mahdi, le due maggiori milizie sciite in Iraq, al fine di indirizzare la leadership e le reti di sostegno, in primo luogo contro la resistenza sunnita. Pianificati o no, questi squadroni della morte andarono subito fuori controllo e divennero la principale causa di morte in Iraq. Intenzionale o meno, decine di torturati, corpi mutilati, comparivano nelle strade di Baghdad ogni giorno, provocati dalle squadre della morte il cui impulso era stato dato da John Negroponte. Ed è stata questa violenza settaria appoggiata dagli USA, che in gran parte ha portato al disastro infernale l’Iraq di oggi”. (Dahr Jamail, Managing Escalation: Negroponte and Bush’s New Iraq Team, Antiwar.com, 7 gennaio 2007).

John Negroponte descrisse Robert Ford, mentre era presso l’ambasciata a Baghdad, come “una di quelle persone instancabili … che non pensa di indossare il giubbotto antiproiettile e l’elmetto, mentre va fuori della Zona Verde ad incontrare i contatti”. Robert S. Ford parla correntemente arabo e turco. E’ stato spedito da Negroponte ad intraprendere contatti strategici: “Una proposta del Pentagono avrebbe mandato i team delle Forze Speciali a consigliare, sostenere ed eventualmente addestrare squadre irachene, molto probabilmente formate da combattenti curdi peshmerga e da miliziani sciiti, da usare contro i ribelli sunniti e i loro simpatizzanti, anche attraverso il confine con la Siria, secondo addetti militari che sono familiari a questi discorsi. Non è chiaro, tuttavia, se questa sarebbe una politica di assassinio o di cosiddette operazioni di ‘sottrazione’, in cui gli obiettivi vengono inviati in strutture segrete, per gli interrogatori. Il pensiero corrente è che, mentre le forze speciali statunitensi avrebbero condotto le operazioni, per esempio, in Siria, le attività in Iraq sarebbero svolte dai paramilitari iracheni”. (Newsweek, 8 gennaio 2005).

Il piano aveva il sostegno del primo ministro iracheno Iyad Allawi, nominato dal governo degli Stati Uniti. “Il Pentagono non ha voluto commentare, ma un insider ha detto a Newsweek: “Quello in cui tutti sono d’accordo è che non possiamo andare avanti così. Dobbiamo trovare un modo per prendere l’offensiva contro gli insorti. In questo momento, stiamo giocando in difesa. E stiamo perdendo“. Le squadre d’assalto sarebbero controverse e probabilmente sarebbero tenute segrete. L’esperienza dei cosiddetti “squadroni della morte” in America Centrale è conosciuta da molti anche oggi, e ha contribuito a macchiare l’immagine degli Stati Uniti nella regione. … John Negroponte, l’ambasciatore statunitense a Baghdad, ha avuto un posto in prima fila quando era ambasciatore in Honduras dal 1981-85. Gli squadroni della morte erano una caratteristica brutale della politica latino-americana del tempo. In Argentina, negli anni ’70 e in Guatemala negli anni ’80, i soldati indossavano uniformi di giorno, ma usavano auto senza targa di notte per rapire e uccidere gli oppositori al regime o dei loro simpatizzanti sospetti. Nei primi anni ’80, l’amministrazione del presidente Reagan ha finanziato e contribuito ad addestrare i contras del Nicaragua basati in Honduras, con l’obiettivo di spodestare il regime sandinista del Nicaragua. I Contras erano dotati dei soldi provenienti dalle vendite illegali di armi statunitensi all’Iran, uno scandalo che potrebbe avrebbe potuto rovesciare il signor Reagan. Fu in El Salvador, che gli Stati Uniti crearono piccole unità di forze locali specificamente destinate ai ribelli. La spinta della proposta del Pentagono in Iraq, secondo Newsweek, è quello di seguire quel modello e dirigere le squadre delle forze speciali degli Stati Uniti a consigliare, sostenere e addestrare i combattenti curdi peshmerga e i miliziani sciiti contro i leader dell’insurrezione sunnita. Non è chiaro se l’obiettivo principale delle missioni sarebbe quello di assassinare i ribelli o rapirli e portarli via per gli interrogatori. Ogni missione in Siria, probabilmente, deve essere effettuata da forze speciali USA. Né è chiaro chi dovrebbe assumersi la responsabilità di un tale programma – il Pentagono o la Central Intelligence Agency. Tali operazioni segrete sono state tradizionalmente gestite dalla CIA, quale braccio occulto dell’amministrazione al potere, dando ai funzionari degli Stati Uniti la possibilità di negare la conoscenza di esso”. (Times Online, op. cit.).

Sotto la guida di Negroponte presso l’ambasciata USA a Baghdad, si scatenò un’ondata di uccisioni di civili segrete e di omicidi mirati. Ingegneri, medici, scienziati e intellettuali furono presi di mira. L’obiettivo era creare divisioni tra le fazioni sunnite, sciite, curde e cristiane, oltre a eliminare i civili che sostenevano la resistenza irachena. La comunità cristiana è stata uno degli obiettivi principali del programma di assassini. L’obiettivo del Pentagono consisteva anche nell’addestrare le forze dell’esercito, della polizia e sicurezza irachene, che avrebbe portato a un programma indigeni di “contro-insurrezione” (non ufficialmente) per conto degli Stati Uniti.

Il ruolo del generale David Petraeus

Un “Multi-National Security Transition Command in Iraq” (MNSTC) fu istituito sotto il comando del generale David Petraeus, con il mandato di addestrare e attrezzare l’esercito, la polizia e le forze di sicurezza irachene. Il generale David Petraeus (che è stato nominato da Obama a capo della CIA, nel luglio 2011), assunse il comando del MNSTC nel giugno 2004, fin dall’inizio del mandato di Negroponte come ambasciatore. Il MNSTC era parte integrante dell’”Operazione Salvador in Iraq” del Pentagono, sotto la guida dell’ambasciatore John Negroponte. Fu classificata come esercitazione di contro-insurrezione. Alla fine del periodo di Petraeus, il MNSTC aveva addestrato circa 100.000 forze di sicurezza irachene, poliziotti, ecc; che hanno costituito un corpo militare locale da utilizzare contro la resistenza irachena, come pure i suoi sostenitori civili.

Da Baghdad a Damasco: l’Opzione Salvador in Siria

Mentre le condizioni in Siria sono marcatamente diverse da quelle in Iraq, Robert S. Ford, col suo passato di “Numero Due” dell’ambasciata USA a Baghdad, ha un impatto diretto sulla natura delle proprie attività in Siria, compresi i suoi contatti con i gruppi di opposizione. Ai primi di luglio, l’ambasciatore statunitense Robert Ford viaggiò ad Hama ed ebbe incontri con i membri del movimento di protesta. (Low-key US diplomat transforms Syria policy – The Washington Post, 12 luglio 2011). Relazioni confermano che Robert Ford ha avuto numerosi contatti con i gruppi di opposizione, sia prima che dopo il suo viaggio di luglio ad Hama. In una recente dichiarazione (4 agosto), ha confermato che l’ambasciata continuerà a “raggiungere” i gruppi di opposizione, a dispetto delle autorità siriane.

Il generale David Petraeus: Nuovo capo della CIA del Presidente Obama

Recentemente nominato capo della CIA da Obama, David Petraeus che ha guidato il programma di “Controinsurrezione” del MNSTC a Baghdad, nel 2004, in coordinamento con l’ambasciatore John Negroponte, dovrebbe svolgere un ruolo chiave nell’intelligence relativa alla Siria – tra cui il sostegno segreto alle forze di opposizione e ai “combattenti per la libertà“, l’infiltrazione dei servizi segreti e delle forze armate siriani, ecc. I lavori saranno eseguiti in collaborazione con l’Ambasciatore Robert S. Ford. Entrambi hanno lavorato insieme in Iraq, dov’erano parte del grande team di Negroponte a Baghdad, nel 2004-2005.

Michel Chossudovsky, laureato all’università di Manchester, insegna all’università di Ottawa. Dirige il Centro Ricerche e Globalizzazione del quale coordina le ricerche in Medio Oriente e America Latina. Il suo libro “America, guerra e terrorismo” è stato tradotto in 20 lingue.

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sabato, agosto 20, 2011

La vendetta di Israele e il cordoglio di Napolitano



Lo ha detto ieri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Noi abbiamo una politica di strappare un prezzo molto alto da chiunque ci provochi dei danni”. E’ questa politica è evidentemente in atto in queste ore, in risposta agli attacchi che nel sud di Israele sono costati la vita a sei civili, un soldato e un poliziotto.

E l’ultimo atto di questa vera e propria vendetta è stato l’attacco aereo di un drone che ieri sera ha colpito con un missile una motocicletta in Ath-Thaltheen Street, a Gaza City, uccidendo tre Palestinesi, tra cui un bambino di due anni: tutti e tre i corpi sono stati orrendamente mutilati (nessuna menzione, come è ovvio, nei tg della notte…).

Sale così a 15 il numero dei Palestinesi uccisi e a oltre 40 quello dei feriti, dopo che Israele ha attribuito ai Comitati di Resistenza Popolare la responsabilità degli attacchi contro bus e auto civili avvenuti giovedì a Eilat, decidendo di scatenare l’inferno, per l’ennesima volta, sulla Striscia di Gaza.

Le ultime vittime dei raid aerei israeliani sono state il Dr. Monther Qreiqe’, suo fratello Mo’taz (entrambi militanti delle Brigate Al Quds) e il figlio Islam, di soli due anni. I due stavano trasportando il bambino al locale ospedale…

Altri due militanti della Jihad islamica, Anwar Salim e Imad Abu Abda, erano stati uccisi in precedenza nel corso di un altro raid aereo all’entrata sud del campo profughi di Al Boreij. In totale, le forze aeree israeliane hanno compiuto almeno 50 attacchi nelle ultime 24 ore, colpendo numerose aree della Striscia di Gaza e ferendo almeno 45 persone, tra cui dieci bambini, otto donne e due anziani.

Questa è la lista dei Palestinesi assassinati da Israele:

1) Abu Awad Al Nairab, Segretario Generale delle Brigate Salah Ed Deen

2) Imad Hammad, Comitati di Resistenza Popolare

3) Abu Jamil Shaath

4) Khaled Al Masry

5) Imad Nassr

6) Malak Shaath, due anni

7) Mahmoud Abu Samra, 13 anni

8) Ashraf Azzam, 30 anni

9) Mohammad Enaya, 22 anni

10) Samed Abed, 25 anni

11) Anwar Islayym, 21 anni

12) Imad Abu Abda

13) Monther Qreiqe’, 32 anni

14) Mo’taz Qreiqe’

15) Islam Qreiqe’, 2 anni.

Naturalmente il Presidente della Repubblica Napolitano si è precipitato a esprimere al Presidente israeliano Peres Israele il proprio cordoglio per l’attentato di Eilat, affermando di essere “profondamente costernato e sdegnato per gli esecrabili attentati terroristici di Eilat, che hanno mietuto vittime inermi e causato il ferimento di soldati e civili”.

Siamo certi che analogo sdegno e costernazione il nostro Presidente vorrà esprimere per l’atroce vendetta israeliana che si è scatenata contro la popolazione civile della Striscia di Gaza.

Perché se è vero che “Israele ha già sofferto molto”, ciò è ancor più vero per il popolo palestinese, e di certo la lotta contro il “terrorismo” non contempla il massacro di bambini e di innocenti.

Ma forse ci sbagliamo…

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Mobilitazione per fermare l'attacco israeliano a Gaza

Con riserva di ritornare più ampiamente sull'argomento, Israele ha subito accusato i Palestinesi di Gaza e, in specie, i Comitati di Resistenza Popolare, di essere dietro agli attacchi terroristici di Eilat che giovedì sono costati la vita a sei civili, un poliziotto ed un soldato israeliani.

Eppure non vi è alcuna prova di ciò, posto che il gruppo radicale palestinese ha negato la paternità degli attacchi, mentre è ben noto che la penisola del Sinai, da cui apparentemente sono arrivati gli assalitori, pullula di gruppi terroristici affiliati ad al Qaeda, tra le cui fila milita gente che ha combattuto in Afghanistan e in Pakistan. Le stesse fonte militari del sito web Debka, solitamente bene informate, ancora in serata sostenevano che l'identità di coloro che avevano operato gli attacchi contro bus e auto civili ad Eilat "non era stata determinata in via definitiva".

E, tuttavia, non potendo per ovvie ragioni compiere scorribande in territorio egiziano, Israele ha approfittato dell'occasione per scatenare ancora una volta il proprio terribile potenziale bellico contro la Striscia di Gaza, uccidendo - fino ad ora - almeno 14 persone, ivi compresi dei bambini (anche se i media spesso sorvolano su questo particolare...).

E' dunque di somma urgenza aderire all'appello alla mobilitazione lanciato su questa pagina di Facebook, per fermare il nuovo massacro di Palestinesi inermi che Israele si prepara ad allestire nella Striscia di Gaza.

URGENTE MOBILITAZIONE PER FERMARE L'ATTACCO DI ISRAELE SU GAZA

Israele ha accusato (senza portare prove) Gaza di aver lanciato l'attacco a Eilat di ieri e si è vendicata, bombardandola, uccidendo e ferendo civili, compresi bambini.

Il silenzio dei Governi e delle Istituzioni come l'ONU e l'UE è assordante.

Tocca a noi farci sentire e possiamo farlo, andando, oggi 19 agosto, davanti all'Ambasciata di Roma e ai Consolati delle altre città a gridare i nostri slogan contro questa vergogna.

Anche in pochi va benissimo ma cerchiamo, comunque, di organizzare una staffetta, così che ci sia sempre gente presente. Man mano che rientreranno membri dalle vacanze, potremo realizzare bene la staffetta.

Fateci sapere se andate, così avvisiamo i media della protesta. Sappiate che, all'estero, si stanno già organizzando.

Indirizzi e contatti:

Ambasciata
Via Michele Mercati, 14, 00197 Roma

tel:
06 36198500
Fax:
06 36198555
Orario di apertura Uffici Consolari:
09.00 12.00

Milano. Corso Europa, 12
027601.5545

Ufficio turistico in Italia
Milano Tel: 02804905

Si può manifestare, anche davanti agli Uffici commerciali israeliani. Al seguente link, si trovano gli indirizzi della El Al, la Compagnia Aerea israeliana:

http://www.elal.co.il/ELAL/English/States/Italy/Offices/Offices.html

Missione economica di Israele in Italia:

Economic Representative:
Mr. Jonathan Hadar
Counsellor Economic Affairs
Israel Commercial & Investment Office
Milan 20121

milano@israeltrade.gov.il
Tel: 027601-5545
Fax: 027601-4145

Vanno bene anche le sedi regionali Rai
http://www.sediregionali.rai.it/

oppure quelle delle grandi testate giornalistiche.

Giorni fa, avevamo cominciato a inviare mail ai grandi media. Potete continuare a farlo, aggiungendo gli ultimi avvenimenti.
La trovate alla nota
https://www.facebook.com/note.php?note_id=2106548275992

AGAINST A NEW MASSACR IN GAZA - PLEASE TAKE ACTION (Event)
https://www.facebook.com/event.php?eid=245401155499485&notif_t=event_invite

LIST OF ISRAEL EMBASSIES IN THE WOLRD:

https://www.facebook.com/notes/anna-luridiana/cari-amici-ecco-quello-gli-indirizzi-delle-ambasciate-israelinae-che-sono-riusci/10150754095015402

Please, organize demos, write to and call Embassies.

The list of phone numbers of all the Israel Embassies in the world

http://www.science.co.il/embassy.asp

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venerdì, agosto 19, 2011

Appello da un lettore

Ricevo questa richiesta via email da una persona amante della lettura che, evidentemente per ragioni economiche, non può soddisfare questa passione. La giro anche ai lettori di questo blog e a chiunque voglia dare una mano a Silvano.

Egregio sig. DIRETTORE cari amici/che tutti mi scusi il disturbo ,mi chiamo Silvano ho 53 anni da sempre amante della lettura. per non parlare dei vostri libri mai letti, di riviste mai lette come Eurasia,Internazionale Storica,Storia in rete ecc.. non posso fare lavori pesanti avendo subito anni fa una operazione al cuore mi scusi se mendico cosi' delle riviste, libri ma darei chissà cosa per poter leggere i tanti autori per meglio capire e lottare affinchè la verità venga fuori,perchè leggere e poter parlare ai tanti che ancora seguono la tv e vedono i PALESTINESI,IRACHENI,AFGANI IRANIANI come dei mostri che noi occidente dobbiamo purificare, MI VERGOGNO come italiano e come occidentale, dalle crociate in poi abbiamo creato un muro, un odio solo per servire i figli di david,autentici criminali con l' avallo di tanti troppi stati inghilterra e america su tutti,BASTA non ce la faccio piu' e piango ogni volta che vedo gli ochhi pieni di dignità e dolore di donne,bambini i primi a soffrire questa vergognosa guerra di tutti contro un IDEA stupenda un amore per la terra che non ha eguali non sono di fede islamica ma sono ORGOGLIOSO di sapere che su questa terra ci sono persone come voi che ci fanno capire cosa sia la Dignità. l' attaccamento alla PROPRIA MADRE TERRA darei chissà cosa se potessi per poter leggere il tanto materiale che esce per essere piu' aggiornato,Io mi scuso per il disturbo e per questo mendicare se potesse aiutarmi gliene sarò grato per sempre suo Silvano

baldini silvano
via 4 novembre 62
64016 sant'egidio
Teramo

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mercoledì, agosto 17, 2011

Ancora morti nella Striscia di Gaza

La solita routine nella Striscia di Gaza, una routine fatta di bombardamenti, distruzioni, uccisioni di civili.

Martedì, nel corso di una serie di raid aerei – in particolare nel quartiere di Al-Zaitoun a Gaza City – l’aviazione israeliana ha ucciso il 29enne Mousa Shteiwi e ha ferito vari altri civili. Tre palestinesi, tra cui un bambino di sei anni, sono inoltre rimasti feriti nel corso di un altro raid aereo, questa volta nei pressi di Rafah.

In serata, poi, l’agenzia Ma’an News ha dato notizia dell’uccisione di un giovane palestinese, al momento ancora non identificato, ucciso dal fuoco dei soldati israeliani nei pressi della cittadina di Deir Al-Balah, nella zona centrale della Striscia di Gaza. Particolare raccapricciante, il ragazzo è stato colpito da almeno dieci proiettili alla testa e alla parte superiore del corpo.

La sua colpa? Essere un “sospetto che si avvicinava alla barriera di sicurezza”, secondo la dichiarazione di un portavoce dell’esercito israeliano.

Non si tratta, naturalmente, di un caso isolato, poiché l’esercito israeliano continua a imporre in maniera arbitraria e ingiustificata una “zona-cuscinetto” al confine con Gaza, profonda fino a un chilometro e mezzo all’interno del territorio palestinese, sparando a vista contro chiunque vi faccia ingresso.

Così, ad esempio, in due separati incidenti avvenuti il 4 e il 9 agosto, due palestinesi sono rimasti feriti dalle schegge di alcune granate sparate da tank israeliani a est di Gaza City. In un altro incidente, una donna è rimasta ferita mentre pascolava le proprie pecore a circa 400 metri dal confine nella zona di Johr al Dik (cfr. UN-OCHA Protection of Civilians Weekly Report, 3-9 agosto).

Alla data del 9 agosto, segnala l’OCHA, i Palestinesi uccisi nella sola Striscia di Gaza ammontavano a 54 (contro i 41 dello stesso periodo del 2010), mentre i feriti sono stati 315 (176 nel 2010).

Ma le continue aggressioni dell’esercito israeliano, la morte e il ferimento di decine e decine di civili palestinesi innocenti, non pare faccenda che interessi ad alcuno.

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lunedì, agosto 08, 2011

La discriminazione razziale del sistema giudiziario israeliano

Gli amici di Israele – ahimé ben presenti anche in Italia – amano propinarci la favoletta secondo cui lo stato ebraico sarebbe una nazione civile e democratica, garante delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini e, dunque, anche della minoranza araba. Naturalmente si tratta di una clamorosa menzogna.

Lo dimostra, ad esempio, un recente studio statistico commissionato dall’Amministrazione dei Tribunali israeliani e dall’Ordine degli Avvocati, che ha rivelato che, per certi crimini, gli Arabi israeliani hanno più probabilità di essere condannati rispetto agli Ebrei e, una volta condannati, hanno maggiori probabilità di finire in prigione, e per un tempo più lungo.

Lo studio, condotto su un campione di 1.500 casi penali, mostra, in particolare, che il 48,3% degli Arabi condannati per violenza, reati contro la proprietà, crimini relativi a droga o armi, viene punito con una pena detentiva, mentre ciò avviene soltanto nel 33,6% dei casi quando il condannato è un Ebreo.

Ancora più marcata è la disparità se si esaminano separatamente i crimini violenti: in questo caso, infatti, il 63,5% degli Arabi israeliani riceve una condanna ad una pena detentiva, contro una percentuale pari al 43,7% se il colpevole è un Ebreo.

Anche la durata della condanna varia secondo un criterio “etnico”, dato che la durata media della detenzione è di nove mesi e mezzo per gli Ebrei e di 14 mesi per gli Arabi.

In buona sostanza, dunque, i ricercatori sostengono che il sistema giudiziario israeliano discrimina pesantemente gli Arabi, giudicati più duramente con riguardo sia alle percentuali di condanna degli indagati sia alla percentuale di pene detentive comminate sia alla durata media delle pene detentive medesime.

Si tratta, come dovrebbe essere ben chiaro a tutti, di un fatto gravissimo, perché si assume che la discriminazione razziale arrivi addirittura a permeare l’intera organizzazione statuale e, in specie, persino il sistema giudiziario, che dovrebbe costituire il faro e la guida di una nazione per quanto attiene alla giustizia e al diritto.

E Ha’aretz, nell’editoriale che segue, non a caso parla di Israele, con buone ragioni direi, come di un regime di apartheid.

I tribunali israeliani devono cessare le discriminazioni anti-Arabe
Editoriale di Ha’aretz – 3.8.2011

I Tribunali israeliani discriminano gli Arabi israeliani. Se ci fosse stato qualche dubbio su ciò, un dettagliato studio, il primo del suo genere, commissionato dall’Amministrazione dei Tribunali israeliani e dall’Ordine degli Avvocati, lo ha appena stabilito conclusivamente.

Secondo lo studio, le cui principali risultanze sono state riportate da Tomer Zarchin sull’edizione di Ha’aretz di ieri, gli Arabi ricevono pene detentive in carcere più spesso degli Ebrei condannati per gli stessi reati, e agli Arabi vengono comminate sentenze detentive più lunghe rispetto agli Ebrei che finiscono in prigione. Gli autori dello studio concludono che la loro scoperta più rilevante è la tendenza dei Tribunali israeliani a trattare gli imputati arabi con maggiore durezza: quando gli Arabi finiscono in tribunale, hanno maggiori probabilità di essere condannati; quando vengono condannati, essi rischiano di ricevere una condanna più dura di quella che normalmente riceverebbe un Ebreo. E’ difficile immaginare una realtà più inquietante.

Non si tratta più di una questione di discriminazione sulla base della nazionalità da parte dei comitati di ammissione di piccole comunità o dei buttafuori di un locale notturno. Non si tratta solo di una questione di discriminazione negli stanziamenti di bilancio. Questo preoccupante parossismo ha già raggiunto il suo apice: lo stesso sistema giudiziario, che dovrebbe servire alla società come faro del diritto e della giustizia.

L’Amministrazione dei Tribunali e l’Ordine degli Avvocati hanno fatto bene a commissionare lo studio. Ma ora, spetta al sistema giudiziario sradicare questa piaga di sistematica discriminazione.

I giudici israeliani abitano in mezzo alla gente, ma non devono consentire che essi stessi vengano infettati dallo stato d’animo razzista che si sta diffondendo all’interno della società israeliana. Al contrario, il sistema giudiziario deve combattere contro questo atteggiamento moralmente riprovevole.

I cittadini arabi devono godere di eguali diritti sotto ogni punto di vista – ma anzitutto quando si tratta del sistema di applicazione della legge. Essi devono sapere che non dovranno mai affrontare condanne discriminatorie a causa della loro nazionalità. Questa condizione essenziale, tuttavia, attualmente non viene soddisfatta.

Ogni livello del sistema giudiziario, dalla Corte Suprema in giù, deve designare questa come una delle missioni più urgenti ed importanti – garantire parità di trattamento a tutti coloro che vi compaiono davanti. Il Presidente della Corte Suprema Dorit Beinisch deve inviare un messaggio urgente e inequivocabile ad ogni giudice in Israele: le condanne discriminatorie ai danni degli Arabi devono cessare. Razzismo? Non nei tribunali.

Perché altrimenti, chi accusa Israele di mantenere un regime di apartheid sarà giustificato per quanto riguarda i cittadini arabi israeliani.

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martedì, agosto 02, 2011

Il Mossad ammette di aver ucciso uno scienziato nucleare iraniano

C’è il Mossad israeliano dietro l’assassinio di uno scienziato nucleare iraniano avvenuto la settimana scorsa, riferisce il settimanale tedesco Der Spiegel, citando “una fonte dell’intelligence israeliana”.

La scorsa settimana, Dariush Rezaeinejad, un 35enne membro dell’Organizzazione iraniana per l’Energia Atomica, è stato ucciso da due uomini armati che gli hanno sparato a bordo di una motocicletta. Questo è il quarto attacco contro uno scienziato nucleare iraniano dallo scorso anno. Nei casi precedenti, i media israeliani e i portavoce avevano accusato il Mossad, la CIA e l’MI6 di essere dietro agli attacchi.

“Questa è stata la prima operazione pubblica del nuovo capo del Mossad Tamir Pardo”, avrebbe detto un funzionario dell’intelligence israeliana secondo quanto riferito da Der Spiegel.

Il rapporto ha anche sostenuto che c’è un aspro dibattito in Israele sull’efficacia di tali uccisioni ed ha inoltre affermato che gli ufficiali della Israel Air Force hanno intensificato le loro richieste di bombardare il reattore nucleare iraniano.

“Gli esperti del Mossad da lungo tempo hanno ritenuto che il modo migliore di ritardare i progressi del programma nucleare iraniano consista nell’assassinare obiettivi chiave coinvolti nel suo sviluppo e nel colpire i reattori nucleari iraniani – ma non è chiaro quando il Primo Ministro Benjamin Netanyahu darà ascolto a questi suggerimenti”, sostiene l’articolo.

L’uomo ucciso lo scorso sabato è stato inizialmente identificato dai media di stato come Darioush Rezaei, un professore di fisica ed esperto nel trasporto dei neutroni. I media hanno poi fatto marcia indietro, in quanto le fonti ufficiali lo hanno successivamente identificato come Dariush Rezaeinejad, un dottorando in elettronica.

Funzionari stranieri contattati dalla Associated Press hanno verificato il nome, ma affermano che Rezaeinejad partecipava allo sviluppo di interruttori ad alto voltaggio, un componente chiave fondamentale per far scattare le esplosioni necessarie ad innescare una testata nucleare.

Ricapitolando, dunque, lo Stato di Israele, che di suo possiede due o tre centinaia di testate atomiche, tenta di impedire in ogni modo che uno Stato vicino, l’Iran, si doti anch’esso – come si ritiene cerchi di fare – dell’arma nucleare.

E lo fa ricorrendo sistematicamente all’assassinio di scienziati e tecnici che lavorano al programma nucleare iraniano, che fino a prova contraria è destinato ad uso esclusivamente civile, ma non disdegnando l’opzione assurda e catastrofica di un attacco aereo agli impianti nucleari iraniani.

E’ appena il caso di ricordare che il progettare e commettere assassinii all’estero di personalità influenti, scienziati, attivisti e quant’altro, è uno dei tratti che, secondo l’amministrazione americana, valgono a identificare i cd. “stati-canaglia”. Come è senz’altro Israele.
(fonte: Ha’aretz)

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Quei vili criminali dell'esercito israeliano, rapitori di bambini



Mentre gli Israeliani sono impegnati nelle loro manifestazioni di protesta piantando tende in tutto il paese, nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme est, la vita sotto occupazione va avanti come al solito, lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica israeliana e internazionale.

Nel filmato scioccante qui sopra, girato da una telecamera di sorveglianza lo scorso 22 luglio e postato su YouTube, alcuni ragazzini palestinesi che stavano giocando a calcio per strada vengono improvvisamente afferrati e portati via da soldati israeliani mascherati scesi da un veicolo sotto copertura.

Di cosa erano sospettati? Perché sono stati portati via? Ed è così che si amministra la “giustizia” da parte di un paese civile, posto che la parola “giustizia” abbia un senso se riferita ad uno stato-canaglia che mantiene una pluridecennale occupazione militare dei territori palestinesi feroce e spietata?
Non si è lontani dal vero se si presume che quei poveri ragazzi siano sospettati di aver tirato pietre all’indirizzo degli occupanti israeliani, posto che – nel periodo compreso tra novembre 2009 e dicembre 2010 – solo a Gerusalemme est sono stati 1.267 i casi penali aperti dalla polizia israeliana nei confronti di Palestinesi minori di 18 anni per il reato di lancio di pietre.

E quando non vengono rapiti in mezzo alla strada, ai ragazzini palestinesi può capitare di essere svegliati alle 4 della mattina da una torma di soldati israeliani armati di tutto punto che fanno irruzione in camera da letto, come è successo ad Ahmed Siyam, 12enne di Silwan.

“Papà, papà, aiutami! Non lasciare che mi portino via!” ha avuto appena il tempo di gridare il povero Ahmed, prima di essere portato via dai soldati israeliani, bendato e ammanettato. Si, perché anche ragazzini di 12 o 13 anni, poco più che bambini, in violazione di ogni norma e convenzione che riguarda i minori, vengono sistematicamente ammanettati, bendati, presi a spintoni, schiaffeggiati, presi a calci, interrogati senza la presenza dei genitori o di un legale, costretti a firmare “confessioni” scritte in lingua ebraica.

Un paese che amministra in questo modo la “giustizia”, che si accanisce contro i più piccoli e gli indifesi, che compie arresti illegali e pratica abusi sistematici e maltrattamenti contro gli arrestati, anche se bambini, non è degno di essere definito civile, ed anzi dovrebbe essere messo al bando ed isolato dalla comunità internazionale.

Si spera solo che la diffusione di questo ed altri video simili serva a far aprire gli occhi sulla realtà di un’occupazione non più tollerabile, e sull’infamia di un esercito di vili criminali, rapitori di bambini.

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Non esiste crisi finanziaria che possa determinare la riduzione degli aiuti Usa a Israele

Da poche ore è giunta la notizia tanto attesa dai mercati di tutto il mondo: l’incubo default degli Stati Uniti è svanito, grazie all’accordo raggiunto in extremis tra democratici e repubblicani che prevede un innalzamento del tetto massimo dell’indebitamento pubblico accompagnato da un parallelo taglio dello spesa.


Più in dettaglio, il rialzo del tetto del debito da parte del Congresso avverrà in due tempi. In una prima fase, immediata, si avrà una prima tranche di aumento di 900 miliardi di dollari, accompagnata da tagli di spese pubbliche pari a 917 miliardi.


La seconda tranche di aumento del tetto del debito, tra i 1.100 e i 1.500 miliardi, è condizionata a nuovi tagli di spese per un ammontare equivalente, che verranno definiti da una commissione paritetica nominata dai quattro leader democratici e repubblicani di Camera e Senato.


Ma neanche la grave crisi finanziaria e la necessità di effettuare consistenti tagli di bilancio valgono a mettere in dubbio gli aiuti finanziari che annualmente gli Stati Uniti elargiscono generosamente allo stato ebraico, destinati a rimanere invariati anche per il 2012 al fine di “assicurare che il nostro alleato Israele mantenga il suo vantaggio militare qualitativo”, secondo quanto dichiarato dalla repubblicana Nita Lowey.


E infatti, in una dichiarazione congiunta, il repubblicano Hal Rogers, Presidente della Commissione Stanziamenti della Camera dei Rappresentanti, e la sua collega di partito Kay Granger, Presidente della sotto-Commissione per le operazioni estere, hanno garantito che i 3,075 miliardi di dollari di aiuti ad Israele previsti per il prossimo anno resteranno intatti, secondo quanto previsto dallo State and Foreign Operations Act 2012.


Va ricordato che l’ex Presidente Usa George W. Bush aveva concordato con l’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert un pacchetto di aiuti da 30 miliardi di dollari spalmati su 10 anni, a partire dal 2007, e l’attuale Presidente Barack Obama sembra voler onorare fino in fondo questo impegno, nonostante la grave crisi economica e finanziaria che attanaglia gli Usa.


Cambiano i Presidenti, dunque, ma per l’alleato israeliano si ha sempre un occhio di riguardo, e persino per Obama è più facile tagliare i fondi per il Medicare piuttosto che quelli che servono a garantire ad Israele il suo “vantaggio qualitativo” in campo militare.


Anche se l’unica attività a cui attualmente si dedica l’esercito israeliano è l’assassinio dei giovani palestinesi e il rapimento e i maltrattamenti dei bambini.

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